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Inizia la ricostruzione di Nahr al-Bared

10 marzo 2009 Lascia un commento

Sono stati inaugurati con una cerimonia ufficiale i lavori di ricostruzione del campo profughi palestinese di Nahr al-Bared, nel nord del Libano, completamente raso al suolo durante la battaglia dell’estate 2007, tra miliziani di Fatah al-Islam, formazione islamica sconosciuta fino a quel momento, ed esercito libanese. Combattimenti ch durarono per quattro mesi causando la morte di circa 500 persone e costringendo alla fuga più di 30.000 profughi palestinesi.
Profughi che in pochi torneranno, malgrado la grande cerimonia di inaugurazione presieduta da diversi rappresentanti del governo libanese, dell’agenzia Onu per i rifugiati (Unrwa) e dell’autorità palestinese: ci vorrà almeno un anno a costruire il primo di otto settori del campo, che ospiterà solo cinquemila persone.
I lavori di ricostruzione ammonteranno ad una cifra che ruota intorno ai 200 milioni di dollari, di cui solo 52 donati dalla comunità internazionale, mentre il saldo dovrebbe avvenire per mano di finanziatori del Golfo e di altri paesi arabi.

Incredibile come procedano a rilento le ricostruzioni gestite dalle autorità ufficiali e dal governo libanese, al contrario di quelle dei quartieri sciiti della capitale e dei villaggi del sud del paese che, completamente gestite dal partito armato Hezbollah, sono state ricostruite con un’incredibile velocità, dal giorno dopo la fine dei bombardamenti della sesta guerra.  

Ultima settimana dello sciopero della fame contro l’ergastolo

8 marzo 2009 2 commenti

Giustizia: uno sciopero della fame per l’abolizione dell’ergastolo
di Sandro Padula Liberazione, 7 marzo 2009

Il 16 marzo sciopero della fame in tutta Italia, di ergastolani, detenuti, parenti, amici, volontari. L’ergastolo, residuo monarchico delle pene detentive italiane, fa discutere e lottare dentro e fuori le mura delle carceri della penisola. Continua infatti lo sciopero della fame degli ergastolani iniziato il primo dicembre, a staffetta e per gruppi di regioni, e proseguono le iniziative dei solidali, all’esterno delle carceri, COF04015nell’ambito della campagna per l’abolizione del “fine pena mai”. Il bollettino “Mai dire mai” del mese di febbraio, pubblicato dall’Associazione Liberarsi, e numerosi siti Internet fanno capire che la lotta è proseguita a gennaio e febbraio, trovando anche la solidarietà dentro e fuori dalle mura delle galere in Germania, Spagna, Grecia, Svizzera, Francia e Cile. In diverse città italiane si sono svolti presidi nelle vicinanze delle carceri: il 14 gennaio a Montorio (Verona), il 18 gennaio a Biella; il 24 gennaio ad Alessandria; il 29 gennaio nel borgo S. Nicola di Lecce; il 31 gennaio in via Speziale a Taranto, al quale è seguito un concerto con tre gruppi musicali (SFC, Sick Boy e No Thanx); il 14 febbraio vicino al carcere Dozza di Bologna; il 15 febbraio in via Burla 59 a Parma. Si sono altresì avuti diversi incontri e dibatti: ad esempio, il 17 gennaio presso il laboratorio sociale “La città di sotto” di Biella e il 27 gennaio nella sede di un circolo anarchico di Lecce, dove è stato proiettato il film Filaki – Una rivolta nelle carceri greche, aprile 2007. Alcuni consiglieri regionali hanno espresso la propria solidarietà alla lotta per l’abolizione dell’ergastolo anche nei mesi di gennaio e febbraio: a metà gennaio i consiglieri regionali del Frilui Venezia Giulia Stefano Pustetto e Roberto Antonaz hanno fatto visita al carcere di Tolmezzo, accompagnati da Christian De Vito e da Giuliano Capecchi dell’associazione Liberarsi, per incontrare i detenuti delle sezioni a 41 bis e i detenuti ergastolani della sezione A.S. (Alta Sorveglianza); il 3 febbraio inoltre il Consigliere regionale del Molise Michelangelo Bonomolo, accompagnato da Giuliano Capecchi, ha incontrato i detenuti ergastolani del carcere di Larino. I grandi organi di informazione, complici come sono della produzione dell’”emergenza criminalità” e della caccia al Girolimoni di turno, hanno continuato per lo più a disinteressarsi del fatto che da oltre 60 anni, come dimostra l’esistenza dell’ergastolo, l’articolo 27 della Costituzione repubblicana non è applicato in maniera effettiva. Solo da parte di alcuni giornali locali si è avuto il coraggio di fornire qualche indiretto riferimento alla lotta per l’abolizione dell’ergastolo. Domenica 25 gennaio, ad esempio, il quotidiano “Gazzetta del Sud” ha pubblicato un articolo, riguardante il carcere calabrese di Rossano, che terminava in questo modo: “in vista della protesta di carattere nazionale degli ergastolani che partirà domani e che consisterà proprio nel rifiuto del vitto… tutto il cibo cotto e pronto per la consumazione, anziché essere buttato nella spazzatura, sarà consegnato gratuitamente alla mensa della Caritas”. Qui ovviamente riportiamo fatti che ognuno è libero di considerare come meglio ritiene. Il dramma è che spesso i fatti connessi alla lotta contro l’ergastolo neanche si conoscono. Per questo non solo è utile riportarli nudi e crudi ma anche comunicare subito le scadenze previste per l’immediato futuro. Prima di tutto bisogna ricordare che, dopo il turno della Sicilia (2-8 marzo), lo sciopero della fame riguarderà gli ergastolani e i detenuti del Lazio (9-15 marzo). Il 15 marzo, contemporaneamente all’ultimo giorno di lotta nel Lazio, alle ore 11 avrà inizio un incontro nazionale con all’ordine del giorno due punti: un primo bilancio generale dello sciopero della fame iniziato il 1° dicembre 2008 e le iniziative future per giungere all’abolizione dell’ergastolo e all’attuazione dell’art. 27 della Costituzione. L’Associazione Liberarsi ha chiesto al csoa Forte Prenestino (via Federico Delpino – Centocelle – Roma tel. 0621807855 mail: forte@ecn.org) di poter organizzare al suo interno questo momento di scambio e discussione anche perché già da tempo segue le tematiche del carcere. È prevista la chiusura alle ore 18.00. Last but not least, lunedì 16 marzo ci sarà, a livello nazionale, lo sciopero della fame per l’abolizione dell’ergastolo e per l’attuazione dell’art. 27 della Costituzione italiana. Si mobiliteranno ergastolani, detenuti, parenti, amici, volontari e persone che ritengono giusta la lotta per l’abolizione del “fine pena mai”!

QUESTA SERA AL VOLTURNO OCCUPATO DALLE ORE 18.30
INIZIATIVA SULLA DETENZIONE FEMMINILE, CON PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ANGELA DAVIS,
CENA CON LE RICETTE EVASIVE TRATTE DI SCARCERANDA.

Scontri tra bande in un carcere messicano

5 marzo 2009 Lascia un commento

Messico: scontri nel carcere di Ciudad Juárez, decine di vittime
di Valentina Perniciaro, da Internationalia.net
5 marzo 2009 
Erano stati quattro giorni di calma a Ciudad Juárez: dall’arrivo di 5000 tra poliziotti e soldati impegnati a rafforzare la lotta contro la criminalità organizzata in una delle città col più alto tasso di criminalità

Foto di Miguel Tovar (AP Photo) Ciudad Juarez, parenti dei detenuti fuori dal carcere

Foto di Miguel Tovar (AP Photo) Ciudad Juarez, parenti dei detenuti fuori dal carcere

 organizzata del Messico, non si era registrato nessuno morto. Fino a mercoledì quando, secondo fonti del governo dello stato di Chihuahua, è scoppiata una rissa nel carcere della città tra due bande locali, i Los Atzecas e i Mexicles y los Artistas Asesinos, entrambe impegnate nel contrabbando di droga e armi in città e all’interno del penitenziario.
Un prigioniero ha raccontato che alcune delle 20 vittime registrate (tutti detenuti) sono state lanciate dal secondo piano, quello dell’infermeria, dalla banda rivale senza che si potessero difendere. Gli scontri si sono conclusi, dopo sei ore, con l’intervento di 400 militari che hanno attaccato il penitenziario facendovi irruzione con l’aiuto di due elicotteri e un fitto lancio di lacrimogeni. L’esplosione di questa rissa è coincisa con l’annuncio che i militari assumeranno i principali incarichi di pattugliamento, pubblica sicurezza e controllo del transito verso la frontiera con gli Stati Uniti. Modifiche che rientrano in un progetto pilota ordinato dal governo messicano in corso di attuazione per la prima volta proprio a Ciudad Juárez, città più pericolosa del Messico del nord, anche per la sua posizione geografica (è di fronte alla texana El Paso) che l’ha trasformata in fulcro del percorso degli stupefacenti verso gli Stati Uniti, dove si registrano in media sei morti violente al giorno.

Ancora sulla Grecia: molotov in banche e stazioni

4 marzo 2009 Lascia un commento

Grecia: incendiata una banca ad Atene, molotov su un treno

di Valentina Perniciaro 
Internationalia, 4 marzo 2009

 L’Ellade è di nuovo colpita da attacchi realizzati da sconosciuti ai danni di banche e ferrovie.

Questa mattina all’alba alcune persone a volto coperto hanno dato fuoco, rompendo un vetro e lanciando una bottiglia incendiaria, a una filiale della Banca del Pireo nel quartiere di Neo Psychiko, una zona centrale di Atene. Non c’è stata nessuna vittima, ma l’incendio ha bruciato per intero la sede e danneggiato seriamente l’edificio.

Foto di Valentina Perniciaro _le banche di Atene_

Foto di Valentina Perniciaro _le banche di Atene_

Sempre oggi i vigili del fuoco hanno lavorato per rimuovere dalla stazione di Kifissia le carcasse delle 6 carrozze della linea elettrica urbana Atene-Pireo, date alle fiamme all’alba del 3 marzo da un gruppo autodenominatosi “Banda delle coscienze”. Secondo le testimonianze confermate dalla polizia, un gruppo di una trentina di persone che indossavano maschere di carnevale, è salito sul treno alla stazione di Patissia e una volta arrivati a Kifissia hanno allontanato alcuni passeggeri spingendoli verso le carrozze più avanti per cospargere di benzina i vagoni appiccando il fuoco con delle molotov. Nessuno è rimasto ferito nell’incendio e la “banda” è riuscita a fuggire facilmente con l’aiuto di alcune auto in attesa fuori dalla stazione.I danni, secondo una prima stima, ammontano a 16 milioni di euro.
In una rivendicazione apparsa in rete ma della quali si sta valutando l’autenticità, il gruppo dichiara che l’azione è una vendetta per l’aggressione subita da Constantina Kuneva, una lavoratrice, attiva sindacalista, della ditta di pulizie impiegata  nelle ferrovie urbane. La Kuneva è stata aggredita lo scorso dicembre dopo il suo turno di lavoro con dell’acido e si trova ancora ricoverata in stato critico con pesanti danni agli occhi e agli organi interni.

 

Scontri a Patrasso tra migranti e polizia

4 marzo 2009 Lascia un commento

Grecia: scontri a Patrasso tra migranti e polizia
di Valentina Perniciaro, 
Internationalia, 4 Marzo 2009

Da due giorni la città di Patrasso, sulla costa adriatica della Grecia, è animata da violenti scontri nella zona tra il porto e il campo profughi a circa due chilometri di distanza. Il porto di Patrasso è scalo obbligato per i migranti, soprattutto per coloro che provano a raggiungere le coste italiane dai paesi dell’Asia (in particolare dall’Afghanistan) e che, nella maggior parte dei casi,

Foto di Valentina Perniciaro _ i M.A.T. schierati ad Atene, dicembre 2008_

Foto di Valentina Perniciaro _ i M.A.T. schierati ad Atene, dicembre 2008_

si nascondono nelle celle frigorifere dei camion. Gli scontri sono scoppiati il 2 marzo, quando un ragazzo afgano è stato investito da un tir sul quale tentava di nascondersi.
Secondo diversi testimoni, la manovra è stata volontaria e immediatamente un centinaio di migranti ha reagito aggredendo il conducente del mezzo e la polizia accorsa sul posto. Ai migranti si sono aggiunti gruppi di persone scese in strada per dimostrare la propria solidarietà al ragazzo ferito.
La polizia ha iniziato un fitto lancio di lacrimogeni, mentre come risposta i manifestanti hanno alzato delle barricate. Ai reparti della polizia celere si sono aggiunti squadre di agenti speciali anti-sommossa,i MAT che, secondo le testimonianze riportate dai siti di informazione del movimento antagonista greco, sono state rinforzate da decine di appartenenti a cosiddette ‘milizie’ civili, tra i quali sono stati riconosciuti appartenenti a gruppi di estrema destra. La situazione è tornata alla calma solo dopo diverse ore, quando la maggior parte dei migranti è stata respinta verso i campi profughi alla periferia della città. Una nuova manifestazione è attesa oggi pomeriggio vicino al porto della città, mentre le situazioni del ragazzo investito sono peggiorate.

Una ronda non fa primavera

2 marzo 2009 Lascia un commento

Da Padova a Forlì il mercato delle ronde apre la strada alla privatizzazione e politicizzazione della sicurezza

di Paolo Persichetti, Liberazione 1 marzo 2009
dal blog Insorgenze 

Dopo l’entrata in vigore del decreto legge sulle ronde, in alte parti d’Italia si assiste ad un proliferare di «associazioni di volontari per la sicurezza», intenzionati a presidiare il territorio con funzioni ausiliarie delle forze dell’ordine.
A Padova, militanti di An e della Lega sono scesi in alcuni quartieri fino a quando hanno trovato la strada sbarrata dai giovani dei centri sociali. Un po’ di sberle e l’intervento della polizia hanno messo fine ad all’iniziativa.1209814452821_00c42305
L’indeterminatezza e la prosa allusiva contenuta nel testo varato dal governo lo scorso 25 febbraio hanno lasciato ampio spazio alle interpretazioni più pericolose e così si è immediatamente scatenata la corsa all’accaparramento del mercato politico-mediatico delle ronde. Il testo approvato, infatti, pur dando priorità alle associazioni composte da personale delle forze dell’ordine in congedo, estende il ricorso alla collaborazione con i comuni ad ogni altro tipo di «associazione tra cittadini non armati», purché compaiano in un’apposita lista depositata in prefettura e non usufruiscano di finanziamenti pubblici. Formulazione che sembra aprire al finanziamento privato della vigilanza, sul modello delle «agenzie private di sicurezza» teorizzato dai partigiani dell’ultracapitalismo selvaggio, come lo studioso americano Robert Noizick.
Ritagliato su misura sulle esperienze di vigilanza locale già sperimentate nelle cittadine governate da amministratori leghisti, l’impresa delle ronde è diventata subito un terreno d’accesa competizione per il controllo del territorio tra schiere di leghisti e squadre di An, Storace, Forza nuova e Fiamma tricolore.
guardianazionalepadanaks5A Verona la giunta comunale ha istituito gli «assistenti civici», ad Udine la Lega ha annunciato la creazione di ronde entro il mese. A Milano come a Napoli agiscono da tempo i City angels e i Blue berets. A Torino e Ferrara giovani di An sono scesi in strada, mentre a Trieste Fiamma tricolore sta organizzando ronde intitolate alla memoria di Ettore Muti. A Bologna ci sono state iniziative episodiche di An, Forza nuova e Lega. A Forlì la Lega ha creato delle «ronde civiche». A Roma invece è molto attiva la Destra di Storace che ha sguinsagliato i propri militanti e annunciato la nascita di «ronde rosa» nel quartiere dell’Eur. Il più delle volte si tratta d’effetti d’annuncio, scimmiottamenti mediatici con pettorine colorate di fronte a tv e fotografi, ma la tendenza a strutturare “squadrette”, camuffando un rinnovato squadrismo sotto le vesti delle milizie cittadine volontarie, è ormai avviata, al punto che anche La Russa, il ministro della Difesa che inizialmente aveva dato voce alle perplessità dell’arma dei carabinieri, ora si è detto favorevole. Anche lui prevede che i civili possano far parte dei cosiddetti «pattuglioni», ovvero una militarizzazione del territorio allargato non solo alla presenza di polizia e carabinieri, ma all’esercito, che già sorveglia i semafori, e alla polizia penitenziaria, guardia di finanza, forestale (e perché no anche ai guardiacaccia e guardiapesca?). Un’Italia, insomma, che assomigli sempre più al piazzale di una caserma con adunate e alzabandiera mattutini.n1249076085_310028_4009037
«Riprendiamoci la città» era uno degli slogan che più echeggiava negli anni 70. Lanciato da Lotta continua venne ripreso durante il movimento del 77, dove risuonò come una slavina durante gli enormi cortei. Dietro questa parola d’ordine agiva il protagonismo di soggetti deboli e misconosciuti, la partecipazione irruenta dei senza parola alla vita pubblica contro ogni forma di sfruttamento, sopraffazione, carovita, per un uso pubblico e sociale della città, dove trovassero soddisfazione i bisogni dei cittadini, reddito, trasporti, verde, cultura, spazi di socialità, musica, feste.
Mai il senso delle parole ha potuto segnare la direzione di un’epoca come in questo caso. Ciò che allora voleva indicare la riconquista condivisa dello spazio pubblico, un allargamento della cooperazione e della socializzazione, l’uscita dai ghetti della fabbrica, dei quartieri dormitorio, del privato, ora indica l’esatto opposto.
Oggi a lanciare questo slogan sono le truppe del Carroccio e le squadre della destra che coagulano gli interessi particolaristici dei bottegai, di cittadini blindati nei loro villini a schiera, di lavoratori atterriti dalla crisi economica.
Ma le ronde non fanno primavera.

Solana in visita a Damasco…

28 febbraio 2009 Lascia un commento

La Palestina al centro dei colloqui tra Siria e Unione Europea

di Valentina Perniciaro, pubblicato su Internationalia
28 febbraio 2009

Il presidente siriano Bashar al-Assad ha incontrato mercoledì Javier Solana, Alto rappresentante degli Affari esteri e della sicurezza dell’Unione Europea, per discutere un incremento delle relazioni ed un consolidamento bilaterale di progetti per contribuire alla pace e alla stabilità nella regione.
Sono stati discussi gli ultimi sviluppi internazionali e dell’area, con particolare attenzione alla recente aggressione di Israele ai danni della Striscia di Gaza che ha causato più di 1300 morti.

Foto di Valentina Perniciaro _bimbe damasceni_

Foto di Valentina Perniciaro _bimbe damasceni_

Il ministro degli Esteri siriano, Walid Al-Muallim, durante la conferenza stampa successiva all’incontro, ha chiesto che Israele sia posta sotto le leggi internazionali e sia incriminata e punita dai tribunali internazionali “per crimini di guerra contro l’umanità e per le sue operazioni di genocidio contro la popolazione”. La questione della Palestina e del suo popolo sono stati l’argomento centrale dei colloqui. I partecipanti hanno espresso l’auspicio, con l’arrivo della nuova amministrazione Obama alla guida degli Stati Uniti, di una svolta nel processo di pace in Medio Oriente e nella costruzione di uno stato palestinese unitario, che ristabilizzi la situazione interna e sia in grado di capire che Hamas è ormai interlocutore inscindibile dalla politica palestinese sia nella Striscia di Gaza che nei Territori Occupati. Un percorso di pacificazione che veda l’apertura dei valichi al movimento di merci, persone ed aiuti umanitari, che faccia finire l’assedio e permetta il ripristino di una vita normale e l’abbassamento dei tassi di disoccupazione, povertà e malnutrizione.

I colloqui hanno sottolineato l’importanza della ricostruzione con il contributo dei paesi arabi ma anche dell’Unione Europea.
Solana ha descritto il ruolo della Siria come centrale nella ricerca di una soluzione ai problemi della regione e con il ministro degli Esteri ha sottolineato l’ottima atmosfera creatasi con il presidente Assad. “Sono uscito dall’incontro estremamente fiducioso sulle possibilità di cooperazione che potranno nascere con Damasco, dove spero di tornare presto per iniziare a vederne i frutti”, ha dichiarato Solana.“Stiamo andando nella direzione corretta e faremo di tutto affinché il 2009 sia ricco di passaggi che portino alla stabilità della regione,alla ricostruzione e alla pacificazione. Non possiamo darci una scadenza per un vero e proprio accordo tra Siria e EU, ma siamo sulla buona strada”.

Accordi tra Siria e Libano per fermare l’avanzata di sabbia

27 febbraio 2009 Lascia un commento

Contro il deserto che avanza, accordo tra Siria e Libano

di Baruda (Valentina Perniciaro) su Internationalia.net

Un accordo di cooperazione nel campo della lotta alla desertificazione è stato siglato da Siria e Libano.

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut settembre 2006: Il cedro in crescita, manifesti per la ricostruzione

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut settembre 2006: Il cedro in crescita, manifesti per la ricostruzione

Da sempre impegnata contro la progressiva desertificazione del suo territorio, la Siria ha raggiunto su questo fronte un’intesa con il vicino Libano.
Sullo sfondo della prima Conferenza araba per lo sviluppo agricolo e la ricerca scientifica, tenutasi a Damasco, la Commissione generale per la ricerca agricola della Siria e la sua controparte libanese hanno siglato un accordo, che prevede diversi progetti bilaterali e l’incremento dell’opera di rimboschimento già iniziata lungo la fascia di confine.
Gli accordi di cooperazione includono anche alcuni progetti in materia di allevamento e lo scambio di capacità ed esperienze per lo sviluppo del settore e la protezione dei capi di bestiame dalle malattie.
Entrambi i firmatari dell’accordo, Waleed Al-Taweel, rappresentante della delegazione siriana, e Michael Antwan Afram, il suo collega libanese, l’hanno definito un primo passo molto importante e un esempio da seguire nel campo della cooperazione e dello scambio di esperienze, al fine di lanciare nuovi progetti di sviluppo, scambio e integrazione tra Siria e Libano, iniziando dal settore agricolo.

Detenuti dormono sui tavoli

20 febbraio 2009 Lascia un commento

Nuoro: ristrutturazione, e i detenuti sfollati dormono sui tavoli
_La Nuova Sardegna, 19 febbraio 2009_

Celle senz’acqua calda e, in alcuni casi, senza letti, al punto da costringere i nuovi arrivati a giacigli di fortuna: tavoli, per esempio. La prima fase dello sfollamento dei detenuti da Badu e Carros a Mamone ha provocato disagi agli ospiti arrivati alla casa di reclusione all’aperto. Ieri sedici detenuti del carcere di Nuoro hanno lasciato le loro celle per lo sfollamento programmato, visto che entro breve sarà chiusa la seconda sezione dove sono ospitati 142 reclusi. La sezione dovrà essere messa norma e sottoposta a un imponente rifacimento strutturale: i detenuti sono stati lasciati a Nuoro giusto il tempo delle elezioni. Ma l’arrivo dei primi a Mamone (gli altri saranno smistati nelle diverse carceri dell’isola in base alla pena da scontare, alla provenienza geografica e alle loro condizioni di salute) ha trovato la struttura impreparata ad accoglierli. A sentire il direttore di Mamone, Gianfranco Pala, un problema che si è in gran parte risolto. “È vero che c’erano alcune cose da fare, per esempio far arrivare l’acqua calda, ma già oggi (ieri per chi legge ndr) a questo problema si è posto rimedio. Per il resto, il corpo centrale ha due sezioni, dove saranno sistemati i nuovi arrivi, una delle quali è già pronta e in grado di accogliere 53 detenuti”. Ammette, Pala, che effettivamente, tra il maltempo e i vari disguidi burocratici, non si è stati pronti ad affrontare l’arrivo degli sfollati al meglio. Secondo lui, si sarebbe però trattato di disagi minimi e comunque scongiurati in fretta. Fermo restando che per la seconda sezione bisognerà attendere almeno venti giorni prima che i lavori siano conclusi. C’è comunque da restare perplessi su come un’operazione peraltro prevista per settimane (se non mesi) fa, e rinviata soltanto per via delle elezioni, abbia comunque sofferto di ritardi nella predisposizione logistica. Mamone sapeva benissimo dell’arrivo dei detenuti: eppure si è riusciti a far dormire qualcuno in letti improvvisati. Chissà che per l’arrivo degli altri trenta attesi per questi giorni tutto sia a posto. Tra l’altro, è prevedibile che a Mamone arrivino reclusi da Macomer, dove si segnala il prossimo trasferimento, perché nella casa di lavoro all’aperto possono stare solo i detenuti che devono scontare un massimo di tre anni o chi ha un residuo pena minimo. Gli altri andranno altrove, innescando però il meccanismo a catena che si tradurrà in una sorta di girandola carceraria. E anche sul fronte degli agenti si annunciano trasferimento: quelli in servizio a Mamone ma da tempo distaccati a Nuoro stanno per essere richiamati indietro Bologna: Provincia interviene su situazione di Ipm del Pratello Ansa, 19 febbraio 2009 Sulle condizioni dell’istituto minorile di via del Pratello è stato approvato dal Consiglio provinciale di Bologna un ordine del giorno dei consiglieri Grandi (Rc), Zanotti (Sd), Torchi (Pd), Vigarani (Verdi) e Venturi (PdCi). L’odg ha ricevuto 21 voti favorevoli (Pd, Sd, Rc, PdCi, Verdi) e nove voti contrari (An-Pdl, Fi-Pdl). Il documento fa seguito all’udienza conoscitiva, del 14 gennaio, della V Commissione consiliare con la direttrice dell’Istituto penale minorile “Siciliani”, Paola Ziccone, che ha denunciato lo stato di grave abbandono in cui si trova la struttura per i fortissimi rallentamenti nel compimento dei lavori di ristrutturazione iniziati nel 2000, dovuti al ritardo dei finanziamenti. A ciò, tra l’altro, si aggiunge la segnalazione del Procuratore della Repubblica al tribunale dei minorenni dell’Emilia-Romagna sulla carenza del 60% del personale rispetto all’organico previsto. L’odg invita il Governo “a ripristinare lo stanziamento dei fondi per l’Istituto penale assegnati nel 2008; a implementare il fondo sanitario regionale al fine di garantire la necessaria copertura finanziaria alle competenze in materia di sanità penitenziaria e quindi la conseguente copertura del personale infermieristico e medico e la consulenza psichiatrica e psicologica; ad integrare il personale di sorveglianza attualmente gravemente sotto organico; a garantire che il Dipartimento di giustizia minorile assegni le risorse necessarie per affrontare immediatamente le gravi emergenze individuali e fornisca informazioni concrete e verosimili sui tempi previsti per l’ultimazione delle ristrutturazioni in corso”. Il documento invita poi l’Azienda Usl “a monitorare periodicamente la struttura; a garantire che l’imminente fase di passaggio delle competenze sanitarie dall’amministrazione penitenziaria alla Regione avvenga nel modo più efficace e rapido possibile”, e i parlamentari eletti in Emilia-Romagna ‘a farsi parte attiva presso il Parlamento e il Governo affinché si possa risolvere in tempi rapidi una situazione così preoccupante; ad adoperarsi per ottenere tutte le informazioni relative alla realizzazione dei lavori di ristrutturazione, ai loro costi e alla tempistica”. Alle istituzioni locali, infine, si chiede di “garantire la prosecuzione delle attività tuttora presenti all’interno dell’Istituto che hanno l’obiettivo di integrare l’Istituto con la Città e di dare attuazione alle finalità precipue di un istituto penale, soprattutto minorile, ovvero il recupero della persona e il suo reinserimento sociale”.

La storia di Simone, minorenne incensurato detenuto per due canne a 600 km da casa in una comunità

9 febbraio 2009 5 commenti

Di questi tempi si raccontano grandi favole sulle scarcerazioni facili. A sentire certi telegiornali della sera, a leggere alcuni quotidiani che sembrano stampati nei retrobottega delle questure, ad ascoltare i discorsi forcaioli e giustizialisti dei politici della maggioranza, come dell’opposizione che non c’è, l’Italia sarebbe una specie di bengodi del malaffare. Assassini, stupratori, ladri, soprattutto se migranti in situazione amministrativa irregolare, cosiddetti «clandestini», ancora di più se romeni, scorazzerebbero impunemente per il paese protetti da leggi compiacenti, al punto che «cittadini onesti» hanno dovuto organizzarsi in ronde, formare delle «squadrette di vigilanza» per far regnare ordine e tranquillità. 
Poi però quando si squarcia il velo dell’informazione costruita, spiattellata bella e pronta dalle agenzie che affogano le redazioni dove un giornalismo sempre più pigro ha ridotto la propria professione al copia e incolla, si precipita nel gorgo del paese reale.
Ci si imbatte così in una giungla di storie che fanno fatica ad emergere e diventare notizia come quella di Simone, un ragazzo romano diciassettenne arrestato lo scorso 8 ottobre all’uscita di una fermata della metropolitana perché trovato in possesso di un pezzetto di hashish, che le successive perizie hanno poi quantificato in 0,368 mg di sostanza attiva. Una percentuale derisoria, nemmeno due spinelli, ammessa anche dalle draconiane norme vigenti (la legge Fini-Giovanardi) come uso personale.
Quella che doveva essere una banale vicenda, una di quelle piccole disavventure che spesso animano le biografie adolescenziali e si chiudono velocemente con un rimbrotto e il perdono giudiziale (Simone è incensurato), si è via via trasformata in una odissea. 
Non sarebbe stato così se Simone avesse avuto alla spalle una tranquilla famiglia borghese, se invece di vivere in una di quelle lande sperdute della periferia della capitale, costellata di palazzoni dormitorio, avesse avuto casa in un quartiere residenziale. Ma Simone non ha avuto questa fortuna, alle spalle ha una situazione familiare complicata. Ha perso la mamma da bambino e il padre è in una condizione psicologica critica, per questo era conosciuto dai servizi sociali che in passato si erano dovuti occupare di lui a causa di seri problemi di convivenza con il genitore (al punto da dover sporgere delle denuncie perché veniva picchiato). 

A Simone la vita non ha mai sorriso. È diventato grande molto presto, ha dovuto arrangiarsi e trovare famiglia fuori dalla famiglia, nella cerchia di amici e compagni del quartiere che animano un centro sociale, il Laboratorio Tana libera tutti, ed ora lo stanno sostenendo. Forse agli occhi di chi lo ha prima arrestato e poi avviato in detenzione domiciliare nel girone dei centri di accoglienza e in una comunità terapeutica in provincia di Catanzaro a 600 chilometri di distanza dal suo mondo, questo contesto «ambientale» non piaceva.

«In casi del genere, dove sono presenti minori incensurati – spiega l’avvocato Francesco Romeo che segue il ragazzo – la prassi comunemente seguita è quella di chiudere la vicenda senza alcuna conseguenza, facendo ricorso alla formula giuridica della “irrilevanza penale del fatto”». Simone invece viene prima messo ai domiciliari in casa del padre, senza tenere conto della manifesta incompatibilità col genitore e della disponibilità ad ospitarlo che in alternativa avevano offerto altre famiglie del quartiere. Ovviamente quella convivenza forzata non dura e Simone se ne va. I servizi sociali leggono l’episodio come un segno di refrattarietà del giovane. La provenienza sociale e il contesto ambientale si trasformano in segni stigmatizzanti della sua personalità, facendolo apparire come un potenziale deviante in età adulta, se non debitamente corretto. Viene così collocato in un centro di prima accoglienza, lo stesso dove si trova il sedicenne di Nettuno accusato di aver picchiato e bruciato l’indiano di Nettuno. Niente male come ambiente rieducativo per un giovane cresciuto al contrario nel rispetto della tolleranza e dell’accoglienza.
Finisce poi in un Cpim (centro di prima accoglienza per minori) e da qui viene spedito in una comunità terapeutica nei pressi di Catanzaro, dove è sottoposto a terapia farmacologica psichiatrica. Il ragazzo è naturalmente ansioso è nervoso per quello che gli sta accadendo. È solo e lontano dai suoi punti di riferimento, ma chi si occupa di lui lo ritiene instabile, drogato, malato. Simone dovrà resistere e dare fondo a tutte le sue energie se vorrà uscire integro da questa storia. Intanto all’udienza del tribunale dei minori, il pm ha chiesto una condanna a 5 mesi e 10 giorni, di cui 4 già scontat. Non soddisfatto, il presidente ha rinviato ogni decisione disponendo una perizia psichiatrica. Il perito ha chiesto 90 giorni per il deposito. A quel punto Simone avrà di gran lunga superato i 5 mesi di condanna richiesti, sempre che il tribunale non decida di internarlo per ragioni psichiatriche. Quella maggioranza morale che ha avuto tanto a cuore il corpo inerte di Eluana non ha nulla da dire per quello pieno d’energia vitale di Simone?

DI PAOLO PERSICHETTI, LIBERAZIONE 10 FEBBRAIO 2009

IL RIVOLTOSO VENTO GRECO: da Peacereporter

27 gennaio 2009 3 commenti

Vento di rivolta di Valentina Perniciaro
tratto da Peacereporter 

Il racconto di una manifestazione nella Grecia in fiamme per le proteste di giovani e meno giovani

Immersione nella rivolta d’Atene e del resto della Grecia. L’attenzione viene catturata da una ragazza esile, dai capelli nerissimi, che si aggira con una sagoma umana ed una bomboletta spray. Riempie marciapiedi e muri di un magro cadavere, con scritto sulla pancia TUO FIGLIO.

reparti M.A.T. prima della carica a Syntagma_

Foto di Valentina Perniciaro _Atene: reparti M.A.T. prima della carica a Syntagma_

Ne era piena la città, di quel corpo disegnato, e pieno anche di persone che si bloccavano a guardarlo, interrompendo lo shopping prenatalizio, addolorate e indignate. Quella sagoma ha un nome ben preciso: quello è il corpo di Alexis Grigoropoulous, studente quindicenne, ucciso a freddo dalla pistola di un poliziotto, senza alcun motivo, tra i vicoletti di Eksarkia, quartiere di Atene pullulante di ragazzi, negozi di strumenti musicali e locande dove mangiare e bere a prezzi stracciati. La avvicino subito ed in pochi minuti mi anticipa quello che vivrò nei successivi giorni, o meglio, nelle interminabili nottate di scontri che hanno riempito la capitale dell’Ellade per un intero mese.
Non dice il suo nome per motivi di sicurezza, data la quantità di arresti avvenuti negli ultimi giorni. Sarà solo D. Non è restia a parlare, però, sembrava non aspettare altro: quelle sagome che disegna, con il viso coperto da fazzoletti imbevuti di una crema contro gli effetti dei gas e dalla maschera antigas, sono il simbolo di come questo movimento spontaneo e violento voglia allargarsi, comunicare a più persone possibile per fare in modo che la rivolta si espanda e si riempia di contenuti sociali e politici che vadano al di là della lotta contro la violenza degli apparati di Stato.

Non si fa in tempo a conoscerla che parte un’altra carica dei M.A.T., i reparti speciali riconoscibili dalle divise verdi (la normale polizia anti-sommossa è vestita con divise blu): senza di lei non sarei riuscita ad uscirne salva, perché il modo di muoversi di questi reparti è di gran lunga diverso da quello che siamo abituati a vedere in Italia.
”Non usano solamente lacrimogeni per disperderci. I M.A.T., quegli assassini, si infilano all’interno del corteo in piccoli gruppi, all’improvviso, usando quantità indescrivibili di armamenti chimici di ogni genere: lanciano lacrimogeni di tipo Cs, granate assordanti, spray urticanti e una polvere paralizzante di un vago colore giallognolo. E’ raro che usino il manganello, lo portano agganciato dietro la schiena: non ne hanno bisogno perché ti arrestano poco dopo averti paralizzato con le loro polveri, ti prendono mentre non riesci a muoverti e senti i polmoni scoppiarti dentro”, inizia a raccontare.”Hanno ucciso

Foto di Valentina Perniciaro _Il volto di Alexis sulle mura di Atene_

Foto di Valentina Perniciaro _Il volto di Alexis sulle mura di Atene_

un ragazzo di 15 anni, hanno ucciso uno di noi, uno studente come tanti. L’hanno ammazzato senza un motivo ed ora è giusto che tutto bruci: deve bruciare tutto, tutto quello che simboleggia il loro potere, tutto quello che è il loro capitalismo, il loro commercio, i loro beni di lusso. Il superfluo deve sparire da questa città e dalle altre di questo Paese, tutti devono capire che questo governo corrotto e militarista deve andare via, che la classe dirigente deve sparire, che non abbiamo niente da perdere, che ci hanno privato del diritto al futuro dal momento in cui siamo nati, che siamo una generazione senza alcuna speranza e che ora vogliamo dire la nostra. Vogliamo riprenderci le strade per prima cosa, poi tutto il resto”.
E’ un fiume in piena, parla senza respirare mentre mi dona un po’ di crema da spalmare sul viso per provare a calmare un po’ quel senso di soffocamento e bruciore.

”Non avevamo mai avuto a che fare con una simile portata di lacrimogeni: da quando è stato ucciso Alexis sono state usate più di 5 tonnellate di armamenti chimici vietati dalle convenzioni internazionali: l’aria è satura e noi siamo stremati. Tutte le principali facoltà universitarie sono occupate da giorni in un susseguirsi di assemblee partecipate e ordinate malgrado il marasma totale che le circonda e la spontaneità di questo movimento rivoltoso. La gente è con noi. Lo sciopero generale di ieri ne è stata la prova: il Paese è paralizzato: non siamo solo noi, non è solo il movimento anarchico a non riuscire più a contenere la sua rabbia, ma è l’intero Paese a comprendere la nostra lotta, ad appoggiarla, ad aiutarci a farla crescere”.
In effetti quello che racconta D., mentre tossiamo ripetutamente, si palesa ai miei occhi stranieri in poche ore: Atene è una città che sta largamente dalla loro parte, che non si dispera per le macchine bruciate o per gli interi palazzi evacuati a causa degli incendi causati dagli scontri; non solo giustifica la rabbia, ma la guarda con un sorriso quasi speranzoso, come una boccata d’aria pura in una società che fa sentire tutti sempre più vacillanti, precari. Perché la Grecia è un Paese con una situazione sociale allo stremo, dove la precarietà si sta radicando in ogni settore e il mondo dell’istruzione ha preso l’ultima mazzata con la riforma scolastica voluta dal governo Karamanlis.

Foto di Valentina Perniciaro _Atene si prepara a sfilare per la terza settimana_

Foto di Valentina Perniciaro _Atene si prepara a sfilare per la terza settimana_

Da poche ore stanno girando per la città due comunicati che D. mi fa leggere con gli occhi entusiasti: uno a firma dei lavoratori di Atene, l’altro firmato da centinaia di soldati che si sono rifiutati di affiancare i reparti speciali contro studenti universitari, lavoratori e combattenti del movimento antimilitarista.
”Lo vedi che non siamo soli? Questo movimento sta crescendo, guarda cosa ci dicono i lavoratori portuali, quelli che hanno lottato contro i colonnelli…sono proprio loro a dirci di andare avanti, a dirci che dobbiamo arrivare dove loro non sono riusciti, a dirci di non isolarci e rimanere soli, ma di estendere la nostra rabbia, di condividerla e foraggiarla, di non ascoltare le organizzazioni politiche e fare tutto ciò che crediamo sia giusto fare per rispondere a questa pressante ed inaccettabile militarizzazione e precarizzazione delle nostre vite e dei nostri territori”. Le brilla lo sguardo quando mi racconta delle decine di centinaia di persone che da settimane stanno vivendo giorno e notte per le strade, rispondendo agli attacchi della polizia senza mollare: le brilla come brilla a tutta un’intera generazione che non vuole più abbassare la testa.

Valentina Perniciaro

Il lavoro in carcere, ferie, salario, previdenza. Turelare i diritti anche in prigione

21 gennaio 2009 Lascia un commento

Il lavoro in carcere  di Paolo Persichetti, Liberazione 21 gennaio 2009
tratto dal suo blog INSORGENZE 

«Uno dei tratti salienti della nostra cultura è la quantità di stronzate in circolazione». Lo scrive Harry G. Frankfurt nella prima riga di un brillante saggio uscito in Italia nel 2005, edito dalla Rcs e per l’appunto inequivocabilmente intitolato, Stronzate. Vacue scemenze infestano i dibattiti televisivi, le pagine dei giornali, soprattutto la politica, per dimostrarlo Frankfurt ricorre a dotte riflessioni su Wittgenstein, Pound, Agostino. Molto più modestamente (siamo in Italia e di più non è possibile ricavare), a noi tocca fare i conti con Borghezio (il ciccione nazista che gli immigrati di Colonia hanno rispedito a casa senza tante scuse), Gasparri (quello col pensiero flatulescente), Carlucci (quella del Festivalbar), Bertolini (ma chi è?).br_curcio Questi «onorevoli politici», a 25 mila euro al mese e vitalizio assicurato, hanno intasato le agenzie di compiaciute e sarcastiche dichiarazioni sul mancato riconoscimento della pensione Inps a Renato Curcio (l’ex fondatore delle Br che da anni ha terminato di scontare la condanna). Pure alcuni familiari delle vittime si sono lasciati trascinare in questo stupidario. Cosa era successo? Curcio si trovava a Pesaro, centro sociale Oltreconfine. Stava presentando uno degli ultimi libri della sua casa editrice, Sensibili alle foglie. Un po’ scherzosamente un giornalista gli ha chiesto se era prossimo alla pensione e lui ha risposto che nonostante avesse lavorato una vita in carcere, l’Inps non gli ha riconosciuto alcun diritto alla pensione perché gli istituti di pena dove è stato recluso non hanno mai versato i contributi o questi erano bassissimi. Insomma una truffa bella e buona. Ha poi aggiunto che non può avere diritto nemmeno alla pensione sociale perché la moglie percepisce un reddito troppo alto. Tutto qui. Nessuna protesta, nessuna lamentela. Solo una breve considerazione, per giunta sollecitata, di una persona che fa il suo lavoro senza chiedere nulla a nessuno. La pensione, come sanno tutti quelli che lavorano, non è certo una gentile concessione dello Stato, un regalo o un premio del Padrone, ma il dovuto che il lavoratore vede ritirare ogni mese dal suo stipendio, debitamente rivalutato secondo indici stabiliti per legge. Si chiama sistema per “ripartizione”. È roba sua insomma, prestata alle casse previdenziali che in questo modo sostengono quel po’ di welfare ancora in piedi. Anche le polemiche più inutili e strumentali possono servire. Questa vicenda apre uno scorcio sul mondo opaco delle carceri, sulla fragilità dei diritti dei detenuti che lavorano. La disavventura accaduta a Curcio non è un fatto isolato. Il carcere ha bisogno dei suoi detenuti perché sia autosufficiente e si riproduca ogni giorno, affinché le aree comuni della prigione, corridoi, uffici, passeggi, laboratori, matricola, caserma, siano sempre pulite e le cucine sfornino una colazione e due pasti al dì, i guasti elettrici, idraulici vengano subito riparati. Negli istituti di pena ci sono anche officine, tipografie, falegnamerie, rilegatorie, che servono a fabbricare suppellettili per altre carceri, blindati, cancelli, mobilio per i tribunali e i ministeri, registri, formulari per gli uffici. Le prigioni non potrebbero funzionare senza i carcerati. Pochi lo sanno, i più non arrivano nemmeno ad immaginarlo, ma il carcere vive del lavoro dei suoi ospiti rinchiusi. Non potrebbe farne a meno. imageDiventerebbe ancora più antieconomico se dovessero essere assunti degli esterni, senza contare i problemi della sicurezza. Il miglior modo per metter a terra un carcere, infatti, è lo sciopero dei «lavoranti». Impresa ardua, riuscita in pochi casi. Ma quando i lavoranti si fermano, la direzione negozia subito. Proprio per questo il lavoro è una risorsa strategica del governo carcerario, gestito con oculato clientelismo e paternalismo. Non solo il lavoro dei detenuti è sotto tutela costituzionale ma esistono normative che ne regolano modalità e diritti. L’articolo 20 della legge penitenziaria stabilisce che «il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato», organizzazione e metodi «devono riflettere quelli del lavoro nella società libera al fine di far acquisire ai soggetti una preparazione professionale adeguata alle normali condizioni lavorative per agevolarne il reinserimento sociale». La durata delle prestazioni lavorative «non può superare i limiti stabiliti dalle leggi vigenti in materia di lavoro e, alla stregua di tali leggi, sono garantiti il riposo festivo e la tutela assicurativa e previdenziale». Ed è in ragione di questa normativa che negli ultimi anni i detenuti hanno avviato delle vertenze di fronte alla magistratura del lavoro. Con la sentenza n. 158 del 2001, la Corte Costituzionale ha ribadito il diritto alle ferie e la loro remunerazione in caso di mancato usufrutto. Allo stesso modo l’associazione Papillon, grazie ad una sentenza pilota del 1993, ha ottenuto l’equiparazione delle mercedi (salario) al contratto collettivo nazionale del comparto corrispondente alla mansione lavorativa svolta. Altre battaglie sono state realizzate per il riconoscimento dell’assegno di disoccupazione. Il carcere è un grande cantiere sempre in funzione, sarebbe ora che i sindacati (Cobas e Cgil) vi aprissero degli sportelli per formare sindacalmente i detenuti e creare osservatori sui diritti del lavoro.

Bombe DIME piovono sulla popolazione di Gaza

13 gennaio 2009 10 commenti

Foto di Mahmud Hams _I corpi spezzati di Gaza_

Foto di Mahmud Hams _I corpi spezzati di Gaza_

Da Le Monde di mart 13 gennaio, pag 6:

Due medici norvegesi presenti a Gaza affermano di “aver visto delle vittime provocate da un nuovo tipo di arma, le DIME”

Al-Arish, Egitto
di Sophie Shihab

Dei feriti di un tipo nuovo –adulti e bambini le cui gambe non sono altro che dei moncherini bruciati e sanguinolenti- sono stati mostrati in questi ultimi giorni dalle televisioni arabe che trasmettono da Gaza. Domenica 11 gennaio, sono stati due medici norvegesi, i soli occidentali presenti nell’ospedale della città, che ne hanno dato testimonianza. I dottori, Mads Jilbert e Erik Fosse, che intervengono nella regione da una ventina d’anni con l’Organizzazione non governativa norvegese Norwac, sono potuti uscire dal territorio della città con 15 feriti gravi, attraverso la frontiera con l’Egitto. Non senza alcuni ultimi ostacoli: “Tre giorni fa, il nostro convoglio, per di più condotto dal Comitato internazionale della Croce rossa, è dovuto tornare indietro prima di arrivare a Khan Younis, dove alcuni dei carri armati hanno sparato per stopparci”, hanno detto ai giornalisti presenti ad Al-Arish. Due giorni piu tardi, il convoglio è riuscito a passare ma i medici e l’ambasciatore norvegese venuto ad accoglierli, sono stati bloccati tutta la notte “per ragioni burocratiche” all’interno del terminal della frontiera di Rafah, semi-apertounicamente per alcune missioni mediche.

Gli effetti delle bombe DIME

Gli effetti delle bombe DIME

In quella notte, i vetri e un soffitto del terminal sono stati distrutti dallo spostamento d’aria di una bomba caduta nelle vicinanze.
“All’ospedale al-Shifa, di Gaza, non abbiamo visto delle bruciature al fosforo, né dei feriti da bombe a sottomunizioni (cluster bombs). Abbiamo visto ferite di cui abbiamo tutte le ragioni di pensare che siano state provocate da un nuovo tipo di arma, sperimentato da militari americani e conosciuta sotto l’acronimo DIME –(Dense Inert Metal Explosive)” hanno dichiarato i medici.
Piccole bolle di carbone contenenti una lega di tungsteno, cobalto, nichel e ferro, queste armi hanno un enorme potere esplosivo, che si dissipa nell’arco di 10 metri. “A 2 metri il corpo è tagliato in due; a 8 le gambe sono tagliate, bruciate come da migliaia di punture d’ago. Non abbiamo visto i corpi scarnificati ma molti amputati. Ci sono stati casi simili nel Libano del sud nel 2006 e ne abbiamo visti a Gaza lo stesso anno, durante l’operazione “Pioggia d’estate”. Alcuni esperimenti su dei ratti hanno mostrato che le particelle che restano nel corpo sono canceragone” hanno spiegato i medici.
Un dottore palestinese intervistato domenica, da Al-Jazeera, ha parlato della sua impotenza di fronte a questi casi: “i feriti non hanno nessuna traccia di metallo nel corpo, ma delle strane emorragie interne. Una materia brucia i loro vasi e provoca la morte senza che noi possiamo fare nulla”. Secondo la prima squadra di medici arabi autorizzata passare la frontiera a sud della Striscia, l’ospedale di Khan Younis ha accolto decine di casi di questo tipo. I medici norvegesi sono stati obbligati, riferiscono, a testimoniare di ciò che hanno visto di fronte all’assenza, a Gaza, di qualsiasi altro rappresentante del “mondo Occidentale” – medici o giornalisti- : “E’ possibile che questa guerra sia un

Foto di Mahmud Hams _L'Ospedale di Al-Shifa_

Foto di Mahmud Hams _L'Ospedale di Al-Shifa_

laboratorio dei fabbricanti di morte? E’ possibile che nel XXI° secolo si possa ancora rinchiudere un milione e mezzo di persone e farne tutto ciò che si vuole chiamandoli terroristi?”
Arrivati al quarto giorno di guerra all’ospedale Al-Shifa, che loro hanno conosciuto prima e dopo il blocco, i medici hanno trovato l’edifico e l’attrezzatura “agli sgoccioli”, un personale già stremato, e agonizzanti ovunque. Il materiale che era stato preparato è rimasto bloccato al valico di Eretz. “Quando 50 feriti arrivano tutti d’un colpo all’emergenza, anche il miglior ospedale d’Oslo entrerebbe in crisi – raccontano – Qui possono cadere anche dieci bombe al minuto.” I vetri dell’ospedale sono stati infranti dalla distruzione della vicina moschea. “Quando suonano gli allarmi il personale deve rifugiarsi nei corridoi, il loro coraggio è incredibile” proseguono. “Dormono al massimo due/tre ore al giorno, la maggior parte hanno parenti tra le vittime, e sentono alla radio la litania dei nuovi luoghi colpiti, a volte proprio dove hanno i loro familiari, ma devono restare a lavorare…

“Il mattino della nostra partenza arrivando alle urgenze ho domandato come era andata la notte. Una infermiera ha sorriso. E poi è scoppiata in lacrime.” A questo punto del suo racconto la voce del dott Jilbert vacilla “vede, si riprende sorridendo, anche io…”.

QUI INVECE IL LINK  di un reportage su questi armamenti preso da Peacereporter

E QUI ANCORA
ARMI NON CONVENZIONALI: IL PARERE DEGLI ESPERTI DEL ‘NEW WEAPONS COMMITTEE’
“Siamo in contatto con medici che operano anche nella Striscia di Gaza, abbiamo visto immagini, già fatto studi approfonditi sulle armi utilizzate dagli israeliani in Libano nel 2006 e siamo arrivati alla conclusione che le ferite che vediamo oggi a Gaza sono identiche a quelle in Libano; e allora vennero utilizzate ‘Dime’ e fosforo bianco”: lo ha detto alla MISNA Paola Manduca, docente universitaria di genetica e rappresentante del ‘New weapons committee’ di Genova, un gruppo di accademici, ricercatori e studiosi di tutto il mondo che studia gli effetti degli ultimi ritrovati dell’industria bellica sugli individui e sulle popolazioni. “I Dime – dice la Manduca – sono un prodotto dell’industria americana di cui si conosce43761 l’esistenza dal 2004 ma che teoricamente non dovrebbero essere in commercio se ci si attiene alle dichiarazioni ufficiali; in realtà il loro impiego nel 2006 da parte degli israeliani in Libano è stato accertato”. La rappresentante del ‘New weapons committee’ spiega che i ‘Dime’ sono ordigni studiati per la guerra urbana e considerati dai loro ideatori ‘strumenti adeguati’ per ridurre i danni collaterali perché hanno una potenza controllabile e una forza distruttiva che in genere varia tra i cinque e i 10 metri. “I ‘Dime’ – continua la Manduca – contengono nanoparticelle di materiale pesante che a seconda della foggia del contenitore vengono diffuse in maniera omogenea o secondo alcune particolari forme; i tanti casi di amputazione sono probabilmente dovuti a ‘Dime’ che rilasciano le particelle plasmandole come una lama che trancia di netto qualunque cosa trovi all’interno del suo raggio di azione; ecco perché tante persone, bambini e donne, vengono ritrovati con braccia e gambe amputate, ma senza nessun frammento nel resto del corpo; anche l’innesco può essere modificato in base alle necessità. Volendo paragonare i ‘Dime’ a qualcosa che ci è più familiare, provate a immaginare delle accette giganti lanciatevi contro a folle velocità“. Sembra fantascienza, continua la docente genovese, ma sono armi reali che uccidono o lasciano con gravi disabilità chi viene colpito. Alcune immagini visionate dai ricercatori del ‘New weapons committee’ confermerebbero anche l’uso da parte di Israele di ordigni contenenti fosforo bianco: “Su questo non abbiamo ancora sufficienti testimonianze – aggiunge la Manduca – ma alcune immagini televisive ne dimostrerebbero l’impiego; contrariamente ai ‘Dime’, armi sperimentali per le quali non c’è ancora una posizione ufficiale della comunità internazionale anche se se ne auspica l’intervento quanto prima, l’uso del fosforo bianco in aree civili come Gaza è esplicitamente vietato da una convenzione di Ginevra perché causa la morte bruciando qualunque cosa contenga ossigeno come un corpo umano”. Per la Manduca, infine, i gas asfissianti che fonti giornalistiche riferiscono essere stati usati in alcune zone della Striscia sono probabilmente ‘gas Cs’, sorta di lacrimogeni più intensi che rendono l’aria completamente irrespirabile.

NAOMI KLEIN E IL BOICOTTAGGIO AD ISRAELE

12 gennaio 2009 10 commenti

 

Israele : boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni – 10/01/09

di Naomi Klein

È ora. Un momento che giunge dopo tanto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele il bersaglio del tipo di movimento globale che pose fine all’apartheid in Sud Africa.boycott-israel-275x275
Nel luglio 2005 una grande coalizione di gruppi palestinesi delineò un piano proprio per far ciò. Si appellarono alla «gente di coscienza in tutto il mondo per imporre ampi boicottaggi e attuare iniziative di pressioni economiche contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica all’epoca dell’apartheid». Nasce così la campagna “Boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni” (Boycott, Divestment and Sanctions), BDS per brevità.
Ogni giorno che Israele martella Gaza spinge più persone a convertirsi alla causa BDS, e il discorso del cessate il fuoco non ce la fa a rallentarne lo slancio. Il sostegno sta emergendo persino tra gli ebrei israeliani. Proprio mentre è in corso l’assalto, circa 500 israeliani, decine dei quali artisti e studiosi rinomati, hanno inviato una lettera agli ambasciatori stranieri di stanza in Israele. La lettera chiede «l’adozione immediata di misure restrittive e sanzioni» e richiama un chiaro parallelismo con la lotta antiapartheid. «Il boicottaggio del Sud Africa fu efficace, Israele invece viene trattato con guanti di velluto…. Questo sostegno internazionale deve cessare.»
Tuttavia, molti ancora non ci riescono. Le ragioni sono complesse, emotive e comprensibili. E semplicemente non sono abbastanza buone. Le sanzioni economiche sono gli strumenti più efficaci dell’arsenale nonviolento. Arrendersi rasenta la complicità attiva. Qui di seguito le maggiori quattro obiezioni alla strategia BDS, seguita da contro-argomentazioni.

1. Le misure punitive alieneranno anziché convincere gli israeliani. Il mondo ha sperimentato quello che si chiamava “impegno costruttivo”. Ebbene, ha fallito in pieno. Dal 2006 Israele accresce costantemente la propria criminalità: l’espansione degli insediamenti, l’avvio di una scandalosa guerra contro il boycott_logoLibano e l’imposizione di punizioni collettive su Gaza attraverso un blocco brutale. Nonostante questa escalation, Israele non ha dovuto far fronte a misure punitive, ma anzi, al contrario: armi e 3 miliardi di dollari annui in aiuti che gli Stati Uniti inviano a Israele, tanto per cominciare. Durante questo periodo chiave, Israele ha goduto di un notevole miglioramento nelle sue relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con moteplici altri alleati. Ad esempio, nel 2007, Israele è diventato il primo paese non latino-americano a firmare un accordo di libero scambio con il Mercosur. Nei primi nove mesi del 2008, le esportazioni israeliane verso il Canada sono aumentate del 45%. Un nuovo accordo di scambi commerciali con l’Unione europea è destinato a raddoppiare le esportazioni di Israele di preparati alimentari. E l’8 dicembre i ministri europei hanno “rafforzato” l’Accordo di Associazione UE-Israele, una ricompensa a lungo cercata da Gerusalemme.È in questo contesto che i leader israeliani hanno iniziato la loro ultima guerra: fiduciosi di non dover affrontare costi significativi. È da rimarcare il fatto che in sette giorni di commercio durante la guerra, l’indice della Borsa di Tel Aviv è salito effettivamente del 10,7 per cento. Quando le carote non funzionano, i bastoni sono necessari.

2. Israele non è il Sud Africa. Naturalmente non lo è. La rilevanza del modello sudafricano è che dimostra che tattiche BDS possono essere efficaci quando le misure più deboli (le proteste, le petizioni, pressioni di corridoio) hanno fallito. Ed infatti permangono reminiscenze dell’apartheid profondamente desolanti: documenti di identità con codici colorati e permessi di viaggio, case rase al suolo dai bulldozer e sfollamenti forzati, strade per soli coloni. Ronnie Kasrils, eminente uomo politico sudafricano, ha detto che l’architettura della segregazione da lui vista in Cisgiordania e a Gaza nel 2007 è “infinitamente peggiore dell’apartheid”.

3. Perché mettere all’indice solo Israele, quando Stati Uniti, Gran Bretagna e altri paesi occidentali fanno le stesse cose in Iraq e in Afghanistan? boycott-israel-free-palestineIl boicottaggio non è un dogma, è una tattica. La ragione per cui la strategia BDS dovrebbe essere tentata contro Israele è pratica: in un paese così piccolo e così dipendente dal commercio potrebbe effettivamente funzionare.

4. Il boicottaggio allontana la comunicazione, c’è bisogno di più dialogo, non di meno. A questa obiezione risponderò con una mia storia personale. Per otto anni i miei libri sono stati pubblicati in Israele da una casa editrice commerciale chiamata Babel. Ma quando ho pubblicato “Shock Economy” ho voluto rispettare il boicottaggio. Su consiglio degli attivisti BDS, ho contattato un piccolo editore chiamato Andalus. Andalus è una casa editrice attivista, profondamente coinvolta nel movimento anti-occupazione ed è l’unico editore israeliano dedicato esclusivamente alla traduzione in ebraico di testi scritti in arabo. Abbiamo redatto un contratto che garantisce che tutti i proventi vadano al lavoro di Andalus, e nessuno per me. In altre parole, io sto boicottando l’economia di Israele, ma non gli israeliani.

Mettere in piedi questo programma ha comportato decine di telefonate, e-mail e messaggi istantanei, da Tel Aviv a Ramallah, a Parigi, a Toronto, a Gaza City. A mio avviso non appena si dà vita ad una strategia di boicottaggio il dialogo aumenta tremendamente. D’altronde, perché non dovrebbe? Costruire un movimento richiede infinite comunicazioni, come molti nella lotta antiapartheid ricordano bene. L’argomento secondo il quale sostenendo i boicottaggi ci taglieremo fuori l’un l’altro è particolarmente specioso data la gamma di tecnologie a basso costo alla portata delle nostre dita. Siamo sommersi dalla gamma di modi di comunicare l’uno con l’altro oltre i confini nazionali. Nessun boicottaggio ci può fermare.
Proprio riguardo ad ora, parecchi orgogliosi sionisti si stanno preparando per un punto a loro favore: forse io non so che parecchi di quei giocattoli molto 1_882312_1_34high-tech provengono da parchi di ricerca israeliani, leader mondiali nell’Infotech? Abbastanza vero, ma mica tutti. Alcuni giorni dopo l’assalto di Israele a Gaza, Richard Ramsey, direttore di una società britannica di telecomunicazioni, ha inviato una e-mail alla ditta israeliana di tecnologia MobileMax. «A causa dell’azione del governo israeliano degli ultimi giorni non saremo più in grado di prendere in considerazione fare affari con voi né con qualsiasi altra società israeliana.»
Quando è stato interpellato da The Nation, Ramsey ha affermato che la sua decisione non è stata politica. «Non possiamo permetterci di perdere neppure uno dei nostri clienti: è stata pura logica difensiva commerciale.»
È stato questo tipo di freddo calcolo che ha portato molte aziende a tirarsi fuori dal Sud Africa due decenni fa. Ed è proprio questo tipo di calcolo la nostra più realistica speranza di portare giustizia, così a lungo negata, alla Palestina.

Traduzione di Manlio Caciopo per Megachip

Articolo orginale: http://www.thenation.com/doc/20090126/klein?

Piccolo reportage di una lunga giornata. Atene, 20 dicembre 2008

22 dicembre 2008 3 commenti

Corrispondenza con Radio Onda Rossa

Foto di Valentina Perniciaro _M.A.T. reparti speciali e armi chimiche_

Foto di Valentina Perniciaro _M.A.T. reparti speciali e armi chimiche_

 

Foto di Valentina Perniciaro _Atene, M.A.T., reparti speciali antisommossa in difesa di un provocatorio e ridicolo albero di natale a Syntagma.

Foto di Valentina Perniciaro _Atene, M.A.T., reparti speciali antisommossa in difesa di un provocatorio e ridicolo albero di natale a Syntagma.

 

Foto di Valentina Perniciaro_ Sabato mattina, a pochi passi da Propylea, alcuni bancomat e vetrine iniziano a funzionare. Molti centri commerciali e banche invece sono completamente distrutti. Alcuni palazzi sono bruciati completamente.

Foto di Valentina Perniciaro_ Sabato mattina, a pochi passi da Propylea, alcuni bancomat e vetrine iniziano a funzionare. Molti centri commerciali e banche invece sono completamente distrutti. Alcuni palazzi sono bruciati completamente.

 

Foto di Valentina Perniciaro _Sabato 20 dicembre 2008, i "rivoltosi di Atene" si danno appuntamento ad Exarchia, nel punto dove è stato assassinato Alexis. Il quartiere è completamente circondato dai M.A.T, che hanno un modo di muoverrsi veramente mai visto prima. Si muovono a piccoli gruppi, di massimo 20, in fila indiana.Sabato sera sono posizionati nei vicoli tutt'intorno al quartiere e al Politecnico. .

Foto di Valentina Perniciaro _Sabato 20 dicembre 2008, i "rivoltosi di Atene" si danno appuntamento ad Exarchia, nel punto dove è stato assassinato Alexis. Il quartiere è completamente circondato dai M.A.T, che hanno un modo di muoverrsi veramente mai visto prima. Si muovono a piccoli gruppi, di massimo 20, in fila indiana.Sabato sera sono posizionati nei vicoli tutt'intorno al quartiere e al Politecnico. .

 

Foto di Valentina Perniciaro _La piazza in più punti li attacca con molte molotov e sassi. La risposta è un uso inimmaginabile di diversi tipi di lacrimogeni e granate.

Foto di Valentina Perniciaro _La piazza in più punti li attacca con molte molotov e sassi. La risposta è un uso inimmaginabile di diversi tipi di lacrimogeni e granate.

 

Foto di Valentina Perniciaro _Sabato 20 dicembre 2008 L'attacco "chimico" al Politecnico di Atene prosegue pesante fino a quasi le 4 di mattina_

Foto di Valentina Perniciaro _Sabato 20 dicembre 2008 L'attacco "chimico" al Politecnico di Atene prosegue pesante fino a quasi le 4 di mattina_

 

Foto di Valentina Perniciaro _Atene, 20 dicembre 2008, Stournari, lato del Politecnico_

Foto di Valentina Perniciaro _Atene, 20 dicembre 2008, Stournari, lato del Politecnico_

 

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

 

Foto di Valentina Perniciaro _Alba di domenica 21 dicembre 2008. I reparti speciali continuano ad assediare il Politecnico.L'aria ormai è satura di polveri asfissianti, loro attaccano con le granate ma anche con i sassi che raccolgono dalla strada. Il Politecnico,asfissiato, reagisce anche dal tetto con i lanci e la musica ad alto volume.

Foto di Valentina Perniciaro _Alba di domenica 21 dicembre 2008. I reparti speciali continuano ad assediare il Politecnico.L'aria ormai è satura di polveri asfissianti, loro attaccano con le granate ma anche con i sassi che raccolgono dalla strada. Il Politecnico,asfissiato, reagisce anche dal tetto con i lanci e la musica ad alto volume.

Natale asfissiante

21 dicembre 2008 3 commenti


 

ASFISSIANTE NATALE, Liberazione, 21 dicembre 2008
di Valentina Perniciaro

L’aria di Atene pesa, scorre faticosa nei polmoni anche quando la vita normale prova a ricominciare. Ci vuole poco a scoprirne il motivo, poco a capire che quella sensazione di bruciore è causata da 5 tonnellate di sostanze chimiche lanciate, sparate e spruzzate addosso ai manifestanti nell’arco di questi quattordici giorni di rivolta cuore del Mediterraneo.
Venerdì è stata la giornata della calma, della stanchezza, del grande concerto che ha riunito tutte le facoltà e le scuole occupate. Erano passate più di 24 ore dall’ultimo lancio di sostanze chimiche da parte dei reparti speciali del Mat eppure, tutti i presenti, sentivano ancora l’aria bruciare, quella strana sensazione di irritazione delle mucose, quella fatica nel respirare. Non c’è bisogno di andare in giro a chiedere informazioni sulle sostanze assorbite in queste due settimane di rivolta perché tutti i componenti di questa spontanea insurrezione giovanile ne parlano; i racconti dei primi giorni di scontri sono intrisi di sensazioni fisiche, di un dolore nei polmoni che non ti lascia per ore, che senti ancora anche una volta raggiunto il letto, a casa. I reparti speciali si muovono molto veloci, in fila indiana, tutti armati fino ai denti e sempre con qualcosa in mano, pronta ad esser lanciata. E l’elenco è lungo perché sono stati autorizzati ad usare tutti i mezzi a loro disposizione per bloccare l’avanzata di queste truppe irregolari e decise, pronte a bloccare i festeggiamenti natalizi e a rivendicare il proprio diritto al futuro, a sognare, ad innamorarsi e cercare la verità come è scritto nei loro comunicati e che ormai hanno messo spalle al muro il governo Karamanlis.
Granate assordanti, urticanti, paralizzanti e lacrimogene. La panoramica degli armamenti è vasta e lontana dalle convenzioni internazionali.
Durante gli scontri davanti al Politecnico, come in quelli di fronte alla facoltà di legge, sono state lanciate subito granate assordanti (invenzione delle Sas come gas incapacitante), in grado di confondere, disorientare e stordire: per almeno 30 lunghi secondi non si ha più senso dell’orientamento, l’enorme esplosione colpisce l’equilibrio e rende difficoltoso qualunque spostamento. Immediatamente dopo sono arrivate le granate urticanti, che hanno un effetto molto diverso rispetto agli ormai noti gas Cs, di cui qui viene fatto un uso massiccio, tanto da sembrare nulla in confronto alle granate lanciate e a quello che spruzzano con uno strano fucile quando c’è il pericolo del corpo a corpo.
«Quando ho visto arrivare la granate ho pensato fosse come la precedente (assordante) quindi mi sono lanciato immediatamente per prenderla e tirarla contro di loro, ma invece non è esplosa e mi sono ritrovata in una nuvola di polveri sottilissime che mi hanno completamente tolto la possibilità di respirare», racconta S. giovane studentessa fuorisede, militante anarchica. «La sensazione è completamente diversa rispetto ai gas lacrimogeni: colpiscono soprattutto l’apparato respiratorio e non le mucose. Il problema non è l’irritazione e la sensazione di bruciore, ma la totale impossibilità a respirare, la sensazione che i polmoni siano piccolissimi e completamente atrofizzati». La nuvola di polvere occupa un raggio di 100 metri ma non si dissolve, rimane nell’aria per ore e continua a far tossire, a provocare conati di vomito e svenimenti. Dentro le facoltà ci sono piccole farmacie improvvisate, dove i ragazzi si ammassano per recuperare un po’ di Maalox da spalmare sul viso, con l’illusione di alleviare quella sensazione insopportabile. «Non ci tirate i lacrimogeni, stiamo già piangendo», con queste parole gli amici di Alexis hanno chiuso la loro lettera al paese, ma non sono stati ascoltati e la città si appresta a vivere un Natale asfissiante.

ANCHE LA FOTO SUL GIORNALE ERA MIA…MA L’HANNO FIRMATA REUTERS…
VABBE…STASERA VE LA CARICO DA ROMA..ora sono ad Exarchia, con gli occhi gonfi da stanotte e i polmoni pesanti

Queer: Fuoco Greco

21 dicembre 2008 Lascia un commento

MERRY CRISI AND HAPPY NEW FEAR, Queer, 21 dicembre 2008
        di Anubi D’Avossa Lussurgiu, Valentina Perniciaro e Oliva Damiani 

«Se le città bruciano, sono i fiori che sbocciano»: quella frase, scritta con uno spray rosso sul pianale d’una automobile rovesciata e incendiata a barricare via Zaimi, retrostante alla cinta del Politecnico di Atene e antistante al quartiere colto-popolare di Eksarchia, dove Alexi Grigoropoulos è stato assassinato a 15 anni, il 6 dicembre scorso, dalla polizia di Stato, durante una “ordinaria” attività di controllo, cosa ricorda?qr2112-que02-2

Cosa, nella messe di segni consegnatici dall’esperienza passata dei momenti rivoluzionari, delle insurrezioni dominate da una rottura generazionale? E cosa ricorda il messaggio in lingua franca, cioè in inglese, che ha cominciato a pullulare sui muri della capitale dell’Ellade attraversata dalla rivolta studentesca, giovanile e sociale, nella seconda settimana di ribellione: «Merry crisis and happy new fear»? Cosa ricorda questa creazione di significanti ausiliari all’insorgenza, che deturnano l’estetica metropolitana, l’ipertesto letterario, l’immaginario della società della produzione e del consumo giunta al suo massimo sviluppo e ai sintomi del collasso?

Per un verso, non ricorda nulla. Se è memoria, lo è del futuro. Come per ogni movimento ed ogni gesto di distruzione dello stato di cose presente e della sua narrazione “autorizzata”. Per un altro, se ogni estestica di rottura epocale è balzo di tigre nella storia, questa della rivolta greca del dicembre 2008 richiama un solo esempio di quella tradizione delle esperienze rivoluzionarie, almeno nel quadro della sua effettica dislocazione geopolitica, ossia l’Europa occidentale: il Joli Mai del Sessantotto francese. Al di là dell’apparente continuità di alcuni registri di comunicazione con la poetica No Future che segnò la cadenza del post-Settantasette europeo, certamente riconducibile ad elementi della soggettività anarchica e insurrezionalista particolarmente presente nel caso greco, bisogna infatti badare al contesto intero di questa produzione di messaggio sovversivo: che è il contesto di una ribellione a forte protagonismo studentesco, scandita sul ritmo d’una esplosione di coscienza fortemente generazionale e al tempo stesso precipitata su un sostrato profondo di significati storici, della storia “lunga” del continuum rivoluzionario. Ed è allo stesso momento il contesto d’una totale scissione tra la percezione di sè d’una intera e larga soggettività sociale e l’interezza degli apparati di gestione del consenso, di riproduzione dei meccanismi di potere, ciò che classicamente è definibile come “ideologia dominante” e che la post-modernità ha mutato e riproposto come apparentemente inattacabile poiché “senza centro”, identicamente all’estrazione capitalistica di valore. Laddove, invece, la rivolta si condensa non semplicemente come una linea d’esodo, ma primariamente come una linea d’attacco. Proprio qui, peraltro, si può collocare precisamente la “fortuna” dell’estetica, ancor prima che della cultura politica, dell’anarchismo nell’insorgenza ellenica: nella immediata riconoscibilità di verità radicali in ordine alla natura alienante delle strutture di potere, inconciliabile con la “viva vita”. Alla medesima maniera in cui, appunto, fu tendenzialmente “anarchico” il Sessantotto più intenso, insurrezionale, il Maggio francese.

Scrivono le “ragazze in rivolta” , compagne femministe attive nell’occupazione della Scuola d’Economia di Atene, in un documento importante nello sviluppo dell’autoconsapevolezza di questa nuova “generazione delle barricate”, che al centro della ribellione sta precisamente il “corpo assassinato”. Scrivono e rivelano: «Quando il poliziotto intima ‘ehi tu’, il soggetto cui questo commando è diretto a

Foto di Valentina Perniciaro _Atene, corteo di migranti e studenti:

che volge il suo corpo in direzione dell’autorità (in direzione della chiamata del poliziotto) è in partenza innocente fino a che risponde alla voce che lo richiama come prodotto dell’autorità. Il momento nel quale il soggetto disobbedisce a questa chiamata e la sfida, non importa quando flebilmente questo momento di disobbedienza intervenga (anche se a volare sulla macchina della polizia non è una molotov ma una bottiglia d’acqua) è un momento nel quale l’autorità perde la sua ratio e diventa qualcos’altro: una crepa che dev’essere riparata. (…) Su questo, sulla tragica soglia di una morte che porta a vedersi vivere oppressi dalla sua ombra, rivoltarsi diventa una realtà: questa incomprensibile, imprevedibile convulsione di ritmi sociali, di spazio/tempo interrotto, di strutture non più strutturate, il confine tra ciò che è e ciò che è a venire. (…) Come questa rivolta è divenuta possibile? Quale diritto degli insorti è stato rivendicato, in quale momento, per quale corpo assassinato? Come è stato socializzato questo simbolo? Alexis era “il nostro Alexis”, non era “altro”, non uno straniero, non un migrante. Gli studenti delle secondary possono identificarsi in lui; le madri piangono, temono la perdita del loro stesso figlio; le voci del sistema cercano di trasformarlo in un eroe nazionale. (…) La storia di Alexis sarà scritta dalla sua fine. Era un bravo ragazzo, dicono. La rivolta, che non eravamo in grado di prevedere, è resa possibile dalle fratture dell’autorità stessa: un’autorità che decide qual’è il ruolo dei corpi nella rete sociale delle relazioni di potere. La rivolta, questo inno alla non-regolarità sociale, è un prodotto della regolarità… È la rivolta per il “nostro proprio” corpo che è stato sterminato, per il nostro proprio corpo sociale. (…) La pallottola è stata una dichiarazione di guerra alla società. Il contratto sociale è stato rotto – qui non c’è consenso. L’atto morale e politico di resistenza diventa possible, comprensibile, giusto, visibile al momento nel quale compare nei termini e alle condizioni di giustizia dell’ordine simbolico dominante che sostiene la fabbrica sociale».

Non a caso questa riflessione di donne, lungo il filo del conflitto sui corpi, giunge ad attaccare anche “internamente” il trattenimento della rivolta nelle “strategie dell’autorità”, quando avvertono che in esse possono volgersi “le strategie di resistenza” se “la disobbedienza” non “espelle l’arroganza maschio-machista”, la stessa che “i ribelli” tendono a “mostrare nel combattere il poliziotto”, riproducendone simmetricamente lo stesso “principio” di potere. E non caso questo documento si intitola: «(Auto)distruzione è creazione».

Foto di Valentina Perniciaro _Atene occupata_

Foto di Valentina Perniciaro _Atene occupata_

Certamente in quella traccia di indagine sulla “socializzazione del simbolo” della rivolta si ritrova anche il senso di un vero e proprio “errore di sistema” che, socialmente, tutto intorno ai protagonisti materiali e soggettivi della rivolta greca, ha visto ribaltarsi la macchina del consenso. E altrettanto certamente questo rovesciamento non sarebbe possible, al grado di intensità ed estensione cui si assiste nella società ellenica, se la ribellione non avesse fatto irruzione in un più estesto contesto: quello che anche Herald Tribune e Times fotografano come un quadro di «crollo di credibilità delle istituzioni», delle politiche cioè della governamentalità, nel pieno dei primi effetti della “crisi globale”. Particolarmente sensibili nello specifico d’una struttura socio-economica così simile, ad esempio, a quella italiana, fatta ancor più fragile dalle precedenti, sistematiche devastazioni della “sfera pubblica” – sotto gli aspetti concreti dell’abbattimento delle protezioni collettive e della negazione d’un qualche compromesso con il corpo della società dominate, nell’assenza anche solo d’un decente Welfare. Qui ricorre un altro richiamo delle esperienze d’insurrezione moderne, più recente e più precisamente legato alla cadenza della crisi: qualcosa di apparentemente “non-europeo” ma che all’Europa avrebbe dovuto già di per sè parlare, l’Argentinazo del dicembre di 7 anni fa. La distruzione rivendicata delle banche e dei terminali delle multinazionali e delle “majors” del mercato richiama ad Atene ed in Grecia, al tramonto del 2008, gli stessi applausi dalle finestre dei caseggiati della Buenos Aires e dell’Argentina del 2001-2002. Ecco che non un ciclo, ma propriamente l’aspetto di “errore di sistema”, fa irruzione nel Vecchio Mondo.

Cosa resterà di questa vampa innalzata dal fuoco Greco, è domanda simile per ambiguità all’altra facilmente prevedibile, la sola consentita dall’esausta grammatica della “sinistra politica”: dov’è la politica? La risposta non è a queste domande, ma viene da ciò che dei fatti è sottraibile a queste intimazioni dell’astrazione: la risposta è nelle strade stesse dell’Ellade e nelle menti di quei giovani, garanzia del futuro di quest’ordine e insieme nuova “classe pericolosa”, attraversate per un momento da quel “sacro fuoco” che per sottrazione crea. Il momento che resta, la soglia dell’essere.

21/12/2008

Merry CRISIS and a happy new FEAR

19 dicembre 2008 4 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _muri di Atene_

Foto di Valentina Perniciaro _muri di Atene_

L’aria brucia, pesa, entra nelle vene e le fa pulsare in modo strano.
Droghe chimiche gratuite…ironizzano così le donzelle greche che mi hanno accolto fino a questo momento…
Atene si presenta assurda agli occhi di chi atterra, pur consapevole che  troverà una città in rivolta.
Ma cavolo, la rivolta, chi l’aveva mai vista così radicata, trasversale, spontanea e allo stesso tempo organizzata.
Una città che pullula di facoltà occupate, di scuole occupate, di sedi dei sindacati occupate..
una città che sembra non aver voluto perdere un pezzetto di strada, una città che si è voluta riprendere non dico tutto, ma almeno la dignità di alzare la testa e andare avanti giorni e giorni..
Andare avanti giorni e giorni con  gli occhi che bruciano, con le mani che prendono e lanciano, con le assemblee che si susseguono e le strade che sono sempre piene…sempre piene di una generazione e non solo.

dove è stato ucciso Alexis_

Foto di Valentina Perniciaro _Exarchia, Atene: dove è stato ucciso Alexis_

Non solo, infatti…perchè quando arrivi ai concentramenti sembra di vedere solo loro…i “giovani”, i miei coetanei precari, sfruttati, senza speranze, senza nulla da perdere…ma basta iniziare ad assistere all’avvicinamento degli opliti dai caschi bianchi e dalle divise verdi che , il panorama cambia. Immediatamente.
Perchè se la polizia provoca qui sono TUTTI a rispondere, tutti ad insultarli, tutti a sputare verso di loro e difendere ogni centimetro di strada. La strada si, perchè è proprio da quella che si dovrebbe ripartire..la strada da riempire, da far straripare, la strada da bruciare per poi ricostruirla in piena autonomia.
Una strada che schifa la fasulla democrazia che poi arma le mani di qualche divisa assassina, la strada che vuole avere futuro, speranza, collettività, la strada che qui è un muro di fuoco, un mucchio di macerie.
Macerie che a vederle ti si apre il cuore. Ti trema il sangue mentre scorre.
Dobbiamo ringraziare questo paese, questi giovani rabbiosi rivoltosi, dobbiamo ringraziarli e nemmeno poco, perchè ci stanno dimostrando ( a noi, ciechi compagni europei) che il vento della rivolta può ancora sfiorarci.
Può ancora cambiare le nostre vite…può ancora darci la forza di non aver paura delle loro pistole, delle loro armi, dei loro irrespirabili nuvoloni di sostanze chimiche. La forza di combattere, di crederci, di lottare contro chi ci vuole precari, isolati, emarginati e anche morti.

Foto di Valentina Perniciaro _manifestazione di migranti a Syntagma, Atene_

Foto di Valentina Perniciaro _manifestazione di migranti a Syntagma, Atene_

Morti si, perchè ci ammazzano per le strade, ci fanno morire sui posti di lavoro o per le loro guerre,
perchè abbiamo un Mediterraneo che non è altro che un liquido cimitero di migranti.
Da questo paese dobbiamo imparare molto in questi giorni: imparare a crederci, imparare dagli immigrati, che nella nostra società sono gli unici che ancora CREDONO di poter cambiare la loro condizione…altrimenti non proverebbero a solcarlo quel nostro mare assassino.
Impariamo, impariamo ad alzare la testa, ad essere uniti, a sovvertire tutto ciò che ci opprime, ci sfrutta, ci uccide o ci incarcera.
ATENE RESISTE, ATENE E’ IL SIMBOLO CHE ANCORA SI PUO’… CHE BASTA VOLERLO!

La più grande prigione del mondo

14 dicembre 2008 Lascia un commento

La mega-prigione della Palestina

di Ilan Pappe (1)

In diversi articoli pubblicati da The Electronic Intifada, ho affermato che Israele sta attuando una politica di genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, mentre continua la pulizia etnica della Cisgiordania. Ho affermato che la politica di genocidio è il risultato di una mancanza di strategia. L’argomento è il seguente: poiché la classe dirigente politica e militare non sa come gestire la Striscia di Gaza, essa ha scelto una reazione

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

automatica consistente nell’uccisione massiccia di cittadini ogni volta che questi osano protestare per forzare [in qualche modo] il loro strangolamento e il loro imprigionamento. Il risultato è stato finora un’escalation di uccisioni indiscriminate dei palestinesi – più di cento nei primi giorni del Marzo 2008 – giustificando sfortunatamente l’aggettivo “genocida” che io ed altri abbiamo utilizzato per definire questa politica. Ma non era ancora una strategia.
Tuttavia, nelle settimane più recenti, è emersa una strategia più chiara da parte di Israele nei confronti della Striscia di Gaza e del suo futuro, e questa strategia è parte della nuova impostazione complessiva riguardante il destino dei territori occupati in generale. Si tratta, nell’essenziale, di un affinamento dell’unilateralità adottata da Israele sin dal fallimento dei “colloqui di pace” di Camp David nell’estate del 2000. L’ex Primo Ministro d’Israele Ariel Sharon, il suo partito Kadima, e il suo successore Primo Ministro Ehud Olmert, hanno delineato molto chiaramente quello che l’unilateralità comportava: Israele avrebbe annesso circa il 50% della Cisgiordania, non come estensione omogenea ma come lo spazio complessivo degli insediamenti, delle strade separate, delle basi militari, e dei parchi nazionali (che sono aree interdette ai palestinesi). Questo è stato più o meno attuato negli ultimi otto anni. Queste entità puramente ebraiche hanno frammentato la Cisgiordania in 11 piccoli cantoni e sotto-cantoni, separati gli uni dagli altri da questa pervasiva presenza coloniale ebraica. La parte più importante di quest’invasione è il cuneo più grande di Gerusalemme, che divide la Cisgiordania in due regioni separate senza collegamenti di terra per i palestinesi. Il muro viene così allungato e reincarnato in vario modo per tutta la Cisgiordania, accerchiando a volte singoli villaggi, quartieri e città. L’immagine cartografica di questo nuovo assetto dà un’indicazione della nuova strategia nei confronti sia della Cisgiordania che della Striscia di Gaza. Lo stato ebraico del 21° secolo sta per completare la costruzione di due mega-prigioni, le più grandi – nel loro genere – della storia umana.

Foto di Valentina Perniciaro _Alture del Golan dopo il passaggio dell'Esercito israeliano

Foto di Valentina Perniciaro _Alture del Golan dopo il passaggio dell’Esercito israeliano

Esse sono fatte in modo differente: la Cisgiordania è fatta di piccoli ghetti e quella di Gaza è da sola un gigantesco mega-ghetto. C’è un’altra differenza: la Striscia di Gaza è adesso, nell’immaginazione distorta degli israeliani, la prigione dove sono imprigionati i “detenuti più pericolosi”. La Cisgiordania, d’altro canto, è ancora gestita come un gigantesco complesso di prigioni all’aria aperta sotto forma di normali agglomerati umani, come villaggi o città, collegati e supervisionati da un’autorità carceraria dotata di una forza militare enorme e violenta.
Secondo gli israeliani, la mega-prigione della Cisgiordania può essere definita uno stato. Yasser Abed Rabbo, consigliere del Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmud Abbas, ha minacciato – negli ultimi giorni del Febbraio 2008 – gli israeliani [dell’eventualità] di una dichiarazione d’indipendenza unilaterale, ispirata dai recenti avvenimenti del Kosovo. Tuttavia, sembra che nessuno da parte israeliana abbia avuto molto da ridire su quest’idea. Questo è più o meno il messaggio che uno sbalordito Ahmed Qurei, il negoziatore palestinese per conto di Abbas, ha ricevuto da Tzipi Livni, il Ministro degli Esteri israeliano, quando le ha telefonato per rassicurarla che Abed Rabbo non stava parlando a nome dell’Autorità Palestinese. Egli ha avuto l’impressione che la di lei preoccupazione principale era in realtà quella opposta: che l’Autorità Palestinese non sia d’accordo nel chiamare “stato”, nel prossimo futuro, le mega-prigioni.

Questa riluttanza, insieme all’insistenza di Hamas di voler resistere al sistema della mega-prigione con una guerra di liberazione, ha costretto gli israeliani a ripensare la loro strategia verso la Striscia di Gaza. Quello che trapela è che neppure i membri più disponibili dell’Autorità Palestinese sono disposti ad accettare la realtà della mega-prigione offerta come se fosse la “pace” o persino come se si trattasse della “costituzione di due stati”. E Hamas e la Jihad islamica sono arrivati a tradurre questa riluttanza negli attacchi con i razzi Qassam contro Israele. Così il modello della più pericolosa delle prigioni è andato avanti: gli strateghi dell’esercito e del governo si sono imbarcati in una “gestione” a lungo termine del sistema da essi messo in piedi, nel momento stesso in cui dichiaravano di impegnarsi in un “processo di pace” sostanzialmente insignificante, con molto poco interesse da parte della comunità internazionale, e una continua lotta dall’interno [dello Stato d’israele] contro di esso.

In questo quadro la Striscia di Gaza viene ora vista come la prigione più pericolosa, e quella contro cui impiegare i mezzi punitivi più brutali. Uccidere i “detenuti” con bombardamenti aerei o di artiglieria, o per mezzo dello strangolamento economico, sono i risultati non solo inevitabili dell’azione punitiva che è stata scelta, ma anche quelli desiderati.

Quello che lascia Israele_

Foto di Valentina Perniciaro _GOLAN:Quello che lascia Israele_

Il bombardamento di Sderot è la conseguenza inevitabile ma anche, per certi versi, desiderabile, di questa strategia. Inevitabile, perché l’azione punitiva non può distruggere la resistenza e molto spesso genera una rappresaglia. La rappresaglia fornisce a sua volta la logica e il presupposto per l’azione punitiva successiva, nel caso qualcuno, nell’opinione pubblica interna [israeliana], dovesse dubitare della giustezza della nuova strategia.
Nel prossimo futuro, ogni resistenza analoga proveniente dalla mega-prigione della Cisgiordania verrà trattata in modo simile. E queste azioni molto probabilmente avranno luogo in un futuro molto vicino. In realtà, la terza intifada sta per iniziare. E la risposta israeliana sarebbe un’ulteriore elaborazione del sistema della mega-prigione. Ridimensionare il numero dei “detenuti” sarebbe ancora una priorità molto alta in questa strategia, per mezzo della pulizia etnica, delle uccisioni sistematiche e dello strangolamento economico.

Ma ci sono ostacoli che impediscono alla macchina distruttiva di mettersi in moto. Sembra che un numero crescente di ebrei in Israele (la maggioranza, secondo un recente sondaggio della CNN) desiderano che il loro governo inizi a negoziare con Hamas. Una mega-prigione va bene, ma se le aree residenziali dei coloni verranno prese probabilmente di mira in futuro, allora il sistema fallirà. Ahimè, dubito che il sondaggio della CNN rappresenti esattamente l’attuale orientamento israeliano; ma esso indica una tendenza incoraggiante che conferma la convinzione di Hamas secondo cui Israele capisce solo il linguaggio della forza. Ma tutto ciò potrebbe non essere sufficiente e la perfezione del sistema della mega-prigione continua nel frattempo senza tregua, e le misure punitive del suo potere si stanno prendendo le vite di un numero sempre maggiore di bambini, donne e uomini nella Striscia di Gaza.

Come sempre è importante ricordare che l’occidente può porre fine, anche domani, a questa disumanità e criminalità senza precedenti. Ma finora questo non è avvenuto. Sebbene gli sforzi per rendere Israele uno “stato paria” [uno stato messo al bando dalla comunità internazionale, come il vecchio Sudafrica dell’apartheid] continuino a tutta forza, essi provengono ancora solo dalla società civile. Speriamo che questa energia venga un giorno tradotta in politiche governative effettive. Possiamo solo pregare che, quando questo avverrà, non sia troppo tardi per le vittime di questa orrenda invenzione sionista: la mega-prigione della Palestina

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo:
http://electronicintifada.net/v2/article9370.shtml 

Melteni, il vento greco, dilaga in Europa……e dorme in Italia

11 dicembre 2008 Lascia un commento

Proteste contro la riforma della scuola…Il vento greco soffia anche in Francia?

di Paolo Persichetti, Liberazione del 12 dicembre 2008

I liceali scuotono la Francia. Con un occhio su quanto accade in Grecia, l’Onda d’Oltralpe torna di nuovo a riempire le piazze, dopo le manifestazioni dello scorso ottobre e novembre e quelle di giugno, per contestare la controriforma della scuola (materna, elementare e superiore) e chiedere le dimissioni del ministro dell’educazione nazionale Xavier Darcos. Un progetto che per grandi linee ricalca quello del nostro ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Nuovi programmi d’insegnamento e taglio secco di 13500 maestri, soppressione di posti per gli insegnanti di sostegno agli alunni in difficoltà, cancellazione dei corsi del sabato mattina. Tra le nuove materie è previsto l’apprendimento dell’inno nazionale, sorta di preghiera laica della nazione per gli adolescenti che dovranno anche imparare a levarsi subito in piedi alle prime note, come nelle caserme. Nei nuovi programmi è prevista la reintroduzione dell’istruzione civica e morale, pare su richiesta dello stesso presidente della repubblica Sarkozy, mirata a sottolineare attraverso delle massime illustrate i principi della morale. Chissà se i piccoli alunni delle banlieues scoveranno tra questi il diritto di avere permessi di soggiorno per i loro genitori?

se bruciano le città nascono i fiori

ATENE: se bruciano le città nascono i fiori

Licei bloccati a Caen, Amiens, Bordeaux, Brest e Marsiglia dove dal rettorato hanno chiesto l’intervento della polizia per sgomberare gli edifici. Giovedì si sono svolte manifestazioni nelle stesse città, oltre che a Vitrolles, Vannes, Montpellier. La provincia francese è in prima linea nella mobilitazione, molto di più della capitale dove ieri si è tenuto un presidio di protesta unitario, composto da insegnanti, studenti e genitori davanti alla stazione Saint-Lazare con distribuzione di volantini ai pendolari che rientravano dal lavoro. Mentre a Rennes 3500 liceali sono scesi in strada, come a Tolosa e in altre città della Bretagna. A Brest scontri quotidiani tra giovani e forze di polizia si prolungano da una settimana. Lacrimogeni sono stati lanciati dalle forze antisommossa nei cortili di una scuola. A Nantes 500 studenti hanno bloccato le linee del tram. Cherbourg, Saint-Nazaire e Mans sono state traversate da cortei studenteschi con diversi arresti e condanne con rito direttissimo per accuse di degradazioni e violenze.

«Numerose, ripetute e insistenti, sovente nervose e contraddistinte da scene di violenza», così le Monde ha definito la nuova ondata di proteste, sottolineando le caratteristiche estremamente radicali di questo movimento poco controllato dai tradizionali sindacatini studenteschi. Tira aria nuova, un vento ellenico alimenta questi movimenti locali e spontanei che danno sfogo alla fantasia e arricchiscono la grammatica della protesta con appelli alla «disobbedienza pedagogica» e alla resistenza. Occupazioni notturne degli istituti sono state promosse da professori e genitori, come è accaduto nel liceo Einstein di Sainte-Geneviève-des-Bois, a Sud di Parigi. Un tentativo di dare vita a forme complementari di azione che accompagnino e diano durata nel tempo alla lotta, costruendo consenso e partecipazione. «Non sono il ministro dell’esitazione nazionale», ha risposto Xavier Darcos, facendo capire che andrà avanti comunque. Il Melteni è il vento greco che alza il mare e gonfia le onde. Arriverà anche sulle strade francesi e italiane?

 

 

Su Peacereporter: NUOVI FALCHI SU ISRAELE

11 dicembre 2008 4 commenti

Sempre più falchi 

di Valentina Perniciaro, Peacereporter , 10 dicembre 2008

In Israele sembra non si parli d’altro, eppure certe informazioni non riescono mai a salpare da quelle coste per arrivare a lambire quelle europee; le notizie scomode che riguardano quel Paese, soprattutto quelle riguardanti le beghe interne al Likud, partito di riferimento della destra israeliana, rimangono confinate alla stampa israeliana.
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Martedì 9 dicembre si sono svolte le primarie del partito Likud, quello dell’ex premier Benjamin Netanyahu. Il dato che è emerso dalle consultazioni interne è l’incredibile, ma non inaspettata, svolta a destra della formazione conservatrice. Una destra sempre più reazionaria e xenofoba, sempre più ricca di personaggi poco raccomandabili e certamente poco utili ad un processo di pace o a qualunque scambio democratico. “E’ emerso il vero Likud”, ha commentato Tzani Hanegbi, portavoce di Kadima,il partito più moderato che potrebbe approfittare di questa sterzata reazionaria per guadagnare voti. I sondaggi delle prossime elezioni assegnano al

Moshe Feiglin

Moshe Feiglin

Likud tra i 32 e i 35 seggi sui 120 della nuova Knesset, parlamento monocamerale dello Stato ebraico. Numeri importanti che fanno riflettere quando si scorge che al ventesimo posto dei candidati vincenti delle primarie del Likud spunta il nome di Moshe Feiglin, leader dell’estrema destra e del movimento dei coloni, da sempre contrario al ritiro unilaterale da Gaza voluto da Ariel Sharon e agli accordi di Oslo del 1993. Molto più che un semplice falco, come dimostrano le sue parole su Hitler ,riportate dal quotidiano israeliano Ha’aretz questa mattina.

“Hitler era un genio militare senza paragoni. Il nazismo sollevò la Germania dal basso verso la costruzione di uno Stato fantastico, ideologicamente e fisicamente. Il corpo giovanile logoro e rovinato mutò la Germania in una società pulita e ordinata con un regime esemplare, un sistema di giustizia e di ordine pubblico corretto”. Ha poi proseguito l’intervista dicendo: “Non c’è alcun dubbio che il Giudaismo sia razzista sotto alcuni punti di vista, e quanto alle Nazioni Unite dichiarano che il Sionismo è un movimento razzista, io non trovo alcuna ragione per protestare. Se le persone chiamano razzismo la distinzione tra le razze, possono tranquillamente argomentare che il Sionismo è razzista”. Che definisca i palestinesi dei parassiti e degli inferiori non può certo stupirci dopo queste dichiarazioni sull’imbianchino di Monaco. Il suo programma prevede il taglio totale di fondi, acqua, elettricità e qualunque tipo di comunicazione con l’Autorità palestinese in quanto “i palestinesi non esistono”. Inoltre Feiglin vuole l’immediato taglio del 30 percento nell’acquisto di armi non letali di gestione dell’ordine pubblico (come i proiettili di gomma) per aumentare la spesa dei reali armamenti. La strada verso il dialogo è sempre più tortuosa.

Report israeliano contro Israele

9 dicembre 2008 1 commento

Sono giorni caldi per lo Stato Israeliano. Pochi giorni fa è stato proprio da un’assemblea del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che è stato richiesto un boicottaggio dello stato d’Israele per le sue politiche di Apartheid.
Domenica invece l’allarme è scattato proprio da dentro il confine dello Stato Ebraico d’Israele: allarme scontato per chi segue le vicende israelo-palestinesi, ma estremamente importante proprio per la sua provenienza. E’ l’A.C.R.I., l’associazione per i diritti civili in Israele, a dichiarare con un lungo report che, dopo gli Stati Uniti, è proprio lo Stato Israeliano il meno legalitario del mondo occidentale.

campo profughi di Deheishe_

Foto di Valentina Perniciaro _Palestina: campo profughi di Deheishe_

Il report è stato pubblicato per “macchiare” il 60esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e sottolinea l’incredibile incremento delle tassazioni nel paese e il parallelo e drastico abbassamento di qualunque investimento sul sociale.

Questo report dell’associazione è basato su un lavoro di inchiesta che ha focalizzato l’attenzione soprattutto sulle città che hanno una grande prevalenza di arabi israeliani come Ramle, Lod, Haifa e Jaffa. Città miste dove le minoranze arabe, ma non solo,  subiscono discriminazioni che vanno peggiorando di anno in anno, di governo in governo. Non viene tralasciato nulla da questa attenta associazione: I qurtieri arabi sono privi di  infrastrutture e quelle che ci sono sono in stato d’abbandono, non esistono edifici pubblici o parchi fruibili per giovani e non, il sistema scolastico e sanitario è completamente insufficiente, per una popolazione composta in gran parte di minorenni.
Da un quartiere all’altro della stessa città c’è il palesarsi di due società parallele; in centro ci sono scuole ed ospedali e soprattutto è garantito il diritto all’esser bambini, mentre poco più in là, nelle periferie arabe o in quelle delle nuove migrazioni degli ebrei etiopi, c’è un tasso di mortalità infantile e un’assenza di cure mediche difficile da trovare anche nei principali paesi del mondo non industrializzato. In 13 anni c’è stato un taglio alle spese sanitarie del 44% e nello stesso arco di tempo è aumentata del 50% la spesa pro capite per le cure private. Accessibili, ovviamente, solo ai cittadini di serie A, quelli con nazionalità israeliana.

Foto di Valentina Perniciaro _Insediamento israeliano in West Bank_

Foto di Valentina Perniciaro _Insediamento israeliano in West Bank_

L’allarme non sfiora solo la popolazione arabo-israeliana, ma anche tanti cittadini ebrei immigrati con il sogno della “terra per tutti gli ebrei del mondo”. Quel sogno si infrange immediatamente: uno stato in guerra non ha tempo nè soldi da dedicare alla spesa pubblica e sociale, l’industria bellica è un baraccone costoso che occupa interamente l’attenzione dei governi israeliani.
Migranti e disabili, cittadini israeliani, vivono in condizioni di emarginazione sociale ed economica spaventosa: e cifre sono spaventose. I portatori di handicap hanno una delle peggiori situazioni economiche dei paesi occidentali: i sussidi ammontano a circa 70% in meno rispetto ad un veterano dell’esercito. Per I migranti la situazione non è migliore: l’enorme quantità di immigrati ebrei etiopi trova solo lavori a bassissimo costo, con stipendi che sfiorano il 40% in meno dei loro colleghi di altra provenienza.

Oltre a questi dati troviamo pesanti limitazioni alla libertà personale e alla privacy, con livelli di controllo della popolazione impressionanti: continuano ad aumentare I controlli su migliaia di linee telefoniche e caselle di posta elettronica, un aumento vertiginoso di telecamere e sistemi di controllo sofisticati. Per quell che riguarda il sistema penitenziario si registrano continue violazioni dei diritti umani, perpetrate soprattutto contro I palestinesi residenti o I migranti di serie B, oltre a condizioni igienico-sanitarie allarmanti.
L’ACRI sottolinea anche l’incremento, soprattutto nell’ultimo anno, di violenze personali compiute contro i palestinesi nei territori, da parte dei coloni israeliani. Di questa miriade di attacchi, spesso con conseguenze gravissime, solo l’8% vede l’apertura di un inchiesta da parte delle autorità israeliane, anche se gli attacchi hanno causato la morte di civili: il resto passa sotto silenzio quando non viene appoggiato direttamente da operazioni militari dello stesso esercito.

La legge e la forza. Proposta di dibattito…

29 novembre 2008 Lascia un commento

Con piacere pubblico l’articolo di Bifo uscito oggi sulla prima pagina di Liberazione. Come già mi è capitato di scrivere sul mio blog non ho una perfetta sintonia con lui, ma anche questa volta è stato in grado di lasciarci, dopo poche righe, con dei buonissimi punti di partenza. Ha la grande capacità di saper centrare il problema, di non girare intorno alle cose. Quindi l’attacco totale in questo articolo è contro questo bisogno irrefrenabile di legalismo che ha ormai impregnato qualunque movimento, opinione o idea anche solo vagante per l’aria. Un’opposizione ad un governo autoritario e pericoloso fatta solo di richiesta di legalità, foraggiata da personaggi poco interessanti come i Grillo, i Travaglio, i Nanni Moretti…sempre pronti a non far altro che chiedere giustizia e legalità. Come sola battaglia di “civile democrazia”.
Un buon punto di partenza per parlarne un po’ … 

Il danno del Berlusconismo? L’antiberlusconismo
di
Franco Berardi Bifo, Liberazione 29 novembre 2008

In un articolo uscito sull’ Herald Tribune il 3 Novembre 2008, Thomas Friedman scriveva: «Dovremo tutti pagare perché il collasso avviene nel contesto di quello che può essere considerato forse il più grande trasferimento di ricchezza dalla rivoluzione bolscevica del ’17. Non è un trasferimento di ricchezza dai ricchi ai poveri, ma un trasferimento di ricchezza dal futuro al presente. Mai nessuna generazione ha speso tanto della ricchezza dei suoi figli in un periodo di tempo così breve. L’America ha imposto alle generazioni future un immenso peso per finanziare i tagli delle tasse, le guerre e i salvataggi delle banche. Inoltre l’amministrazione Bush ci lascia in eredità un altro debito, quello con madre natura. Abbiamo aggiunto all’atmosfera sempre più CO2 senza nessuno sforzo di riduzione».
Il futuro non c’è più: è stato speso, ipotecato, devastato dal capitalismo neoliberista. E adesso?   

Foto di Valentina Perniciaro _sciopero nazionale Cobas_

Foto di Valentina Perniciaro _sciopero nazionale Cobas_

Nelle scuole e nelle università italiane è esploso un movimento che grida: “Questa crisi noi non la paghiamo”. Non pagheremo il debito che avete accumulato. Non rinunceremo all’istruzione, al piacere della vita, ai servizi sociali solo perché una classe di accaparratori irresponsabili ha distrutto tutto prima che noi arrivassimo al mondo.
Quello slogan è il segno della tempestività di questo movimento, della sua intelligenza. Ma più che uno slogan è un problema. Come si fa a non pagare questo debito? Il problema di adesso è proprio quello di una nuova dimensione dell’esistere collettivo, capace di rovesciare il dispositivo della crescita capitalista, di imporre una redistribuzione del reddito e di conquistare una riduzione del tempo di lavoro. Il vero nemico degli studenti non è il decreto Gelmini, puro e semplice atto di cieca devastazione. E’ la Carta di Bologna del 1999, che sancì l’impegno dei paesi europei a subordinare i sistemi scolastici alle esigenze dell’economia d’impresa, e che avviò il processo di frammentazione dei saperi, e di precarizzazione della figura studentesca.La mobilitazione contro la legge Gelmini ha avuto una funzione importantissima, perché ha interpretato un sentimento diffuso tra la maggioranza degli studenti e degli insegnanti. Ma ha anche creato una situazione complicata, perché questo governo non ha un’opposizione parlamentare, gode di una maggioranza schiacciante, e controlla mediaticamente l’opinione. Di conseguenza non si può batterlo sul piano legislativo.
Non è stato certo sbagliato andare allo scontro con la legge Gelmini, ma se vogliamo che l’esito della scontro non si risolva in una sconfitta dobbiamo ragionare sul lungo periodo, dobbiamo liberarci di alcuni limiti culturali che sono iscritti nelle forme stesse della soggettività contemporanea. Le grandi mobilitazioni producono effetti significativi quando filtrano nel tessuto della vita quotidiana, altrimenti svaniscono come la nebbia. E perché questa onda filtri nei circuiti della vita quotidiana occorre fare i conti con una fragilità che finora nessuno ha avuto il coraggio di mettere in questione: quella fragilità si chiama legalismo.

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

Uno dei peggiori effetti che il berlusconismo ha prodotto nella cultura politica italiana (e nella formazione della generazione che è cresciuta sotto Berlusconi) è proprio l’antiberlusconismo.
Non mi si fraintenda. Quello instaurato da Berlusconi è per me un regime di totalitarismo mediatico forse ancor più deleterio per la democrazia di quanto fu il fascismo mussoliniano. Non sono di quelli che consigliano di “non demonizzare Berlusconi”. Berlusconi è il demonio, se demonio significa ignoranza, truffa, immiserimento, paura, razzismo arroganza.
Ma l’antiberlusconismo corrente (rappresentato da persone come Grillo, Di Pietro, Travaglio o Moretti) è solo marginalmente una riflessione sull’effetto che i media hanno prodotto sull’immaginario e sulle forme di vita. Essenzialmente è una riflessione su legalità e illegalità.
Sembra che tutti i mali derivino dal fatto che al governo ci sta una classe politica che viola la legge.
Semplificazione del tutto fuorviante, ma come non capirla? Se al governo ci sta (come ci sta) un ceto politico di sistematici predatori e di violatori professionali delle leggi, è comprensibile che gran parte della società finisca per attribuire la miseria, la disoccupazione, la crisi della scuola pubblica e tutto il resto all’illegalità.
Basterebbe allora che tutti rispettassero la legge? Credo proprio di no. La legge non è altro che la sanzione formale di un rapporto di forze. E’ legale sfruttare la gente. E’ legale costringerla a fare straordinario. E’ legale uccidere sul lavoro. E’ legale costringere la gente a subire una vita precaria.
E’ legale fin quando i principi su cui si scrive la legge sono quelli della competizione e della crescita illimitata.
La legge non è che la sanzione di un rapporto di forza, e anche quando la legge è rispettosa dei bisogni della società (come in molti suoi punti è la Costituzione della Repubblica Italiana) se non esiste la forza per imporne il rispetto, la legge è scritta sull’acqua.
Solo la forza può restituire alla società autonomia dal dominio del profitto. Solo la forza può dare ai lavoratori e agli studenti la possibilità di difendere la loro dignità e i loro diritti.

Foto di Valentina Perniciaro _Genova, 20 luglio 2001_

Foto di Valentina Perniciaro _Genova, 20 luglio 2001_

Ma la forza cos’è? La forza sta nell’unità delle diverse componenti del lavoro sfruttato, sta nella ricomposizione del mosaico infinitamente complesso della vita di chi produce valore. La forza sta nella capacità di vivere in condizione di indipendenza, sta nella capacità di non subire le idee e le immagini e le paure di chi ha il potere.
La forza sembra oggi sfuggirci perché la precarietà ha sgretolato i rapporti fra le diverse sezioni del lavoro sociale. E questa frammentazione la ritroviamo anche nei movimenti. In questo movimento c’è una gelosia dell’identità, una paura della contaminazione, un riflesso di chiusura e di settorialità che, prevalendo, preparerebbero la sconfitta. Dobbiamo allora curarli, dobbiamo allora superarli questo legalitarismo e questo identitarismo, che sono fattori di fragilità del movimento. Occorre curarli, occorre superarli, se vogliamo che il movimento conquisti il lungo periodo fino a divenire senso comune e forma della vita quotidiana.

Rote Armee Fraktion: la Germania sa voltare pagina

27 novembre 2008 2 commenti

La lezione tedesca: liberazione condizionale senza richiesta di pentimento per gli ultimi detenuti della Raf

di Paolo Persichetti, Liberazione 26 novembre 2008

La Germania chiude o forse, sarebbe meglio dire, schiude i suoi anni di piombo. Il via libera alla scarcerazione di Christian Klar, concessa due giorni fa dalla corte di appello di Stoccarda, porta lo Stato federale tedesco verso il definitivo azzeramento degli strascichi penali ancora aperti della stagione della lotta armata. A differenza di quelle passate, queste ultime scarcerazioni riguardano i prigionieri che hanno rifiutato di pentirsiDEU TERROR RAF KLAR MOHNHAUPT o dissociarsi. Ex militante della Rote armee fraktion (Raf), Klar uscirà dal carcere il 3 gennaio 2009 al maturare del ventiseiesimo anno di detenzione (forse anche prima, se le riduzioni di pena legate alla buona condotta lo consentiranno), 7 dei quali passati in totale isolamento. Klar aveva ottenuto la possibilità di uscire in permesso già dalla primavera scorsa. In realtà la parola fine potrà dirsi soltanto dopo la liberazione di Birgit Hogefeld, arrestata nel 1993, ed unica a restare ancora detenuta dopo la liberazione condizionale concessa a Klar. Esponente dell’ultima fase della storia politico-militare della Raf (la cosiddetta “terza generazione”, definizione che però viene rigettata dai membri del gruppo autodiscioltosi nel 1998, i quali hanno sempre messo l’accento sull’unità del percorso della loro organizzazione), la Hogefeld è liberabile a partire dal 2011.

Per anticipare la sua uscita Klar aveva fatto richiesta di grazia, ma nel maggio 2007, dopo le polemiche suscitate dalla concessione della liberazione condizionale a, altro membro della Raf con 24 anni di carcere sulle spalle, il presidente della Repubblica, Horst Köeler, rispose negativamente. Un polverone mediatico fu sollevato dalla stampa di destra a causa di un suo messaggio di solidarietà inviato ad una meinhoffahndungconferenza su Luxenburg-Liebknecht, tenutasi a Berlino nel gennaio dello stesso anno, nel quale Klar auspicava una società futura senza capitalismo. Campagna mediatica che chiedeva una esplicita dichiarazione di pentimento come condizione necessaria alla scarcerazione. Tuttavia ciò non ha impedito che nell’agosto successivo fosse concessa la liberazione condizionale anche a Eva Haule, dopo 21 anni di carcere. Incassato il rifiuto della grazia, Klar ha continuato a difendere il proprio diritto di tacere (da intendersi come il rifiuto di sottomettersi a dichiarazioni pubbliche di pentimento) e non fare mercanteggiamenti per uscire. Il 15 agosto 2008 è sopraggiunta una importante decisione della Corte federale che ha chiarito come il diritto al silenzio sia compatibile con terrorlistel’ammissione ai benefici di legge. Questa sentenza ha così definitivamente sbloccato la situazione.
Il sistema penale tedesco, infatti, non prevede che la pena dell’ergastolo venga scontata a vita. Se i giudici ritengono che il comportamento del recluso sia tale da escludere il permanere di una sua pericolosità sociale, l’accesso alla libertà vigilata per una durata di 5 anni, passati i quali la pena è estinta, è ammessa una volta scontati 15 anni di pena, salvo nei casi in cui in sede di condanna venga stabilito un tetto più alto, in ragione della particolare «gravità della colpa». Tetto di reclusione incomprimibile che nel caso di Klar era stato fissato a 26 anni, ovvero allo scadere del 3 gennaio 2009.
A differenza dell’ordinamento italiano, il sistema tedesco non prevede il requisito del ravvedimento,

<Klar>

 la concessione della liberazione condizionale è dunque valutata sulla base del comportamento oggettivo, esternato nel corso degli anni di detenzione dal soggetto, e non sulla scorta di una presunta analisi del suo foro interiore. Prassi che in Italia si è consolidata in una giurisprudenza dei tribunali di sorveglianza (in più casi censurata dalla Cassazione) che da luogo ad ipocrite procedure di richiesta di scuse e domande di perdono nei confronti dei familiari delle vittime per via epistolare, il più delle volte da queste giustamente rinviate al mittente. L’esperienza dimostra però che all’autorità giudiziaria non interessa l’esito finale di questo tentativo di mediazione, quanto l’atto in sè, inteso come una vera e propria forca caudina, un gesto che di riparatore ha ben poco. In realtà è solo una forma di assoggettamento al sovrano, essenza moderna dei vecchi autodafé, cerimonia di degradazione pubblica, umiliazione dell’intelligenza, etica a buon mercato, grado infimo della coscienza.
Anni di piombo era il titolo che la regista Margarethe Von Trotta scelse per il suo film realizzato nel 1981. Ispirato alla storia di Gudrun Ensslin, militante della Raf uccisa nel carcere di Stammhein nel 1977, quel titolo voleva indicare la cappa plumbea gettata sulle speranze, il germogliare di idee, libertà, conquiste sociali che la rivolta degli anni 70 aveva suscitato. Col tempo l’espressione ha assunto il significato opposto, trasformandosi nel sinonimo della rivolta stessa ridotta al piombo cupo delle armi. Oggi ciò che resta di quella cappa soffocante, le mura e il ferro delle prigioni, almeno in Germania cominciano a fondersi.

In Italia il piombo tiene ancora.

Attentato…all’orario dei treni!

23 novembre 2008 1 commento

Una enorme montatura poliziesca campeggia da alcuni giorni sulla stampa francese
Paolo Persichetti, Liberazione, 22 Novembre 2008

Una enorme montatura poliziesca campeggia da alcuni giorni sulla stampa francese. 9 giovani tra i 25 e i 33 anni sono stati messi sotto inchiesta e incarcerati dal giudice della sezione antiterrorista di Parigi con l’accusa di partecipazione ad una “associazione con finalità di terrorismo”, mentre 5 di loro si sono visti contestare alcuni atti di degradazione delle linee elettriche dell’alta velocità. Capi d’imputazione molto pesanti che possono arrivare a 20 anni di reclusione. La Società nazionale delle ferrovie aveva denunciato nei giorni precedenti diversi atti di sabotaggio. Nella notte tra il 7 e l’8 novembre alcuni ganci forgiati con crochettondini di ferro erano stati apposti sulle catenarie, i fili elettrici che alimentano la rete ferroviaria, provocando un vero e proprio stravolgimento del traffico con ritardi per 160 treni sulle linee del Tgv. Episodi che hanno suscitato enorme allarme al punto che il governo ha sospettato, visto il clima di tensione che si trascinava da giorni tra sindacati e direzione delle Ferrovie, un coinvolgimento dei lavoratori. Un clima di pesante sospetto si era diffuso verso le sigle sindacali più radicali, come Sud-rail e la stessa Cgt, al punto che le autorità hanno dovuto smentire la presenza di dipendenti tra gli arrestati.
All’alba dell’11 novembre 150 agenti appartenenti ai diversi servizi antiterrorismo della polizia hanno fatto irruzione in un casale di campagna, una vecchia fattoria in località le Goutailloux, nel piccolo villaggio di Tarnac (350 anime), situato nel centrophoto-tarnacdella Francia, più precisamente in Corrèze nella regione del Limousin. E in effetti, la vecchia fattoria in pietra da taglio messa sotto sorveglianza fin dalla primavera scorsa si trova proprio nel plateau des millevaches . Qui sono state arrestate 5 persone. Nelle stesse ore altre 15 sono state fermate nel resto della Francia, a Rouen, nella Meuse e a Parigi. In gran parte studenti universitari. Alla fine solo 9 di loro sono stati incriminati. Tra questi Julien Coupat, multilaureato, conosciuto a Parigi per la sua attività politico-intellettuale, «di formazione postsituazionista, ottimo conoscitore di Guy Debord», spiega Luc Boltanski, direttore di studi all’Ehss che l’ha avuto tra i suoi allievi. Componente alla fine degli anni 90 del collettivo che diede vita alla rivista Tiqqun , vicina al lavoro del filosofo Giorgio Agamben. Tra gli autori di un testo pubblicato anche in Italia da Bollati-Boringhieri, La teoria della jeunne-fille . Indicato come la figura trainante di quella che gli inquirenti hanno definito «cellula invisibile». La retata è stata subito presentata come un affare di Stato. Il ministro degli Interni, Michèle Alliot-Marie, in compagnia del presidente delle ferrovie, Guillaume Pepy, l’ha addirittura annunciata ai mezzi d’informazione. «Queste persone hanno voluto colpire le ferrovie perché sono un simbolo dello Stato e sapevano che i loro atti avrebbero suscitato una forte eco mediatica», ha spiegato alla stampa aggiungendo che i fermati appartengono ad una fantomatica area dell’ultra-sinistra «anarco-autonoma». Sullo stesso tono si è pronunciato il presidente della repubblica Nicolas Sarkozy, felicitandosi per i risultati «rapidi e promettenti» ottenuti dagli investigatori, salutando «l’efficacia e la mobilitazione» della polizia e della gendarmeria e in modo tutto particolare la nuova «Direzione centrale dell’informazione interna e della Sotto-Direzione antiterrorista», nati proprio dalla riforma dei Servizi di sicurezza da lui voluta. In effetti, questi arresti ultramediatici sembrano proprio un’operazione di marketing costruita appositamente per dimostrare l’efficienza e il successo di queste nuove strutture. L’inchiesta, infatti, nasce da lontano e solo all’ultimo momento sembra essersi interessata agli atti di sabotaggio realizzati sulle reti elettriche delle ferrovie.images-1L’indagine parte da New York dove nella primavera scorsa l’Fbi ha segnalato ai Servizi francesi la presenza di alcuni dei giovani arrestati nella fattoria di Tarnac. Individuati nel corso di una manifestazione pacifista organizzata nel gennaio 2008 davanti ad un centro di reclutamento dell’esercito americano. Attività contro la guerra che non si capisce come possa essere accostata a comportamenti di natura terroristica, tali da richiedere uno scambio d’informazioni a livello internazionale. Dopo questa segnalazione, una inchiesta preliminare è stata aperta dalla procura nazionale antiterrorismo di Parigi. Da 11 mesi i movimenti attorno alla fattoria erano seguiti senza dare però alcun risultato. Una lavoro davvero frustrante per gli 007 dell’antiterrorismo che hanno dispiegato mezzi di controllo sofisticati. Il gruppo di giovani, che da alcuni anni si era ritirato nel paesino, coltivava l’orto, allevava capre, anatre, galline, insomma aveva deciso di mettere in pratica una forma d’esistenza che voleva darsi «i mezzi materiali e affettivi per fuggire la frenesia metropolitana e sperimentare forme di condivisione», ha spiegato a le Monde Mathieu B., 27 anni, uno dei fermati poi rilasciato. Alcuni di loro avevano rilevato il piccolo negozio d’alimentari del paese e organizzato un servizio di rifornimento degli anziani sparpagliati nelle diverse contrade e masserie della zona. Insomma un vero servizio sociale molto apprezzato dagli abitanti del posto e dal sindaco che aveva concesso al gruppo anche dei locali di proprietà del comune. Il loro arrivo aveva portato idee, entusiasmo ed aria nuova in quel piccolo angolo di Francia rurale, vivacizzandone anche la vita culturale. L’intera Tarnac si è infatti subito mobilitata in difesa dei ragazzi creando un comitato di sostegno che ha spiazzato le autorità. L’immagine dei cattivi, dei feroci terroristi che attentavano… all’orario dei treni si è presto sgretolata. Col passare dei giorni non sono emersesabotage le prove schiaccianti promesse e il Dna tanto sbandierato. Nella fattoria, oltre ai polli e alle galline, sono stati trovati dei depliant della Sncf con gli orari dei treni… quelli che normalmente vengono offerti agli sportelli, delle scale del tipo presente in ogni domicilio familiare, materiale da arrampicata che molti dei ragazzi praticavano come hobby.
La piccola comunità discuteva, faceva politica, aveva contatti nel resto della Francia, in Europa e Oltreoceano, incontrava gente che la pensava allo stesso modo, partecipava a manifestazioni per i sans papiers e contro la banca dati Edwige ( vedi Queer del 5 ottobre 2008 ) e poi scriveva. Agli arrestati, e in particolare a Julien Coupat, viene attribuita la stesura di un pamphlet, L’insurrection qui vient , edizioni La Fabrique, che ha già venduto 10 mila copie (il testo è interamente scaricabile da internet, basta cliccare www.lafabrique.fr ) che polizia e magistratura considerano una sorta di manuale della sovversione.
E in effetti è proprio questo l’aspetto, oltre alla assoluta carenza di prove sui fatti contestati, che ha suscitato vive proteste nell’opinione pubblica, che ha differenza di quella italiana non è assuefatta ai metodi dell’emergenza antiterrorismo. «A partire da questo libro, ritrovato in alcune perquisizioni nella primavera scorsa – spiega l’editore Eric Hazan – sembra che ci sia stata una sorta di costruzione poliziesca del nemico interno». Giorgio Agamben su Libération ha denunciato la deriva legislativa che ormai assimila al reato di terrorismo ogni forma di opposizione sociale che si ponga in antitesi con i governi e le istituzioni e consente di attribuire la finalità di terrorismo ad attività come picchettaggi, occupazioni, boicottaggi o sabotaggi di merci e infrastrutture, ma appartengono alla lunga storia delle lotte sociali del movimento operaio. In Italia chi avrebbe avuto il coraggio di dire una cosa del genere. Per Maria Sole e Baleno ci fu solo silenzio.

Per scrivergli ed avere gli altri indirizzi:
Julien COUPAT :  N° d’écrou 290173   42 rue de la santé     75014 PARIS

Al-khalil. Il dramma di Hebron, la città divisa

20 novembre 2008 2 commenti

La situazione della città di Hebron, Al-Khalil, sta nuovamente precipitando senza che nessuno o quasi se ne accorga. La città della divisione, la città simbolo delle violenze dei coloni, di come uno Stato sia nato sulla pelle di un popolo, di come una terra sia stata stuprata, giorno dopo giorno da più di 60 anni.

Il centro storico di Hebron

Dalla rete: Il centro storico di Hebron

Prima di passare ai fatti di questa notte bisognerebbe scrivere cosa il mondo ha permesso ad Israele in quella città, ciò che si sono presi, strappandolo via ad un popolo che non aveva certo gli strumenti per capire, per organizzarsi, per difendersi e contrattaccare come sarebbe naturale fare.
Facile, troppo facile per un pachiderma foraggiato da tutti, calpestare le umili aiuole di qualche pastore, di qualche contadino che aveva come sola ricchezza il succo prezioso delle sue olive.
Erano 5000 anni che la vita procedeva in quel modo, ad Hebron.

Dal 1967 in poi, dopo periodi di violenti scontri tra il 1929 e il ’36, la situazione muta completamente. Un gruppo di coloni si finge gruppo turistico ed occupa il principale albergo della città, per poi occupare una base militare abbandonata che trasformeranno in poco tempo nel primo “mattone” dell’insediamento Kyriat Arba. Saranno le donne israeliane, colone illegali, ad occupare un’altra parte della città e a strappare l’appoggio assoluto dell’esercito che ha poi sempre coperto e legittimato il processo di espansione ebraica, mai terminato. Se guardiamo i dati del 2005 possiamo capire facilmente come è mutata la vita dei palestinesi residenti nel centro di Hebron o nelle aree limitrofe: ora sono più di 20 gli insediamenti, per un numero di coloni sempre più alto.
s7301137I coloni sono diversi dai normali cittadini. I coloni sono militanti di estrema destra (nella maggior parte dei casi), che soprattutto nel caso del centro di Hebron, occupano passo passo quel che riescono, girano armati fino ai denti permettendo che i loro figli prendano a sassate le case e le scuole dei loro coetanei arabi.
La parte palestinese della città è facilmente riconoscibile.
E’ un carcere. Un carcere vero e proprio, dove tutte le case, le finestre e le porte di ogni edificio pubblico e privato, le strade percorse….tutto è avvolto da fitte reti metalliche, per salvarsi dai ripetuti lanci dei coloni, soprattutto di donne e bambini. 
La vita di queste persone è distrutta da qualche decennio, il commercio è inesistente, le saracinesche tutte abbassate, i bambini vivono come piccoli detenuti, impossibilitati anche a giocare per strada, per le loro strade, le poche che gli sono concesse…. «Le violenze contro le famiglie arabe sono all’’ordine del giorno», racconta un ’attivista statunitense per i diritti umani. «I palestinesi hanno le inferriate alle finestre perché erano puntualmente prese a sassate dai coloni. I soldati dovrebbero intervenire, ma si limitano a raccogliere a voce le denunce». Idris, un macellaio che vive  nella zona alta di Tel Rumeida, mostra la bocca senza denti. «La mia vicina israeliana è entrata nella mia casa e mi ha colpito più volte con un bastone, accusandomi di occupare la sua terra», dice. «Quando sono arrivati i soldati hanno portato via uno dei miei ragazzi dicendo che l’’aveva provocata»

Hebron è un caso unico nell’assurdo conflitto israeliano. La città della divisione, delle reti metalliche, dell’odio infinito verso un popolo gemello, abitante delle stesse colline. Da troppo tempo.

Ma passiamo ai fatti di questa notte:
decine di coloni e di attivisti di estrema destra si sono scontrati la scorsa notte a Hebron con palestinesi e con soldati e poliziotti israeliani:  hanno sconsacrato tombe in un antico cimitero musulmano, scritto sul muro di una moschea slogan offensivi contro la religione musulmana “Maometto maiale” e “Morte agli arabi”,  danneggiato automezzi dell’esercito e della polizia.

Ovviamente la polizia e l’esercito sono intervenuti per calmare la situazione, sono impegnati a togliere le scritte e ripristinare l’ordine: nessuno è stato arrestato fino ad ora, malgrado questi scontri siano stati provocati dai coloni dopo che l’Alta Corte di Giustizia israeliana aveva imposto lo sgombero di uno stabile di quattro piani, illegalmente occupato. Da tutto lo stato israeliano, decine di attivisti di estrema destra stanno raggiungendo Hebron per aiutare i coloni  ad impedire lo sgombero.

Tutto tace da questa mattina: questo blog proverà a seguire gli sviluppi della situazione.

L’urlo di Towanda

9 novembre 2008 2 commenti

Vi ricordate di Towanda?
di Valentina Perniciaro, Queer, inserto settimanale di Liberazione, 9 novembre 2008

Vi ricordate di Towanda? Provate ad urlarlo. Non potrà non tornarvi in mente quel grido di battaglia che

Foto di Valentina Perniciaro -in Layca frocessione-

Foto di Valentina Perniciaro -in Layca frocessione-

 trasforma Evelyn, una delle protagoniste del film culto “Pomodori Verdi fritti (alla fermata del treno)”, in una donna nuova, pronta ad affrontare qualunque avversità nel suo percorso di emancipazione e liberazione.
Quell’urlo sembra proprio essere tornato, e sta riempiendo l’Onda di contenuti nuovi, di determinazione, di protagonismo tutto femminile. Un gruppo di giovani donne, studentesse medie ed universitarie e collettivi di genere hanno dato vita ad un coordinamento che prende proprio questo nome: Towanda nasce il 20 novembre 2007 per poi muovere i suoi primi passi nella manifestazione di donne per le donne contro la violenza maschile che ha sfilato, imponente e determinata, per le vie di Roma il 24 novembre dello scorso anno.
La particolarità che salta agli occhi è la giovane età, Towanda è in gran parte composto da collettivi femministi di diverse medie superiori di Roma e provincia. Proprio perciò non poteva rimanere estranea all’esplosione di mobilitazioni di questo periodo: dal primo giorno è parte integrante di un’Onda che sta scuotendo il mondo della scuola, dagli asili agli atenei universitari.
Queste giovani donne non sono solo impegnate a protestare contro il decreto Gelmini, ma si muovono nelle piazze gremite di studenti per riempire la protesta di contenuti diversi. Considerano il decreto sessista perché colpisce soprattutto le donne: molte insegnanti, grazie ai tagli previsti, perderanno il lavoro mentre la cancellazione, di fatto, del tempo pieno, spiegano, limita ulteriormente la libertà che ogni donna ha di portare avanti la maternità e allo stesso tempo il diritto di lavorare ed essere autosufficiente. Come se non bastasse, la riforma è profondamente razzista, perché le “classi ponte”renderanno ancora più difficile il processo d’integrazione dei giovani migranti o dei figli di seconda generazione.
L’urlo di Towanda sa che quest’Onda, per non morire, deve verificare i propri contenuti e crescere anche culturalmente: nei cortei romani di queste settimane., raccontano, si sono trovate ad affrontare spezzoni che usavano parole d’ordine intrise di maschilismo o omofobia, per esempio offendevano la ministra Gelmini in quanto donna con parole come “puttana”. Towanda non vorrebbe condividere la piazza con chi usa un linguaggio o ha un atteggiamento omofobo e maschilista.

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

Per questo, dicono, sono impegnate in diverse campagne di controinformazione nelle scuole e nelle piazze. Chiedono quindi una scuola che sappia ricostruire e raccontare tutti quei percorsi di liberazione femminile che la storia e i libri di testospesso trascurano o addirittura omettono. Vogliono un femminismo che sappia rifiutare ogni delega e sia reale partecipazione attiva e consapevole delle donne in ogni contesto sociale perché una società in cui le donne siano protagoniste non è solo possibile, ma necessaria per il bene di tutte e tutti. E’ proprio la violenza maschile sulle donne uno degli argomenti principali delle loro campagne, spesso portate avanti a fianco di chi opera nei centri antiviolenza, come nella partecipata assemblea che si è tenuta al Liceo scientifico Righi la scorsa settimana, cui hanno partecipato le avvocate impegnate nei centri.
Attualmente sentono forte la necessità di essere al fianco delle donne e dei giovani migranti, e si sono unite all’assemblea giovanile e antirazzista e contro ogni discriminazione, con la quale sono scese in piazza con un unico striscione: “Per una scuola libera, solidale e aperta al mondo”.

Se avete voglia di ascoltare il grido di battaglia di Towanda, non vi rimane che entrare nell’Onda, o cercarle su studentessetowanda.splinder.com.

Il corpo di Manuel Eliantonio

22 ottobre 2008 33 commenti

Il corpo di Manuel Eliantonio

Il corpo di Manuel Eliantonio

“Mi picchiano ma uscirò”. Invece Manuel muore in cella.
di Valentina Perniciaro, Liberazione, 22 ottobre 2008 

Manuel Eliantonio aveva appena compiuto 22 anni il giorno che è stato dichiarato morto, nel carcere di Marassi a Genova,per «dinamica non definita e patologia non identificata» dal medico del carcere. Dal giorno dopo la stampa nazionale racconta di un tossicodipendente deceduto in carcere dopo un’intossicazione da gas butano, sostanza spesso usata dai detenuti per stordirsi, in assenza di altre droghe.

La sera del 23 dicembre dello scorso anno una macchina con a bordo 5 ragazzi, di ritorno da una nottata in una discoteca di provincia, viene fermata dalla polizia stradale in un autogrill della A6 Torino-Savona. I fermati vengono obbligati alle analisi, che risultano positive: hanno assunto cannabis, cocaina e anfetamina. Manuel è l’unico dei cinque a reagire al fermo, fino al momento in cui tenta di fuggire dalla presa della polizia con la scusa di dover andare al bagno. Secondo la versione ufficiale è qui che compie l’ingenuità che lo porterà alla morte: Manuel si illude di poter fuggire, scavalca una rete metallica e si mette a correre tra i rovi che si trovano lungo l’autostrada. Viene ripreso immediatamente e a causa di quel tentativo di fuga è l’unico dei 5 a finire nella caserma di Savona.
Da lì l’immediata traduzione in carcere, con una denuncia per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.
Il 16 gennaio riesce ad ottenere la scarcerazione e gli arresti domiciliari in attesa di giudizio. L’istanza di scarcerazione si è mossa a rilento per una serie di piccoli precedenti penali: il ragazzo era stato precedentemente condannato  per qualche piccolo furto e per ricettazione, reati connessi alla sua dipendenza dalla cocaina.

Il corpo di Manuel Eliantonio

Il corpo di Manuel Eliantonio

Dipendenza che stava cercando di combattere con tutte le sue forze, tanto che da qualche mese era in cura al SERT, una cura che lo rendeva nervoso, depresso e spesso fiacco, ma che continuava per poter tornare ad una vita normale.
Rimane in carcere fino al 16 gennaio, quando gli vengono finalmente concessi gli arresti domiciliari in attesa di giudizio.
Il 25 marzo è nuovamente arrestato per non aver rispettato gli obblighi di dimora e a quel punto inizia il suo calvario. Nei 4 mesi di carcerazione che passano dal secondo arresto alla sua morte viene trasferito 4 volte. Dal carcere di Savona viene tradotto a Chiavari, poi a Torino per un’udienza (dove riesce a vedere i suoi familiari), poi di nuovo di passaggio a Savona, per finire , i primi di giugno, nelle celle del carcere genovese di Marassi dove morirà.
La condanna arriva il 4 giugno, durante la sua detenzione: 5 mesi e 10 giorni per resistenza a pubblico ufficiale. Si inizia a fare i conti dei giorni, programma una vacanza di una settimana con la sua fidanzata per la metà d’agosto, quando sarebbe dovuto uscire.
Il 20 luglio però, telefona dal carcere alla nonna: durante la telefonata denuncia di essere stato violentemente picchiato, di avere un occhio gonfio e totalmente nero e segni di botte su tutto il corpo. A quel punto la telefonata viene bruscamente interrotta dal centralino del carcere e la sua famiglia inizia a cercare l’avvocato per presentare un’immediata istanza di scarcerazione.Appena 4 giorni dopo la mamma riceve una lettera con un timbro postale di due settimane prima, le parole di Manuel sono strozzate e sofferenti, quello che scrive è più che chiaro: «Carissime bamboline mie, mi dispiace che non vi ho fatto avere più mie notizie, ma anche io ho i miei problemi: mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Ora ho solo un occhio nero, mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li risputo ma se non li prendo mi ricattano. Sono in isolamento almeno 4 giorni alla settimana, è già tanto che ricevo le lettere. Sto mangiando poco.Ho fatto il processo il 4 giugno, mi hanno condannato a 5 mesi e 10 giorni. Facendo i calcoli, con la galera che ho già fatto da dicembre, dovrei essere fuori i primi d’agosto, se Dio vuole.» La mamma, Maria gli scrive subite un telegramma «Resisti, manca poco. Ti aspettiamo» ma Manuel non lo leggerà mai.

«Avevo un brutto presentimento» racconta Maria, «avevo qualcosa dentro che non andava e la sua lettera confermava le mie sensazioni. Ho provato a chiedere un colloquio straordinario per vederlo prima della fine della settimana ma non me l’hanno concesso.Comunque non avrei fatto in tempo: moriva la mattina dopo.Infatti, il 25 luglio alle 9.25 mi arriva quella maledetta telefonata da Marassi “abbiamo una brutta notizia da darle, suo figlio è deceduto ma lei inutile che viene qui che non c’è più”.
Ho chiuso la comunicazione e sono partita subito per Genova, diretta verso l’obitorio del San Martino. Nel mio cuore speravo in uno sbaglio di persona, pregavo non fosse lui. Non me l’hanno fatto vedere subito, poi sono riuscita ad entrare. Ho trovato mio figlio con una maglietta non sua, che gli stava molto piccola, completamente coperto di lividi su tutto il corpo, con delle chiare tracce di sangue che dal naso salivano verso la fronte e i capelli.
Ho riscontrato diversi segni di percosse sul suo corpo e non mi sono mai stati restituiti i vestiti che indossava mentre moriva.
La pecca di mio figlio era la cannabis e la cocaina, ma era un buono, non faceva male a nessuno. Doveva essere curato e invece me l’hanno ammazzato. I giornali hanno scritto che si è ammazzato da solo col butano, ma lui aveva il terrore del gas da quando aveva 6 anni. E’ l’unica cosa che lo terrorizzava»
Ma forse non serve questo a capire che il butano è stata una scusa di comodo usata per la stampa: perché il butano non uccide lasciando il corpo martoriato, il butano non  fa venire emorragie interne, il butano non sfigura il corpo pieno di vita di un ragazzo di appena 22 anni.

Leggi anche:
Manuel Eliantonio, 22 anni, ucciso in carcere

Una grande opportunità che non sfrutteremo.

8 ottobre 2008 2 commenti

Di solito non amo molto quello che scrive. Ogni tanto quando lo leggo mi incazzo proprio, 
ma di quelle incazzature belle, fondamentalmente sane.
Quest’articolo di prima pagina, uscito oggi su Liberazione, però mi piace abbastanza, mi piacerebbe parlarne, mi fa venir voglia di discutere di molte cose. Anche di criticarlo, perchè non credo molto in alcune categorie che più volte vengono fuori nel suo articolo e non solo in questo.
Non credo molto nella categoria Occidente cosi come lui la mette, malgrado i miei studi arabisti mi portino a volte ad appropriarmene. Non ci credo in quanto comunista, in quanto materialista…preferisco rapportarmi con le classi, tutt’altro genere di categoria (scusate il vizio, ma non ci passa).
Ma molte cose del suo articolo sono condivisibili, anche se forse sottolineano poca conoscenza effettiva di quello che lui mai nomina, cioè l’ “Oriente”.
Ma ci sarebbe troppo da scrivere a riguardo, quindi per ora vi lascio leggere l’articolo,
sottolineando che ha ragione, molta ragione, quando dice che è ” un’enorme, imprevedibile ed imprevista opportunità”, che visto come siamo ridotti anche noi, non sapremo sfruttare.

Chi lo farà, probabilmente, sarà peggio di loro. Sarà peggio di oggi.

L’OCCIDENTE ALLA CATASTROFE FORSE è UN MALE FORSE è UN BENE
_____Franco Berardi Bifo, da Liberazione del 8 ottobre 2008_____ 

Il crollo del sistema finanziario internazionale è l’inizio di un processo di trasformazione profonda e catastrofica delle società di tutto il mondo. Gli effetti di questo collasso sono ormai prevedibili. Avendo succhiato tutte le risorse disponibili per salvare le banche, senza peraltro riuscire a salvarle, il potere politico americano ha fatto una scelta: mandare nell’abisso l’economia reale.
Cosa vuol dire infatti il colossale intervento del Tesoro? Vuol dire ipotecare le risorse di tutti. Ogni americano pagherà duemila dollari per salvare Wall Street, non ci sarà più credito disponibile e non ci saranno soldi per gli investimenti. La disoccupazione in America è aumentata di centosessantamila unità nel mese di settembre. E’ facile immaginare cosa accadrà nei prossimi mesi. La crisi finanziaria, d’altronde, non va vista come un fenomeno isolato. Essa è in stretto collegamento con un’altra catastrofe, quella geopolitica, quella militare.
Dal 1492 l’Occidente ha potuto disporre delle risorse del pianeta perché disponeva di una forza militare schiacciante. Puntando la pistola alla tempia dell’umanità, gli occidentali hanno potuto appropriarsi delle risorse di tutti gli altri. Ma con la disfatta in Iraq e in Afghanistan, con il ritorno aggressivo della potenza russa, l’egemonia militare è finita. La pistola puntata alla tempia ora appare scarica (anche se purtroppo non lo è). Sta accadendo una cosa nuova: i popoli della terra ora sanno che l’Occidente non ha più nessuna egemonia militare, dunque chiedono di ridistribuire quelle risorse di cui l’Occidente si è appropriato. La restituzione del debito che l’Occidente ha accumulato non solo negli ultimi trenta o quarant’anni, ma negli ultimi cinquecento anni.
Questa è la posta in gioco, questo è l’orizzonte nel quale ci muoviamo. Il 20% della popolazione terrestre che si appropria dell’80% delle risorse della terra è forse pronto a restituire il maltolto? Purtroppo non è pronto, anzi non vuole nemmeno riconoscere l’entità del problema, almeno fino ad oggi. E questo vorrà dire guerra, razzismo, violenza. E’ bene saperlo. 
Ma questo vorrà dire anche la fine dell’Occidente. Non del capitalismo badate bene, ma la fine dell’Occidente, del mondo come lo conosciamo da Cristoforo Colombo in poi.
C’è qui un’opportunità per gli eredi del movimento egualitario e libertario, c’è qui un’opportunità per i movimenti di autonomia della società?
C’è un’opportunità gigantesca, a mio parere, anche se ora è difficile da cogliere.
Il capitalismo non è una cosa, non è un ammasso di cose. Ce l’ha spiegato Marx. Marx ha detto: il capitale è un rapporto, non una cosa. Io, se me lo permettete, che pure sono piccolo piccolo, vorrei correggere, su questo punto, Marx. Il capitale non è una cosa, ma non è nemmeno un rapporto.
Il capitalismo è l’introiezione di un rapporto. Solo quando gli uomini e le donne introiettano il rapporto tra lavoro e salario, tra valorizzazione e dominio, tra bisogno e merce, solo quando gli uomini e le donne credono che lo sfruttamento sia naturale, il capitalismo li può dominare.
Se gli umani capiscono che ci sono altri modi di organizzare la loro attività e il loro scambio, il loro rapporto con la natura e con le risorse, se capiscono che ci sono modi meno faticosi e meno violenti, allora forse vivere senza dominio capitalista diviene possibile.
Oggi noi attraversiamo una catastrofe. Catastrofe non è una brutta parola, una parola che porta disgrazia. E’ un concetto dal senso preciso. In greco significa spostamento che permette di vedere una prospettiva che non si vedeva prima. 
Kata significa giù, sotto, ma anche oltre, al di là. E strofein significa spostare.
La catastrofe finanziaria e geopolitica non è di per sé una liberazione. Al contrario, di per sé moltiplica il pericolo, di per sé aumenta la paura.
Ma se ci sono uomini e donne intelligenti, creativi, coraggiosi e soprattutto liberi dall’eredità del passato, come noi siamo o almeno dovremmo essere, allora vedi che si presenta una enorme (imprevedibile ed imprevista) opportunità. L’opportunità è quella di cavalcare la (inevitabile) disfatta dell’Occidente, che ormai è in corso, che ormai è inarrestabile, in un nuovo atteggiamento mentale, in una nuova concezione vissuta della ricchezza.
La ricchezza non è la massa di cose di cui disponiamo, la ricchezza è il modo in cui viviamo il tempo, è il rapporto di solidarietà che sappiamo avere tra noi. Come i gigli nei campi e come gli uccelli nel cielo anche noi umani possiamo vivere di poco, di molto poco. Dovremo imparare a vivere del poco indispensabile, perché altrimenti finiremo tutti malissimo. Non sarà facile impararlo e ancor più difficile sarà insegnarlo a tutti gli occidentali. Ma impareranno, con le buone o con le cattive.
Noi vediamo oggi, grazie alla catastrofe, che il capitalismo non è eterno e non è naturale, che l’economia della crescita non è la migliore organizzazione della vita sociale. Quel che dobbiamo fare è comunicarlo. Senza ansia, senza rabbia, senza arroganza.
Molte cose scompariranno nei prossimi mesi, molti moriranno di fame e molti di violenza e di guerra. E’ bene saperlo, è bene prepararsi. E’ bene preparare quelli che ci stanno intorno. Ma nulla di ciò che sta sulla terra è eterno, neppure le nostre vite, i nostri giornali, i nostri partiti. La sola cosa che non deve estinguersi è la capacità di capire. Comprendere, comprendere, e trasformare.

Il peggiore dei massacri, Sabra e Chatila

16 settembre 2008 17 commenti

Liberazione di oggi, pagina 20

Liberazione di oggi, pagina 20

 DIARIO DI UN MASSACRO, di Valentina Perniciaro
LIBERAZIONE, 16 SETTEMBRE 2008, retrocopertina (rm1609-att01-202)

«Il problema che ci poniamo: come iniziare, stuprando o uccidendo? Se i palestinesi hanno un po’ di buonsenso, devono cercare di lasciare Beirut. Voi non avete idea della carneficina che toccherà ai palestinesi, civili o terroristi, che resteranno in città. Il loro tentativo di confondersi con la popolazione sarà inutile. La spada e il fucile dei combattenti cristiani li seguirà dappertutto e li sterminerà, una volta per tutte». Il settimanale Bamaneh , organo ufficiale dell’esercito israeliano, due settimane prima del massacro di Sabra e Chatila, riporta le parole di un ufficiale delle Falangi cristiano-maronite.
Ma proseguiamo con ordine.

Martedì 14 settembre ’82
Un’esplosione devasta la sede di Kataeb (partito delle Falangi cristiane) durante una riunione di quadri. Tra i 24 corpi anche quello di Bashir Gemayel, presidente della Repubblica libanese da appena tre settimane. E’ un colpo pesante per Israele: muore il nemico numero uno dei palestinesi in Libano, l’uomo che li aveva definiti «il popolo di troppo», ricordato come «il presidente sostenuto dalle baionette israeliane». La sua elezione era la prima grande vittoria di Sharon: le sue milizie erano state aiutate militarmente, addestrate in campi speciali, garantite di servizi di intelligence e organizzazione. Il generale Eytan, capo di stato maggiore israeliano, poco dopo l’attentato dichiarerà: «Era uno dei nostri».
Il giorno prima, il 13 settembre, gli ultimi 850 paracadutisti e fanti della forza di pace internazionale (per lo più francesi, italiani e americani) lasciano il paese. Non sono nemmeno le 18 quando parte l’operazione “Cervello di Ferro”: inizia un fitto ponte aereo israeliano, uomini e carri armati arrivano all’aereoporto internazionale di Beirut e il generale Eytan dichiara: «Stiamo per ripulire Beirut-Ovest, raccogliere tutte le armi, arrestare i terroristi, esattamente come abbiamo fatto a Sidone e a Tiro e dappertutto in Libano. Ritroveremo tutti i terroristi e i loro capi. Ciò che c’è da distruggere lo distruggeremo».

Mercoledì 15 settembre
Prima dell’alba si tiene una riunione decisiva al quartier generale delle milizie unificate della destra cristiana: per Israele sono presenti i generali Eytan e Druri, per le milizie falangiste il comandante in capo Efram e il responsabile dei servizi di informazione Hobeika. Si discute un piano d’entrata delle falangi nei campi profughi palestinesi di Beirut; un capo militare alla fine della riunione dichiarerà: «Da anni aspettiamo questo momento». Durante tutto il giorno le strade che vanno verso i campi vengono riempite con la vernice di enormi frecce che indicano la direttrice di penetrazione, Sabra e Chatila devono essere facilmente raggiungibili da chi non conosce la città. Dalle 5 in poi lo Tsahal (l’esercito israeliano ndr ) avanza su cinque direttrici, circondando completamente Beirut-Ovest: Sharon arriva sul posto a dirigere le operazioni alle 9 del mattino, sul tetto di un enorme edificio, al settimo piano, da dove può osservare benissimo i campi. Il primo ministro Menahim Begin dirà poche ore dopo che il loro «ingresso in città è solamente per mantenere l’ordine ed evitare dei possibili pogrom, dopo la situazione creatasi con l’assassinio di Gemayel».
Dalle 12 i campi di Sabra e Chatila sono circondati dai tank israeliani: la popolazione si chiude in casa. Tutti i combattenti sono partiti pochi giorni prima, nelle viuzze strette sono rimasti solamente bambini, donne e anziani.

Giovedì 16 settembre 
Bastano 30 ore per completare la missione: è la prima volta che Israele conquista una capitale araba. Per tutta la mattinata è un formicaio di bande armate, munite anche di asce e coltelli, che percorrono le strade a bordo di jeep dello Tsahal; alle 15 il generale Druri chiama Sharon: « I nostri amici avanzano nei campi. Abbiamo coordinato la loro entrata». La risposta è secca: «Felicitazioni».
Il tempo a Sabra e Chatila si fermerà alle 17 per ricominciare a scorrere 40 ore più tardi, alle 10 del sabato successivo. Gli israeliani seguono le operazioni dal tetto del loro quartier generale, forniscono in aiuto razzi illuminanti sparati con una frequenza di due al minuto: non calerà mai la notte sopra i campi. Le falangi cristiano-maronite non si limitano a sterminare la popolazione; il loro accanimento, soprattutto verso i bambini, ha pochi precedenti nella storia, la loro crudeltà supera ogni aspettativa. Sfondano le porte delle case e liquidano intere famiglie ancora nei letti o a tavola, tagliano le membra delle loro vittime prima di ucciderle, stuprano ripetutamente donne e bambine, evirano, assassinano a colpi d’ascia. Solitamente lasciano viva una bimba per famiglia che, dopo ripetuti stupri, ha il solo compito di raccontare e far scappare chi resiste. Una donna al nono mese di gravidanza verrà ritrovata con il ventre aperto, uccisa con il feto messogli tra le braccia. Le teste dei neonati vengono schiacciate sulle pareti. I miliziani saccheggiano tutto: si troveranno molte mani di donne tagliate ai polsi per impadronirsi dei gioielli.

Venerdì 17 settembre
Il venerdì nero. Il tenente Avi Grabowski dirà davanti alla commissione d’inchiesta «Ho visto falangisti uccidere civili…Uno di loro mi ha detto: dalle donne incinte nasceranno dei terroristi». Ma i soldati israeliani ricevono ancora l’ordine di non intervenire su ciò che sta accadendo, di non entrare nei campi; il loro compito rimane quello di sorvegliare gli accessi per rispedire dentro chi prova a fuggire e illuminare l’area, al calar della notte. Sono le milizie di Haddad quelle che incutono più terrore, quelle che legano i feriti alle jeep e li trascinano fino alla morte, quelle intente a torturare e a non lasciare nessuno in vita; i metodi si fanno più rapidi rispetto all’inizio del massacro, ora si spara a bruciapelo e spesso si incide una croce sul petto dei cadaveri. Più di 1500 persone spariranno salendo sui loro camion: non si è più saputo niente di loro. Entrano anche nell’ospedale di Akka e di Gaza, medici e infermieri palestinesi sono giustiziati, così come i feriti. Al confine del campo gli uomini delle milizie cristiane sono euforiche, non si vergognano di urlare in faccia ai giornalisti che iniziano ad arrivare: «Andiamo ad ammazzarli, ci inculeremo le loro madri e le loro sorelle». Sharon è l’unico invece che continua a dichiarare, mentre sovrasta il massacro, «l’entrata di Tsahal a Beirut porta pace e sicurezza ed impedisce un massacro della popolazioni palestinesi. Stiamo impedendo una catastrofe».

Sabato 18 settembre 
Il massacro continua; la puzza di cadaveri, sotto il caldo sole di Beirut, inizia a superare i confini dei campi palestinesi. E’ il momento dell’ultima trappola: le milizie dalle 6 del mattino girano sulle jeep urlando alla popolazione di arrendersi, di uscire di casa. Più di un migliaio saranno uccisi sulla strada Abu Hassan Salmeh, principale arteria di Chatila. Chi viene arrestato e portato nello stadio sarà ritrovato morto ancora ammanettato, spesso buttato in piscina. Gli ultimi abitanti vengono portati via sui camion.
Alle 10 cala il silenzio su Sabra e Chatila. Le milizie sono uscite; non si scorge anima viva nel fetore di quelle strade. Solo qualche ora dopo i sopravvissuti inizieranno ad uscire dai rifugi, e il dolore si trasformerà in grida, mentre osservano più di 2000 cadaveri mutilati, dilaniati, stuprati, lasciati marcire al sole. I riconoscimenti avverranno solo in parte, visto che molti erano stati già gettati in fosse comuni. C’è una donna che urla… ha intorno a se i cadaveri dei suoi 7 bambini, tiene tra le braccia il corpo dilaniato della più piccola, di soli 4 mesi. Si tira la terra in testa, urla, «E ora? Dove andrò? E ora?».
Sulle mura delle poche case rimaste in piedi si leggono gli slogan della Falange “Kataeb”: «Dio, Patria, Famiglia».
«Quali assassinii di donne? Si fa una storia per niente. Da anni uccido palestinesi e non ho ancora finito. Li odio. Non mi considero affatto un assassino. Ne verranno ancora assassinati migliaia, ed altri creperanno di fame», le parole di Hobeika saranno difficili da dimenticare. Neanche per il popolo israeliano è facile accettare l’idea di essere corresponsabili di una simile azione, l’indignazione popolare è profonda. Un corteo di 400mila persone invaderà Tel Aviv con slogan diretti contro il governo e Sharon.
Il 20 settembre, Amos Kennan sulla più importante testata israeliana, Yedioth Ahronot , scriverà: «In un sol colpo, signor Begin, lei ha perduto il milione di bambini ebrei che costituivano tutto il suo bene sulla terra. Il milione di bambini di Auschwitz non è più suo. Li ha venduti senza utile».
Oggi ci sarà ancora una commemorazione, sulla piazza della fossa comune, all’ingresso di Chatila. La popolazione dei campi andrà a salutare, a portare avanti il ricordo di quei giorni neri in cui si è cercato casa per casa il più innocente per trucidarlo, in cui si è perpetrato uno sterminio scientifico e atteso da molto tempo. Il giorno più bello per le falangi cristiano-maronite, l’ennesima nakba (tragedia) per i palestinesi che malgrado tutto continuano a lottare, a sperare in un ritorno, ad esistere.
Come diceva Mahmud Darwish, grande poeta palestinese da poco scomparso, «Il mio popolo ha sette vite. Ogni volta che muore rinasce più giovane e bello». Basta passeggiare per le vie dei campi profughi del medioriente per capire che grande verità è questa.
Nel 2002, il tribunale dell’Aja prova ad accusare Sharon di crimini contro l’umanità per le evidenti responsabilità durante il massacro. Il processo nasceva dalle accuse del comandante Hobeika, che aveva deciso di far luce sui fatti. Avrebbe dovuto farlo i primi di febbraio,testimoniando in aula. Ma non ha fatto in tempo: è saltato in aria il 24 gennaio 2002.
La verità su Sabra e Chatila, comunque, non ha bisogno di tribunali per essere sancita. E’ chiara, scritta, visibile ancora oggi ad occhio nudo.

Tutte le citazioni sono tratte dal libro “Sabra e Chatila Inchiesta su un massacro” di Amnon Kapeliouk (Editions du Seuil, 1982)

Foto di Valentina Perniciaro -Il mercato di Sabra-

Foto di Valentina Perniciaro -Il mercato di Sabra-

Gli ultimi bocciati per “condotta”

29 agosto 2008 Lascia un commento

–1998, io e M. , ultimi bocciati per “condotta”– di Valentina Perniciaro           Liberazione, 29 Agosto 2008

Avevo spaccato una bacheca di vetro e poi un’altra ancora, eppure mi sembrava di sentire solo il desiderio di continuare e spaccare tutto quello che mi circondava. Era normale la mia rabbia, normale per una ragazza di appena 16 anni davanti alla prima vera ingiustizia subita. “Non promossa”. Questo diceva quella bacheca in frantumi, accanto al mio nome. Non era possibile. Ma come? E perché? Dovevo avere una materia (la solita matematica), forse due (quell’anno era iniziata fisica)…ma come? Ero stata l’unica sufficienza all’ultimo compito di greco di tutta la classe?! Rileggevo la maledetta riga, attentamente, materia per materia, cercavo   

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro, 30 anni da Giorgiana....e non sentirli

 velocemente con gli occhi i numeri scritti in rosso. Matematica: rosso. Va bene si sapeva. Fisica: rosso. Me lo potevo immaginare. E poi? Che cos’era quel rosso lì? Non bocciavano al quarto? I miei erano tre: che cos’era? Condotta: 7.
La rabbia saliva, solida, in un secondo. La rabbia d’aver perso un anno perché erano stati puniti i miei pensieri, i miei sogni, quel poco di lotta che stavo imparando. L’occupazione era finita con un pesante sgombero richiesto dal preside in persona: decine di denunciati e processati. Volevamo ricordare il 1977 e invece ci erano state vietate tutte le assemblee programmate; vietato soprattutto invitare degli esterni «se non su invito della presidenza». Eravamo in due a pagare per tutti, per non aver fatto nulla se non discutere, scrivere, attacchinare, credere in qualcosa. Avevano colpito il collettivo nel modo più infame, cacciandoci da scuola in due, con quel nulla osta che aspettava solo di esser ritirato in presidenza. Il ministro della Pubblica istruzione Berlinguer aveva già abrogato il voto di condotta, ma il provvedimento sarebbe stato effettivo solo a settembre. Io e M. eravamo fuori. Nel modo più infame. Era il 1998 e noi due eravamo gli ultimi bocciati in Italia per il voto di condotta.

 

 

L’altra metà dell’arancia

12 agosto 2008 2 commenti

ORA MAHMOUD DARWISH PUO’ TORNARE ALLA SUA TERRA

di Valentina Perniciaro
DA LIBERAZIONE DI OGGI, 12 AGOSTO 2008
Mahmud Darwish, il poeta della resistenza palestinese, è morto sabato scorso a Houston, negli Stati Uniti. Aveva 67 anni e il suo cuore non ha retto all’ultimo delicato intervento subìto.
La sua vita è il manifesto della sua terra, storia marcata dalla Nakba , il dramma che colpì la Palestina nel 1948, anno della fuga e dell’esilio mai terminati.
Nasce nel 1941 ad al-Barweh, un villaggio della Galilea poche miglia a est di Acri, in quel momento sotto mandato britannico. E’ lui stesso a raccontare la notte in cui la sua vita smise di essere quella di un bambino, quando fu costretto a fuggire sotto braccio alla sua famiglia verso il confine libanese.
«A 7 anni smisi di giocare e ricordo bene come e perché: in una notte d’estate, quando si usava dormire sui tetti a terrazza delle case, fui improvvisamente svegliato da mia madre e mi trovai a correre con centinaia di contadini in mezzo ai boschi, inseguito dalle pallottole. Quella notte ho messo fine alla mia infanzia. Non chiedevo più nulla, ero diventato improvvisamente adulto[…]. In Libano ho imparato – mai lo dimenticherò – che cosa significa la parola “patria”. Là ho imparato parole nuove che hanno aperto davanti a me una finestra su un mondo nuovo: guerra, notizie dalla patria, profughi, esercito, confini, TERRA».
Non ha mai tralasciato un dettaglio nel racconto di quei giorni e di quell’anno passato nei campi profughi gestiti dall’Unrwa; con la sua penna ha permesso al mondo di capire la rabbia di un bambino di 7 anni in fila per la sua razione di cibo, l’odiata fetta di formaggio giallo. Dopo solo un anno la sua famiglia tenta il ritorno; della notte prima della partenza lui ricorderà:
«Tornare a casa significava per me la fine del formaggio giallo, la fine della provocazione continua dei ragazzi libanesi che mi insultavano con l’epiteto “profugo”». Pensava di tornare a casa mentre superava il confine con il petto che strisciava a terra, ma il villaggio dov’era nato non c’era più: come altri 600 era stato fatto saltare in aria e tutto era stato confiscato dalle autorità del nuovo Stato. La loro identità volatilizzata, così come la terra e il diritto di cittadinanza. «Non capivo nulla. Non capivo come avesse potuto essere distrutto un villaggio intero. Non capivo come fosse accaduto che l’intero mio mondo fosse sparito, né chi fossero quelli che lo avevano annientato».
Si stabilirono poco lontano, nel villaggio di Der al-Asad e lui iniziò a crescere come un “profugo nella sua patria”, destino comune a tutti coloro che non erano scappati o che erano riusciti a rientrare in Israele. Così, al suo vocabolario esistenziale imparato da piccolo profugo, si aggiunsero altre parole: iniziò a frequentare la seconda elementare da “infiltrato”. Il direttore infatti, lo chiudeva in uno sgabuzzino ogni volta che passavano i controlli dell’ispettore.
«Anche a casa ogni tanto mi dovevano nascondere. Mi era proibito vivere nel mio proprio paese e per ottenere la carta d’identità israeliana imparai a dire che ero vissuto con le tribù beduine a nord del paese, e non in Libano».
Iniziò a scrivere liriche che era appena un ragazzo, a cantare la sua identità legata in modo viscerale alla terra, ad un luogo unico e costante che nei suoi testi rimane sempre astratto ed espresso solamente attraverso alcuni, ripetuti, simboli come l’ulivo, le arance, il gelsomino, il timo, il pozzo. Dalle sue prime poesie il filo conduttore è sempre quel legame indissolubile, quella nostalgia eterna, quell’orgoglio di resistente che coltiva quotidianamente la memoria e l’amore per le radici estirpate.
Dal 1961 la sua voce inizia ad infastidire, per questo viene continuamente controllato, imprigionato cinque volte con la sola accusa di scrivere poesie e muoversi senza permesso all’interno dello stato d’Israele. Motivo per il quale non riuscirà nemmeno a conseguire la laurea. Dopo l’ennesimo periodo di detenzione decide per l’esilio volontario, partendo alla volta del Cairo dove inizia a collaborare con il prestigioso quotidiano al-Ahram . Partirà poi per raggiungere l’Olp a Beirut e lavorare al Centro di ricerca palestinese fino al 1982 quando, con migliaia di altri militanti approda a Tunisi. La sua firma appare tra i redattori del testo della Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato Palestinese, documento promulgato nel 1988 e riconosciuto da diversi stati. Il suo esilio durerà 26 anni quando, nel 1996, riceverà un permesso per poter visitare i suoi famigliari in Israele.
La sua casa ormai era a Ramallah, finchè la malattia che da sempre tormentava il suo cuore non l’ha costretto a partire per gli Stati Uniti, dove è deceduto.
La sua patria non era altro che la sua poesia, la sua terra era fatta di parole e profumo di gelsomino, la sua vita era un’arancia spaccata a metà che non è mai riuscita a ritrovare il sapore dell’altra parte. Edward Said, altro grande intellettuale palestinese da poco scomparso e anche lui figlio della Nakba , diceva che la poesia di Darwish «non era un rifugio lontano dall’esistenza consueta, ma una battaglia tra la poesia stessa e la memoria collettiva, dove una preme sull’altra». Fin dal suo esordio nel panorama della poesia araba, amava assimilare il testo ad una “partitura musicale” che lui molto spesso recitava pubblicamente. La sua voce carismatica e le sue parole sono state un ripetuto appuntamento che ha richiamato migliaia di persone in tutto il Medioriente e non solo.
«Quando l’uomo perde tutto, proprio tutto, persino l’esilio in cui annientarsi, resta il canto che si ripeterà e s’innalzerà fino agli abissi dei mari. E’ un altro miracolo nel racconto a episodi della storia del popolo palestinese. Niente esilio, niente patria. Ma c’è una cosa di cui nessuno mi può privare: la poesia e il canto».
La sua bibliografia è composta da quindici spessi volumi di poesie e cinque di opere in prosa scritti quasi completamente in lingua araba e tradotti ormai in 20 lingue. Purtroppo i lettori italiani non sono così fortunati. Sono solamente tre i libri disponibili nelle nostre librerie: Oltre l’ultimo cielo (Edizioni Epoché, 2007, 14€), Una memoria per l’oblio (Edizioni Jouvance, Roma 2002, 15€) e Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 2001, 18€). Fortunatamente molte sue poesie e prose sono state tradotte e inserite nelle più importanti antologie di letteratura araba palestinese.
Mahmoud Darwish scriveva per dimostrare la sua esistenza, per urlarla in faccia ad un nemico che voleva privarlo proprio di quella. Era il cantore della libertà e delle catene spezzate, del pane preparato dalle mani materne, dell’ulivo e dei frutti della sua infanzia. La Palestina piange il suo più dolce poeta. Che il suolo della sua terra gli sia lieve come una carezza.

12/08/2008

Anche su LIBERAZIONE!

13 luglio 2008 2 commenti

Beirut, i giorni dopo la tempesta tra macerie e odore di morte

 di Valentina Perniciaro

Due anni. Sono passati due anni dall’ultimo attacco al Libano, sesta guerra arabo-israeliana in 60 anni, terzo conflitto israelo-libanese.
Non sapremo facilmente quanto tempo prima era stato pianificato dall’esercito israeliano, quello che sappiamo è l’evento usato per legittimare l’inizio dell’Operazione “Giusta Retribuzione”. Il 12 luglio 2006 miliziani di Hezbollah colpiscono due pattuglie israeliane sulla linea di confine uccidendo tre soldati dell’Idf e facendone prigionieri altri due, Ehud Goldwasser e Eldad Regev, durante un’operazione che il leader del Partito di Dio, Hasan Nasrallah, denominerà “Operazione Giusta Ricompensa”. Territorio dell’attacco è proprio la linea di confine tra Israele e Libano, nella zona di sicurezza tra i due stati che Israele aveva occupato dal 1978 per 23 anni.
«Se i soldati non saranno riconsegnati riporteremo il Libano indietro di 20 anni», da questa dichiarazione del Capo di Stato Maggiore israeliano alla scientifica realizzazione di questo piano passano meno di 24 ore. Il 13 luglio, alle prime ore dell’alba iniziano i bombardamenti dell’aviazione dell’Israel Defence Force che puntano a colpire le principali infrastrutture. In poche ore viene imposto il blocco aereo e navale, bombardato l’aereoporto internazionale, distrutta l’autostrada che collega Beirut con la vicina Damasco, in Siria.
La sesta Guerra durerà poco più di un mese; cesserà ufficialmente il 14 agosto anche se le operazioni nelle zone più calde termineranno realmente l’8 settembre (le truppe israeliane lasceranno completamente il paese solo a dicembre).
Un conflitto che in 32 giorni uccide 1200 civili, di cui il 30% sotto i 13 anni ed ha completamente devastato un paese che aveva iniziato da poco a ricostruirsi dopo vent’anni di Guerra civile e d’occupazione militare.
I numeri sono impressionanti: l’Idf ha sparato più di centomila colpi, distruggendo 600 kilometri di strade, 73 ponti, aereoporti, impianti di depurazione dell’acqua, centrali elettriche, 350 scuole, 2 ospedali e più di 130.000 case. Per 32 giorni i caccia di Tel Aviv non hanno mai cessato di colpire, polverizzando la quasi totalità dei villaggi dell’estremo meridione del paese, quella fertile striscia di terra tra il fiume Litani e il confine israeliano. Ma è stata anche la zona della resistenza, l’area che ha bloccato l’avanzata delle truppe di terra, distruggendo decine di Merkava (gli “invincibili” tank dello Tsahal) e uccidendo molti uomini delle truppe speciali d’assalto. Le milizie di Hezbollah hanno resistito in modo inaspettato, sfruttando decine di chilometri di cunicoli e avanzata tecnologia, colpendo di sorpresa i preparatissimi soldati israeliani che per diverse settimane si sono impantanati attorno ai villaggi di Bint Jbeil e Marun al-Ras.
Il cessate il fuoco viene dichiarato, con l’intermediazione delle Nazioni Unite, il 14 agosto 2006. Le truppe di Tel Aviv tornano a casa, per la prima volta senza la vittoria in pugno, mentre Hezbollah ordina a tutti i profughi di tornare rapidamente per riscostruire il paese e festeggiare la «divina vittoria»: il Libano è completamente distrutto, le perdite umane ed economiche sono incalcolabili. 
Il confine tra Siria e Libano a pochi giorni dall’inizio della tregua, appare come un’infinita colonna di camion, carichi di scorte alimentari, che da quasi 40 giorni attendevano un lasciapassare, sotto il cocente sole dell’antilibano. Un confine totalmente mutato da centinaia di famiglie che tentano di tornare a casa con il loro carico di materassi, figli, dolore e speranza di trovare ancora pezzi del proprio passato in vita. I ponti lungo il percorso sembrano adagiati al suolo da mani enormi e macabre, quasi fossero precipitati intatti, addormentati a terra come lingue d’asfalto senza senso. La vecchia Pontiac che deve portarci in città percorre solamente strade secondarie; le autostrade (modernissime rispetto al resto del Medioriente) sono fantasmi che accompagnano il percorso da lontano, inagibili, spezzate da crateri non aggirabili. Beirut appare sempre dall’alto, insieme al mare. Solo da lontano sembra la città di sempre. Anche prima di quest’ultimo delirio bellico era la città delle contraddizioni, con una ricostruzione opulenta e occidentale che affiancava i nuovi grattacieli agli scheletri delle case crivellate, accavallava il lusso ostentato dei padroni della speculazione edilizia a campi profughi sovraffollati e periferie poverissime.
A poche ore dal cessate il fuoco il centro città ostenta la tranquillità immutata, l’illeso potere d’acquisto delle classi dirigenti, degli speculatori della ricostruzione, la bellezza disarmante di corpi femminili esposti sul lungo mare come una Miami mediterranea. Ma basta fare poca strada su un taxi collettivo per scontrarsi faccia a faccia con quella tempesta d’odio cieco appena terminata, con le donne d’un altro colore.
La strada per l’aereoporto internazionale è sempre stata manifesto di questo contrasto: si lasciano i luminosi grattaceli costeggiare gli accessi ai campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, tristemente noti per il massacro del 1982.
Ora è la strada della polvere, dell’odore insopportabile, la strada percorsa da chi smuove macerie e tenta di ricominciare, la strada perlustrata da chi vuole vedere realmente cosa è successo, cosa è stato l’ultimo attacco.
Riattraversare le minuscole viuzze del campo non è molto diverso dall’ultima volta, se non per uno stupore maggiore negli occhi di chi ci vede arrivare; quei vicoli hanno sempre vissuto nella distruzione, a causa di una ricostruzione mai permessa, da quel settembre di 24 anni prima. 
Raida, la giovane donna drusa che anni prima ci aveva portato a visitare molti campi del sud del paese è stata difficile da trovare, ma sapevo che i bimbi di Chatila me l’avrebbero fatta raggiungere. Arrivo al termine di una lezione di formazione al lavoro per giovani disoccupate del campo. E’ un abbraccio che trasmette tutta la guerra; il suo volto inevitabilmente cambiato, provato. «Il terrore dei bombardamenti non ci lascia e non lascia nessuno. I bambini, ma non solo, non riescono ancora a dormire; ricominciare questa volta sembra più faticoso del solito. Anche se ci siamo abituati. Tutto è stato colpito, dal cielo e dal mare; sono stati usati armamenti sconosciuti, bombe di ogni genere. Non potrò mai dimenticare quel bombardamento silenzioso, quelle bombe che esplodevano enormi senza fare alcun rumore, se non quello del cemento che si frantumava». La strada dai campi al quartiere sciita di Haret Hreik, roccaforte Hizballah, è breve. Il ponte che separa le due zone è abbattuto. Arrivare ad Haret Hreik ha volatilizzato la capacità di parlare, la lucidità, anche la capacità di respirare perché l’aria non era più definibile tale. 
E’ polvere, polvere irrespirabile: le bombe hanno colpito il quartiere a tappeto, ci si trova davanti a palazzi di dieci piani completamente distrutti, a strade, piazze, negozi, scuole colpite da ogni tipo di armamento.
Un quartiere avvolto da un’atmosfera silenziosa, malgrado il formicaio di persone che lavorano incessantemente per rimuovere le macerie e tentare l’inizio della ricostruzione. Un silenzio inaspettato, al centro dell’inferno.
Guardando i palazzi dalla strada si entra in quella che era la vita di migliaia di famiglie, si viola con lo sguardo ognuna di quelle stanze con ancora armadi aperti e cornici appese: l’ennesima violenza perpetrata contro la dignità e l’intimità di quelle persone. 
Un negozio di vestiti da sposa non si piega alla polvere e alla devastazione e mostra il vestito più bello. La sposa di Haret Hreik cattura lo sguardo, immobile ed elegante; insegna a sopportare quell’orrore. Guarda orgogliosa davanti a sé: monito d’eleganza e resistenza. E’ il simbolo di quello che ho davanti e che non so descrivere né spiegare. Lei sembra conoscere la strada per riprendere un respiro normale, lei sembra sorridere a quella polvere maleodorante: è lì a dimostrare che si può ancora ricominciare.

Libano: riattraversare un confine

12 luglio 2008 2 commenti

Libano – 10.7.2008
Riattraversare un confine
Due anni dopo l’attacco israeliano, Beirut racconta le sue ferite
 

foto e testo di
Valentina Perniciaro
Non è facile riattraversare un confine di un paese che ti è entrato nell’anima, sapendolo polverizzato. Già dalla frontiera tra Siria e Libano, malgrado la guerra fosse finita da una ventina di giorni, si capiva che aveva mutato ogni profilo: colonne di camion carichi di scorte alimentari, fermi da settimane sotto il caldo sole di un’estate mediorientale; famiglie incolonnate che rientravano nel paese dei cedri dopo essere state rifugiate a Damasco per settimane.
Varcare il confine è stato scoprire la polvere. Scoprire come è facile trasformare infrastrutture, palazzi, strade e piste di atterraggio in polvere e come è impossibile far la stessa cosa con un popolo intenzionato a resistere. Strade sconosciute mi hanno portato a Beirut, parallele alle già percorse autostrade ora bombardate, ai ponti che giacevano al suolo, quasi intatti, come se ci fossero stati poggiati da enormi mani.
Beirut, come sempre, appare all’improvviso, quando abbandoni le montagne per scendere verso il mare… appare elegante, avvolta nella sua umidità e nella sua nuova nuvola di polvere. Una polvere irrespirabile, sottile, capace di insinuarsi e lacerare ogni respiro, di affaticare il passo, di infastidire lo sguardo. Beirut è una città di contraddizioni lancinanti e poco velate. Beirut è una città dalle tante facce, occidentale, ricca, laica…la città delle belle donne, delle macchine di lusso, dei locali sul lungomare, delle enormi piscine, dell’ostentazione del lusso: Beirut in alcuni punti ha il sapore della Florida con gli odori d’Oriente. Ma Beirut è anche case distrutte da vent’anni di guerra civile, è una città estremamente religiosa, divisa, sofferente; una città dove le periferie si incastrano ai campi profughi palestinesi, dove l’odio può esplodere letale in ogni momento.
Dopo la sua sesta guerra Beirut appare ancora più avvolta dalle sue contraddizioni, che scompaiono rapide quando il panorama si fa avvolgere da quella polvere dal sapore di morte. Appena si scende verso Chatila, sulla martoriata strada per l’aeroporto internazionale e si arriva ai quartieri sciiti, ci si dimentica subito della lussuosa downtown. Haret Hreik, quartiere sciita e roccaforta Hizballah dona un benvenuto struggente. Un quartiere di periferia dagli enormi palazzi, ridotti in polvere. Tutto è in movimento, la ricostruzione gestita dal “Partito di Dio”è inarrestabile. Cumuli di macerie vengono spostati verso il mare, mura vengono definitivamente abbattute e velocemente ricostruite, la popolazione è tutta a lavoro o a far andare avanti le attività lavorative come se nulla fosse passato sui loro cieli. Tra le strade di questa periferia dalle donne nere, si inizia a respirare la forza della resistenza, più potente di quella polvere letale che invano ha provato a coprire, a piegare, a sciogliere.
La sposa di Beirut mi ha insegnato a sopportare quell’odore, quell’orrore.
Sospeso tra l’esser donna immago e resistente, quel manichino mi è apparso il simbolo di quello che avevo davanti e che non sapevo descrivere nè spiegarmi. Lei sembrava conoscere la strada per riprendere un respiro normale, lei sembrava sorridere a quella polvere puzzolente: era lì a dirci che non solo si doveva andare avanti, ma bisognava farlo con la sua eleganza, con quella bellezza che malgrado tutto riusciva a trasmettere solo serenità. La sposa di Beirut, sembrava coronare il suo amore su quel cemento sbriciolato, la sposa di Beirut appariva capace di coprire quei rumori con un canto di lotta e d’amore, di insegnare a quelle donne velate la bellezza del suo viso scoperto, di reagire allo stupro di quella terra. Sapeva di speranza, di ribellione, di poetica ed immortale bellezza. Mentre la ricca Beirut beveva cocktail in riva al mare, mentre faceva jogging per tenersi in forma, i quartieri sciiti urlavano di dolore e d’odio. Muovono macerie, allattano bambini, sorridono e faticano sapendo che non sarà l’ultima volta, che dovranno insegnare la stessa cosa ai loro bei bimbi.
A ricostruire continuamente, a non arrendersi, ad amare la propria terra e i rifugiati che in essa sono ospitati da decenni, ad odiare quello che cade dal cielo, quelle bombe cieche sporche sempre dello stesso sangue.

 

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belli!

19 giugno 2008 Lascia un commento