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Cos’è il carcere, di Salvatore Ricciardi

17 febbraio 2015 1 commento

Io da Salvatore ho imparato tante cose.
Con Salvo ho passato giornate, mattinate, pomeriggi, nottate a parlare e analizzare alcune cose di questo nostro mondo.
Con Salvo tante volte, tante volte, mi son fermata a parlare o scrivere del tempo, di quanto conti poco, come possa cambiare il suo scorrere a seconda della nostra condizione.
lui mi ha insegnato, insieme a pochi altri nella mia vita, cosa è veramente il tempo,
di quante piccole cose è composta la libertà, e quanto nella loro nucleare piccolezza sono splendide e importanti tutte,
tutte quelle piccole cose che possono costruire la libertà di un qualcuno,
e di una classe.

Salvo mi ha insegnato a guardare i miei polpastrelli in altro modo, a distinguere e apprezzare cio’ su cui le nostre mani poggiano,
Salvo è stato il primo ergastolano che mi ha insegnato che si sconfigge tutto, anche l’ergastolo stesso e mai come ora ho bisogno di crederci.
E’ uno di quelli che nella mia faticosa quotidianità mi vengono in mente sempre,
perché il suo sorriso, innato e fanciullo, dimostra in ogni istante che è fatto per esser libero,
e per raccontare la libertà a chi non sa di averla, e non sa quant’è bella.

Ma bando alle ciance..
dopo “Maelstrom”, libro con dentro due decenni che esplodono di lotta e prigionia, Salvatore Ricciardi ha scritto finalmente un libro sul carcere. Mi permetto di dire finalmente, perché sono decenni e decenni che tutti leggiamo il suo libro sul carcere ascoltandolo,
ed era ora che potessimo averlo anche tra gli scaffali, nero su bianco.
Un libro che io ho iniziato a leggere ieri, di cui quindi qui non parlo…
Ma vi lascio un’altra recensione “de core e de panza” di Davide Steccanella, amico e compagno comune

 

Cos’è il carcere di Salvatore Ricciardi, 2015, DeriveApprodi, euro 12

Quando alcuni anni fa lessi Maelstrom trovai talmente “figo” uno scrittore che riusciva a risultare simpatico e in certi punti persino divertente nel momento in cui si cimentava in una sorta di gigantesco affresco collettivo di trent’anni di lotte proletarie del novecento italiano e mondiale che volli verificare se quel Salvatore Ricciardi fosse così anche di persona.
Andai dunque da solo una sera al Conchetta, sui grigi navigli milanesi, perché avevo letto che era prevista una presentazione di Maelstrom con l’autore, presentazione cui peraltro partecipava anche il mio amico, nonché grande avvocato, Giuliano Spazzali.
Ricciardi arrivò con quell’aria, acutamente in seguito definita da una compagna di militanza romana che ben lo conosce, da “scusate sono capitato qui per caso”, prese posto, disse la sua dopo le varie presentazioni altrui, ed al termine della serata ci fermammo un po’ a chiacchierare, quindi saluti e baci, e festa finita. Mi colpì moltissimo il suo sguardo, quegli occhi capitati per caso quando ti fissano diventano scurissimi, hai l’impressione di essere messo a fuoco dall’obiettivo di una macchina fotografica, leggendo Cos’è il carcere ho capito benissimo perché quel

Il pugno di Salvo 😉

malavitoso dal cortile della galera ad un certo punto se la squaglia.
In seguito l’ho rivisto poche volte, dice perché odia il freddo del nord quindi o Roma o ciccia, una volta mi ha portato al suo bar al Pigneto lo Yeti, ma ogni tanto ci scambiamo messaggi, così senza criterio, quando mi va di commentare qualcosa con lui gli scrivo e lui mi risponde.
Confermo, di persona Ricciardi è esattamente come scrive, quando deve dirti una cosa lo fa in modo paziente ma diretto, rispetta l’interlocutore anche se non gli fa sconti, tratta tutti allo stesso modo e se dicono minchiate gliele ribatte ma se dicono cose che ritiene interessanti le valorizza, alterna risate a pensieri più che seri, analisi profonde a battute cazzare, impegno costante in difesa di chi soccombe a bevute al bar, insomma vive, lotta, si diverte e si incazza.
Questa premessa, che a molti risulterà di totale disinteresse, mi serve invece per parlare del suo secondo libro appena uscito che dovrebbe essere, sulla carta, una specie di vademecum per il carcerato scritto da chi in carcere ci ha passato larga parte della sua vita, e così pure lo intende Erri De Luca nella sua, come sempre intensissima, prefazione, e invece no, per me non è stato così.
Cos’è il carcere per me è stata una bella e lunga conversazione con Salvatore che, come sempre, quando decide di essere serio e quindi di raccontarti un qualcosa che ritiene necessario “trasmettere” bene al suo interlocutore, si arma di pazienza e ti conduce proprio fisicamente, quasi per mano mi verrebbe da dire, all’interno, nel cuore di quello che ti vuole descrivere.
E poi una volta entrati ti accompagna per tutto il percorso, non ti lascia neppure per un attimo per andare a fare delle altre cose, no, lui resta lì con te, a disposizione per spiegarti tutto quello che a quel punto avrai voglia di chiedergli. E lo fa in modo totale ma mai arrogante, sapiente ma mai saccente, esaustivo ma mai invadente, e il suo vissuto, come sempre, non te lo fa pesare ma condividere, così come la sua cultura politica non te la fa “imparare” ma applicare all’esempio concreto.
Alla fine del libro insomma non ho avuto la sensazione di avere letto ma di avere vissuto una esperienza diretta, mi è parso quasi di avere passato un periodo di galera con uno che mi ha fornito sin da subito, e coi modi e coi tempi giusti, tutti gli strumenti per sopportarla.
Come nel precedente Maelstrom le frasi del libro che meriterebbero di essere citate si sprecano, ne scelgo due per far capire, anche nella loro valenza di attualità, “come” scrive Ricciardi, il resto fate il santo piacere di leggervelo voi acquistando il libro.  La prima è questa: “Uscito dal carcere dopo tanto tempo, rientrando nella società mi sono accorto di un cambiamento avvenuto nel linguaggio di quelli che erano diventati, di nuovo, miei concittadini. Il passare del tempo aveva prodotto l’uso di aggettivi forti, superlativi: ‘assolutamente, pazzesco, agghiacciante, spaventoso’, per compensare pensieri e passioni sempre più deboli”, e la seconda è questa: “La cultura dominante ha ridotto al silenzio…. Non si sente il grido dei desideri negati, le urla dell’animosità e della sofferenza imposta. Si preferiscono gli analgesici. Ve ne è una vasta gamma: da quelli chimici, legali e illegali, a quelli sociali, come lo status, la carriera, il lavoro importante e poi casa, famiglia, macchina, vacanze e “conoscenze””.
Diciamo che a me piace talmente tanto il “modo” con cui scrive che nel caso di Salvatore conta anche fino ad un certo punto il “cosa”, se però la domanda un po’ scema dovesse essere a cosa serve questo libro ? posso cavarmela dicendo che serve a tutti quei giustizialisti d’accatto che sotto la falsa egida della legalità quotidianamente sproloquiano su quanto siano pochi gli anni di carcere affibbiati a qualcuno, magari all’indomani di qualche sentenza mediatica.
Salvatore Ricciardi ti fa capire in poche pagine perché il nostro carcere sia un luogo del tutto inutile, prima ancora che disumano.
davide steccanella

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Chiude una prigione, distruggiamo tutte le altre!

23 novembre 2014 1 commento

Ci sono alcuni prigioni che mi son diventate familiari in questa mia strana vita, che le sbarre se le è sempre andate a cercare nella sua ricerca di abbatterle.
Ci son prigioni che son diventate care, come quella -dismessa- dell’ergastolo di Santo Stefano, sullo scoglio difronte l’isola di Ventotene, ormai da diversi anni, meta di un pellegrinaggio annuale di un variopinto gruppo di libertari di cui faccio parte,

Maison d’arrêt de la santé, rue de la santé, Bd Arago (Paris, France) Le mur d’enceinte de la prison.

che l’hanno scelta come simbolo di un percorso di liberazione dalla pena eterna dell’ergastolo e dalla prigionia in generale.
Poi mi è diventato familiare il carcere di Rebibbia, dove sono andata in una visita a fianco di alcuni parlamentari che ha cambiato per sempre la mia vita: l’ha completamente scombussolata. Lì ho incontrato l’uomo con cui ho diviso poi ogni mia gioia e tanti dolori,
lì non sono stata più ammessa per dei colloqui con lui, lì ho sempre potuto solo rimanere fuori ad aspettare, fuori ad urlare, fuori a piangere, fuori a ridere alla faccia loro, con quella forza che solo l’amore ti può dare, davanti a quelle maledette mura.
Con Paolo e con i compagni che ho conosciuto,
molte prigioni sono diventate familiari, di molte ho saputo racconti, aneddoti, fughe rocambolesche, rivolte violentissime, pomiciate clandestine: alcune mi sembra di averle viste per tutte le storie che so, mi sembra di aver condiviso quelle storie, di aver respirato quell’aria stracarica di voglia di libertà che mi è stata trasmessa dalle parole e dai tanti sguardi prigionieri incontrati,
primo tra tutti il suo.

La Santè è una di quelle.
De la Santè conosco gli scarafaggi, tonnellate e tonnellate di scarafaggi dai grandissimi poteri di climber.
Conosco l’umidità, conosco l’emozione dei lacrimogeni tirati ad un corteo che entravano delle celle,
lacrimogeni che entravano nei polmoni e uscivano dagli occhi riempiendo il corpo di vita, di un passato libero fatto di marciapiedi condivisi a migliaia.
Un po’ nella Santè mi sembra di esserci stata,
mi sembra di aver sentito i passi della bella infermiera giunta a medicare una brutta ferita,
mi sembra di sentire i prigionieri politici di mezza europa chiacchierare, mi sembra di conoscerne i ritmi, perché per molti mesi ha tenuto prigioniero il corpo del mio amore.
La Santè per la prima volta in 147 anni, qualche mese fa, ha chiuso i battenti: il silenzio è calato tra le celle che si affacciano sui ballatoi e così sarà per qualche mese, in attesa di un parziale abbattimento e di un restauro che la vedrà ritornare prigione per 700 persone. Per ora solo i semiliberi continuano ad abitare quelle mura, che noi vorremmo solo che vedere abbattute, come quelle di ogni carcere esistente.
L’articolo che trovate qui sotto ne ricostruisce a grandi linee la storia, seguendo un articolo uscito ad agosto su Le Monde,

(Claudius DORENROF / Flickr Creative Commons)

(Claudius DORENROF / Flickr Creative Commons)

 Al 42 di rue de la Santé, nel XIV arrondissement di Parigi, poco dopo aver superato l’antico ospedale psichiatrico Saint’Anne e incrociato il boulevard Saint-Jacques che risale fino alla Place Denfert-Rochereau, sorge un mastodontico edificio dalla forma trapezoidale e dalle altissime e possenti mura, sormontato da torrette di avvistamento, filo spinato e alti lampioni che proiettano una luce giallognola. Nelle notti d’inverno, quando la nebbia avvolge quello che da lontano sembra essere un maniero abbandonato ed i rami spogli declinano verso le mura, il luogo assume un’aria spettrale. È la Prison della Santé, l’ultima prigione intra muros di Parigi, la più famosa, che a Luglio scorso ha chiuso per sempre i battenti perché troppo vetusta. Tra le sue mura furono rinchiusi anarchici, comunisti, capi storici del Front de Libération National (FLN) algerino, un ex presidente della repubblica d’Algeria, partigiani che lottarono contro il regime di Vichy durante l’invasione tedesca, golpisti francesi, collaborazionisti, politici di primo piano, poeti e scrittori. Al centro del suo cortile fino al 1972 sorgeva l’ultima ghigliottina di Francia.

 

Dal Terrore allo splendore

Costruita tra il 1861 ed il 1867 dall’architetto Joseph Auguste Émile Vaudremer, l’antica prigione della Santé sorge su quello che anticamente era noto come il Marché aux Charbons (Mercato dei Carboni) per rimpiazzare la Prigione delle Madelonettes, un ex convento già utilizzato fino al 1790 per redimere le prostitute e trasformato in prigione per detenuti politici nel 1793, durante la Rivoluzione. Dal 1795 in poi nella Prigione delle Madelonettes furono richiuse donne accusate di diversi delitti e tale fu la sua destinazione fino al 1830 quando divenne prima una prigione per bambini e poi anche per adulti e fino a quando non fu definitivamente abbattuta tra il 1865 ed il 1867 per far posto alla nuova rue de Turbigo. I seicento detenuti che vi erano imprigionati furono dunque trasferiti in una nuova prigione, la Prigione de la Santé, che fu eretta sul luogo dove in passato sorgeva una ‘Maison de la Santé’ costruita per ordine di Anna d’Austria e trasferita nel 1651 a quello che è l’attuale ospedale psichiatrico Saint’Anne, nel XIII arrondissement di Parigi.

Parigi

Esterno della Prison de la Santé (Claudius DORENROF / Flickr Creative Commons)

L’idea di Vaudremer era quella di creare due prigioni in una. La parte inferiore della prigione, che dà sulla rue de la Santé, venne ribattezzata “quartiere basso” e includeva, oltre gli edifici amministrativi, il famoso “cortile d’onore” dove venne montata la terribile ed efficiente macchina per decapitare inventata dal medico Joseph Ignace Guillotin e che sarà posizionata in bella posa in un angolo del cortile della prigione fino alle ultime due esecuzioni avvenute nel 1972, quelle di Claude Buffet et Roger Bontems, ultimi ghigliottinati di Francia. La parte alta era composta da edifici, corridoi e celle che si moltiplicavano come in un labirinto di Borges. Per la prima volta nella storia carceraria si vedevano cellule luminose, vasti atelier, un sistema fognario all’avanguardia tanto che deputati e politici, all’inaugurazione, definiranno la Prigione della Santé “la prigione più bella del mondo”. In realtà la particolarità della prigione era il fatto che i detenuti (fino al 2000) vengono ripartiti per origine geografica ed etnica, disseminati cioè in quattro blocchi: Europa Occidentale, Africa nera, Maghreb e Resto del Mondo. Insomma un microcosmo con una propria geografia carceraria e propri confini etnico-geografici interni. Nella prigione sorgeva anche il quartiere Vip, destinato ad accogliere detenuti eccellenti.

 

Il poeta Apollinaire trafficante d’arte ed il furto della Gioconda

Nel 1911 il quotidiano Le Gil Blas parla di un arresto eccezionale, un giovane e promettente  scrittore dal nome altisonante: Guillaume Apollinaire. Le autorità setacciavano infatti tutte le piste possibili per ritrovare la perduta Gioconda di Leonardo, rubata nell’Agosto di quell’anno. In realtà l’accusa era infondata in quanto il colpevole del furto era l’italiano Vincenzo Peruggia, già fuggito in Italia con la preziosa refurtiva. Guillaume Apollinaire fu denunciato per le sue amicizie con un certo Gery Pieret, avventuriere belga, disertore dalla personalità eclettica, ladro di statuette, gingilli e ninnoli preziosi che poi apparivano misteriosamente nelle case di nobili e scrittori. Ed infatti nella casa di Apollinaire apparve fugacemente una statuetta rubata nel 1911 e poi prontamente rivenduta. Il poeta venne accusato di traffico di opere d’arte, condannato e trasferito alla Prigione della Santé per una settimana intera, periodo durante il quale scriverà sei poemi riuniti in una raccolta dal titolo emblematico: “Alla Santé”.

Quanto mi annoio tra queste mura tutte nude
E dipinte con colori pallidi
Una mosca sul foglio dai passi minuti
Percorre le mie righe ineguali (…)

Ascolto i rumori della città
Prigioniero senza orizzonte
Non vedo altro che un cielo ostile
E le mura nude della mia prigione

Comunisti, anarchici, golpisti e terroristi

Il 23 Agosto del 1939 venne firmato il patto di non aggressione Molotov-Von Ribbentropp ed il Partito Comunista francese viene dissolto. Nella notte tra il 7 e l’8 Ottobre 1939 vengono arrestati diversi responsabili del partito, membri e simpatizzanti. Alla fine del 1940 almeno 3.400 comunisti vengono imprigionati nella Prison de la Santé. Nel 1944, alla liberazione, scoppia un ammutinamento tra i prigionieri che presero il controllo della prigione mettendosi, secondo le cronache locali, a ballare con lenzuola e cuscini al centro del cortile. Un evento che passò alla storia come il “Ballo della Santé”; un ballo, certo, macabro perché all’alba furono fucilati tutti i capi dell’ammutinamento (34 persone). Tra il 1937 ed il 1943 il poeta, scrittore e drammaturgo Jean Genet viene arrestato e condannato più volte per furto di libri, vagabondaggio e per aver viaggiato senza biglietto.

Parigi

(Rémi Bridot / Flickr Creative Commons)

Nel 1943 viene rinchiuso nella Prigione della Santé. Dalla prigione scrive poemi come “Il Condannato a morte”, romanzi come “Notre-Dame-des-Fleurs” o “Il Miracolo della Rosa” e lettere ad André Gide e Jean Cocteau. Verrà liberato solo grazie ai buoni uffici di Jean Cocteau. Negli anni ’60 tra le mura della Santé finirono diversi golpisti tra cui il luogotenente Jean-Marie Bastien-Tiry, autore dell’attentato contro il presidente De Gaulle nel 1962 e Mauriche Challe che si mise a capo di un pugno di generali per tentare un colpo di Stato contro il generale de Gaulle. Negli anni ’90 furono incarcerati irredentisti còrsi come Yvan Colonna (per l’assassinio del prefetto Claude Erignac), Ahmed Ben Bella, ex presidente della repubblica d’Algeria e tra i fondatori storici del Front de Libératon National algerino, il collaborazionista Maurice Papon (condannato per crimini contro l’umanità durante il suo mandato come prefetto sotto l’occupazione tedesca), il terrorista marxista-leninista venezuelano Carlos (noto come Comandante Carlos o Carlos Lo Sciacallo) ed anche il figlio del presidente francese François Mitterand, Jean-Cristophe.

Evasioni celebri e fittizie: da Jacques Mesrine a Arsenio Lupin

Sin dalla sua inaugurazione la Prigione della Santé è diventata anche teatro di evasioni eccellenti (solo tre in realtà in 147 anni di storia) tra le quali, la più spettacolare resta quella di Jacques Mesrine, maestro nell’arte del travestimento e della fuga, condannato nel 1977 a vent’anni di prigione, la cui storia è stata immortalata anche in un film con Vincent Cassel. L’8 Maggio del 1978 il “nemico pubblico numero uno della Francia”, Jacques Mesrine, parla con il suo avvocato. Chiede al secondino di andare a recuperare una cartella nella cella del suo amico François Besse. Nel momento della consegna del documento Besse lancia un lacrimogeno contro il secondino. Intanto Mesrine sale sul tavolo e recupera dal soffitto armi ed una corda. Il guardiano viene rinchiuso nella cella ed i due detenuti, ai quali si aggiunge poi un terzo, un certo Carman Rives, evadono dalla prigione scavalcando le mura della Prigione della Santé grazie a delle scale lasciate nel cortile da alcuni operai. Mentre scavalcano l’alto muro di cinta però scoppia uno scontro a fuoco con i gendarmi. Carman Rives viene colpito e muore. Mesrine e Besse riescono a scavalvare il muro, sequestrano un’auto all’uscita, una Renault 20, e fuggono via facendo perdere le tracce. Mesrine sarà abbattuto più tardi, nel 1979, alla Porte de Clignancourt.

Non solo personaggi reali ma anche fittizi popolarono le mura di questa leggendaria prigione. Nella Prigione della Santé fu rinchiuso infatti anche il ladro-gentiluomo Arsenio Lupin, personaggio fittizio nato dalla penna di Maurice Leblanc, del quale si dice: “Per Arsenio Lupin, esistono forse delle porte, delle mura? A che servono gli ostacoli meglio congegnati, le precauzioni più abili se Arsenio Lupin decide di raggiungere il suo obbiettivo?” Anche Arsenio Lupin, come si temeva, riuscì ad evadere dalla prigione.
di Marco Cesario

 

Categorie:CARCERE, francia

200 anni di carcere ai NoTav: siam tutti colpevoli quindi ora TUTTI LIBERI

7 ottobre 2014 Lascia un commento

«La vera occupazione della valle è stata compiuta dalla Libera Repubblica della Maddalena, sottraendo una porzione di territorio allo Stato», il PM Manuela Pedrotta è stato in grado di pronunciare anche queste parole, prima di comminare circa 200 anni di carcere a 53 imputati al maxiprocesso NoTav.
Perché uno le parole nemmeno riesce a trovarle davanti a cotante condanne, poi leggi quel che riescono a pronunciare queste persone,

Foto di Valentina Perniciaro

e allora la rabbia prende tutto. «Spesso in quest’aula ho sentito parlare di “gesto simbolico”, ma di solito i gesti simbolici sono rivolti verso se stessi, non verso gli altri: Jan Palach si diede fuoco in piazza San Venceslao per protesta, mica diede fuoco alle truppe russe schierate”: la PM Nicoletta Quaglino a quanto pare è affascinata dai kamikaze, ma il problema è tutto suo.
La Libera Repubblica della Maddalena non è stata sottratta proprio a nessuno, come dice la PM, perché era la casa di tutti noi;
la Libera Repubblica della Maddalena non è dello Stato ma dei suoi abitanti, dei suoi alberi, delle sue grandi rocce: gli usurpatori, gli occupanti, quelli che sono arrivati con gli anfibi lucidati e i cingoli sono gli altri, siete voi, è lo Stato,
che oggi ha dimostrato la sua paura.

Perché il movimento NoTav non è facilmente affossabile,
non lo è stato in tanti anni. Non ha avuto paura delle cariche, dei lacrimogeni, dei pestaggi, delle irruzioni notturne nelle tende e nei presidi, delle perquisizioni, degli arresti, delle accuse ridicole e ancora di una violenza capillare, bellica, spropositata e -non mi stanco di ripeterlo- occupante.
Occupante in quanto non voluta, occupante in quanto devastatrice, occupante in quanto speculatrice,
occupante in quanto enorme macchina di repressione: un vero e proprio laboratorio.

200 anni di condanne per due giornate dove c’eravamo tutti:
ci son 53 imputati condannati dai 6 mesi ai 6 anni (!) per un qualcosa a cui abbiamo partecipato in migliaia,
in migliaia abbiam difeso quella terra, in migliaia abbiamo circondato il cantiere e cercato di ostacolare il vostro lavoro in ogni modo.
C’eravamo tutti il 27 giugno, c’eravamo tutti il 3 luglio: c0ntinueremo ad esserci, non è la vostra galera a far paura, non le accuse ridicole di terrorismo, non il terrore che cercate di incutere con le vostre belve vestite da playmobil.
Siete senza vergogna.

Tutti Colpevoli, Tutti liberi!

Leggi: Ma quali BlackBloc

 

Arrestato Nunzio D’Erme, per aver respinto i fascisti ad un’iniziativa contro l’omofobia

24 settembre 2014 2 commenti

Questa mattina è stato arrestato Nunzio D’Erme: la notizia è apparsa immediatamente su Contropiano con un appello ad un presidio di solidarietà per le 13 davanti al Municipio di Cinecitta, in piazza Cinecittà 11, durante la conferenza stampa.
Ancora i compagni (in diretta ora su ondarossa) non hanno in mano le imputazioni ma i fatti risalgono ad alcuni mesi fa,
quando durante un’iniziativa contro l’omofobia nel municipio, sempre di Cinecittà, alcuni componenti di Militia Christi e fascistelli altri, si presentarono in municipio aggredendo i compagni che mandavano avanti l’iniziativa. Il parapiglia nato immediatamente dopo ha visto l’intervento di numerosi poliziotti in borghese, che non si son presentati come tali, che hanno aggredito i compagni impegnati nel respindere i fasci.
A quel punto è stata aperta un’inchiesta con procedimenti che hanno portato all’arresto, stamattina, di Nunzio D’Erme e di un altro compagno di Spartaco, Marco Bucci

Periodo nero, dopo i numerosi sgomberi, gli arresti di Paolo e Luca delle strutture che lottano per il diritto all’abitare:
l’attacco al movimento avanza pesante,
bisogna rimboccarsi le maniche, l’autunno è iniziato da tre giorni: una volta era così bello…

“tanti anni come quelli dei dinosauri”

13 settembre 2014 3 commenti

Mi chiedo spesso come farò a spiegare il mondo a mio figlio, 4 anni.
Mi chiedo come potrò spiegargli cose che lui invece sta capendo da solo, osservando il mondo e la nostra vita sgangherata.
Mi chiedevo come spiegargli cosa è stato il carcere del padre, l’accanimento sul padre, le notti da soli, la prigionia politica… che finalmente abbiamo alle spalle…

poi è arrivata la malattia e lì le parole si son perse per tutti.
Invece, il mio figlio più grande, il mondo lo sta provando a capire con i suoi strumenti e a quanto pare ha una strumentazione molto più efficiente della mia, perchè passo passo sembra capire,
è diventato un piccolo neuropsicomotricista, si muove intorno alla tetraparesi del suo fratellino con leggerezza e impegno,
è capace di mutare la sua disperazione di fratello amputato in impegno,
e l’impegno si trasforma facile in un futuro sereno, nella sua testa: che invidia.

Mio figlio parla con chiunque, ferma le persone per strada “ehi aspetta, devo dirti una cosa” e inizia con le sue teorie,
i suoi viaggi mentali, le sue scoperte, il suo stupore meraviglioso.

Pochi giorni fa eravamo su un treno, un viaggio solo per noi due, lontani da Roma, dalla routine,
da questa casa-ospedale che è ormai la vita nostra.
Accanto a me una bella bionda, ballerina, distratta e curiosa di noi… Nilo era affascinato dalla tipa,
se ne era uscito con un “wow, hai proprio un bel vestito” che ci aveva fatto sorridere tutti e poi, all’improvviso…


“Ehi! Lo sai che in prigione mica ci vanno solo i ladri come i Dalton! Proprio no!
Perché il mio papà e tutti i suoi amici ci son stati tanti anni come quelli dei dinosauri, ma solo perché il mondo andava cambiato”
Bionda basita: “ma il mondo è bello, non ce n’è bisogno”
Nilo: “il tuo forse, quello dove siamo noi è un casino”

forse sarà lui che mi spiegherà la malattia,
Forse solo lui sarà in grado di donar leggerezza a tutto ciò,
perchè al carcere ridiamo proprio in faccia, impararemo a ridere in faccia anche a chi guarda il nostro fratellino come un alieno.
La nostra disabilità imparerà la libertà, in un modo o nell’altro…

Rivolta in corso a Ponte Galeria…

5 settembre 2014 Lascia un commento

Un’estate intera di rivolte, di bocche cucite con ago e filo,
di tentativi spesso autolesionisti per uscire da situazioni kafkiane in cui si trovano i migranti reclusi nei CIE: tante cose si son mosse in questi mesi nel CIE di Ponte Galeria che questo blog non è riuscito a seguire.
Da poco più di un’ora però la situazione sta degenerando: son centinaia i celerini entrati nel centro di identificazione ed espulsione romano,
e le minacce son rivolte soprattutto ha chi ha scelto di rischiare ulteriormente,
raccontando all’esterno quel che accade al di là di quelle sbarre, sbarre per chi non ha commesso alcun reato.
[Ascoltate Ondarossa per le corrispondenze con i migranti reclusi: corrispondenze che appariranno anche sul loro sito]

Gli ultimi aggiornamenti parlavano di un grosso incendio causato dai materassi in fiamme, grazie al quale le celle erano state aperte permettendo a qualcuno di raggiungere il tetto: la celere però è arrivata a centinaia, per cercar di sedare la rivolta e rinchiudere nuovamente tutti dentro le celle.
Seguite gli aggiornamenti su twitter …
#deiCiesoloMacerie #PonteGaleria

Sulle deportazioni di ieri QUI

NO ALLE FRONTIERE
DEI C.I.E. VAN LASCIATE SOLO LE MACERIE.

seguiranno aggiornamenti…

Un’intervista che ci racconta il carcere di Santo Stefano degli anni ’50

19 giugno 2014 Lascia un commento

Il panoptico di Santo Stefano dall’alto in una foto abbastanza recente

Quella che leggerete è l’intervista ad un maestro, Stefano di Filippo, che per un paio di mesi della sua vita si trovò sullo scoglio di Santo Stefano, ad insegnare ai detenuti dell’ergastolo che dal periodo borbonico, rimase aperto e stracolmo fino all’aprile del 1965.
L’intervista è di Melania Del Santo, compagna di Liberi dall’ergastolo, che lo scorso anno è venuta con me in Sicilia ad intervistare chi quel carcere l’aveva fatto ai ferri, il mitico bandito dell’Isola di Milano, Ezio Barbieri
da qualunque parte lo si racconti quel carcere si sente lo stesso odore di zuppa di piselli o fave, da qualunque parte lo si guardi, non si può non sentire la violenza della segregazione in un luogo mangiato dai mari e dai venti.
Un luogo che noi abbiamo scelto come simbolo per parlare dell’indecenza della segregazione e dell’aberrazione del Fine Pena Mai.
Anche quest’anno, il 14 giugno, siamo salpati: 60 persone da ogni dove, per raggiungere quel carcere e quel cimitero degli ergastolani.
Ancora una volta un’esperienza grande, ricca e infinitamente eterogenea: ancora una volta abbiamo portato i nostri fiori, le nostre voci, i nostri sorrisi sulla tomba di Gaetano Bresci e dei suoi 46 compagni di riposo.

CONTRO OGNI CARCERE.

M.: Professo’, raccontatemi un poco di questa esperienza. Quanto tempo siete stato a Santo Stefano?

Pr.: Ci stetti solo 3 mesi a S. Stefano, da ottobre a dicembre, fino alle vacanze di Natale.Gli ultimi giorni in carcere mi ammalai di tifo. Mi venne la

L'interno del panoptico, prima della costruzione del cordolo di cemento al terzo piano. (Che proteggeva i detenuti del terzo anello dal sole, ma che sta ora distruggendo col suo peso le arcate sottostanti)

L’interno del panoptico, prima della costruzione del cordolo di cemento al terzo piano. (Che proteggeva i detenuti del terzo anello dal sole, ma che sta ora distruggendo col suo peso le arcate sottostanti)

febbre alta, a 41 C.Mi ricordo quando avevo la febbre che sono stato chiuso un po’ di giorni nella cella… una notte mi sono alzato che mi mancava l’aria perché la cella era piccola e si era consumato l’ossigeno.Aspettavo ogni giorno il “vapore” (la barca) che non veniva da qualche giorno perché c’era il mare agitato. Ad un certo punto venne un carcerato: <<Professo’, professo’, la barca. La barca è arrivata!>>. E così finalmente me ne andai a Ventotene dove c’era mia moglie che abitava là perché insegnava nella scuola elementare di Ventotene. Il comune aveva messo a disposizione una barca che faceva servizio per chi lavorava al carcere. C’era un barcaiolo che lavorava per il comune che la guidava. Dopo qualche anno morì perché prese il tetano a causa di un chiodo arrugginito con il quale si ferì proprio mentre puliva la barca.A Ventotene a quel tempo non si stava bene. Era come andare ai lavori forzati per i maestri, come per mia moglie. Era una sede troppo disagiata.Quando il mare era mosso era pericoloso attraccare a Santo Stefano. Dalla barca bisognava fare un salto, tant’è vero che qualcuno era pure caduto in acqua… qualche guardia (ride).A volte anche per 4 o 5 giorni non arrivava la barca. Come quella volta che ebbi la febbre io. Tant’è vero che non attraccammo neanche al porto di Ventotene quando mi portarono via, ma dietro.

M.: Quanti maestri eravate?

Pr.: Nel carcere eravamo due insegnanti, io e un collega di Gaeta perché c’erano 2 sezioni. Si faceva scuola dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 11. La barca che faceva servizio da Ventotene a Santo Stefano arrivava tutti i giorni alle 7.30 per portare le guardie carcerarie. Ma poi alle 9 andava via e quindi dopo le 11 non c’era più il servizio del “vapore” che ci poteva riportare indietro. Allora io e il collega di Gaeta stavamo là tutta la settimana, come i carcerati, ma solo dal lunedì al venerdì.

M.: Professore, dove dormivate?

Pr.: Nella cella. Nel carcere c’erano gli appartamenti per il direttore e per gli impiegati della direzione. Alcune guardie carcerarie, quelle che avevano famiglia, vivevano là, sempre negli appartamenti. Invece i giovani scapoli che lavoravano nel carcere dormivano nelle celle vuote, adibite ad alloggi per i lavoratori più giovani. Come noi.

M.: Quanti erano i carcerati a quel tempo?

Pr.: Un centinaio, o forse meno.

M.: Che tipo di lezioni facevate?

Pr.: Facevamo lezioni di italiano, matematica, storia e geografia. Nella mia classe c’erano 3 o 4 di quelli della banda Giuliano. Il vice di Giuliano, si chiamava Terranova, e poi ‘On Pisciotta (ndr. Don Pisciotta. Da un po’ di ricerche fatte poteva essere Salvatore, padre di Gaspare il quale nel ’57 era già morto). Poi c’erano diversi altri detenuti che avevano fatto varie cose, dall’omicidio alla… strage di persone! Questi della banda Giuliani erano ben istruiti, preparati, “scafati”. Con loro si potevano fare discussioni più alte rispetto agli altri detenuti. Anche quelli che sapevano leggere e scrivere, venivano lo stesso a scuola, per perdere un po’ di tempo. Parlavamo anche di argomenti di attualità, ragionavamo di cose come lo sbarco sulla Luna che in quel periodo era un dibattito molto acceso (ndr: Sputnik 1, sovietico, 4 ottobre 1957; Sputnik 2, 3 Novembre 1957). Ti ricordi il cane Laika? Soprattutto i siciliani erano assai interessati. Avevamo materiale didattico. Si facevano compiti scritti, ma anche dibattiti su argomenti che leggevamo sul giornale. Era bello.

M.: C’erano le guardie in classe?

Pr.: Quando insegnavo c’era sempre una guardia di piantone per difendermi, ma non ce n’è stato mai bisogno. Era un ambiente tranquillo.

M.: E di pomeriggio che facevate?

Come appariva l'ingresso del cimitero degli ergastolani prima che il carcere fosse dismesso e poi abbandonato

Come appariva l’ingresso del cimitero degli ergastolani prima che il carcere fosse dismesso e poi abbandonato

Pr.: Anche di pomeriggio continuavamo le discussioni iniziate in classe, oppure andavamo a parlare in direzione o col ragioniere. Parlavamo sempre nella piazzetta quando c’era il sole, chi diceva una cosa, chi un’altra, era un ambiente non pericoloso. Ognuno aveva i propri compiti e là dentro erano liberi. Mo’ ti racconto un aneddoto. Quando stavamo liberi (fuori dall’orario scolastico) passeggiavamo per il cortile circolare con qualcuno di questi della banda Giuliani. Quando incontravamo una guardia, il detenuto la chiamava con un soprannome che era uno storpiamento del cognome. Io chiedevo, ma se tu sai il cognome, perché la chiami così? E loro dicevano: noi abbiamo la matricola, veniamo chiamati con un numero, allora per dispetto cambiamo il nome pure noi alle guardie. Però erano “contranomi” senza cattiveria.

M.: Che facevano i carcerati durante la giornata?

Prof.: Alcuni lavoravano in un laboratorio, un bel laboratorio di tessitura. Cotone, seta… stava al piano terra. L’attività principale era proprio nel laboratorio tessile, ma questi prodotti erano gestiti dalla direzione. Altri facevano i muratori e altri erano addetti alla manutenzione del carcere. Alcuni detenuti poi lavoravano alla casa colonica che stava fuori. In questa casa abitava una famiglia di affittuari o mezzadri. Coltivavano le lenticchie che erano prodotti locali, nella fattoria che stava fuori. I prodotti però là (nel carcere) non arrivavano. Quelli che lavoravano la terra fuori percepivano la mercede.

M.: Come era tenuto il carcere a quel tempo?

Prof.: Il carcere era tenuto bene, i detenuti lavoravano per tenerlo pulito e facevano tanti lavoretti di manutenzione.

M.: Come era organizzato logisticamente?

Prof.: A piano terra, vicino al cortile, c’era la direzione e un vano che era un centro di commercio dove venivano gli ambulanti che portavano scarpe, pantaloni ecc. per i detenuti. Alcuni detenuti lavoravano l’uncinetto, facevano cose tipo sciarpe, centrini mantelline che vendevano in questo centro agli ambulanti per fare un po’ di soldi da mandare alle famiglie.

M.: I detenuti percepivano una paga?

Prof.: Sì, i detenuti percepivano la mercede, uno stipendio dato dallo stato per i lavori che facevano. Una parte di questi soldi li mandavano alle famiglie, una parte invece serviva a loro.

M.: Professore, si ricorda di qualche detenuto?

Prof.: Prima di prendere servizio a Santo Stefano io non avevo mai visto un detenuto. Quando arrivai il primo giorno fui accolto da un signore vestito a righe. Questo era un ergastolano che faceva il segretario, l’uomo di fiducia del direttore. Era lui che riceveva quando il direttore non c’era.

M.: Si ricorda chi era questo signore?

Prof.: Era un alunno d’ordine delle ferrovie. Una notte mentre era di servizio con il capostazione cercò di scassinare la cassaforte per prendere i soldi. Mentre stava facendo questa operazione arrivò il capostazione e allora lui… lo ammazzò (sussurrato). Era un bel giovanotto. Poi c’era un altro, il nipote del ministro Spadaro. Prima era stato un ufficiale dell’aeronautica ed aveva un’amante, una signora ricca, più anziana. Una notte la ammazzò per prendersi tutti i gioielli. Questo ragazzo faceva l’operatore della televisione perché ne capiva. Infatti nella mensa c’era la televisione.

Un fiore contro il Fine Pena Mai, Santo Stefano 2014

M.: C’erano detenuti politici?

Prof.: Quando stavo io non c’erano detenuti politici, ma prima, soprattutto durante il fascismo erano tutti antifascisti. Mi hanno raccontato che c’era stato Settembrini. Lo sai che all’inizio del Novecento c’erano i briganti che vivevano a Ventotene nelle grotte?

M.: Avevate dei rapporti migliori con alcuni detenuti piuttosto che con altri?

Prof.: Non c’erano detenuti preferiti per noi, ma sicuramente c’erano detenuti più colti, alcuni erano ingegneri. Quelli più importanti erano quelli della banda Giuliano. Gli altri detenuti li chiamavano “i nobili”. Quindi le differenze tra i detenuti erano evidenziate da loro stessi. Riconoscevano quelli della banda Giuliano, diciamo, come intellettuali va.

M.: Dove mangiavate?

Prof.: C’era il refettorio e la cucina dove cucinavano stesso i detenuti. Però il cibo buono non c’era.

M.: Che mangiavate?

Prof.: Per esempio pasta e polvere di piselli. Pasta e polvere di fave. Roba secca. Mangiavamo tutti insieme: guardie, detenuti e maestri, sia a mezzogiorno che la sera. Qualche guardia qualche volta si portava cibo da Ventotene e se lo faceva preparare. Allo spaccio però cibo buono non ne arrivava.

M.: Quindi i detenuti non erano rinchiusi .

Pr.: No no, i detenuti, erano “liberi”, non stavano chiusi nelle celle. Invece le famiglie delle guardie stavano sempre chiuse dentro casa perché, soprattutto i detenuti muratori che spesso stavano in giro, era facile che andassero a bussare alle porte delle mogli delle guardie per… (ride). Mi ricordo un muratore che stava sempre arrabbiato, stizzoso.

M.: I parenti dei detenuti venivano?

Pr.: I parenti dei detenuti non venivano mai, erano come dimenticati. Le guardie ci dicevano che non dovevamo fidarci dei detenuti perché se ne potevano approfittare per far uscire delle lettere fuori dal carcere. C’era la censura, la posta non poteva uscire. Alcuni ci tenevano a farsi ben volere da noi per poter far uscire fuori le lettere indirizzate ai parenti. Il capo reparto del laboratorio tessile stava sempre vicino a me, mentre le guardie (o il direttore) mi dicevano di stare attento. Usavano la tattica di avvicinarsi e raccontare la loro storia, dicendo <<sì abbiamo sbagliato>>, ammettendo il loro errore, però sempre giustificando la causa e dando una spiegazione a quello che avevano fatto. Avevano un’arte nel farsi ben volere.

M.: Ma voi sapevate i loro reati?

Pr.: In direzione c’erano le schede con i reati dei detenuti, ma erano riservate. A volte qualcuno ci diceva qualcosa, ma noi non le potevamo leggere. I detenuti non ci parlavano mai di quello che avevano fatto gli altri. Il detenuto che ne parlava, al massimo parlava del suo reato, ma soprattutto per giustificarsi. Per dire “je nun so’ malament’. Nun so’ cattivo”. Voleva dimostrare che era una brava persona, e quello che avevano fatto aveva una spiegazione, che c’era una ragione alla causa, diciamo così. Invece quelli di Giuliani non ne parlavano mai di quello che avevano fatto, del perché stavano là dentro. Erano quelli “più spiccioli” che ne parlavano.

M.: Si ricorda del cimitero?

Pr.: Quando facevamo le passeggiate, in un certo punto, prima del cimitero, c’era un’immagine che chiamavano l’incompiuta, vicino al muro. L’avevano fatta un paio di detenuti che chiesero al direttore il permesso di dipingere questa immagine. Lo scopo però era quello di scappare. Un giorno che andarono a dipingere si tuffarono e scapparono a nuoto fino a Ventotene. Presero una barca per scappare a Ischia, però poi furono presi. E quindi l’immagine rimase incompiuta. Il cimitero era chiuso, non si poteva entrare. C’erano due colonne con la scritta: “Qui finisce la giustizia umana, qui comincia la giustizia divina”.Ci sono andato una sola volta. Poi non ci sono mai più tornato.

M.: E al carcere ci è mai più tornato?

Prof.: Dopo le vacanze natalizie tornai là per dare le consegne e andai a salutare i ragazzi dicendo che mi dispiaceva, ma che me ne dovevo andare. Proprio quelli della banda di Giuliani mi dissero: “Professore, ci dispiace che ve ne andate perché siete una brava persona, però siamo contenti che ve ne andate da questo luogo schifoso che non è per voi”. Alla fine posso dire che si stava bene comunque là, anche il mio collega di Gaeta lo diceva, e lui stava da due anni. Se non mi fosse venuta la febbre sarei rimasto. E poi era conveniente stare nella scuola carceraria, venivamo pagati dallo Stato, dal Ministero di grazia e giustizia e dal provveditorato. Nei confronti del maestro c’era un gran rispetto. E l’ambiente era gioioso perché si discuteva molto. Nella vita mi è piaciuta questa esperienza che ho fatto. E’ stata breve a causa di quella febbre, però bella.

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