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Torture in Italia: chi sarà questo professor “De Tormentis” ? (Nicola Ciocia, attualmente avvocato del foro di Napoli…è il segreto di Pulcinella)
Ci si mette alla caccia degli assassini dopo più di 30 anni dagli omicidi: lo facciamo senza pensare a quel che potrebbe comportare, senza pensare che magari ci rimetterebbero solo i compagni nell’aprire processi a 30anni di distanza.
Ma lo facciamo con un fervore tale che ci fa dimenticare di andare sottobraccio ai ROS, di aiutarli…
Poi ci dimentichiamo dei NOSTRI torturatori, poi non ci interessa sapere il nome di quest’uomo: che ridicoli che siamo!
Inutili, dannosi, ridicoli!
«De Tormentis» è l’eteronimo sotto il quale si nasconde l’identità dell’ex funzionario Ucigos (oggi denominata Polizia di prevenzione) che era a capo della speciale squadretta addetta alle sevizie, in particolare alla tecnica del waterboarding, utilizzate per estorcere informazioni durante gli interrogatori contro i militanti, o supposti tali, delle Brigate rosse. 
In una intervista rilasciata al secolo XIX il 24 giugno 2007, sotto anonimato, “De Tormentis” raccontava di aver prestato servizio in polizia per quasi tre decenni, dove era entrato alla fine degli anni Cinquanta uscendone con il grado di questore per poi esercitare la professione di avvocato (un vero insulto alla categoria) presso il foro di Napoli. Pare, dicono alcune voci, con pessimi risultati; il che non deve certo sorprendere visto il curriculum del personaggio.
Sempre “De Tormentis” aggiungeva di aver lavorato in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest’ultimo, nel 1963, prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile sia all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo per approdare dopo lo scioglimento dei nuclei antiterrorismo di Santillo all’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali), dove ha coordinato i blitz più «riservati».
Nella stessa intervista riferiva di essere raffigurato in una delle foto simbolo scattate in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla “Renault 4″ dove si trovava il corpo senza vita di Moro.
Nicola Rao nel suo libro, Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling&Kupfer 2011, racconta così l’incontro con De Tormentis:
[…]
Nella hall di un albergo di Napoli un sabato pomeriggio, il 12 febbraio 2011. Accompagnato dalla sua signora, che ha preferito rimanere in disparte, il «professor de tormentis» (che, dopo essere stato nominato questore, abbandonò la polizia e oggi fa l’avvocato) ha deciso di affrontare la situazione, accettando di rispondere (anche se alla sua maniera) alle mie domande.
Prima di cominciare, gli ho chiesto se avesse nulla in contrario a che il colloquio fosse registrato, e lui ha acconsentito.
Il personaggio ha una sua dignità e un suo mondo. Nel suo esordio c’è tutto: «Io sono stato un combattente, perché quella contro le Brigate Rosse era una guerra. Una vera e propria guerra». E in guerra ogni mezzo è lecito per concluderla e vincerla.
Entro subito nel merito: «Quando è stato deciso di procedere al trattamento? Quando le è stata delegata la gestione di questa pratica? Quando ha cominciato a mettere su la sua squadra? Perché solo dopo il rapimento di un generale americano e non prima?»
Ecco la sua risposta: «Lo avevamo fatto anche prima… con Triaca [esponente delle Br arrestato subito dopo il delitto Moro, N.d.A.]. Comunque il trattamento è anche una cosa molto razionale. Non solo fisica. Nel senso che, se viene davanti a te una persona arrestata che tu, per l’esperienza che hai, ritieni uno che offende la tua intelligenza, perché nega l’evidenza e magari dice evidenti cazzate, non ha senso dirgli: ‘Scusi, è stato lei a commettere quel delitto?’ Così non si ottiene niente. Allora gli chiedi: ‘Ma perché vuoi offendere la mia intelligenza? Non si offende l’intelligenza di un rappresentante dello Stato’. E allora il… ehm… come dire… il contrasto, ecco, sì, il contrasto fra noi e loro entra nella fase… importante».
E ancora: «Se le Br non fossero state affrontate in certi modi, avrebbero continuato ad ammazzare. Più che trattamento, io la chiamerei ‘decisione’».
Gli domando: «Il ministro dell’Interno dell’epoca, Virginio Rognoni, ha più volte detto che il governo italiano ebbe pesanti pressioni dall’amministrazione statunitense, anche perché non era mai accaduto prima che un generale americano venisse rapito in Europa. Immagino che a quel punto il governo abbia a sua volta fatto forte pressione sulle forze dell’ordine per cercare di risolvere la questione…»
Il professore: «Tu (inizialmente aveva esordito chiedendomi se potessimo darci del tu) sei una persona intelligente. Non hai bisogno che te lo dica io. Ma oltre quello che ti ho detto non posso andare, perché non sono segreti che riguardano la mia persona, sono segreti che riguardano qualcosa di ben più grande e di molto più importante: sono segreti che riguardano lo Stato. Devi andare oltre. Sono segreti dello Stato. Quelle richieste ci sono state, ma sono cose che non si possono raccontare… Molto importante è l’ultimo gradino dello Stato, quello che sta in trincea. In casi del genere è l’ultimo gradino, chi fa le investigazioni, che avverte se alle sue spalle c’è qualcuno a coprirlo o non c’è nessuno. E quando si agisce per lo Stato e hai le spalle coperte, la ‘decisione’ aumenta…»
Insisto: «Ma l’acqua e sale, il panno sul viso…»
Mi interrompe subito: «Nooo. Senti, Nicola, non sono cose mie, ma sono cose che riguardano lo Stato, non posso dire nulla di più di quello che ho detto. Me le porterò nella tomba. E poi non è quello che aggiunge qualcosa. E tutto il complesso che deve creare il funzionario responsabile di un’operazione…»
Faccio un ultimo tentativo: «E vero che due funzionari della Cia hanno assistito ad alcuni trattamenti e sono rimasti addirittura meravigliati dalla vostra tecnica?»
«Gli italiani sono i migliori del mondo», mi risponde. «Tu avrai avuto a che fare con tuoi colleghi giornalisti stranieri, immagino. Erano alla tua altezza? Secondo me no. Siamo i migliori, a cominciare da come mangiamo, da come ci vestiamo. Non sono stati gli americani a insegnarci certe cose. Siamo i migliori. Se quindi eravamo autodidatti? Io sono cresciuto in mezzo alla strada, sono abituato a certi discorsi, a certi ragionamenti. Lì, nell’attività di polizia ci vuole stomaco. E gli altri Paesi lo stomaco non ce l’hanno come ce l’abbiamo noi italiani. Siamo i migliori. I migliori! A un certo momento i nostri lacciuoli, che ci comprimono e ci condizionano, sono delle scuse per quelle persone che non hanno stomaco. Questa è la verità.»
Dopo due ore e mezzo di duello dialettico, il «professor de tormentis» mi saluta in compagnia della moglie. Pur non dicendomi niente di esplicito, mi ha detto molto. Mi ha confermato l’esistenza del trattamento da lui gestito. Mi ha confermato che qualche apparato superiore glielo ordinò e che si sentiva coperto dai suoi superiori. Mi ha ribadito che certe cose sono accadute perché era l’unico modo per porre fine, al più presto, alla follia omicida delle Br. Un po’ come gli Stati Uniti, che decisero di ricorrere alla bomba atomica per anticipare la fine della guerra ed evitare altre migliaia di morti nelle proprie file.
Terminato il libro, le domande senza risposta si sono moltiplicate. Chi decise di ricorrere a mezzi non convenzionali per distruggere definitivamente le Br? A quale livello? In quale sede? Chi sapeva e chi non sapeva? E perché fu deciso soltanto quando le Br rapirono un generale americano? Come mai le denunce di decine di brigatisti «trattati» sono cadute nel dimenticatoio, mentre le uniche che hanno avuto una conseguenza processuale sono quelle relative a una brutta imitazione del trattamento vero e proprio? Quanto avrebbero ancora ucciso le Br se non si fosse deciso di ricorrere in alcuni casi al waterboarding? Quanto sangue avrebbero ancora versato? E ancora: Dozier sarebbe stato liberato comunque? E gli americani che ruolo ebbero in questa vicenda? Molti di tali quesiti, probabilmente, sono destinati a rimanere senza risposta per sempre. Ma può anche darsi che qualcun altro, dopo di me, avrà l’interesse, la curiosità, la voglia, la pazienza, gli strumenti per approfondire questa vicenda, e magari anche la fortuna di poterla ricostruire fino in fondo.
[…]
Dal blog INSORGENZE, che ha molto materiale a riguardo! [Chi è De Tormentis?]
Qui invece un po’ di altro materiale sulle opere della cricca del signor De Tormentis: LEGGI
I LINK SULLA TORTURA
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis
Arrestata e liberata @angryarabiya
Zeinab al Khawaja è una donna straordinaria, che vive in Bahrain.
Un’attivista incredibile, istancabile, forsennata quasi nel suo non mollare mai, per la strada come in rete, nei tribunali come nelle carceri.
Si perché la storia di Zeinab, che conosciamo tutti grazie all’enorme e unico lavoro che fa in rete attraverso il suo twitter e il suo blog, è una delle più tristi di quel paese, il Bahrain, che sta massacrando la sua popolazione da mesi.
Da sempre: ogni volta che s’è provato ad alzare la testa per liberarsi del regime.
Il Bahrain però non molla, molla meno di molti altri paesi che in qualche modo hanno dovuto affrontare la primavera araba e il desiderio inarrestabile di farla fine con i regimi.
Zeinab ha suo padre in carcere, suo marito in carcere, suo zio in carcere: ma non la fermano lo stesso, anzi.
Se sappiamo qualcosa del Bahrain è grazie a questa donna, privata dei suoi affetti e di qualunque libertà, ma con un coraggio e una forza rara.
Oggi c’ha fatto decisamente prendere un colpo, durante l’ennesima manifestazione con scontri nella piazza delle Perle, a Manama, capitale del Bahrein: presa dalle forze di sicurezza, per un po’ non ha dato suo notizie, facendo mobilitare immediatamente migliaia dei suoi lettori.
Forse è stato questo il motivo, ma fortunatamente è tornata presto libera, almeno lei, di tornare a casa.
Bentornata alla libertà, cara @angryarabiya e non stare lì a scervellarti sul fatto che si più fortunata di altri, che il tuo nome risuona nel mondo e quindi non è facile impallinarti o darti il carcere a vita come è per gli altri: facciamo in modo che questo clamore abbracci anche tutti gli altri che lottano su quella rotonda, e per tutto il paese.
LIBERTA’ PER TUTTI I PRIGIONIERI DEL BAHRAIN
FREE BAHRAIN
QUI UN PO’ DI LINK DI QUESTO BLOG SUL BAHRAIN E LA SUA LOTTA PER LA LIBERTA’
Nel video le immagini di Zeinab, oggi
Ventiquattro anni, attivista in Bahrein, donna. Irriducibile.
di Annalena Di Giovanni
dal Bahrain
«Scendo in strada a protestare da quando avevo diciassette anni, ma il titolo di attivista di diritti umani me lo sono guadagnato soltanto l’anno scorso: finalmente la polizia mi ha picchiata. Qui, la gente è abituata che se sei un attivista devi aspettarti il manganello della polizia e finchè non ti capita, nessuno ti prende sul serio». Zeinab Al Khawaj, classe 1983, ha fatto il giro del mondo nelle foto che la ritraevano per le strade del Bahrein, munita di cartelli e megafono, a rivendicare i diritti della sua gente. Il padre, Abdelhadi al Khawaj, è tuttora sulla lista nera del governo al Khalifa, entrando ed uscendo dal carcere mentre la figlia si arrangia quotidianamente cercando di fare la giornalista in un paese in cui la stampa è cosa del re.
«Sono nata lontana dal Bahrein. Mio padre aveva studiava a Londra, poi ci siamo trasferiti in Danimarca. La pressione sulla mia famiglia era tale che mio zio venne arrestato per aver visto mio padre all’estero, e suo cugino sempliemente per avergli telefonato una volta. Sapevamo che rientrare nel paese sarebbe costato l’arresto a mio padre, e l’unica volta in cui ci ha provatoè stata quando è morto mio nonno; lo trattennero all’aereoporto per 14 gorni stracciandogli il passaporto ma non poterono arrestarlo e torturarlo perchè ormai era una figura troppo nota nelle associazioni per i diritti umani. Quel che faceva era semplicemente redigere rapporti per un’associazione di diritti umani su quanto accadeva in Bahrein. Negli anni novanta il notro paese era sottosopra, c’erano proteste e scontri con la polizia tutto il tempo. La gente del Bahrein, in genere, è molto sveglia dal punto di vista politico. E quando la gente conosce i propri diritti, difficilmente se ne sta zitta. Inoltre, al contrario degli altri paesi del Golfo – come gli Emirati arabi, dove i cittadini possono contare sul sostegno dello stato – , la povertà in Bahrein è altissima, e la minoranza sunnita governa una popolazione originaria sciita. E le ineguaglianze sono sotto gli occhi di tutti: ci sono i troppo ricchi e i troppo poveri, senza casa, senza lavoro e senza niente di cui sfamare la famiglia in una piccola isola che produce gas, petrolio e che è il centro mondiale delle banche islamiche. Anche adesso, quella del Bahrein rimane una dittatura. Ma è lontana dagli eccessi del precedente re Issa. Ai suoi tempi, la polizia semplicemente arrestava tutti, chiunque fosse in strada, compresi bambini di dieci o dodici anni. Le torture erano orrende: strappavano le unghie, usavano il ferro da stiro sui corpi, oppure li trapanavano. Alcuni torturatori erano personaggi molto noti, lo sono tuttora, sono sempre qui ed in genere fanno affari d’oro, ma per legge non li puoi processare o accusare di niente.»
«Non avevamo passaporto, nei paesi arabi eravamo sulla lista nera e il nostro solo documento d’identità era un pezzo di carta del governo danese, l’unico disposto ad accoglierci, che ci dichiarava profughi politici. Quindi sono cresciuta in Danimarca, ma sono venuta sù con la testa in Bahrein. Senza averlo mai visto. Frequentavamo soprattutto i profughi come noi, ci facevamo spedire le cassette della televisione del Bahrein, e a casa mia si poteva parlare solo arabo. E quando siamo arrivati qui per la prima volta,avevo diciotto anni. Per me è stato un ritorno a casa. Ho ritrovato una famiglia che non sapevo di avere: centinaia di cugini, zii, nonne. In Danimarca, non ero nessuno. Qui sono Zeinab alKhawaj, e so da dove viene la mia famiglia. Qui, so chi sono.
Qui sono diversa da tutti, perchè sono cresciuta in Europa. Ma infondo sono diversa da quando sono nata. Portare il velo, in Danimarca, mi aveva già resa diversa da tutti. Anzi, il trauma di tornare qui è stato proprio il ritrovarmi uguale a centinaia di altre ragazze! In Danimarca era difficile: piangevo tutte le notti dicendo che volevo tornare al mio paese. C’è un gran razzismo, la gente ti urla contro in strada a volte, non è cosa comoda essere musulmani e portare il velo da quelle parti. Devi essere forte, saperci passare sopra. Adesso che sono tornata qua, so che sono quella che sono anche perchè sono cresciuta là».
Il Golfo sta cambiando in fretta. Sotto una pioggia di milioni e cemento, la cultura araba lascia il posto ad un retaggio artefatto nel quale al Bahrein – una piccola isola forte di una cultura millenaria meticcia, pescatrice e sciita – si cerca di sovrapporre una storia inesistente, fatta di cammelli e gente del deserto. Qualcosa che la avicini a Dubai, insomma. «C’è grande eccitazione nel Golfo, senza che nessuno si fermi a chiedere chi pagherà il prezzo del cambiamento. In Bahrein la gente non si pone il problema perchè la lotta è quotidiana, ogni giorno qualcuno finisce in prigione sotto elettroshock e tortura, non hai tempo di chiederti come stia cambiando la regione. Potrei accettare quello che il Bahrein sta diventando se fosse ciò che la gente vuole. Ma sento che ci sono categorie non rappresentare. Il governo vuole far sembrare il paese qualcosa che non è. Come i villaggi, dove la gente povera è nascosta da una facciata di belle case per impressionre i turisti. Una maschera. Anche Dubai ha spazzato via la cultura che c’era. Se parli con la gente degli emirati, te lo confermeranno. Tutto nuovo, tutto grande, tutto straniero. Quando vado là, sento che non c’è alcuna cultura, puoi soltanto fare shopping. Voglio dire, anche New York è una città recente piena di nuovi grattacieli, ma ha una sua cultura no? Per questo preferisco il Bahrein, anche se il resto del mondo non sa dove sia e pensa soltanto a Dubai. Ma negli Emirati i cittadini non sono poveri, il governo li mantiene, quindi là non trovi la lotta sotterrnea che agita il Bahrein, diviso com’è fra una maggioranza sciita povera ed oppressa ed una minoranza sunnita che ha in mano il paese, il petrolio, che manipola la storia e cancella la nostra identità persino nei testi scolastici. Passiamo il tempo a chiederci se faremo la fine dei nativi americani! Uno dei problemi che abbiamo, ad esempio, è che non abbiamo più accesso al mare, perchè la speculazione edilizia ha venduto tutte le spiagge agli stranieri. Ma noi siamo isolani, abbiamo bisogno del mare! Se vivrei a Doha o Dubai? Questo è il mio paese, e sento di avere degli obblighi nei suoi confronti. Mio padre dice sempre “Più cose sai, più resonsabilità sulle tue spalle”. E io sento la responsabilità di dover cambiare il mio paese, anche se è talmente frustrante».
Se nel Golfo stiamo diventando più religiosi? Credo che sia un fenomeno locale, non soltanto ristretto alla questione sciiti-sunniti in Bahrein. è un discorso identitario: vuoi cercare di preservare quello che sei. Ovunque vai, in Bahrein, trovi un Pizza Hut o un Macdonald. Ogni cosa è americana, film compresi. A volte ti fermi e pensi: io non sono così, non provego da questo mondo. Credo che per questo molta gente ricorre alla religione. Perchè, almeno nel nostro caso, la cultura popolare si è formata intorno alla religione. una questione culturale. In più, c’è il fattore dell’islamfobia mediatica, il fatto che noi musulmani siamo ritenuti tutti terroristi. Più hai l’impressione che la gente abbia dei pregiudizi su ciò che sei o credi, più ti ci attacchi».
«Poi c’è la questione dei diritti delle donne. Non siamo abbastanza protette dalle istituzioni, eppure la gente è ossessionata soltanto dalla questione del velo e dell’abbigliamento perde di vista i veri problemi. Ad esempio, le corti religiose (che regitrano matrimoni e divorzi, nda) qui sono molto ingiuste. Ti chedono tante di quelle prove, se vuoi divorziare da tuo marito. Eppure il divorzio, nell’Islam, è un diritto, tantopiù se tuo marito ti maltratta. Invece qui senti un sacco di aneddoti su donne che vanno in corte, dopo essere state picchate diverse volte, magari con un braccio rotto, e si sentono dire: “torna a casa e risolvila con tuo marito”. Poi ci sono le donne divoriate, spesso emarginate o lasciate senza alimenti. Ma la gente perde di vista questi problemi e si concentra sul velo. Adesso c’è tutta questa moda di attivismo in stile: “Vogliono obbligarci a portare il velo, ha ragione l’Occidente!” il fatto è che qui la questione non è il velo. Il velo è soltanto un pezzo di stoffa in testa. Puoi metterlo o non metterlo, non è una questione di diritti civili. I problemi, per le donne, sono ben altri. Ma la stampa occidentale ha trasformato il velo in un simbolo di oppressione. Ed è andata a finire che un sacco di gente, ormai, quando sente le donne rivendicare diritti la boccia come propaganda occidentale anti-velo, e il discorso si chiude lì.»
Siria e l’esercito di italiani che sostengono la repressione
Non posso non girare quest’articolo, perché è una boccata d’aria.
Grazie di cuore, veramente
mentre a quelli che nei forum rivoluzionari mi danno della refardita perché ho pubblicato quest’articolo argomentando che siccome Trombetta scrive sulla Stampa sia per forza un venduto..ehehe, teneteve diliberto, la repressione, i cecchini e i carri armati, altro che le scintille rosse.
la sola cosa sana che ho letto in quelle righe è che è proprio dura star nel movimento: vero, è durissimo se voi siete la compagnia!
Siria, un esercito di Italiani sostiene la repressione
di Lorenzo Trombetta, Europa Quotidiano)
Preti, monaci, diplomatici, lettori di arabo nelle università, accademici, presidi di facoltà, giornalisti, segretari di partito, deputati. In Italia un vero esercito di insospettabili sostiene a spada tratta la tesi del Complotto ai danni del regime di Damasco, finendo colpevolmente a sostenere la repressione in atto in Siria da oltre otto mesi e che ha causato finora l’uccisione documentatadi oltre 4.000 persone.
La loro tesi è che la Siria in rivolta non esiste. Esiste un popolo in ostaggio di uno scenario reale (il regime degli al-Asad in piedi da 41 anni) e di due potenziali minacce: l’invasione della Nato e la conseguente occupazione americano-sionista o l’avvento di un emirato salafita oscurantista anti-tutto.
Il compito di questa legione di sostenitori italiani di al-Asad – tra cui spiccano numerosi esponenti più o meno noti del fronte antagonista trasversale tra destra e sinistra – è delegittimare la rivolta in corso. Descriverla come una montatura delle due principali tv satellitari arabe (al-Jazira e al-Arabiya), parte di un complotto americano per contrastare l’ipotetico fronte irano-russo-cinese, simbolo per loro della Resistenza al Male.
Questi lealisti italiani diventano improvvisamente esperti di linguaggi mediatici, arabisti provetti, studiosi di Islam, professori di storia del Medio Oriente. Altri ammettono più candidamente la loro ignoranza, affermando di voler raccontare la Verità dopo un breve soggiorno nelle tranquille vie di Damasco, visitata per la prima volta senza conoscere una qaf di arabo.
Ciascuno per la propria parrocchia: dai Musolino e i Diliberto dei Comunisti italiani fino a quelli di Progetto Eurasia, passando per tanti altri con cui ho avuto in questi mesi occasione di confrontarmi direttamente o indirettamente, o di cui ho letto in Rete le loro riflessioni.
Accomunati dall’antagonismo all’imperialismo americano e dalla ricerca di visibilità, parlano moltissimo di Stati Uniti, di Israele, di al-Jazira e di salafiti, e pochissimo invece degli oltre 22 milioni di esseri umani che abitano la Siria. E visto che sulla questione siriana, i grandi gruppi editoriali italiani oscillano tra l’indifferenza e il sostegno alla tesi della rivolta di popolo contro il regime, per gli anatagonisti “esser contro” oggi significa anche esser contro i rivoltosi siriani. Che mentre si fanno ammazzare come mosche, sono a loro insaputa difesi dai grandi media del sistema. Agli occhi di questi professori, giornalisti, intellettuali e docenti, la morte dei civili siriani uccisi dalle forze di al-Asad non vale, ad esempio, come quella dei civili di Gaza uccisi da Israele. Semplicemente perché la questione palestinese serve la provinciale causa antagonista italiana. Mentre quella siriana li costringerebbe a mettere in discussione il loro credo ideologico.
Si negano così le uccisioni, gli arresti, le torture. Pratiche non certo nuove nel panorama siriano dell’ultimo mezzo secolo (dall’avvento del Baath, di fatto il partito unico, nel 1963), ma inedite per la vastità delle aree del Paese in cui vengono compiute e per la sistematicità ormai giornaliera con cui vengono commesse. Una realtà negata affermando che le decine di migliaia di testimonianze video non sono autentiche. Da otto mesi ho potuto visionare centinaia degli oltre 73.000 filmati amatoriali postati sui vari canali Youtube della rivolta. Non sono artefatti negli studi televisivi di Doha o Dubai, come molti antagonisti sostengono. Non sono registrati a Tripoli in Libano o a Falluja in Iraq negli anni passati come i lealisti affermano. Si riconoscono le strade delle principali località siriane. Si ascoltano i vari accenti locali. Si leggono targhe delle auto e le prime pagine dei giornali del giorno. Si vede con chiarezza il sangue schizzare dal foro della pallottola sotto la nuca di un bambino o sullo sterno di un giovane. Sono filmati autentici e sono un prodotto dei civili siriani in rivolta.
Gli analisti del Complotto e i paladini della Verità non sanno cosa rispondere alla domanda sul perché siamo costretti a basare gran parte dei resoconti su quanto avviene negli epicentri della repressione sui filmati amatoriali di Youtube. Né sanno rispondere alla questione sul perché in Siria non esista una stampa non controllata dal regime, sul perché numerosi giornalisti siriani non sono liberi di circolare e lavorare liberamente nel loro Paese. Sul perché è molto raro che un giornalista straniero – arabo o non arabo – possa documentare, anche e soprattutto visivamente, cosa sta accadendo a Idlib, Homs, Daraa, Hama.
Mazen Darwish, direttore del Centro siriano per la libertà giornalistica e di espressione, da anni impegnato nella lotta contro le violazioni contro gli operatori dell’informazione, ha documentato dal 15 marzo al 9 novembre, 117 casi di arresto e maltrattamento di giornalisti in Siria
Lo ha fatto presentando una lista completa di nomi, cognomi, affiliazione professionale, date e – ove possibile – luoghi di detenzione, tipo di maltrattamento e procedura giudiziaria seguita nei confronti di giornalisti siriani, e arabi e non arabi.
La realtà viene negata anche sostenendo che sono false o gonfiate tutte le testimonianze raccolte finora da noi reporter che non possiamo andare in Siria. Si tratta di racconti ascoltati e registrati dai profughi fuggiti in Libano, in Giordania e in Turchia.
Sommando il numero di siriani fuggiti in questi tre Paesi otteniamo la cifra approssimativa di 20.000 persone, per lo più civili. Sono tutti agenti del Complotto? Sono tutti sul libro paga dei sauditi, per conto degli americani e dei sionisti? E noi giornalisti siamo tutti prezzolati e in malafede oppure grandi ingenui pronti a riportare ogni parola senza verificare?
Altri analisti lealisti italiani affermano che l’Osservatorio per i diritti umani in Siria (Ondus), una delle principali fonti di informazioni sulle violazioni giornaliere commesse nel Paese, diffonde ogni giorno menzogne e che riceve soldi dall’estero, perché il suo presidente trasmette le notizie da Londra.
E’ vero: Rami Abdel Rahman è ora basato nella capitale britannica ma nessuno si chiede perché non possa lavorare e vivere nella sua Siria? L’Ondus è comunque attiva e opera in Siria con una rete in loco di attivisti e ricercatori nel campo della difesa dei diritti umani – ora anonimi per ovvie ragioni di sicurezza – da almeno dieci anni. Di loro davo notizie ben prima che i vari analisti e turisti per caso si scoprissero difensori degli al-Asad.
Che dire poi del pestaggio subito dal vignettista Ali Farzat a Damasco? Dello sgozzamento del poeta Ibrahim Qashush a Hama? Dell’uccisione del fotoreporter Farzat Jarban a Qseir, vicino Homs? A Farzat hanno spezzato le dita con cui disegnava le caricature contro il regime. A Qashush hanno tagliato le corde vocali con cui aveva cantato la canzone “della rivoluzione”. A Jarban hanno cavato gli occhi. Gli abitanti di Qseir lo hanno trovato morto domenica 20 novembre fuori città dopo appena 24 ore dal suo arresto.
Chi è responsabile di questi crimini? Gli antagonisti sono pronti a dire che le bande di terroristi armati sono dietro il pestaggio di Farzat, lo sgozzamento di Qashush e la barbara uccisione di Jarban. Per dare la colpa – affermano – al governo di Damasco.
Domanda: perché avventurarsi in una simile e improbabile acrobazia logica, inventando entità (“bande armate di terroristi”) di cui nessuno ha ancora mai dimostrato l’esistenza pur di salvare un regime, i cui crimini sono invece noti da decenni e sono così simili a quelli commessi dal 15 marzo ad oggi?
Chi si ostina a voler credere alla retorica del regime, deve però avere la coerenza di andare fino in fondo. Qualche esempio: il presidente Bashar al-Asad continua a ripetere che sì, sono stati commessi “alcuni errori” dalle forze dell’ordine, ma che di questi “errori” terrà conto la Commissione d’inchiesta incaricata di far luce sugli “eventi in corso”. Sin da metà aprile, a circa un mese dall’inizio delle proteste e della repressione a Daraa, le autorità – Bashar in testa – hanno annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta, che non aveva però la possibilità di lavorare se non sotto lo stretto controllo del regime. Da mesi non si ha più notizia dei risultati, seppur parziali, del suo lavoro. Perché?
Analogamente, a metà maggio, le autorità siriane annunciavano la creazione di una commissione d’inchiesta sul ritrovamento di una fossa comune a Daraa, contenente i corpi di almeno cinque persone, tutte membri della famiglia Abazid. Da allora, più nessuna notizia. Perché?
Un’altra commissione d’inchiesta è ufficialmente a lavoro, sempre da maggio, per alcuni “errori” commessi dalle “forze dell’ordine” a Banyas, sulla costa. Nessun’autorità siriana o media ufficiale ne parla più. Perché?
Su più larga scala, non si ha notizia alcuna dei processi a cui dovrebbero esser sottoposti le centinaia di terroristi che ogni giorno, sugli schermi della tv di Stato e sulle pagine del sito Internet dell’agenzia ufficiale Sana, vengono mostrati come rei confessi di aver compiuto ogni tipo di barbarie contro i civili e “le forze dell’ordine”. Perché?
Si tratta sempre di siriani (per la prima volta il 22 novembre si è appreso che un saudita di madre siriana è stato ucciso a Homs. Un po’ poco per denunciare orde di sauditi salafiti in Siria), molto spesso con la barba (“fondamentalisti”…) e originari delle zone rurali (“arretrati”…). Ma non si capisce perché mai da otto mesi siano in attesa di giudizio. Non è stato forse abolito lo stato d’emergenza? O forse i processi sono già iniziati, o addirittura le condanne sono state emesse, senza che la stampa “libera” di Damasco ne abbia dato conto?
A proposito dei fermati dal 15 marzo ad oggi: il 20 novembre gli attivisti fornivano una lista di oltre 14.000 persone ancora in stato di arresto, moltissimi in luoghi di detenzione sconosciuti ai parenti dei fermati. Il regime non ne dà conto. Perché?
Eppure, tra il 5 e il 15 novembre scorsi, le autorità hanno liberato – dandone notizia sulla Sana e sulla tv di Stato – circa 1.800 “fermati che non si sono macchiati di crimini di sangue”. Su che basi li hanno liberati?
Se fosse così – oh antagonisti e lealisti – non è forse questa una violazione della sovranità della Siria di fronte alle ingerenze esterne? Rimaniamo all’interno della logica del regime: anche se non hanno commesso crimini di sangue, quei 1.800 saranno pure stati fermati con un motivo valido, perché sospettati di aver commesso qualche crimine. Perché rilasciarli? Non sono più “terroristi”? Non sono più “agenti del Complotto”? Non sono più un pericolo alla sicurezza pubblica?
E ancora: la sera del 15 novembre, la tv di Stato ha trasmesso le immagini di alcuni di questi fortunati “terroristi” tornati in libertà: ripresi in quella che sembra essere un’aula scolastica, sono apparsi i volti di queste decine di ragazzi e uomini, quasi tutti con la barba, e nessuno con segni di percosse o tortura sul volto, tutti con l’aria di provenire da sobborghi degradati o dalle campagne.
Tra loro, si è appreso l’indomani, c’erano anche il medico Kamal Labwani, prigioniero politico di lunga data, e Rafah Nashed, psicanalista siriana arrestata ad agosto. Perché il fermo di questi due siriani non era mai stato ammesso dalle autorità.
La Nashed, che dopo un mese dall’inizio delle proteste e della repressione aveva avviato a Damasco un laboratorio di terapia di gruppo ”per sconfiggere la paura”, era stata accusata di incitamento al sovvertimento del sistema politico e violazione dell’ordine pubblico, e rischiava una pena di circa sette anni di detenzione. Né la Sana né la tv di Stato hanno mostrato le immagini della Nashed e di Labwani rimessi in libertà. Forse perché non avevano la barba? (Pubblicato su Europa Quotidiano il 25 novembre 2011).
Comunicato sulla condanna a Giovanni Caputi: COLPIRNE UNO PER RI-EDUCARNE MIGLIAIA
Colpirne uno per…ri-educarne migliaia
E’ arrivata la prima condanna per le\gli arrestate\i del 15 ottobre. Una condanna pesante che ci sembra essere, ancora una volta, la vendetta della Legge nei confronti di chi ha poco o niente per difendersi.
Sembra che abbiano deciso di far pagare tutto a lui.
Dopo tutto l’insopportabile marasma mediatico creatosi subito dopo gli scontri del 15 ottobre, la repressione continua a colpire, sempre più seriamente.
Giovanni Caputi, l’unico che era ancora in stato di detenzione, dentro Regina Coeli, proprio perché senza alcuna dimora, è stato condannato con il rito abbreviato dal Tribunale di Roma a tre anni e 4 mesi di detenzione per resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale.
Ma la procura fa già sapere che forse non basta e, ora che ha ottenuto la trasmissione degli atti dal tribunale, vuole indagare anche per il reato di devastazione.
Vogliamo continuare a sostenere chi si è trovato prima colpito da accuse pesanti e poi da una condanna che trasforma una persona nel capro espiatorio delle migliaia che c’erano in piazza.
Ora che il governo dei banchieri si è insediato, crediamo che sia ancora più importante sottolineare contro chi continueremo a scagliare la nostra rabbia: i padroni, le banche, la classe politica tutta. Tutti pronti ad abbracciare il commissariamento de facto delle istituzioni europee, per un modello economico giunto al capolinea.
Noi, però, abbiamo un’arma che loro non hanno.
Quella solidarietà che si mette in moto quando sentiamo che uno spirito affine è in difficoltà. E allora il nostro impegno deve essere quello di far sentire a Giovanni tutta la nostra solidarietà.
Lanciamo un appello alla Roma solidale, se ancora esiste: cerchiamo collettivamente un domicilio per Giovanni, affinché almeno possa uscire da quell’infame luogo che è Regina Coeli, seppur in regime di arresti domiciliari.
Raccogliamo dei soldi, affinché possa fare un minimo di spesa.
Mandiamogli dei vestiti, al contrario di quello che credono i buoni cittadini, in carcere fa molto freddo.
Regaliamogli dei libri, senza di loro dentro il tempo può sembrare infinito.
Scriviamogli lettere, per far sentire a Giovanni che fuori ci sono delle persone che lottano anche per lui.
Facciamogli sentire la nostra voce fuori dal carcere di Regina Coeli, e facciamola risuonare nelle strade.
Partecipiamo in massa il prossimo 5 dicembre all’udienza del processo contro Ilaria, Robert, Stefano.
Continuiamo a sottoscrivere per le spese legali presso il c\c di Radio Onda Rossa: conto corrente postale CCP n. 61804001 intestato a: Cooperativa Culturale Laboratorio 2001, Via dei Volsci 56 – 00185 Roma. Causale: “15 ottobre”; effettuando un bonifico bancario intestato a: Cooperativa Culturale Laboratorio 2001 Codice IBAN: IT15 D076 0103 2000 0006 1804 001 Causale: “15 ottobre”.
Se il silenzio è il primo sintomo della loro vittoria, noi continueremo sempre a gridare.
Le nostre lotte camminano con Giovanni e per Giovanni.
Libere/i tutte/i
I compagni e le compagne
Presidio a Regina Coeli: LIBERARE TUTT@
LA SOLIDARIETÀ È UN ARMA
LIBERARE TUTTE E TUTTI
Nell’affollatissima assemblea di domenica 6 novembre tenutasi al CSOA Ex SNIA si sono incontrate numerose realtà romane provenienti da percorsi molteplici ed a volte distanti, almeno quattro generazioni di compagni e compagne a confronto. La volontà di andare oltre il 15 ottobre e rilanciare percorsi di lotta e autorganizzazione, capaci di connettersi, con la voglia di protagonismo dei giovanissimi, con le tante vertenze nei territori e nei posti di lavoro, con la difesa dei beni comuni e contro profitti e speculazioni. Un sentimento comune nelle dovute differenze senza rimozioni e non senza fare i conti con quanto è successo in quella giornata.
Tutti i presenti si sono espressi per il rifiuto della logica del capro espiatorio alla base del sistema penale e della dicotomia buoni/cattivi con la quale si è voluto criminalizzare da più parti la piazza del 15 ottobre. Un meccanismo che abbiamo subito all’indomani di Genova 2001 con il quale non si è saputo fare i conti. Dopo dieci anni è ancora il paradigma black bloc – infiltrato ad essere riproposto dall’apparato politico, dai pennivendoli e mezzobusti. Un immaginario talmente digerito socialmente da aver scatenato il fenomeno inedito della delazione di massa. Occorre prendere parola e re-agire fuori dai recinti identitari.
In questa direzione, come primo passo, si è deciso di impegnarsi collettivamente perché nessuno rimanga solo a fare i conti con procure e commissariati. Organizzare per questo una campagna per far fronte alla morsa repressiva che si sta impiantando per controllare il crescente disagio sociale e disinnescare il conflitto contro la riorganizzazione del capitale e le politiche europee di austerity. Costruire una rete di solidarietà che si doti come prima cosa di una cassa per le spese legali, l’attivazione di una mailing list per coordinarsi ( https://www.autistici.org/mailman/listinfo/liberta15ott ) e un blog (http://liberatutto.noblogs.org/) per aggiornare le informazioni sui processi e comunicare le varie iniziative.
Si è deciso di scendere questa settimana in piazza, di chiamare Roma a dare una risposta. Le stragi e i disastri colposi che si sono verificati in queste settimane in tutta Italia, a partire dalla nostra città, ci danno il vero parametro della distruzione e del saccheggio che subiamo nei nostri territori, giorno per giorno sulla nostra pelle, niente di paragonabile a dieci vetrine infrante.
L’assemblea si è aggiornata per mercoledì 9 alle ore 20:00 al CSOA Ex SNIA per continuare il dibattito e per organizzare un presidio per sabato 12 novembre in solidarietà con Giovanni Caputi, Fabrizio Filippi, Leonardo Vecchiolla e Carlo Seppia gli unici a cui non sono state derubricate da carcere a obbligo di dimora fra i 14 arrestati durante e dopo il 15 ottobre. Un occasione per rompere il divieto di manifestare imposto da Alemanno e Maroni, per dare una risposta di massa alla criminalizzazione delle lotte, per la libertà di movimento, per la libertà di tutti gli arrestati e le arrestate.
PRESIDIO DI FRONTE REGINA COELI
SABATO 12 NOVEMBRE DALLE ORE 15:00
LUNGOTEVERE GIANICOLENSE
Per far sentire la nostra solidarietà a chi è ancora in carcere possiamo scrivere agli indirizzi forniti su http://liberatutto.noblogs.org
Per Sottoscrivere per le spese legali di tutti e tutte gli arrestati e le arrestate: venendo negli studi di ROR in Via dei Volsci 56 a Roma, tutti i giorni dalle 8 alle 21; oppure compilando un bollettino di conto corrente postale CCP n. 61804001 intestato a: Cooperativa Culturale Laboratorio 2001, Via dei Volsci 56 – 00185 Roma. Causale: “15 ottobre”; effettuando un bonifico bancario intestato a: Cooperativa Culturale Laboratorio 2001 Codice IBAN: IT15 D076 0103 2000 0006 1804 001 Causale: “15 ottobre”.
Area Spa: aiutiamo il presidente siriano Assad a rastrellare e uccidere!
Mentre gli aerei per e dalla Siria son sempre più vuoti di chi la ama, la abita o la visita, si riempiono di quei mercenari di ogni genere che guadagnano e investono sulla repressione e i sistemi di sicurezza usati dai regimi per sedare qualsiasi tentativo di rivolta.
Questa volta parliamo di una società che ha sede a pochi chilometri da Varese (nel comune di Vizzola Ticino), oggi nominata da Bloomberg in un lungo articolo che racconta come sta lavorando, da marzo, per il regime siriano, impegnata proprio nell’istallazione di un sofisticato sistema per intercettare e catalogare tutti messaggi telematici che attraversano la Siria.

Foto di Valentina Perniciaro _Siria: quante delle porte che m'hanno accolto saranno state buttate giù dagli anfibi della repressione di Assad?_
Si chiama “Asfador” e ci dicono che ancora non è stato ultimato, ma che sarà in grado di monitorare in tempo reale un po’ tutto: email, social network e chat, in un archivio che abbia una capillarità tale da archiviare utente per utente.
Pare che in ballo, tra il governo siriano (attraverso la compagnia Syrian Telecomunication Establishment) e la società italiana ci sia un accordo di ben 13 milioni di euro, sulla pelle di più di 3000 morti in sei mesi, di tortura e repressione (AH! In Italia ha messo in mobilità 41 dipendenti da marzo per la grossa crisi che ha colpito la società). Calcolando come vengono effettuati i rastrellamenti, calcolando le migliaia di persone finite in carcere, non oso immaginare quanto enorme sia la responsabilità degli arresti casa per casa, famiglia per famiglia, della società del varesotto.
La compagnia delle telecomunicazioni siriana riesce a controllare una piccola percentuale del traffico internet, ma con il programma che la Area SPA sta ultimando, grazie all’utilizzo di attrezzature di compagnie americane per quanto riguarda hardware e software ( Net App Inc, californiana) ed europee per la decriptazione dei social network (la francese Qosmos) e la connessione delle linee telefoniche ai pc impiegati per il monitoraggio (la tedesca Utimaco).
Nessuna di queste società si è impelagata con contratti ed accordi con il macellaio presidente siriano Bashar al-Assad: l’hanno fatto con la compagnia italiana, che è tranquillamente volata a Damasco.
Anzi Bloomberg ci descrive anche la stanza affittata dai tecnici italiani, in un quartiere residenziale vicino allo stadio, probabilmente dietro Baramke: meglio che non ci penso, che mi sento male.
Non solo al servizio delle procure nello schedare gli italiani, ora al servizio dei rastrellamenti: CHE SCHIFO!
Questo il loro sito e qui il numero di telefono, se volete dirgli qualcosa.
Nel frattempo il governo siriano prende in giro il mondo.
Nemmeno a 3 ore dall’accordo con la Lega Araba per il ritiro dell’esercito da tutte le città e i villaggi e il rilascio delle migliaia di persone detenute in questi mesi solo ad Homs si erano registrati 18 morti e stamattina i mezzi cingolati si son presentati anche a Lattakia, Hama, in alcuni villaggi dell’Hauran e a Zabadani, vicino Damasco.
Pensa se non arrivavano all’accordo, maledetto macellaio
Da Oakland: are you a pacifist? e da che parte stai??
Nina e Marianna un po’ più libere, i NOTAV festeggiano la revoca dei domiciliari!
Fratello, felice nel mio paese, ho dormito sulla terra;
L’ho abbracciata, stretta, tanto mi era mancata, vedi…
Goccia a goccia, il mio sangue di fuoco innaffia le vette.
Così avanza il nostro popolo;
Così sorge l’alba che vedranno i nostri figli.
(Anonimo palestinese)
Oggi, mentre veniamo a sapere di altri arresti inerenti agli scontri del 15 ottobre in Piazza San Giovanni , a Roma,
è anche lo stesso giorno in cui finalmente arriva la notizia di un pezzetto di libertà in più per le compagne notav arrestate quest’estate.
Nina e Marianna hanno ottenuto la revoca dei domiciliari e l’obbligo di dimora: malgrado fossero incensurate hanno passato due settimane in carcere e un mese in misure detentive domiciliari.
Non una vera e propria libertà, visto che rimangono indagate e non possono avvicinare i comuni di Giaglione e Chiomonte, ma sono almeno tornate ad un minimo di normalità e socialità.
E allora buona libertà Nina e Marianna, o almeno buon cammino …
QUI UN COMUNICATO IN SOLIDARIETA’ CON GLI ARRESTATI DEL 15 OTTOBRE
La storia di Maurizio Biscaro, morto per scappare all’arresto nell’83… e di sua madre
Nasce a Milano il 4 maggio 1957
-Frequenta il liceo classico a Milano
-Si diploma all’Istituto linguistico internazionale come traduttore-interpreste nel 1981
-Lavora come precario
-Collabora con la rivista Controinformazione ed è attivo nel consiglio di zona 13 per D.P.
-milita nel movimento dell’autonomia
-milita nelle Brigate Rosse-Walter Alasia
– muore cadendo dal sesto piano, a Cinisello Balsamo, il 13 novembre 1982, quando i carabinieri vanno nella casa in cui vive per arrestarlo.
Avrebbe dovuto essere ucciso e tirato fuori dal mio grembo a pezzi, perché all’ultimo momento il ginecologo si è reso conto che ho l’osso iliaco storto e il bambino non riusciva a venire fuori. Mi hanno tagliata, mi hanno messo metà forcipe da sveglia perché dovevano lasciarmi le forze per le spinte, visto che non si poteva più procedere al taglio cesareo.
E’ nato, e solo la Madonna sa come. Era il 4 maggio 1957 […]
Il ’68 lui lo vive da ragazzo romantico, ammirava i ragazzi del Movimento Studentesco e spesso li seguiva nelle manifestazioni. Per lui erano degli eroi, ma in mezzo alla calca un giorno si piglia una manganellata da un poliziotto. Non doveva essere stato un gran colpo, non m’ha chiesto di fargli impacchi e in più si sentiva importante: aveva partecipato alla guerriglia. […]
Siamo nei primi anni ’70. Il liceo classico Berchet era uno dei più quotati di Milano e nella classe del mio Maurizio c’erano i rampolli delle migliori famiglie della città.
Ogni tanto marinava la scuola perché voleva stare con i facchini, accanto agli uomini di fatica che lavoravano all’ortomercato o trasportava cassette insieme a loro.
Un giorno, dopo tanta fatica il capoccia gli mette in mano la metà della cifra pattuita. Maurizio si ribella ed incita gli altri alla ribellione dicendo che quello era sfruttamento dei padroni verso i lavoratori. Una coltellata gli ha fatto un sette sulla camicia, fortunatamente senza ferirlo. Da quel momento non c’è più stata pace […]
Un pomeriggio, era il periodo della morte di Allende, mio figlio mette le scarpe da tennis e se ne va in fretta prima che gli possa chiedere dove va. Ricordo che il tempo era brutto, pioveva e mi seccava che si andasse a prendere un malanno. Torna per la cena e mi dice che deve uscire di nuovo, di non aspettarlo perché rientrerà tardi. A notte fonda rientra, bagnato come un pulcino.
– Dove sei stato? Che hai fatto?
– Mamma io non ho fatto nulla, però ho assistito ad una cosa grossa, domani lo saprai dalla tv.
In quella notte era avvenuto l’incendio della Face Standard, per protesta contro gli americani che avevano favorito la fine di Allende. Maurizio si rese conto che i compagni non andavano bene, parlavano di rapine per finanziare il movimento e il mio ragazzo non voleva passare da ladro.
Insomma il comportamento degli autonomi lo aveva deluso. […] Io mi ricordo che ogni giorno aumentavano le simpatie e il proselitismo a causa della pubblicità che alcuni giornali davano alle azioni terroristiche.[…]
Durante l’anno faceva il muratore e metteva da parte i soldi per girare l’Europa durante le vacanze.
E’ stato in Portogallo, quando c’è stata la rivoluzione dei garofani, per rendersi conto che nulla era cambiato, la musica era sempre la stessa. La rivoluzione -diceva- non si può farla con i fiori.
Anche in Spagna era stato ospite di ragazze basche, le sue vacanze erano politiche. […]
Intanto è arrivata la cartolina: lo Stato lo chiamava a fare il suo dovere. Mi aspettavo l’obiezione di coscienza, sarebbe stata in carattere con il personaggio, invece fa domanda per entrare nei paracadutisti. Questo suo desiderio di imparare a paracadutarsi e ad usare le armi nasceva da una ormai radicata speranza nella rivoluzione. Mi dispiaceva che fosse così lontano a fare il soldato e che soffrisse per tante cose che non andavano ma per me è stato un periodo di calma. Potevo dormire senza l’angoscia della perquisizione, senza il timore che mio figlio finisse morto ammazzato.
Si vede che io di pace non dovevo averne perché alla fine del servizio militare, quando Maurizio torna, mio marito si ammala e in breve muore.[…]
Maurizio inizia un lavoro politico con i compagni del quartiere. Lavora insieme a Democrazia Proletaria. Scrive articoli, prepara relazioni, alcune sere va alle assemblee e si va avanti così. Per me la scuola e per lui lo studio di giorno e la politica, che non rende niente, la sera.
Gli domando se ha intenzione di farsi mantenere dalla madre per tutta la vita, in attesa di una rivoluzione che non verrà mai.[…] Io con mio figlio ho parlato, ho ricevuto le sue confidenze e ho tentato di convincerlo a considerare pericolose illusioni i suoi ideali ma, alla fine, è riuscito lui a farmi condividere in parte i suoi ideali di giustizia, di uguaglianza, di fraternità.
Comunque io potevo comprendere questo desiderio di pulizia, questa voglia di una società più giusta, questa delusione per il comportamento dei partiti politici, ma le azioni violente no, quelle non le ho mai comprese, non le ho mai giustificate.
[…]Mi stupisce in quel periodo la sua prudenza. Non si faceva vedere in giro, non fa mai una fotografia e si fa crescere i baffi spioventi alla mongola. E’ un comportamento di persona che non vuol lasciare nulla dietro di sé, non vuole essere identificata. […] Maurizio mi sta cercando. E infatti lo vedo. Sono molto brusca, incattivita dal suo comportamento e gli chiedo chi vuol prendere in giro!
– Dove sei e con chi, si può sapere?
– Sono con le Brigate Rosse.
Queste parole mi arrivano come uno schiaffo d’acqua gelida.
– Verrò a riconoscerti all’obitorio- è la mia raggelante profezia.
Ora che Maurizio si è confessato viene spesso a casa, di nascosto dai compagni. Cerca di non incontrare gente, e quando torno da scuola, se non trovo lui in casa, trovo un suo scritto. Le lettere che ci scrivevamo purtroppo le ho distrutte perché temevo da un momento all’altro la perquisizione, ed ora vorrei averle perché erano belle, erano interessanti, anche se per indicare l’organizzazione, scriveva “L’azienda”. In una sua lettera mi dava notizia del suo innamoramento per una compagna di latitanza! Fra tante ragazze che ha conosciuto di bell’aspetto, di buona famiglia, va ad innamorarsi di una brigatista! Così ragionavo sul momento.
Poi, pensandoci bene, dicevo a me stessa che tramite quella ragazza la sua vita di disperato forse diventava più sopportabile, forse riusciva a godere ancora qualche gioia dell’amore e finivo per simpatizzare con questa sua innamorata.
[…]
Prende un libro di poesie di Prévert dalla biblioteca e si confida: 
– Mamma ho bisogno di nutire l’anima e l’intelletto.
Sono le sue ultime parole.
Lo accompagno all’ascensore. Mi abbraccia. Ci scambiamo un bacio e io gli dico:
– Tesoro attento a venerdì, c’è l’allineamento degli astri: porta disgrazia.
Sorride della mia superstizione e, scuotendo la testa, se ne va. […]
Intanto arriva venerdì notte 13 novembre 1982. Verso le sei e mezza suona il campanello. So già chi può essere: c’è una perquisizione in vista, quella è l’ora canonica. Domando: Chi è?
– Carabinieri, aprite!
Prendo fiato, poi apro la porta. Come bolidi si infilano in casa col mitra spianato molti carabinieri in borghese. Girano per tutta la casa, guardano in tutti gli angoli, poi il comandante mi fa sedere e mi interroga.
– Ha una foto di suo figlio?
– No. Ho solo questa che gli è stata fatta da militare, mentre cavalca.
La guarda, e poi mi chiede di telefonare. Sono spaventatissima, hanno individuato Maurizio e lo stanno cercando.
– Dov’è suo figlio?
– In Inghilterra per lavoro, ma per l’amor di Dio che cosa è successo?
– Nulla, signora, solo che suo figlio non è in Inghilterra. Chiami il suo avvocato perché dobbiamo fare una perquisizione.
– No, non ho l’avvocato e non ne ho bisogno, in casa non c’è nulla di compromettente.
Entrano nella camera del mio Maurizio e con un’occhiata il comandante fa capire ai suoi uomini che devono comportarsi educatamente. […]
Lunedì mattina, molto presto, corro a comperare i giornali.
Al ritorno in cortile incontro un vicino di casa che sconsideratamente mi grida:
– E’ suo figlio quello che è caduto dal sesto piano di Cinisello!
Arrivano intanto alcune mie colleghe […] e anche l’alto ufficiale dei Carabinieri che aveva comandato il blitz di Cinisello e che era venuto a far la perquisizione. Gli dico:
– Perché non mi ha detto che mio figlio era morto? Avrei autorizzato il prelievo dei suoi organi, perché lui, che era generoso, ne sarebbe stato contento.
Chissà, forse non sarebbe stato possibile, perché credo che il corpo del mio Maurizio sia rimasto a terra tutta la notte e cioè fino a quando non è arrivato il magistrato per constatarne il decesso. […]
Ho cominciato ad attendere una chiamata per il riconoscimento del cadavere che era stato portato all’obitorio di Monza. Passano i giorni, rotolano via lenti e dolorosi. Nessuno mi chiama. Non so chi mi riferisce che qualcuno a Radio Popolare dice che quel povero cadavere è stato abbandonato, nessuno si presenta per il riconoscimento. ma cosa posso fare io, a chi mi presento? Mentre sono disperata a pensare al da farsi un caro amico mi propone di portarmi a Monza dal mio Maurizio. Abbiamo perduto tutto il pomeriggio, però sono riuscita a fare questo riconoscimento.
I giorni passano e non si riesce a fare il funerale. L’impresa di pompe funebri mi dice:
– Signora, se fosse morto un cane avrebbero più riguardo. Attendiamo l’ordine non so da chi. […]
Trascorrono altri giorni, poi finalmente mi avvertono che il funerale avrà luogo il lunedì mattina. […]
Arrivati a Lambrate, trovo la cassa mortuaria sotto una volta del cimitero, sola, abbandonata.
Con il mio arrivo si avvicinano molte persone, tutte con un garofano rosso in mano. Gli operai che avevano diviso le fatiche con mio figlio, quando faceva il muratore, erano tutti lì, con il pianto negli occhi. Erano stati loro a trovare i fiori e lo sa Iddio dove, perché al lunedì il cimitero è chiuso, per cui non arrivano i mezzi pubblici e non ci sono banchetti di fioristi. Ma loro li avevano trovati e distribuiti alle persone presenti.
Ed erano tante, malgrado le previsioni ed il desiderio delle autorità che avrebbero voluto fare le cose alla chetichella. Ad un certo punto, dopo il lancio dei garofani nella fossa i compagni si sono riuniti, col pugno alzato, a cantare sommessamente l’Internazionale. Allora, in quel preciso istante, molte persone, di idee anche opposte, si sono avvicinate al gruppo e si sono unite con le loro voci al coro.
[…]Spesso pensavo a quella Daniela di cui mio figlio si dichiarava innamorato, avrei tanto voluto conoscerla, parlarle, ma come fare? Fra tutte le brigaste arrestate quale poteva essere? Cercavo di immaginarmela.
Un mattino, precisamente il 22 febbraio 1983, mi arriva una lettera dal carcere di Voghera.
“Gentile signora, se avessi seguito l’istinto avrei scritto questa lettera qualche mese fa ma un sacco di preoccupazioni che mi rimbalzavano nella mente di volta in volta, mi hanno impedito di farlo. La paura più grande è quella di riaprire ferite comunque non rimarginabili, di far riemergere sentimenti e sensazioni incancellabili, le stesse che con grande sforzo si tenta quotidianamente di razionalizzare e nascondere e soffocare nei meandri più reconditi del pensiero e della memoria. Ho amato Maurizio profondamente e questo filo che mi accomuna a lei contiene in sé il motivo che mi ha spinta a scriverle.
La mia intenzione è quella di renderla partecipe dell’amore genuino nato tra me e Maurizio e sviluppatosi nel tempo, nella maniera più felice possibile. Ci siamo conosciuti, amati, plasmati giorno per giorno a vicenda, ci siamo dati e abbiamo dato insieme il massimo di noi stessi e ciò che mi fa felice anche oggi è l’essere stata il soggetto di quell’amore, così come lo è stata diversamente lei. Vorrei trovare altre parole e suoni in grado di comunicare tutta la bellezza di quell’amore ma non le conosco e forse non esistono. Sono sicura, però, che lei saprà cogliere da questa mia il dolore che si sa esiste senza bisogno di dirglielo, ma almeno un po’ della gioia vissuta. Un abbraccio con tanto affetto.”
Dopo questa missiva ci siamo scritte per tutto il tempo in cui è rimasta prigioniera. Non solo, ma ho ottenuto il permesso di andarla a trovare. Non saprei raccontare la prima volta, davanti a quell’immenso carcere bianco, in mezzo ai campi, con un carro armato che faceva il giro dell’isolato e tante guardie carcerarie con grossi cani lupo. Come sono entrata nel cortile, ho sentito un coro di voci:
– Vittoria, Vittoria, ciao!
Le voci venivano da lontano, io non vedevo le ragazze, ma forse loro vedevano me. Mi sono sentita commuovere fino alle lacrime. Erano in sei o sette dietro ai vetri. Le ho guardate tutte: belle, carine, spavalde. […] Per cinque anni sono andata regolarmente a trovare Daniela, prima a Voghera e poi a San Vittore. Mi sono legata a lei come se fosse mia figlia. […]
_Vittoria Dilda Biscaro, “L’ultimo caduto della Walter Alasia”, Milano 1992. Frammenti di un dattiloscritto dell’Archivio Progetto Memoria
Quando entrò in clandestinità non lo vidi più. Lessi della sua morte sul giornale, andai al funerale.
C’erano i garofani rossi e cantammo l’Internazionale. Ma erano gli anni ottanta, tempo di tradimenti.
Il cielo era livido come il cuore di tutti noi.
Là presenti a testimoniare che quel ragazzo che era morto era stato capace di sognare.
Non aveva difetti? Ne aveva. Ma è morto giovane, non ho fatto in tempo a riconoscerli.”
_Rossella Simone, testimonianza al Progetto Memoria_
entrambi i testi sono tratti da “Sguardi ritrovati” , vol. 2 del Progetto Memoria _Ed. Sensibili alle Foglie 1995_
questa canzone la dedico a Vittoria, la mamma di Maurizio
Terroristi urbani: ecco il nuovo nemico
IL VIMINALE E IL SINDACO DI ROMA ATTACCANO IL DIRITTO DI MANIFESTARE
sulle pagine di Liberazione domani,
a firma di Paolo Persichetti
Quando in Italia si manifesta un’emergenza politico-sociale è subito pronta una legge d’eccezione. Un vizio che mette radici nei lontani anni 70. Anni tabù che si ripresentano continuamente sotto forma di spettro. Chi sabato scorso ha risposto ai pericolosi caroselli della polizia in piazza san Giovanni (tre mila secondo il Viminale) è un «terrorista urbano». 
Il ministro degli Interni Roberto Maroni, dopo l’invocazione venuta da Antonio Di Pietro di una nuova legge Reale (la famigerata normativa sull’ordine pubblico che dal 1975 al 1990 ha provocato 625 vittime, tra cui ben 254 morti per mano delle forze di polizia), ha subito risposto coniando una nuova tipologia criminale (in incubazione da oltre un decennio) che va ad accrescere la lunga lista dei nemici politici dello Stato. In parlamento il ministro di polizia ha spiegato che sono in cantiere una serie di misure calco dei dispositivi d’eccezione già applicati per reprimere la delinquenza negli stadi: l’arresto in flagranza differita, i Daspo anche per i cortei (in barba all’articolo 21 della costituzione), l’ennesimo specifico reato associativo per chi esercita violenza aggravata nelle manifestazioni politiche (oramai siamo quasi a quota dieci all’interno del nostro codice penale, oggi molto più repressivo del testo originale coniato dal guardasigilli del fascismo Alfredo Rocco).
L’idea cardine contenuta nel nuovo edificio legislativo d’eccezione è quella di arretrare il più possibile l’avvio del reato, e dunque l’intervento penale, sanzionando non più soltanto il fatto compiuto o il suo tentativo ma gli «atti preparatori». Nozione incerta, volutamente fumosa, assolutamente pericolosa poiché apre all’abisso del processo alle intenzioni. Giuristi come Luigi Ferrajoli dissentono profondamente: «occultare l’incapacità del governo e la cattiva gestione dell’ordine pubblico con nuove misure repressive non serve. E’ assurdo che addirittura un sindaco possa introdurre un limite alle libertà costituzionali come quella di manifestare».
Per Gianni Ferrara, «una legislazione repressiva di questo tipo è inammissibile perché in contrasto non solo con un sistema costituzionale e una civiltà risultato di secoli di lotte sociali e politiche, ma è soprattutto inutile e dannosa come lo fu a suo tempo la legge Reale». Stavolta però questa nuova emergenza giudiziaria non è calata dall’alto dei Palazzi arroccati della politica. L’invocazione di legge ed ordine è venuta dall’interno stesso della manifestazione di sabato 15 ottobre. La reazione scomposta di pezzi ampi di ceto politico, le grida avventate di personaggi e strutture navigate, che hanno recepito le violenze e gli scontri come uno spodestamento del proprio ruolo, insieme all’ambiguo protagonismo di settori crescenti di società civile legati alla multiforme galassia giustizialista, vero must culturale egemone che tiene insieme i vari pezzi di ciò che resta della sinistra, subito pronti a lanciare la rincorsa alla delazione, le dichiarazioni dei vertici del Pd, la pressione di Repubblica(che aveva tentato di mettere il cappello alla giornata di sabato amplificando la grottesca dichiarazione dell’estensore della lettera della Bce, Draghi, nella quale si chiedevano lacrime e sangue per la popolazione italiana), hanno aperto la strada alla discesa in campo di Di Pietro e alla sortita di Marroni. Un boomerang clamoroso che ha portato addirittura all’ukaze di Alemanno, il sindaco che ha sospeso per un mese l’applicazione della costituzione a Roma, vietando tutte le manifestazioni. La politica e morta e che come Valentino Parlato che, memore di altre epoche, sul manifesto di domenica aveva provato a ricordare che «nell’attuale contesto, con gli indici di disoccupazione giovanile ai vertici storici era inevitabile che ci fossero scontri con la polizia e manifestazioni di violenza […]segni dell’urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile», è rimasto solo.
Nel frattempo per giovedì 20 ottobre alle 17 è stato convocato un presidio in solidarietà con gli arrestati durante la manifestazione:
L’appuntamento è al Gianicolo, all’altezza dell’Anfiteatro, sopra al carcere di Regina Coeli dove son rinchiusi i fermati (uomini)
18 arresti nel comitato disoccupati di Brindisi e 11 indagati
Ci si sveglia con una notizia folle.
Sono diciotto i compagni a cui stanno notificando le ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari e altri undici gli indagati: son tutti appartenenti al Comitato dei disoccupati della città: I reati contestati sono violenza privata aggravata, arbitraria invasione e occupazione di aziende agricole e industriali, sabotaggio, interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessita’. Saranno inoltre notificati 11 avvisi di garanzia.
Tra loro anche “Bobo” Aprile, noto vecchio compagno nonchè referente storico dei Cobas. Questi arresti son la “conseguenza di un’iniziativa di lotta avvenuta il primo marzo di quest’anno in cui si rivendicava il diritto al ritorno al lavoro nel settore appalti della nettezza urbana, con l’occupazione della sede della Monteco, la società che compie il servizio di raccolta di rifiuti solidi urbani.
LIBERTA’ PER TUTTI GLI ARRESTATI
Seguiranno aggiornamenti: intanto alle 18 è indetto un presidio a Brindisi.
ALLEGO IL COMUNICATO dei COBAS e di altri firmatari
Alle prime luci dell’alba, mentre per le strade di Brindisi si muovevano i camion dell’azienda che cura la raccolta dei rifiuti, la Digos portava a termine un’operazione di polizia che nella nostra città non ha precedenti: l’arresto di Bobo Aprile, il responsabile e fondatore a Brindisi del sindacato dei COBAS e numerosi aderenti al Comitato dei disoccupati brindisini che, nell’ultimo anno, hanno condotto numerose proteste in città per ottenere lavoro, anche con assunzioni presso l’azienda della raccolta rifiuti, onde far avere a tutti i cittadini migliori servizi pubblici
I capi di imputazioni nel linguaggio dei tribunali parlano di violenza privata e interruzione di pubblico servizio, ma altri non sono che l’aver fatto manifestazioni con centinaia di disoccupati, sit-in e altre normali e pacifiche attività sindacali e manifestazioni del pensiero ma, innanzitutto, l’aver dato voce a coloro che sono ritenuti dai benpensanti di questa città, soggetti da emarginare, cittadini di serie B e utilizzabili solo come serbatoio di voti da usare strumentalmente nelle campagne elettorali, farcite di false promesse.
Bobo Aprile, insieme al comitato dei disoccupati, è stato scelto quindi come soggetto da colpire per dare un segnale forte, non solo ai COBAS, ma anche a tutti i movimenti politici e sociali che in questi ultimi mesi, con il loro impegno costante hanno dimostrato che un’altra Brindisi è possibile!
Respingiamo con forza questo messaggio e lo rimandiamo al mittente :-“ E giunta l’ora che i poteri forti, che sino a questo momento hanno fatto il bello e il cattivo tempo in questa città, si mettano l’animo in pace ! Una nuova generazione di donne e uomini vuol dare un futuro diverso a sé e ai propri figli, lottando in prima persona e non delegando a nessuno la propria vita.”-
Alle 11.30 presso la sede dei COBAS in via Lucio Strabone 38 , Brindisi, si terrà un a conferenza stampa sull’accaduto. Sono invitati i giornali, televisioni e radio, sindacati, organizzazioni politiche e associazioni e tutti i cittadini .
CONFEDERAZIONE COBAS
Medicina Democratica
Brindisi bene comune,
No al carbone
Associazione RuniRuni
Osservatorio sui Balcani di Brindisi
Pugliantagonista.it
Brindisi 12 ottobre 2011
Homs e la puzza di uova marce
La prima volta che ho sentito parlare di “puzza di uova marce” ero nel paesino abruzzese di Bomba, a parlare con una popolazione che si sta ribellando all’estrazione di gas da parte di una compagnia americana, proprio a pochi passi da un’enorme e quindi già preoccupante diga di terra.
Raccontavano di come in piena notte venivano svegliati da questa assurda e vomitevole puzza di uova marce, che avvolgeva la valle e quindi i centri abitati inerpicati sulle colline vicine: era il segno che la Forrest stava estraendo gas, stava cercando di capire quanto fosse e se era il caso di partire con le estrazioni.
Da Bomba allora arriviamo ad Homs, città siriana che da 7 mesi lotta è parte integrante della rivoluzione siriana, e una delle città che sta pagando il prezzo più alto, con incursioni ripetute da parte delle forze di sicurezza siriane, rastrellamenti e decine di morti e scomparsi.
Dal 3 ottobre è il quartiere di Rastan ad essere il più colpito, con più di 2000 arresti e cento morti oltre che la distruzione di decine di macchine, di botteghe e di abitazioni private: la macchina da guerra guidata da Bashar al-Assad e da suo fratello Maher calpesta con ogni mezzo e con una violenza tremendo la popolazione che però non desiste e non smette di scendere in piazza, contro cecchini, mortai e mezzi cingolati.
I video parlano chiaro,
ma son privi di olfatto.
Così, mentre ieri sera tutto il mondo era con gli occhi puntati al Maspero, la sede della televisione di stato egiziana al Cairo, dove l’esercito ha sparato sul corteo dei copti uccidendo decine di persone, con l’aiuto della

Vignetta di Ali Ferzat: la libertà d'espressione prima e dopo la cancellazione delle leggi speciali in Siria
Baltagheyya e cercando di far passare gli eventi per dei “tragici scontri inter-religiosi”, le truppe di Assad bombardavano e cannoneggiavano Homs.
E poco dopo, migliaia sono stati i messaggi su twitter provenienti da Homs, da Rastan, da Talbiseh, da Bab Sbaa, da Karm Zaitoon raccontavano la stessa cosa: una puzza mai sentita prima di uova marce che ha iniziato a terrorizzare la popolazione e che ha me ha fatto subito venire in mente i giacimenti di gas della Forrest e le signori abituate alla lavanda che si svegliano in piena notte con la sensazione di nuotare tra le uova marce.
Cosa vuol dire? Cosa stanno tirando sulla popolazione, qualcosa contenente acido solfidrico?
Non so certo rispondere, come non sanno rispondere tutti quelli che descrivono in rete questa puzza che sembra avvolgere l’intera città, che da ieri vive in una situazione di guerra totale, con decine di carri armati, continui cannoneggiamenti e scoppi di granate, cecchini e quant’altro.
Fortunatamente hanno la solidarietà della popolazione egiziana e tunisina, o quella del Bahrain e yemenita, perché qui alcune componenti anche della sinistra antagonista sembrano continuare a vivere vomitando complotti e alimentando l’appoggio ad un regime merdoso e assassino solo perchè abboccano ad una stantia e ridicola propaganda antisionista.
Con la popolazione di Homs, di Hama, di Dara’a, di Qamishli e di tutta la Siria…
anche dovessi esser la sola !
SIRIA: il massacro avanza. La storia di alcune donne, mamme, figlie …
Da Qamishli (pieno kurdistan) al sud druso, passando soprattutto per la zona centrale delle città di Hama e Homs, che stanno pagando il prezzo più caro in questi mesi di ribellione contro il regime del partito Baath e del presidente Bashar al-Assad, che sta vincendo il premio da macellaio , tra tutti i suoi colleghi mediorientali.
La repressiona avanza drammaticamente nelle città e nei villaggi siriani: la violenza e l’accanimento delle forze di sicurezza si sta rivelando ogni giorno più macabra ed insostenibile.
Le notizie di questi ultimi giorni ci raccontano diverse storie assurde e vergognose: l’ultima salita alle cronache, di cui l’ufficialità c’è stata da poche ore, malgrado il volto di questa giovane donna girasse in rete già da un paio di giorni.
Si chiamava Zeinab al-Hosni e la sua storia è raccapricciante: arrestata il 27 luglio, probabilmente per intimorire e portare alla luce il fratello Mohammad Deeb al.Hosni, noto attivista di Homs e sospettato di essere uno degli organizzatori delle proteste.
Alla fine l’hanno convinto, chiamandolo, che consegnandosi avrebbe riscattato la libertà della sorella, diciottenne.
Niente da fare, mentre i familiari erano all’obitorio dell’ospedale militare di Homs per riconoscere il corpo di questo ragazzo, torturato fino alla morte nelle celle di sicurezza, hanno scoperto anche quello della loro figlia.
Violato in modo indecente: stuprato, decapitato, mutilato delle braccia e scuoiato in molti punti del corpo.
La mamma e il papà di Mohammad e Zeinab, hanno dovuto firmare -per poter aver indietro i corpi mutilati dei loro figli- un foglio in cui dichiaravano che erano stati portati via e uccisi da bande armate.
C’è altro da dire?
Volendo c’è anche la storia della famiglia Jandali, sempre di Homs.
Loro non hanno fatto altro che trovarsi dentro casa le forze di sicurezza del macellaio Assad, alla ricerca di loro figlio.
Ecco il trattamento che gli è stato riservato, visto che non hanno trovato il ricercato.
O la storia della signora Aldahik. Lei pochi giorni fa ha perso Ahmad, suo figlio, mentre cercava di girare un video di un rastrellamento: nemmeno 4 secondi è durato il filmato, che è stato cecchinato a morte.
Ieri è morto anche suo fratello, di 24 anni: si chiamava Mahmoud Suleiman Aldahik, sceso in piazza contro il regime e per urlare la rabbia che aveva in corpo per l’assassinio di suo fratello.
Intanto oggi le manifestazioni, che chiedono a gran voce la liberazione di tutti i prigionieri, sono arrivate anche al centro della capitale: pochi minuti fa, alle nostre 14, c’è stato il primo morto in Baghdad Street, quella che prima rimaneva impressa per il gran traffico e le parolacce dei tassisti alla polizia stradale…
COME SI MUORE IN CARCERE…una lettera appena giunta, ci racconta l’ennesimo omicidio di Stato
Ci duole profondamente riprendere la penna in mano per segnalarci l’ennesimo omicidio avvenuto nel carcere di Rebibbia N.C.
Abbiamo scritto “omicidio” senza temere di essere smentiti. La morte di un nostro compagno è avvenuta oggi -3 settembre- ma era annunciata già da tempo.
La cronaca e la cronologia dei fatti è, a parte minime varianti, la fotocopia di decine di fatti analoghi che l’Amministrazione penitenziaria archivia senza che si trovi un responsabile, e i Mass media, per la maggior parte sodali e complici delle Istituzioni, liquidano come casi di malasanità penitenziaria.
per noi si tratta di qualcosa che va ben oltre la malasanità, ed è per questo che senza tanti giri di parole usiamo il termine OMICIDIO.
Il nostro compagno era affetto da numerose patologie come il diabete, l’insufficienza respiratoria aggravata dalla comparsa di polipi nasali e del cavo orale, ed altre problematiche che lo rendevano un soggetto ad alto rischio e, senza ombra di dubbio, incompatibile col regime carcerario.
E’ stato trovato morto nel suo letto, senza che il personale infermieristico e la custodia si accorgesse di nulla nonostante dovesse, al mattino, somministragli una della quattro dosi giornaliere di insulina.
“Radio carcere” parla di infarto, ma poco importa allo stato attuale sapere la causa o le cause del decesso perché ciò, se si fosse intervenuti per tempo, con maggiore professionalità, competenza ed UMANITA’, non sarebbe dovuto accadere.
Ci appare inutile ripetere ciò che da decenni andiamo gridando: DI CARCERE SI MUORE E NON GLIENE FREGA NIENTE A NESSUNO!!
Questo povero cristo, così come coloro che lo hanno preceduto e colo che – purtroppo – andranno a venire, andrà ad arricchire le già nutrite statistiche di decessi in carcere, che già annoverano cifre scandalose per un paese che ha la pretesa di autodefinirsi civile.
Ci sarà un’inchiesta che, scusate il nostro consolidato pessimismo, approderà ad un nulla di fatto: nessun colpevole, nessun responsabile:
Le solerti forze di Polizia, con la benedizione della Magistratura, hanno pensato bene di eseguire delle perquisizioni con tanto di unità cinofile nel tentativo di trovare chissà che cosa … o forse cercavano l’insulina che non avevano somministrato nella mattinata?!!!
Vorremmo che tutti coloro che nelle calde esteti parlano dei drammi che avvengono nelle prigioni, tutti coloro che fanno le loro belle visite di cortesia e di facciata atte -riscusiamo il cinismo e la diffidenza cementate da anni di false promesse – più che altro a lavarsi la propria coscienza, sappiano una volta per sempre che di carcere SI MUORE e che tutta la società cosiddetta civile ne è RESPONSABILE.
Nessuno escluso!!
La loro compassione a “gettone” non ci serve nè ci aiuta, occorre mettere le mani nel problema e sviscerarlo seriamente a costo di sporcarsi le mani e perdere qualche prezioso voto politico.
Siamo stanchi di parlare di MORTI e non smettermo mai di combattere per il nostro diritto alla salute, alla dignità e alla libertà.
Non sentirete da parte nostra lamentele pietose e vittimistiche, il nostro è e sarà un GRIDO D’ACCUSA contro chi finge ipocritamente e vigliaccamente di avere “a cuore” i problemi dei carcerati, ma che dei reclusi non gliene frega nulla.
Non andiamo oltre.
Salutiamo con amore e rabbia il nostro compagno con l’augurio che i responsabili di tanto vile cinismo e indifferenza siano divorati dai rimorsi di coscienza ammesso – e non ci crediamo – ne abbiano una.
ALCUNI DETENUTI DI REBIBBIA N.C.
Cina: una riforma per instaurare lo Stato di Polizia
La Cina avanza a passo spedito verso il capitalismo del nuovo millennio e si conferma tra i portabandiera del massacro delle libertà individuali.

Tortura e leggi speciali: botta e risposta con Miguel Gotor
AGGIORNAMENTO 18 GIUGNO 2013: LA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA DICHIARA AMMISSIBILE LA RICHIESTA DI REVISIONE DEL PROCESSO TRIACA.
IL 15 OTTOBRE 2013 LE TORTURA ANDRANNO ALLA SBARRA E LA VERITA’ VERRA’ RISTABILITA.
LEGGI QUI LE NOVITA’, OTTIME: LEGGI
Da uno storico avrei accettato del cinismo, un commento come “infondo facevate la guerra allo Stato e quello non poteva far altro che usare i mezzi che solitamente gli Stati usano per combattere i propri nemici: tortura, galera e morte.
Invece nell’articolo di risposta a Cesare Battisti, comparso sulle pagine di Repubblica il 29 agosto, compie un vero e proprio atto di negazionismo.
ASCOLTA LA CORRISPONDENZA
sperando che il dibattito prosegua
1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4) Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) Arresto del giornalista Buffa
6) Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7) Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 ) Il pene della Repubblica
9) Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10) Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Una lettera all’albo degli avvocati di Napoli
13) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
14) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
15) La sentenza esistente
16) Le torture su Sandro Padula, 1982
17) La prima parte del testo di Enrico Triaca
18) Seconda parte del testo di Triaca
19) L’interrogazione parlamentare presentata da Rita Bernardini
20) ” Chi l’ha visto? ” cerca De Tormentis, alias Nicola Ciocia
21) Due firme importanti: Adriano Sofri e Pier Vittorio Buffa
22) Mauro Palma, sulle pagine de Il Manifesto
23) L’interrogazione parlamentare cade nel vuoto
24) L’intervista mia e di Paolo Persichetti a Pier Vittorio Buffa
25) Cercavano Dozier nella vagina di una brigatista
Un post rabbioso, alla terra più amata!
Non riesco a fare una vita normale con i carrarmati che cannoneggiano la terra più amata.
Non riesco, malgrado non posso evitare di provarci, a concentrarmi nè a distrarmi.
Non riesco.
Non riesco ad accettare questo silenzio: e quando parlo di silenzio, io, non parlo di Nazioni Unite, non parlo di organismi internazionali né di bombardatori per diletto e professione.
Parlo di noi, dei compagni, di quelli sangue del sangue … di quelli con cui ho sempre pensato che sarebbe stato facile condividere le gioie e le sconfitte,
condividere la rabbia e l’indignazione, condividere la conoscenza e quindi la solidarietà, l’azione collettiva, la coscienza di essere parte di un qualcosa di grande, di enorme, un qualcosa che non abbia frontiere, barriere, etnie o padroni.
E invece?
Invece io mi sento sola, da quando i carri armati del macellaio Bashar al-Assad e di quel boia di suo fratello stanno calpestando una popolazione che conosco più di tante altre, che amo più di tante altre, che rispetto nella sua complessità e che provo con molta umiltà a capire e conoscere.
E invece?
E invece son circondata dallo stesso “sangue del mio sangue” che mistifica una verità che pensavo chiara da decenni, per tutti.
C’è la continua difesa del regime; un continuo domandarsi ” ma questi chi li muove, a chi fa comodo” e bla bla bla bla.
Un po’ quello che il Partito Comunista Italiano faceva nei confronti di tutte le organizzazioni armate che si son mosse su suolo italiano.
Parlavano di Cia, di infiltrazioni, di mani lunghe e straniere che muovevano le fila del tutto.
55.000 anni di carcere alla generazione che ha vissuto gli anni ’70, eppure a sentire il PCI erano tutti infiltrati, tutti dei servizi, tutti venduti “all’ammmericani”…tanto che molti stanno ancora in galera (si sa che gli agenti CIA scontano 30, 32, 35 anni di carcere)
Qui ci sono stati decine di migliaia di arresti, non c’è famiglia siriana che non ha un caro detenuto, o ferito, o sottoterra.
Eppure noi pensiamo solo a blaterare sul “ma perché scendono in piazza? A chi fa comodo?”
Sono sconcertata.
Sconcertata da chi mi aggredisce urlandomi contro che sono una stupida imbambolata davanti a “tagliagole della fratellanza musulmana mossi dalla CIA” e come prova di questo mi parla di Hassan Nasrallah e degli Hezbollah, che l’altra settimana hanno avuto una rivolta popolare contro in un villaggio libanese perché hanno assaltato e incendiato un negozio di alcolici.
Gente che si definisce contro i preti però se parlano Hamas ed Hezbollah è oro colato, mentre migliaia di uccisi e arrestati so’ tutti “servi degli americani e del Mossad”.
Ancora?? Ma perché non apriamo un po’ gli occhi?
Smettiamola di parlare di Libia e Siria perché son due MONDI diversi, son due fronti internazionali completamenti diversi e gli interessi in gioco non si assomigliano lontanamente: smettiamola di buttare tutto in un calderone e giudicare tutte quelle persone delle stupide marionette in mano degli americani ( ma quindi, fateme capì, anche noi eravamo marionette stupide e asservite nel ’43? bha).
Smettiamola di non mettere in conto la rabbia e la frustrazione di chi vive in quel territorio, di chi c’è nato, di chi vorrebbe tutt’altro tipo di accesso alla libertà, ad ogni tipo di libertà.
meglio che non scrivo, meglio che chiudo questa pagina.
Vorrei solo sapere di avere la mia “famiglia”, la mia gente, il mio sangue, schierato A PRIORI contro i tank di un regime,
schierato a priori contro la galera, la tortura, l’assedio e i soprusi del partito Baath.
Vorrei che la si smettesse di pensare che difendere Assad vuol dire esser antimperialisti: perché è la più grande idiozia immaginabile.
Mai la Siria ha usato nemmeno un decimo della violenza di questi giorni contro Israele: è stata in grado di farlo, nella sua storia, solo contro i palestinesi in Libano e contro i siriani, a casa loro…ma a quanto pare in troppi se lo dimenticano costantemente e preferiscono credere ai sermoni di Stato, alla propaganda di un regime che sta lì da decenni, sul sangue dei palestinesi, dei comunisti, dei dissidenti…. e così via…
amo quella terra come non ho mai amato nessun luogo al mondo.
e amo il suo popolo, che tanto m’ha insegnato e che non sta smettendo di farlo
Bahrain: anche le buone notizia non hanno alcuno spazio!
Non esiste un’agenzia stampa italiana che ne parli, che cosa assurda.
Eppure non è proprio una notizia da poco, nemmeno per la demagogia occidentale, nemmeno per la stampa italiana così misera e provinciale.
Non se ne sono accorte nemmeno le donne in piazza a Siena, le donne del popolo viola e violetto, rosa e scarlatto.
Tutto tace sulla liberazione di Ayat al Qarmezi, 20 anni, piccola donna velata del Bahrain, grande e coraggiosa donna, dolce e fortissima poetessa, orgogliosa detenuta per 106 giorni.
Con l’accusa di aver letto una poesia in piazza, durante una delle manifestazioni che hanno “invaso” la piazza delle Perle di Manama.
Una lotta completamente pacifica, che ha ricevuto come risposta una repressione pesantissima, con cecchinati qua e là, con retate e rastrellamenti, con persone prese e arrestate dai reparti d’ospedale…con ergastoli, già regalati come fossero acqua.
Ma tutto tace.
Quello sputo di terra tra i due mari non interessa a nessuno: anzi, il merdoso regime che tiene sotto scacco l’intera popolazione va sostenuto e foraggiato…questo è. Anche se non mi ci rassegno.
Ayat dopo la sua scarcerazione racconta di non aver subito torture, fortunatamente, ma ha voluto sottolineare quante ne avvengono nelle celle di quel paese, ai danni di persone che hanno semplicemente partecipato a cortei, o hanno tentato di esprimere il loro pensiero.
Nessuno ci racconta che più di 300 studenti sono stati esclusi ed espulsi dagli istituti dove erano regolarmente iscritti, perché “attentavano alla sicurezza nazionale”, alla sicurezza della famiglia Khalifa, che da 250 tiene in mano il potere.
Gli studenti messi sotto inchiesta ed espulsi hanno subito interrogatori in cui gli si chiedeva se avevano account sui social network (costretti poi a fornire i dati d’accesso), se hanno mai partecipato a cortei nella loro vita, se hanno mai visto piazza delle Perle e in quali occasioni…punto.
Altro non interessa, basta quello per una condanna o per l’esclusione dagli studi.
I detenuti spesso non hanno diritto a colloqui e comunque dai primi arresti di marzo, le famiglie non hanno mai incontrato i loro cari per più di 7 minuti.
Intanto almeno festeggiamo la liberazione di una piccola donna, entrata nella sfera non sempre piacevoli degli “eroi”, per quella poesia urlata al mondo. Mabrook Ayat, buona libertà e buona lotta.
MAELSTROM: ancora una recenzione
Non smetterò facilmente di parlare di questo libro, come non smetto -IMPOSSIBILE- di amare il suo autore,
pezzo di cuore, sangue, vita.
Questa un’altra recensione, di un libro che DOVETE LEGGERE!
Che “botta” sto libro, altro che l’ombra di Banco che ricompare come uno spettro a turbare la mente di Macbeth, qui c’è un signore di 71 anni vivo e vegeto che dopo oltre 30 anni di galera bussa con questo libro alla nostra porta per raccontarci per filo e per segno cosa è successo in Italia e nel mondo in quei 20 anni che hanno preceduto il suo arresto, e che, nei successivi 30 anni, quelli che lo hanno arrestato hanno evitato in tutti i modi di raccontare.
387 pagine di documenti, testimonianze e quant’altro snocciolati con la cura e la inoppugnabilità di chi ha avuto 30 anni di tempo per riordinare e metabolizzare da “dentro” quei 20 anni di vita vissuta mentre “fuori” operava la più assordante delle rimozioni, e che oggi, incredibilmente sopravvissuto (non solo nel corpo ma soprattutto nella mente) a quei tutto, rivendica il diritto del “vinto” ad integrare la storia fino ad oggi scritta, come sempre, dal vincitore, per il semplice motivo che anche lui…c’era.
Dunque “1960-1980 scene di rivolta e di autorganizzazione di classe in Italia” si legge nel sottotitolo perchè l’autore ha vissuto in prima persona e mano a mano sempre più da protagonista quel ventennio di lotte del movimento operaio che ha contrassegnato una rilevante parte della storia del nostro paese nel periodo che va tra l’inizio del cd. boom economico e la stagione del riflusso degli anni ottanta.
In questo lungo percorso l’autore ha direttamente partecipato a molti fatti in qualche modo “collaterali” e “collegati” al suo ventennale impegno di militante operaista, ivi compresi i celebri ’68 e ’77 fino al finale approdo alla più importante organizzazione di lotta armata operante in Italia che questo libro-diario ci spiega come obbligato in naturale continuità con tutto il suo “prima, e che quindi rappresenta solo una tappa finale di un percorso molto più lungo e complesso e che parte da molto lontano.
Quello che più colpisce di questo libro, e che lo rende a mio parere unico, è il fatto che anzichè raccontare, come han fatto tanti altri ex brigatisti, la loro esperienza nella lotta armata per magari richiamare in poche pagine il pregresso che li ha condotti a tale scelta, oppure narrare la propria odissea nel tanti anni di carcere speciale, Ricciardi fa esattamente il contrario.
Salvatore Ricciardi utilizza questo libro per ricostruire nel dettaglio la sua vita di militante a favore delle tantissime lotte operaie del dopoguerra italiano dal 1958 al 1977 fino al suo ingresso nelle BR a seguito dell’ultimo fallimento del movimento del 1977, e quindi riprende il racconto dal suo primo anno di carcere a Trani dove organizza la celebre rivolta del 1980, per quindi chiudere con il suo successivo trasferimento al carcere puntivo di Bad ‘a Carros all’inizio del 1981.
Sul resto nulla, nulla sui suoi 3 anni scarsi di partecipazione alla colonna romana delle BR e nulla sui successivi 30 anni di galera. Perchè dunque, aldilà dell’impressionate lavoro storico di certosina ricostruzione delle lotte operaie italiane e dei tanti tumulti rivoluzionari nel mondo di quegli anni, e che richiama, per ponderosità e completezza il famoso “L’Orda d’oro” di Ballestrini e Moroni di parecchi anni fa, questo libro, dicevo all’inizio, è una “botta” ?
Perchè documenta tanti anni dopo e in modo assolutamente inoppugnabile quello che è accaduto realmente nel nostro paese nel ventennio 1960 al 1980, cosa che nessuno prima d’ora aveva mai osato o forse potuto fare, e questo direi che è motivo più che sufficiente per augurarsi una divulgazione di maelstrom il più estesa possibile presso chi ha potuto ascoltare in questi ultimi 30 anni solo il racconto di chi ha vinto, ma temo che ciò non avverrà. Il che tuttavia non toglie alcun valore, intendiamoci, alla scelta di avere scritto oggi e dopo 30 anni di galera questo importantissimo testo, se non altro perchè, come chiude l’autore citando una frase del drammaturgo Samuel Beckett: “ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio !”.
A proposito di belle frasi, tante debbo dire, il pensiero che più mi ha colpito compare quasi all’inzio del libro, non mi ricordo le parole esatte ma diceva più o meno che diventare “compagni” è operazione che richiede anche un certo… tempo.
In conclusione la mia personale idea, magari sbagliata, di questo libro è che il messaggio dell’autore sia tipo “mi avete catturato e sono stato zitto per 30 anni, ora che sono libero mi pareva giusto riferire prima di ogni altra cosa anche tutto quello che non è mai stato detto su quegli anni, e ora se volete possiamo cominciare davvero a… parlarne”
DAVIDE STECCANELLA
“Maelstrom” di Salvatore Ricciardi: un commento di Marco Clementi
Maelstrom di Salvatore Ricciardi, è un salto nella storia sociale e politica del nostro paese vista con gli occhi di chi, per un quindicennio, ha tentato di mutarne gli assetti istituzionali ed economici. Il sottotitolo è esplicativo: si tratta di «scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 1980» (DeriveApprodi, pp. 369, euro 22).
Ricciardi è stato un militante delle Brigate rosse, ma il suo non è l’ennesimo libro di ricordi sull’organizzazione armata, «versione del militante» che racconta in soggettiva il proprio cammino. L’autore prova a ricostruire, intrecciando ricerca storica e sociologica, il percorso di almeno due generazioni, trovando negli anni Sessanta i prodromi di quello che poi sarebbe accaduto nel decennio successivo, cosa fino ad ora troppo spesso evitata da quanti si sono occupati dei cosiddetti «anni di piombo».
In molte ricerche la complessità dei rapporti sociali e di classe è stata infatti sacrificata in nome di ricostruzioni che passavano da un fatto di sangue all’altro limitandosi all’analisi della spinta personale e usando una categoria, quella di violenza politica, che nulla ha di storico e poco di sociologico. Maelstrom invece corre su un doppio binario, quello dell’esperienza carceraria, che si lega al rapimento del giudice d’Urso operato dalle Br nel 1980 e alla conseguente rivolta nello «speciale» di Trani, e quello delle lotte sociali che toccarono l’Italia a partire dalla crisi del cosiddetto boom economico. Crisi alla quale la classe dirigente non seppe reagire e che innescò una serie di fenomeni inediti che mutarono il volto del paese, dal sindacalismo di base alle rivolte studentesche, fino al periodo delle stragi, segnate dal tragico dicembre 1969. Fu la perdita dell’innocenza, si chiede Ricciardi? La risposta è diretta: «nel paese e in Europa non c’era traccia d’innocenza. Dopo il massacro della guerra ci presentarono l’altra scena, quella della ricostruzione.
L’arrivismo egoistico, l’accaparramento senza timore, il profitto sui morti, la borsa nera, l’affamamento e il supersfruttamento, l’arricchimento sulla pelle altrui (…). Era questo ciò che le generazioni precedenti ci avevano lasciato in dote. Dove stava l’innocenza?». Non è l’unico caso nel quale l’autore rovescia il significato di termini entrati oggi nell’immaginario collettivo con un preciso senso. Per esempio, la «memoria» per un carcerato è qualcosa da evitare: «stop ai pensieri sul passato, e se hai una pena lunga o l’ergastolo, anche quelli sul futuro». Lo «scontro di civiltà», espressione divenuta famosa grazie al libro di Samuel Huntigton, viene visto da Ricciardi come la contrapposizione tra chi era sfruttato e chi sfruttava. Anche l’espressione «morti bianche», usata per i caduti sul lavoro, viene rovesciata. Il ricordo di un giovanissimo collega caduto da un’impalcatura, il colpo secco che gli spezza la schiena e il sangue sparso sulla terra (che una volta uscito non rientra più), danno un senso di rabbia al sentire questa locuzione: si tratta dell’ipocrisia di chi vuole addolcire l’accaduto, mentre la verità è che sono persone uccise, «assassinate». Anche il concetto degli opposti estremismi viene criticato. Altro che «rossi» e «neri»: in quegli anni, per l’autore, era in gioco la rivoluzione proletaria, abbattere il capitalismo e costruire una società diversa, senza le galere, la scuola selettiva, le morti sul lavoro, le gerarchie e le guerre. I «neri», i fascisti, entrarono in quella dinamica «con lo stesso ruolo che hanno i guardioni agli ingressi delle discoteche: aggredire chiunque non si conforma alle regole e all’ordine esistente, alle gerarchie e alla proprietà». Da Piazza Statuto ai morti di Reggio Emilia, dalla strage di piazza Fontana alla bomba alla stazione di Bologna, il libro ripercorre gli strappi che l’Italia ha patito con il distacco dello studioso, senza cercare giustificazioni per le scelte dell’autore, il suo impegno nella guerriglia, la parabola prima ascendente e poi impietosamente discendente dell’organizzazione alla quale è appartenuto.
Ricciardi non racconta però la storia delle Br, ma la inserisce all’interno di quella italiana, evitando di cadere nel tranello teso da anni ai lettori italiani dalla dietrologia, che vede in quella organizzazione armata il braccio esecutivo di un grande complotto finalizzato a fermare l’ingresso del Pci al governo. Eppure il Partito comunista italiano in quel governo c’era stato, dal 1944 al 1947; aveva contribuito a ricostruire il paese, governato importanti città e regioni, sostenuto, infine, esecutivi democristiani nella metà egli anni Settanta in cambio della presidenza di commissioni parlamentari. E non perché ci fossero le Brigate rosse ma perché, come disse in più di un’occasione Aldo Moro, dalle urne nel 1976 erano usciti due vincitori, la Dc e il Pci.
Non si trattava del compromesso storico berligueriano, visto da Ricciardi come il «punto di arrivo di una strategia elaborata dal Pci fin dal dopoguerra», ma di una visione pragmatica della realtà politica. La Dc non poteva governare da sola e solo il sostegno dei comunisti, mantenuti comunque fuori dal governo, avrebbe garantito quella stabilità necessaria a politiche di sacrifici in un paese con una inflazione a due cifre. Il brigatismo cercò di inserirsi in questa dialettica con il rapimento di Aldo Moro, ma non raggiunse lo scopo di una trattativa con i partiti della maggioranza, che si ritrovarono uniti nel rendere inoffensive le parole che il leader democristiano stava scrivendo dal cosiddetto «carcere del popolo». Fu una grande sconfitta politica per le Br e l’uccisione dell’ostaggio riuscì, forse, a dilazionarne lo sfaldamento per un paio di anni. Per Ricciardi, il 1967 è l’anno mirabilis. Perché venne ucciso il Che, perché Israele vinse la guerra dei sei giorni, perché in Grecia un manipolo di colonnelli sovvertì la democrazia, instaurando un regime terroristico, sebbene non fascista e il 2 Giugno a Berlino Ovest la polizia uccise lo studente Benno Ohnesorg durante le proteste per la visita del golpista persiano Reza Pahlavi. Il Pci non riesce a dare risposte esaustive a tutto ciò e slogan prima portati come vessilli diventano logori. 
Quando il giovane Ricciardi scoprì l’inganno del falso mito della Resistenza tradita, la sua delusione fu enorme. Lesse più volte con altri compagni che il Pci, durante la lotta di liberazione non voleva condurre a termine una rivoluzione sociale ma collaborare con le altre forze antifasciste per nascita di una nuova Italia. Era tutto vero: nessuno aveva mai avuto intenzione di trasformare quella lotta in qualcosa di diverso, di fare come Tito in Jugoslavia, e il mito nato con lo scoppio della guerra fredda era dovuto esclusivamente alla scelta di mantenere un rapporto privilegiato con l’Unione Sovietica: una bella storia da raccontare ai giovani, nulla di più. Le risposte, dunque, giunsero da fuori: in Viet-Nam gli Stati Uniti stavano incontrando una resistenza inattesa, mentre in Cina, Mao Tze Dong lanciò la rivoluzione culturale. Tutto ciò si tradusse in Italia nella ricerca dell’indipendenza dal sistema del capitale e nella lontananza proprio dalla politica del Partito comunista. Tutto si mise in movimento e nacquero, da lì a pochi anni, molte organizzazioni, alcune armate, altre no. Ricciardi annota solo che tra la crescita quasi esponenziale delle Br e la la loro repentina caduta passarono pochi anni, ma sembrano decenni. Lo Stato reagì con una legislazione speciale e, in alcuni casi circoscritti e giudicati dalla magistratura, con la tortura. Poi vennero le prime delazioni, il fenomeno del pentitismo e quello della dissociazione, una «diarrea di dissociazioni» le definisce Ricciardi. Furono le dissociazioni a dare il colpo di grazia all’organizzazione, portando via con i protagonisti anche le singole storie, che pezzo dopo pezzo hanno demolito la verità storica e la memoria di quella esperienza. Anche per dire no a tutto questo Salvatore Ricciardi ha sentito la necessità di comporre la propria biografia, ma collocandola con accuratezza dentro il risultato di una ricerca sul proprio passato e su quello del suo paese.
_Marco Clementi_






































































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