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Archive for the ‘RIVOLTE e RIVOLUZIONI’ Category

Siria: state dalla parte dei cecchini? via da qui allora!!

6 Maggio 2011 8 commenti

La giornata della sfida, questo venerdì era stato battezzato così dai manifestanti siriani che in massa si son riversati nelle strade delle città di buona parte del paese. Ieri gli studenti scandivano uno slogan nuovo, agghiacciante, di “sfida” ai cecchini.
“Eccoci qua, non ci spostiamo di un passo, questo è il nostro collo, questa la nostra fronte: SPARATE PURE!”

Ma questo sta avvendendo. I carri armati, che lentamente si stavano allontanando dalla città “flashpoint” (st’inglesi ogni tanto coniano parole geniali) di Daraa, ora occupano il centro di Homs e di Hama, le città che meglio di tutte conoscono la repressione e lo sterminio mandato avanti dal partito Baath, visto le migliaia di morti degli anni ’80, seguiti alla rivolta della fratellanza musulmana, estirpata con i bombardamenti. Homs dicevamo, ma anche le periferie settentrionali di Damasco, anche i dintorni beduini di Daraa, anche Lattakia in gran parte alawita.
Elettricità e telefoni sono staccati ad Homs, Zabadani, Madaya, Hama, nelle periferie di Damasco, Latakia, Banyas…

Ancora a parlare di ingerenze occidentali qui, di Mossad, di infiltrazioni: ma vaffanculo, stateci da soli dalla parte dei cecchini.

Tunisia: un paese in assemblea permanente. Che invidia.

5 Maggio 2011 2 commenti

Tunisia, il tappo del regime è saltato

La Tunisia è in assemblea permanente. L’effervescenza partecipativa e la rivendicazione continua non riguardano solo la capitale: in ogni località ci si imbatte in presidii e cortei spontanei. I giovani discutono sulle sorti della rivolta e sui tentativi di normalizzarla.
di Annamaria Rivera, da il manifestoBasta passeggiare in avenue Bourghiba, a Tunisi, per rendersi conto dell’euforica passione per la libertà che ha preso i tunisini e le tunisine. A ogni ora della giornata, i tavolini all’aperto dei caffè sono affollati d’ogni genere di avventori: giovani abbigliati nei modi più diversi, ragazze «velate» accanto ad altre che ostentano piercing e capelli cortissimi, coppie con bambini, gruppetti di donne mature, da sole, il capo coperto da un hijab nero. Vi sono anche, soprattutto, militanti e dirigenti dei numerosi partiti di sinistra, che discutono di politica e delle sorti della rivoluzione del 14 gennaio, come viene detta ufficialmente. Se li si vuole incontrare basta sedersi, a partire dal primo pomeriggio, davanti al caffè L’Univers che sta a metà dell’avenue.
Nei pressi del caffè, lo slargo sul marciapiede di fronte è divenuto una sorta di Speakers’ Corner: malgrado la lunga barriera di filo spinato e i carri armati dell’esercito a protezione permanente del Ministero dell’Interno, capannelli densi e numerosi si formano incessantemente, dal mattino alla sera e tutti i giorni, non solo la domenica come a Hyde Park. Anche lì si discute di politica, più che altro a partire da fatti quotidiani: un’ingiustizia subita, un sopruso poliziesco, lo scandalo di certe assunzioni pubbliche in cambio di cospicue tangenti, l’ennesima prova della permanenza o dell’infiltrazione del Rcd, il partito di Ben Ali, in istituzioni locali, amministrazioni pubbliche, imprese private bastano ad agglutinare le piccole folle contigue. Poco lontano, la scalinata del Teatro Municipale è occupata ogni giorno da manifestazioni spontanee, soprattutto di giovani che hanno partecipato alla rivoluzione e che protestano contro i tentativi di confiscarla al popolo. Può succedere perfino, come abbiamo constatato, che da un sit-in si stacchi un corteo non autorizzato che si dirige temerariamente verso il Ministero dell’Interno.
L’effervescenza partecipativa e la rivendicazione permanente non riguardano solo la capitale: in qualsiasi località si arrivi, ci si può imbattere in presidii o cortei spontanei.
Per dirne una, a Grombalia, lungo la strada da Tunisi a Nabeul, abbiamo visto un gruppo di giovani, donne e uomini, che esibendo cartelli scritti a mano, protestavano davanti al Municipio contro la chiusura di un ipermercato e il licenziamento in tronco di ottanta dipendenti.

È come se, saltato il tappo del regime, l’ebollizione della società, contenuta a forza di repressione feroce, dominio del terrore, spionaggio e delazione capillari, fosse scoppiata in forma di geiser caldi, potenti, continui. Per farsi un’idea di quel che fosse il regime cleptomane e poliziesco di Ben Ali e della sua banda, basta parlare con qualche dirigente o semplice militante di uno dei numerosi partiti di sinistra, a quel tempo fuori legge. Essi raccontano dell’attività politica clandestina durante il regime svolta sotto falso nome e in località lontane centinaia di chilometri dal luogo di residenza: perfino tra compagni di partito i veri nomi erano reciprocamente ignorati, anche i parenti più stretti erano tenuti all’oscuro del loro impegno.

A demonstrators faces police during clashes in Tunis, Friday, Jan. 14, 2011. Tunisia’s president declared a state of emergency and announced that he would fire his government as violent protests escalated Friday, with gunfire echoing in the North African country’s usually calm capital and police lobbing tear gas at protesters. (AP Photo/Christophe Ena)

L’esperienza della clandestinità è la forza – determinazione e spirito militante non mancano – ma anche la debolezza, ci sembra, dei partiti e movimenti di sinistra, che ancora esitano a mettere al primo posto il lavoro sociale. Ed è questa una delle tante ragioni del successo di Ennahda, il partito islamista, che invece, anche grazie alle ingenti risorse materiali di cui dispone, riesce a essere presente ovunque, soprattutto nelle regioni più povere, fra le classi popolari e i diseredati. E non solo: in uno dei tanti villaggi della frontiera fra la Tunisia e la Libia, che ha accolto ben tremila rifugiati, Ennahda, insieme ad altri gruppi islamisti venuti dalla Francia, svolge un’attività molto efficiente, ci hanno riferito, degna delle massime organizzazioni umanitarie.
La frantumazione del panorama politico tunisino (finora sono almeno 65 i partiti legalizzati) e soprattutto della sinistra, condurrebbe di sicuro alla vittoria degli islamisti nelle prossime elezioni di luglio dell’Assemblea costituente se l’«Istanza superiore per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione» non avesse adottato il sistema proporzionale con i resti, che favorirà la rappresentatività di buona parte dei partiti che presenteranno liste elettorali. L’Istanza superiore ha anche deciso che le liste debbano essere costituite per la metà da donne.

L’asimmetria di mezzi e di consenso popolare, forse anche una certa vaghezza, finora, dei loro programmi politici, spinge i partiti di sinistra a definirsi spesso per opposizione a Ennahda, che talvolta è oggetto di una sorta di demonizzazione, più di quanto meriti: certo, tende alla doppiezza politica, è talvolta compiacente verso il Rcd, ma in fondo può essere considerata anche un argine contro il rischio dell’estremismo islamista violento. Ma la definizione di sé per opposizione a un avversario concepito quasi come un nemico assoluto non va fino al rifiuto di conservare nella nuova costituzione l’articolo che definisce la Tunisia come un paese arabo-musulmano. Su questo punto alcuni militanti di sinistra con i quali abbiamo parlato sono molto cauti. Sostengono, infatti, che «le masse» non comprenderebbero il loro rifiuto, che in fondo conservare quell’articolo è solo fotografare la società tunisina. E quando obiettiamo che della società tunisina sono parte integrante le minoranze linguistiche, culturali, religiose e non-religiose – berberofoni, francofoni, italofoni, ebrei, cristiani, agnostici, atei… – replicano che queste saranno oggetto di protezione e che la libertà di culto sarà garantita. Fra l’altro sottovalutano, ci sembra, lo spirito laico e pluralista, se non cosmopolita, che cova fra tanti giovani che hanno acceso le rivolte e partecipato alla rivoluzione.

A Tunisian woman waves the national flag in front of the interior ministry during clashes between demonstrators and security forces in Tunis on January 14, 2011. Thousands of Tunisians demanded the departure of President Zine El Abidine Ben Ali in marches in the capital and other towns, a day after he pledged to not seek another term to end growing unrest. AFP PHOTO / FETHI BELAID (Photo credit should read FETHI BELAID/AFP/Getty Images)

Ben più legato «alle masse» sembra l’Ugtt (Unione generale tunisina del lavoro), la principale e storica centrale sindacale. Da aver avuto leadership asservite al regime, perfino corrotte, ha finito, grazie alla pressione della base, per sostenere e partecipare al movimento di rivolta contribuendo decisamente al suo successo. Sempre per pressione della base, la sua dirigenza, dopo aver accettato di partecipare al governo di unità nazionale di Mohamed Ghannouchi, è stata costretta subito a dimettersene. Oggi il l’Ugtt è trasformato nella forza propulsiva della rivoluzione più diffusa e organizzata. Lo scorso 23 aprile, all’incontro promosso dal sindacato locale a Ben Arous, cittadina a sud della capitale, della sessantina di partecipanti un buon terzo è costituito da donne; a presiederlo ci sono tre donne, una delle quali nera, tre uomini e due giovani maschi. L’incontro si è concluso col concerto di un gruppo ugualmente misto, che ha eseguito canzoni rivoluzionarie su musica tradizionale. Come da manuale, l’ultimo pezzo proposto è stato L’Internazionale, cantata in più lingue insieme al pubblico, che si è levato in piedi entusiasta e commosso.

Nessuna donna, al contrario, al tavolo della presidenza del Comitato per la salvaguardia della rivoluzione di Medina El Jedida, un altro sobborgo di Tunisi, riunito quello stesso giorno. Per la verità i sette uomini che presiedevano l’incontro, dedicato a riferire (lo fa un giurista accademico) e a discutere le decisioni dell’Istanza superiore, di tutto hanno l’aria tranne che di rivoluzionari: formali, impettiti, vestiti col tipico gessato scuro, sembrano piuttosto dei funzionari del vecchio regime. Ma, si sa, lo stile non è tutto: può darsi che la rigidità apparente nasconda cuori ribelli…
Densa di cuori palesemente ribelli è invece la grande assemblea – circa tremila partecipanti- che il 24 aprile, nel Palazzo dei Congressi di Tunisi, ha sancito l’unificazione fra due formazioni che si definiscono marxiste-leniniste: l’Mpd (Movimento dei patrioti democratici) e il Ptpdt (Partito del lavoro, patriottico e democratico). Nella dichiarazione finale denunciano «le manovre orchestrate da ambienti imperialisti » per confiscare al popolo e far fallire la rivoluzione tunisina e le altre del mondo arabo. Il pubblico – tanto folto da straripare nella hall, nei corridoi, nelle altre sale del Palazzo

Mohamed Ghannouchi

– non potrebbe essere più eterogeneo: donne e uomini, proletari e piccolo-borghesi, giovani e anziani, numerose coppie con figli. Per i quali sono stati organizzati giochi di animazione nel piazzale davanti al Palazzo. Mentre all’interno si discute delle manovre imperialiste, fuori un dj e due clown (una ragazza e un ragazzo) fanno ballare i bambini a suon di rap. L’atmosfera è calda, euforica, amichevole. Qui, come in qualsiasi incontro cui abbiamo partecipato, siamo accolti a braccia aperte come compagni.
Uno dei segni della potenza della rivoluzione ma anche dei tentativi di normalizzarla è che essa sia divenuta una sorta di logo. I suoi slogan, i suoi elementi iconografici principali – la bandiera nazionale, i ritratti di Mohamed Bouazizi e di Che Guevara – campeggiano ovunque, anche dove meno te lo aspetti. Perfino La Gazelle, la rivista patinata della Tunis Air distribuita gratuitamente sugli aerei, dedica il titolo e la foto di copertina del numero del primo trimestre 2011 alla «révolution du jasmin» (detta così a uso dei turisti). All’interno un articolo esalta la rivoluzione come fosse una delle tante attrattive turistiche del Paese.

La migliore libreria di Tunisi, in Avenue Bourghiba, ha una vetrina dedicata solo a libri e poster sulle malefatte del regime e sulla rivoluzione. In bella mostra c’è la riedizione di un libro pubblicato nel 1999 da La Découverte, Notre ami Ben Ali: l’envers du miracle tunisien, dei giornalisti Nicolas Beau et Jean-Pierre Tuquoi. All’epoca il volume scomparve dal mercato dei paesi francofoni in pochi giorni: i servizi consolari tunisini avevano ricevuto l’ordine di comprarne il maggior numero possibile di copie. All’interno della libreria campeggiano due ritratti del Che e una caricatura di Ben Ali con svastica, baffetti e postura alla Hitler.

Fotocopie sbiadite di caricature di Gheddafi, Mubarak e Ben Ali sono in vendita per un dinaro anche su un modesto banchetto ambulante che vende i quotidiani tunisini mainstream: un tempo asserviti al regime, oggi, cambiata la casacca, hanno conservato un certo conformismo e la tendenza a censurare tutto quel che sa di «disordine» e di sinistra. Ed è questa, finora, un’altra delle debolezze della rivoluzione: non disporre di organi d’informazione che la rappresentino e la raccontino degnamente e fedelmente.
Finora la rivoluzione ha appena scalfito – ma non potrebbe essere diversamente – tratti strutturali del regime come il sistema di corruzione, capillare e diffuso, e la tendenza a usare il potere, grande o minimo che sia, in modo arrogante o violento contro coloro che stanno più in basso.
Seduti con amici tunisini a prendere un caffè nella grande sala dell’hotel El Hana International ci è capitato di assistere a una scena esemplare. D’un tratto due agenti privati al servizio dell’albergo, alti e corpulenti, fanno irruzione nella hall trascinando un omino dall’aria dimessa che si agita disperato. Lo strattonano e lo schiaffeggiano senza vergogna davanti alla cinquantina di avventori, in gran parte tunisois di classe media, mentre lui protesta e cerca di liberarsi. I due bruti lo afferrano ancor più strettamente per le ascelle e quasi sollevandolo lo trascinano per la sala verso il corridoio di servizio che conduce all’aperto. Eccetto tre di noi – cerchiamo d’intervenire finché le guardie non ficcano lo sventurato in un gabbiotto esterno -, nessuno nella sala reagisce, anzi quasi tutti fingono di non vedere.

Le stesse gerarchie sociali, di classe e di potere, sembrano scarsamente intaccate dal processo rivoluzionario, anche a causa della crisi economica, aggravata dal crollo del settore turistico e del suo vasto indotto informale. Certo, la solidarietà popolare diffusa, la tendenza a soccorrere chi ha bisogno, la socialità densa, le relazioni faccia a faccia valgono a compensare le spietate disuguaglianze sociali.
Sono proprio questi tratti che hanno contribuito a far sì che atti individuali – il suicidio col fuoco di Mohamed Bouazizi e di altri – suscitassero, nelle regioni più povere del Paese, l’indignazione collettiva, che questa si trasformasse in rivolta, che la rivolta dilagasse ovunque diventando rivoluzione. E che questa determinasse l’incredibile accelerazione della storia alla quale la sorte ci permette oggi di assistere. Speriamo che il destino ma soprattutto l’opera degli umani siano generosi nei riguardi della rivoluzione del 14 gennaio e la conducano verso il traguardo che merita.

(5 maggio 2011)

Ispezioni in carcere, chiunque può accompagnare i parlamentari

5 Maggio 2011 1 commento

Non siamo abituat@ alle buone notizie ma questa volta è innegabile.
Avevamo parlato proprio pochi giorni fa del processo che si sarebbe svolto contro le mamme di una compagna e un compagno e la consigliera regionale Anna Pizzo, per un ingresso in carcere che secondo la magistratura era illegale. Quando di legale quegli arresti avevano veramente poco, visto l’impianto accusatorio, poi caduto.
Delle mamme che riescono a vedere i loro figli, privati della possibilità di aver colloqui, attraverso l’accompagnamento di un parlamentare (o consigliere regionale) in visita in carcere.
C’è stata la piena assoluzione, e ne sono entusiasta

Assolta la consigliere regionale Anna Pizzo
Ispezioni in carcere, chiunque può accompagnare i parlamentari

di Paolo Persichetti, Liberazione 6 maggio 2011

I parlamentari o i consiglieri regionali che conducono visite ispettive nelle carceri possono avvalersi dell’ausilio di accompagnatori di loro scelta. Membri del governo, parlamentari europei, sindaci e presidenti della provincia, magistrati a capo dei tribunali e delle procure dove hanno sede le carceri, presidenti delle Asl competenti per territorio, garanti dei detenuti ed altri ancora. E’ piuttosto ampia, anche se ancora del tutto insufficiente per rendere le mura delle prigioni trasparenti, la schiera di figure istituzionali che possono entrare nelle carceri per condurre visite ispettive senza previa autorizzazione. Nel corso delle visite queste autorità possono avvalersi delle presenza di accompagnatori, anche questi autorizzati a varcare la soglia degli istituti di pena senza necessità di nessuna autorizzazione. Lo prevede l’articolo 67 dell’ordinamento penitenziario.

Rivolta di Attica, 1971

Una prassi consolidata, che tuttavia non è indicata nella norma, contiene il numero degli accompagnatori ad un massimo di due a testa. L’amministrazione penitenziaria non ha alcuna autorità per introdurre limitazioni ad una norma di legge. Lo ha ribadito ieri con una decisione lampo il gip del Tribunale di Roma, chiamato a pronunciarsi su una denuncia depositata nel dicembre 2009 dalle direzioni del carceri romane di Regina Coeli e Rebibbia femminile contro l’allora consigliera presso la regione Lazio, Anna Pizzo, insieme alle due persone che l’avevano accompagnata durante le visite nei due istituti di pena. Si trattava delle madri di due giovani di un centro sociale della Capitale, il Macchia rossa, situato nel popolare quartiere della Magliana e finito al centro di un teorema accusatorio ispirato da alcuni esponenti locali del Pdl, ex An, che avevano come unico scopo quello di sloggiare l’occupazione, da parte di una decina di famiglie senza casa, di una scuola abbandonata da anni. Occupazione che ostacola la realizzazione di alcuni lucrosi progetti speculativi (cf. Liberazione del 10 dicembre 2009).
I due, Gabriele e Francesca, erano finiti in carcere e si trovavano in isolamento. Poche settimane prima, nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, Stefano Cucchi era morto nel reparto carcerario dell’ospedale Pertini dove era finito dopo le percosse subite prima di passare davanti all’udienza di convalida dell’arresto in tribunale. Sui media campeggiavano da giorni polemiche e denunce sulle condizioni in cui si svolgevano i fermi nelle stazioni dei carabinieri e nei sotterranei del tribunale di piazzale Clodio. La visita in carcere venne realizzata per verificare le condizioni di salute e di detenzione dei due giovani e nel rispetto delle procedure previste. All’ingresso dei due istituti la consigliera regionale e le due donne che l’accompagnavano si videro obbligate a compilare un prestampato dell’amministrazione penitenziaria nel quale era indicata, senza altra possibilità di scelta, la funzione di “collaboratore” (da intendersi come figura stabile e continuativa) per qualificare il ruolo di accompagnatrici. Nel declinare le loro generalità le due donne fecero presente di non rientrare in quella fattispecie, ma poiché la burocrazia penitenziaria non prevedeva altre possibilità furono costrette a riempire l’unica casella esistente. Sulla base di queste dichiarazioni, in qualche modo “imposte” per un’imperizia burocratica dovuta ad una forzata interpretazione restrittiva della legge, le direzioni dei due istituti hanno successivamente inviato una segnalazione in procura provocando l’apertura d’ufficio di un procedimento penale per false dichiarazioni. «Il fatto non sussiste», ha stabilito il Gup.

Siria: rastrellamenti a tappeto

5 Maggio 2011 Lascia un commento

Qualche ora che questo blog non riesce a seguire la sua amata Siria,
martoriata dalla repressione e dalle campagne internazionali a favore o contro la popolazione in lotta.
Una rivolta che appare sovradeterminata da influenze straniere, così come lo stesso regime

Foto di Valentina Perniciaro _failed in love for Dimashq_

ci racconta, ma che non può che vederci dalla sua parte.
Cecchini e carri armati, rastrellamenti e scomparse non possono che essere nemici,  io sto dalla parte di chi è per la strada davanti al piombo di Stato, anche se quello Stato è antisionista o utile a mantenere determinati rapporti di forza in Medioriente e sullo scacchiere libano-palestinese.
Mi importa poco.
Mi importa di centinaia di uccisi. Mi importa della gente di Siria, che mai ho smesso di amare dal profondo della mia carne.

Le ultime notizie ci raccontano di un parziale ritiro dalla città meridionale di Daraa, capoluogo dell’Hauran, luogo di esplosione e propagazione della protesta che da un paio di mesi investe il paese, annunciato direttamente dal generale Riad Haddad (un cognome che fa venire i brividi per chi ha reminiscenze libanesi).
La repressione però galoppa: stanotte centinaia di soldati siriani in tenuta da combattimento,  sono entrati nel sobborgo damasceno di Saqba, facendo irruzioni in molte case.
Il risultato per ora sembra essere si un rastrellamento che ha portato  via, in una manciata di ore, circa trecento persone.
Homs, ma non trovo conferme ufficiali, sembra essere completamente circondata dall’esercito: Aleppo scenderà in piazza oggi,  dopo che il corteo studentesco di ieri è stato violentemente represso.
Qalby fy surya

Arresti di compagni anarchici a Firenze, dopo Bologna

4 Maggio 2011 4 commenti

Intorno alle 6 del mattino le abitazioni di diversi compagni e compagne attivi a Firenze sono state invase dagli operatori della repressione per mettere in atto una nuova tappa nell’attacco all’Anarchia. Come recentemente avvenuto a Bologna, anche in questo caso, lo strumento utilizzato per colpire e arrestare dei compagni, è il reato di associazione a delinquere. Da quanto possiamo apprendere dalle veline diffuse dai media di regime, questa volta avrebbe assunto una nuova declinazione: se per i compagni bolognesi l’accusa era inizialmente di “associazione a delinquere con finalità eversive”, questa volta si tratterebbe, con uno strano avvitamento, di “associazione a delinquere finalizzata all’istigazione a delinquere”, sostenuta da reati specifici quali occupazione abusiva di edifici pubblici, danneggiamento, deturpamento e imbrattamento di beni immobili, resistenza, violenza e oltraggio a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio e violenza privata.
Da notare come questo attacco al movimento anarchico e studentesco fiorentino, oltre ad avere evidenti promotori nell’amministrazione locale, abbia coinvolto gli apparati centrali della repressione italiana come esplicitato in questo estratto:
“I provvedimenti sono stati eseguiti dalla Digos e coordinati dalla
Direzione centrale della polizia di prevenzione (Ucigos). […] All’indagine hanno contribuito anche i
servizi segreti (Aisi) con il loro supporto informativo.” [Ansa.it]

Sommare reati specifici di scarsa rilevanza penale e riunirli sotto il cappello del reato associativo, sembra essere una strategia da somministrare a livello nazionale, coinvolgendo direttamente i centri nevralgici della repressione, per scardinare le realtà di conflitto, dissenso e controinformazione presenti nelle diverse città.
Attacchi di questo tipo denotano la paura che si instilla nel Potere Democratico, nell’osservare come certe pratiche e certe relazioni, riproducibili e moltiplicabili, possano disturbare i riti e le maschere con i quali cerca di celare una realtà di oppressione e violenza.

Solidali con i compagni di Firenze
informa-azione

RAP2GAZA! Per finanziare il Convoglio Restiamo Umani

3 Maggio 2011 Lascia un commento

Serate a sostegno di CO.RU.M convoglio restiamo umani.

MERCOLEDÌ 4 MAGGIO
dalle 12:30  –  pranzo sociale @ Scienze Politiche di Roma Tre, Via G. Chiabrera, 199

SABATO 7 MAGGIO 2011 @C.S.O.AeXSnia – via Prenestina 173
RAP2GAZA – alle 20:00 CENA SOCIALE (CUCINA PALESTINESE) – dalle 21:00VIDEO DI VIK DA GAZA + TO SHOOT THE ELEPHANT – dalle 22:30 concerto con
RAMALLAH UNDERGROUND (PALESTINA) IL NANO + PEYAMAN + ROBBAFORTE + ZIANO + LEGA AL TITANIO/XSB + FORI DAR CENTROL’11 maggio 2011 partirà una carovana internazionale che vuole entrare a Gaza dal valico di Rafah con tutti e tutte coloro che nel mondo condividono l’urgenza di gridare forte e chiaro quello che la voce di Vittorio Arrigoni ci ha detto tante volte: Restiamo Umani!
Porteremo lì i nostri corpi, le nostre capacità e le nostre attrezzature per continuare il lavoro di informazione indipendente che Vittorio, insieme agli uomini e alle donne palestinesi, stava portando avanti contro l’occupazione di Gaza e della West Bank.
Partiamo, con il desiderio di entrare in contatto, conoscere personalmente, scambiarci competenze ed iniziare una stretta collaborazione con coloro che si occupano di libera informazione dalla Striscia di Gaza.
Da freepalestine

CHE NESSUNO PIANGA!

Aggiornamenti Vik2Gaza dal Convoglio Restiamo Umani

29 aprile 2011 Lascia un commento

Reciviamo e diffondiamo:
Le assemblee organizzative del Convoglio Restiamo Umani [CO.R.UM] si stanno tenendo quotidianamente,  purtroppo la visibilità è rallentata da problemi tecnici con il sito ufficiale vik2gaza.org che resterà in ogni caso l’unico punto di riferimento.
La tempistica ci obbliga a diffondere via mail e attraverso blog e siti affini le seguenti informazioni pratiche e i seguenti aggiornamenti:
Se vuoi partecipare al Convoglio Restiamo Umani, comunica la tua volontà di aderire all’indirizzo mail vik2gaza@autistici.org entro lunedì 2 maggio 2001 esplicitando le seguenti informazioni:
– Precedenti esperienze in Palestina
– Appartenenza ad associazioni, realtà, collettivi
– Il motivo per il quale hai scelto di partecipare
– Competenze o conoscenze

Date del Convoglio Restiamo Umani: 11 maggio 2011 – 18 maggio 2011
Incontro al Cairo: la sera dell’11 maggio. L’appuntamento verrà comunicato unicamente ai/alle partecipanti.
Lasceremo il Cairo la mattina del 12 davvero molto presto, per entrare a Gaza da Rafah lo stesso giorno.
Torneremo indietro, passando da Rafah il 17 maggio, per arrivare al Cairo il 18 maggio.

Inoltre, entro le ore 14.00 di lunedì 2 maggio, per partecipare devi inviare a vik2gaza@autistici.org la seguente documentazione per l’adesione:
– oggetto della mail specifica la parola: “passaporto”
– Nome, cognome e data di nascita
– Il numero del passaporto, la data di scadenza ( la quale validità deve essere di almeno 6 mesi dopo la data del ritorno)
– La fotocopia delle prime 4 pagine del passaporto, possibilmente in formato pdf

Tutti questi elementi sono indispensabili per comunicare la lista dei/delle partecipanti all’ambasciata al Cairo e ottenere il coordination pass per l’ingresso a Gaza.
Stiamo consigliando di cercare immediatamente dei voli economici e qualcuno/a ha già scelto di comprare il biglietto individualmente ma allo stesso tempo ci stiamo informando per segnalare e confermare dei voli in due principali città: Roma e Milano.
Le indicazioni che vi stiamo dando riguardano la partecipazione dall’Italia perchè faremo la comunicazione di tutta la lista dei partecipanti all’ambasciata italiana al Cairo nella giornata di lunedì 2 maggio.
Il CO.R.UM si preoccuperà di dare conferma immediata alla richiesta di adesione.

CHI SIAMO

Il COnvoglio Restiamo UMani nasce da singoli, associazioni e movimenti da sempre vicini alla popolazione palestinese, come reazione necessaria all’uccisione di Vittorio Arrigoni.
Nei primi momenti abbiamo scelto di ricordare Vittorio ognuno a suo modo, raccontando chi era, cosa faceva e cosa lo aveva spinto a vivere per anni nella prigione a cielo aperto che è la Striscia di Gaza.
L’idea del convoglio prende forma da un senso di vuoto e impotenza che si è trasformato in una risposta collettiva, determinata, organizzata dal basso: tornare a Gaza.
Il sogno di Vittorio è anche il nostro sogno.
Dare voce a Gaza, soffocata dall’assedio e dal silenzio internazionale.
Riportare a Gaza Vittorio attraverso le idee che ispiravano il suo agire quotidiano.
E che sono anche le nostre.
“E alla fine sono tornato.
Non sazio del silenzio d’assenzio di una felicità incolta
accollata come un cerotto mal riposto su di una bocca che urla.”
Vittorio Arrigoni, Gaza 25 dicembre 2008

OBIETTIVI

Essere a Gaza il 15 maggio a un mese dall’assassinio di Vittorio Arrigoni nell’anniversario della Nakba, passando dal valico di Rafah.
Perché vogliamo gridare forte e chiaro quello che la voce di Vittorio ci ha detto tante volte: Restiamo Umani!
Per ribadire che la solidarietà internazionale verso la popolazione palestinese non può essere fermata.
Per dare nuove energie e continuità al lavoro di informazione indipendente che Vittorio, insieme agli uomini e alle donne palestinesi, stava portando avanti da una Gaza sotto assedio.
Per sostenere la popolazione palestinese e i giovani che lottano quotidianamente per la liberazione dall’occupazione israeliana.

COSTI

Per coprire le spese dei documenti necessari, per i trasporti, il vitto e il pernottamento si prevede una spesa complessiva di circa 250 Euro. Speriamo di poter ridurre questa cifra il piu’ possibile.
Sono già in calendario, e inizieranno da oggi, le iniziative di autofinanziamento per gli obiettivi del convoglio.
Il costo del viaggio fino al Cairo e’ escluso da questa cifra, cambiando notevolmente a seconda del paese di provenienza.

COME PARTECIPARE
Si dovranno soddisfare delle condizioni minime per poter partecipare al CO.R.UM., questo è necessario per garantire la sicurezza e la riuscita del convoglio.

CONTATTI PER L’ITALIA
e-mail : vik2gaza[at]autistici[.]org
phone : 0039.333.3666713

DONAZIONI

Se vuoi contribuire economicamente ai progetti che verranno sostenuti da CO.R.UM. sia durante la permanenza a Gaza che successivamente, puoi fare una donazione sul seguente conto:
NAME: Giovanni Lisi
BIC: BAECIT2B
IBAN: IT 94 k 03127 03241 0000000001237

Rivolta in Siria: Hezbollah si schiera con i carriarmati

28 aprile 2011 6 commenti

Hassan Nasrallah, carismatico e geniale leader del partito armato sciita Hezbollah, ha taciuto per molti giorni mentre piazza Tahrir con la sua determinazione cacciava a calci in culo Hosni Mubarak dopo trentanni di indiscusso potere. C’ha messo tanto, Nasrallah, a prender parola, lui che della parola è esperto maestro: ha impiegato molto tempo ed ha avuto anche diversi problemi nello spiegare il motivo di tutta questa attesa.
Le masse islamiche partecipanti alle piazze rivoluzionarie lo hanno atteso per molto, con infinita aspettativa; volevano la sua legittimazione, volevano che strizzasse l’occhiolino a loro, lui che tante volte era riuscito a far tremare addirittura l’invincibile esercito israeliano. Ha atteso ma alla fine s’è schierato, con un certo imbarazzo ma alla fine ha detto faccia alle telecamere che desiderava anche lui, per le masse di giovani arabi musulmani e non, uno slancio democratico che cacciasse via i vecchi mostri torturatori detentori del potere.
L’ha fatto per la Tunisia, ma solo dopo che i fatti egiziano travolgessero il presente. Ora, con la Siria e i suoi carriarmati schierati; ora che è Bashar al-Assad a sparare sulla gente e tenere le redini del potere, ora che sono i siriani a provare ad alzare la testa e riappropriarsi di un po’ di libertà, il “partito di Dio” corre a stringersi a coorte.
Sostegno totale al partito Baath, sostegno totale alle forze di sicurezza siriane, sostegno a chi spara e assedia le città: la televisione al-Manar oggi è riuscita anche a dichiarare che l’esercito e i cingolati sono arrivati su esplicita richiesta della popolazione nelle mani di frange estremiste che gestiscono la rivolta. Un delirio.

Per quanto riguarda le strade siriane.. i morti non si contano ormai più e le notizie sono sempre più allarmanti da diversi punti del paese, soprattutto in vista di domani, un venerdì che sarà l’ennesimo bagno di sangue. I confini con Giordania e Libano son serrati. A Daraa, la città in stato d’assedio da giorni, il quarto reggimento arrivato in tutta fretta da Damasco ha iniziato uno scontro a fuoco contro il quinto reggimento, in cui molti nei giorni scorsi hanno disobbedito all’ordine di sparare sulla popolazione. 

Sotto processo le mamme di compagni e compagne: vergogna!

28 aprile 2011 Lascia un commento

Il 5 maggio p.v.si avvierà l’udienza che vede come imputate le mamme di Francesca e Gabriele e l’ex consigliera regionale di SEL Anna Pizzo.

Il 14 settembre 2009 viene messo in atto un assurdo e scenografico arresto dei compagni, della compagna e di alcuni occupanti della ex scuola 8 marzo. Tali arresti, voluti dal PDL romano, si basavano su accuse false ed infamanti con l’unico scopo di bloccare una piccola lotta sociale in corso che vedeva protagoniste alcune decine di famiglie che, con i compagni del C.S.O.A. Macchia Rossa, avevano occupato l’ex scuola 8 Marzo abbandonata da anni.

Il giorno dopo gli arresti, le mamme di Francesca e Gabriele, accompagnate da alcuni consiglieri regionali, si recano in visita presso il carcere di Regina Coeli e Rebibbia. Il direttore di Regina Coeli Mauro Mariani denuncia la presenza della madre di Gabriele che in quanto familiare diretto non poteva vedere il proprio figlio prima dell’interrogatorio di garanzia. Il suo zelo contagia anche a direttrice di Rebibbia Femminile dr.ssa Zainahi, che a posteriori denuncia la madre di Francesca. La comunicazione della chiusura delle indagini ed il provvedimento di rinvio a giudizio per le mamme e per la consigliera Anna Pizzo seguono di lì a poco con sospetta tempestività, quando i compagni e la compagna erano ancora agli arresti domiciliari.

Le mamme e la consigliera Anna Pizzo sono entrate in carcere perché conoscono la violenza che regna all’interno delle caserme, dei commissariati e degli istituti penitenziari. E’ di soli pochi giorni più tardi l’agghiacciante notizia della morte di Stefano Cucchi: ragazzo assassinato per mano di carabinieri, agenti di polizia penitenziaria e medici dell’Ospedale Pertini, quelli cioè che dovrebbero essere i tutori della legge, delle buone condizioni di vita all’interno delle carceri e assicurare l’assurdo concetto di “rieducazione” e di quelli che dovrebbero garantire il diritto alla salute ed alla vita. Ma le nostre madri non vengono dalla montagna del sapone, Sconvolte politicamente e ed ancor più emotivamente dall’arresto e da una campagna stampa che ci dipingeva come dei mostri, degli aguzzini, dei razzisti, guerrafondai , dei ladri e come cioè persone prive di qualunque scrupolo, hanno voluto costatare con i loro occhi, che ai loro figli non fosse stato torto un capello. Hanno voluto con la loro presenza dimostrarci la loro vicinanza e solidarietà, per un arresto ingiusto che si era abbattuto su di noi e che stava infamando un intero movimento.

L’aver rinviato a giudizio le mamme e la consigliera Anna Pizzo, è soltanto l’ennesimo tassello di un accanimento giudiziario ed una campagna diffamatoria, come non se ne vedevano da molti anni e che da aprile 2009 ha intessuto la cronaca della ex scuola 8 marzo. Crediamo che questa udienza sia l’antipasto di un boccone ben più ghiotto che vuole mettere a processo non solo i compagni e la compagna ma attraverso loro anche un intero movimento come quello per il diritto all’abitare , che si organizza e lotta. Questo processo vuole mettere alla sbarra la capacità di tanti/e di autodeterminarsi e sottrarsi al ricatto del affitti a nero e dello sfruttamento e riconosce nella lotta e nello strumento della autorganizzazione l’unica possibilità di riscatto politico e sociale.

CSOA Macchia Rossa
Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa

Un comunicato di solidarietà a Paolo Persichetti, querelato da Saviano

27 aprile 2011 6 commenti

La notizia è questa: Roberto Saviano ha querelato Paolo Persichetti, compagno e giornalista di Liberazione, nonché il direttore dello stesso giornale, Dino Greco. Una denuncia penale per diffamazione a mezzo stampa è stata depositata contro Paolo, in qualità di autore degli articoli messi sotto accusa.  Pare che Saviano non abbia gradito il modo in cui Paolo ha raccontato, lo scorso 14 ottobre, la vicenda della diffida inoltrata dal centro Peppino Impastato all’editore del suo penultimo libro, La parola contro la camorra.

Paolo Persichetti, ancora in regime di semilibertà

La parola appunto, quella che Saviano dice fin dal titolo di utilizzare come strumento per combattere il crimine organizzato, veicolo di libertà che lui sostiene di difendere contro le molte censure, di cui sarebbe vittima; quella parola che diffonde attraverso tutti i media, a destra e a manca, trasversalmente agli schieramenti politici, resta legittima solo se da lui pronunciata. La sua parola, a quanto pare ormai l’unica parola possibile, che esclude le altre, soprattutto se sono critiche nei suoi confronti, se ne raccontano limiti e inesattezze, se ne mettono in crisi il meccanismo, tutto mediatico, di critica a una parte sola del sistema capitalistico.

Quelle parole “altre” che per Saviano non possono essere libere, ma che vanno fermate per mezzo dell’intimidazione penale, della richiesta di carcere e dell’accusa di corrività con quelli che lui ha eletto suoi acerrimi nemici mortali, i Casalesi. I suoi critici sono immediatamente considerati amici dei suoi nemici. I familiari e il centro intitolato a Peppino Impastato, militante di Democrazia proletaria, animatore a Cinisi dell’emittente libera “Radio aut”, assassinato nel maggio 1978 dai sicari di Tano Badalamenti, boss ferocemente anticomunista saldamente legato al potere democristiano, avevano segnalato alcune inesattezze presenti nel suo testo e chiedevano di apportare le dovute correzioni. Messo in discussione come amministratore della storia di un’antimafia che non conosce, Saviano ha opposto uno sprezzante silenzio, un’indifferenza che segnala come il rifiuto di adularlo sia per lui una insopportabile e delittuosa ferita narcisistica. Tale silenzio, apparentemente indifferente, non ha impedito a Einaudi di comportarsi ancora peggio. La casa editrice torinese, di proprietà da anni di Berlusconi, ha minacciato i familiari di ritorsioni legali se non avessero smesso di agitarsi pubblicamente. L’intera vicenda potete trovarla con dovizia di particolari sul sito del centro (www.centroimpastato.it). La querela contro Liberazione appare, dunque, l’espediente per capovolgere l’ordine del problema, che per giunta suona come una promessa di punizione contro chi ha osato dare voce alle critiche. Il dispositivo Saviano con le sue parole, i suoi libri, le sue prese di posizione, la sua semplice presenza, legittimate dalla postura cristica e l’interpretazione vittimistica del proprio ruolo, garantisce la verità morale, sempre più distante da quella storica. Una macchina da guerra mediatica messa a totale disposizione degli imprenditori delle emergenze, dei guerrieri delle battaglie giudiziarie contro il crimine. Il risultato è una trasfigurazione della lotta contro le organizzazioni criminali che rende mistica la legalità, edifica una forma di Stato etico che fa della soluzione giudiziario-militare predicata una medicina peggiore del male. Del personaggio Saviano meglio tacere. Gli preferiamo persone come Vittorio Arrigoni che non si riteneva depositario di nulla e metteva in gioco le proprie idee senza imboscarsi dietro potenti gruppi editoriali-finanziari. Gli preferiamo compagni come Paolo, che nonostante viva tutt’ora in regime di semilibertà per le sue scelte politiche fortemente represse dallo Stato, continua a mettersi in gioco, alla luce del sole, senza nascondersi dietro le intimidazioni penali e gli scudi politico-economico di cui gode gentaglia come Saviano.

CSOA “MACCHIA ROSSA” MAGLIANA
Via Pieve Fosciana, 56/82/88
www.inventati.org/macchiarossa

25 APRILE? LIBERAZIONE?

25 aprile 2011 Lascia un commento

Non fiori per Vittorio, ma donazioni per la Palestina: richiesta dalla famiglia Arrigoni

23 aprile 2011 1 commento

La famigliia di Vittorio avrebbe piacere che gli amici e i compagni di Vik non inviassero fiori ma donazioni per la Palestina sul seguente conto, riportando nella causale che si tratta di un contributo per la causa palestinese.
Successivamente la famiglia deciderà a quali progetti saranno devolute le donazioni pervenute.
La famiglia di Vittorio ci tiene a sottolineare che questo è solo un suggerimento ma che ognuno ovviamente può omaggiare Vittorio nel modo che ritiene più opportuno.
Di seguito le COORDINATE:

  • Iban      IT16Y0542851000000000000791
  • BIC        BEPOIT21
  • Intestato ad Egidia Beretta
  • Banca Popolare di Bergamo Filiale di bulciago

Restiamo Umani. Stay Human.

Vittorio’s family would invite friends and comrades of Vik not to send flowers but donations on the following account to support Palestine, reporting in the Payment Reason that it’s a contribution to the Palestinian cause. Afterwards Vik’s family will decide which projects want to fund.
Vittorio’s family would like to underline this is just a suggestion but of course everyone can pay homage to Vik as he thinks proper.
BANK DETAILS as follows:

  • IBAN NO            IT16Y0542851000000000000791
  • SWIFT NO         BEPOIT21
  • HOLDER            Egidia Beretta
  • BANK NAME      Banca Popolare di Bergamo Branch of Bulciago

Restiamo Umani. Stay Human.

Siria: 23 aprile, in costante aggiornamento

23 aprile 2011 1 commento

Mentre più di 150 pulmann escono dalla città di Daraa per andare a portare omaggio ai corpi degli uccisi di ieri, mettiamo un resoconto parziale delle vittime pubblicato da Al-Jazeera. Le organizzazioni per i diritti umani del paese parlano di 103 uccisi: tra le vittime di ieri si registrano anche diversi bambini.
Homs: 21 – Bab Amr in Homs: 3 – Teldo in Homs: 1 – Damascus: 3 – Kaboon: 4
Madamia in Rif Dimashq: 9 – Zamalka in Rif Dimashq: 3 – Jobar in Damascus: 2
Darayya in Damascus: 4 – Harasta in Rif Dimashq: 5 – Duma in Rif Dimashq :  5
Al Hajjar Al Aswad in Rif Dimashq: 4 – Ezra in Daraa: 32 – Al Herak in Daraa: 1
Hama: 5 – Latakiya: 1
Qui in continuo aggiornamento i nomi e le età.

Alle nostre 13 arriva la notizia di molte gambizzazioni effettuate da diversi cecchini contro i cortei funebri, soprattutto nel quartiere suburbano di Duma, a pochi passi dalla capitale. Le vittime di questo cecchinaggio sui funerali sono già tre: i cecchini sembrano essere posizionati sui palazzi del partito Baath.

14:00 Quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro il funerale di Duma erano circa 50.000 i manifestanti che avevano davanti. Le ultime notizie mutano il bilancio a 7 morti, tutti come sempre completamente disarmati e colpiti a distanza da cecchini.
14.15: imposto coprifuoco nel sobborgo damasceno di Barze. I reparti dei servizi di sicurezza impediscono alla popolazione di uscire di casa.
Ci aggiorniamo più tardi

Ultimo saluto dei compagni romani a Vittorio

21 aprile 2011 Lascia un commento

Camera ardente per Vittorio Arrigoni oggi giovedi dalle 16 alle 19 a Piazzale del Verano. Alle 19 assemblea cittadina al csoa Forte Prenestino.

Dopo 6 giorni di presidio permanente al centro della città, l’appello dei e delle solidali:

Hanno ucciso Vittorio ma non possono uccidere la solidarietà internazionale. Invitiamo le compagne e i compagni di Roma a partecipare ad un’assemblea cittadina da tenersi giovedì 21, alle ore 19.00 al Forte Prenestino, per immaginare insieme la costruzione di una carovana internazionale che possa rompere l’assedio di Gaza passando per il valico di Rafah.

Breve report del presidio di questi giorni:
Dal 14 aprile, appena saputa la notizia del rapimento di Vittorio, è nato un presidio spontaneo e arrabbiato davanti il parlamento.

Nonostante le provocazioni continue delle forze dell’ordine e i tentativi di sgombero a qualsiasi ora del giorno e della notte, il presidio si concluderà solo questa sera, con il saluto a Vik della Rete romana di solidarietà con la PalestinaIl presidio permanente vive di momenti di scambio e d’incontro tra solidali, ci unisce la rabbia per la perdita di un compagno e l’amore per la libertà e per Palestina. Abbiamo scelto di stare per strada tutte e tutti insieme mantenendo un continuo flusso di comunicazione con Gaza e la Palestina intera perchè nessuno/a voleva sentirsi solo/a nel dolore e nella voglia di sradicare l’oppressione che rende disumano tutto il mondo.
Nel pieno della notte tra il 14 e il 15, saputa la notizia che non avremmo mai voluto ricevere, è stata convocata una conferenza stampa da parte degli amici e dei compagni di Vittorio.

Durante la conferenza stampa una delegazione ha voluto incontrare un membro della presidenza del consiglio, per porre con forza delle questioni irrinunciabili prima che la morte di Vittorio venisse strumentalizzata da governanti e pennivendoli di tutto il mondo.
Riportiamo parte del comunicato della delegazione sui punti principali presentati:
1)    Che il governo italiano si renda garante di qualsiasi richiesta la famiglia di Vittorio Arrigoni avanzerà riguardo al rientro della salma;
2)    Che il governo italiano, attraverso un’interlocuzione diretta con il governo della Striscia di Gaza, chiarisca cos’è successo dal momento del sequestro all’uccisione di Vittorio Arrigoni, spiegando cosa è stato fatto per evitare il peggio;
3)    Che il governo italiano garantisca la possibilità di entrare nella Striscia di Gaza attraverso il confine egiziano a chi nei prossimi giorni si recherà là per omaggiare Vittorio e dare un segno di continuità al lavoro che svolgeva a Gaza;
4)    Che il governo italiano garantisca di partire con la prossima Flotilla internazionale diretta a Gaza.
5)    Che il governo italiano riveda le proprie posizioni di appoggio incondizionato alle politiche di occupazione israeliana, contro le quali Vittorio si batteva da tempo a fianco dei palestinesi e per le quali ha pagato con la vita.
Se chi governa l’europa sceglie di fare accordi economici, militari e politici supportando l’occupazione assassina d’Israele ed ogni forma di dominio, NOI RESTIAMO UMANI, BOICOTTIAMO ISRAELE E RIFIUTIAMO L’APARTHEID.

STOP OCCUPATION, FREE PALESTINE!

per salutare VITTORIO ARRIGONI

20 aprile 2011 1 commento

Il rientro del corpo di Vittorio Arrigoni è confermato per domani, mercoledì 20, alle 19.50 all’aeroporto di Fiumicino, al terminal Cargo City situato in piazza Caduti italiani di Bosnia del 1992. Da lì sarà trasferito all’Ospedale Umberto I presso il reparto di Medicina Legale, in via Cesare de Lollis a S. Lorenzo.
L’appuntamento per chi vorrà essere a Fiumcino è alle ore 19 al terminal del trenino che da Roma porta all’aeroporto. Da lì prenderemo insieme il bus shuttle per Cargo City.
Portiamo kefiah, bandiere e cartelli.
A partire dalle 21, e per tutta la notte di domani, ci sarà una fiaccolata al piazzale del Verano, di fronte all’ospedale Umberto I.

La data dei funerali, che si svolgeranno a Bulgiago in provincia di Lecco, è stata fissata per domenica 24 alle 16.30. Sono stati organizzati due pullman per chi vorrà essere presente. Cerchiamo di essere in tanti perchè si sappia che il suo testimone è nelle mani delle decine di migliaia di attivisti che l’hanno apprezzato e amato in questi anni.

Per info e prenotazioni telefonare ai numeri: 347.6090366 oppure
339.6641600 oppure scrivere a p.cecconi@inwind.it
ceciliadallanegra@gmail.com

Ricordiamo inoltre l’assemblea cittadina di giovedì sera per confermare la solidarietà internazionale al fianco di chi vive sotto assedio a Gaza e in tutta la Palestina. Rompiamo l’assedio, fermiamo l’occupazione:
Hanno ucciso Vittorio ma non possono uccidere la solidarietà internazionale. Invitiamo le compagne e i compagni di Roma a partecipare ad un’assemblea cittadina da tenersi giovedì 21, alle ore 19.00 al Forte Prenestino, per immaginare insieme la costruzione di una carovana internazionale che possa rompere l’assedio di Gaza passando per il valico di Rafah.

[Ci vediamo nel profondo nord, Vik]

Sgomberi al Laurentino

19 aprile 2011 Lascia un commento

Laurentino 38, V ponte. Nella tarda mattinata di venerdì 15 Aprile carabinieri e tecnici dell’ACEA danno vita all’ennesima operazione repressiva volta a colpire una ventina di immigrati (alcuni in possesso di permesso di soggiorno e altri sprovvisti), che da tempo avevano ricavato un alloggio attraverso l’occupazione di alcuni locali abbandonati.
Una volta sgomberate le abitazioni, alcuni degli immigrati sono stati immediatamente trasferiti alla caserma dei carabinieri della Cecchignola per l’identificazione e l’avvio delle procedure previste dal caso.
Dietro questa operazione, l’ennesima che ricade sulle vite degli immigrati, c’è anche un primo avvertimento rivolto a tutti gli altri nuclei familiari occupanti del V e del VI ponte, per far capire le intenzioni del governo della città e delle imprese private come l’ACEA: l’emergenza abitativa continua ad essere un problema da affrontare esclusivamente attraverso l’intervento delle forze dell’ordine, gli immigrati sono i primi a pagarne le conseguenze, poco a poco toccherà a tutti gli altri.

Foto di Valentina Perniciaro _mani di ogni colore_

Nel pomeriggio della stessa giornata veniva inaugurato invece il Centro Polivalente Elsa Morante, un luogo che a parole dovrebbe essere destinato alla diffusione della cultura, ma che nei fatti rappresenta, anche in questo caso, una fonte di guadagno per diverse imprese, tra cui Zetema, che ne ha ricevuto la gestione direttamente dal Comune di Roma attraverso il solito sistema clientelare di amicizie e scambio di favori tra politici e imprenditori.
Un gruppo di occupanti del V e del VI ponte, cogliendo l’occasione della presenza di diversi rappresentanti istituzionali, tra cui il presidente del Municipio XII Calzetta e del sindaco Alemanno, decide di presentarsi all’inaugurazione pubblica di questa struttura, ma viene bloccata dall’abbondante presenza di polizia, carabinieri e digos, che hanno minacciato di arrestare il gruppo, composto da famiglie ed attivisti del quartiere, nel caso in cui la cerimonia fosse stata rovinata.
I fatti parlano già di per sé abbastanza chiaro: da una parte, di nascosto e lontano dai riflettori mediatici, si mostra, attraverso l’uso della forza e del ricatto, il vero volto dei poteri politici ed economici della città nei confronti delle fasce economicamente più deboli della popolazione, mentre dall’altra, con la scusa di fornire il quartiere di nuovi servizi, si consumano le più becere menzogne circa l’impegno delle istituzioni nei confronti dei quartieri di periferia come Laurentino 38.
Vergognoso, disumano ed infame è stato lo sgombero delle famiglie immigrate occupanti del V ponte, portato avanti senza tenere minimamente in considerazione le necessità di vita che queste portano, come pietosa è stata la vetrina innalzata in occasione dell’inaugurazione (militarizzata) del Centro Culturale Elsa Morante, fatta di pagliacci, banda dell’esercito e bandierine tricolori distribuite tra i (pochi) partecipanti.

Guardie, politicanti ed aguzzini vari fuori dal quartiere.

L38 Squat/Laurentinokkupato

Saviano e il brigatista

16 aprile 2011 2 commenti

“A tutti i delinquenti solidali”…lettera dal carcere femminile di Bologna

16 aprile 2011 Lascia un commento

Abbiamo parlato ( e continueremo a farlo) della repressione che ha colpito alcun@ compagn@ attivi nella lotta contro i Centri di Identificazione ed Espulsione per migranti a Bologna.
Questa, una splendida lettera che ci giunge da due compagne private della loro libertà, nel carcere della Dozza.

«A tutti i delinquenti solidali. La solidarietà è arrivata forte e copiosa con lettere, telegrammi che per il numero hanno mandato in tilt le guardie e persino raccomandate per assicurarsi che arrivassero.
Fa molto bene al cuore.
L’accusa per i presi, per chi ha avuto altri provvedimenti restrittivi e per tutti gli indagati, è di Associazione a delinquere.
Sperimentata contro i compagni leccesi come formula più adatta, rispetto all’associazione sovversiva, per colpire gli anarchici e riproposta in altri procedimenti come nel caso di Torino, ora anche la banda della digos di Bologna la tira fuori dal cilindro per fare il colpaccio contro il loro incubo in città. Ma ci mette un po’ del suo e aggiunge “con finalità eversive”.
Dopo aver descritto il Fuoriluogo come una sede in cui si organizzano numerosi iniziative interne ed estere e il legame tra noi come forte e intenso, elencano una lunga serie di “illegalità” commesse insieme o separatamente che per altro non sono che il susseguirsi di procedimenti penali in corso ben noti, per i quali o siamo già stati processati pagandone (in particolare alcuni di noi) pesantemente il prezzo o lo saremo. Si tratta di resistenze, danneggiamenti, violenza privata, presidi non autorizzati, ecc ecc. I soliti capi d’imputazione che gravano sulle spalle di chiunque porti avanti lotte che disturbano.
Da qui all’accusa di Associazione a delinquere il “ragionamento” si fa oscuro, si sente il rumore dello scricchiolio sugli specchi. Ma tant’è. Una volta costruita la struttura, per quanto infondata e assurda sia, toccherà a noi smontarla. Così fanno e così è.
Poi, ancora con capi, sottocapi e soldatini. Ci provano sempre perché è il modo per colpire e perché non entra loro in testa che ci si possa rapportare diversamente. Si “dimostra” che una è la capa perché si impegna molto nella raccolta di dati da riportare su volantini e nella riuscita delle iniziative. In una telefonata con un compagno in difficoltà economiche che gli impedivano di essere presente a un presidio o a un corteo lo incoraggiava ad andare dicendo. “Ma dai che li troviamo, qualcuno li tirerà fuori” – certo, con il suo solito tono che è da molti conosciuto.
Insomma, una serie di episodi noti e stranoti e di intercettazioni del tenore di quella riportata sopra costituiscono la trama dell’intreccio digossino avallato da una pm con dei sassolini nelle scarpe.
Noi due, dal reparto femminile, stiamo bene. Siamo ancora separate e in isolamento. La posta arriva ma forse non tutta.
Vi abbracciamo forte e continuiamo a lottare insieme a voi per un mondo senza recinti materiali o generati da paure indotte e da meschinità. Senza servi né padroni con le loro nefandezze e nocività.
Ci ritroveremo presto ma, come qualcuno ha scritto in un telegramma, se vi raggiungiamo noi è meglio.

Stefi e Anna»

Egitto: la repressione colpisce i blogger

12 aprile 2011 1 commento

Ieri è arrivata l’ennesima condanna ad un blogger, più grave delle altre perché questa volta non è stato il regime di Mubarak a sancire il carcere per questo ragazzo. La condanna decisa per questo ragazzo, colpevole delle parole usate online, è la prima da quando il Consiglio supremo delle forze armate tiene le redini del potere, in attesa delle elezioni. 
Maikel Nabil è stato condannato da un tribunale militare a ben tre anni di prigione per aver postato su internet, attraverso il suo blog (intitolato “L’esercito e il popolo non sono mai dalla stessa parte”)e alcuni social network, messaggi che criticavano il ruolo dell’esercito sia nell’era del regime, sia durante e dopo le settimane della cosiddetta rivoluzione di piazza Tahrir. Gli avvocati, peraltro non informati dell’udienza e quindi non presenti in aula, hanno detto che ricorreranno in appello per tentare di bloccare la repressione su Maikel. Oggi le notizie che giungono dal paese del grande fiume ci raccontano di Safwat el-Sharif, uomo chiave del rerime, che da oggi si trova in regime di custodia cautelare per accuse riguardanti appropriazioni indebite di denaro: insieme a lui anche l’ex presidente dell’Assemblea del popolo Fathi Sorour e l’ex capo di gabinetto Zakaria Azmi.

In piazza Tahrir, dove alcuni manifestanti cercavano di rimanere dalla manifestazione dello scorso venerdì, l’esercito si sta dispiegando in numero più massiccio per eliminare traccia di qualunque accampamento. Le notizie dell’ultima ora ci parlano anche di un ricovero di Mubarak nell’ospedale si Sharm el-Sheik… ancora una volta

 

Gli arresti di Bologna, contro chi lotta per la libertà

12 aprile 2011 1 commento

AGGIORNO CON QUESTE NOTIZIE VECCHIE DI QUALCHE GIORNO… ma purtroppo qui non si ha tempo manco di respirare con questa vita di merda che si fa, in questa quotidianità di lavoro, sfruttamento e carcere.
Solo col cuore, e nemmeno con una riga, ho seguito la vicenda che ha colpito i compagni di Bologna, attivi nella lotta contro i Cie e la segregazione dei migranti che arrivano in Italia. Un attacco pesante a questi compagni, privati della loro libertà dopo una grossa operazione di polizia..
Qui gli stralci da Macerie .
Cinque arresti, sessanta perquisizioni in tutta Italia (di cui due a Torino), sette misure cautelari, un circolo di compagni messo sotto sequestro. Questo sembra il primo bilancio di una grossa operazione repressiva contro i compagni di “Fuoriluogo” di Bologna. L’accusa è quella, che già conosciamo, di associazione a delinquere e i fatti specifici tirati in ballo sono una serie di iniziative e attacchi contro i Cie, la guerra, il nucleare, e contro le aziende che ci lucrano sopra – o che direttamente ne sono i mandanti (tra tutte l‘Eni, ma pure la Misericordia di Giovanardi e l’Unicredit) – e pure contro chi la guerra e la detenzione di massa la propaganda ogni giorno a spron battutto (la Lega).
Secondo alcuni lanci d’agenzia, al centro del “sodalizio crinimoso” ci sarebbe pure un “giornale clandestino”: è quell’«Invece» del quale abbiamo pubblicato qualche estratto (12). I poliziotti questa mattina lo cercavano affannosamente nelle nostre case, voi lo potete trovare comodamente in buona parte delle distribuzioni di movimento, oppure scrivendoci.
Maggiori notizie ve le daremo man mano che i contorni esatti di questa vicenda si saran chiariti. Inutile dirvi, però, è che il modo migliore di star vicini ai nostri compagni bolognesi che si son ritrovati impigliati in questa vicenda giudiziaria e che per ora hanno le mani legate è utilizzar le nostre per proseguirne la lotta. I temi, del resto, sono quelli di tutti, e le occasioni non mancheranno un po’ dappertutto. Tra tutte, anche il corteo che gli arrestati prevedevano per il 16 aprile, a Bologna, del quale vi parlavano giusto ieri.

Aggiornamento 7 aprile. C’è un sesto compagno, tra i fermati di ieri, che è ancora in carcere, ma a Ferrara. È Francesco, e solo per lui, domani, ci sarà l’udienza di convalida dell’arresto. Gli altri cinque sono nel carcere bolognese della Dozza.  Per il corteo di sabato 16, da Torino partirà un pullman. Chi volesse venire può prenotarsi il posto, il più velocemente possibile, scrivendo a bologna16aprile@gmail.com o mandando un sms al 346.9734897.

macerie @ Aprile 6, 2011

una bella notizia: Francesco, il compagno fermato a Ferrara che ha avuto l’udienza di convalida dell’arresto stamattina è libero. Non sappiamo se abbia delle restrizioni, o degli obblighi, o se semplicemente l’arresto non sia stato convalidato.

macerie @ Aprile 8, 2011

 

 

Egitto: peggio di prima!

10 aprile 2011 1 commento


Si dovevano celebrare i due mesi senza la presenza di Hosni Mubarak, due mesi dalla sua caduta, dalla fuga nel fortino di Sharm, mentre piazza Tahrir stremata da 18 giorni di rivolta, esultava troppo presto per una rivoluzione ancora tutta da fare.
La manifestazione indetta è stato un territorio di battaglia, dove i soldati hanno attaccato i manifestanti e tirato giù le tende presenti, tende che appaiono e scompaiono continuamente da quelle isola di aiuole al centro dell’immensa piazza. Ci sono due morti a terra, uccisi da colpi d’arma da fuoco e 71 feriti (molti violentemente picchiati o intossicati dal fitto uso di gas urticanti e asfissianti). L’esercito ha caricato quasi immediatamente per disperdere le duemila persone che erano già arrivate in piazza, incredule davanti a quella reazione, totalmente inaspettata malgrado la situazione per i manifestanti sia mutata già da una manciata di settimane.
La piazza poi si è riempita, più di diecimila persone si sono scontrate con le forze armate… probabilmente la furia dell’esercito è scattata quando molti sottoufficiali, dal palco della piazza, si sono uniti alla manifestazione con una chiarezza mai espressa fino ad ora, contro i loro stessi vertici, che pochi minuti dopo hanno iniziato ad ordinare di sparare e disperdere tutti. Un pulmann dell’esercito è stato dato alle fiamme, ma i sassi sono stati l’arma più usata, in risposta a gas e piombo. Quarantadue persone risultano in stato di fermo.

Foto di Valentina Perniciaro _Qualcuno già aveva capito, in piazza Tahrir_

Il popolo di piazza Tahrir sembra aver finalmente capito che l’esercito rientra tra i nemici di questa rivoluzione e l’ha capito ovviamente solo dopo aver visto scorrere il proprio sangue: l’esercito ha sparato contro di loro, ha dimostrato di essere parte integrante di quel regime che troppo ingenuamente pensavano di aver raso al suolo solo con le magnifiche giornate di febbraio … un’illusione finita più che velocemente, come si poteva immaginare.
In piazza si scendeva anche contro il generale Hussein Tantawi, a capo del Consiglio supremo delle Forze armate egiziane, in cui in troppo avevano creduto fino a poco fa “Non hai più la nostra fiducia” urlavano i manifestanti e, fino a poco prima delle cariche, uno degli slogan era anche “Forze Armate, avete un posto nel nostro cuore, non perdetelo”… cosa accaduta definitamente pochi minuti dopo.
Non vogliono più che l’esercito sia per le strade, vorrebbero ancora poter credere in un reale cambiamento nella gestione del potere ma la frustrazione è ormai l’unico sentimento che pregna chi fino a poco tempo fa festeggiava per un futuro tutto nuovo in via di costruzione.

Questa mattina Ahmed Salah, espontente del movimento 6 aprile e leader di piazza Tahrir ha detto che in Egitto “è in atto una cospirazione evidente per mantenere il vecchio regime. Quasi tutti i partiti di opposizione tacciono per opportunismo. Stanno uccidendo la rivoluzione, nessuna delle nostre richieste è stata esaudita. Chiediamo – racconta – che i militari lascino subito il potere, sostituiti da un consiglio presidenziale civile. Che si fermi davvero la corruzione rimuovendo e processando tutti gli elementi del vecchio regime, compresi Mubarak e famiglia. Vanno rimossi anche i giudici che continuano a fare processi pur essendo collusi col vecchio regime. Infine la richiesta di rinviare il voto di settembre: è troppo presto, si devono ancora formare partiti liberi, manca una vera Costituzione, ci vogliono riforme. La gente prima di votare deve sapere chi è” … se il referendum fosse andato diversamente non starebbero in questa situazione, ma il tradimento di alcuni partecipanti della “rivoluzione”, come i Fratelli Musulmani è ormai dichiarato.

Intanto già alle prime ore dell’alba i manifestanti hanno tentato di riprendere posizione e barricarsi…il filo spinato usato dall’esercito per bloccare gli accessi è ora nelle loro mani, che stanno tentando di usarlo per proteggere i punti di ritrovo…

anche questa giornata sarà lunga, per le strade del Cairo.

 

A Kadjali, morto troppo lontano da casa sua

9 aprile 2011 1 commento


E’ morto il nostro amico e fratello Kadjali.
Il suo viaggio dal Senegal è iniziato nel 2006 ed è durato 2 anni. Due anni passati in Libia a lavorare come muratore, pagato una miseria. A quella miseria è riuscito a sopravvivere  e con quella miseria si è pagato il viaggio per attraversare il Mediterraneo ed ad approdare a Lampedusa. Era il dicembre 2008.
Kadjali dopo aver cercato inutilmente di regolarizzare la sua condizione di clandestino, finisce Rosarno dove il lavoro nero e lo sfruttamento non chiedono documenti.
Nel gennaio 2010 si ribella con gli altri lavoratori africani della Piana contro le disumane condizioni di lavoro e di vita. Costretto nuovamente a fuggire arriva a Roma assieme a centinaia di suoi fratelli. Scappa di nuovo per mettere in salvo la sua vita. Dorme alla stazione Termini finché cittadini e movimenti impegnati contro le politiche sull’immigrazione del Governo italiano non si mobilitano per dare accoglienza e sostegno a chi a Rosarno si era ribellato. Kadjali insieme ai suoi fratelli a Roma inizia una lotta per ottenere un permesso di soggiorno che non farà mai in tempo a ritirare e un lavoro in regola che non riuscirà mai a ottenere.
Colpito da meningite muore sabato 2 aprile, dopo due settimane di coma.
Gli è stato negato il diritto di vivere liberamente.
Gli è stato negato il diritto di scegliere dove vivere.
Gli è stato negato il diritto di vivere in condizioni salubri e sicure.
La mancanza di queste condizioni ha indebolito il suo sistema immunitario rendendolo soggetto a qualsiasi pericolo.
Il suo rimane un sogno mai realizzato.
La sua famiglia è lontana. E’ una famiglia di contadini e ha deciso di riavere il corpo per seppellirlo nella terra del suo paese.
L’Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno, la comunità senegalese di Roma e chi ha conosciuto Kadjali hanno deciso di organizzare una raccolta di fondi per le spese necessarie al rimpatrio della salma e per aiutare la famiglia in questo momento.

E’ stato attivato un conto corrente IT20R0760103200000003035432 (intestato a Veronica Padoan) e si stanno organizzando iniziative e collette in diverse realtà romane.

Domenica 10 Parco Ex-Snia (Via Prenestina 175)
Dalle ore 10.30  – Festa di Primavera

Giovedì 14 c.s.o.a. ExSnia (via Prenestina 173)
Ore 20.00 Cena di sottoscrizione

Foto di Valentina Perniciaro _strade senza fine_

Siria: il bagno di sangue

8 aprile 2011 Lascia un commento

Più di venti morti, sempre a Daraa, nel meridione siriano, la prima città entrata in scontro con il governo e le forze di sicurezza.
Sono già 22 i cadaveri arrivati alla morgue di Daraa ma la televisione di Stato non ne nomina nemmeno uno…parla invece, probabilmente gonfiando la notizia, di 19 poliziotti rimasti uccisi dopo scontri con “uomini armati”, sempre nella cara Daraa, e un paramedico. Dei due medici però, giustiziati mentre prestavano soccorso ai manifestanti feriti, tutto tace.

Foto di Valentina Perniciaro _Kalashnikov e Golan_

Ennesimo venerdì che lascia a terra una scia di sangue incredibile in Siria, mentre la popolazione manifesta contro il potere di Bashar al-Assad: anche oggi, all’uscita dalle moschee dopo la preghiera di mezzogiorno, le manifestazioni hanno riempito le strade di decine di città del paese.

Cortei e purtroppo anche qualche corpo a terra sono stati registrati a Homs ed Hama (a meno di 40 km di distanza l’una dall’altra): forte l’uso di lacrimogeni e gas asfissianti da parte dei reparti di sicurezza, ma anche il piombo non è mancato visto che gli attivisti ci parlano di cinque morti anche lì. Alcuni palazzi governativi sono stati assaltati e una stazione di polizia è stata data alle fiamme.
Hama non scende in piazza facilmente, ma oggi più di duemila persone hanno urlato per le strade ricostruite di quella città rasa al suolo nel 1982 dal governo, per reprimere una rivolta guidata dai Fratelli Musulmani. Fecero circa ventimila morti, bombardando con l’aviazione tutto il centro città e i presunti punti di ritrovo dei Fratelli Musulmani, che da qualche anno guidavano una rivolta nella zona.

Damasco è esplosa nelle sue periferie e nei suoi dintorni, mentre il centro rimane stretto attorno al potere: le zone di Kfar Suse, Daraya, Harasta e Duma hanno combattuto non poco durante l’arco della giornata con un numero di feriti e vittime ancora non chiaro.
Oltre alle città dell’entroterra siriano è sceso in piazza anche la popolazione kurda presente nel paese sia ad Hasake che a Qamishli e Amuda.
Interessanti queste manifestazioni kurde, arrivate proprio mentre il presidente (nel tentare di placare gli animi con una carrellata di riforme) annunciava proprio la loro naturalizzazione: gli slogan che risuonavano oggi per le strade del kurdistan siriano parlavano di libertà e non di rivendicazioni etniche, si urlava che non esistono kurdi e drusi, arabi e armeni, ma che il popolo siriano è uno e vuole essere libero.
Forse una reazione simile Bashar non se l’aspettava proprio… in piazza anche Tartus, Jabla, Lattakia, Aleppo e così via….ad urlare alle forze di sicurezza “Andate in Golan!”, quello che sarebbe il fronte di guerra più silenzioso del medioriente, da decenni.

Nel video, un bimbo di Daraa

 

Siria: leggi antiterrorismo in costruzione e rivolte carcerarie…

5 aprile 2011 Lascia un commento

Giornate di fuoco, che non mi lasciano tempo nemmeno di capire cosa accade nella mia amata Siria, così scombussolata dagli eventi da quando alcune città sono scoppiate in movimenti di insorgenza popolare repressi immediatamente nel sangue dalle forze di sicurezza siriane.

Foto di Valentina Perniciaro _La Siria e i suoi cacciatori di monete antiche_

Il presidente sembrava aver giocato di fino, con le dimissioni del governo e la proposta di cancellare le leggi speciali che da 43 anni dominano la scena politica e sociale di quel paese; ha puntato sulla retorica della resistenza al nemico sionista, ha puntato sul carisma di presidente giovane e capace di tenere le redini anche in anni bui e sotto attacco internazionale. Sembrava aver giocato di fino, forte anche di grandi manifestazioni di consenso popolare…
poi di nuovo il piombo, venerdì scorso.  Il venerdì dei martiri, dove la rabbia per i propri morti aveva riempito le strade in modo prettamente pacifico, i cortei sono stati attaccati inaspettatamente, in diverse città, da colpi d’arma da fuoco che hanno lasciato più di venti persone a terra. Altre venti, a cancellare la retorica del giorno prima di Assad… il governo poi comunica a chiare lettere che entro venerdì (altra giornata in cui sono chiamate alla mobilitazione migliaia di persone) sarà pronta una nuova legge terrorismo ispirata ai modelli legislativi di USA, Francia e Gran Bretagna “per assicurare dignità e sicurezza ai cittadini”.

Una delle celle del carcere di Lattakia

Insomma, si tolgono le leggi speciali peggiorandele con una legge antiterrorismo tutta occidentale (nel frattempo è stato anche sospeso il campionato di calcio, per evitare qualunque rassembramento).

A Lattakia, città costiera che dopo la meridionale Daraa ha visto gli scontri più duri con le forze di sicurezza, ieri è scoppiata una rivolta all’interno del carcere. L’agenzia siriana Sana parla di venticinque prigionieri ricoverati, di cui otto morti a seguito delle gravi ustioni riportate a causa dell’incendio appiccato ad alcuni materassi. Da un carcere di cui probabilmente non sapremo mai molto, è stata rilasciata l’attivista Suhair Atassi, che si trovava in regime di detenzione dal 16 marzo, mentre manifestava sotto la sede del ministero degli Interni per il rilascio di altri prigionieri.

 

Al-Aswani ci racconta quest’Egitto della controrivoluzione …

3 aprile 2011 3 commenti

Un articolo interessante, comparso pochi giorni fa sulle pagine del giornale indipendente egiziano Al-Masry al-youm, a firma del noto scrittore Alaa al-Aswani, noto anche per essere uno tra i fondatori del partito Kifaya (“basta!”), “movimento egiziano per il cambiamento”, nato nel 2004. NOn per sposare ogni sua parola, ma per dare un ulteriore elemento per capire quello che sta accadendo lungo le sponde del Nilo, da qualche mese a questa parte…

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo del post Mubarak_

Parlavamo già un po’ di tempo fa del rischio che sta correndo il popolo di piazza Tahrir, che per un attimo e forse troppo ingenuamente, ha sentito la rivoluzione tra le dita delle mani. L’abbiamo raccontata col più sincero degli entusiasmi, ma allo stesso col terrore che possa essere, come dice in questa pagina al-Aswani, un’occasione sprecata. Una panoramica, che fa trapelare la rabbia per come l’esercito ha gestito l’arrivo ai referendum, il volta faccia dei Fratelli Musulmani, l’attesa popolare per un’incriminazione di Mubarak che continua a non arrivare…

Dopo la riuscita rivoluzione del 1919, e dopo che le forze d’occupazione britanniche ebbero ceduto alla volontà del popolo egiziano, re Faruq istituì una commissione incaricata di redigere una nuova costituzione. Essa venne nominata anziché eletta. Il leader nazionalista Saad Zaghloul si oppose, chiedendo che venisse eletta un’assemblea costituente per garantire che la costituzione rispecchiasse la volontà del popolo. Ma re Faruq insistette sulla sua posizione. La commissione nominata redasse la costituzione del 1923, che diede al re il diritto di sciogliere il parlamento in qualsiasi momento. Questa grave carenza costituzionale guastò la vita politica trasformando il parlamento in uno strumento nelle mani del re. Il partito Wafd di Zaghloul, che aveva la maggioranza dei seggi in parlamento, prese il potere una sola volta nel corso dei successivi 30 anni.
Stranamente, Zaghloul accettò la costituzione del 1923, nonostante i suoi difetti. In qualità di leader incontrastato dell’Egitto in quel momento, egli avrebbe potuto invitare gli egiziani a insistere sul loro diritto a una costituzione giusta e democratica. Ma l’occasione andò persa.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-kubra e la sua vita quotidiana_

Dopo la rivoluzione del 1952, l’Egitto sprecò un’altra occasione di democratizzazione. La corrente antidemocratica presente all’interno degli Ufficiali Liberi dominò la rivoluzione, e il 16 gennaio 1953 emanò la decisione di sciogliere tutti i partiti politici e di confiscare il loro denaro e i loro uffici. Il partito Wafd era il partito di maggioranza all’epoca, ed era in grado di mobilitare l’opinione pubblica contro la dittatura, nel qual caso gli Ufficiali Liberi avrebbero ritirato la propria decisione e il sistema democratico in Egitto sarebbe stato preservato. Ma il partito Wafd non sollevò obiezioni. Fu un’altra occasione sprecata per l’Egitto. Invece, il paese rimase sotto il dominio autoritario per i successivi 60 anni.
Purtroppo, la storia dell’Egitto è piena di opportunità di democratizzazione sprecate. Ora abbiamo un’altra opportunità, che mi auguro non venga persa. La rivoluzione del 25 gennaio ha costretto Hosni Mubarak a dimettersi. Centinaia di egiziani hanno sacrificato la loro vita per amore della libertà. Fin dai suoi inizi, tuttavia, la rivoluzione si è trovata di fronte a una feroce controrivoluzione – sia all’interno dell’Egitto che all’estero.
Pochi giorni fa, il quotidiano kuwaitiano ‘Al-Dar’ ha riferito che le autorità egiziane stanno subendo enormi pressioni da parte dei governanti arabi, in particolare dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, affinché Mubarak non venga processato. Secondo il giornale, questi Stati arabi hanno apertamente minacciato di congelare tutti i rapporti con il Cairo, di tagliare tutti gli aiuti finanziari, e di ritirare i loro investimenti dall’Egitto. Tali regimi si sono spinti addirittura a minacciare di licenziare i 5 milioni di egiziani che lavorano nei loro paesi, se Mubarak dovesse essere processato.

Da parte sua, Israele ha sempre difeso Hosni Mubarak, uno dei suoi migliori alleati. La stampa israeliana non nasconde le sue preoccupazioni di fronte al significativo cambiamento democratico in Egitto. L’amministrazione americana ha una posizione simile. Sia i funzionari americani che quelli israeliani riconoscono il potenziale dell’Egitto e sanno che diventerebbe una potenza regionale nel giro di pochi anni, se diventasse una democrazia.

Foto di Valentina Perniciaro _Preghiera serala a Port Said_

Sul quotidiano britannico ‘Guardian’, il noto intellettuale americano Noam Chomsky ha sostenuto che gli Stati Uniti appoggiano l’autoritarismo in Egitto, non perché temono l’estremismo islamico, come solitamente affermano, ma perché temono un Egitto indipendente che non faccia affidamento sul sostegno americano. L’amministrazione USA si impegnerà a fondo – Chomsky ha aggiunto – per garantire che il prossimo presidente dell’Egitto resti fedele agli interessi americani.

Oltre alle minacce internazionali contro la rivoluzione in Egitto, ci sono anche seri problemi interni. Le basi del regime di Mubarak sono ancora intatte. L’ex Partito Nazionale Democratico (NDP) rimane radicato in tutto l’Egitto. Centinaia di migliaia di membri dell’NDP faranno del loro meglio per riconquistare il potere, sia pure sotto una nuova denominazione. Centinaia di agenti della sicurezza statale, che hanno perso i loro posti di lavoro, sono ora liberi di provocare devastazioni. Decine di migliaia di consiglieri comunali, governatori, rettori e presidi di università (nominati dall’apparato di sicurezza), oltre a esponenti dei media, leader d’impresa e di falsi sindacati, stanno ora cospirando contro la rivoluzione.
Quali sono gli obiettivi della controrivoluzione? Le dichiarazioni di Mubarak alla stampa internazionale, prima che egli si dimettesse, sono particolarmente significative.
“Voglio farmi da parte, ma temo il caos in Egitto … ho paura che i Fratelli Musulmani possano arrivare al potere”.
La controrivoluzione sta ora implementando un piano per trasformare in realtà le paure di Mubarak al fine di mostrare che l’ex presidente aveva ragione. Questo piano comprende:

Foto di Valentina Perniciaro _bevendo l'indimenticabile kassab_

1. Fomentare il caos e terrorizzare gli egiziani per farli sentire insicuri. Ciò serve a farli stancare della rivoluzione e a spingerli ad accettare le mezze soluzioni per motivi di stabilità. Questo piano ha avuto inizio con il ritiro delle forze di polizia in tutto l’Egitto e con la liberazione di 40.000 criminali dal carcere, che sono stati armati e hanno ricevuto istruzioni di attaccare la popolazione civile. Il piano è rimasto in vigore durante il mandato di Ahmed Shafiq come primo ministro. Quando Essam Sharaf ha preso il suo posto, hanno avuto luogo diversi episodi di vandalismo e di tensioni settarie, umiliando in tal modo il governo post-rivoluzionario. Nonostante i grandi sforzi intrapresi dal nuovo ministro degli interni, Mansur Al-Issawi, la polizia rimane in gran parte assente. Il rifiuto della polizia di proteggere questa nazione costituisce un tradimento. Gli agenti di polizia possono astenersi dal compiere il proprio lavoro solo se gli viene dato un ordine in tal senso. E’ chiaro che coloro che ordinano agli agenti di polizia di non compiere il proprio dovere sono ancora più influenti dello stesso ministro degli interni.

Gli episodi di criminalità e di teppismo in Egitto non sono casuali. Sono per lo più pianificati e mirati. Ad esempio, il personale di sicurezza di fronte al seggio di Moqatam non è intervenuto quando il sostenitore delle riforme Mohammad ElBaradei è stato attaccato dai sostenitori dell’NDP il giorno del referendum. Nel quartiere di Shubra, nei due giorni precedenti il referendum, alcuni teppisti sono stati autorizzati a bloccare le strade, a terrorizzare la gente e a sparare a casaccio colpi di arma da fuoco, causando diversi morti. Non un singolo funzionario di polizia o soldato dell’esercito è intervenuto per proteggere i cittadini. Il fatto che molti copti vivano a Shubra e che i leader copti avessero annunciato la loro opposizione agli emendamenti costituzionali non ha nulla a che fare con questi attacchi? Gli attacchi erano forse mirati a terrorizzare i copti per costringerli ad accettare gli emendamenti, o avevano l’obiettivo di punirli per aver insistito sul diritto degli egiziani ad avere una nuova costituzione?

2. Celebrare processi selettivi, la maggior parte dei quali si svolge sotto i riflettori dei media. I media statali (che erano anch’essi sotto il controllo dell’apparato di sicurezza dello Stato) si sono precipitati a fotografare gli ex-membri dell’NDP Ahmed Ezz, Zoheir Garana, e Ahmed Maghrabi nelle loro uniformi da detenuti, durante le indagini nei loro confronti. Lasciando da parte il fatto che ciò è andato contro tutti gli standard professionali, lo scopo era quello di assorbire la rabbia degli egiziani e convincerli che si stava facendo giustizia. Con tutto il rispetto per il procuratore generale, ci sono molte domande senza risposta a questo proposito.

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo e la città dei morti strabordante di vivi_

Perché Mubarak e i suoi familiari non sono stati indagati? Perché gli ex-leader dell’NDP Zakaria Azmi, Fathi Sorour e Safwat al-Sherif non sono stati messi sotto processo? Perché il procuratore generale non ha indagato a proposito delle 24 denunce presentate dai lavoratori dell’aviazione civile contro Ahmed Shafiq, accusato di sprecare il denaro pubblico? Durante il mandato di Ahmed Shafiq come primo ministro, perché il procuratore generale non ha compiuto alcuna indagine sugli agenti di polizia accusati di aver ucciso i manifestanti? Dopo che Shafiq ha presentato le dimissioni, perché la procura ha rilasciato gli agenti accusati di omicidio? Il loro rilascio non permetterà loro di nascondere le prove che potrebbero essere usate per incriminarli? Qual è lo scopo di processare funzionari corrotti e assassini in maniera selettiva?

3. Agli egiziani non è stato permesso di eleggere un’assemblea costituente in grado di redigere una nuova costituzione che rifletta la volontà del popolo e che porti l’Egitto verso un’era di democrazia. Invece, il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha sorprendentemente adottato la proposta di Mubarak di compiere limitati emendamenti costituzionali. Il processo di elaborazione e di approvazione degli emendamenti è stato afflitto da una serie di mancanze. In primo luogo, i membri della commissione incaricata di formulare gli emendamenti non sono stati selezionati sulla base di criteri chiari. In secondo luogo, il referendum si è svolto in tutta fretta dopo l’annuncio delle modifiche proposte, rendendo difficile per i cittadini comprendere appieno le problematiche coinvolte. Terzo, i cittadini potevano solo accettare o respingere l’intero pacchetto degli emendamenti, e non votarli singolarmente. In quarto luogo, la Fratellanza Musulmana e l’NDP si sono ritrovati uniti per la prima volta nell’appoggiare l’approvazione degli emendamenti. I Fratelli Musulmani hanno dimostrato di essere pronti a modificare la loro posizione a seconda dei propri interessi. Dopo aver raccolto le firme per mesi per sostenere la campagna di riforma di ElBaradei, essi hanno voltato le spalle a tutto questo e si sono alleati con l’NDP.
I principi dell’Islam sembrano essere sospesi per i Fratelli Musulmani durante la stagione elettorale, in quanto essi sembrano essere pronti a tutto pur di ottenere il potere. La Fratellanza Musulmana ha accusato i suoi oppositori di essere agenti stranieri. Ha distribuito zucchero e olio ad alcuni elettori, ha terrorizzato altri, e addirittura si è spinta a definire alcuni di loro ‘apostati’. La dimostrazione di forza della Fratellanza, anche se non è del tutto indicativa della sua influenza in tutto l’Egitto, sta servendo gli obiettivi della

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo, tutti "ar gabbio"_

controrivoluzione. Da un lato, il movimento sta polarizzando gli egiziani sulla base della religione. Sta minando l’unità nazionale che la rivoluzione aveva invece alimentato. Dall’altro, esso dimostra ai simpatizzanti della rivoluzione in Occidente che Hosni Mubarak era davvero l’ultimo baluardo contro gli estremisti. Coloro che sono rimasti frustrati dalla calda accoglienza che i media hanno riservato al leader e assassino della Jihad Islamica Abud al-Zumur, dopo la sua liberazione dal carcere la scorsa settimana, devono riconoscere che queste immagini offrono un sostegno alla controrivoluzione. Al-Zumur, la cui lunga barba ricorda quella di Osama bin Laden, ha annunciato in televisione che uccidere in nome della religione è legittimo. Quest’affermazione ha terrorizzato milioni di occidentali che simpatizzavano con la rivoluzione egiziana, ma che ora sono pronti ad accettare il ritorno del vecchio regime in nome dell’esigenza di proteggere l’Egitto dagli estremisti.

Coloro che erano a favore degli emendamenti costituzionali hanno vinto il referendum. Pur rallegrandomi per la grande affluenza alle urne e rivolgendo il mio rispetto agli elettori, è mio dovere affermare che portare avanti il processo di transizione con un ritmo così rapido è contro gli interessi dell’Egitto e della rivoluzione.
Se coloro che sono al potere vogliono veramente sostenere il cambiamento democratico, il nostro sistema elettorale incentrato sui candidati deve essere cambiato. Questo sistema permetterà all’NDP e ai Fratelli Musulmani di aggiudicarsi la maggior parte dei seggi alle prossime elezioni. Che siano costoro a ricevere l’incarico di redigere la nuova costituzione egiziana è inaccettabile. La maggior parte dei giuristi ha sostenuto che una costituzione redatta da un parlamento eletto attraverso il sistema attuale non rappresenterebbe la volontà del popolo egiziano. Il loro ammonimento deve essere preso sul serio. La grande rivoluzione egiziana non diventerà un’altra occasione sprecata. Se il processo di transizione ci riporterà indietro, nessuno potrà impedire al popolo egiziano, che ha costretto Hosni Mubarak a dimettersi, di ottenere da sé la propria libertà.
La democrazia è la soluzione.
Tradotto da Medarabnews

Tragedia a Lampedusa… e il leghismo di Beppe Grillo

30 marzo 2011 19 commenti

11 morti.

C’è anche un bambino tra loro. Undici morti, sembrerebbe di nazionalità nigeriana, ghanese ed eritrea, morti nell’attraversare il Canale di Sicilia questa sera. Altri undici morti di cui nessuno saprà mai il nome, seppelliti nel cimitero liquido che è il nostro amato mare.

Joel Saget/AFP/Getty Images

Erano salpati dalle coste libiche ben cinque giorni fa. Il rovesciamento del barcone sarebbe dovuto semplicemente all’esaurimento del carburante: in balia delle onde si sarebbe rovesciato . Un peschereccio egiziano li ha avvistati salvando 6 persone…ma erano partiti in 17. Trasferiti poi su una nave militare italiana sono arrivati a Lampedusa. Nessuno degli undici corpi è stato avvistato.
Leggo di questa notizia poco dopo esser capitata sul sito di Beppe Grillo, dove avevo sempre fatto in modo di non entrare.
Questo è quello che mi sono trovata davanti, che nemmeno a radio padania. Nulla poi, in confronto ai commenti dei suoi lettori: veramente feccia che manco il link vi metterei !  😉

I tunisini entrano in Italia, ma sognano la Francia. L’Italia non li respinge, la Francia sì. Un tunisino che sfugga ai controlli (?) dopo lo sbarco per prima cosa compra un biglietto ferroviario di sola andata per andare dai nostri cugini. Ha due ottimi motivi, parla francese e in Francia c’è lavoro. In Italia si parla italiano e non c’è lavoro. Nell’Europa di Schengen le frontiere sono flessibili, ci sono quando servono, e a Mentone sono stati triplicati i controlli. I tunisini sono respinti al mittente e si accampano a Ventimiglia. Ma la Francia non era la terra dell’accoglienza? Una domanda: se Ben Alì era un dittatore e ora c’è la democrazia, allora da chi scappano i tunisini? Si discute di tendopoli da piazzare un po’ in tutta Italia per ospitarli. Propongo di farle alle frontiere della Francia. Una a Ventimiglia, una al Frejùs, una a Courmayeur. Se loro schierano le forze armate francesi, noi schiereremo gli extracomunitari.
beppegrillo

 

 

Manduria e la “tendopoli che non c’è”

30 marzo 2011 Lascia un commento

Un’idea di cosa sia la tendopoli sorta tra Manduria e Oria ce l’ha Marek, un tunisino di trent’anni: “This is a prison”, dice in un inglese arabizzato quanto basta per capire che la nostra conversazione non può andare avanti. C’è qualcuno che parla italiano? o inglese? Sì, qualcuno c’è. “Quello che ti posso dire è che non so perché sono qui. Io voglio andare in Francia. Tutti noi vogliamo andare in Francia o in Germania”.

Sono giovani, alcuni giovanissimi, i profughi tunisini che ormai da tre giorni affollano l’ex spazio militare tra Manduria e Oria. Con gli ultimi 827 arrivi hanno abbondantemente superato le mille unità, sedici delle quali sono donne. Vivono, tutti, senza sapere cosa sarà di loro, con l’incubo del rimpatrio da una parte e la voglia di abbandonare l’Italia dall’altra. La Francia è la meta più ambita: lì hanno famigliari, amici, amanti. Qui, invece, non hanno ben chiaro cosa fare. “Mangio, dormo e fumo tutto il giorno”, continua l’interprete di cui non conosco il nome. “Scusa amico, quanti chilometri per Taranto?”. Circa quaranta.

Hamza, ventidue anni, ha un’amica che fa l’avvocato a Napoli. Il suo inglese è fluente. Spiega che la vita nella tendopoli è uno schifo. La doccia è fredda, il cibo è brutto, la corrente elettrica c’è solo per due ore al giorno. Mi mostra le foto della sua odissea nel Mediterraneo registrate sul suo cellulare. Sono le foto di una bagnarola oberata di

"Porta Europa" a Lampedusa

esseri umani al di là di qualsiasi “capienza massima”. “Do you want?”. I want. “Money”. Rido, ride. Poi mi dà il suo numero di telefono non prima di aver commentato l’arretratezza tecnologica del mio. Non ho soldi per comprarne uno nuovo. Ride ancora, di gusto questa volta.

Hamza ha in testa una serratissima road map da rispettare: Taranto-Napoli-Roma-Lucca-Parigi. Ma la vede nera, almeno finché sarà circondato da quelle recinzioni metalliche. E’ deluso. Quando è sbarcato a Lampedusa gli avevano detto cose diverse: gli avevano detto che sarebbe arrivato in un posto migliore, che sarebbe stato libero di muoversi in Europa in poco tempo, che avrebbe ricevuto 300 euro insieme a tutti i suoi connazionali. “This is my 300 euro”, dice sorridendo mentre mi mostra un sacchetto di plastica contenete una saponetta, uno shampoo e un piccolo asciugamani.
“Quanti chilometri per Taranto?”. Sempre quaranta.
“Perché siamo in questa gabbia?”. Bella domanda, la verità è che non lo sa nessuno il perché. A dirla tutta non si sa bene nemmeno cosa sia quella gabbia. “E’ un centro di accoglienza e riconoscimento”, improvvisa il serafico Nicola Lonoce, responsabile della logistica del campo per conto del Consorzio Nuvola (che raccoglie le cooperative sociali del territorio), satellite del Consorzio internazionale Connecting people. E’ lo stesso Lonoce a confessare che formalmente quel campo semplicemente non è. “Chi è scappato ieri (circa 130 persone, ndr) non ha commesso nessun reato”. In poche parole non è scappato. Ha semplicemente fatto quanto è in suo diritto di fare, andare per la sua strada. Da clandestino.
Anche i poliziotti sono lì nel caso in cui succeda qualcosa, ma non possono impedire la fuga né tanto meno negare l’accesso al campo. Uno di loro, in un momento di rara confidenza forse concessa per sfinimento, mette a nudo l’imbarazzo normativo e organizzativo della situazione, dice: “Se questi decidono di uscire, chi li ferma? Ce li ritroviamo addosso. E se ne arrivano altri? che si fa?”.

Solo domande a Manduria, ognuna proveniente da una prospettiva differente. Di risposte, finora, nemmeno l’ombra. L’unico che prova a fornire è Lonoce, ma non è certo lui che può colmare l’enorme vuoto che aleggia attorno quel non luogo legislativo. Spiega, però, che la prospettiva burocratica dei 1500 di Manduria è richiedere la protezione internazionale per riuscire a ottenere la protezione umanitaria, con la quale saranno liberi di circolare per l’Europa per un anno. In condizioni di normalità ci vogliono circa quattro-cinque mesi, un’eternità, vista la situazione. E’ possibile tuttavia che la Commissione territoriale – ente preposto al rilascio della protezione umanitaria – riceva un’ordine di semplificazione burocratica per accelerare il tutto. “E’ possibile, ma non è certo”.
Ecco, appunto, di certo non c’è nulla, così ognuno fa e dice un po’ quello che gli passa per la testa. “Non si può parlare con i profughi”, mi fa una non meglio identificata persona con fare da poliziotto in borghese. “C’è un decreto che lo proibisce”.
La conversazione surreale non procede oltre, Hamza ha una cosa più importante da chiedermi. Il suo sorriso a metà strada tra la rassegnazione e la simpatia svanisce d’improvviso, si fa serio e mi chiede di essere sincero. E’ vero che verranno tutti rimpatriati? e che cosa posso fare io per aiutarlo, io con il mio lavoro da giornalista?
Rifletto, ma non sa dare una risposte che non sia pura retorica, almeno agli occhi di chi non sa che farsene, in questo momento, di un giornale. Rifletto e mi chiedo per quanto tempo ancora si potrà continuare a rispondere “non lo so” alle domande di mille e cinquecento persone trattenute in una tendopoli per mere ragioni burocratiche.
L’altra piccola certezza riguarda il fatto che nell’immediato i profughi tunisini riceveranno un attestato nominativo con il quale saranno liberi di uscire dal campo per dodici ore. Spiego questa cosa ad Hamza il quale non trova meglio di fare che sorridere amaro. “There is no future”, dice. E mi saluta.

Francesco Lefons
da 20centesimi

Siria: si dimette l’inutile governo

29 marzo 2011 2 commenti

Questa mattina il presidente Assad aveva fatto sapere di probabili dimissioni in giornata del governo e alla fine così è stato. Naji al-Utri, inutile premier siriano dal 2003, ha annunciato oggi le sue dimissioni, immediatamente accettate dal presidente.

Foto di Valentina Perniciaro _La foto del presidente Bashar al-Assad sul vetro dei taxi...qui, durante l'attacco israeliano al Libano del 2006, s'era aggiunta la bandiera Hezbollah_

Questo cambio di governo è una delle tappe tra le riforme velocemente annunciate da Bashar al-Assad allo scoppio delle rivolte anche nel suo paese, con solamente qualche settimana di ritardo rispetto ai paesi arabi del Nord-Africa. Un presidente cha ha guardato terrorizzato la fine di Ben Ali e Mubarak e che ha cercato in tutti i modi di tenere bassa la tensione…fino a Daraa, cara città drusa dell’Hauran.
Dopo Dara’a l’atteggiamento del figlio di Hafez al-Assad, il “leone siriano”, è stato ovviamente duplice: da una parte la repressione immediata e feroce, dall’altra un tentativo di calmare le acque con una carrellata di riforme annunciate, tra cui lo scioglimento dell’attuale governo in carica.
Un governo che definire fantoccio è quasi un eufemismo: il potere siriano è tutto nelle mani del presidente, della sua famiglia (insieme ad un altro paio di altre famiglie alawite), del partito Baath e dei tanti corpi di sicurezza (difficile capirci qualcosa tra le mille divise che si aggirano in quel paese). PUNTO. Questo è il governo siriano, da quarantanni.
Fa un po’ ridere quindi questo pomposo annuncio, perché tutta la popolazione siriana è consapevole di quanto sia inutile Naji al-Otari e tutto il suo staff, o quello che potrà succedere a loro.

Foto di Valentina Perniciaro _failed in love for Dimashq_

Nel frattempo la Siria si spacca nelle sue strade con numeri molto più impressionanti rispetto agli altri paesi, che son riusciti a far fuggire i loro aguzzini. Oggi la manifestazione di sostegno alla nazione e al presidente sta letteralmente facendo esplodere le strade di Damasco, rimaste sempre abbastanza silenziose sul fronte della protesta. Sa’a Sabeh Bahrat, enorme piazza della capitale è irraggiungibile da tutte le enormi strade d’accesso perchè piene di manifestanti che sventolano orgogliosi manifesti con il volto del presidente, che sempre e ovunque hanno invaso quel meraviglioso paese. Le città dove sono scoppiati gli scontri più forti sono calme in queste ultime ore, anche se a Dara’a gli ultimi spari delle forze di sicurezza sono solo di ieri a pranzo… Lattakia vive in uno strano silenzio, mentre l’esercito ancora è dispiegato…
e domani Bashar parlerà di nuovo alla nazione sulla tv di stato…

 

con il cuore lì…

 

Libia e sinistra italiana…

27 marzo 2011 4 commenti

Siria: ora è Lattakia, ma sta entrando l’esercito

26 marzo 2011 Lascia un commento

Dall’Hauran da dove è iniziato tutto, estremo meridione del paese, le notizie più allarmante di oggi vengono da Lattakia, città marina e vicina al confine turco, ridente cittadina vacanziera e a maggioranza alawita, da cui proviene la famiglia Assad e quelle a lei alleata. 
L’ultimo testimone intervistato da al-Jazeera, Wael, racconta che suo fratello è stato ucciso con un colpo alla testa, e che dopo l’arrivo in ospedale non hanno più avuto modo nemmeno di riavere il corpo. Racconta, come molti altri testimoni, che forze di sicurezza e agenti in borghese hanno sparato indiscriminatamente sulle persone e che molti colpi letali sembrano esser giunti da un vero e proprio cecchinaggio.
Un ragazzo che stava partecipando ad un’assalto ad una sede del Baath è stato colpito alla testa ed è morto sul colpo (c’è il video su al-jazeera english), ma la polizia ha dichiarato di non esserne responsabile e che sarebbero stati “cecchini non identificati”, come nel caso di altri due ragazzi.
I giornalisti iniziano ad avere il fiato del governo sul collo: è già scattata l’espulsione per Khaled Oweis, capo ufficio della Reuters a Damasco.

ORE 22.00: drastico cambio della situazione. Il giornalista di al-jazeera Ali Wajih conferma che l’esercito è entrato a Latakia “in modo massiccio” per riportare l’ordine, cosa che ancora non era mai successa.
Fino a questo momento i militari erano rimasti ai margini delle proteste e controllavano prettamente la gestione dei posti di blocco vicino a Daraa e nelle altre città in fermento. Da pochi minuti sono entrati a Lattakia.

Qui una buona scheda su Lattakia, a firma di Lorenzo Trombetta dell’Ansa
Latakia, l’antica Laodicea, teatro oggi dell’uccisione di un numero imprecisato di civili da parte di ignoti cecchini appostati sui tetti della città, è il capoluogo della regione a maggioranza alawita, da cui provengono la famiglia presidenziale degli Al-Assad e i clan a lei alleati, al potere da quarant’anni. In Siria il cuore del regime non è controllato dagli alawiti in quanto comunità, ma dagli Assad e altre influenti famiglie alawite. Sono loro, minoranza nella minoranza, che tengono di fatto in pugno il Paese dietro la copertura ormai formale del Baath, partito al potere dal 1963.

Foto di Valentina Perniciaro _Esercito siriano_

Gli alawiti, una delle numerose branche della galassia sciita, assieme ai cristiani costituiscono la più consistente minoranza confessionale della Siria (il 12% della popolazione). Originari delle montagne intorno a Latakia, vivono ormai da decenni nelle principali città del Paese, mentre circa 50.000 si trovano nel vicino Libano. Da molti esponenti dell’ortodossia islamica ritenuti eretici, gli alawiti basano la loro fede su una complessa dottrina ricca di influssi cristiani, zoroastriani e anche pagani. Storicamente sedentari, si riferiscono più di tutto al loro villaggio d’origine, entità non solo geografica ma anche sociale. Ogni famiglia fa parte di un clan che, assieme ad altri, forma una tribù. Gran parte delle tribù sono organizzate in quattro grandi confederazioni, tra cui spiccano i Jurud, cui appartiene la tribù dei Kalbiyya e la famiglia Assad. Quando alla fine del 1920 i francesi smantellarono la provincia ottomana di Siria, crearono quattro staterelli confessionali, di cui uno fu ritagliato nell’area di Latakia, che divenne capitale dell’entità provvisoria. Gli alawiti in massa furono arruolati da Parigi nelle Troupes du Levant, un contingente coloniale cui partecipavano anche armeni e circassi e usato per reprimere le rivolte dei nazionalisti arabi. Da allora sugli alawiti della montagna – tradizionalmente malconsiderati dai siriani delle città, musulmani sunniti – è pesata per decenni l’etichetta di collaborazionisti del nemico. Con l’avvento al potere del Baath ma soprattutto con l’ascesa nel 1970-71 del generale Hafez al-Assad, gli alawiti hanno trovato riscatto. Arruolati per lo più nell’esercito e nelle sezioni locali del Baath, non tutti sono stati però ammessi ai circoli più alti del regime. Prima di assumere il potere con un golpe militare, il defunto presidente aveva sposato una giovane appartenente al clan rivale dei Makhluf, formando una delle più salde alleanze inter-alawite della storia locale. Ancora oggi, uno degli uomini più potenti e ricchi di Siria è Rami Makhluf, imprenditore miliardario, cugino dell’attuale rais Bashar al Assad. Questi è ai vertici di un regime protetto da quattro agenzie di controllo e repressione e da tre corpi speciali tutti comandati da suoi parenti o comunque da membri di clan alleati. Dalla metà degli anni ’60, Latakia si è trasformata da dimenticato porto del Mediterraneo con un entroterra agricolo e depresso, in uno dei centri urbani e militari più importanti della Siria. Durante la recente visita nel Paese di due navi iraniane, alcune fonti hanno riferito di un accordo tra Damasco e Teheran, alleati da 30 anni, per costruire un porto navale militare proprio nell’antica Laodicea

Egitto: attacco frontale al cambiamento!

26 marzo 2011 1 commento

Gli sviluppi egiziani non stanno andando per il verso giusto, e si era capito già dai risultati dei referendum, che avevano tirato il freno a mano su un percorso di transizione favorevole alla coalizione dei rivoltosi, che hanno guidato i giorni di Piazza Tahrir.
Il referendum è andato male perchè ha vinto il desiderio di rallentare la corsa, di non fare il salto di riscrivere la propria Costituzione, quindi prendere nelle proprie mani realmente la possibilità di cambiare drasticamente le “regole” di gestione del potere e i diritti minimi di una popolazione stremata da un silenzioso e decennale regime.

Foto di Valentina Perniciaro _le porte di Mahalla al-kubra, città operaia_

Amnesty International ci ha raccontato pochi giorni fa come si sono svolti gli arresti delle donne della rivoluzione, avvenuti nei giorni di piazza Tahrir e durante i primi scontri con le forze di sicurezza di Hosni Mubarak. Non solo ispezioni vaginali, ma test della verginità. Le parole dei racconti di quelle donne sono agghiaccianti, il sopruso su quei corpi è vergognoso, aumentato anche dalla possibile incriminazione per “prostituzione” qualora il test avesse dato risultati negativi. Una pagina di tortura che si aggiunge a tante altre.

La notizia di ieri invece ha lasciato senza parole tutto il movimento egiziano: dopo aver fatto cadere, a furor di popolo, anche il primo ministro succeduto alla caduta di Mubarak ed aver fatto giurare il suo successore (Sharaf) direttamente in piazza davanti ai manifestanti, il colpo di coda è arrivato.
Pesante. A tentare di travolgere tutto quello che si è costruito, anche sui corpi di più di trecento giovani rimasti uccisi.
Ora l’attacco frontale è al diritto di sciopero e a quello di manifestare: il potere si sta ritrincerando e vuole rimettere dei paletti solidi per non esser più facilmente spodestato da un popolo che crede di aver ora il diritto di scender nelle strade per difendere e conquistare diritti. Niente più diritto a manifestare nè tantomeno a fermare le attività lavorative: pericolosissimo e agghiacciante, visto il salto democratico ottenuto proprio invadendo le strade, giorno e notte, per mesi. Ora vogliono riportare tutti a casa, fare in modo che ci si dimentichi di come si stava, tutti insieme, nelle tante piazze Tahrir nate in quel paese. Parlano anche di una multa per chiunque sia trovato a manifestare o scioperare che può raggiungere anche i sessantamila euro: eheheh, praticamente il reddito di qualche villaggio.
La Coalizione dei giovani del 25 gennaio, che tanto aveva confidato anche nel Consiglio supremo delle forze armate ora è costretta ad aprire gli occhi, ad alzare il livello dello scontro se non si ha voglia, subito, di riabbassare la testa e risottomettersi ad un potere militare.

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Occupazione di via Papareschi: arrivano i plotoni

26 marzo 2011 Lascia un commento

I MANGANELLI FERMATI DALLA DETERMINAZIONE E DALLA RESPONSABILITA’ DEI MOVIMENTI

Centinaia di carabinieri e poliziotti antisommossa questa mattina a Roma hanno militarizzato l’intero quartiere  Portuense –  Marconi, schierandosi a difesa di privilegi consolidati e di nuovi profitti da realizzare, pronti ad intervenire per sgomberare circa 300 nuclei familiari e decine di attivisti dei movimenti per il diritto all’abitare che ieri avevano occupato l’ex deposito militare di via dei Papareschi abbandonato da anni, e minacciando l’intervento contro le altre occupazioni presenti in città

Foto di Valentina Perniciaro ---plotoni in avanzamento---

L’iniziativa dei movimenti nasce dentro la necessità di aggredire l’immobilismo dell’amministrazione comunale attorno al problema della casa. Un vaso stracolmo e traboccante di un’emergenza abitativa che ha raggiunto proporzioni oramai esplosive. La scelta di occupare una delle caserme che il Campidoglio ha inserito nella delibera di “valorizzazione” (e già  contabilizzate come entrate nel bilancio), voleva dimostrare che è possibile  e necessario sottrarre spazi alla rendita e alla speculazione immobiliare  resituendoli alla città come servizi e case popolari.  3 anni di tensione e di mobilitazione, fino alla sottoscrizione di un protocollo di intesa siglato dal sindaco Alemanno lo scorso 21 febbraio, rischiavano di trasformasi, infatti, in un drammatico nulla di fatto.
Questa mattina, grazie all’intervento dell’Assessore alla Casa Antoniozzi e al senso di responsabilità dei movimenti, si è evitato in extremis che la situazione degenerasse, costruendo sul posto un incontro nel quale si è stabilito un percorso chiaro e definito nei tempi per l’attuazione delle misure previste dal protocollo. All’incontro a cui hanno partecipato, oltre all’assessore alla casa e ai rappresentanti dei movimenti, anche il delegato del sindaco all’emergenza abitativa Berruti e quello alla sicurezza Ciardi, l’amministrazione si è impegnata a:

– Richiedere oggi stesso l’apertura di un tavolo di confronto con il Governo e la Regione Lazio per affrontare il tema degli sfratti, degli inquilini degli enti previdenziali, della necessità di realizzare un piano straordinario di edilizia popolare.

–  Verificare entro lunedì la possibilità di  emettere direttamente un’ordinanza di blocco temporaneo degli sfratti anche per le categorie non ricomprese nelle attuali tutele ed in modo particolare per le situazioni di morosità incolpevole.

– Predisporre e presentare in un prossimo incontro fissato per Giovedì 31 alle ore 10,00 presso l’assessorato alla casa, il testo di una delibera finalizzata a riconoscere l’emergenza abitativa presente in città garantendo soluzioni certe  ai nuclei familiari costretti a vivere in situazioni abitative precarie ed inadeguate.

Movimenti per il diritto all’abitare
Roma, 25 marzo 2011

Info:
3458365942
3497117095

UNA CORRISPONDENZA DI RADIO ONDA ROSSA

Siria: il venerdì della rabbia e del massacro

25 marzo 2011 2 commenti

"Dottore...è giunto il tuo momento!" ...sui muri siriani...

Mi sono stufata di fare il corto dei morti, quotidianamente.
Tanto che gli oltre cento di ieri non sono riuscita nemmeno a scriverli sulle pagine di questo blog.

Sparati a morte..per le strade di Daraa

La città ancora “protagonista” di questi primi giorni di rivolta siriana permane Daraa, nel distretto nabateo di Suweida, ma oggi oltre ad un imponente esodo di popolazione che tentava di raggiungere quella città, sono state molte altre quelle a vedere le proprie strade riempirsi di folla, e poi di scontri e morte. Una trentina di morti, questi sono i numeri del più imponente venerdi di proteste di quel paee della mezzaluna fertile; Damasco, Homs, Lattaqiyya, Aleppo, Samnin, Qamishli, Qraya…sarebbe da parlare un bel po’ di ognuna di queste città, per capire le principali prerogative di tutte le zone.
Homs ad esempio è nella zona di Hama, città repressa durantemente all’inizio degli anni ’80: migliaia di morti in una città rasa al suolo dall’esercito, un attacco degli Assad e del potere alawita contro la città della fratellanza musulmana. Un argomento ancora taboo per quel paese: un massacro rimosso e avvolto nell’oblio generale. Qamishli sfiora con lo sguardo la Turchia, ma è città totalmente kurda per lingua, popolazione, tradizioni, territorio: siamo al centro del Kurdistan mai riconosciuto, in una città che la repressione l’ha sempre scontata sulla sua pelle, giorno dopo giorno.

Ma torniamo alle notizie del giorno: la chiamata alla piazza è stata ascoltata da migliaia di persone, la rabbia è scoppiata velocemente ma il piombo di stato ha continuato a falciare vite, vergognosamente. Per quanto riguarda le persone arrestate abbiamo un po’ di numeri solo dalla capitale ma sembrano un po’ ridicoli, visto che parlano solo di una decina di persone portate via.
La sfera politica, il regime di Bashar al-Assad, sta tentando di giocare qualche carta (un po’ come durante i primi giorni di rivolta in Yemen) promettendo alla popolazione numerose e drastiche riforme sia per quanto riguarda le leggi d’emergenza in vigore dal 1963 (!), sia per mutazioni sociali ed economiche che migliorerebbero le condizioni di vita della cittadinanza.

Ieri l’annuncio, ma le piazze oggi non sembravano aver creduto alle sue parole…
nel frattempo Amman e Beirut, le capitali più vicine vivono situazioni un po’ diverse: Beirut, senza governo da gennaio (ma ce so’ abituati), sembra stare a guardare in silenzio, mentre Amman oggi è scesa in piazza ed ha registrato il suo morto, ucciso dalle forze di sicurezza, anche lì.
Comunque, comparando le vare agenzie rintracciabili in rete, i morti sembrano essere molti di più visto che solo tra Sanamin e Daraa se ne registrano almeno una dozzina, tre in un quartiere della periferia di Damasco e una decina ad Homs.
A Damasco si è anche assistiti alla solita manifestazione pro regime, creata e organizzata direttamente dalle forze di sicurezza e dai fedelissimi del regime baathista.

Aggiornerò il più spesso possibile, ya halwe surya!


Qui invece ad Homs…vedere lui che distrugge e calcia il rais “padre”…che brividi!

Nuova occupazione abitativa: LA CASA SI PRENDE!

24 marzo 2011 2 commenti

Mentre la propaganda avanza a passi da gigante, con i racconti delle stragi di Misurata (io aspetto ancora le prove delle armi di distruzione di massa di Saddam, ma so’ fiduciosa eh?!), degli aerei abbattuti dai puntualissimi jet francesi, del fatto che il racconto dei civili morti a Tripoli sarebbe “costruito probabilmente dalla propaganda filo Ghaddafi” (Tg1 qualche secondo fa) … bhé mentre mi incazzo come una belva davanti a tutto ciò, mentre leggo le notizie assurde che arrivano dalla provincia siriana dove risiede il mio cuore da quasi un decennio….
vi metto un comunicato, che ha radici a Roma ma parole universali..BRAVI COMPA’!

FERMIAMO LE DIS/MISSIONI
CONTRO LA GUERRA, PER L’USO PUBBLICO DELLE CASERME
NO ALLA SVENDITA DEI BENI PUBBLICI PER FINANZIARE I PROFITTI PRIVATI E
LA GUERRA IN LIBIA: VOGLIAMO CASE POPOLARI, ASILI, SCUOLE,
AMBULATORI E SERVIZI PUBBLICI NELLE CASERME.
Mentre l’avanzare della crisi porta ad esplodere l’emergenza casa, la politica abitativa della giunta Alemanno
conferma di essere tagliata su misura per i palazzinari. Mentre aumentano a dismisura gli sfratti per
morosità, e i pignoramenti, a Roma non esiste, né è in previsione, un nuovo bando per le case popolari:
chi è in testa alla graduatoria da anni (i famosi “10 punti”) può continuare ad aspettare e sperare
all’infinito. Tutti gli altri si arrangino.
Invece di affrontare la situazione, Alemanno preferisce regalare ai palazzinari
la possibilità di edificare milioni di metri cubi di edilizia privata che,
visti i prezzi di mercato e le speculazioni in corso, rimarranno irraggiungibili ai più.
Ogni impegno che Alemanno ha pomposamente assunto è stato subito dimenticato.
E’ successo l’ultima volta in occasione della manifestazione dei movimenti di lotta contro i cosiddetti “stati
generali” dell’EUR, il mese scorso, in cui con grande enfasi il sindaco
prese impegni ben precisi dei quali si è persa qualunque traccia.
La più evidente regalia alla speculazione a spese dei cittadini è la vergognosa operazione
di valorizzazione delle caserme in disuso. Un enorme patrimonio già edificato in zone centrali e semicentrali,
viene venduto a prezzi bassissimi ai privati, che costruendo alloggi di lusso, alberghi,
centri commerciali e simili, guadagneranno una cifra stimata in decine di miliardi di euro.
Di questo fiume di soldi, la misera cifra di 500 milioni andrà nelle casse del comune.
Una parte più consistente andrà al ministero della difesa, e tutto il resto ad arricchire la rendita.
Per tutti questi motivi non è accettabile che, proprio mentre l’Italia è impegnata in una avventura neo-colonialista
in Libia tanto maldestra quanto criminale, un bene pubblico di tale entità serva a finanziare i profitti di pochi anziché a dare risposta a chi in questa città vede la
sua vita farsi sempre più difficile.
Per questo la caserma di via Papareschi ce la siamo presa da soli/sole e non ce ne andremo.
Basta regali ai palazzinari!
Nelle caserme pubbliche vogliamo case popolari, asili, scuole e servizi di pubblica utilità!

 

– Movimenti per il diritto all’abitare –
Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa
Blocchi Precari Metropolitani
Comitato Obiettivo Casa

 

In Siria prosegue il massacro…oggi 15 morti

23 marzo 2011 4 commenti

Insomma…il bilancio di oggi è drammatico. Sono almeno 15 le persone rimaste uccise oggi a Daraa, città siriana della provincia meridionale dell’Hauran, tra cui una bambina. Le forze di sicurezza siriane da dopo la mezzanotte di ieri hanno iniziato l’assalto alla moschea di Omari, punto di incontro da giorni dei manifestanti, nonchè dei feriti e dei corpi degli uccisi. Manifestazioni che stanno infiammando la provincia da un po’ di giorni, dopo settimane in cui le proteste erano rimaste calme e poco partecipate. Al Jazeera racconta che violenti scontri si sono verificati anche alle porte della città e nei dintorni perchè molte persone tentavano di unirsi ai rivoltosi ma venivano fermate ai numerosi posti di blocco.

Per dopodomani, solito venerdì, la chiamata è generale e circola su tutti i canali di comunicazione possibile: tutto il paese deve scendere in piazza il venerdì della gloria, questo chiedono i numerosi appelli, per la rivoluzione e la libertà, contro un regime corrotto e bugiardo.
Il governo siriano oltre che sull’offensiva militare contro le ribellioni scoppiate, si muove con mano pesante anche sul piano mediatico: la tv di Stato e la principale agenzia di notizie bombardano da questa mattina la popolazione e il mondo parlando di “bande armate, forestieri e stranieri impegnati a diffondere menzogne e fomentare il popolo contro lo Stato”. Hanno parlato di bambini usati come scudi umani per difendere la moschea dove i manifestanti si sono asserragliati: insomma, la solita vergogna di stato in un paese che in questi due mesi ha tentato in tutti i modi di scongiurare lo spettro di una rivoluzione anche all’interno dei propri confini.

Syrian policemen stand in front the burned court building that was set on fire by Syrian anti-government protesters, in the southern city of Daraa, Syria, Monday March 21, 2011. Mourners chanting "No more fear!" have marched through a Syrian city where anti-government protesters had deadly confrontations with security forces in recent days. The violence in Daraa, a city of about 300,000 near the border with Jordan, was fast becoming a major challenge for President Bashar Assad, who tried to contain the situation by freeing detainees and promising to fire officials responsible for the violence. (AP Photo/Hussein Malla)

Questo pomeriggio, mentre i manifestanti continuavano a venir uccisi, il presidente Bashar al-Assad ha silurato Faysal Kulthum, governatore della città.Tra le rivendicazioni dei cittadini di Daraa, oltre che condizioni di vita migliori e aiuti economici ai contadini duramente colpiti da sei lunghi anni di siccità, oltre alla cancellazione delle leggi speciali (in vigore SOLO dal 1963) c’è una lunga battaglia contro la Syriatel, compagnia di telefonia mobile contro l’istallazione di alcuni ripetitori, troppo vicini alle abitazioni e alle cisterne d’acqua potabile. La lotta contro l’elettromagnetismo è arrivata anche nel mio dolce Hauran, questa sì che è una bella scoperta.