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Sgomberi in Via dei Volsci, giovedi mattina tutt@ a difendere le sedi!
È la stanza di tutte noi.
È la sede da cui siamo partite per tante manifestazioni femministe e lesbiche.
È il luogo dove immaginiamo e costruiamo un mondo senza la violenza degli uomini sulle donne.
È lo spazio collettivo che tutte noi vogliamo difendere.
La Sede al numero civico 22 di via dei Volsci a Roma fa parte della grande occupazione politica e abitativa di via dei Volsci del 1977.
Nel 1989 la Sede del 22 è diventata femminista!
In tutti questi anni la Sede del 22 è sempre stata vissuta e attiva.
Da 20 anni usiamo la Sede del 22 per intrecciare percorsi di lotta contro la violenza sulle donne, per organizzare mobilitazioni e incontri nazionali, per sviluppare percorsi politici e culturali femministi e lesbici.
La Sede del 22 è il luogo di donne che ospita e quindi rende possibile pratiche e pensieri di liberazione collettiva per tutte noi.
Dopo anni di tentativi di sgombero e tentativi di vendite all’asta delle sedi politiche di via dei Volsci, è stato notificato lo sgombero per la nostra Sede del 22 e per quella del numero 26.
La Sede è di proprietà di una società immobiliare fallita che a sua volta l’aveva comperata da un altro fallimento immobiliare. Questa catena di speculazioni si ripete da vent’anni, in una città in mano a costruttori senza scrupoli e palazzinari.
Lo sgombero della Sede del 22 è previsto per il 21 gennaio 2010.
Denunciamo questo tentativo inaccettabile di rimozione e chiusura di uno dei pochissimi spazi politici per donne e lesbiche a Roma.
Difendiamo la Sede del 22 come spazio separato vitale per la nostra autonomia di pensiero e di autodeterminazione.
L’esperienza dei Collettivi, dei Centri antiviolenza e delle Case delle donne testimoniano le centralità degli spazi fisici nei percorsi di liberazione delle donne e delle lesbiche.
Sosteniamo questo luogo liberato dall’ingerenza patriarcale, da costrizioni monetarie, controllo politico, e fondamentale per la costruzione di percorsi di lotta contro l’oppressione di genere e contro la violenza sulle donne.
Per difendere questo spazio, la Sede del 22, chiamiamo tutte le donne, femministe e lesbiche:
21 Gennaio 2010 – mattina: COLAZIONE AL 22
Le compagne femministe e lesbiche del 22
Un fiume in piena
Ecco perchè questo blog da un po’ di giorni ha chiuso i battenti!
Per un po’, abbiamo altro da fare.
Di estremamente meraviglioso…
Pedagogia carceraria…
Sarà colpa della maternità, ma certe cose che sarebbero sfuggite al mio sguardo, ora ci si impigliano.
Ecco come ci abituano a questo bel mondo, ecco come ci chiedono di far le madri.
Da un sito per neo-aspiranti-future mamme ecco una bel consiglio su come educare e far giocare i nostri figli,
per garantirci un futuro di silenzio, controllo, coercizione, gestione dei corpi e delle persone:
Una volta si chiamavano box oppure recinti, ma se volessimo usare una parola più forte ma assai efficace diremmo che sono piccole prigioni. In inglese, tuttavia, suona meno crudo: jail, così le chiamano su Amazon, dove sono veri e propri bestseller. A differenza del box sono più spaziosi, si possono spostare facilmente in qualunque parte della casa e anche in giardino e possono ospitare più bambini insieme, anche quando sono un po’ troppo cresciuti per stare dentro un classico box. Nonostante all’apparenza siano piuttosto brutti, specialmente per l’idea di reclusione che portano con sé, risultano molto comodi per tenere sotto controllo i bambini quando si è all’aperto o per evitare che gattonino qua e là per casa rischiando di farsi male mentre noi siamo impegnate a cucinare o riordinare o lavorare al pc. I bambini mantengono, comunque, una certa libertà d’azione perché lo spazio è abbastanza esteso. Quello in foto si può acquistare online a circa 60 dollari, è smontabile e richiudibile per non occupare spazio inutile quando non si usa e si può rimontare modificando spazi e forma secondo quanti bambini dovrà ospitare. Vi convince?
Israele e gli “organi” palestinesi …
IL GOVERNO EGIZIANO CONTINUA A BLOCCARE I PARTECIPANTI ALLA GAZA FREEDOM MARCH.
Nel frattempo, da Infopal, un po’ di notizie di qualche giorno fa, da non lasciare nel dimenticatoio
Nazareth – Infopal. Il deputato palestinese nel parlamento israeliano Ahmad at-Tibi, capogruppo del Blocco Arabo Unito, ha rivelato che negli anni Novanta l’Istituto medico forense israeliano “Abu Kabir” ha “prelevato frammenti di tessuto cutaneo, cornee, ossa, e talvolta valvole mitraliche, dai cadaveri dei palestinesi uccisi dagli israeliani, per trapiantarli ai soldati israeliani”.
At-Tibi ha affermato che “nella serata del 18 dicembre 2009, il secondo canale della televisione israeliana ha trasmesso un dossier contenente registrazioni audio del direttore dell’Istituto Abu Kabir mentre raccontava alcune realtà che non sono state rese pubbliche in passato e che confermano che negli anni Novanta dai cadaveri arrivati presso l’Istituto sono stati estratti frammenti di tessuto cutaneo (dalle schiene, in particolare, per trapiantarli a soldati feriti o ustionati), senza il consenso delle famiglie dei defunti”.
Egli ha anche detto che il rapporto ha evidenziato che il responsabile di questo progetto era l’ufficiale dell’Esercito Aryeh Eldad, attualmente deputato del Parlamento israeliano.
Nello speciale della tv israeliana è stato confermato che dai cadaveri sono state prelevate le cornee. Nancy Scheper-Hughes, docente all’Università di Berkeley, ha incontrato dieci anni fa il direttore dell’Istituto e ha registrato i suoi discorsi su questi fatti. Ha detto alla televisione israeliana: “È vero che le cornee ed i tessuti cutanei venivano presi dai palestinesi e dagli israeliani, ma il fatto grave è che la pelle veniva presa dai palestinesi e poi applicata ai soldati israeliani loro nemici”.
At-Tibi ha dichiarato: “Possono prelevare da israeliani per altri israeliani, ma con il consenso della famiglia, ma come si fa a prelevare gli organi di palestinesi per i soldati che li hanno uccisi?!”. “Tuttavia gli israeliani non uccidono un palestinese per prendergli gli organi, ma perché lotta o manifesta contro di loro, poi ne approfittano per prelevare dal suo cadavere gli organi e trapiantarli ai soldati israeliani, come hanno rivelato sia il secondo canale israeliano che gli stessi funzionari dell’Istituto”.
Ha poi aggiunto: “Tutto ciò si ricollega all’inchiesta del giornalista svedese pubblicata alcuni mesi fa su fatti simili e che ha fatto infuriare il governo israeliano, il suo ministro degli Esteri Lieberman e tutti i media israeliani”.
At-Tibi ha affermato che, a seguito di fatti simili, qualche anno fa aveva presentato un’interrogazione all’allora Ministro della Sanità israeliano Nissim Dahan: quest’ultimo non confermò né smentì il contenuto dell’interrogazione, ovvero se istituti israeliani prelevavano organi dai martiri palestinesi senza il consenso delle loro famiglie. Vi si riferiva che i tessuti cutanei pelle venivano depositati in un’apposita “banca”, dalla quale venivano poi prelevati per essere trapiantati a soldati israeliani ustionati o feriti durante le operazioni militari contro i palestinesi.
At-Tibi ha chiesto agli israeliani, e in particolare al Ministero degli Affari Esteri, di scusarsi con il giornalista del quotidiano svedese “Aftonbladet” per tutti gli attacchi lanciatigli contro due mesi fa, quando aveva rivelato il turpe fenomeno dello sfruttamento degli organi di palestinesi uccisi da parte degli israeliani.
Buon compleanno bimbo senza terra!
Il natale m’ha sempre innervosito.
Il natale mi rende antipatica.
Il natale mi piacerebbe se vivessi in un pianeta con meno di 2 miliardi di abitanti.
Il natale è solo il compleanno di un bambino senza terra, dateve tutt@ ‘na calmata!

Arrestato Jamal Juma’, portavoce della campagna contro il Muro
Free Jamal Juma’! – Free the anti-Wall prisoners!
Il 16 dicembre le autorità israeliane hanno arrestato Jamal Juma’. Questo arresto segue quello di Mohammad Othman, un altro attivista della Campagna Stop the Wall, e di Abdallah Abu Rahmeh, una figura di spicco in seno al comitato popolare di Bil’in contro il muro, così come quello di decine di altri che sono attualmente in carcere per la loro azione di difesa contro il Muro. Quest’ultimo arresto è l’ennesima prova dell’escalation di attacchi contro i difensori dei diritti umani palestinesi da parte di Israele che continua a reprimere il diritto alla libertà di espressione e il diritto di associazione.
Aderisci alla campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e per la libertà dei prigionieri del movimento contro il Muro! E’ fondamentale che la società civile globale esprima la sua solidarietà alle sue loro controparti palestinesi.
Le azioni raccomandate:
• Incoraggiare i soci a partecipare a questa campagna attraverso petizioni, manifestazioni e/o la scrittura di lettere e chiamate telefoniche. Si prega di fornire loro numeri e indirizzi di contatto.
• Sollecitare i vostri rappresentanti presso gli uffici consolari di Tel Aviv e Gerusalemme/Ramallah a sostenere il rilascio immediato di Jamal Juma ‘, Mohammad Othman, Abdallah Abu Rahmeh e degli altri attivisti contro il Muro. Vedi proforma lettera qui sotto. (Per verificare i contatti della tua ambasciata, vedere: http://www.embassiesabroad.com/embassies-in/Israel # 11725)
• Rendere noto all’Ambasciata di Israele presso il tuo paese a sapere che stai sostenendo una campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e degli altri prigionieri contro il Muro.
• Denunciare le misure prese a danno degli attivisti contro il Muro all’attenzione dei media locali e nazionali.
• Consultare e diffondere le notizie che appaiono nell sito, blog e gruppo di Facebook per quanto riguarda la questione:
Sito: www.stopthewall.org
Blog: http://freejamaljuma.wordpress.com/; http://freemohammadothman.wordpress.com/
Facebook: Free Anti-Wall prigionieri
Twitter: http://twitter.com/wallprisoners
Vi invitiamo a coordinare le varie azioni con noi, questo ci permette di sapere se ci sono altri attivisti e organizzazioni che stanno prendendo provvedimenti analoghi. Quanto migliore sarà il livello di coordinamento, tanto più efficace risulterà la nostra azione.
Per maggiori informazioni contattare: global@stopthewall.org
I FATTI
Verso la mezzanotte del 15 dicembre, i servizi di sicurezza israeliani hanno convocato Jamal Juma’ per un interrogatorio. Qualche ora più tardi, lo hanno ricondotto a casa sua. Una volta a casa, Jamal Juma’ è stato ammanettato, mentre i soldati hanno perquisito la casa per due ore, mentre la moglie e i tre figli piccoli stavano a guardare impotenti. Al momento di andarsene, i soldati hanno detto alla moglie che avrebbe potuto rivedere il marito solo attraverso uno scambio di prigionieri. Jamal Juma’ è stato quindi portato via e arrestato, col divieto di incontrare un avvocato o di ricevere familiari, senza che gli fosse fornita alcuna spiegazione per il suo arresto.
Jamal ha 47 anni, è nato a Gerusalemme e ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti umani palestinesi. L’obiettivo principale del suo lavoro è volto alla responsabilizzazione delle comunità locali perché reclamino i loro diritti umani di fronte alle violazioni dell’occupazione. E’ membro fondatore di diverse ONG palestinesi e reti della società civile e coordina la Campagna palestinese contro il Muro dell’Apartheid fin dal 2002. Il suo ruolo è riconosciuto a livello internazionale, è stato più volte invitato a presentare all’estero il dramma rappresentato dal Muro ed è intervenuto anche presso le Nazioni Unite. I suoi articoli e le sue interviste sono ampiamente pubblicate e diffuse e la sua opera è stata tradotta in diverse lingue. Essendo un personaggio di grande visibilità, Juma ‘non ha mai tentato di nascondere o mascherare le sue attività.
Quello di Jamal Juma’ rappresenta l’arresto di più alto profilo all’interno di una crescente campagna di repressione tesa a colpire la base diella mobilitazione contro il Muro e le colonie. Inizialmente sono stati arrestati attivisti locali dei villaggi colpiti dal Muro, ma recentemente le autorità israeliane hanno cominciato a spostare la loro attenzione sui difensori dei diritti umani di fama internazionale, come Mohammad Othman e Abdallah Abu Rahmeh. Mohammad, un altro membro della campagna Stop the Wall, è stato arrestato quasi tre mesi fa, di ritorno da un giro di conferenze in Norvegia. Dopo due mesi di interrogatori, le autorità israeliane non essendo in grado di formulare accuse specifiche contro Mohammad, hanno emesso un ordine di detenzione amministrativa in modo da impedire la sua liberazione. Abdallah Abu Rahma, una figura di spicco nella lotta non violenta contro il Muro a Bil’in, è stato prelevato dalla sua abitazione da soldati a volto coperto nel bel mezzo della notte, e dopo una settimana è seguito l’arresto di JamalJuma’.
Con questi arresti, Israele mira a indebolire la società civile palestinese e la sua influenza sulle decisioni politiche a livello nazionale e internazionale. Questo processo criminalizza chiaramente il lavoro dei difensori dei diritti umani palestinesi e palestinesi, la disobbedienza civile.
E’ fondamentale che la comunità internazionale si mobiliti contro i tentativi di Israele di criminalizzare chi lotta contro il Muro. La politica israeliana mettendo nel mirino le organizzazioni che pretendono che vengano riconosciute le responsabilità dello stato ebraico, intende sfidare le decisioni dei governi e degli organismi internazionali, come la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), che denunciano le violazioni israeliane del diritto internazionale. Una sfida che non deve vincere
Lettera Pro Forma in italiano:
Cari x,
Vi scrivo per esprimere la mia più profonda preoccupazione per la detenzione di Jamal Juma’, avvenuta in data 16 dicembre. Chiamato per un interrogatorio dai servizi di sicurezza israeliani a mezzanotte, è stato mantenuto in detenzione da allora. Pur essendo in possesso della carta d’identità di Gerusalemme est, a Jamal Juma’ sono stati applicati dli ordini militari vigenti in Cisgiordania, in modo da impedirgli di incontrare un avvocato per la prima settimana del suo arresto.Nessuna accusa è stata fatta contro di lui. Temo che la detenzione di Jamal Juma’ sia il risultato della sua critica pacifica delle violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità israeliane. Le accuse contro di lui non sono state chiarite, ma non vi è motivo di credere che si tratta di un prigioniero di coscienza, arrestato solo per il suo lavoro sui diritti umani attraverso le organizzazioni legali. Il suo arresto segue una serie di altri arresti di natura analoga. Questo sembra dimostrare una violazione sistematica palestinese per la libertà di espressione e di riunione e un attacco sistematico rivolto ai difensori dei diritti umani palestinesi da parte delle autorità israeliane. Vi chiedo di prendere tutte le misure appropriate, comprese le inchieste amministrative e di protesta, al fine di garantire il rilascio immediato e incondizionato di Jamal Juma ‘e di ogni altro palestinese, difensori dei diritti umani. presente nelle carceri israeliane. Inoltre, pur essendo detenuto, egli deve essere protetto da ogni forma di tortura o maltrattamenti, e le condizioni della sua detenzione devono soddisfare i requisiti del diritto internazionale.
Grazie per la vostra pronta attenzione a questo problema urgente.
Cordiali saluti,
in inglese:
Dear x,
I am writing to you to express my deepest concern about the detention of Jamal Juma’ on December 16. He was summoned from his home for interrogation with the Israeli security at midnight and has been kept in detention ever since. Though Jamal Juma’ is a Jerusalem ID card holder, West Bank military orders have been applied to bar him for access to legal counsel for the first week of his arrest. No charges have been made against him. I fear that the detainment of Jamal Juma’ is a result of his peaceful criticism of violations of international law by Israeli authorities. The charges against him have not been made clear, but there is reason to believe that he is a prisoner of conscience, arrested solely for his human rights work through legal organizations. His arrest follows a number of other arrests of similar nature. This seems to show a systematic disregard for Palestinian freedom of expression and assembly and a full-scale attack on Palestinian human rights defenders by Israeli authorities. I ask you to take all appropriate measures, including official inquiries and protests, to ensure the immediate and unconditional release of Jamal Juma’ and the other Palestinian human rights defenders in Israeli prisons. Furthermore, whilst being held, he should be protected from any form of torture or ill-treatment, and the conditions of his detention should fulfill the requirements of international law.
Thank you for your prompt attention to this urgent matter.
Il punk non è mai morto e la storia non è ancora scritta. Anniversario della morte di Joe Strummer
Un piccolo omaggio a Joe Strummer nel settimo anniversario della sua morte.
Perchè non posso non farlo, perchè mi accompagna da sempre, perchè è uno di casa,
perchè senza Sid e Nancy chissà come sarei venuta su morigerata e brava: quindi uno a cui rendere per forza omaggio, anche solo per aver contribuito ad alimentare il lato “poco di buono” della mia personalità.
Lui che impregna il suo punk di un mondo musicale nuovo e rivoluzionario: lui, re della fusione e dell’anticonformismo,
lui, blasfemo ed oltraggioso personaggio che in molti non avrebbero mai voluto su un palco davanti ad un microfono.
Una rivoluzione, la sua voce e la sua chitarra: il rock ‘n roll e la cultura degli anni ’60 che si fondono col punk e con l’underground del post ’79.
Profetico e miracoloso il risultato.
Da London Calling a Sandinista, malgrado le critiche di chi dichiarava che dopo aver firmato con un’etichetta come la Cbs il punk si poteva dichiarare morto, bhè, la storia di un punk eterno e nuovo è scritta proprio da lui.
E dai suoi compagni di viaggio: una bomba ad orologeria per la benpensante, borghese, bigotta Inghilterra
“Io vorrei almeno che non si dicesse che i Clash sono stati solo un gruppo punk. Il punk è uno spirito molto più ampio della musica grezza e semplice che solitamente si identifica con quella parola. I Clash sono stati un gruppo di fusione, non una band di genere. Abbiamo mischiato reggae, soul e rock and roll, tutte le musiche primitive, in qualcosa di più della somma dei singoli elementi. Soprattutto, in qualcosa di più del semplice punk di tre accordi”.
1979. Joe Strummer: “Le riserve di petrolio dureranno ancora diecimila giorni”.
Giornalista: “Vuoi dire che ci restano diecimila giorni per trovare una fonte d’energia alternativa?”.
Joe Strummer: “No, voglio dire che ci rimangono ancora diecimila giorni per fare rock and roll”.
31 DICEMBRE: TUTT@ SOTTO IL CARCERE DI REBIBBIA
NON VOGLIAMO PIÙ CHE DI CARCERE SI MUOIA MA NEMMENO CHE DI CARCERE SI VIVA!
Da quanto tempo gridiamo queste parole? Da quanto tempo le scriviamo sui muri?
Le abbiamo impresse sulla copertina sin dalla prima Scarceranda!
Eppure di carcere si continua a morire e di carcere donne e uomini continuano a vivere sempre di più.
Nei 206 istituti penitenziari italiani sono stipati 65.719 uomini e donne, 9.000 in più dello scorso anno.
Il 37% ha sul documento di identità un timbro diverso dal nostro: li chiamano stranieri.
Il 25% ha fatto uso di sostanze stupefacente: li chiamano tossicodipendenti.
Quasi la metà, ossia 31.136 sono in attesa di giudizio, dunque innocenti.
Tra i 27 paesi dell’Unione, l’Italia ha il primato per la presenza in carcere di persone non condannate: il 47,3% di fronte a una media europea al di sotto del 20%. Quasi 20.000 persone in carcere hanno condanne inferiori ai 3 anni. E si continua a incarcerare chiunque appartenga alle fasce emarginate e disagiate.
Ma soprattutto in carcere si muore e il numero è in continua crescita. Dall’inizio del 2009 alla fine di novembre sono morte 168 persone detenute, di cui 66 per suicidio; in crescita rispetto allo scorso anno che era di 146 morti di cui 46 suicidi. Le morti in carcere, quando non sono suicidi, vengono definiti “da accertare” secondo la terminologia dei burocrati, in realtà le persone in carcere vengono uccise dalla mancata -assistenza medica, dalle condizioni degradanti del carcere, ma soprattutto dai pestaggi.
Come Stefano Cucchi, un ragazzo di 31 anni, assassinato dalla ferocia di tutte le istituzioni che l’hanno avuto “in consegna”: carabinieri, polizia penitenziaria, magistrati, medici. Perché in Italia si nega ma esiste la tortura che viene regolarmente sperimentata sulle detenute e i detenuti.
Ma quanti Stefano Cucchi vengono uccisi senza che se ne sappia nulla? Come Yassine El Baghdadi di soli 17 anni, registrato come suicidio il 17 novembre nell’Istituto per Minori (IPM) di Firenze, buttato in carcere per tentato furto. Il carcere come discarica dei problemi sociali: solo chi rifiuta o non sottosta alle leggi dei potenti finisce in carcere.
Oltre ai 206 istituti penitenziari, con annessi 6 Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ossia i manicomi criminali che annientano 1600 segregati, aumentati del 20% nell’ultimo anno, ci sono gli Istituti Per Minori –IPM- con 530 ragazzi e ragazze, e infine le celle di sicurezza delle questure di PS e delle stazioni dei CC, nelle quali transitano, mai indenni, decine di migliaia di persone.
Ma non basta ancora! Al paesaggio di sbarre, mura, celle e custodia si aggiungono le gabbie dei Centri di Identificazione ed Espulsione, i famigerati CIE, i lager in cui vengono rinchiuse le persone immigrate. Lì dentro donne e uomini subiscono violenze e soprusi, si ammalano e muoiono sotto lo sguardo complice degli operatori della Croce Rossa o degli altri enti gestori. Nell’ultimo anno, solo nel CIE di Ponte Galeria, sono morte per queste cause Salah Soudani e Nabruka Mimuni. Sono 13 le strutture presenti sul territorio nazionale per una capienza massima di 1814 persone ma deportazioni di massa e un’impossibile assistenza legale non permettono tuttora una trasparente stima dei reclusi e delle recluse. Un panorama devastante che è peggiorato in seguito all’approvazione del Pacchetto Sicurezza che ha prolungato fino a 6, i mesi di reclusione.
A questo punto dobbiamo farci delle domande non più rinviabili:
Cosa ne sappiamo di come si vive e si muore dietro quelle mura? Leggi e regolamenti non ci danno la risposta!
Ogni tanto la cosiddetta opinione pubblica viene a conoscenza di questi crimini di stato commessi dietro quelle sbarre e ne resta stupita. Allora sdegnata chiede diritti e garanzie, nuove leggi e regolamenti per chi sta dall’altra parte del muro.
Fino a quando assisteremo a questo massacro, esprimendo solo di tanto in tanto la nostra protesta?
La storia dei supplizi, della segregazione, della libertà tolta, in tutti i paesi e in tutte le epoche ci insegna che soltanto una pressione costante, continua, incalzante, può intaccare la ferocia di quella mostruosità che si definisce sistema di reclusione. Intaccarlo nella prospettiva dell’abolizione definitiva di questa barbarie.
Uno solo è il diritto che dobbiamo rivendicare, il diritto di indignarci e quindi il diritto di lottare!!!
La lotta contro il carcere e gli altri sistemi privativi della libertà va condotta tutti i giorni! Con efficacia e determinazione, unendo tutte e tutti quelli che odiano ogni gabbia.
Contro ogni carcere giorno dopo giorno
IL 31 DICEMBRE TUTTE E TUTTI SOTTO IL CARCERE DI REBIBBIA
dalle ore 11,00 alle 15,00.
Rifiuti invadono Atene sotto Natale
Se la passa proprio male questo nuovo governo greco.
Non bastava la rivolta ereditata dai precedenti governatori e per niente sopita,
non bastava la grande guerra del Pireo che sta coinvolgendo migliaia di lavoratori in una lotta per la sopravvivenza del loro posto di lavoro che ha portato al prolungato blocco totale del più grande porto mediterraneo diverse volte.
Non bastavano le carceri in rivolta, i migranti nei centri di permanenza o quelli che muoiono sulle spiagge…
ora sono arrivati anche i rifiuti o ricoprire le strade della capitale.
Liberatesi, non completamente sia chiaro, dei cassonetti in fiamme, delle carcasse delle macchine, dei pezzi di vetrine e di bancomata, delle migliaia di pietre, bottiglie, limoni e lacrimogeni che hanno caratterizzato gli scorsi giorni sia ad Atene che a Salonicco che in molte altre città greche ; ora a riempire le strade sono i rifiuti quelli veri. Dicesi Monnezza.
Come Napoli, come Palermo, anche la bella e insorgente Atene è letteralmente sommersa, con poche speranze di uscirne salva per le festività natalizie.
Lo sciopero degli operatori ecologici durato nove giorni è terminato da quasi una settimana ma la città non ha ancora respirato, se non nelle strade del centro.
Il vicesindaco ha annunciato di essere stato ovviamente costretto ad iniziare da scuole, ospedali, ministeri e dal centro della città: le periferie, arriveranno. Martedì le prime operazioni di ripresa del lavoro sono state nuovamente bloccate dallo sciopero dei lavoratori della più grande discarica di Atene, fatto che ha praticamente reso impossibili le operazioni di raccolta. Il perchè di tutto questo è molto semplice, quasi troppo semplice: tutti i lavoratori che stanno scioperando da giorni chiedono solo la trasformazione del loro contratto di lavoro da contratto a termine in uno a tempo indeterminato.
Quel che mi chiedo è ….. ma perchè tutti vanno a Copenhagen a farsi arrestare tutti i giorni su appuntamento e poi non sono mai andati in un anno a farsi una passeggiata per le strade greche, dove c’è una situazione sociale non calda ma incandescente da mesi e mesi. Lì bisogna andare, a non far spegnere la scintilla, a portare solidarietà, ad imparare come si lotta e come si sta per strada, tra la gente, come si occupa, come ci si difende gli spazi, come si contrattacca, come si può esser fieri e belli e metter paura.
Funerali di SherKhan
Giovedì 17 Dicembre alle ore 17:00 saremo a Piazza Vittorio per la veglia pubblica per Mohammed Muzzafar Alì, detto Sher Khan.
Ci saremo per ricordarlo e ricordare insieme a tutti gli antirazzisti le battaglie portate avanti insieme.
Ci saremo per ricordarci che ancora molto da fare se c´è ancora chi muore, di freddo, per strada…
Saremo insieme anche per denunciare pubblicamente le colpe di chi non lo ha assistito durante la detenzione nel C.I.E. di Ponte Galeria e fuori, quando è stato lasciato al suo destino.
Chiediamo a tutti di partecipare a questo momento di lutto che vuole anche essere un momento di riflessione collettiva sul da farsi affinchè le battaglie per i diritti dei migranti siano ogni giorno nelle strade e nella vita di questa città, nella vita di tutti noi così come lo è stato per Sher Khan.
Per chi voglia contribuire alle spese per il funerale e per il trasporto in Pakistan si può utilizzare il conto dell’associazione Senzaconfine, specificando nel bonifico “per Sher Khan” e mandando contestualmente una mail a senzaconfine@libero.it.
Conto n° 111215 intestato a Associazione Senzaconfine
Banca Popolare Etica – Roma
IBAN: IT91W0501803200000000111215
Associazione Senza Confine
Turchia: conversazioni in una sede del DTP, partito kurdo dichiarato fuorilegge
Oggi (14 dicembre) ho fatto visita ad una Sezione locale del DTP di un quartiere di Istanbul.
di Aldo Canestrari
Era una visita per me irrinunciabile: dopo la chiusura del partito, decisa dalla sentenza dell’11 dicembre dalla Corte costituzionale turca, avvertivo la necessità di ascoltare finalmente dalla viva voce dei membri del partito, e non solo da una caterva di pagine di giornali e notiziari sorbiti tramite Internet, le reazioni ed i commenti a tale evento.
Si tratta della sede del DTP di un quartiere della costa asiatica che si affaccia sul Mar di Marmara, zona altamente industrializzata, con alta percentuale di immigrati kurdi. Nella stanza erano presenti sei o sette membri del partito, l’atmosfera era vivace, attiva e serena. Subito ho chiesto se la loro sede aveva subito vessazioni. Una compagna del partito mi ha risposto che i fascisti si erano radunati sotto la sede, anche ieri, ma – ha aggiunto con una punta di orgoglio – non avevano avuto il coraggio di attaccare: “hanno paura di noi”.
Una notizia che non mi ha stupito: in questi giorni sono molte le sedi del partito che subiscono attacchi di varia portata, a partire dalla sede di Ankara, e sono numerosi anche i casi di attacchi ed aggressioni di strada ai kurdi, come quello verificatosi pochi giorni fa nel quartiere di Istanbul dove abito, Tarlabas, documentato da foto che mostrano gli aggressori fascisti armati di pistola e in atto di lanciare pietre; un giovane kurdo è stato ferito, poi – nei giorni successivi – gli autori dell’aggressione sono stati identificati e portati in questura, ma subito rilasciati (i ragazzi kurdi che lanciano pietre alle camionette blindate della polizia, invece, vengono condannati a decine di anni di carcere).
Ho voluto sapere quali erano state, nel loro quartiere, le reazioni dei kurdi alla chiusura. Mi ha risposto un “vecchio dirigente”, cioè uno che aveva vissuto tutte le precedenti chiusure dei partiti kurdi, dicendomi che questa volta la reazione prevalente era stata diversa: le altre volte la chiusura non aveva destato stupore, ma ora, dopo l’affermazione del partito in parlamento, dopo l’inizio di una fase di maggior partecipazione istituzionale e di apertture di dialogo, la reazione di amarezza e di delusione è assai maggiore, viste anche le prospettive che si erano recentemente aperte, di inizio di un possibile processo di pace. Maggior sconforto, maggiore rabbia, ma anche inalterata volontà di continuare la lotta, e di proseguire attraverso i metodi della partecipazione democratica.
Un altro argomento che abbiamo approfondito è stato quello della posizione dell’Europa in questa vicenda. Ho riferito ai miei interlocutori della notizia da me letta su Internet proprio stamane: le valutazioni negative espresse dal Presidente della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa sulla decisione turca di chiudere il DTP: una prospettiva incoraggiante per l’imminente esame della vicenda da parte della Corte europea dei Diritti umani.
Ma su questo tema i miei interlocutori hanno mostrato diffidenza e scetticismo sull’Europa. Come se ci si trovasse di fronte a una sorta di… “lacrime di coccodrillo”. Mi è stato fatto presente che, quando si dibatteva l’anno scorso la possibile chiusura del partito di governo, l’AKP di Erdogan, l’Europa aveva protestato a gran voce sin dall’inizio; ora invece si limita, a cose fatte, ad esprimere una tiepida disapprovazione. E pure il contesto generale dell’atteggiamento europeo sulla questione kurda viene valutato con scetticismo: il dirigente di partito mi dice che, mentre in un primo tempo l’Unione europea aveva mostrato posizioni coraggiose, ora si sono rinsaldati i legami politici con il governo di Erdogan, e, soprattutto, si sono intensificati gli investimenti ed accordi economici europei in Turchia, creando una rete di interessi economici che induce l’Europa ad un orientamento benevolo verso il governo turco.
Il gruppo parelamentare, mi è stato confermato, dovrebbe lasciare il Parlamento (di propria spontanea volontà e come atto di protesta, poiché i parlamentari, essendo stati eletti come indipendenti e non come partito, in teoria potrebbero resare in parlamento anche dopo l’avvenuta chiusura del partito, se lo volessero). L’appuntamento decisivo sarà alle prossime elezioni politiche, previste per l”11 luglio 2011.
Ma sin da ora, come titola il fascicolo odierno del quotidiano kurdo “Günlük”, la parola è al popolo, che ovunque ha manifestato in piazza, nonostante i continui e violenti attacchi della polizia, per testimoniare il proprio sostegno al partito.
Anche da altri partiti e gruppi politici democratici, mi è stato detto, esponenti e delegazioni sono venuti nella sede di quartiere del DTP ad esprimere la loro solidarietà.
Ho voluto quindi sapere quali sarebbero state le conseguenze della chiusura del partito sulle moltissime Municipalità governate dal DTP. La risposta è stata confortante: nulla di serio muterà. Solo quattro sindaci, in quanto presenti nella lista delle persone colpite dal provvedimento della Corte costituzionale, decadranno, mentre nessuna Municipalità sarà colpita: i Consiglieri e le Giunte municipali permarranno immutate (e rieleggeranno sindaci anche dove i quattro sindaci colpiti sono decaduti), solamente non potranno più valersi della sigla del DTP, bensì di quella del… nuovo nascituro partito kurdo. Sì, perché questo è stato l’argomento più confortante dell’incontro: il nuovo partito kurdo sta nascendo, in pratica c’é già, anche se non sarà breve il periodo del… “trasloco”. Si chiama (sì, è già stato… “battezzato”…) “Partito della Pace e della Democrazia” (“Baris ve Demokrasi Partisi”), e mi è stata anche mostrato il drappo della nuova bandiera: su sfondo giallo campeggia una quercia (assai più alta, robusta e frondosa di quella che fu dei DS italiani…).
Istanbul, Aldo, 14 dicembre 2009
Aggressione a Berlusconi: è guerra civile borghese, non c’entrano nulla gli anni 70
L’aggressore è uno squilibrato e in piazza a contestare il leader del Pdl non c’erano i centri sociali ma giovani che sventolavano Il Fatto,quotidiano portavoce del giustizialismo populista più fazioso, «destra d’opposizione» qualunquista, reazionaria, ultralegittimista, borghese e forcaiola
di Paolo Persichetti, Liberazione 14 dicembre 2009
“Tutta colpa degli anni 70, madama la marchesa!”. Gli stessi che oggi ripetono come un ritornello questa frase, negli anni 70 se la prendevano con gli scioperi e i sindacati.
Domenica sera, Silvio Berlusconi era stato appena colpito mentre salutava la folla alla fine del suo comizio che subito sulle televisioni e nei commenti a caldo dei politici venivano evocati gli anni 70, anzi il loro spettro. Prim’ancora che fosse reso noto il nome dell’aggressore, si era già scatenata la caccia al suo possibile identikit politico-culturale. Sospettati numero uno: gli «antagonisti» (che poi con gli anni 70 non c’entrano nulla). Sembrava proprio che dovesse essere uno di loro, anzi non poteva che essere un «militante dei centri sociali». Gli speaker trasmettevano ai telespettatori l’ansia spasmodica per una conferma del genere. Il leader della lega, Umberto Bossi, non aveva dubbi: il lancio di un souvenir acquistato su una bancarella limitrofa al luogo del misfatto altro non era che un «atto di terrorismo».
Vedrete che fra un po’ ne vieteranno l’acquisto. Quando il nome del quarantaduenne Massimo Tartaglia è arrivato sulle agenzie, la giornalista di Canale 5, lasciando trapelare un certo rammarico, precisava che l’individuo era sconosciuto alla digos e non risultavano segnalazioni o precedenti penali a suo carico.
Non era il tanto atteso «militante dei centri sociali» e nemmeno uno che aveva frequentato le galere per motivi politici. Niente di tutto questo. Si trattava soltanto di un anonimo cittadino senza militanza politica alle spalle, certo fomentato dall’antiberlusconismo dell’ultimo periodo ma con una decennale storia clinica legata ad uno squilibro mentale emerso, a quanto sembra, quando era diciottenne, tanto che la psicologa che lo aveva in cura è stata convocata in questura per assistere all’interrogatorio. L’uomo, infatti, è subito apparso agli inquirenti in stato confusionale, incapace di tenere discorsi coerenti. Se così stanno le cose, che c’entra allora il clima da anni 70 chiamato in causa anche il giorno successivo sui giornali? La domanda è più che mai opportuna perché rinvia alla giusta comprensione di quel che sta accadendo in Italia negli ultimi tempi. In piazza a contestare il comizio del presidente del consiglio non c’erano i centri sociali e nessun altra componente della galassia antagonista, ma alcune centinaia di giovani che sventolavano Il Fatto quotidiano portavoce del giustizialismo populista più fazioso e la cui ferocità è speculare solo ai discorsi dei leghisti e di alcuni esponenti del Pdl.
Un pezzo delle molteplici anime che compongono il popolo viola, sicuramente il peggiore, certamente un settore che, nella caotica e instabile geografia dalle fragili identità culturali attuali, può essere classificato come una «destra d’opposizione»: qualunquista, reazionaria, ultralegittimista, forcaiola. Espressione dell’indignazione di ceti sociali medioborghesi che si abbeverano sui testi di Travaglio e Saviano, che guardano in tv Anno zero, ascoltano i discorsi di Di Pietro, leggono D’Avanzo e Bonini su Repubblica. Di nuovo la domanda: perché evocare gli anni 70?
Un’epoca intrisa di marxismo dove gli attori in movimento erano altri e la società veniva letta utilizzando paradigmi meno semplificatori, legati ai conflitti e alle interazioni tra blocchi sociali e senza quella delirante contraddizione in termini presente oggi in chi assalta palchi in nome della legalità e della magistratura. Sorge il sospetto che alla fine gli anni 70 siano solo un comodo capro espiatorio verso il quale indirizzare la vendetta. In primis per quella guerra civile simulata, e tutta borghese, che Berlusconi in persona conduce con grande abilità. «Guerra civile legale» o «guerra civile fredda», sono solo alcune delle definizioni coniate dagli studiosi per descrivere situazioni di conflitto simili a quelle che si vivono in Italia oggi. Uno scontro molto duro divide verticalmente la borghesia italiana. L’ala condotta da Berlusconi fronteggia l’asse storico dei potentati economici italiani, capeggiati dal gruppo editoriale Repubblica-Espresso guidato da De Benedetti. Tanto più speculari sono le parti in conflitto, tanto più lacerante è il livello dell’inimicizia espressa.
Il ceto politico ricalca questa divisione, diversamente da quanto accadeva durante la prima repubblica quando dietro le quinte anche Berlinguer e Almirante arrivavano a parlarsi, sia pur mimando in pubblico una reciproca distanza ostile. Uno scontro agitato da metafore buone per una popolazione ridotta a spettatrice sugli spalti delle arene giudiziarie. Le metafore sono quelle dei mafiosi da una parte e dei comunisti dall’altra con cui le due opposte fazioni si etichettano. La personalizzazione della politica, tanto efficacemente interpretata da Berlusconi, figlia del presidenzialismo virtuale che la costituzione materiale ha di fatto imposto a quella legale, attira come una calamita sul corpo del premier consenso e dissenso, venerazione e odio delle folle. Negli Usa 4 presidenti e un candidato sono stati uccisi, altri 10 hanno subito attentati. Stessa sorte per i capi di Stato francesi, compresi i due colpi di carabina esplosi contro Jacques Chirac il 14 luglio 2002. Verrebbe da dire: è il presidenzialismo, bellezza!
Polsi e caviglie di Francesco Mastrogiovanni
Prendo quest’articolo da “Il Mattino” di oggi.
La verità sulla morte di Francesco Mastrogiovanni, maestro di una scuola di un comune del cilento, morto dopo un TSO e quasi 4 giorni di agonia su un letto di contenzione, sembra venire fuori. I segni sul suo corpo sono chiari.
Polsi e caviglie sfregiati. Segni di ferite profonde anche quattro centimetri. La testimonianza di un calvario. Lo strazio prima della fine. È quel che resta di Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare di Castelnuovo Cilento, 58 anni, morto il 4 agosto all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania.
Dopo tre giorni e mezzo di ricovero. In trattamento sanitario obbligatorio. Ottanta ore legato mani e piedi ad un letto di contenzione. Senza cibo: lo alimentavano con soluzioni fisiologiche. Senza nessuno che raccogliesse la sua disperata voglia di libertà. Lui ha tentato di strapparsi quelle funi che lo inchiodavano al letto della follia. Così si è procurato le lesioni. Prima di morire per un edema polmonare acuto. Le immagini del corpo segnato del ”maestro più alto del mondo” – così lo chiamavano gli alunni cilentani in omaggio al suo metro e novanta di statura – sono le foto scattate al momento dell’autopsia. Un album dell’orrore a corredo della consulenza medico-legale chiesta dalla Procura di Vallo. Che indaga sulla fine di Mastrogiovanni. Omicidio colposo, l’ipotesi di reato. Diciannove persone, sette medici e dodici infermieri, i destinatari dell’avviso di conclusione indagini firmato dal pm Francesco Rotondo. Sotto inchiesta l’intero reparto di psichiatria del San Luca, guidato da Michele Di Genio, sospeso a ottobre dall’incarico per volere del commissario dell’ex Asl Salerno 3. Il dubbio dei magistrati è se Mastrogiovanni sia stato trattato in ospedale come medicina – oltre che pietà – impone. «Il trattamento di contenzione è stato rispettoso dei protocolli», dicono i sanitari interrogati in settimana in Procura. «I segni marcati rinvenuti sul corpo non si spiegano con una logica medico-curativa», ribatte la famiglia attraverso i suoi legali. Per ora ci sono le foto dello scempio. Testimoni di una morte dolente. Dopo una vita tribolata. Border line. Segnata dall’accusa di un delitto politico. Negli anni settanta Francesco Mastrogiovanni, l’anarchico, fu processato per l’omicidio di Carlo Falvella, il giovane fascista ucciso a Salerno nel ’72. Venne assolto. Poi, nel ’99, un nuovo processo per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Condannato a tre anni, poi assolto in appello e pure risarcito per ingiusta detenzione. Storie che restano impresse nell’animo e nel carattere di Mastrogiovanni. Un carattere difficile. Irregolare. Eccentrico. Ma «gentile, premuroso soprattutto verso i bambini», come raccontano gli amici della sua nuova vita, quella da maestro in un borgo cilentano. Amici impegnati, oggi, a chiedere «verità per Francesco», come urlano i tatsebao issati dinanzi al Tribunale di Vallo nel giorno dei primi interrogatori dei medici indagati. Gli amici vogliono verità sul tunnel in cui Mastrogiovanni è finito. I giorni del ricovero. E prima, il trattamento sanitario obbligatorio disposto dal comune di Pollica perchè il maestro avrebbe «dato in escandescenze»
di Carla Errico Salerno
Piazza Fontana, 40 anni dopo
Uno pensa a certe cose e riflette sul “da quando sono nata che…”
e invece no, era molto prima. Molto prima, non tantissimo, scoppiavano le bombe nelle piazze, scoppiavano le bombe sui treni, scoppiavano le bombe nelle banche, pochi giorni prima di Natale.
La prima fu proprio lei, dentro la Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, precisamente 40 anni fa, tra qualche ora.
E allora penso al processo mentale di bambina, di giovane adolescente e di giovane donna poi che ho fatto per arrivare a capire quelle parole che mia madre mi ripeteva come fossero intoccabili: QUELLA ERA UNA BOMBA DI STATO, L’HANNO MESSA I FASCISTI, L’HANNO PAGATA I PADRONI.
?
Erano realmente intoccabili.
Cavolo: il percorso di comprensione della cosa è stato rapido. Dentro la mia testa rapidissimo, nella mia coscienza di comunista, di rivoluzionaria, di libertaria è entrato riga dopo riga, parola dopo parola, in un viaggio di conoscenza che m’ha portato a capire dove sono nata, dove stavo crescendo!
Il paese nato dalla Resistenza e dalla retorica incessante su di essa, che poi ha creato le leggi speciali, le carceri speciali, le strategie per eliminare qualunque diritto o rivendicazione proveniente dalla classe operaia, dal proletariato, dal meridione, dalle donne, dagli studenti. Quel paese faceva morire per strada, per lo scoppio di una bomba, e poi invocava carcere a vita per chi lottava, pochi anni dopo.
Crescevo in un paese che non ha mai voluto dire una verità che noi compagni abbiamo sempre saputo: la contro-inchiesta partita immediatamente dopo ha portato alla luce molto, già a caldo, sul libro “La Strage di Stato”..
ma la verità s’è vista cadere dalla finestra della questura di Milano appena tre giorni dopo.
La verità è stata chiara: s’è sfracellata come corpo morto al suolo.
Non mi va, in quest’anniversario di pubblicare materiali, di ribattere e scannerizzare testi o volantini, manifesti o tazebao.
Brucia ancora, come quel giorno, dentro di me: la rabbia e la consapevolezza di chi sono i colpevoli, di chi sono i mandanti e di chi siamo noi.
Presidio permanente in via del Policlinico
VIALE DEL POLICLINICO: PARTE UN PRESIDIO PERMANENTE CONTRO LA RENDITA
Lo scorso 4 dicembre, giornata nazionale contro gli sfratti e gli sgomberi, i movimenti per il diritto all’abitare hanno iniziato a presidiare uno stabile vuoto di proprietà della Bnl/Paribas, in viale del Policlinico 137.
Come il palazzo dell’Unicredit al civico successivo, questo edificio vuoto è l’emblema del meccanismo speculativo che consente alla rendita di trarre profitti, mentre la città vive una crisi abitativa che riguarda oltre 50mila nuclei.
Le stesse banche responsabili di una crisi economica che grava su soggetti precari nel lavoro, con contratti a nero o prossimi al licenziamento, e che rischiano di conseguenza l’insolvenza dei mutui o lo sfratto per morosità.
E mentre le banche si arricchiscono tenendo vuoti interi palazzi, Alemanno presenta un Piano Casa all’insegna del social housing, guardando agli interessi delle imprese e dei costruttori invece che ai bisogni di chi vive in emergenza abitativa.
Nonostante le minacce di sgombero e l’annullamento dell’incontro in prefettura, il presidio all’interno dello stabile Bnl è rimasto determinato nel perseguire i suoi obiettivi: denunciare il comportamento delle banche e aprire una stagione di conflitto nei confronti di un’amministrazione che affronta la questione abitativa in termini di ordine pubblico da una parte e facendo regali alla rendita dall’altra.
La capacità di affermare con forza che a Roma “nessuno prende casa” e che è necessario proseguire insieme nella mobilitazione (unendo sfrattati, inquilini alle prese con le dismissioni, inquilini senza titolo, cittadini “depositati” nei residence, occupanti per necessità) ha prodotto la riapertura di una trattativa sul blocco degli sfratti e degli sgomberi con il prefetto, con un incontro che si terrà domani alle ore 17.
Da oggi, mentre in clima natalizio si lavora all’immagine di una città pacificata, l’iniziativa di denuncia nei confronti delle banche e della rendita proseguirà con una tendopoli in viale del Policlinico, nello spazio antistante ai due palazzi di proprietà Bnl/Paribas e Unicredit.
Lunedì 14 dicembre, in occasione dell’incontro con Antoniozzi sul piano casa del comune, ci mobiliteremo a partire dalle ore 10 con un presidio sotto l’assessorato in Lungotevere de’ Cenci.
Roma, 10 dicembre 09
Coordinamento cittadino di lotta per la casa
Blocchi Precari Metropolitani
Addio Sher Khan, “tigre” dei diritti dei migranti
Sher Khan è morto stanotte !
Morto di freddo e di patimenti (fuori dal CIE-Ponte Galeria solo da 3 giorni , “ perché privo di permesso nonostante il soggiorno in Italia da almeno 20 anni”) in quella multietnica P.za Vittorio divenuta anche il sacello della tragica storia del riscatto degli immigrati.
Morire di freddo nella metropoli della storia è un infamia da gridare ai quattro venti.
Con oltre 600 chiese,centinaia di palazzi monumentali e di luoghi pubblici al coperto, 20000 appartamenti sfitti, una decina di occupazioni di case, oltre 30 spazi-centri sociali occupati , svariate sedi sindacali confederali e di base , circoli e sezioni di partito : morire di freddo a Roma è una bestemmia,
un controsenso, l’indice barbaro della modernità che continua ad uccidere per cattiveria, qualunquismo, indifferenza.
Ne portiamo tutti la responsabilità, quella di non aver fatto abbastanza per lenire la sofferenza !
Sher Khan era parte di noi. Lo abbiamo conosciuto tra i primi, per la prestanza irriverente con cui affrontava e tutelava i bisogni-diritti negati ai suoi simili. Per l’assillo che metteva ovunque ci fosse un sopruso : con quel fiero volto, simpatico e sorridente; con quelle manone calorose e gesticolanti; con quel cipiglio da capopopolo , arringante e ritmante fluviali slogan da megafono.
Lo abbiamo aiutato e sostenuto; cazziato per alcune ingenuità ed errori , dovuti per lo più allo stato di esclusione programmata a cui le istituzioni costringono gli immigrati per far ricadere su di loro le colpe e i misfatti della politica.
Sher Khan Addio ! Addio al tuo – di tanti – sogno di emancipazione e liberazione , di cui avvertiamo e sentiamo il peso per non essere riusciti a soddisfare : prendiamo rinnovato impegno perché il tuo sacrificio non sia stato inutile, così che altri tuoi-nostri fratelli e sorelle potranno realizzarlo !
Addio Sher Khan , la terra ti sia accogliente .
Un saluto a pugno chiuso.
Vincenzo Miliucci per la Confederazione Cobas
La Questura vieta il corteo dell’11 dicembre da P.le Aldo Moro
IL COMUNICATO DELLA SAPIENZA:
E’ di oggi la notizia che la Questura di Roma ha revocato l’autorizzazione del corteo indetto da tutto il mondo della formazione per l’11 dicembre. Partendo da piazzale Aldo Moro, passando per piazzale della Repubblica saremmo dovuti arrivare fin sotto il Ministero dell’Istruzione. Un corteo che in continuità con le mobilitazioni autunnali e con l’assemblea del 20 novembre, vuole rinnovare l’opposizione ai processi di trasformazione di scuola e università, dal D.D.L. Gelmini al D.D.L. Aprea, rivendicando un nuovo welfare per i soggetti precari e in formazione.
Ancora una volta, in tempo di crisi, si vuole limitare la libertà d’espressione e il diritto al dissenso, attraverso l’imposizione di un protocollo amministrativo, valido, quindi, solo per le parti contraenti. Ancora una volta viene agito il tentativo di limitare il protagonismo dei soggetti della formazione, studenti, ricercatori, insegnanti e genitori, che rifiutano di pagare una crisi che non hanno prodotto.
In un paese a democrazia bloccata crediamo invece sia fondamentale rivendicare il nostro diritto a manifestare, contro i processi di dismissione di scuola e università, contro ogni forma di precarizzazione del nostro lavoro e delle nostre vite. Per questo venerdì, in occasione dello sciopero dei lavoratori della conoscenza attraverseremo le strade della città riprendendoci la libertà d’espressione e il diritto a manifestare.
STUDENTI, PRECARI E LAVORATORI DELLA CONOSCENZA
30 anni dopo: “Look mummy, there’s an aeroplane up in the sky!”
Che faccio mi metto a parlare ad un disco?
Vabbhè ma mica è un disco normale, è consentito! Spero…
Non chiamate il 118 (per diversi motivi 😉 ) mentre mi leggete, tanto è una cosa che nella mia vita è successa diverse volte, è un vizietto psicotico che si ripete spesso nelle mie giornate: spesso parlo più con le cose inanimate che con le persone.
Spesso mi trovo a parlare con, non so, le pagine di un libro, le note di Faber, le parole di qualche poeta torturato in qualche cella…
insomma, di persone con cui dialogare se ne trovano tante nei meandri della mia mente.
Oggi mi sono svegliata ed ho letto che proprio tu, oggi, compi 30 anni.
“The Wall” … che ha scandito la mia infanzia, la mia adolescenza, ora anche il mio percorso nel diventare una mamma.
Una mamma che crescerà un bimbo anche con l’aiuto di quella marcia di martelli, anche con quel tritacarne dove infilare vita, anche con quei mattoni che crollano al suolo…
In questi 30 anni, ne parlavamo pochi giorni fa, di muri ne sono nati tanti…
ma quando sento le tue note, quando sento quella canzone, penso che forse un padre l’ho avuto anche io.
Un padre che oggi si chiama “The Wall” e che compie gli anni, un padre che m’ha insegnato tanto.
Così tanto che lo elogio e lo ricordo con una canzone che amo di quel disco-bibbia: MOTHER.
Mother, do you think they’ll drop the bomb?
Mother, do you think they’ll like this song?
Mother, do you think they’ll try to break my balls?
Mother, should I build the wall?
Mother, should I run for President?
Mother, should I trust the government?
Mother, will they put me in the firing line?
Is it just a waste of time?
Hush now baby, baby, don’t you cry
Momma’s gonna make all of your nightmares come true
Momma’s gonna put all of her fears into you
Momma’s gonna keep you right here under her wing
She won’t let you fly, but she might let you sing
Momma’s will keep Baby cozy and warm
Oooo Babe
Oooo Babe
Ooo Babe, of course Momma’s gonna help build the wall
Mother, do you think she’s good enough
For me?
Mother, do you think she’s dangerous
To me?
Mother will she tear your little boy apart?
Mother, will she break my heart?
Hush now baby, baby, don’t you cry
Momma’s gonna check out all your girlfriends for you
Momma won’t let anyone dirty get through
Momma’s gonna wait up until you get in
Momma will always find out where you’ve been
Momma’s gonna keep Baby healthy and clean
Oooo Babe
Oooo Babe
Ooo Babe, you’ll always be Baby to me
Mother, did it need to be so high?
Vertice WTO a Ginevra: scontri in agenda!
Ennesimo vertice WTO nella città svizzera con al seguito ennesimo corteo contro-vertice organizzato nella stessa città, per disturbare un po’ i potenti in riunione. Un po’ nauseata da questi contro-vertici, dove i data-base delle polizie d’europa crescono rapidamente. Un po’ nauseata da questi “scontri” su appuntamento, su appuntamento internazionale per di più!!
Il corteo di ieri non ha nemmeno disturbato il vertice, che si aprirà ufficialmente non prima di lunedì ed il copione è stato identico al solito, tanto per poter far parlare i giornali di “black block”, il giorno dopo. Leggere il Corriere stamattina fa capire come forse dieci anni di questa pratica siano stati anche troppi, e sarebbe ora di provare a cambiare metodi e atteggiamenti.
Gli stessi organizzatori della manifestazione si sono tirati indietro davanti al copione; vigliaccamente, alla prima vetrina in frantumi, hanno sciolto il corteo e le iniziative programmate anche per oggi. La quarantina di associazioni firmatarie della convocazione si sono rapidamente tirate indietro al primo bruciore da lacrimogeni, tirati indietro con l’indice puntato sulla “frangia minoritaria di provocatori filo-anarchici”.
Li manderei tutti ad Atene, in qualche banlieues in rivolta, in qualche fabbrica occupata per un po’ di giorni questi responsabili di associazioni pacifiste che ancora convocano i cortei europei contro i “potenti della terra”. Per poi dissociarsi dalla piazza, un secondo dopo l’inizio del corteo.
E il lessico è sempre quello, come lo svolgimento del tema: “i casseurs”, i “black-block”, le “frange anarchiche”, i “provocatori vicini all’autonomia”. Quello del potere, di lessico, ancora più monotono: lacrimogeni, idranti, pallottole di gomma…
I “pacifisti” che si dissociano, adorano quelle vetrine rotte più di chiunque altro, almeno possono dissociarsi, almeno qualcuno li nomina…
Non se ne può più: viviamo tutt@ una vita invivibile. Dovremmo dar fuoco ad intere città solo per sfogare la rabbia e le frustrazioni di una manciata di generazioni allo sbando, dovremmo smetterla di partire per i controvertici e magari invece unirci alle rivolte che, qui e là, iniziano a scoppiare in alcune città, in alcune periferie, in qualche territorio più sfruttato e martoriato degli altri. Basta con le vetrine delle loro banche, basta con gli scontri su appuntamento, basta con le agendine dove segnarsi il giorno in cui si può tirar una molotov contro un celerino.
In ogni città, in ogni posto di lavoro, in ogni ateneo, in ogni piazza: giorno dopo giorno.
Giornalista si finge brigatista: aveva sempre sognato di scrivere un volantino!!
Giornalista del Giornale denunciato per procurato allarme. Aveva redatto un falso volantino siglato Br
di Paolo Persichetti, 27 novembre 2009
Scoperto l’autore del volantino firmato Brigate rosse giunto alla redazione genovese del Giornale nei giorni scorsi, dopo l’enorme clamore mediatico che ha accompagnato la notizia dell’arrivo nelle sedi di altri giornali e tv (Bologna, Milano e altri centri del nord), di un volantino di 4 pagine siglato Nat, Nuclei di azione territoriale.
Si tratta di Francesco Guzzardi, un nome che da solo dice poco. Molto più interessante è invece la sua professione. Non è un operaio, non è un precario, non è uno studente. Non frequenta i centri sociali, al contrario lavora proprio nella redazione del quotidiano fatto oggetto di minacce. Si tratta, infatti, di un giornalista. Denunciato dalla digos per procurato allarme e simulazione di reato, Guzzardi ha spiegato agli agenti di aver scritto il volantino minatorio per far uscire allo scoperto una storia di minacce gravi rivolte nei suoi confronti, da parte di non meglio precisati «malavitosi e nomadi della periferia genovese», a causa di una serie di inchieste giornalistiche sulla Valbisagno. Il testo, un grossolano falso scritto a mano e con una stella a cinque punte, un logo talmente inflazionato che ormai non si nega più a nessuno, era stato messo da Guzzardi davanti alla porta della redazione. All’interno il giornalista proferiva contro se stesso frasi dal significativo contenuto politico, del tipo: «Non abbiamo ancora deciso se spaccare il culo al vostro servo». Senza percepire il benché minimo senso del ridicolo, il capo della redazione genovese dello stesso quotidiano, Lussana, nel dichiarare il proprio stupore per quanto emerso dall’indagine, ha tuttavia voluto ringraziare, «lettori ed istituzioni per la solidarietà e la vicinanza espresse in questi giorni al Giornale».
La vicenda suscita ovvia ilarità. Ma il semplice sghignazzo non basta. Oltre ad osservare che il narcisismo vittimistico è ormai una delle posture più ambite nello spazio pubblico, al punto da rasentare vertigini autopersecutorie, forse vale la pena trarre qualche considerazione in più. Dopo l’arrivo del volantino dei Nat, vi è stata una rincorsa generale ad accreditare un nuovo allarme terrorismo. Una fretta fin troppo sospetta, quasi una voglia malcelata. Intervistato, il magistrato Ferdinando Pomarici ha parlato di «imitatori delle Br». Gli ha fatto eco l’ex pm Libero Mancuso, «Non è un delirio, ma un’analisi lucida».
Quando il fenomeno armato esisteva e aveva radici, il suo linguaggio veniva definito «delirante», ora che è fantasmatico diventa «lucido». Nel gioco di ombre cinesi che prende per vero i fantasmi, chi accredita lo fa per darsi credito.
È ormai lontana l’epoca in cui nelle redazioni, in particolare quelle di sinistra come l’Unità, una circolare interna ordinava ai giornalisti di non citare mai per esteso la firma “Brigate rosse”, preferendogli la sigla Br o la dizione bierre, accompagnata con aggettivi come «sedicenti» e «deliranti» per evitare imbarazzanti riferimeti a terminologie sulle quali, ovviamente, si voleva mantenere il monopolio assoluto evitando, anche solo attraverso la semplice evocazione di alcuni termini, riferimenti all’immaginario della storia del movimento operaio, al patrimonio memoriale della Resistenza e della lotta internazionalista.
In questa rincorsa a dare per buone anche le bufole più inverosimili il Giornale si è contradistinto lanciando una campagna su «Milano incubatrice del nuovo terrorismo», descrivendo una situazione di «tensioni, sgomberi e arresti» e il «rischio infiltrazioni Br nei cortei». Il quotidiano di Feltri si riferiva all’arresto di alcuni militanti di un centro sociale, tra cui il figlio di Mario Ferrandi, detto «coniglio», un importante collaboratore di giustizia passato per Prima linea e altri gruppi armati milanesi degli anni 70. Di «clima avvelenato» e «soffio degli anni violenti», ha scritto anche «l’agente Betulla», al secolo Renato Farina, vice direttore del Giornale quando si scoprì la sua collaborazione con il Sismi, ed oggi firma di Libero. La sua proposta? «Lavoro repressivo, condito con analisi sulle fucine di questi pensieri» sovversivi. Farina si riferiva forse a Guzzardi?













































































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