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Archive for the ‘RIVOLTE e RIVOLUZIONI’ Category

Torino: burlando prefetti!

15 Maggio 2010 1 commento

Si sarà preso una bella collera, il Prefetto Padoin, quando ieri pomeriggio si è visto spuntare dinanzi una trentina di facce note del movimento torinese con tanto di striscione, enorme. E per di più in mezzo all’affollatissima e vigilatissima Fiera del Libro, e per di più proprio mentre stava presentando, in compagnia del Procuratore Capo Caselli e del Procuratore Generale Maddalena, la sua ultima fatica letteraria: «Il Prefetto, questo sconosciuto». Un gran colpo, certamente, ampiamente ripreso e rilanciato da un bel po’ di telecamere: anche perché solo il giorno prima Padoin aveva dichiarato baldanzoso che il modo più celere di liberarsi degli spazi occupati è di arrestarne tutti gli occupanti, ed ora un po’ di quegli stessi occupanti da arrestare riuscivano ad aggirar ogni controllo per fargli qualche pernacchia sul naso. Una figura barbina per lui e soprattutto per gli agenti della Polizia politica cittadina, che son pagati proprio per controllare, ascoltare e pedinare, ed evitar così che certe contestazioni – clamorose quanto scontate – accadano.
Ascolta il racconto del pomeriggio al Salone del Libro, da un servizio di Radio Onda d’Urto

Eppure solo il giorno successivo la magra figura si ripete. Ancora una volta gli amici e i compagni degli arrestati per lo sgombero de Lostile si materializzano improvvisamente esattamente dove era scontato che si dovessero materializzare: alle Porte Palatine, di fronte ai pellegrini appena usciti dal Duomo. Sfilando sotto al naso dei funzionari del Commissariato di quartiere, si arrampicano sulle mura e appendono uno striscione: «Tutti liberi!». Gli uomini della Digos sono ancora più lontani del giorno precedente, e gli agenti del Commissariato sono furibondi: lo striscione ormai è appeso, ma loro chiamano il reparto mobile, si prendono due dei presenti e pretendono di identificare gli altri. Quando il gruppone riesce ad allontanarsi sembra tutto a posto, e tutti pensano che i due che mancano saranno presto rilasciati. E invece no. Dopo un paio d’ore e vari annunci contraddittori, i due vengono portati alle Vallette. Con quali accuse? Non sappiamo bene quale Pubblico ministero possa costruire qualcosa di penalmente significativo intorno all’ostensione di un lungo lenzuolo nero con su scritto «Tutti liberi!». Ma sappiamo che sicuramente il Prefetto è in collera da ieri e che in Tribunale non in tanti sono disposti a dispiacerlo e che in più, uno sberleffo messo in piazza tanto vicino a pellegrini, vecchi porporati incartapecoriti e immagini miracolose può far temere la collera di qualcuno che sta molto, ma molto, più in alto.
Macerie, 14 maggio 2010

Le bombe greche

14 Maggio 2010 Lascia un commento

Ieri a Korydallos è esploso un ordigno ad alto potenziale: una bomba ad orologeria è esplosa nei pressi del carcere di massima sicurezza che porta il nome della città. E’ il carcere più grande del paese e al suo interno sono detenuti diversi componenti nell’organizzazione armata Lotta Rivoluzionaria.

Pochi minuti fa, tanto che non si ha nessun dettaglio, un altro forte ordigno è esploso davanti al tribunale di Salonicco.
Ci sono delle cose in comune con le due esplosioni, oltre alla vicinanza temporale delle azioni dinamitarde: i media scelti per preavvertire della detonazione sono stati gli stessi in entrambi i casi. Nessuna rivendicazione ma una telefonata, in entrambi i casi,  al quotidiano Eleftherotypia e alla rete televisiva Alter.
Mentre ieri la polizia non aveva fatto in tempo ad evacuare la zona adiacente al carcere, oggi erano riusciti a farlo in tempo: l’edificio del tribunale, in pieno centro della città, era stato evacuato prima dell’esplosione avvenuta nella hall.
L’esplosione di ieri ha causato danni nel raggio di qualche isolato e il ferimento di due persone rimaste colpito non gravemente dalle schegge di alcuni vetri infranti.
Si parla, o almeno è un funzionario di polizia ad usare queste parole, di uno dei più grossi ordigni esplosi negli ultimi anni.
Che non sono stati pochi.
La polizia sta cercando di addossare la responsabilità di entrambi gli attentati all’organizzazione armata Lotta Rivoluzionaria o al gruppo Cospirazione dei Nuclei di Fuoco

Lo sdegno diventa rabbia: “gli Altri” fa un anno!

14 Maggio 2010 1 commento

comunicato
13.05.2010 – Via Gregoriana 5 (Roma)

LO SMASCHERAMENTO CONTINUA

Finalmente oggi è il compleanno degli “Altri”, e gli antifascisti e le antifasciste di Roma hanno deciso di festeggiare con loro. Volevamo fargli
una sorpresa, ma loro ci hanno regalato qualcosa di più grande. Volevamo chiedere a Sansonetti e ai suoi epigoni cosa ci fosse da festeggiare, dopo un anno di trasformismo e di comunanza e complicità con i fascisti del Terzo millennio. Carichi di sdegno siamo andati a rovinare la festa di chi voleva garantita la marcetta del Blocco studentesco lo scorso 7 maggio, di chi li vede volentieri come ospiti.
Volevamo fargli un regalo, insomma. Ma la redazione degli “Altri” ci ha fatto un dono “Migliore”: erano presenti ai festeggiamenti, infatti, la neo-governatrice del Lazio Renata Polverini, ospite d’Onore del settimanale, che appena ci ha visti ha scelto, come è tradizione dalle sue parti, la via della fuga, e la deputata del Partito democratico Paola
Concia, già nota per la sua visita a Casa Pound, che si è lasciata andare ad un “Bella ciao” poco credibile e ad atteggiamenti provocatori tipici di chi non sa cosa dire.
Lo sdegno è diventato rabbia. Vi abbiamo smascherati. Abbiamo visto i vostri sorrisi tramutarsi in vergogna. Il re è nudo. Volevate ridere e festeggiare. Ma il vostro brindisi è stato amaro. Sarà la nostra risata che vi seppellirà. E chi brinda coi fascisti se strozza!

Antifascisti e antifasciste di Roma

“Stupratele! Tanto poi abortiscono”

10 Maggio 2010 12 commenti

L’agenzia stampa che ho appena letto mi ha lasciato di stucco.
Perchè poi quando si parla di aborto o di Ru486 mi sale in pochi secondi il sangue al cervello: fondamentalmente mi succede ogni volta che le mie orecchie, i miei occhi, il mio corpo in ogni sua parte, avvertono il manifestarsi di qualunque forma di sessismo, di qualunque prevaricazione maschile sul corpo e le libertà di qualunque donna al mondo.
Mi parte la brocca, come si dice a Roma, divento poco lucida.
E allora è difficile mantenere la calma o tanto meno “argomentare” quando il livello della notizia è così avvilente, così lurido e merdoso.
Ieri a Massa c’è stato un convegno sulla RU486 (convegno????) al quale partecipava anche il segretario nazionale di Forza Nuova, Roberto Fiore (e un’altra sequela di nazisti).
Fuori dal teatro sede dell’evento c’era un indignato presidio di donne che manifestava contro questo convegno di questi fantomatici difensori della vita: quando Fiore ha lasciato il teatro e le donne hanno iniziato a fischiargli contro e urlargli qualcosa, i suoi scagnozzi e qualche altra merda secca presente all’iniziativa ha gridato “STUPRATELE CHE TANTO POI ABORTISCONO”.
Questo è il livello che viviamo.
Poi abbiamo la redazione de “Gli Altri” che scrive appelli per permettere a Casa Pound e Blocco Studentesco di sfilare, perchè sarebbe antidemocratico il contrario.
Mo che mi venite a dire che Casa Pound so’ bravi e democratici mentre Forza Nuova invece so’ fascisti?
Sicuramente parliamo di due diversi fascismi; forse quelli di Casa Pound non avrebbero mai urlato una cosa simile perchè sono un po’ più intelligenti e un po’ meno medievali integralisti cattolici di Forza Nuova ma……

VOGLIO ESPATRIARE.
VORREI INCONTRARE QUELLE QUATTRO MERDINE NERE CHE IERI INVOCAVANO ALLO STUPRO PER FARGLI VEDERE QUANTO SONO SEMPRE STATA ANTIDEMOCRATICA!

[Marcia per la vita? magari morite TUTTI]

Comunicato dell’assemblea anarchica sui 3 morti nella filiale di Banca incendiata!

8 Maggio 2010 Lascia un commento

Dichiarazione degli Squat Skaramanga e Patision in Atene sulla morte dei tre impiegati della Marfin Bank

*Gli assassini “piangono” le loro vittime*
(sulla tragica morte oggi di tre persone)

Gourouni

La manifestazione per lo sciopero generale che si è svolta oggi, 5 maggio, si è trasformata in un’esplosione sociale di rabbia. Almeno 200.000 persone di tutte le età si sono riversate nelle strade (impiegati e disoccupati, nel settore pubblico o in quello privato, locali o migranti) cercando, durante diverse ore e in ondate consecutive, di circondare e assaltare il Parlamento. Le forze di repressione sono arrivate a gran regime, per giocare il loro solito ruolo – che è quello di proteggere le istituzioni politiche e finanziarie. Lo scontro è stato lungo ed intenso. Il sistema politico e le sue istituzioni hanno raggiunto il culmine.
Comunque, in mezzo a tutto ciò, un tragico evento, che nessuna parola può descrivere efficacemente, è accaduto: 3 persone sono morte nell’agenzia della Marfin Bank di Stadiou Avenue, che è stata data alle fiamme.

Lo stato e tutto il tam-tam mediatico, con nessun rispetto verso la morte dei loro prossimi, parlano fin dai primi momenti dei “giovani assassini incappucciati”, cercando di approfittare del momento per calmare l’ondata di rabbia sociale che era esplosa e di recuperare l’autorità che era stata strappata; per imporre ancora un volta l’occupazione poliziale delle strade, per estirpare le fonti di una resistenza sociale e di una disobbedienza contro il terrorismo di stato e la barbarità del capitalismo. Per questa ragione, nel corso delle ultime ore, le forze di polizia hanno marciato attraverso il centro di Atene, hanno arrestato centinaia di persone e devastato – con spari e flash-grenades – le occupazioni anarchiche “Spazio di azione unita multiforme” di Zaimi Street e il “ritrovo dei migranti” di Tsamadou Street, causando danni elevati (entrambi i posti sono nel quartiere di Exarchia ad Atene). Allo stesso tempo, la minaccia di un violento sgombero cade sul resto degli spazi auto-organizzati (occupazioni e ritrovi) dopo il discorso del Primo ministro, che parla dei prossimi raid per arrestare gli “assassini”.

Fuoco al Parlamento

I governi, gli ufficiali del governo, il loro personale politico, quelli che parlano in televisione, gli scribacchini salariati, cercano in questo modo di purificare il loro regime criminalizzando gli anarchici e ogni voce di lotta non patronalizzata. Come se chi ha attaccato la banca, chiunque esso sia (ammettendo che regga lo scenario ufficiale), abbia potuto essere minimamente a conoscenza della presenza di persone all’interno, e abbia comunque deciso di appiccare il fuoco. Sembra che stiano confondendo le persone in lotta con loro stessi: loro, che senza esitazione conducono l’intera società alla più profonda depredazione e schiavitù, che ordinano ai loro pretoriani di attaccare senza esitazione e di sparare con l’intenzione di uccidere, loro che hanno portato al suicidio tre persone per debiti finanziari solo nelle scorse settimane.
La realtà è che il vero assassino, il vero istigatore delle tre tragiche morti di oggi, è il “signor” Vgenopoulos, che ha usato il solito sistema per ricattare gli impiegati (la minaccia di licenziamento), e forzato così i suoi impiegati a lavorare nelle filiali delle sue banche durante un giorno di sciopero generale – e addirittura in una agenzia come quella di Stadiou Avenue, dove la manifestazione sarebbe passata. Questo tipo di intimidazione è perfettamente conosciuta da chiunque abbia avuto esperienza con il terrorismo della schiavitù salariata di ogni giorno. Stiamo aspettando quali scuse tirerà fuori Vgenopoulos per i familiari delle vittime e per la società intera – alcuni potenti suggeriscono che questo ultra-capitalista sarà il prossimo Primo Ministro, in un futuro “governo di unità nazionale”, dopo il completo collasso politico del sistema attuale che stà per arrivare.

Se uno sciopero senza precedenti può essere considerato assassino…
Se una manifestazione senza precedenti, in una crisi senza precedenti, può essere considerata assassina…
Se gli spazi sociali aperti che sono vivi e aperti possono essere considerati assassini…
Se lo stato può imporre un coprifuoco e attaccare i manifestanti con il pretesto di arrestare degli assassini…
Se Vgenopoulos può trattenere gli impiegati dentro la sua banca – che è un nemico sociale primario e un obiettivo per i manifestanti…

…è perchè l’autorità, questo serial-killer, vuole massacrare da quando è nata, una rivolta che mette in discussione la supposta soluzione di un attacco sempre più duro [del governo] nei confonti società, di una sempre più larga depredazione da parte del capitale, di un succhiare sempre più assetato del nostro sangue.
…è perchè il futuro della rivolta non include politicanti e capi, polizia e media di massa.
…è perchè dietro alla sua molto pubblicizzata “soluzione unica”, c’è una soluzione che non parla di livelli di sviluppo e disoccupazione, ma invece di solidarietà, auto-organizzazione e relazioni umane.

Quando si chiedono chi sono gli assassini della vita, della libertà, della dignità, i fermenti dell’autorità e del capitale, loro e i loro cacciatori devono solo guardare in faccia a se stessi. Oggi e ogni giorno.
*GIU’ LE MANI DAGLI SPAZI SOCIALI LIBERI*
*SONO LO STATO E I CAPITALISTI GLI ASSASSINI, I TERRORISTI E I CRIMINALI*
*TUTTI IN STRADA*
*RIVOLTA*

dall’assemblea aperta della sera del 05/05/2010
Per la versione originale questo è il link

Exarchia tartassata dai raid della polizia

7 Maggio 2010 1 commento

Non ci sono parole.
Ecco quello che accade per le strade di Atene da quando le strade sono state invase dall’ennesimo sciopero generale. Uno sciopero imponente che ha portato migliaia di persone ad assediare per ore ed ore il parlamento, con continui attacchi contro la polizia e i reparti speciali: una giornata macchiata da un evento drammatico di cui in molti sono responsabili.
Un attacco con bottiglie incendiarie contro la filiale di una banca ha provocato un vasto incendio che ha rapidamente preso l’intero palazzo: 3 persone, tra cui una donna incinta, hanno perso la vita per asfissia.
Un fatto gravissimo.
Un fatto che non sarebbe mai dovuto accadere e di cui abbiamo riportato la testimonianza di uno degli impiegati: una testimonianza importante per capire la situazione.
Da quel giorno la situazione non è minimamente tornata alla calma, ma proprio perchè sono praticamente due anni che la calma non trova terreno fertile tra le strade di Atene.
Exarchia è il quartiere dove la polizia sfoga la sua voglia di distruggere e spazzare via un movimento in continua crescita: un movimento che da anni urla al mondo la situazione socio-economica della Grecia, un movimento di studenti, precari, migranti e lavoratori che ora non hanno nessuna voglia di pagare sulla propria pelle la crisi dei padroni.
La crisi di un sistema che vorrebbero sovvertire: perchè questo è quello di cui si parla tra le aule di quelle università, tra i moli dei porti bloccati da giorni di sciopero, tra le strade di quei quartieri e delle periferie della città e del paese.

Ioanna Manoushaka

L’aria di insurrezione c’è da tempo… e la polizia e i M.A.T. non sanno far altro che caricare e fare raid come quello che si vede nel video: cercando di distruggere negozi e spazi sociali, punti di ritrovo, locali  e occupazioni.
Sembra di stare in pieno regime dei Colonnelli: i raid polizieschi diventano sempre più brutali.
Parla chiaro uno dei fatti più recenti tra le vie del noto quartiere ateniese: Ioanna Manoushaka era fuori il cancello del palazzo occupato dove abita, urlando contro la polizia che si abbatteva su tutto quello che trovava sulla sua strada…vedendosi rincorrere è corsa verso il suo appartamento e s’è chiusa dentro.
Dopo pochi secondi diversi poliziotti hanno provato a buttar giù la porta a calci urlando ripetutamente “stanotte ti scopiamo”… ci sono ovviamente riusciti poco dopo distruggendo tutto e picchiando lei e suo marito. Hanno occupato l’intero stabile distruggendo il centro per migranti e le sedi del Network dei diritti civili e sociali.
Quasi contemporaneamente e a pochi passi da lì, in via Zaimi è stato circondato, occupato e poi evacuato pistole alla mano, uno squat di anarchici. Tutti quelli che sono stati trovati all’interno sono stati arrestati: ci sono racconti che parlano di diversi spari in aria.

Ad Exarchia si respira aria di regime.

“Smettetela”…da un dipendente della banca incendiata ad Atene dove sono morte 3 persone

6 Maggio 2010 Lascia un commento

Sento l’obbligo, riguardo i miei colleghi che sono morti ingiustamente oggi, di parlare chiaro e di dire delle verità oggettive. Sto inviando questo messaggio a tutti i media. Qualcuno che mostri ancora un po di coscienza potrebbe pubblicarlo. I restanti possono continuare a tenere gioco al governo.

I pompieri non hanno mai rilasciato alcuna licenza operativa per l’edificio in questione. L’accordo per operare era sottobanco, come praticamente succede per ogni azienda e compagnia in Grecia.
L’edificio in questione non ha nessun meccanismo di sicurezza anti-incendio, nè pianificati nè istallati, non ha spruzzatori a soffitto, uscite d’emergenza o idranti. Ci sono solo degli estintori che, naturalmente, non possono essere d’aiuto quando hai a che fare con incendi estesi in un edificio che è stato costruito con standard di sicurezza ormai obsoleti.
Nessuna filiale della banca Marfin ha membri dello staff addestrati per casi di incendio, e nemmeno all’uso dei pochi estintori presenti. La dirigenza usa addirittura come un pretesto l’alto costo di un simile addestramento e non prende le misure basilari per proteggere il suo staff.
Non c’è mai stata una singola esercitazione di evacuazione in nessun edificio da parte dei lavoratori, nè c’è stata alcuna sessione di addestramento da parte dei pompieri per dare istruzioni su come comportarsi in situazioni come queste. Le uniche sessioni di addestramento che hanno avuto luogo alla Marfin Bank riguardano scenari di azioni terroristiche e specificatamente la pianificazione della fuga dei dirigenti della banca dai loro uffici in situazioni del genere.

L’edificio in questione non ha speciali stanze per ripararsi nei casi di incendio, nonostante la sua struttura sia veramente vulnerabile in simili circostanze e nonostante fosse riempita di materiali dal pavimento al soffitto. Materiali che sono molto infiammabili, come carta, plastica, cavi, mobili. L’edifcio è oggettivamente non idoneo ad ospitare una banca proprio a causa della sua costruzione.

come corre.... __AFP PHOTO / ARIS MESSINIS__

Nessun membro della sicurezza ha alcuna conoscenza di primo soccorso o di spegnimento di incendi, nonostante siano praticamente sempre incaricati della sicurezza dell’edifcio. Gli impiegati della banca devono trasformarsi in pompieri o security in base ai capricci del signor Vgenopoulos [padrone della banca].
La dirigenza della banca ha diffidato gli impiegati dall’andarsene oggi, nonostante lo abbiano persistentemente chiesto autonomamente fin da questa mattina presto – mentre hanno anche costretto i dipendenti a bloccare le porte e hanno più volte confermato al telefono che l’edificio sarebbe rimasto chiuso tutto il giorno. Hanno anche bloccato l’accesso a internet per evitare che gli impiegati comunicassero con il mondo esterno.
Da diversi giorni c’è stato un completo terrorizzare gli impiegati riguardo alle mobilitazioni di questi giorni con la “proposta” a voce: o lavori o sei licenziato!
I due poliziotti in borghese che sono in servizio nella filiale in questione per prevenire eventuali rapine non si sono fatti vedere oggi, nonostante la dirigenza della banca abbia verbalmente assicurato agli impiegati che sarebbero stati presenti.

E per concludere, signori, fate dell’autocritica e smettetela di delirare fingendo di essere scioccati. Voi siete responsabili di quello che è successo oggi e in ogni stato legittimo (come quelli che vi piace citare di tanto in tanto come esempio da seguire nei vostri show televisivi) sareste stati già arrestati per le questioni di cui sopra. I miei colleghi oggi hanno perso le loro vite per cattiveria: la cattiveria della Marfin Bank a del signor Vgenopoulos che ha affermato esplicitamente che chiunque non sarebbe venuto al lavoro oggi [giorno di sciopero generale] avrebbe fatto meglio a non presentarsi al lavoro domani.

Un dipendente della Marfin Bank

resoconto ateniese…

5 Maggio 2010 Lascia un commento

Davanti al Parlamento

Tutto confermato..sembrava che la notizia fosse stata smentita dalla Croce Rossa, sembrava fosse solo un voler gettare acqua sul fuoco e invece ci son sul serio tre cadaveri, morti asfissiati dal fumo all’interno di un edificio dato alle fiamme. Tre morti -due donne e un uomo- più quattro intossicati in una succursale della Marfin Egnatia Bank, in Via Stadiou, proprio a pochi passi dal Parlamento.

AP Photo/Iakovos Hatzistavrou

La banca era stata attaccata probabilmente perchè la sola nei paraggi aperta malgrado lo sciopero generale e la paralisi di tutto il paese.
C’è clima di scontro armato, c’è aria di insurrezione generale ormai da tempo , ma mai come oggi.
Basta vedere le foto davanti a Syntagma, il Parlamento: ci sono decine di migliaia di persone scese non solo in piazza ma pronte a scontrarsi corpo a corpo con quei robocop assassini. Le vetrine di Akademias sono di nuove tutte in frantumi, il fumo si alza da piazza Omonia al Parlamento…
Per ora si parla di una 50ina di arresti tra i manifestanti: la quantità di molotov che viene lanciata è indescrivibile…sono molte le divise in fiamme.
Gli scontri, come sempre, si stanno spostando con il sopraggiungere della sera verso la zona del Politecnico e il quartiere Exarchia, sempre al centro delle tensioni e colpito costantemente da raid della polizia.
La piazza urlava di voler dar fuoco al Parlamento: ci sono andati vicini.
Prima o poi c’arriveranno….

Sempre al Parlamento (Photo by Milos Bicanski/Getty Images)

(Photo by Milos Bicanski/Getty Images)

ORA VOMITO!

5 Maggio 2010 5 commenti

Ecco l’appello di alcuni giornalisti de “Gli Altri” a sostegno di Casa Pound:

Il diritto di manifestare liberamente e pacificamente è una pietra angolare della democrazia: deve essere difeso e garantito sempre, indipendentemente dal giudizio che si dà sui contenuti o sui promotori delle singole manifestazioni. Pertanto riteniamo grave e ingiustificato l’aver vietato il corteo del Blocco studentesco del 7 maggio, nonostante la distanza che ci separa da quella organizzazione e chiediamo che quel divieto venga tempestivamente revocato.

Firmato:
Ritanna Armeni, Angela Azzaro, Massimo Bordin, Andrea Colombo, Lanfranco Pace, Piero Sansonetti

NON HO PAROLE!
ADESSO ABBIAMO PROPRIO SUPERATO TUTTI I LIMITI!
CHE SCHIFO, VERAMENTE SENZA PAROLE.
Pensavo potessero bastare le loro parole, invece mi dicono che non posso fare un post così, che è meglio se “argomento”.
Ma che devo argomentare?
Qualcuno ha mai visto queste persone firmare o scrivere articoli quando a pochi passi dalla loro vecchia redazione c’erano aggressioni fasciste ai danni di chi attacchinava o usciva da un concerto del centro sociale La Strada? Non mi sento in dovere di argomentare con chi, con la scusa dell’antigiustizialismo (che mi appartiene in tutto e che ho sempre riconosciuto come fiore all’occhiello del pensiero di Sansonetti e dei suoi giornali presenti e passati) si difende sempre e solo questa feccia squadrista.
Non so cosa spinge queste 6 persone a scrivere una cosa simile, non capisco che bisogno ce n’era se pure è quello che pensano.
Non capisco e son contenta di non capire questo loro innamoramento per CasaPound…ma questa storia va avanti da troppo tempo e adesso non l’accetto veramente più.

Stanno bene con Paola Concia e i dibattiti a Casa Pound…a difendere la libertà di manifestare per quattro fascisti squadristi.
Non ho niente da argomentare.

Tre morti ad Atene, un dramma che si doveva evitare

5 Maggio 2010 2 commenti

Tornata da poco dai dirupi e non per questo il cuore non è stato tra le strade di Atene, Salonicco e tutti i municipi.
Oggi altro giorno di sciopero generale e la Grecia sta letteralmente bruciando.
Il paese è bloccato, ma la notizia giunta da poco è pesante…pesante per chi è sempre stata dalla parte del “fuoco”.
Tre morti, tre corpi carbonizzati sono stati ritrovati all’interno di una banca di Atene…
era stata attaccata poco prima da un gruppo di manifestanti che ha lanciato molotov.
Un fatto di una gravità che ha un peso importante e che lo avrà sulle piazze greche, in rivolta contro un piano di austerità che ha dell’inimmaginabile.
Tre morti peseranno molto sui compagni, sulle piazze di lavoratori, precari, studenti e migranti.
Non ci voleva, non ci voleva: fuoco ai MAT, fuoco alla polizia, fuoco allo Stato!

Contro ogni forma di segregazione e gerarchia

26 aprile 2010 Lascia un commento

L’assemblea dei rivoltosi dell’isola di Salamina e dei quartieri  di Perama, Keratsini, Nikaia, Koridallos e Pireo ha fatto un volantino/manifesto veramente interessante sulla crisi. Poche parole, che fanno però capire molto bene il livello di conflitto che si aggira per le strade della Grecia: si parla di crisi e dei suoi responsabili, si parla di crisi inevitabile se si continua con il mantenimento di questo tipo di sistema.
Le loro proposte? Scioperi, solidarietà, occupazioni, sabotaggio, espropri e mutuo soccorso.
Chiari e tondi! 😉

The (financial) crisis shall become their crisis once we play with a full deck of playing cards
The crisis is not a natural disaster that simply happens; the crisis is the outcome of the choices of all those who want to maintain this system, in which we are exploited, repressed and governed. Their proposals on how to come out of the crisis do not differ from suggestions on how the existing situation could be reinforced and take root. Our propositions can be nothing less than strikes and solidarity, occupations and sabotage, expropriations and mutual help… in order to create the world that we choose for ourselves, against all kinds of segregations and hierarchy.

Assembly of the revolted in (the island of ) Salamina, (and the neighborhoods of) Perama, Keratsini, Nikaia, Koridallos, Piraeus

Rosarno: caporali in manette

26 aprile 2010 Lascia un commento

Ammazza come sono intelligenti…si sono accorti che a Rosarno i rivoltosi non erano solo immigrati impazziti e violenti a cui hanno iniziato a sparare addosso…
si sono accorti che forse dietro c’era una condizione che non si può nemmeno definire di sfruttamento ma di totale schiavitù. Stiamo parlando di persone, di persone che lavoravano 14 ore al giorno per intascare una decina di euro…di persone che dormivano in baracche, prive di bagni, prive di qualunque cosa, stiamo parlando di persone costantemente minacciate e costrette a condizioni di subordinazione totale. Le agenzie stampa raccontano oggi (OGGI!!!) che oltre alla paga insignificante, dovevano pagarsi anche il trasporto dalla bidonville dove dormivano ai campi: 3 euro al giorno!
E questa mattina ci siamo svegliati con Rosarno di nuovo in prima pagina per una carrellate di ordinanze di custodia cautelare nei confronti di una trentina di persone (9 sono in carcere e 21 ai domiciliari) a capo di un sistema di caporalato, un “collocamento” illegale in grado di fornire manodopera clandestina destinata all’agricoltura.
I nove in arresto (in realtà due risultano irreperibili) sono tutti migranti, gli altri 21 ai domiciliari sono tutti italiani proprietari dei terreni e imprenditori agricoli: venti aziende e duecento terreni (10 milioni di euro di valore ) sono stati posti sotto sequestro, perchè ritenuti frutto di arricchimento illecito…

Leggere ed ascoltare le testimonianze e i racconti delle condizioni di vita ma soprattutto della rivolta è impressionante: sono ancora tutti estremamente terrorizzati per quello che è successo e molti di loro, scappati dai colpi di pistola e dai pestaggi dei rosarnesi, non hanno più avuto il coraggio di tornare in quelle terre…
gli schiavi del nuovo millennio, braccianti privi di qualunque diritto, sono davanti ai nostri occhi tutti i giorni…
sono quelli che raccolgono le nostre arance, quelli che cadono dai ponteggi per costruire case, sono quelli che oltretutto vengono chiusi in un CIE senza aver commesso alcun reato.
BASTA CON LO SFRUTTAMENTO, BASTA CON LE FRONTIERE
CONTRO PADRONI E CAPORALI CHE SFRUTTANO E UCCIDONO
CONTRO LO STATO CHE CARCERA, ESPELLE, REPRIME E CONTRO TUTTI I SUOI SERVI CHE DENTRO I C.I.E. ESERCITANO IL LORO POTERE ABUSANDO FINO ALLO STUPRO.

Joy ha tentato il suicidio: Assassini!

24 aprile 2010 Lascia un commento

Chi vuole la morte di Joy

Mesi e mesi di vita rubata tra Cie e carcere dopo anni di vita rubata dai suoi sfruttatori. Quello di Joy non è un tentato suicidio, ma un tentato omicidio, e sappiamo bene chi vuole la sua morte: chi sta facendo di tutto per non farla uscire dal Cie, chi da settimane cerca di piegarla e distruggerla psicologicamente, chi cerca di isolarla impedendo i colloqui con lei e negandole la linfa vitale delle relazioni. Tutti/e costoro – e i loro complici – sono responsabili del gesto disperato di Joy che oggi i suoi avvocati hanno voluto denunciare con un comunicato stampa mandato alle agenzie.
Chiediamo a chi intende riprendere il comunicato di omettere, come abbiamo fatto noi, il suo cognome.
Immigrazione/ Denunciò stupro al Cie: nigeriana tenta suicidio Il 17 aprile Joy (***) ha ingerito sapone al Cie di Modena (da Apcom) Joy (***), la 28enne nigeriana che ha denunciato un tentativo di violenza sessuale da parte di un ispettore di polizia nel Cie di Milano l’estate scorsa, ha tentato il suicidio all’interno del Centro di identificazione ed espulsione di Modena dove è trattenuta da alcuni mesi.
A quanto risulta ad Apcom, il 17 aprile scorso, la donna ha ingerito un intero flacone di sapone ed è stata ricoverata in ospedale dove le è stata praticata una lavanda gastrica. Sentito da Apcom, l’avvocato Eugenio Losco, che insieme con il collega Massimiliano D’Alessio difende la donna, conferma l’episodio: “Se l’è cavata, ma sono molto preoccupato perché, dopo questo tentativo, Joy continua a manifestare propositi suicidi e non vorrei contare il secondo morto nella vicenda seguita alle proteste nel Cie di Milano”. L’avvocato si riferisce al suicidio, nel gennaio scorso, a San Vittore di Mohamed El Aboubj, in carcere dopo la condanna in primo grado nel processo con rito direttissimo per la “rivolta” in cui fu coinvolta anche Joy. “Joy è nei Cie da quasi un anno in attesa di espulsione ed è fisicamente e psicologicamente molto provata, sia per la detenzione che per il dilatarsi dei tempi di inoltro della denuncia che ha fatto contro i suoi sfruttatori e che le farebbe ottenere un permesso di soggiorno per protezione sociale” continua il legale, sottolineando che la situazione per Joy, in Italia dal 2002 per fare la parrucchiera e poi diventata prostituta, si è “ulteriormente aggravata dopo che il 12 aprile scorso, giorno in cui era prevista la sua liberazione, le è stato comunicato che sarebbe dovuta rimanere al Cie per altri due mesi”. Per quanto riguarda la vicenda della presunta violenza sessuale (l’ispettore accusato ha sporto querela contro la donna), l’avvocato fa sapere che l’8 giugno prossimo il Gip Guido Salvini ha fissato l’incidente probatorio per l’audizione della donna nigeriana.

Beit Jala, ancora una volta

23 aprile 2010 1 commento

22 Aprile 2010

Oggi a Beit Jalla vicino a Betlemme, cittadini palestinesi con alcuni internazionali hanno dato vita ad una manifestazione di protesta contro il muro dell’apartheid in costruzione in quella zona. Per diverse ore l’esercito ha sdradicato decine di ulivi centenari e buttato giù il portico di una cosa perchè proprio li soergerà la continuazione del muro dell’apartheid. I manifestanti hanno tentato di avvicinarsi alle case ma i militari li hanno respinti sparando lacrimogeni e proiettili di gomma. Sono state fermate 6 persone, tra cui 2 italiani, che ora sono nelle mani dell’esercito israeliano. Le accuse sono di violazione di una zona militare chiusa perchè, in maniera simbolica, hanno piantato una bandiera palestinese sul perimetro del futuro muro, dove era appena stata distrutta una parte di una casa di palestinesi.
Ascolta la corrispondenza di Radiondarossa e gli aggiornamenti

Il secondo giorno della V Conferenza Internazionale di Bil’in sulla Resistenza Popolare Palestinese comincia con la brutta notizia del riavvio dei cantieri per la costruzione del muro attorno a Betlemme. Numerosi bulldozer e circa dieci jeep dell’IDF sono entrati a Beit Jalla e Al Walaja per sradicare gli ulivi lungo il tracciato del muro e demolire il cortile di una casa palestinese.
Diversi attivist* internazionali (tra cui alcun* del nostro gruppo) e israeliani sono andati sul posto per portare la solidarieta’ attiva alla famiglia di Beit Jalla e, eludendo la sorveglianza, sono riusciti a rimanere al fianco dei palestinesi mentre procedeva inesorabile la demolizione. I militari israeliani sono intervenuti trascinando brutalmente gli/le attivist* per centinaia di metri, picchiandone e ferendone tre. Due attivisti israeliani sono stati arrestati.
Questa casa e’ stata al centro di un processo completamente falsato dalla giustizia israeliana: il terrazzamento del cortile era stato demolito qualche mese fa e poi ricostruito in seguito alla sospensione del processo stesso. Due giorni fa, il 20 Aprile, il tribunale ha definitivamente autorizzato il governo israeliano a dare inizio ai lavori di costruzione del muro che passera’ a pochi metri dalla casa stessa, isolandola e usurpandone la terra.

Nel frattempo, a pochissimi chilometri da li’ e a pochi metri dalla terra di Abed, nel villaggio palestinese di Al Walaja,altri bulldozer hanno sradicato almeno 50 ulivi e 50 alberi da frutta. Gia’ la settimana scorsa nello stesso villaggio ci sono stati 3 arresti e varie minacce e pestaggi intimidatori da parte dell’esercito; anche stavolta hanno minacciato di arrestare i membri del comitato popolare locale se avessero continuato a protestare contro il muro e la demolizione delle case.

Nel primo pomeriggio, terminati i lavori della conferenza internazionale, altr* attivist* internazionali sono tornat* a Beit Jalla per cercare di raggiungere la famiglia rimasta isolata dalla mattina, rompendo la zona militare chiusa.
Quando siamo giunti sulla strada che conduce alla casa i militari hanno messo di traverso i loro mezzi e steso il filo spinato per impedirci il passo. Abbiamo provato a forzare il blocco in maniera pacifica ma i soldati hanno reagito nervosamente puntando i mitra e minacciandoci con le granate in mano. Ne e’ seguito un tafferuglio e dopo 2 ore di blocco stradale, durante le quali i militari hanno impedito il passaggio di qualsiasi veicolo – compresa un’ambulanza -, un piccolo gruppo e’ riuscito ad aggirare lo schieramento e a raggiungere la famiglia portandogli da mangiare e piantando simbolicamente una bandiera della Palestina. Perche’ questa terra non appartiene alla prepotenza sionista.
Sei persone sono state fermate, ammanettate e portate alla stazione di polizia di Gush Ezion (una delle tante colonie israeliane in Cisgiordania) e stiamo attualmente in attesa della loro liberazione. Nel gruppo ci sono quattro ragazze e due ragazzi, tra questi un compagno e una compagna del nostro gruppo.

In seguito agli arresti i soldati hanno sparato lacrimogeni sul resto dei manifestanti, disperdendoli. Alcuni ragazzi palestinesi hanno iniziato a lanciare pietre, rovesciando cassonetti, e l’esercito ha sparato alcuni colpi.

WITHOUT YOUR FREEDOM WE’LL NEVER BE FREE
PALESTINA LIBERA

Per gli aggiornamenti seguire Freepalestine ed ascoltare Radio Onda Rossa

Sono passati 8 anni da quando ero per i vicoli di Beit Jala, caricati dall’esercito! Quella terra è dentro di me…
sono stretta ai compagni presenti nei Territori Occupati, stretta stretta a quella terra resistente

VI SERVIAMO OVUNQUE, ANCHE NEI LAGER!

22 aprile 2010 Lascia un commento

VI SERVIAMO OVUNQUE, ANCHE NEI LAGER!
Roma, mercoledì 21 aprile 2010

Oggi un centinaio di persone tra studenti universitari, nativi e migranti, attivisti/e dei centri sociali, occupanti dei movimenti per il diritto all’abitare, antirazzisti e antirazziste si sono incontrati/e all’Università La Sapienza di Roma per dare vita a un’iniziativa di denuncia e boicottaggio contro i CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione per migranti).
L’obiettivo era il gruppo “La Cascina”, che gestisce il servizio mensa della Facoltà di Economia e il bar universitario a piazzale Aldo Moro. Questa società, tramite l’affiliata “Auxilum”, dal 1° marzo è entrata nella gestione dei servizi interni al lager di Ponte Galeria.

Abbiamo scelto di denunciare la linea complice di quest’azienda che, oltre ad avallare l’esistenza e contribuire alla mala-gestione del CIE di Roma, è responsabile di somministrare cibo scadente, se non scaduto, e troppo spesso “condito” con psicofarmaci, allo scopo di aumentare il controllo sui migranti e le migranti reclusi/e.
È stato aperto uno striscione che diceva «La cascina: complice dei lager! No ai CIE» davanti all’ingresso della mensa di Economia, mentre altri/e entravano nelle sale distribuendo volantini e adesivi informativi, denunciando al megafono gli orrori di Ponte Galeria, invitando gli studenti e le studentesse a boicottare gli esercizi gestiti da “La Cascina”, parlando con lavoratori e lavoratrici e informandoli/e, molti/e per la prima volta, del profilo infame dei loro datori di lavoro.
Ci siamo poi spostati con un corteo spontaneo che ha bloccato la strada fino a La Sapienza, per poi proseguire dentro l’università fino al bar di piazzale Aldo Moro. Anche qui abbiamo denunciato la complicità di “Auxilium/Cascina” e invitato al boicottaggio attivo gli studenti presenti.
L’iniziativa si è conclusa con un pranzo sociale e una mostra tematica sulle condizioni del CIE di Roma al pratone dell’università.

Per costruire le prossime iniziative della campagna contro i CIE
GIOVEDÌ 29 APRILE ORE 19.00 AL FORTE PRENESTINO, CENTOCELLE

CHIUDERE I CIE SUBITO
NON RENDERTI COMPLICE!
BOICOTTA “LA CASCINA”

Ascolta la CORRISPONDENZA di Radio Onda Rossa.

“Costituzione” e “democrazia” non sono valori che m’appartengono

22 aprile 2010 3 commenti

La Costituzione??
La Democrazia??
Ma perchè? Perchè siamo diventati così?
Sarà dura per me stare in piazza questo 25 aprile: volevo portare il mio bambino al suo primo corteo di LIBERAZIONE ma non credo riuscirò a farlo.
Sono comunista, sono antifascista…ma quest’ antifascismo non mi piace, quest’antifascismo non m’appartiene.
Non riesco a vedere “compagni miei”, SANGUE MIO, invocare democrazia e Costituzione…
Non potete chiedermi di difendere la Costituzione…non la potete trattare come una cosa intoccabile, detentrice di valori eterni ed inviolabili.
Ma di cosa stiamo parlando?
Ma da quando amiamo la nostra Costituzione? La democrazia? Una costituzione che parla di “famiglia”, di “proprietà privata”?
La stessa democrazia che tiene i compagni in carcere da trent’anni, la stessa democrazia che ha regalato ergastoli e leggi speciali,
la stessa democrazia che sgombera le case, che carica i lavoratori e l’ha sempre fatto.
Quanti proletari sono stati ammazzati dalla nostra Costituzione???

Ieri ad Ostia c’è stata l’ennesima aggressione di Casa Pound: c’era un compagno solo ad attacchinare che s’è salvato per un pelo:
Volevo mettere il comunicato e non ne sono stata capace: si invocano le “forze sinceramente democratiche”… sul mio blog, scusate, non riesco a mettervi!

Non riesco a condividere strade e piazze nemmeno più con la retorica partigiana di personaggi come Bentivegna che poi hanno avallato ergastoli a go-go.
Basta, invece di capire questo, di superare quella retorica in modo antagonista e rivoluzionario facciamo addirittura passi indietro,
la peggioriamo, la rendiamo ancora più “democratica e populista”.  Non ne posso più!
Vorrei contenuti di altro genere, vorrei parole nostre…non vorrei appellarmi solo al lessico borghese, alle Costituzioni borghesi e ai loro tribunali.

Questo 25 aprile mi sento molto sola, e non per i tanti fascisti in giro, ma per il modo in cui tentiamo di combatterli!

Cosa accade al porto di Napoli?

14 aprile 2010 Lascia un commento

cosa sta accedendo…

Una nave attraccata l’8 aprile fa nel porto di Napoli (molo Bausan, nella periferia orientale, verso San Giovanni a Teduccio) è stata fermata perchè aveva a bordo 9 migranti “irregolari”. Di queste nove persone, che la polizia di frontiera dichiara di nazionalità ghanese e nigeriana, cinque sono minorenni.

La Vera-D nel porto di Napoli

Secondo la ricostruzione accreditata dal comandante russo di questa grossa nave-merci (battente bandiera liberiana, ma di proprietà di una importante compagnia di armatori tedesca, la Peter Dohle di Amburgo) i migranti si sarebbero nascosti in un container al porto di Abidjan in Costa D’Avorio e avrebbero trascorso così l’intero viaggio.

Non è ben chiaro se in un primo momento la nave sia stata fermata dalla polizia di frontiera per la presenza di immigrati irregolari, o dallo stesso comandante. Sta di fatto che dopo aver “scoperto” la presenza dei migranti, il comandante rilevava di non avere più il numero legale per navigare e chiedeva all’Italia di farsene carico. Del resto sono in acque nazionali italiane, quindi i minori hanno diritto di tutela mentre gli adulti devono (è un loro diritto!) potere fare domanda d’asilo.  In ogni caso le autorità italiane gli hanno impedito di sbarcare…
La notizia è trapelata solo nella mattinata del 12 aprile, per la protesta dei lavoratori del terminal container, dovuta al fatto che il blocco del molo Bausan aveva interrotto molte delle attività lavorative legate allo scarico merci. Questa è sembrata essere anche l’unica preoccupazione dei media, che hanno trattato molto superficialmente la questione umanitaria dei migranti confinati forzatamente sulla nave sottolineando soltanto il danno economico che l’attracco della nave potrebbe costare, la necessità ripresa dei lavori nel terminal e i risarcimenti, dopo che i “clandestini” sarebbero stati fatti scendere dalla nave (vedi: canale9, il mattino)
In realtà le cose hanno rischiato di prendere una piega ancora peggiore: la nave è stata fermata e sequestrata dalla stessa magistratura in maniera preventiva rispetto alla eventuale copertura dei danni in seguito alla denuncia del Conateco, il consorzio napoletano terminal container, per il blocco del molo.

Quando il 13 aprile è scoppiata la protesta dei portuali, la mediazione tra polizia e comandante della nave è stata quella di far scendere solo tre dei cinque minori a bordo, esclusivamente per rientrare nel numero massimo di persone che consentisse alla nave di fare manovra.

Il porto di Napoli

La rete antirazzista si è subito mobilitata, cercando di entrare in contatto con i migranti, facendo notare che i minorenni non possono essere respinti e hanno diritto alla massima tutela da parte dello stato italiano, mentre gli adulti potrebbero voler presentare domanda di asilo politico o protezione umanitaria.
Ogni contatto è stato impossibile in un primo momento, perché la polizia di frontiera ha accampato una scusa dopo l’altra, impedendo di fatto che si rispettassero i diritti di queste persone. La motivazione della polizia di frontiera è stata che ci voleva l’autorizzazione del capitano della nave con cui  è stato a lungo impossibile entrare in contatto diretto. Un chiaro escamotage, dal momento che lo stesso capitano ha tutto l’interesse e la volontà, più volte esternata, di far sbarcare gli immigrati.
Possibile infatti che oltre alle motivazioni umanitarie ce ne siano altre di carattere economico, perchè la perdurante presenza a bordo dei migranti, una volta appurata, potrebbe portare al divieto di scalo anche nel porto di Genova, dove la nave è diretta. Infatti, per fortuna, la Vera D non ha a bordo le gabbie in cui vengono a volte rinchiusi gli immigrati trovati sulle navi! Gabbie in cui vengono segregati fino al ritorno nei presunti paesi di origine in spregio a ogni aspetto del diritto internazionale, specie per profughi e rifugiati, ma tranquillizzando così le autorità di frontiera…

Dopo un’estenuante trattativa con l’armatore tedesco della nave, la capitaneria di porto, la questura di Napoli e la polizia di frontiera, nella tarda serata di ieri 13 aprile, un’ ampia delegazione della rete antirazzista che presidiava la nave Vera D è riuscita ad ottenere che tre persone salissero sulla nave e incontrassero i migranti. Fra queste tre persone l’avvocato del CIR (Centro Italiano Rifugiati) a Napoli. Durante la visita tutti e nove i migranti hanno firmato la delega all’avvocato manifestando, anche davanti a un pubblico ufficiale (il comandante della nave), la volontà di chiedere asilo politico, di cui l’avvocato ha preso richiesta scritta. Inoltre cinque persone si sono dichiarate minorenni.
Quando la delegazione è scesa dalla nave ha chiesto subito alla Questura di prendere atto delle istanze di asilo e di venire a prendere i migranti per formalizzarle e provvedere all’accoglienza a terra, come è suo dovere legale. Il Questore (che ha interloquito anche con diversi parlamentari) ha invece preso tempo sostenendo che gli uffici potevano formalizzare tutto solo nella mattinata successiva.

[mercoledì 14]
Dopo una intera notte e mattinata trascorsa a picchettare ininterrottamente la nave “Vera D” gli immigrati sono scesi dalla nave (video) e il presidio si è spostato sotto l’ufficio stranieri, che dovrà determinare il percorso con cui i migranti arriveranno alla Commissione asilo, se in condizioni ordinarie e sacrosante di libertà e di accoglienza o con forme di restrizione della libertà (come ad esempio nei CIE) che rappresentano una grave coercizione all’esercizio del diritto alla protezione.
In ogni caso, nella gestione di questa vicenda molti restano i lati oscuri! Anzitutto la questione dei minorenni: ieri la questura dichiarava che “sulla nave non ci sono minorenni”, dopo aver fatto dei discutibilissimi esami biometrici solo a tre ragazzi sui cinque che pure erano stati censiti…!! Oggi, in seguito alle insistenze della rete antirazzista e alle varie forme di pressione, altri tre ragazzi sono stati portati a fare gli esami (ancora un’altra persona è risultata nella fascia anagrafica giusta). “Dobbiamo dedurre che se l’espulsione fosse avvenuta oggi, avrebbero proceduto senza verificare le esigenze di tutela dei minori! E’ una responsabilità grave!” “Dobbiamo pensare che senza la protesta dei portuali del molo Bausan tutto sarebbe avvenuto in silenzio e senza alcuna tutela?!”
Poi il misterioso decreto di respingimento, che ai migranti non è stato mai notificato e che in questura sostengono aver prodotto il 7 aprile… perchè finora non è stato notificato? L’espulsione sarebbe comunque sospesa dalla richiesta di asilo, ma l’ipotesi decreto sembra francamente solo una forma di accanimento per rinforzare l’ipotesi di una reclusione nei CIE dei migranti maggiorenni in attesa della valutazione in Commissione della loro richiesta di protezione umanitaria. Una condizione cui sicuramente faremmo ricorso, ma che secondo noi “testimonia ancora una volta il contesto irrituale in cui si svolgono i cosiddetti “respingimenti in mare”, che comportano sempre una violazione sostanziale dei diritti minimi e delle tutele dei rifugiati. Una “pratica” che almeno oggi la rete antirazzista è riuscita a inceppare!”

Rete antirazzista napoletana
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APPELLO INTERNAZIONALE: SETTIMANA DI AZIONI CONTRO LE DEPORTAZIONI!

9 aprile 2010 Lascia un commento

Chiamata per una Settimana di azioni contro la Macchina delle Deportazioni
1 – 6 giugno 2010
STOPDEPORTATION.NET

Le deportazioni sono diventate una parte integrale del sistema delle Regime europeo sull’immigrazione. Centinaia di rifugiati/e e di migranti sono forzatamente deportati/e ogni giorno per fare ciò che le persone hanno fatto per milioni di anni: emigrare alla ricerca di una vita migliore, scappare dalla povertà, dalle persecuzioni, dagli abusi, dalle discriminazioni, dalla guerra etc. Il diritto di viaggiare e vivere dove si vuole è negato a tutti e tutte coloro che hanno un diverso colore della pelle, passaporto e conto in banca. Queste persone sono trattate come ‘criminali’ e incarcerati in prigioni speciali che chiamano con altri eufemismi (centri di rimozione, case rifugio e così via). Gli abusi razzisti e sessisti e la violenza fisica, agiti dalla polizia che si occupa di immigrazione e dalle guardie private, sono istituzionalizzati e legittimati dall’uso della forza nelle operazioni di deportazione.

Dietro le deportazioni si nasconde un misto di razzismo, nazionalismo e imperialismo in un contesto di capitalismo globale: mentre il capitale e i cittadini/e dell’Unione Europea e degli altri paesi del “primo mondo” sono liberi di viaggiare dove vogliono, le/gli altri/e dal lato sbagliato dei confini costruiti artificialmente, i cui paesi sono fatti a pezzi dai privilegi europei e dal capitalismo e dalle conquiste imperialiste, sono illegali, criminalizzati e impediti nell’esercizio dei diritti fondamentali. Loro semplicemente cessano di essere persone; diventano “immigrati illegali”, che si “trattengono troppo a lungo” [overstayers] e “mancati richiedenti asilo” di cui si può fare a meno quando non si ha più bisogno di sfruttare il loro lavoro o quando cercano di rivendicare i propri diritti. Come conseguenza, le lotte comuni e le comunità sono divise e prevale una cultura di sospetto e della sorveglianza.

Quando gli ordini di deportazione sono emanati, fa comodo dimenticare le cause dell’immigrazione. Le armi prodotte in Occidente e i conflitti armati, le guerre di aggressione alla ricerca di petrolio e di altre risorse naturali, i regimi repressivi appoggiati dai nostri democratici governi, i cambiamenti climatici e la sottrazione delle terre… tutto ciò può essere rintracciato all’interno delle nostre economie capitaliste, dello stile di vita consumistico e degli interessi imperialisti. La lotta contro le deportazioni non è solo una singola campagna: le persone scelgono o sono forzate a migrare per varie ragioni.

Per far funzionare il sistema dei voli di deportazione, i governi europei appaltano ad una serie di privati o semi-privati il lavoro sporco che sarebbe toccato a loro. Le compagnie aeree sono un ingranaggio centrale della macchina delle deportazioni. Non solo sono una delle prime cause che contribuiscono alla morte del pianeta, ma molte compagnie aeree, nella loro ricerca di profitto, sono contente di portare persone verso una possibile morte – sia essa una deportazione individuale o di massa. Gli interessi dietro la macchina delle deportazioni includono altri tipi di opportunisti, quali le compagnie che provvedono al trasporto e all’accompagnamento durante le deportazioni forzate e le compagnie di sicurezza delle multinazionali, come Serco e G4S, che gestiscono le prigioni per immigrati/e e portano avanti le deportazioni a nome delle autorità per l’immigrazione.

Inoltre, ci sono agenzie fantasma e inspiegabili, agenzie inter-governativei, come l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (Frontex) e l’Organizzazione Internazionale per la migrazione (IOM), il cui ruolo è diventato sempre più influente negli ultimi anni e con le quali i governi europei cercano di portare avanti operazioni unitarie e coordinate. Questo non solo per risparmiare soldi, ma anche per mettere le deportazioni in mano a corpi europei e internazionali, che spingono la responsabilità su un altro livello al di là dei governi nazionali e delle autorità per l’immigrazione.

Infine, La Frontex ha recentemente assunto ulteriori poteri per le deportazioni di massa attraverso voli charter a nome dei governi europei, comprando equipaggiamento e sperimentando nuove tecnologie per il controllo dei confini dell’EU. Dopotutto, un super stato, razzista e imperialista, come Fortresse Europe ha bisogno di un esercito mercenario come Frontex per proteggere i propri confini artificiali.

Deportati e deportate, inclusi bambini/e, sono spesso ammanettati e accompagnati dalla sicurezza come criminali pericolosi (l’etichetta “criminale” è usata da chi è al potere). Ci sono stati numerosi segnalazioni di maltrattamenti fisici e abusi razzisti e sessuali, che uomini e donne hanno subito da parte delle guardie per l’immigrazione o degli “accompagnatori” privati durante le deportazioni (sia individuali che di massa). La proposta di avere qualcuno/a che monitori i diritti umani sui voli per le deportazioni, come ha recentemente suggerito un membro della Commissione europea, può impedire alcune di queste pratiche ma può anche legittimare le brutalità della deportazione stessa.

Siamo consapevoli che resistere contro le deportazioni è un percorso continuo e non confinato ad alcuni giorni o a settimane di azioni: le persone cercano di attraversare i confini in condizioni pericolosissime ogni giorno; gli scioperi della fame e le lotte nelle prigioni per immigrati; i/le deportati/e e i passeggeri consapevoli che si rifiutano di sedersi tranquillamente a bordo di un volo che passa inosservato; le comunità che si uniscono per difendere i loro membri; le proteste regolari e azioni contro varie componenti della macchina delle deportazioni… e molto altro ancora deve essere fatto perché milioni di persone continuano ad essere forzatamente deportate ogni giorno.

Questo appello è rivolto a tutti/e coloro, individualità e gruppi in Europa, che vogliano unirsi in una settimana di azioni decentralizzate e coordinate contro la macchina delle deportazioni nella prima settimana di giugno 2010. Questo appello è rivolto a tutti/e i migranti e rifugiati e chi li sostiene dentro e fuori l’Europa. Organizziamoci nelle nostre realtà locali in azioni o proteste durante la settimana con un unico grido:

STOP ALLE DEPORTAZIONI!
NO ALLA FORTEZZA EUROPA!
LIBERTÀ DI MOVIMENTO PER TUTTI E TUTTE!

Callout [Deutsch | Ελληνικά | Español | Français | Italiano | Polski | Türkçe | عربي] || Poster | Leaflet

24 Aprile staffetta Civitavecchia-Montalto di Castro: NO MORTI LAVORO, NO NUCLEARE, NO CARBONE!

7 aprile 2010 Lascia un commento

NELL’ANNIVERSARIO DI CERNOBYL STAFFETTA DA CIVITAVECCHIA A MONTALTO
BASTA ENERGIA PADRONA, MORTI SUL LAVORO E NUCLEARE,MAI PIU

Da oggi e per almeno 15gg. il “ cantiere della morte” di Torvaldaliga sarà fermo per l’ordinanza di chiusura emessa dal sindaco di Civitavecchia.
Da ieri sono iscritti nel registro degli indagati “per omicidio colposo” 11 persone : 3 responsabili della ditta Guerrucci ( da cui dipendeva Sergio Capitani), 1 della ditta General Montaggi( che aveva da poco controllato “l’impianto ammoniaca”), ben 7 dell’Enel , dal capo centrale a dirigenti e tecnici della centrale di Torvaldaliga Nord.
Da stamani , ha preso il via l’ispezione dell’ISPELS con l’incarico di verificare le inadempienze della sicurezza sul lavoro.
Qualcosa si è smosso , ma al caro prezzo di vite umane e disastri ripetuti !
Le colpe e le responsabilità – oltre quelle primarie dell’Enel che gestisce 2/3 della produzione nazionale( di quella di molti altri paesi UE, anche nucleare) e che controlla centinaia di ditte in appalto e subappalto che lavorano per lei  –  sono dei partiti e del Parlamento, che hanno svuotato e reso mano mano inservibile la “legge sulla sicurezza del lavoro”, sostitutiva della 626/94 .
In particolare scaricando su altri sottoposti le “responsabilità primarie del datore di lavoro “ che non è più il “ responsabile della sicurezza”. Dove, “ il piano dei rischi” non è fatto sulla specifica tipologia dell’impianto, bensì su un fac simile generico. Dove, agli addetti pubblici al controllo della sicurezza è permesso di fare i consulenti per i gestori privati. Dove le sanzioni sono diventate ridicole e/o inesistenti.
OVVERO, A FRONTE DI MORTI E DISASTRI RIPETUTI, PARTITI E PARLAMENTO HANNO DELIBERATO  L’ IMPUNITA’ ZERO !
Seguiremo passo passo questa vicenda, affinché non si chiuda con un nulla di fatto.
Siamo altrettanto preoccupati per la famelicità dell’Enel, dei partiti e degli imprenditori nazionali/locali, che pur di realizzare impianti inutili e dannosi – di muovere ingenti somme e relative mazzette – non esiterebbero a candidare il territorio che va da Civitavecchia a Montalto di Castro  quali località  per le centrali nucleari, con tutto il carico di morti , di disgrazie e di tumorati  al presente e per le future generazioni.
VANNO SMASCHERATI SUBITO; GLI VA IMPEDITO DI NUOCERE ANCORA !!
A breve , il 26 aprile, ricorre il 24° anniversario del disastro nucleare di Cernobyl – che ha causato decine di migliaia di morti in Ucraina-Russia-Bielorussia…..Polonia-Cekia-Slovacchia,Bulgaria, Romania,…… Austria, Slovenia, Germania,Italia – sarà l’occasione per tornare a Montalto il 24 aprile , con una staffetta da Civitavecchia a Montalto per gridare “ basta con l’energia padrona , morti sul lavoro e nucleare, mai più”

Roma 7 aprile 2010
Cobas Energia/ Cobas Lavoro Privato   –  Coordinamento Antinucleare “ salute,ambiente,energia”

Intervista a Sonja Suder e Christian Gauger, a rischio estradizione!

5 aprile 2010 3 commenti

La buca delle lettere di Sonja e Christian

Dal blog DamnatioMemoriae non posso non prendere (GRAZIE!!!) la traduzione di quest’intervista pubblicata sull’edizione domenicale della Tageszeitung (TAZ, quotidiano berlinese di sinistra) del 21.3.2010, agli esuli tedeschi in Francia Sonja e Christian,  di cui ho già parlato in questo blog.[Archivio]
Revolutionäre Zellen
Sfuggiti per 22 anni ai cacciatori di terroristi. Sonja Suder e Christian Gauger sulla vita in clandestinità e su ciò che si prova quando si viene scoperti
“Guardi sempre se c’è qualcuno dietro di te”

di Andreas Fanizadeh

taz: Signora Suder, signor Gauger, quando vi siete accorti per la prima volta di essere osservati?
Sonja Suder: Era l’estate 1978. Eravamo appena tornati a Francoforte da una gita nel sud della Francia. Alle 6 di mattina ci siamo mossi per montare il nostro stand al mercato delle pulci all’Eisernen Steg sul Mainufer.
E li avete notato che qualcuno vi seguiva?
Suder: Alle sei di mattina è evidente se qualcuno ti sta dietro dalla porta di casa fino al mercato, dove poi non monta un suo stand. Al pomeriggio l’abbiamo comprovato ed era chiaro: eravamo osservati. Era un clado giorno d’estate a Francoforte, credo in agosto. E dovemmo prendere una decisione.
Perché?
Eh, erano tempi duri, era l’anno dopo il sequestro Schleyer e i morti di Stammheim. Decidemmo di andarcene via.

1978.
Chi si ricorda del 1978, l’anno in cui Sonja Suder e Christian Gauger scomparvero dalla scena, per restare introvabili nei successivi 22 anni? L’anno in cui l’Argentina visse i mondiali di calcio. O in cui nacque Katja Kipping, oggi vice capo del Partito Die Linke (La Sinistra). C’era ancora la RDT (Germania dell’Est) e l’Europa occidentale era nella fase finale del movimento del ’68. In Nicaragua i Sandinisti attaccarono il Palazzo Nazionale, in Italia le Brigate Rosse uccisero il democristiano Aldo Moro.

Quando l’esplosivo scoppiò all’improvviso
E nella Repubblica Federale Tedesca, nel giugno del 1978, un conoscente -secondo la Procura penale- di Sonja Suder e Christian Gauger si preparò a piazzare una bomba al Consolato argentino di Monaco. Si chiamava Herrmann Feiling ed avrebbe agito, come Sonja Suder e Christian Gauger, nell’ambito delle cosiddette Cellule Rivoluzionarie (RZ). Le RZ erano per gli apparati di difesa dello Stato difficili da valutare, poiché dalla loro spaccatura del 1976/77 agivano senza una direzione riconoscibile. Il gruppo propagava attacchi con danni materiali e tentava, diversamente dalla RAF, di non fare vittime. Suder e Gauger avrebbero partecipato, dice oggi la Procura, a due attacchi contro imprese che lucravano sull’uranio con il Sudafrica, nel 1977, e ad un incendio al castello di Heidelberg, nel 1978. Perciò il 15 settembre 1978 un giudice istruttore federale emise un mandato d’arresto contro i due.Se Gauger, Suder e Feiling si conoscevano veramente, come ritiene la Procura, potevano senz’altro, nel 1978, considerare l’Argentina come uno Stato di non-diritto. Là i militari avevano fatto nel 1976 un colpo di stato con un seguito di 30’000 omicidi. In quel paese e in condizioni scandalose si giocarono i campionati mondiali di calcio. E la coalizione social-liberale di Bonn tollerava gli affari delle imprese tedesche con la dittatura argentina, mentre aiutava solo con molte esitazioni i cittadini germanici incarcerati e torturati in Argentina. V’erano insomma serie inconvenienti , anche se solo pochi come Herman Feiling tentarono di bucare con una bomba il muro del Consolato argentino. Ma l’attentato al Consolato non ebbe luogo. Per Hermann Feiling, il presunto conoscente di Suder e Gauger, la preparazione ebbe un esito fatale. L’esplosivo scoppiò il 23 giugno prima del previsto ad Heidelberg, e Feiling perse entrambe le gambe e gli occhi.
Il ferito grave venne palesemente interrogato dagli inquirenti già nella clinica universitaria di Heidelberg. Per settimane e mesi, dicono amici ed avvocati, gli inquirenti isolarono Feiling, per cercare di ottenere informazioni sulla struttura organizzative delle Cellule Rivoluzionarie. Gli inquirenti verbalizzarono ciò che Feiling avrebbe detto loro sotto l’effetto dei medicamenti e senza l’assistenza di un legale liberamente scelto, cose che poi egli ritrattò.
Poche settimane dopo l’incidente di Feiling, Suder e Gauger notarono la squadra di osservazione a Francoforte e si eclissarono. Da allora avrebbero vissuto da qualche parte all’estero senza più essere attivi -come lo erano in precedenza- in rapporto alle RZ.
Il sospetto contro Suder e Gauger “si appoggia in sostanza sulle dichiarazioni del testimone Feling nel 1978” conferma oggi, su richiesta, la Procura di Francoforte. Solo nel 1999 si aggiunse secondo le autorità un ulteriore sospetto contro Sonja Suder. Accusa: partecipazione all’attacco contro l’OPEP a Vienna nel 1975 e complicità in omicidio. I termini di prescrizione per gli attentati originariamente imputati a Suder e Gauger è di 20 anni. Sarebbero quindi prescritti dal 1998. Ma, sostiene la Procura pubblica, la prescrizione è stata “interrotta più volte” e può andare “al massimo fino al doppio del tempo previsto, dunque a 40 anni”. Un attacco incendiario del 1978 (prescrizione: 10 anni) può essere trasformato in un attacco incendiario con messa in pericolo della vita altrui (prescrizione: 20 anni) e così allungare la prescrizione a 40 anni.
È del 2000 la spettacolare scoperta con immediato arresto dei due “pensionati delle RZ”, come vennero definiti, a Parigi. Da allora le autorità francesi e tedesche si affannano su Suder e Gauger. Nel 2001 la Francia respinse una domanda di estradizione della Germania. Ora la pagina potrebbe voltarsi, grazie al nuovo mandato di cattura europeo, contro i due militanti della sinistra degli anni settanta. Il caso pende al momento presso la Corte costituzionale francese. Si ignora se la Francia estraderà.

2010.
Parigi, Saint Denis, vicino all’Università 8. Su piccolissimi appezzamenti di terreno sorgono piccole case, in lontananza si scorgono i profili di alcuni grattacieli. Non c’è nessuno per strada, è una giornata fredda e umida. In una delle casine, o meglio in una parte minuscola di una di quelle casine, vivono da quando vennero scoperti ed arrestati Sonja Suder e Christian Gauger. Sonja Suder ha compiuto nel frattempo 77 anni, Christian Gauger ne ha 68. Erano una coppia già prima della fuga nel 1978. È la prima volta che parlano con la stampa tedesca. Il colloquio è accompagnato da thé e torte. La loro cucina non arriva a 16 metri quadrati.

In clandestinità poco prima della laurea
Com’è, essere trovati e presi decine di anni dopo aver attaccato delle imprese tedesche per i loro affari con il Sudafrica dell’apartheid, dopo essere scomparsi ed aver vissuto una vita clandestina in Francia? Suder e Gauger sorridono. Su quei temi non parlano. Entrambi vogliono parlare con la TAZ a condizione di non dover rispondere a domande che possano avere un rilievo giuridico nel loro processo. Non dicono se, e se sì, per cosa, portano responsabilità.

taz: Da quando vive in esilio?
Sonja Suder: Dal 1978.
Prima viveva a Francoforte?
Suder: Si, studiavo medicina. Quando siamo partiti, avevo quasi finito.
Quanti anni aveva, allora?
Suder: Dovevo averne 45.
E lei, signor Gauger?
Christian Gauger: Anch’io vivevo a Francoforte. Avevo un diploma in psicologia e lavoravo con la pedagogia speciale all’Università.
Come collaboratore scientifico?
Gauger: No, come ‘servitore’ scientifico. Così si chiamava allora.

Gauger squadra il giornalista. Beve un po’ dalla sua tazza -thé d’erbe come quello di Suder- ed è calmo e concentrato. I suoi capelli bianchi li ha raccolti in una treccia, il viso è incorniciato da una barba sale e pepe tagliata corta. Con la sua camicia a fiori ed il leggero dialetto della regione dell’Hess potrebbe essere uscito direttamente da un negozio di antiquariato del quartiere Bockenheim a Francoforte. Sonja Suder dirige il dialogo. I suoi 77 anni non si notano. Una personalità agile, vivace e spontanea, con una voce decisa, è vestita sportivamente in nero, con capelli corti e scuri.
La camera a Saint Denis è arredata con mobili usati, comoda e pratica, come se ne vedono nelle comuni della scena alternativa. L’anticonsumismo sembra un’ideologia pratica per la vita spartana della clandestinità, senza pensione né entrate stabili. Tra i libri sugli scaffali si notano molti reggiposate. I reggiposate vengono volentieri usati in Francia per appoggiarvi le posate tra una portata e l’altra, per non sporcare il tavolo. Sono di porcellana, di diversi metalli nobili, rifiniti in modo semplice o artistico. Ogni uomo ha un hobby, e collezionare reggiposate è quello di Christian Gauger. Lui racconta lentamente, è quasi floscio. Nel 1997 ha subito un infarto ed ha dovuto essere riportato in vita.

Taz: Com’era la situazione, quando veniste arrestati nel 2000?
Suder: Eravamo arrivati da poco a Parigi e siamo usciti dall’albergo. Andò tutto molto in fretta: mani in alto! Poi volto e braccia contro il muro.
Polizia francese?
Suder: Sì, polizia francese.
Nessun tedesco assieme a loro?
Suder: No, solo più tardi, al distretto degli sbirri, lì c’erano anche dei tedeschi. Non si sono lasciati vedere, ma potevi sentire come parlavano tra di loro.
È importante per voi che si parli di ‘sbirri’?
Suder [ride]: No, possiamo anche dire polizia.
Ve l’aspettavate, di essere presi nel 2000?
Suder: No. Non in quel particolare momento, anche se rispetto alla tua vita sai che potrebbe accadere in qualsiasi momento. Non si sa mai cosa stia effettivamente succedendo. In questo senso essenzialmente te lo aspetti.
Insomma non avevate nessun concreto indizio?
Suder: No. E questo benché ci stessero sicuramente già addosso da un pezzo.
Sapete come vi hanno ritrovati dopo 22 anni?
Suder: Non è chiaro. Avevamo avuto in incontro con un parente. Forse gli si sono appiccicati.
Intende dire che per tutto l’anno un commando di catturatori vi è stato addosso?
Suder: Non credo. Fino alle dichiarazioni di Hans-Joachim Klein nel 1998/99 non eravamo neppure sempre indicati nelle ricerche per la cattura in Europa. La cosa deve essere cambiata dopo.
Hans-Joachim Klein partecipò nel 1975 all’attacco contro l’OPEP a Vienna. Si allontanò in seguito dal terrorismo ma venne preso solo nel 1998 in Francia. Dopo il suo arresto sostenne per la prima volta nel 1999 che Sonja Suder aveva potuto partecipare alla logistica dell’attacco all’OPEP. Fino al 1999 non c’era un ordine di arresto internazionale?
Suder: No, secondo i nostri avvocati. È probabilmente per questo che prima abbiamo avuto abbastanza tranquillità.
Signor Gauger, si trattiene? Non vorrebbe partecipare alla nostra conversazione?
Gauger: Di molte cose non ho più ricordi. Ho avuto un infarto e sono entrato in coma.
Quando è successo?
Suder: 1997.
Gauger: Il cuore mi si fermò. Ero praticamente morto. Sonja mi ha riportato in vita. [Arresto cardiaco e infarto, con i conseguenti pregiudizi sul cervello e sulla capacità di memoria sono attestati da perizie mediche francesi].
Le vostre false identità erano così ben fatte che potevate chiedere delle cure mediche?
Suder: Dovevamo! Già solo per il controllo e le medicine. La riabilitazione l’ho poi fatta io con lui. Era davvero una situazione assurda.
E non vi hanno scoperti?
Suder: No. A volte abbiamo dovuto trattenere il respiro, ma la nostra età fa sì che la gente non sia tanto malfidata.
Gauger: Io avevo integralmente perduto la memoria.
Ma Sonja Suder l’ha riconosciuta?
Suder: Fatto che mi stupì, devo dire.
Gauger: Ma prima non sapevo neppure che esistesse, l’ho conosciuta solo quando è ritornata nella camera.
Che sentimento si prova, quando ci si è dimenticati tutto, si vive in clandestinità e ci si deve fidare di una persona che ci insegna chi si è?
Gauger: Prima o poi viene la paura: cazzo, che succede se rimango stupido? Quando mi è venuto questo timore era però anche il momento in cui ho notato che potevo pensare da solo. La cosa è durata per un po’.
Sonja Suder le ha anche dovuto raccontare perché viveva in clandestinità?
Gauger: Sì. Ma naturalmente non so se mi ha raccontato tutto. Semplicemente non lo so.
Suder: Questo neppure si può. Non puoi raccontare un’intera vita. Se qualcuno lo chiede e se si lavora con certi testi di riabilitazione, si può ri-raccontare qualcosa, ma non si può sovraccaricare una cervello. La cosa funziona pezzetto per pezzetto.
1997 e 2000 – tra arresto cardiaco e incarcerazione non passò molto tempo.
Suder: Sì, ma si era già stabilizzato. Il punto di cui prima parlava fu dopo un mezzo anno di riabilitazione. Ma ancora oggi Christian mi chiede cose sul suo passato, ed in pratica continuiamo ancora la riabilitazione.
Dopo l’incarcerazione siete stati immediatamente separati?
Suder: Sì, subito.
Avete ancora famiglia in Germania?
Suder: Sì, abbiamo contatto con le nostre rispettive sorelle.
Signor Gauger, allora adesso può verificare autonomamente se ciò che le ha raccontato la signora Suder è vero?
Gauger: Sì, questo è almeno divenuto più facile.
Che atteggiamento avete avuto nei confronti dell’interrogatorio dopo l’arresto?
Suder: Se prima hai concordato “se succede qualcosa, nessuna parola, niente dichiarazioni”, hai allora un buon sentimento di sicurezza.
Quanto siete rimasti in carcere preventivo nella prima procedura del 2000/2001?
Suder: Meno di tre mesi. Christian era detenuto a Parigi, il carcere femminile era fuori.
È stata la vostra prima volta in carcere?
Suder: Sì, io ero alla fine dei miei 60 anni, Christian all’inizio dei suoi.
Com’era in carcere?
Suder: Si dice che le prigioni francesi siano le peggiori del mondo. Io però non posso affermarlo. Sono stata messa in cella e avevo la normale ora d’aria nel cortile. Ho incontrato subito due donne basche. Da quel momento mi è stato organizzato tutto ciò di cui avevo bisogno, in modo naturale e ovviamente sottobanco. Insomma ero quasi un po’ privilegiata. Quella solidarietà era affascinante.
Qual’era la cosa più noiosa in carcere?
Suder: Di fatto, il baccano. Ad ogni passaggio ci sono porte d’acciaio, che vengono in permanenza aperte e sbattute rumorosamente. Sono dei botti continui. Un baccano incredibile. L’essere rinchiusa non era per me così brutto, per quello ti prepari un po’ prima. Devi subito vedere di fare qualcosa, come esercizi sportivi e letture.
Signor Gauger, come fu per lei?
Gauger: Al passeggio, è venuto subito uno da me. Sapeva già. Così poi sono stato sempre con lui e con un altro al passeggio. In cella eravamo in tre. I letti a castello erano scomodi; sul terzo, sopra, si è ben in alto, ti possono venire le vertigini. Altrimenti: topi e scarafaggi, che sono però animali domestici. Meglio che una cella singola tutta bianca, dove non vedi né senti nessuno.
Che si pensa, quando si è arrestati dopo 20 anni di esilio?
Suder: Adesso ci hanno proprio beccati.
Gauger: E io ho pensato: questo non è necessario.
Sapete ciò che concretamente vi viene rimproverato?
Suder: Tre attentati, due contro il programma atomico dell’allora regime dell’apartheid sudafricano, ed un attacco contro la ristrutturazione della città di Heidelberg. A me, inoltre, Vienna. Questa storia dell’OPEP. E con essa l’accusa: complicità in omicidio. In Francia questo sarebbe già prescritto. Le sole cose che qui non vanno in prescrizione sono i crimini contro l’Umanità.
L’accusa di partecipazione all’attacco contro l’OPEP l’ha sorpresa?
Suder: Sì.

1975. L’arresto di Klein nel 1998 fu un fulmine a ciel sereno, proprio come la sua affermazione della partecipazione di Suder. Klein aveva fatto parte nel 1975 di un commando diretto da Ilich Ramirez Sanchez, detto ‘Carlos’, e che si rese responsabile della morte di tre persone. A Klein, ferito durante l’azione, riuscì di partire con gli altri membri del commando e con i ministri dell’OPEP in ostaggio. Poi nel 1976 un commando tedesco-palestinese dirottò un aereo dell’Air France su Entebbe; in quell’occasione morirono Wilfried Böse e Brigitte Kühlmann, considerati dirigenti delle prime RZ. In seguito le RZ si rifondarono, distanziandosi da gruppi e formazioni del vicino oriente come quella di Carlos. Criticarono l’antiamericanismo e l’antisionismo della ‘sinistra antiimperialista’ e propagarono forme di attacco che non producessero morti.
Su richiesta, la Procura pubblica di Francoforte conferma oggi che, fino al 1999 ed a parte le affermazioni di Klein, non v’è mai stato il minimo indizio che Suder sia stata coinvolta nella prima fase delle RZ fino al 1976. Klein, la cui credibilità viene spesso paragonata con l’ex-membro della RAF e raccontatore di storie Peter-Jürgen Boock, accusò dei militanti delle RZ ed altre persone di aver partecipato all’attacco contro l’OPEP. Rudolf Schindler venne per questo processato dal tribunale di Francoforte. E venne assolto dall’accusa di complicità nell’attaco all’OPEP, smentendo l’accusa di Klein. La corte dubitò della sua “certezza di identificazione nel riconoscimento fotografico del 2.9.1999”. In quell’occasione accusò assieme a Schindler anche Suder, “benché in precedenza non avesse mai accennato ad un’altra donna”, affermò il tribunale già 2001. A parte la dichiarazione di Klein, ancora oggi la procura penale non ha null’altro in mano contro Suder per l’attacco all’OPEP.

TAZ: Quanto presenti sono state per voi in questi anni le accuse dei ’70, di una fase sempre più lontana delle vostre vite? Avete potuto avere una vita normale?
Suder: All’inizio no. Ti guardi sempre dietro per vedere se c’è qualcuno. Se parla tedesco.
Gauger: Il meno possibile contatti con dei tedeschi, questo è molto importante.
Signora Suder, signor Gauger, non vi è mai venuto in mente in tutti quegli anni: la storia è così vecchia, che senso ha, vogliamo ritornare e affrontiamo il passato?
Suder: Insomma, a me no. E a te, Christian?
Gauger: Certo, se avessero revocato i mandati di cattura.
Suder: Molto divertente. Ora è però chiaro: se la Francia ci estrada, saremo processati in Germania.
Il gruppo al quale avreste appartenuto si è sciolto definitivamente all’inizio degli anni novanta. Questo ha qualche influenza sul processo?
Suder: Giuridicamente nessuna. Dopo l’entrata in vigore degli accordi penali europei, siamo stati arrestati una seconda volta nel 2007. Christian per quattordici giorni ed io per un mese. E dal 2009 dobbiamo contare ogni giorno sull’eventualità di un’estradizione, benché il tribunale francese avesse già negato l’estradizione nel 2001
Dopo la vostra scoperta nell’anno 2000 e il rifiuto della domanda di estradizione avete vissuto a Parigi per la prima volta di nuovo legalmente. Com’è stato per voi?
Suder: Quando vivi sempre con una leggenda, non ti puoi costruire delle vere amicizie. Abbiamo vissuto tutti quegli anni molto ritirati. A Parigi in un primo tempo non avevamo nessun contatto. La nostra avvocatessa ci ha trovato dei compagni italiani, così da avere almeno un indirizzo da indicare per poter essere scarcerati. Poi una bravissima donna ci ha ospitati. Credo che in Germania sarebbe stato più difficile. Ma la cultura repubblicana ha in Francia una ricca e secolare tradizione di offrire rifugio agli esuli. Persone che non conoscevamo ci hanno lasciato la loro casa per mezzo anno, sono andati ad abitare nel sud della Francia permettendoci così di cercarci una nostra abitazione a Parigi. Praticamente non conoscevano né noi né la nostra storia, e ci hanno semplicemente aiutati. Ci siamo poi integrati in fretta nell’ambiente, abbastanza grande, degli esuli italiani, i militanti degli anni ’70 qui rifugiati, con le loro discussioni e le loro feste. Sono molto solidali. Abbiamo avuto fortuna.

Da Francoforte a Parigi
1. Clandestini: Nell’estate 1978 a Francoforte Sonja Suder e Christian Gauger si accorsero di essere spiati. Partirono all’estero ed assunsero false identità. Probabilmente vissero in Francia, a Lille. Nel 1997 Gauger subì un colpo apoplettico e perse la sua memoria -della falsa come della vera identità.
2. Scoperti: Nel 2000 vennero scoperti ed arrestati davanti ad un albergo a Parigi. Separati, passarono alcuni mesi in carcere preventivo. Da allora Suder, 77 anni, e Gauger, 68, vivono a Parigi. La Germania ne chiede alla Francia l’estradizione -fin’ora invano.
3. Incolpati: La Procura di Francoforte sul Meno accusa oggi la coppia di aver partecipato ad attentati contro imprese nel 1977 e contro il castello di Heidelberg nel 1978. Suder è inoltre accusata di complicità in omicidio: per l’attacco alla conferenza dei ministri dell’OPEP a Vienna nel 1975, dove tre persone persero la vita. Questa accusa è basata soltanto sulle dichiarazioni dell’ex-terrorista Hans-Joachim Klein.

Un Newroz lungo alcuni giorni, nel Kurdistan che resiste!

2 aprile 2010 Lascia un commento

di Michele Vollaro, Diyarbakir
In tutta la Turchia, le celebrazioni per il Newroz (il capodanno che segna l’inizio della primavera e per il popolo curdo rappresenta l’occasione di rivendicare l’orgoglio della propria appartenenza) si sono svolte senza scontri o tensioni particolari.

Foto di Michele Vollaro ... Diyarbakir, tra i fuochi sacri del Newroz

Numerose erano le preoccupazioni che anche quest’anno la festa del “Nuovo giorno” sarebbe stata macchiata da episodi di violenza e provocazioni da parte degli apparati di sicurezza dello stato turco o dei seguaci del nazionalismo kemalista, in particolare dopo il bando a dicembre del Partito per una Società Democratica (Dtp) e il successivo arresto di centinaia di sindaci e attivisti per i diritti umani curdi nei mesi successivi (sarebbero più di 2000 secondo le stime dell’Ihd, l’Associazione per i diritti umani di Diyarbakir). E invece sono stati giorni di festa, culminati nella oceanica giornata del 21 marzo ad Amed (il nome curdo di Diyarbakir), a cui hanno partecipato oltre un milione e mezzo di persone. I festeggiamenti del Newroz, quest’anno, sono infatti cominciati già nei giorni precedenti al 21 marzo in moltissime località, caratterizzati ovunque da una partecipazione enorme, un clima festoso e combattivo al tempo stesso, e soprattutto l’assenza di incidenti e tensioni. Una scelta politica, presa dal Partito della pace e la democrazia (Bdp), la formazione che ha rimpiazzato il disciolto Dtp, per dimostrare al governo di Ankara la propria forza e capacità di organizzazione, nonostante la maggior parte dei suoi quadri dirigenti si trovi adesso in carcere a causa della stretta repressiva cominciata a dicembre, e tuttora in corso.
Secondo gran parte dei quotidiani turchi, merito di quest’atmosfera tranquilla è della cosiddetta “apertura democratica” avviata lo scorso anno dal governo di Recep Tayyip Erdoğan, una serie di iniziative tese in teoria a garantire pari diritti alle “minoranze” che vivono in Turchia, a cominciare dai circa 20 milioni di curdi.

Foto di Michele Vollaro _Diyarbakir, Newroz 2010_

“Il progetto del governo, volto a migliorare gli standard democratici, il rispetto dei diritti umani e delle differenze nel paese – ha scritto uno tra i principali giornali turchi, ‘Zaman’, nella sua edizione in lingua inglese – ha portato a un’atmosfera di mutua comprensione e fiducia non solo tra le persone, ma anche tra le forze di sicurezza dello stato e le persone”. In ogni caso, il lessico usato dai quotidiani turchi per raccontare le giornate del capodanno curdo evidenziano in modo significativo la difficoltà – causata dal centralismo imposto alla struttura statale dall’ideologia kemalista – di una reale accettazione di differenti culture all’interno della Turchia: negli articoli non si parla delle celebrazioni del Newroz in Kurdistan, ma piuttosto del “Nevruz nella regione del Sudest (il Güneydoğu in lingua turca)”, poiché – ci spiega un giornalista curdo a Diyarbakir – “ci sono tre lettere dell’alfabeto curdo che non sono presenti in quello turco (w, q, x) e perciò il loro uso è vietato, e ancora oggi ha un valore estremamente politico; inoltre, in Turchia ufficialmente non esiste una regione che si chiama Kurdistan: secondo Ankara, questo è il Sudest, una definizione che utilizzando i punti cardinali dimostra chiaramente il suo voler essere relativa e corrispondente a un centro politico rispetto al quale non siamo altro che una periferia, senza la dignità di avere un nome proprio”.
A Diyarbakir, nella città considerata la capitale simbolica del Kurdistan, il Newroz è stato caratterizzato dalla partecipazione dei più importanti cantanti curdi, tra i quali i celebri Ciwan Haco e Ferhat Tunç, e il cantante rap Serhado, amatissimo dai più giovani. Benché la festa dovesse cominciare ufficialmente alle 10, già dalle 6 del mattino il parco adibito ad accogliere i partecipanti cominciava a riempiersi; poco prima dell’inizio ufficiale, gruppi di giovani hanno cominciato a ballare l’halay, la danza tradizionale, mentre sul palco venivano affissi cartelli nei due dialetti curdi parlati nella regione, il kurmanji e lo zaza. Nei vari interventi è stata ricordata la repressione del popolo curdo e dei suoi rappresentanti a opera delle forze di sicurezza turche. I primi a prendere la parola sono stati l’ex-presidente del Dtp, Ahmet Türk (in attesa a metà aprile di essere processato per il suo incarico politico in un partito messo fuorilegge), e il sindaco di Diyarbakır, Osman Baydemir, che si sono appellati al governo chiedendo una soluzione democratica della questione curda, e affermando la necessità di coinvolgere come interlocutore per la risoluzione del conflitto tra esercito e miliziani curdi il leader del Pkk, Abdullah Öcalan, recluso dal 1999 nel carcere di massima sicurezza sull’isola di Imralı, presso Istanbul. Tra i relatori – che hanno parlato soprattutto in lingua curda – anche l’ex deputata Leyla Zana, Selahattin Demirtaş, attuale presidente del Bdp,e Fatma Öcalan, sorella di Abdullah.
Due le richieste che tutti i relatori hanno posto al governo per rilanciare la possibilità di riforme che consentano una reale democratizzazione della Turchia: la liberazione di tutti i detenuti politici curdi arrestati negli ultimi mesi e l’abolizione dello sbarramento del 10% alle elezioni politiche, una misura che impedisce ai partiti curdi una reale rappresentazione del popolo curdo nel Parlamento di Ankara (ndr: i parlamentari curdi sono sempre stati eletti come indipendenti) e conseguentemente lo svolgimento di un lavoro politico continuo anche a livello nazionale. E poi, con gran sorpresa di tutti, dai maxischermi allestiti vicino al palco, parla anche Abdullah Öcalan, seppure attraverso una vecchia registrazione in cui parla di pace, libertà e diritti.

Foto di Michele Vollaro _Diyarbakir, Newroz 2010_

Dalle montagne del Qandil, in Iraq, nei giorni immediatamente successivi, ha parlato il comandante in capo, per così dire, del Pkk, Murat Karayilan, che in un’intervista con la Reuters ha affermato che con il Newroz si è aperta una nuova fase. “Non un periodo ad interim – ha detto – ma una vera e propria fase che si svilupperà nei termini di una soluzione democratica o della resistenza”. In altre parole, Karayilan non si sbilancia sul futuro del cessate il fuoco: se da una parte dice che l’illegalizzazione del Dtp ha reso la via per una soluzione politica molto più ardua e che la tregua “potrebbe essere rotta e potremmo riprendere la lotta armata”, dall’altra sottolinea come “le celebrazioni del Newroz possono essere lette come un referendum”. E l’opinione dei milioni di persone che hanno festeggiato è chiaramente quella che la pace deve prevalere. Il che non significa arrendersi, ma piuttosto che ora si attende una risposta da Ankara.
Karayilan sembra indicare che per il momento le bocce sono ferme. Per il momento. Quanto questo momento possa durare, è difficile dirlo. La primavera purtroppo, con lo scioglimento delle nevi sulle montagne, è per le forze armate turche il momento propizio per lanciare campagne militari anche molto pesanti. E negli ultimi giorni a Diyarbakir il fragore assordante dei caccia turchi diretti a sud verso l’Iraq è il rumore di fondo a molte ore del giorno, mentre la città è di nuovo piena di blindati di esercito e polizia ad ogni angolo. Come ha detto chiaramente l’altro ieri un gruppo di intellettuali turchi, curdi e turkmeni incontrando ad Ankara il premier Erdoğan, “o ci sono passi concreti, oppure l’iniziativa democratica rimarrà una scatola vuota e pace e giustizia nient’altro che parole senza senso”.

12 anni fa, ma non dimentichiamo

28 marzo 2010 3 commenti

 

 

 

Il manifesto dello scorso anno

Il manifesto di un paio d'anni f

Edoardo Massari (detto Baleno) nasce il 4 aprile 1963, da una famiglia operaia originaria del Canavese (Piemonte).

Sin da adolescente inizia la frequentazione dei centri sociali: inizialmente è un attivista di El Paso (dove verrà coniato il suo soprannome:Baleno), il primo centro sociale anarcho-punk torinese; partecipa a diverse iniziative degli squatters, anche fuori Piemonte: ad Aosta con il collettivo Piloto Io, a Roma con gli occupanti in Piazza dei Siculi, ad Alessandria al Forte Guercio, a Cuneo al Kerosene Occupato e alla Scintilla di Modena.

Nel 1991, ad Arè, vicino Caluso (To), è tra gli occupanti della piscina comunale. Per contestare questo sgombero decidere di “prendere in possesso”, insieme ad altri compagni, il palazzo del municipio di Caluso. Vengono tutti denunciati. Baleno, che come forma di protesta estrema ed iconoclasta, “cagherà” pubblicamente sulla bandiera italiana, subirà per tutti questi fatti una prima condanna a 7 mesi e 15 giorni per “interruzione di pubblico servizio e oltraggio a pubblico ufficiale”.

La sera del 19 giugno 1993, mentre Edoardo sta lavorando alla saldatura di alcuni pezzi di motorini e biciclette, esplode la bomboletta del gas che gli serviva per gonfiare le ruote (probabilmente l’eccessivo calore è il responsabile dell’esplosione). Edoardo Massari si ferisce leggermente ad un braccio, si reca al pronto soccorso ma quando torna a casa trova la polizia ad attenderlo.

Edoardo 'Baleno' Massari

Edoardo 'Baleno' Massari

Immediatamente viene arrestato e denunciato per fabbricazione di ordigni esplosivi. Dopo 6 mesi di detenzione preventiva, scioperi della fame e manifestazioni varie, Edoardo Massari viene condannato a 2 anni e 8 mesi. Successivamente gli infliggono una pena di 4 mesi per oltraggio nei confronti di una guardia carceraria, compiuto durante la detenzione preventiva.

Esce dal carcere nel dicembre 1996 e va ad abitare all’Asilo Occupato di via Alessandria, a Torino. Ai primi di settembre del 1997, Baleno, insieme tra gli altri ai compagni ed amici Silvano Pelissero e Maria Soledad Rosas, si trasferisce alla Casa di Collegno, che si trova all’interno del parco del manicomio di Collegno (occupato dal 1996).

Durante una vacanza alle Isole Canarie, tra Sole e Baleno nasce l’amore. La felicità dura poco: il 5 marzo 1998 Silvano Pelissero, Edoardo Massari e l’argentina Maria Soledad Rosas, vengono tutti arrestati. L’accusa, abilmente orchestrata grazie anche al contributo decisivo dei media nazionali, è quella di appartenere ad una fantomatica organizzazione eco-terrorista, i “Lupi Grigi”, responsabile di una serie di attentati in Val Susa contro la linea ad alta velocità Torino-Lione.

All’alba di sabato 28 marzo, secondo la versione ufficiale, Edoardo Massari viene trovato agonizzante, impiccato con le lenzuola alla sua branda del carcere torinese delle Vallette (n.d.r le testimonianze degli abitanti delle case popolari antistanti il carcere rivelano che sin da verso la mezzanotte si sentivano arrivare ambulanze e volanti a sirene spiegate). L’11 luglio si suiciderà anche la sua amata Maria Soledad Rosas.
TRATTO DA ANARCHOPEDIA

Maria Soledad 'SOLE' Rosas

Maria Soledad 'SOLE' Rosas

Giuseppe Uva: la violenza è a sfondo sessuale

22 marzo 2010 2 commenti

Emergono nuove circostanze che gettano una luce ancora più inquietante sulla morte di Giuseppe Uva, l’uomo di 43 anni morto il 14 giugno del 2008 nell’ospedale di Varese dopo un pestaggio subito nella caserma dei carabinieri.
Sembra che tra lui e uno dei militi che lo avevano fermato la notte precedente ci fossero degli screzi personali legati a una donna. Alberto Biggiogero condotto in caserma insieme ad Uva, e che racconta di aver sentito le grida atroci dell’amico provenire dalla stanza dove era stato rinchiuso tanto da chiamare il centralino del 118 per chiedere un intervento (circostanza che ha trovato piena conferma dalla registrazione della telefonata e dai successivi contatti del 118 con la caserma), ha sostenuto in un’intervista che Uva «aveva avuto una relazione con la moglie di un carabiniere e questo, in seguito, aveva promesso di fargliela pagare». Biggiogero non sa chi fosse questa donna, ma la sera del fermo per schiamazzi notturni accadde qualcosa di molto simile a quanto paventato dall’amico. Nella dettagliata denuncia presentata alla procura di Varese, Biggiogero descrive la scena: «Un carabiniere si avvicina a noi con uno sguardo stravolto urlando “Uva, cercavo proprio te, questa notte te la faccio pagare!”», quindi avrebbe cominciato a spintonarlo e picchiarlo per poi spingerlo insieme con altri colleghi in una delle volanti accorse. Insomma, stando alle parole del testimone, il movente del brutale pestaggio continuato in caserma e finito in tragedia avrebbe potuto essere quello del forte risentimento personale nutrito da un esponente dell’Arma che avrebbe coinvolto altri suoi colleghi.
La presenza in passato di uno screzio con i carabinieri, sempre per questioni di donne (Uva era incensurato), viene confermato anche dalla sorella dell’uomo, Lucia. D’altronde la descrizione del corpo martoriato di Uva, in particolare le tracce di sangue sul retro dei pantaloni, la scomparsa degli slip, il sangue attorno ai testicoli e alla zona anale, lasciano supporre il ricorso a sevizie di natura sessuale compatibili col movente indicato. L’avvocato Anselmo, legale della famiglia, è più prudente e preferisce procedere con metodo: «Basterebbe poter consultare il traffico delle chiamate in uscita e in entrata sull’utenza del cellulare di Uva per accertare la verità». Per questo nei prossimi giorni depositerà una memoria avanzando diverse richieste per la riapertura delle indagini, tra cui la riesumazione della salma affinché venga realizzata una nuova autopsia finalizzata a nuovi accertamenti medico-legali sulla natura delle ecchimosi e dei lividi raffigurati nelle foto e la presenza di eventuali fratture e altri traumi.
Nel frattempo il procuratore capo di Varese, Maurizio Grigo, ha rivendicato «il corretto operato dei colleghi titolari del procedimento». In un comunicato ha reso noto che «il 30 settembre 2009 la dottoressa Sara Arduini ha aperto un nuovo procedimento proprio per verificare le nuove accuse della famiglia e le dichiarazioni rese da Alberto Biggiogero ed accertare ulteriori ipotesi di determinismo sull’accadimento».

Non vi sarebbero per il momento persone iscritte nel fascicolo degli indagati, ma a detta del procuratore «sono state espletate ulteriori attività istruttorie e altre ne verranno svolte, nel caso con la possibile partecipazione dei difensori». Per quanto riguarda, invece, il procedimento per omicidio colposo nei confronti dei due medici del reparto di psichiatria dell’ospedale di Varese che diedero assistenza a Uva durante il ricovero, il procuratore ha sottolineato che «si è in attesa della fissazione della prima udienza preliminare». A ventuno mesi dalla morte di Giuseppe Uva cominciano a trovare conferma molti elementi che smentiscono la versione ufficiale fornita dalle autorità. Tuttavia numerose domande attendono ancora risposta, tra queste il numero dei militi dell’Arma e degli agenti della polizia di Stato presenti nella caserma la notte tra il 13 e 14 giugno e perché questi non sono mai stati ascoltati.

Giuseppe Uva, altro assassinio per mano dello stato

20 marzo 2010 10 commenti

Non è solo abuso di potere, non è solo infamia dello stato su corpi prigionieri, è sadismo, è una patologia di sopraffazione che ormai pervade le forze dell’ordine.
Eh si, non è un’esagerazione questa frase, proprio no perchè i numeri sono troppi, iniziano ad essere insostenibili anche agli occhi dei più ciechi. Non è possibile.
Non è possibile che si possa morire per un fermo in stato d’ebbrezza.
Non è possibile morire come Stefano Cucchi, o massacrato su un marciapiede come Aldro. Non è possibile morire come Marcello Lonzi, che sembrava inciampato in un secchio di vernice rossa in quella maledetta cella.

Non si può morire come Aldo Bianzino.
Ed oggi scopro che non si può morire nemmeno come Giuseppe Uva, 43enne, fermato da una volante dei carabinieri il 14 giugno del 2008, a Varese.
Ecco la sua storia:

Giuseppe Uva e Alberto Biggiogero vengono fermati in stato di ebbrezza verso le 3 di mattina di sabato 14 giugno 2008 da una volante dei carabinieri, mentre spostano alcune transenne bloccando l’accesso a una strada del centro di Varese. Uno dei due carabinieri all’interno della volante riconosce Uva, lo chiama per nome e inizia a inseguirlo mentre questo tenta la fuga. Alberto Biggiogero cerca di correre in aiuto di Uva, richiamato dalle grida di questo, per impedire al carabiniere di colpire l’amico. L’altro carabiniere, che guidava l’auto, lo immobilizza e gli impedisce di intervenire. Poco dopo sopraggiungono due volanti della polizia di stato, Biggiogero verrà spinto a forza in una di queste, Giuseppe Uva verrà invece costretto in quella dei carabinieri. Le tre macchine arrivano nella caserma dei carabinieri verso le 3.30 (i quattro agenti delle due volanti di polizia vengono raggiunti dall’altra volante in servizio quella notte, tutti e sei i poliziotti restano in caserma per le successive due ore fino a quando Uva non verrà trasportato in ospedale, saranno due di loro, tra l’altro, ad accompagnare in ambulanza Uva al pronto soccorso, secondo una procedura del tutto anomala). I due amici vengono separati, Biggiogero resta in una stanza collocata a sinistra dopo il portone d’accesso alla caserma, controllato a vista da poliziotti e carabinieri. Da lì sente chiaramente le urla dell’amico provenienti da un’altra stanza, posta probabilmente sulla destra del corridoio, per un lunghissimo lasso di tempo. Grida ai presenti di smetterla di “massacrare” l’amico e viene minacciato di subire la stessa sorte.

Verso le quattro del mattino, approfittando degli attimi in cui viene lasciato solo, chiama con il proprio cellulare il 118, chiedendo l’intervento di un’ambulanza in caserma perché lì era in corso un massacro. L’operatore del 118 dice che manderà un’ambulanza, dopo due minuti chiama in caserma per accertarsi che ci sia veramente bisogno dell’intervento del mezzo, riferendo di essere stato contattato da un signore che denunciava un pestaggio all’interno della caserma. Il carabiniere che ha risposto al telefono lo fa attendere in linea per verificare, al suo ritorno all’apparecchio dice che si tratta di due ragazzi ubriachi e che ora si sarebbero occupati di toglier loro il telefonino (la trascrizione delle due telefonate è agli atti e disponibile).
Biggiogero fa anche in tempo a chiamare il padre e chiedergli di venirlo a prendere prima che il cellulare gli venga portato via. Biggiogero dichiara, poi, di non aver sentito le sirene dell’ambulanza ma che dopo circa 20 minuti dalla sua telefonata si è presentato in caserma un uomo in impermeabile con una valigetta che viene indicato come “il dottore”. Nel frattempo arriva anche il padre di Biggiogero che riuscirà a portare a casa il figlio e si dice disposto a portare personalmente Uva al pronto soccorso. I carabinieri diranno che non ce n’è bisogno in quanto l’arrivo del medico è sufficiente. Alle 5 del mattino (presumibilmente mezz’ora dopo che Biggiogero e il padre uscivano dalla caserma) una telefonata dei carabinieri alla guardia medica richiede un’ambulanza e dice che alla persona fermata deve essere effettuato un Tso. Uva viene trasferito quindi al pronto soccorso dell’ospedale di Circolo, dove viene richiesto il Tso e così, dopo circa due ore (verso le 8.30 del mattino), Uva viene trasferito nel reparto psichiatrico presso lo stesso ospedale. Due ore dopo viene constatato il decesso per arresto cardiaco.

Dagli esami tossicologici risulta che gli sono stati somministrati dei farmaci, inequivocabilmente e tassativamente controindicati in caso di assunzione di alcol. L’arresto cardiaco è stato provocato da questo “errore”. La testimonianza del Comandate del posto fisso della polizia di stato ubicato presso il pronto soccorso dell’ospedale di Circolo riporta alcune affermazioni estremamente significative.
La prima: si è venuti a conoscenza della morte di Uva in ritardo “pur non trattandosi come si evince dall’allegato referto medico di evento non traumatico” (si legga: è stato un evento traumatico). La seconda: la salma di Uva giaceva “supina e senza abiti, con la parte ossea iniziale del naso in zona frontale, munita di una vistosa ecchimosi rosso-bluastra, così dicasi per la parte relativa del collo sinistro, le cui ecchimosi proseguivano con discontinuità, su tutta la parete dorsale, lesioni di cui non viene fatta menzione nel verbale medico di accettazione”. Il comandante aggiunge: “che non vi è traccia degli slip del de cuius e su chi abbia provveduto alla loro rimozione dal corpo, indumento tra l’altro, neppure consegnato ai parenti (probabilmente perché intrisi di sangue).
E tuttavia non si può sottacere il riscontro obiettivo di pseudo macchie ematiche riscontrate a tergo sui pantaloni poi posti successivamente sotto sequestro unitamente agli altri capi di vestiario con un particolare inquietante riscontrato anche sulle scarpe di stoffa che stanno verosimilmente ad indicare una estenuante difesa ad oltranza dell’uomo effettuata anche con calci”. Ciò è evidenziato dal fatto che “la parte anteriore di entrambe calzature destra e sinistra, si presenta vistosamente consumata”. L’autopsia è stata fatta in maniere platealmente sbrigativa e parziale, senza gli esami radiologici necessari ad accertare fratture e minimizzando o ignorando l’importanza delle lesioni presenti sul suo corpo, in particolare sul dorso e nella regione anale.

Vigilia del Newroz a Derik, Kurdistan turco

20 marzo 2010 Lascia un commento

 

Auguri alle donne kurde che festeggiano il Newroz, PIROZ BE! _Foto di Michele Vollaro_

I primi fuochi per festeggiare il Newroz, il capodanno zoroastriano che segna l’inizio della primavera, sono stati accesi oggi ad Hakkari, vicino al confine iracheno, teatro la settimana scorsa di scontri tra l’esercito turco e i militanti del Pkk, il partito fuorilegge di Ocalan.
In Turchia, dove per il popolo curdo il Newroz è anche e soprattutto occasione per rivendicare l’orgoglio della propria appartenenza e perciò la manifestazione è stata a lungo vietati, i festeggiamenti sono carichi di una tensione e un significato particolari. Soprattutto quest’anno, dopo il bando a dicembre del Partito per una Società Democratica (Dtp) e il successivo arresto di decine di sindaci e attivisti per i diritti umani curdi nei mesi successivi, nella regione orientale della Turchia e anche in diversi paesi europei, con l’accusa di “terrorismo e proselitismo ideologico”. Il Newroz (letteralmente “nuovo giorno”) si celebra ogni anno il 21 marzo, in coincidenza con l’inizio della primavera, ma quest’anno i dirigenti del Bdp (il Partito per la Pace e la Democrazia che, dopo la messa fuori legge del Dtp, è stato fondato per riunire gli eletti al Parlamento di Ankara e le organizzazioni politche curde) hanno deciso di cominciare alcuni giorni prima i festeggiamenti nei centri minori della regione, per permettere a tutti i curdi di partecipare alla grande manifestazione organizzata domenica a Diyarbakir, considerata la capitale del Kurdistan turco. A preoccupare sono soprattutto l’arrivo di numerosi rinforzi dell’esercito turco nella regione e il ripetersi di provocazioni ai danni di cittadini e associazioni curde, ultima in ordine di tempo una sassaiola e un’aggressione con bastoni domenica scorsa ai danni dei tifosi della squadra di calcio del Diyarbakirspor.
Anche i recenti sviluppi della politca interna turca, dopo l’arresto con l’accusa di aver tentato un colpo di stato nel 2003 di una quarantina tra ex-capi di stato maggiore e alti ufficiali dell’esercito, gettano un’ombra sulle possibilità che quest’anno il Newroz possa finalmente celebrarsi come una festa di pace. La tradizionale opposizione tra i militari e i nazionalisti, che si considerano i depositari autentici della repubblica laica fondata da Ataturk, e gli islamici del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), al governo dal 2002 con Racip Tayyep Erdogan, si è trasformata in questi ultimi mesi in aperto scontro di potere in vista delle elezioni legislative previste per l’anno prossimo. Dopo le promesse da parte di Erdogan di un’apertura democratica nei confronti delle istanze politiche del popolo curdo, l’approssimarsi del voto ha spinto il premier turco a usare il pugno duro contro le organizzazioni curde e le autorità di Ankara a reagire con l’arresto di centinaia tra sindaci, amministratori locali, giuristi, giornalisti ed esponenti della società civile, tra i quali anche più di 400 ragazzi di età compresa tra i 12 e i 15 anni che avrebbe partecipato a manifestazioni non autorizzate. “Hanno provato a togliere la nostra dignità – ha detto durante il Newroz ad Hakkari Sevahir Bayındır, il responsabile della locale sezione del Bdp – arrestando chi si impegnava per la pace, a spegnere la nostra voce perquisendo gli studi di RojTv (la principale emittente satellitare in lingua curda) in Belgio e portando in carcere i suoi giornalisti, ma nonostante il silenzio mediatico e il disinteresse politico dell’Unione europea non sono riusciti a fermare la lotta democratica per il riconoscimento dei nostri diritti e il successo dei festeggiamenti qui ad Hakkari ne sono la migliore dimostrazione”. Domenica, a Diyarbakir, sono attese oltre un milione di persone, per danzare tutti insieme i balli a dita incrociate attorno ai grandi fuochi accesi per il Newroz, con canti in lingua curda e festoni verde-rosso-giallo, ed esprimere al meglio il clima di gioia ed entusiasmo l’arrivo della nuova stagione, con la speranza che sia una stagione di pace.

da Derik, Kurdistan turco
Michele Vollaro

Aggressione fascista a Magliana: il comunicato

18 marzo 2010 Lascia un commento

AGGRESSIONE FASCISTA  A MAGLIANA !

La sera del 14 marzo un gruppo di razzisti armati di bastoni e con i volti semicoperti da sciarpe e fazzoletti hanno fatto irruzione nel bar bangladese di via Murlo. Pochi minuti di terrore violenza e devastazione, ai danni di quanti/e erano nel locale.
Questo, è soltanto l’ultimo episodio in ordine temporale, di provocazioni e aggressioni ai danni della comunità bangladese che vive e lavora a Magliana, così come di una serie di atti simili nella città di Roma, compiuti da persone certe della loro impunità.

"Monnezza" a Magliana!

Esattamente 48 ore prima di questo assalto razzista sono apparse sui muri del nostro quartiere scritte razziste, inneggianti al Fascismo e firmate “Senza Padroni”.
I carabinieri di Bernardo e Casarsa, i consiglieri del Pdl e lo stesso sindaco Alemanno coadiuvati dai giornali stanno depistando le indagini dichiarando che è solo una banda di teppisti e bulli di quartiere. Ma i veri mandanti politici e morali di questa aggressione sono proprio Alemanno, Fabrizio Santori, Augusto Santori e Federico Rocca e il circolo Pdl  “Magliana senza padroni” che da mesi incitano con le loro parole alla violenza razzista a Magliana e in tutta la città!
Noi compagne/i del CSOA Macchia Rossa denunciamo il clima di intolleranza nei confronti dei/delle migranti che sta crescendo nel nostro quartiere e nella città. Sono all’ordine del giorno episodi di piccole e grandi violazioni ai danni dei lavoratori/trici e residenti di origine straniera.

Denunciamo politicamente e pubblicamente, quanti strumentalizzano i ragazzini di Magliana, con false idee di ribellione, e che usano la pratica dell’aggressione ai danni dei/delle migranti come vile palestra per preparare la “carne da macello” a  scontri più difficili. Non ci interessa sapere chi sono gli autori materiali di questo raid. Per noi sono un gruppo di fascisti e razzisti, coperti dalle guardie e questo ci basta: noi non siamo spie e informatori dei carabinieri, noi non li denunceremo alle forze dell’ordine neanche se sapessimo chi sono. Noi non siamo spie come loro! Noi li affronteremo sul terreno della lotta politica e sociale e su quello dell’antifascismo e sia chiaro che se qualcuno oserà toccare un compagno o una compagna del centro sociale Macchia Rossa ne dovrà rispondere politicamente e seriamente.Al Sit-in e al Corteo di lunedì e martedì a Magliana sono venuti i consiglieri municipali Santori e Rocca e il delegato alla sicurezza Ciardi del Pdl a portare una falsa e strumentale solidarietà, ma per fortuna gli\le antirazzisti\e hanno pacificamente ma in maniera determinata respinto questa infame provocazione fascista e non hanno permesso che partecipassero né al sit in né al corteo!
Purtroppo agli sciacalli strumentalizzatori del Pdl si sono aggiunti anche quelli del Pd, che con in testa il presidente-sceriffo del XV Municipio Gianni Paris hanno convocato una manifestazione a puro scopo elettorale sulla vicenda dell’assalto razzista di Via Murlo. Invece di sostenere la manifestazione indetta dalla comunità Bangladese di martedì scorso, dove hanno partecipato solo pochi e generosi compagni di Rifondazione e Sinistra e Libertà,
il Pd ha indetto un’altra manifestazione per Venerdi 19 a cui noi non parteciperemo e invitiamo i compagni e le compagne sinceramente antirazzisti\e a non partecipare.

Centro Sociale Occupato Autogestito “Macchia Rossa” Magliana

Gerusalemme e la “collera”

17 marzo 2010 Lascia un commento

Ieri non ho avuto modo di aggiornare il blog, quindi non ci sono mie righe di commento ai fatti di Gerusalemme e, nemmeno, alla decisione del premier israeliano di accordare la costruzione di nuovi insediamenti, in barba non solo a decine e decine di risoluzioni ONU, ma anche alle direttive statunitensi.
Momento di tensione eccellente quindi, come poche voltre in precedenza: i rapporti diplomatici e politici tra Israele e Stati Uniti hanno preso una bella sprangata sui denti dopo questa decisione unilaterale di Nethanyahu.
Così ieri la popolazione è scesa in piazza, soprattutto a Gerusalemme, in quella che è stata denominata la “giornata della collera”.
Ieri ci sono stati scontri e pestaggi, barricate e sassaiole per la città che non sto qui a raccontare visto anche lo spazio che hanno trovato nei media mainstream.
Scrivo in ritardo di un giorno quindi, solo per ribadire la mia totale vicinanza a quel popolo in lotta, in una lotta che anno dopo anno è sempre più massacrante, estenuante e contro un nemico che fa rimpiangere i “mulini a vento”.
Ieri, oltre alla giornata della collera e dell’ira era anche l’anniversario della morte, dell’assassinio di Rachel Corrie, schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano mentre manifestava pacificamente contro le demolizioni di case palestinesi nella Striscia di Gaza.
Ciao Rachel, sorella di Palestina.

In questa pagina il ricordo che ho fatto lo scorso anno, con stralci delle sue lettere e un po’ di immagini!

Aggiornamenti dopo la rivolta di Ponte Galeria

15 marzo 2010 1 commento

Ieri(13 marzo), alle ore 22.30, sono rientrati in cella i ragazzi che durante il presidio erano saliti sui tetti del lager di Ponte Galeria.
Dopo la protesta sono stati picchiati brutalmente dalla polizia.
Uno di loro non riesce più a muovere la mascella e sembra che un altro si sia tagliato un braccio come atto per scongiurare ulteriori pestaggi da parte dei burattini in divisa.

Successivamente la violenza è proseguita con la perquisizione nelle celle riservate agli uomini, ancora da accertare in quante sezioni sia avvenuta. Il giorno seguente (14 marzo) i/le reclus* riferiscono di essere in sciopero della fame.
Seguiranno aggiornamenti riguardo la protesta e l’adesione a questa.

Nella tua città c’è un lager, chiudiamo il C.I.E di Ponte Galeria!
Solidarietà a tutt* i/le reclus* in lotta!
Chiudere tutti i C.I.E!
Fuoco a tutte le gabbie!

Ponte Galeria in rivolta, una “bella” a Torino e la riacquistata libertà per i compagni torinesi! Che giornate!!

13 marzo 2010 1 commento

Mentre c’era chi sceglieva di scendere in piazza con una sciarpa viola, mentre c’era chi ascoltava Di Pietro, chi si sbrodolava per Travaglio,
mentre c’era chi ha preso pulmann per far da pubblico pagante al peggio che la storia della “sinistra” è riuscito a tirar fuori,
mentre gli ex girotondi, aspiranti “secondini” e carcerieri del paese intero, riempivano la vuota (di contenuti totalmente) piazza romana,

i compagni autorganizzati, le realtà di movimento e tutt@ coloro che portano solidarietà ai migranti reclusi nei Centri di Identificazione ed Espulsione, erano sotto i cancelli di Ponte Galeria ad urlare con tutto il fiato in gola la loro rabbia e il loro sostegno alla lotta dei migranti in stato di detenzione senza aver commesso alcun reato, in uno sciopero collettivo della fame terminato pochi giorni fa.
Dopo il tam tam telefonico l’iniziativa fuori dal CIE è stata seguita da una rivolta all’interno del centro di detenzione…alcune decine di migranti sono salite sui tetti e lì sono avvenute diverse cariche di polizia e carabinieri.
Senza troppe parole sprecate, è meglio ascoltare direttamente le corrispondenze effettuate da Radio Onda Rossa
1- I Detenuti salgono sui tetti ASCOLTA
2- La celere carica i migranti sui tetti ASCOLTA
3-  Ancora cariche sui tetti di Ponte Galeria ASCOLTA

Dopo le molte ore passate sotto il CIE di Ponte Galeria i/le compagn@ hanno ripreso il treno per Roma. Arrivati alla Stazione Trastevere è partito un corteo spontaneo che ha attraversato tutta Viale Trastevere fino al Lungotevere, con un ingente dispiegamento delle forze dell’ordine in assetto anti-sommossa.

SOLIDARIETA’ CON TUTT@ I/LE RECLUSE NEI CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE PER MIGRANTI
LIBERTA’ PER TUTT@

Da Torino invece due BELLE NOTIZIE
Tutti liberi gli arrestati
nell’operazione del 23 febbraio scorso: nessuno dovrà più stare in galera o ai domiciliari, anche se qualcuno avrà l’obbligo di firma. Dopo due settimane, si iniziano a vedere le prime crepe nel castello di accuse malamente costruito dal PM Padalino (in un ritratto) e dal capo della Digos Petronzi (nella foto).

Ma la storia senza dubbio più emozionante è l’evasione di un gruppo di reclusi dal Cie di Torino. Avremmo voluto raccontarvela in anteprima, ma qualche agenzia di stampa ha già battuto la notizia: nella notte tra giovedì e venerdì sono riusciti a scappare almeno in otto, sembra attraverso dei buchi scavati da tempo, e fino ad ora sono ancora tutti liberi.

In culo alla Polizia, agli alpini, alla Croce Rossa e a tutti i magistrati, politici e giornalisti razzisti. Viva la libertà e chi se la conquista!

macerie @ Marzo 13, 2010

Lambros Foundas: altro compagno ucciso dalla polizia greca

12 marzo 2010 Lascia un commento

LA POLIZIA GRECA HA UCCISO ANCORA.

ANCORA UNA VOLTA IL PIOMBO GRECO HA COLPITO E L’HA FATTO TRA I COMPAGNI…UCCIDENDO UN ANARCHICO DI 35 ANNI DI NOME LAMBROS FOUNDAS.
IL FATTO E’ ACCADUTO NEL SOBBORGO DI DAFNI, NELLA ZONA MERIDIONALE DELLA CAPITALE GRECA: LA POLIZIA HA IMMEDIATAMENTE FATTO SAPERE CHE LAMBROS ERA UN “TERRORISTA”, COLPITO MENTRE TENTAVA DI RUBARE UNA MACCHINA; SECONDO LA VERSIONE DELLA POLIZIA  ERA ARMATO ED E’ STATO UCCISO DURANTE UN CONFLITTO A FUOCO
ERA UNO DEI 500 ANARCHICI TRATTI IN ARRESTO AL POLYTECNICO NEL 1995.
SONO ANCORA MISTERIOSAMENTE POCHISSIME LE NOTIZIE A RIGUARDO.

NEL FRATTEMPO, COME HANNO SCRITTO/DETTO ANCHE TUTTI I

Che favola!

MAINSTREAM, LO SCIOPERO GENERALE DI IERI -TERZO IN UN MESE- E’ PERFETTAMENTE RIUSCITO BLOCCANDO INTERAMENTE IL PAESE.
ENORMI SONO STATE LE MANIFESTAZIONI SOPRATTUTTO QUELLA CHE HA RAGGIUNTO IL CENTRO DI ATENE, COMPOSTA DA PIU’ DI 50.000 PARTECIPANTI.
DIVERSI MOMENTI DI TENSIONI CON SCONTRI TRA ANARCHICI E FORZE DELL’ORDINE, CON LA DISTRUZIONE DI MOLTE VETRINE E L’USO DI BOTTIGLIE MOLOTOV. SCONTRI SONO PROSEGUITI ANCHE DOPO LE MANIFESTAZIONI NELLA ZONA DELL’UNIVERSITA’ E NEL QUARTIERE DI EXARCHIA.

13 Marzo 2010: sotto al C.I.E. di Ponte Galeria

10 marzo 2010 Lascia un commento

NOI NON SIAMO COMPLICI

Nei CIE (centri di identificazione ed espulsione) vengono rinchiuse donne e uomini che non hanno commesso reati, ma che sono considerate/i pericolose/i per la società perché sono senza documenti, per la loro nazionalità o etnia.
Domani potrà toccare a qualcun’altra/o.
Solo la società nazista era arrivata a tanto.
Politici di varia estrazione e collocazione hanno prodotto questa aberrazione giuridico sociale.
Efficienti tutori dell’ordine rastrellano le donne e gli uomini migranti e li rinchiudono nei CIE.
Operatori sociali scrupolosi le/ li tengono per mesi rinchiusi in condizioni disumane e le/li rispediscono con ponti aerei nei paesi di provenienza dove spesso sono vittime di regimi filo-occidentali messi apposta al potere per reprimere la popolazione e permettere a noi di portar via le loro ricchezze.

NOI NON SIAMO COMPLICI

Nessuno/a è autorizzato a dire non sapevo.
Nessuno/a si può difendere dicendo obbedivo agli ordini.
Nessuno/a si può nascondere dietro la legalità perché le leggi sono opera degli uomini e quando sono strumento di oppressione vanno abolite.

Queste politiche migratorie e legislazioni securitarie hanno senso solo in una società di sfruttamento come la nostra. Per chi non si adegua c’è reclusione, isolamento, persecuzione, violenza.
E alla lunga scia di morti sospette e di suicidi nei CIE, per le donne si aggiungono le violenze sessuali.
Joy e Hellen ci hanno insegnato che ribellarsi è giusto.

Noi non siamo indifferenti, non siamo complici siamo dalla parte delle recluse/i nei CIE

Saremo anche noi
SABATO 13 MARZO 2010
al presidio sotto il CIE di Ponte Galeria

–appuntamento alle 10.00 alla Stazione Ostiense
–oppure alle 11.00 alla fermata Fiera di Roma del treno per Fiumicino-Aereoporto

donne, femministe, lesbiche contro i CIE
http://noinonsiamocomplici.noblogs.org/

Udienza per gli antirazzisti torinesi!

9 marzo 2010 1 commento

E’ stata fissata per oggi, martedi 9 marzo alle 10.00 del mattino al Tribunale di Torino (settore 2 – scala E – piano III – aula 32313) l’udienza del tribunale del riesame per i sette antirazzisti torinesi colpiti da misure restrittive dal 23 febbraio scorso

Andrea, Fabio, Luca (in carcere alle Vallette), Maja, Paolo, Marco (arresti domiciliari) e Massimo (divieto di dimora in provincia di Torino) dovrebbero essere tutti presenti all’udienza in cui gli avvocati difensori chiederanno la revisione delle assurde misure restrittive chieste dal PM Padalino.
L’udienza sarà a porte chiuse e si preannuncia piuttosto lunga.
La risposta del collegio giudicante dovrebbe arrivare nelle 48 ore successive.
Intanto tra le varie manovre di quel ciccione biloso di Padalino dopo l’isolamento e il divieto di colloquio coi familiari (decisione per fortuna revocata dopo alcuni giorni dal GIP) sembra esserci una richiesta di trasferimento di Andrea, Fabio e Luca dalle Vallette in altre carceri piemontesi, sempre per rendere più profondo il loro distacco dal mondo esterno e solidale.
Sempre il paladino della censura Padalino aveva chiesto ulteriori restrizioni per i tre ai domiciliari dopo la trasmissione radiofonica Macerie condotta su radio blackout da casa di Maja; anche in questo caso il GIP ha dato parere negativo.
Un grazie a tutti per la solidarietà e per le lotte condotte in questi giorni, dentro e fuori dai CIE, contro il razzismo, lo sfruttamento, la reclusione.

LIBERI TUTTI!
FUOCO AI C.I.E.!

In memoria di Marinella Cammarata, stuprata a Piazza Navona

8 marzo 2010 7 commenti

Il materiale che pubblico qui è decisamente lungo.
E’ anche “vecchio”, se è possibile datare fatti del genere per poi relegarli nell’oblio della memoria.
La storia di Marinella non è caduta nel silenzio, Marinella non l’abbiamo dimenticata.
Non abbiamo dimenticato i suoi stupratori, non abbiamo dimenticato tutti coloro che hanno protetto quegli stupratori.
Per questo le canzoni della Banda Bassotti non passano per il mixer di Radio Onda Rossa, per questo non suonano in spazi occupati,
per questo vengono boicottati anche dalle pagine di questo blog.
Parliamo oggi di Marinella, oggi che è 8 marzo e le persone si regalano mimose.
Oggi che è 8 marzo e la violenza sulle donne non è minimamente diminuita, anzi.

IL LIBRETTO DELLA  MEMORIA, IN RICORDO  DI MARINELLA E’ STATO REALIZZATO DAL MARTEDì AUTOGESTITO DA FEMMINISTE E LESBICHE DI RADIO ONDA ROSSA 87.9FM
SOLIDARIETA’ AUTODIFESA CONTRATTACCO.

In memoria di Marinella

Foto di Valentina Perniciaro _22 Novembre, contro la violenza maschile sulle donne_

Roma.
Verso l’una della notte del 6 marzo 1988, il brigadiere dei CC Sigismondo Fragassi in compagnia di due amici, il dr. Giampiero Pedone e il sig. Tarani, transitava in Piazza dei Massimi.
Seminascosti da una Fiat Panda parcheggiata in un angolo buio, curvi, gomito a gomito, contro il muro di uno stabile, tre giovani davano le spalle alla piazza.
Insospettito, il brigadiere scende e s’avvicina.
«… aiutato dai miei amici bloccavo i tre giovani». Prima ne afferra uno, poi un altro, costringendoli ad uscire dalla strettoia tra la Panda e il muro dove si erano infilati e solo allora vede le loro nudità, nota il sangue che li macchia e scorge la ragazza  «semisdraiata a terra, insanguinata, piangente e semi nuda».
Quella ragazza è Marinella.
Nei mesi di novembre e dicembre 2007 il Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche  di Radio Onda Rossa ha condotto un ciclo di trasmissioni dedicate alle strategie delle donne contro la violenza.
La trasmissione dedicata a Marinella è la trasmissione sulla memoria.
La memoria ci aiuta a costruire una nostra storia, a tessere le nostre genealogie e a scegliere le nostre relazioni, ad agire consapevolmente nel nostro contesto.
La nostra storia ci dà forza.
Il motore che ci ha spinte a raccontare, in radio prima e in questo libricino poi, è stato il persistere nel presente di una modalità di connivenza con gli stupratori che avviene non solo colpevolizzando la vittima di stupro, sostenendo pubblicamente gli stupratori o rendendosi complici col silenzio, ma anche subordinando la lotta contro la violenza sulle donne ad altre istanze considerate politicamente “prioritarie”.
Ribadiamo ancora una volta che non c’è progettualità politica senza una radicale trasformazione delle relazioni, che non c’è antifascismo senza antisessismo.

Dalla trasmissione del Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche (18.12.2007)
È su questo che lavoreremo oggi, sull’importanza della costruzione della memoria delle donne, sull’importanza delle mobilitazioni delle donne durante le vicende di Marinella, ma anche su come, quando le donne presero una posizione forte contro le connivenze nei confronti degli stupratori, questo generò una rottura e una lacerazione fortissima con molte parti del movimento, per le quali il discorso sulla violenza contro le donne era comunque subordinato alla lotta di classe e all’antifascismo. Poiché questi discorsi ci sembrano quanto mai attuali, diamo il via alla nostra trasmissione.
Innanzitutto vogliamo dirvi come abbiamo costruito la trasmissione: ci siamo rivolte alle compagne femministe e abbiamo chiesto loro di aiutarci nella costruzione di questo passato prossimo.
Parliamo infatti di una memoria dolorosa da ricostruire, ma necessaria; per questo  ringraziamo le nostre compagne per essersi messe in gioco ancora una volta.
Per tutto quello che vi diremo riguardo i fatti e il processo di Marinella, abbiamo utilizzato “Marinella, storia di una violenza, storia di un’ ingiustizia” edito dall’Associazione per l’Informazione Il Paese delle Donne che venne redatto subito dopo la morte di Marinella e che raccoglie tutti i documenti della vicenda, le testimonianze di Marinella e delle persone che le sono state vicine e tutto quello che una rete estesa di donne mise in atto in quelle circostanze per sostenerla.

Il fatto
Roma.
Verso l’una della notte del 6 marzo 1988, il brigadiere dei CC Sigismondo Fragassi in compagnia di due amici, il dr. Giampiero Pedone e il sig. Tarani, transitava in Piazza dei Massimi a bordo di un’autovettura «nell’intento di trovare un parcheggio e recarci a sorbire un caffè».
Seminascosti da una Fiat Panda parcheggiata in un angolo buio, curvi, gomito a gomito, contro il muro di uno stabile, tre giovani davano le spalle alla piazza.
Insospettito, il brigadiere scende e s’avvicina. «Dopo essermi qualificato», testimonierà, «ed aver mostrato il tesserino, aiutato dai miei amici bloccavo i tre giovani». Prima ne afferra uno, poi un altro, costringendoli ad uscire dalla strettoia tra la Panda e il muro dove si erano infilati e solo allora vede le loro nudità, nota il sangue che li macchia e scorge la ragazza che «semisdraiata a terra, insanguinata, piangente e semi nuda»,al sopraggiungere del brigadiere e dei suoi amici esclama: «E adesso che succede?». Il dr. Pedone è il primo a soccorrerla. Dichiarerà nella sua deposizione: «Dopo essermi avvicinato ai tre che erano gomito a gomito, e chiarisco che tutto si svolgeva in un metro quadro, la cosa che sul momento mi ha colpito di più è stata la quantità di sangue su di loro e sulla ragazza. Ho allontanato il terzo giovane, quello che la teneva, le mani sulle spalle, ferma contro l’angolo del muro ed ho aiutato la ragazza a sollevarsi e a ricomporsi».
Esterrefatti dall’ intervento del brig. Fragassi e dei suoi due amici, i tre giovani non oppongono resistenza, ma protestano, seccati: «Ma ché, ci arrestate per così poco?». Attirato dal vocìo, un abitante dello stabile s’affaccia. Il brig. Fragassi gli grida di chiamare ambulanza e carabinieri. Il dr. Pedone, intanto, interroga la donna in lacrime. «Le ho chiesto», dirà, « che cosa avesse fatto quella sera e mi ha risposto che era stata a cena senza dirmi altro. Le ho chiesto quanti anni avesse e mi ha detto 30. Le ho detto che l’avremmo accompagnata all’ospedale e mi ha risposto “che ci andiamo a fare all’ospedale?”. Alla mia richiesta se la stessero violentando mi ha risposto di sì con uno sguardo stralunato».
Comincia cosi, la vigilia dell’ 8 marzo, a due passi da Piazza Navona, la vicenda dello stupro subito da Carla Maria Cammarata. Uno stupro come, purtroppo, ne avvengono tanti ma, questo, con qualcosa di unico: il fatto che un brigadiere dei CC e due suoi amici abbiano colto i colpevoli in flagrante.
Trascorrono pochissimi minuti. Il brig. Fragassi e il sig. Tarani continuano a sorvegliare i ragazzi che rimangono fermi e silenziosi. Il dr. Pedone sempre vicino alla donna, «il cui stato di shock, anzi, era in aumento». Arriva sul posto un fotografo de Il Tempo, il sig. Maurizio Piccirillo. Scatta fotografie su fotografie. Quasi in simultanea arrivano ambulanza e carabinieri. Affermerà il sig. Tarani: «La donna continuava a piangere, in evidente stato di shock, ripetendo “mi hanno violentata, arrestateli!”» e cosi confermerà il brig. Fragassi: «Dopo aver consegnato i giovani ai carabinieri, mi sono avvicinato alla donna per aiutarla a salire sull’ambulanza e l’ho sentita ripetere “mi hanno violentata, arrestateli”.
Vedendo i tre aggressori salire sull’autopattuglia dei carabinieri, la donna chiede: “E adesso a loro che succede?” Trasportati al reparto operativo della Legione Carabinieri, si legge nel rapporto steso quella notte, i tre giovani, interrogati, assumono atteggiamenti diversi: autolesionismo Ghelli, assoluto mutismo Putti e «spontanea confessione di essere colui che si era congiunto con la donna mentre i suoi amici la reggevano in attesa del loro turno» Sandro Ramoni.
Giunta al posto di polizia del Santo Spirito, Carla Maria Cammarata, ripete al poliziotto di aver subito violenza (atti relativi alla denuncia orale) e viene ricoverata per gli esami del caso.
Al medico di guardia che la visita invece non dirà nulla, rivolgendosi sottovoce soltanto all’infermiera che le è vicino. Dopo di che si addormenta. Sono le 2,50 della mattina e all’ospedale arriva il brig. Fragassi. La fa svegliare da un’infermiera, la conduce in una stanzetta e lì raccoglie, per scritto, la sua querela. Lei firma e, di nuovo sola, si riaddormenta. Al risveglio, rifiutata la visita ginecologica, Carla Maria Cammarata lascerà il Santo Spirito. Nessuno la cerca e lei non cerca nessuno. Non sarà rintracciata fino al pomeriggio del giorno seguente.
Nelle stesse ore di quella mattina, intanto, il Sost. Procuratore della Repubblica, dott. Vittorio Paraggio, convalida gli arresti di Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli che saranno trasferiti al carcere di Regina Coeli con l’imputazione di: a) atti osceni in luogo pubblico; b) concorso tra loro ed uso di violenza per costringere C.M. Cammarata a congiungersi con loro; c) procurate lesioni dalle quali risulta alla vittima una malattia ed uno stato confusionale guaribile in due giorni.
Nuovamente interrogati, nel pomeriggio, in carcere, i tre giovani ritrattano quanto precedentemente confessato (da Ramoni) ai carabinieri e, negando tutto, si protestano innocenti. Renderanno al Sost. Procuratore Paraggio quelle che saranno definite nella sentenza del primo processo «versioni difensive che presentano evidenti contraddizioni, risultando decisamente contrastanti dalle deposizioni rese al momento dell’arresto, da quelle dei testimoni (Fragassi, Pedone e Tarahi) e da quelle della parte lesa (C.M. Cammurata)».
Così commenteranno, infatti, i giudici del primo processo: «Con l’evidente intento di fare sfumare l’immagine manifestatasi agli occhi delle persone sopraggiunte (il brigadiere e i suoi due amici) plasticamente rese dal Tarani come una mischia da rugby, tutti e tre gli imputati cercano di non evocare una concorde sopraffazione della vittima».
Colti in flagrante, Ramoni, Putti e Ghelli negano prima lo stupro di gruppo. Poi lo stupro. Maria Carla Cammarata li avrebbe avvicinati lei, offrendosi. Si continua a leggere nella sentenza del primo processo: «Le modalità con le quali questo adescamento sarebbe avvenuto, sono descritte in modo diverso da Putti, Ghelli e Ramoni che si trovano anche in disaccordo nel dire a chi per primo, come e quando la donna si è  rivolta e che cosa stessero loro facendo in quel momento».
È da notare che, nel corso del processo, a dibattimento già iniziato, Vittorio Putti cambierà la sua versione una volta di più.
Rinviati tutti e tre a giudizio direttissimo, Ramoni, Putti e Ghelli, dovranno comparire davanti al Tribunale il 15 di marzo.
Ed è la volta di Marinella ad essere interrogata. Alla prima domanda, se si senta bene e ce la faccia a rispondere, dice «Sono ancora scioccata».
Si comincia a domandarle dell’aggressione. «La notte del 6, mentre passavo da Piazza dei Massimi, che è un posto dove passo abitualmente, stavo andando dal mio amico Eric a Tor di Nona quando ho incontrato questi ragazzi». I1 numero preciso degli aggressori non lo sa. «Al 70% credo fossero 5».
Era d’accordo?
«D’accordo non ero perché mentre mi violentavano gli altri mi tenevano ferma e se fossi stata d’accordo non era necessario tenermi ferma». Non si ricorda le modalità dell’aggressione ma soltanto il fatto che «io provenivo dal Pantheon, loro da Piazza Navona e stavano camminando». Aggiunge: «Credo che prima di aggredirmi i ragazzi mi abbiano detto qualcosa, ma non ricordo che cosa».
Come mai non ricorda?
«Non ho ricordi chiari», risponde Marinella; poi, insistendo le domande, dice: «soffro d’amnesia, specialmente delle cose importanti. Cinque mesi fa ho avuto un incidente stradale e non ricordavo assolutamente niente».
Afferma di essere stata in cura, per le crisi di amnesia, dal dottor Crebelli. Spiega: «Fino a settembre scorso ho fatto una terapia antidepressiva e ritengo che quei medicinali mi abbiano provocato le crisi d’amnesia».
L’interrogatorio continua. Le si chiede dell’ematoma che ha in fronte e lei non sa dire quando o come, chi o che cosa possa averglielo procurato. E invece più precisa nel descrivere gli abiti che indossava quella notte e che ancora indossa.
Le viene chiesto perché abbia lasciato l’ospedale. «Mi sono dimessa perché volevo raggiungere il mio ragazzo», risponde lei, «perché mi sentivo umiliata in quanto ritenevo che prima o poi tutti avrebbero saputo il fatto».
I1 «prima o poi» di Marinella era già «ora», perché lo stupro che aveva subito era già articolo da prima pagina, ma questo lei non lo sapeva. Seduta davanti al dr. Paraggio continuava a rispondere alle domande. Domande che si ripetono. Perché ha lasciato l’ospedale? «Perché è tutto un sistema di cose che alla fine l’unica umiliata è la donna».
E ancora: «Perché non volevo essere sottoposta a visita ginecologica». «Perché mi vergognavo». «Perché non mi va di affrontare le mamme di questi ragazzi che dicono che gli rovino i figli. Del resto questa è una condizione comune a tante donne».
Ma, le viene ricordato, lei ha già firmato una denuncia, alle 2,50 del giorno 6, davanti al brigadiere Fragassi. E lei: «Mi ricordo di avere sottoscritto il verbale durante la mia degenza. Effettivamente credo di aver detto di volere la punizione dei ragazzi miei aggressori. In quel momento ero molto arrabbiata. Ma ci ho ripensato e non mi va di affrontare il processo. Del resto anche questa è una cosa comune a tante donne». Le si ricorda che, avendo fatto denuncia, la procedibilità è d’ufficio. «Sì, questo l’ho capito benissimo».
Inizia a questo punto tutta una serie di domande che,abbandonato l’esame del fatto, comincia ad esplorare il «chi era lei» e «che cosa avesse fatto prima che il fatto accadesse». Molte di queste domande, che indagano la vita di Marinella, sono non-pertinenti ed illegittime. Ma sono proprio quelle sulle quali si accaniranno gli avvocati dei violentatori, che dalla sua debolezza fisica, sociale e psicologica trarranno «giustificazione» agli atti dei loro difesi.
Terminate  infine le domande, Marinella firma e l’iter giudiziario prosegue.
I1 10 marzo, tre giorni dopo, incaricherà l’avvocata Tina Lagostena Bassi di difenderla. I1 «caso Cammarata” intanto è  diventato non solo di pubblico dominio, non solo un fatto di cronaca che la coincidenza con 1’8 marzo ha reso ancora più eclatante, ma, per le modalità con le quali è avvenuto (il luogo centrale, l’ora tarda, il numero degli aggressori, la debolezza della donna), un caso sul quale si confrontano valori morali e sociali. In tutta Italia, sui giornali, nelle trasmissioni televisive e radiofoniche, non si contano i commenti e le posizioni che esprimono solidarietà alla vittima e indignazione per i violentatori. A Roma, il corteo dell’8 marzo si svolge all’insegna della solidarietà con Marinella. Le donne magistrato della Procura romana, costituite in una Associazione, hanno, come primo gesto, inviato una diffida all’allora sindaco di Roma «colpevole di non garantire la vivibilità», anche di notte, della capitale.
La pressoché unanime condanna dell’evento reso inconfutabile dalla testimonianza di Fragassi, Pedone e Tarani non impedirà comunque che, una volta di più, emergano in un processo per stupro linguaggi e modalità difensive che, tralasciando l’accaduto, tutto puntano sul discredito della vittima.

I PROCESSI

Il primo processo

Il 15 marzo il processo inizia. L’aula è affollatissima.
Diverse associazioni di donne (il Comitato promotore della legge contro la violenza sessuale, il Tribunale 8 Marzo, il Comitato per la trasformazione della la giustizia) chiedono di costituirsi parte civile. Dopo un’ora di consultazione, i giudici respingono la richiesta. Respingono anche la richiesta degli avvocati difensori di produrre perizie sulle interviste rilasciate dalla Cammarata.
Inizia il dibattimento. La prima udienza si esaurisce in mezz’ora.
Il processo viene fissato per martedì 22.
Il 22 marzo depongono Marinella e i suoi violentatori. Ogni incertezza, ogni “non ricordo” di Maria Carla Cammarata è sottolineato da un coro di dissenso e dagli insulti che partono dal gruppo dei parenti e degli amici dei violentatori.
Chiamati a deporre, i tre stupratori espongono le loro differenti versioni, guardandosi di sfuggita, tra arroganze e insicurezze. Il Presidente Stipo, infine, esclama «ma sforzate la logica, provate a difendervi meglio!».

Foto di Valentina Perniciaro _Scelgono le donne_

I1 24 è il giorno della sentenza. Molti i parenti degli imputati e gli amici del quartiere (Centocelle).
Molte le femministe ed i giornalisti. Presenti anche le telecamere della trasmissione Oggi in Pretura.
L’udienza è aperta da pochi minuti e già alcuni amici dei violentatori parlano ad alta voce, offendendo Marinella (che non c’è) e le donne presenti. In un coro di proteste da parte di coloro che vorrebbero l’allontanamento dei soli provocatori, l’aula viene fatta sgombrare e nell’uscire, gli uni accalcati con le altre, oltre agli insulti volano i pugni ed alcune femministe vengono colpite.
Sgombrata l’aula, il processo continua. Iniziato il dibattimento, gli avvocati difensori dei tre imputati, l’avv. Militerni (Putti), Fassari (Ramoni) e Gentiloni Silveri (Ghelli), fanno arringhe lunghissime, irte di difficoltà.
La prima è quella di dover difendere un reo confesso. Perciò la confessione che Sandro Ramoni rese appena arrestato di «essere colui che si era congiunto con la donna mentre gli altri la reggevano in attesa del loro turno” viene così scusata dai suo avvocato:“La fragilità delle risposte di chi ignora che cosa sia un interrogatorio non è la confessione di un delitto; è prova di inconscia ingenuità».
Il fatto poi che i tre imputati abbiano fornito in carcere versioni successive e contrastanti dell’accaduto, l’avv. Fassari lo considera «argomento irrilevante». Si indugia invece a lungo nel sottolineare «il comportamento tranquillo, tale da allontanare ogni sospetto- tenuto dai tre giovani al momento dell’arresto. Concordi, i loro avvocati li definiranno «tre bravi ragazzi incensurati», vittime «del martellante rumore dei mass media».
E si arriva ad affrontare la seconda difficoltà che viene, agli avvocati dei violentatori, dal fatto di essere stati, i loro difesi, colti in flagrante da ben tre testimoni, di cui uno brigadiere dei carabinieri. Di frase in frase, di gesto in gesto, le dichiarazioni dei testimoni vengono passate al setaccio. Così il brigadiere dei carabinieri Fragassi, il principale testimone, diventa da accusatore accusato. Stessa cosa succederà a Marinella.

Marinella non aveva lavoro fisso, in passato aveva fatto uso di droga, era separata e la stessa sera, due ore prima di essere stuprata, era stata fermata per non aver pagato  insieme a due amici un conto al bar
Da una parte quindi  «tre bravi ragazzi incensurati”, dicono gli avvocati, dall’altra una donna che non risponde  minimamente ai canoni correnti, mentre assomma su di sé i più comuni pregiudizi sociali. Beffardamente diranno: «Vogliamo credere che questi tre ragazzi siano rimasti sconvolti da questa Madonna del Ghirlandaio?». Il fatto che Carla Maria Cammarata asserisca in una denuncia di essere stata violentata, per loro non prova nulla. Per tutti e tre gli avvocati della difesa Marinella è una bugiarda.
«Noi possiamo compiangere la vita sbandata, squallida, miserevole della Cammarata… ma questa donna non ha il diritto di farci credere che la sua inesperienza di vita le ha impedito di reagire adeguatamente! » , sostiene l’avv. Fassari, che al secondo processo dichiarerà: «La Cammarata ha mentito dal primo all’ultimo secondo».
«Che sia stata stuprata lo afferma solo lei!» , esclama l’avv. Militerni, che subito dopo parlando del «concetto di infallibilità della querelante» fa riferimento al fatto che le femministe sostengano Marinella e le credano. Concetto che lui definirà «un elemento di fanatismo che è sinonimo di violenza» Quanto invece, secondo loro, a Marinella non ci sia da credere, i tre avvocati cercano di dimostrarlo con argomenti che approfittano fino in fondo della debolezza sociale della vittima.
Il «chi era» Marinella, l’avv. Militerni lo spiegherà, a suo modo, così bene da poter asserire, alla fine: «credo di avervi dimostrato come, in questo caso, la querelante non sia l’altra metà del cielo, come diceva Mao Tze Tung ma, come diceva Milton, la parte storta dell’uomo».

Al termine del primo processo il PM chiederà 5 anni e 8 mesi per i suoi violentatori e la loro interdizione perpetua dai pubblici uffici.

La prima sentenza del processo
Motivata in 15 pagine, la sentenza emessa dai giudici Antonio Stipo, Gustavo Barbalinardo e Francesco Minervino, riporta l’attenzione su ciò che realmente importa: il fatto accaduto.
Ritenendo «inverosimili» le versioni addotte dai tre imputati che descrivono una ragazza che «da sola, in piena notte, in zona centrale, affronta spontaneamente tre individui sconosciuti proponendo loro con ovvi e disparati rischi di avere sul posto ed immediatamente un simultaneo rapporto sessuale», i giudici considerano «perfettamente logico oltreché dichiarato e testimoniato, il contrario: che sia stata la ragazza a formare oggetto inizialmente d’apprezzamenti e quindi d’aggressione fisica da parte di un gruppo di giovani forti della loro superiorità nei confronti di un soggetto solo ed inerme».
Si legge ancora nella sentenza che «ai tre imputati va addebitato lo stato di confusione mentale della vittima» e come «non vada sottaciuto l’intento calunnioso» delle pretese versioni dell’accaduto fornite dai violentatori.
Confermate tutte e tre le accuse – atti osceni, stupro di gruppo e procurate lesioni – Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli vengono condannati alla pena di 4 anni e 8 mesi di reclusione.
La sentenza rimbalza sui mass media. Marinella viene più volte intervistata. Apparirà anche nella trasmissione televisiva della RAI Samarcanda.
Intervistata da Emanuela Moroli per Paese Sera, dichiarerà:
«… La violenza della città? La paura di andare sola? Prima di quella notte non ci avevo mai pensato, e adesso mi sembra che non sia successo a me, troppo brutto, troppo atroce… Quando ci vivi tutta la tua vita dentro la violenza, finisce che neanche te ne accorgi più … Però ti senti disperata, io in questi ultimi anni mi sono sentita proprio disperata come qualcosa di doloroso che non mi riuscivo a strappare di dosso … La mia famiglia? No, no, loro sono buoni, sono cari, mio padre è proprio bravo e poi vanno d’accordo. Era tutto quello che c’era fuori che mi spaventava, mi toglieva la speranza. Forse quando le donne della manifestazione dicono: per una società senza violenza – pensano ad un posto dove non sei disperata, dove hai fiducia. … io oggi mi sento diversa.
Sono passate poche ore dalla fine del processo, ma sento che non sarò mai più la stessa. Forse tutte quelle donne che mi hanno fatto coraggio, forse le parole che ha detto la mia avvocatessa durante il processo, così bene, così vere… E mai possibile che un’esperienza così atroce ti può cambiare in meglio?».

Il secondo processo
Il 15 novembre, Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli compaiono per il processo di secondo grado davanti alla Corte d’Appello di Roma, III sezione penale, composta dai giudici Giuliano Nardelli, Nicola Placentino ed Ennio Malzone. Il  processo ricomincia.

Foto di Valentina Perniciaro _22 Novembre contro la violenza maschile sulle donne_

Il PM chiede che la pena indicata nella sentenza di primo grado venga scontata di un anno e l’avv. Tina Lagostena Bassi sottolinea l’alto valore del precedente giudizio. Giudizio nel quale Marinella per prima cercava giustizia, non vendetta. Di parere contrario si dichiarano gli avvocati dei tre violentatori. 4 anni e 8 mesi per uno stupro di gruppo colto in flagrante sono per loro «una pena eccedente il raffronto con reati di pari gravità» e descrivono i loro difesi come «capri espiatori, sacrificati al vantaggio di cosiddetti valori collettivi».
Dirà l’avv. Militerni che i giudici si sono pronunciati  «ipervalutando acriticamente in senso accusatorio» lo stupro solo «per soddisfare l’ansia di un giudizio immediato reso inevitabile dal martellante clamore dei mass media che sulla vicenda avevano espresso unanime ma poco civile auspicio di condanna esemplare». E preciserà: «La sentenza è scaturita non da un libero convincimento del giudice ma piuttosto da un giudizio redatto all’insegna di un sospetto iniziale e del dogmatismo».
Nel corso di questo secondo processo, le tesi difensive vengono riproposte senza sostanziali mutamenti. Di nuovo si mettono sotto accusa i testimoni e particolarmente il brigadiere Fragassi, accusato dall’avv. Michele Gentiloni Silveri (Ghelli) di «aver teso a forzare la parte lesa e a obbligarla a sporgere querela».
Di nuovo al centro del dibattimento non c’è l’aggressione e l’indagine su chi l’ha compiuta, ma la vittima, Carla Maria Cammarata, alla quale non viene neanche riconosciuto il diritto di difendersi dalle offese che, per difendere i violentatori, gli avvocati le infliggono. Sarà l’avv. Militerni che definirà «suggestioni e puntigliose precisazioni» le obiezioni di Marinella su tutto ciò che poteva mettere in dubbio la sua credibilità.
Rincareranno gli avvocati: «Tutte le donne sono estremiste e bugiarde», e all’obiezione del procuratore Labiate: «Mi sembra un’affermazione maschilista», risponderanno: «No, signor procuratore, è un dato scientifico»
In appello, di fronte a una sentenza che ha riconosciuto la gravità del reato di stupro di gruppo, l’ulteriore impegno degli avvocati difensori è quello di dimostrare con maggiore vigore quanto poco «valga» la vittima e quanto, perciò, la valutazione della gravità del reato su di lei compiuto debba essere ridimensionata, in questo pienamente interpretando lo spirito del Codice Rocco.
Asserirà l’avv. Fassari (Ramoni): «La pena appare sproporzionata all’entità del fatto. Sotto il profilo delle conseguenze, altra cosa è violentare una bambina ed altra aggredire una donna matura; che conosce gli aspetti meno nobili della vita, che può raccontare tutto serenamente al fidanzato; che poche ore dopo si rammarica di avere sporto querela».
Tutti e tre gli avvocati chiederanno dunque la riduzione della pena. Insisteranno sul fatto che l’aggressione “non è stata particolarmente efferata», sulla giovanissima età dei violentatori, sul fatto che costoro «si sarebbero sbagliati» nell’interpretare l’atteggiamento della donna, «chiaro solo all’ultimo». Negherà la «confusione mentale» da shock per imputarla a cause precedenti. Chiederanno inoltre la perizia ematologia che i primi giudici avevano ritenuto irrilevante e ripeteranno che le diversità delle versioni dei violentatori non sono menzogne che la mancanza di tempo e la confessione del Ramoni hanno impedito di far collimare, ma dipendono dal fatto che i «tre erano frastornati e incapaci di dare risposte adeguate». Gentiloni Silveri chiederà l’assoluzione di Ghelli per mancanza di prove.
La corte si ritira.
Nella seconda sentenza i giudici accoglieranno molte delle tesi difensive, valuteranno «fortemente ridimensionato il fatto», perché «il rapporto fu compiuto solo da Ramoni; la violenza esercitata sul soggetto passivo fu minima, il dissenso della parte lesa fu inequivocabile solo nel momento in cui gli imputati passeranno a vie di fatto».

Ora decido IO!

Se prima era stata riconosciuta la gravità del reato anche nella valutazione delle conseguenze (lo shock riportato da Marinella), in questa seconda sentenza si parte dal presupposto che «il trauma psicologico della violenza subita» abbia soltanto aggravato «un precedente stato confusionale» dipendente da «una crisi in atto. Crisi dovuta all’assunzione di alcol da parte di un soggetto che mal lo sopportava essendo dedito anche a sostanze stupefacenti». A questo «stato di crisi»  i tre giudici addebitano i «non ricordo» di Marinella, inficiando così anche la credibilità di una denuncia di cui dicono «è evidente che i particolari descritti nella querela sono espressione del convincimento che la donna si era fatta dell’accaduto sulla base di quello che aveva sentito dire in giro, non già il ricordo dei fatti che ella aveva a memoria». E quel «sentito dire in giro» sarebbe riferito ai tre soccorritori testimoni!
Proseguendo la lettura si arriva alla frase che forse più di ogni altra è stata riportata dai giornali: «In effetti» dicono i giudici, «la violenza fisica esercitata sulla donna fu minima a causa delle scarse risorse di difesa della stessa e consistette nel fatto che il Ghelli e il Putti ebbero a tenerla e a sorreggerla per le braccia per consentire al Ramoni di congiungersi con lei». Confermato lo stupro di gruppo, la valutazione è che è stata violenza, sì, ma, «data la debolezza della vittima», una violenza piccola piccola.
Minimizzato il reato, i tre giudici escludono inoltre che tre giovani violentatori possano essere considerati elementi sociali pericolosi e «non reputando che sussista un’esigenza di tutela della collettività», accolgono anche qui le tesi degli avvocati della difesa che parlavano di «tre bravi ragazzi» che si sono arresi al brigadiere Fragassi «senza opporre resistenza».
La conclusione del processo d’Appello è che Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli vedono riaffermata la loro responsabilità di aver stuprato in gruppo Maria Carla Cammarata, però vengono assolti dal reato di lesioni (confusione mentale) per insufficienza di prove, hanno revocata l’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici e la loro pena viene ridotta da 4 anni e 8 mesi ciascuno a 2 anni e 1 mese. Concessa la condizionale, viene loro data la libertà.
Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli usciranno quella sera stessa dal carcere, il 15 novembre 1988.
La sentenza è accolta dai battimani – un’ovazione – e dalle esclamazioni di giubilo dei parenti e degli amici dei violentatori.

Pochissimi giorni dopo, il 19 novembre di quello stesso anno, Marinella muore.
Nadia Cammarata, sorella di Marinella, racconta: «Io avvertii che dentro di lei qualcosa di profondo si era spezzato […] Sono certa, e me l’ha confermato più di qualche medico, che senza quel colpo la sua energia vitale avrebbe vinto il male che aveva e che in fondo non era molto grave».

Il movimento femminista (continua dalla trasmissione del Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche  del 18.12.2007)
Durante il processo e subito dopo le compagne femministe a Roma fecero numerose iniziative, oltre a seguire il processo, organizzarono dei presidi delle manifestazioni…
Proponiamo alcuni stralci dalle mail che ci sono arrivate da alcune compagne a cui abbiamo chiesto di aiutarci a ricostruire questa storia:
> Per alcuni anni facemmo dei sit in una piazza di Centocelle e fummo anche aggredite da amici e amiche e parenti degli stupratori, la madre di uno di loro era la fioraia del quartiere da tutti conosciuta; una compagna ricordo che fu proprio ferita in faccia da un pugno di uno di loro; alla manifestazione a Centocelle invece fummo insultate per buona parte del percorso dalle madri di famiglia che stavano ai balconi.
> Abbiamo fatto anche una iniziativa a Piazza Navona luogo dello stupro. abbiamo fatto un bel video montando immagini nostre e del processo di Marinella (Maria Carla Cammarata – ndr). Ci siamo occupate davvero tanto di quella vicenda, che ha segnato profondamente anche il rapporto con il movimento nel quale alcune di noi gravitavano.
L’episodio centrale scatenante di queste tensioni, che si erano inevitabilmente create quando le compagne hanno fatto rivendicazioni, detto alcune cose, è stato un concerto al Forte Prenestino avvenuto nel 1990, in cui  tra il pubblico furono riconosciuti dalle compagne presenti alcuni amici degli stupratori e un fratello dello stupratore. Questi facevano parte di un gruppo di strada, i “Road kids”.
Ricordiamo la condotta di questi amici e parenti degli stupratori durante il processo, non erano semplicemente venuti ad assistere a un processo, avevano anche insultato le femministe presenti, nonché la stessa Marinella.
Al Forte la Banda Bassotti (gruppo musicale romano molto attivo nel movimento, legato alla Gridalo Forte Records- ndr) stava all’entrata in sottoscrizione. Quando le compagne hanno cacciato gli amici degli stupratori, la Banda Bassotti ha reagito difendendoli e dicendo che non potevano essere cacciati.
Dopo questo episodio, in cui la Banda Bassotti ha espresso chiaramente una posizione di complicità e forte connivenza con gli stupratori, è stata fatta una riunione a cui ha partecipato una parte del movimento. A questa riunione risale la famigerata frase, della Banda Bassotti: “sono proletari che sbagliano”, mettendo quindi come priorità la lotta di classe davanti alla lotta contro la violenza sulle donne e giustificando a tutti gli effetti gli stupratori.
> appostamenti e inseguimenti per le scale della radio (Radio Onda Rossa – ndr) con minacce alle compagne della trasmissione (Il sussurro di Cassandra, trasmissione gestita dalle compagne femministe – ndr) da parte del gruppo delle donne dei Bassotti. Manifestazione con pestaggio a Centocelle (e il naso rotto di una di noi) e poi spaccature, amicizie e sodalizi andate in frantumi, schieramenti e ambiguità, chiacchiere da corridoio a gogò, senza fine, con risvolti personali pesantissimi. E uno stabilirsi di un confine tra chi stava di qua e chi stava di là.

La pietra dello scandalo è un atto di forza delle compagne che decidono di allontanare da uno spazio sociale i conniventi con gli stupratori. Una delle mail riportava questa affermazione che diceva “Un fascista non poteva entrare, qualcuno che sosteneva uno stupratore invece si” . Quindi diventa lampante come la reale spaccatura fosse quella tra chi, da un lato, sosteneva che non ci può essere antifascismo senza antisessimo e che le pratiche di liberazione dal fascismo implicano anche le pratiche di liberazione dagli schemi sessisti e chi, al contrario, sosteneva che la priorità spettasse a istanze, quali l’antifascismo o la lotta di classe, ritenute più alte e scollegate dalla lotta contro la violenza di genere.
> abbiamo ricevuto sputi e insulti in pubblico ad iniziative dove incontravamo i Bassotti e purtroppo le loro compagne. Ma noi ci siamo difese bene. Il boicottaggio del gruppo in un certo senso continua ad avere degli strascichi ancora oggi, nel senso che ogni tanto qualcuna chiede di avere informazioni su questa vicenda.

Anche dal punto di vista simbolico fu importante, per esempio proprio in quegli anni i volantini e il linguaggio che si praticava dentro Radio Onda Rossa cominciò ad esprimersi in modo sessuato, a tener conto della declinazione al femminile; al di là che questo sia più o meno elaborato come concetto, fu un’imposizione, le compagne occuparono degli spazi dal punto di vista simbolico, acquisirono autorevolezza conquistando molti spazi di cui molte di noi arrivate dopo abbiamo beneficiato, certo è che il prezzo di questa ribellione è stato pagato molto caro, e stato un periodo molto difficile.
Nel raccontare la storia di Marinella, le testimonianze di chi l’ha accompagnata dicono che vivendo questa esperienza insieme alle altre donne, per quanto difficile, lei l’ aveva assunta come un dare voce a tutte le donne che avevano subito violenza, che era rinata, aveva ricominciato a dar valore a se stessa, per il valore che poteva avere in rete con le altre donne e che allo stesso modo questa forte spaccatura tra femministe e movimento creò una rete di donne molto più forte, molto più determinata a prendere i suoi spazi.

Aggiornamenti sugli scioperi della fame nei C.I.E.

8 marzo 2010 2 commenti

A Milano, nel Cie di via Corelli, i detenuti e le detenute in sciopero della fame cominciano ad essere debilitati ed indeboliti. Ad alcune ragazze del reparto trans sono state fatte flebo di liquidi e una è stata portata in ospedale. I reclusi hanno chiesto invano di essere pesati e controllati costantemente da personale medico, come è prassi durante ogni sciopero della fame, ma questo. Tuttavia, nonostante le difficoltà, lo sciopero continua con determinazione, anche grazie alla solidarietà degli antirazzisti che continuamente portano acqua e succhi al centro e mantengono ininterrottamente i contatti.

A Roma, nel Cie di Ponte Galeria, una ventina di reclusi continua lo sciopero: i gestori portano il cibo e loro lo rimandano indietro. Alcuni che avevano iniziato autonomamente lo sciopero qualche giorno prima degli altri sono molto provati, perché oramai sono dieci giorni che non mangiano. A differenza di quanto accade a Milano, a Roma i reclusi sono pesati e monitorati regolarmente, ma la cooperativa Auxilium (subentrata alla Croce Rossa nella gestione del centro da una settimana) non permette che i solidali portino i succhi e le bevande dall’esterno. La dotazione giornaliera di liquidi per ciascun recluso è di un litro d’acqua, ma lo sciopero non si ferma.

A Torino, nel Cie di corso Brunelleschi, lo sciopero nell’area gialla prosegue a staffetta e oggi un recluso in sciopero della fame da parecchi giorni si è sentito male. I suoi compagni di gabbia hanno chiamato la Croce Rossa, il 118 e i solidali fuori. Dopo un’ora di pressioni – dall’interno e dall’esterno del centro – il ragazzo è stato portato all’ospedale per accertamenti.

Bologna invece è un caso a parte. Nel Cie di via Mattei lo sciopero si è interrotto dopo il primo giorno, e soltanto un recluso continua il suo sciopero della fame solitario, anche per motivi personali. La situazione nel centro è molto difficile, perché sembra che l’uso di tranquillanti in questo Cie sia più diffuso che in altri. Ogni volta che i solidali riescono a contattare i reclusi, questi rispondono del tutto intontiti ed addormentati, a qualunque ora del giorno e della notte.

Infine, ecco alcune testimonianze raccolte dal Comitato Antirazzista di Milano e pubblicate sul sito noinonsiamocomplici.noblogs.org

Dalla sezione Trans del Cie di via Corelli, Milano:

“Siamo in 20 persone che stiamo facendo lo sciopero della fame. In ogni stanza siamo in 4 persone.  I muri son pieni di muffa, le lenzuola vengono cambiate una volta alla settimana mentre le coperte non vengono mai cambiate. Ogni quindici giorni ci danno un bagnoschiuma.  Alla sera dobbiamo pulire noi la stanza con la scopa e il secchio. Le finestre sono senza tende così la mattina presto entra la luce. Noi siamo obbligate a mettere le coperte sulla finestra per dormire. Il bagno è uno schifo, è molto sporco.  Gli scarichi son tutti intasati, dobbiamo fare per forza i nostri bisogni in piedi. Alle 8 e mezza di mattina ci portano un bicchiere di latte e una brioche. Non possiamo bere le cose calde se non con la macchinetta a pagamento. Il cibo è molto scadente, ci portano spesso il tacchino. Noi che abbiamo il silicone non possiamo mangiare il tacchino. Per questo a molte di noi sono venute infiammazioni alle protesi, ai fianchi, al seno, nei glutei. Quando andiamo alla Croce Rossa per i nostri problemi di salute ci danno dei tranquillanti per togliere il dolore, ma queste gocce ci fanno addormentare. Quando abbiamo troppo dolore ci danno la tachipirina”.

“Sono qua da una settimana. Ho subito iniziato lo sciopero della fame perché non possiamo stare qua sei mesi.  Inoltre sono sieropositiva, avevo da fare gli esami del sangue per valutare quali medicamenti prendere invece son stata portata qui e mi hanno fatto saltare la visita. Ho avuto tre giorni la febbre molto alta. Stavo così male che mi hanno portato in ospedale, al Policlinico, per un blocco intestinale. Dopo di che mi hanno riportato in Corelli sempre senza le medicine per l’HIV. Io sono in Italia da nove anni, mi sono ammalata in Italia e non posso stare qua dentro. Abbiamo bisogno di mantenerci e di mantenere la nostra famiglia al paese. Noi vogliamo la nostra libertà perché non abbiamo fatto nulla e ci obbligano a stare qua dentro senza potere fare nulla. C’è una psicologa che viene dentro una volta alla settimana, ma tanto alla fine ci danno sempre 30 gocce di Valium per dormire e via… poi diventiamo tutte dipendenti”.

“Io ho avuto un incidente  molto grave fuori da qua. Ero ancora in cura con la fisioterapia e invece mi hanno presa e portata al Cie. Mi ero fratturata  la scapola sinistra, il femore e il ginocchio. Qui spesso la ferita alla gamba mi si infiamma: vado in infermeria, mi danno una crema idratante e basta. Molte di noi sono state prese a Pisa, chi ci viene a trovare ha diritto a sette minuti di colloquio dopo  5 ore di viaggio… È pieno ovunque di scarafaggi e vermi nei water e nella doccia. La polizia ci maltratta, ci trattano come cani, ci insultano dicendo che siamo tutti gay, fanno battute sessiste nei nostri confronti. Quando diciamo cose che non gli vanno bene ci danno schiaffoni in faccia, per qualunque cosa ci aggrediscono e ci trattano come se non fossimo come esseri umani, con totale disprezzo. Sappiamo che una trans a Natale s’è suicidata qua dentro… c’è una ragazza dentro da quattro mesi che ha visto quello che è successo quando la ragazza si è suicidata e ora è del tutto fuori di testa, perché una persona normale non può sopravvivere qua dentro e molti vedono come unica uscita la morte. Ci sono persone con casi psichiatrici e dobbiamo vivere tutti assieme in una situazione di conflitto, con diverse patologie tutti assieme e qua entro siamo costretti a convivere con malattie diverse, neppure in carcere è così”.

Dalla sezione femminile del Cie di via Corelli, Milano:
“Vi racconterò la mia storia. Sono arrivata in Italia come turista perché mi piaceva molto questo paese. L’ultima volta mi ha fermato la polizia, mi hanno chiesto il permesso di soggiorno. Io avevo solo il visto come turista, ma mi hanno portato in questura dove son stata tre giorni e poi in Corelli. Mi hanno presa il 26 gennaio e avevo in tasca il biglietto dell’aereo per tornare in Brasile il 16 febbraio… beh son ancora qui! Ora dovrò uscire da questo paese come una criminale, scortata dai poliziotti. Non immaginavo che in Italia potesse esistere un posto come questo. Mi sento inutile, sto molto male. Ci trattano come animali, e questo è solo l’inizio… dovremo fare sei mesi in questo inferno per poi uscire di qua con un’espulsione per dieci anni. Chiediamo a tutti che ci ascoltino, che anche se ci dicono clandestini siamo gente di buon cuore. Siamo venuti in cerca di una vita migliore. Stiamo facendo lo sciopero per fare capire alla gente che siamo esseri umani e abbiamo il diritto di vivere qua come tutti gli altri e che non ci possono togliere la libertà. Ci dovrebbero esser altri modi per ottenere questo pezzo di carta senza passare da questo inferno. È veramente una legge ingiusta, non so chi l’ha inventata e non vogliamo rispettarla. Per noi l’unica opzione che abbiamo è lottare”.

macerie @ Marzo 7, 2010

Alziamo la testa! Seguiamo l’appello di Assunta!

7 marzo 2010 Lascia un commento

Accogliamo l’appello di questa mamma: chiamiamoci tutt@ Assunt@ e alziamo la testa!

Una madre ventiseienne spiega perché l’ultimo attacco ai diritti riguarda (e tanto) anche i giovani precari

Assunta Rossi*
Liberazione 5 marzo 2010

Cara Erminia,
siamo state fortunate sai? Una volta tanto posso dirlo, e ora che ci sei tu posso anche usare un bel plurale: siamo  state fortunate, piccola mia. Imparerai, piano piano (ma non troppo mi raccomando, che non tira l’aria giusta per crescere senza tener la guardia sempre alta) che spesso è una questione di tempistica, di fortuna (non credo che sarai una di quelle che crederà ai miracoli, è più attraente e altrettanto rara la “fortuna”) … e questa volta la tua mamma è stata fortunata.

1973 _Operaie di Mirafiori_

Per te è un po’ presto per capire, ma già il fatto che io stia qui a parlartene vuol dire che hai inconsciamente capito: non ci saresti stata se quest’ultimo capitolo della devastazione dei diritti dei lavoratori fosse avvenuto qualche mese fa.
Zitti zitti, come se niente fosse, stanno togliendo tutto quello che avevamo conquistato, lavoratori in lotta per anni, per strappare con le unghie una vita decente ai padroni. Son concetti chiari, Erminia, secondo me li capisci pure tu, che mi guardi con quegli occhioni dolci da bimba di due mesi. Sono concetti facili anche per te, eppure mi guardo intorno e sembra che gli altri non capiscano, pensano che stiano privando di diritti una piccola parte di vecchi lavoratori pubblici. Guardaci qua, io ho 26 anni, ti sembro vecchia?
Contratto a tempo indeterminato dopo una lunga odissea. Sono andata a lavorare a 21 anni in quel posto: duecento terminali accesi contemporaneamente, tutti in cuffia ad impazzire con i clienti in linea. A guardarci per la prima volta pensi che hai davanti delle formiche, animaletti tutti uguali intenti a lavorare a testa china. Magari! Lì eravamo tutte formiche, questo è certo, ma non tutte uguali. C’erano le formiche con il contratto, vecchie salariate della grande azienda a partecipazione statale, e noi. Noi, tante e tutte giovanissime al contrario degli altri, le formiche zoppe! Subappaltate, precarie, flessibili: formiche senza alcun diritto di parola. Contratti di sei mesi; se avevi lavorato bene e in silenzio te ne prendevi altri sei, altrimenti a casa senza nessuno scandalo. Sai, Erminia mia, ci sono stata quattro anni così… poi mi sono arrabbiata, come ancora non m’hai visto mai, ho sbattuto la porta alle mie spalle, ho lasciato le formichine e me ne sono partita. Ci son rientrata dopo altri anni in quel posto: con un bel contratto in mano! E’ stato facile vincere, il giudice non ha fatto altro che constatare che non era possibile lavorare subappaltata con la clausola del «periodo di alti picchi lavorativi” per quattro anni continuativi.
Quindi, contratto in mano e anche una scorta di soldi che ci sta dando un grande aiuto da quando ci sei tu: l’azienda che m’aveva sfruttato è stata costretta a darmi tutti i soldi che mi doveva, a risarcire gli abusi perpetrati su me e tutti gli altri nella mia condizione. E così ho scoperto tante parole nuove: ferie, malattie, contributi, pensione, maternità, congedi parentali. Chissà se ti capiterà di incontrarle mai, queste parole rilassanti, chissà se non le studierai solo nei capitoli dei libri che parleranno di quell’Italia nata dalle lotte di operai e studenti che aveva conquistato un paese un po’ più libero, quel paese miseramente scomparso in pochissimi decenni e che torna all’arbitrato, al padronato, all’assenza totale di diritti. Stiamo messi male e siamo anche in pochi ad accorgercene, ci fosse qualche adulto o adulta ancora con la tua capacità di urlare forse tutto ciò non avverrebbe… (allora siamo sulla buona strada, non ci avevo pensato!).
In quel posto che ti raccontavo, quello delle formichine che lavorano zitte e gobbe con la testa che scoppia, ora che tutte hanno un contratto c’è stata una grande rivoluzione sai? Proprio come ha fatto la tua mamma, praticamente anche tutte le altre si son messe a scoprire queste nuove parole scritte su quei fogli… la prima che ci ha colpito è quella che da donne precarie avevamo proprio cancellato dal nostro dizionario: maternità! E così, tanta è stata la gioia di riscoprire quella parola che in poco tempo siete spuntati in tanti, bambini di giovani neo assunte, alla faccia dell’azienda che non ce l’aveva mai permesso e che ora è costretta a farlo. Quasi settanta bambini su meno di duecento assunzioni!Siamo state proprio fortunate piccola mia, perché da oggi tutto questo non sarà più  possibile. Stanno cercando di metter su carta che la formica zoppa deve rimanere tale, che non potrà più chiedere aiuto a nessun tipo di giudice, che dovrà regalare la sua vita e la sua dignità all’azienda di turno senza aprire bocca. Quindi sta a me cercare di impedirglielo, sta a te imparare a lottare per i tuoi diritti ed anche a difenderli, a non farli calpestare o portare via dal primo manipolo di ladroni che prende il potere.
Come dicono in Val Susa, quei tuoi cuginetti che lottano contro l’Alta Velocità e la devastazione del loro territorio, a sarà dura!

* [spacciandomi per Assunta]
Non mi chiamo Assunta, anzi l’ho scelto ironicamente, come nome contro il precariato. Niente di cui vergognarmi, ma con l’aria che tira, con la “licenza di licenziare” ormai legalizzata, beh, meglio rimanere anonima, che il lavoro mi serve. Chiamiamoci tutt@ Assunt@ e alziamo la testa!

Link
Mario Tronti: 12 marzo 2010 “sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro”