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Archive for the ‘RIVOLTE e RIVOLUZIONI’ Category

I Fratelli musulmani disertano: non scendono a Tahrir ad affrontare l’esercito

22 novembre 2011 2 commenti

Se nelle ultime settimane i Fratelli musulmani avevano progressivamente acquisito visibilità per le loro posizioni critiche contro i militari, ora sembrano intenzionati a fare un passo indietro. Un atteggiamento ambiguo, ma non sorprendente.
di Anthony Santillida OsservatorioIraq

Dall’inizio del mese di novembre e sino a venerdì scorso la Fratellanza aveva svolto un ruolo di leadership nelle iniziative volte a contestare l’esercito, in particolare dall’apparizione del famoso “documento al-Selmi”.
La loro visibilità su tutti i media nazionali e internazionali era in crescita, anche in vista delle prossime elezioni. Da quando tuttavia sono cominciati gli scontri tra la piazza e gli apparati di sicurezza egiziani, gli Ikhwan hanno deciso di fare un passo indietro.
Mentre i movimenti salafiti e la sinistra più radicale erano per le strade, e il numero dei morti e dei feriti aumentava inesorabilmente, i Fratelli musulmani si sono limitati ad una “ferma condanna” delle violenze in corso.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-kubra: febbraio 2011. E chi se li scorda quei sorrisi_

Non si possono dimenticare le affermazioni del Segretario generale del partito della Giustizia e della Libertà [braccio politico degli Ikhwan] di domenica scorsa. Il dr. Sa’ad Katatny aveva infatti criticato la pratica dei sit-in prolungati che avrebbero, a suo dire, “paralizzato la città”.
Una velata critica a chi aveva deciso di rimanere in piazza la notte tra venerdì e sabato, quando invece i Fratelli si erano già ritirati.
Intanto gli scontri continuavano. Costretta a schierarsi, la Fratellanza ha emesso numerosi comunicati, solo apparentemente contraddittori. In un loro comunicato di ieri [21 novembre, ndr] gli Ikhwan hanno affermato di ritenere “il Consiglio supremo delle forze armate il principale responsabile di tutto quanto accaduto” e “il governo provvisorio il secondo principale responsabile di questi sanguinosi eventi”.

Tra le principali richieste vi erano l’immediata cessazione di qualsiasi atto di aggressione verso i manifestanti, il ritiro delle truppe dalla piazza, le dimissioni del governo provvisorio, una road map che definisca in maniera dettagliata il ritiro dei militari, e la costituzione di un governo civile entro la metà del 2012.

Tuttavia, in un altro comunicato sempre di ieri si affermava che “la Fratellanza si asterrà dal partecipare a qualsiasi sit-in o protesta che potrebbe causare altri scontri”. Questo atteggiamento apparentemente ambiguo riflette in realtà una tendenza in seno alla Fratellanza che da tempo oramai sembra prevalere nel dettare i comportamenti dell’elite dirigente.
I Fratelli musulmani intendono agire nel solco della legalità. La loro lotta contro il documento al-Selmy partiva da presupposti giuridici ben definiti che la Fratellanza ha sempre manifestato in maniera trasparente. La sostanza delle critica portata al documento era che, in uno stato di diritto, non si può condizionare la sovranità popolare attraverso documenti dettati dall’alto.
Ecco motivata la loro richiesta di costituire una commissione d’inchiesta per accertare le responsabilità delle violenze di questo lungo week-end. Ecco perché hanno deciso di non supportare, almeno ufficialmente, le mobilitazioni in programma per oggi in tutto l’Egitto.
Non vogliono presentarsi come dei semplici agitatori, ma come partner affidabili a livello interno e nel panorama internazionale, sostenitori quindi del processo elettorale che, a loro avviso, non deve essere sospeso.

Ieri...

Tuttavia, in un momento delicato come quello che sta vivendo l’Egitto, il loro atteggiamento non è certo condiviso da chi in piazza ha lasciato morti e feriti. Bisognerà allo stesso tempo vedere quello che la stessa base della Fratellanza deciderà di fare.
E’ emblematico tuttavia quanto accaduto a piazza Tahrir ieri pomeriggio. In un primo momento la Fratellanza aveva declinato l’invito a scendere in piazza. Ma quando Muhammad al-Beltagi, una delle più eminenti figure della Fratellanza, aveva deciso di entrare in piazza, pur senza un folto seguito, i manifestanti hanno deciso di cacciarlo.
La scissione che si ebbe nei primi giorni delle mobilitazioni, che portarono lo scorso febbraio alla cacciata di Mubarak, è nota. Da una parte i quadri del movimento non vollero sostenere le proteste, mentre le generazioni più giovani decisero di “disobbedire” scendendo per strada. Il sostegno ufficiale alla rivolta, dato solo a posteriori, rappresentò una vittoria della base.

Nelle prossime ore capiremo come le differenti correnti in seno al movimento, assieme agli altri gruppi, reagiranno alla tradizionale ambiguità imposta dall’alto.

Processo alle nuove BR: salta l’impianto accusatorio. Bellomonte scarcerato dopo 29 mesi di carcere: MALEDETTI

22 novembre 2011 2 commenti

E pure in questo caso non riesco a trovare tempo di scrivere mai quello di cui ho voglia:
che vita demmmmerda!
Rubo interamente da Contropiano..e ringrazio
senza riuscire a smettere di pensare che LUIGI FALLICO, ieri, avrebbe potuto brindare alla sua assoluzione,
se il carcere non l’avesse ammazzato prima.
LINK precedenti a riguardo:
Gli arresti
Trovato morto Luigi Fallico, gli è scoppiato il cuore
Il comunicato dei suoi compagni

Dopo ore di camera di consiglio la Corte d’Assise di Roma ha assolto Bruno Bellomonte e altri due imputati dalle accuse di terrorismo. Smontato un teorema accusatorio inconsistente e tutto politico. Applicato comunque nei confronti di 3 imputati condannati…

Commozione ed entusiasmo tra i compagni e gli amici di Bruno Bellomonte.
Dopo alcune ore di Camera di Consiglio i giudici della Corte d’Assise del Tribunale di Roma hanno finalmente assolto il ferroviere arrestato 29 mesi fa e accusato di banda armata a fini terroristici. Cessa quindi lo sciopero della fame di solidarietà di Nicola Giua, portavoce dei Cobas della Sardegna, che lo aveva intrapreso sei giorni fa, al quale si era poi aggiunto il giorno successivo Antonello Tiddia, RSU della Carbosulcis e animatore insieme ad altri esponenti del sindacalismo di classe di un comitato di solidarietà che sabato scorso aveva realizzato un presidio sotto al Palazzo di Giustizia di Cagliariper denunciare la vera e propria persecuzione giudiziaria ai danni del dirigente dell’organizzazione politica sarda ‘A Manca pro s’Indipendentzia’ (A Sinistra per l’Indipendenza).

Bruno Bellomonte, tornato libero dopo 29 mesi di carcere per poi essere completamente assolto

Chi conosceva Bellomonte aveva fin da subito scommesso sulla sua innocenza denunciando il carattere inconsistente e fantasioso delle accuse nei suoi confronti. «Bruno è stato arrestato 29 mesi fa con l’accusa di preparare qualcosa di grosso per il G8 di La Maddalena – ha spiegato Giua – l’accusa si è basata su una indecifrabile intercettazione fatta in un ristorante romano da cui si è desunta l’intenzione di attaccare il G8 con aeromodelli».
Il rappresentante dei Cobas ha ricordato, inoltre, che Bellomonte «è stato licenziato da Trenitalia oltre un anno fa per assenza dal posto di lavoro». “Smontato finalmente un teorema accusatorio inconsistente e tutto politico teso a criminalizzare l’indipendentismo sardo di sinistra in un momento in cui nell’isola si moltiplicano le lotte” commenta al telefono Cristiano Sabino, dirigente di A Manca. “Voglio ringraziare tutti coloro che in questi anni si sono spesi per diffondere la verità su questa vicenda dando voce a Bruno” ha aggiunto.
Il clima in cui i giudici di Roma sono stati chiamati a decidere non era certo dei migliori. Proprio alcuni giorni fa alcuni media sardi e ‘Il Fatto Quotidiano’ avevano riportato con grande evidenza e, come al solito in maniera acritica, la notizia che la Direzione Distrettuale Antiterrorismo di Cagliari aveva riaperto le indagini sulla cosiddetto ‘operazione Arcadia’. Secondo la Direzione cagliaritana i militanti di A Manca si sarebbero responsabili, nella prima metà degli anni 2000, non solo di una generica «propaganda sovversiva», fatta di volantini e proclami, ma «atti di terrorismo – li chiama la magistratura – compiuti da una banda armata organizzata per sovvertire l’ordine costituito». Accuse pesantissime che l’organizzazione politica rigetta in toto rivendicando, come del resto ha sempre fatto anche Bellomonte, la propria militanza politica e sociale comunista e indipendentista svolta alla luce del sole.
Quell’inchiesta, coordinata dal Pm Paolo de Angelis, condusse l’11 luglio del 2006 all’arresto di dieci tra attivisti e attiviste e dirigenti di A Manca. Tra questi c’era anche Bruno Bellomonte, poi scarcerato prima di essere arrestato di nuovo in conseguenza della nuova inchiesta sul ‘tentativo di attaccare il G8 della Maddalena attraverso l’uso di un aeroplano telecomandato’ (!) in ‘combutta con alcuni complici’ sparsi in varie città italiane (!!). Tra questi il 59enne romano Luigi Fallico, morto a causa di un infarto all’interno della sua cella nel carcere di Mammagialla, a Viterbo. Una morte che, alla luce dell’assoluzione di oggi di Bellomonte, genera ancora più rabbia e sconcerto.
Così come qualche dubbio, per lo meno, genera la condanna a 7 anni e 6 mesi di Massimo Riccardo Porcile (per lui il Pm aveva sollecitato la condanna a 15 anni), a 8 anni e 6 mesi Gianfranco Zoja (15 anni) e Bernardino Vincenzi a 4 anni e 6 mesi (il Pm aveva chiesto 12 anni e 8 mesi). Tutti – giudicati dalla sentenza responsabili del fallito attentato del 26 settembre 2006 alla caserma Vannucci di Livorno, rivendicato da «Per il comunismo Brigate Rosse» – erano stati arrestati il 10 giugno del 2009. Assolti invece, insieme a Bellomonte, anche Costantino Virgilio e Manolo Pietro Morlacchi (scrittore, figlio di “Pierino” e Heidi Ruth Peusch, una vita tra carcere e conglitto sociale), nei confronti dei quali la corte ha deciso l’immediata scarcerazione. Per Manolo, da subito indicato come assolutamente innocente da tutti, unidici mesi di detenzione solo per il cognome che porta.

I fascisti all’università di Tor Vergata

22 novembre 2011 Lascia un commento

Oggi, 21/11/2011, nelle facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali e di Lettere e Filosofia si sono presentati individui legati agli ambienti neo fascisti di Roma (Blocco Studentesco) volantinando e organizzando un banchetto divulgativo. Nonostante, presenti nei volantini, vi fossero alcune rivendicazioni legate alle proteste studentesche degli ultimi anni non possiamo non notare la natura dell’organizzazione che li ha distribuiti ovvero un’organizzazione con un passato e un presente violenti, “aiutata” tanto da Veltroni quanto e più da Alemanno, entrambi parte di formazioni politiche che sorreggono il nuovo governo tecnico e che hanno avallato il massacro dell’istruzione pubblica degli ultimi anni. Da notare che i neo fascisti si sono fatti forti anche dell’autorizzazione ottenuta dalle burocrazie dell’università di Tor Vergata. In attesa di un’assemblea che riteniamo urgente per lo stato di cose venuto a crearsi ci limitiamo a chiedere e chiederci: davvero vogliamo lasciare spazio di manovra a simili soggetti politici nella nostra università?

Studenti e Studentesse Antifasciste

DOVREBBERO FAR LA STESSA FINE DEL SITO DI CASAPOUND! 😉

Tahrir: con i cadaveri trascinati dalla polizia nella spazzatura

20 novembre 2011 11 commenti

QUI SI CONTANO 8 CADAVERI

Nessuna parola, se non che dal primo giorno che ho vissuto e calpestato quei marciapiedi, pensavo che sarebbe per forza dovuta finire così.
Elezioni non ce ne saranno probabilmente: sarebbero state una farsa, io ero stretta stretta a braccetto con chi le avrebbe boicottate…
ma anche quello ora come ora non è che un miraggio…ad una settimana dall’inizio.
NO AL CONSIGLIO SUPREMO DELL’ESERCITO
NO SCAF
NO AI TRIBUNALI MILITARI


Tahrir: i proiettili (italiani) fischiano di nuovo!

20 novembre 2011 2 commenti

Purtroppo non ho modo di mettermi a scrivere.

La rabbia contro lo SCAF, fotografia di Hossam El Hamalawy

Zero tempo di condividere con voi quel che provo nel vedere i proiettili fischiare in piazza Tahrir,
nel vedere quella rabbia in quegli sguardi che ho conosciuto felici.
Non ho modo di dirvi quanto sostengo tutti coloro che si stanno mobilitando contro l’esercito, contro i tribunali militari che lavorano a pieno regime come se nulla fosse cambiato.
E infatti è cambiato poco: insieme a Mubarak bisognava spazzare via anche lo SCAF e il suo potere…
non l’avevano capito, si son fidati.
Ora è tutto più chiaro. Ora le strade son di nuovo piene, contro quello che sarebbe dovuto essere IL nemico dal primo secondo.
Ora si lotta per la libertà quella vera, iniziando dalla liberazione di tutti i prigionieri
FREE MAIKEL NABIL, FREE ALAA, FREE ALL POLITICAL PRISONERS!

Buonafortuna compagni cari.
Perchè di compagni ce ne son tanti, che la nostra stampa islamofobica proprio non lo vuole dire!

QUI l’archivio sull’Egitto e la sua rivoluzione tutta da fare

I proiettili di ieri...italianissimi!

Comunicato sulla condanna a Giovanni Caputi: COLPIRNE UNO PER RI-EDUCARNE MIGLIAIA

19 novembre 2011 17 commenti

Colpirne uno per…ri-educarne migliaia
E’ arrivata la prima condanna per le\gli arrestate\i del 15 ottobre. Una condanna pesante che ci sembra essere, ancora una volta, la vendetta della Legge nei confronti di chi ha poco o niente per difendersi.
Sembra che abbiano deciso di far pagare tutto a lui.
Dopo tutto l’insopportabile marasma mediatico creatosi subito dopo gli scontri del 15 ottobre, la repressione continua a colpire, sempre più seriamente.

Foto di Valentina Perniciaro, Genova 2002, TUTTI LIBERI

Giovanni Caputi, l’unico che era ancora in stato di detenzione, dentro Regina Coeli, proprio perché senza alcuna dimora, è stato condannato con il rito abbreviato dal Tribunale di Roma a tre anni e 4 mesi di detenzione per resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale.
Ma la procura fa già sapere che forse non basta e, ora che ha ottenuto la trasmissione degli atti dal tribunale, vuole indagare anche per il reato di devastazione.
Vogliamo continuare a sostenere chi si è trovato prima colpito da accuse pesanti e poi da una condanna che trasforma una persona nel capro espiatorio delle migliaia che c’erano in piazza.
Ora che il governo dei banchieri si è insediato, crediamo che sia ancora più importante sottolineare contro chi continueremo a scagliare la nostra rabbia: i padroni, le banche, la classe politica tutta. Tutti pronti ad abbracciare il commissariamento de facto delle istituzioni europee, per un modello economico giunto al capolinea.
Noi, però, abbiamo un’arma che loro non hanno.
Quella solidarietà che si mette in moto quando sentiamo che uno spirito affine è in difficoltà. E allora il nostro impegno deve essere quello di far sentire a Giovanni tutta la nostra solidarietà.
Lanciamo un appello alla Roma solidale, se ancora esiste: cerchiamo collettivamente un domicilio per Giovanni, affinché almeno possa uscire da quell’infame luogo che è Regina Coeli, seppur in regime di arresti domiciliari.
Raccogliamo dei soldi, affinché possa fare un minimo di spesa.
Mandiamogli dei vestiti, al contrario di quello che credono i buoni cittadini, in carcere fa molto freddo.
Regaliamogli dei libri, senza di loro dentro il tempo può sembrare infinito.
Scriviamogli lettere, per far sentire a Giovanni che fuori ci sono delle persone che lottano anche per lui.
Facciamogli sentire la nostra voce fuori dal carcere di Regina Coeli, e facciamola risuonare nelle strade.
Partecipiamo in massa il prossimo 5 dicembre all’udienza del processo contro Ilaria, Robert, Stefano.

 Continuiamo a sottoscrivere per le spese legali presso il c\c di Radio Onda Rossa: conto corrente postale CCP n. 61804001 intestato a: Cooperativa Culturale Laboratorio 2001, Via dei Volsci 56 – 00185 Roma. Causale: “15 ottobre”; effettuando un bonifico bancario intestato a: Cooperativa Culturale Laboratorio 2001 Codice IBAN: IT15 D076 0103 2000 0006 1804 001 Causale: “15 ottobre”.

Se il silenzio è il primo sintomo della loro vittoria, noi continueremo sempre a gridare.
 Le nostre lotte camminano con Giovanni e per Giovanni.
 Libere/i tutte/i

 I compagni e le compagne

Urgent appeal to OWS about Roberto Saviano – please circulate, share, twit‏

19 novembre 2011 19 commenti

Dear sisters and brothers in Zuccotti Park;
it is with deep dismay that we learn of today’s appearance on your stage of Roberto Saviano, best selling author of Silvio Berlusconi’s editorial group Mondadori. We are ashamed of having such an impostor to be the first Italian to represent us in this day. And yet we are not surprised, because misinformation – or hijacking truths – is the first weapon of oppression we have to fight against. That misinformation about Saviano still tricking so many well-meaning Italians thanks to a mediatic empire, Berlusconi’s owning pretty much all mainstream information channels, from tv to right and left wing
press, is now apparently trying to sneak onto your stage. We expect it to be for need of self-advertisement on behalf of Saviano; we cannot understand what this man might have in common with the fight against that 1% he himself is part of. It’s years we fight against a corrupted government and its speculators, an organized crime stronger than ever, a piloted media, a growing oppression of freedoms; and in this struggle, we always found Saviano to be on the other side of the barricade, stressing our differences, judging us from his columns on
repubblica while enjoying the millions he made out of a book far less courageous than hundreds of others – but backed by Berlusconi’s editorial group, and therefore sold in all his supermarkets.

Freedom of speech is paramount, and never we would ask to prevent anyone from saying anything, let alone from stepping in Zuccotti park. Censorship is a weapon of those powers we are all trying to fight, no doubt. But still, we ask you all to listen to his words today with
double care. Don’t let the usual Saviano circus deceive you. Don’t let his mask trick you.
 
When today he will jump on your stage, beware of his words about oppression. For these are the words of a self-declared supporter of neo-fascism (april 2010), who always distanced himself by the culture of the Left praising the deeds of Almirante – frontman of a neo-fascist party which did not hesitate to arm its own ranks, in the 70ies, in order to shoot and beat those 99% who would go down in the streets during protests. And when we would go down in the streets these years to fight against the government, austerity, and corruption, finding ourselves beated and tear-gassed by the police; it would be Saviano who would lead the trashing campaign against us, defending law and order to the point of calling us criminals. Ourculture, he said, (especially after the anti-government riots of December 2010. You can check http://www.repubblica.it), does not belong to him. Well, his culture does not belong to us. For we fight againstoppression, we struggle to feed our families and keep our job, we fight against organized crime, we fight against that 1% he represents.
When today’s he will advertise his editorial empire on your stage, beware of his words about crime. Because crime does not just come from thievery and corruption. Crime comes also from murder. Always on the side of the most powerful, Saviano has been defending more than once the work of the Israeli aviation against Gaza after Operation Cast Lead, which killed 1400 palestinians, mostly civilians, 314 of them children, to avenge the death of 9 Israeli soldiers (another 4 Israeli casualties came from friendly fire). Saviano called this disproportion
“democracy”, tagging palestinians in the Occupied Territories as “terrorists”. This, at a time when Israeli intellectuals are the first ones to raise the alarm of racism and authoritarianism in their country. But there are no midways in Saviano’s system of thought, no questions. Your movement bears the support of Chomsky and Zizek – we do not deserve to be represented by Saviano.
When today he will advertise his editorial empire on your stage, beware of his words on Power. For that Roberto Saviano is part of that 1% of bankers and financial hawks who keep deciding of us 99%. One week ago his editorial protector, Silvio Berlusconi, stepped down under the pressure of yet another financial crisis. Our country has then been handled to a lobby of bankers, CEOs, and a list of doubtable people who have already been tried for corruption and fraud, and questioned for conflicts of interests of all sorts. The main Italian banking groups will now directly rule our country through this cabinet. We are now a de-facto protectorate of our banks. In all this, Saviano was quick to decide which side he’s take: he’s a regular guest at the house of Corrado Passera, CEO of Intesa banking group, and now promoted to the post of minister of development (development of his
own business, we can suppose).
When today he will advertise his editorial empire on stage, beware of his words on freedom of speech. Because that is the same Roberto Saviano who tried to secure the exclusive copyright of being the only hero who fights organized crime. At the cost of turning his lawyers against no-profit local grassroot organizations like the Peppino Impastato center in Sicily (October 2010); a local reality, the Center, exposed day-to-day to the real threat of a murderous criminality which spared millionaire stars like Saviano and his bodyguards, but does not hesitate to target activists and journalists who live and fight daily on the frontline. Saviano was not the first one to speak against organized crime and we know for a fact (since investigations completed in 2009) that his death threats were mediatic fabrications Thousands struggle against organized crime each day, without bodyguards – Saviano can afford them, they can’t – and tv
appearances. They write and enquire and speak as loud as they can,
they walk out of their house every day, they fear for their children at school, they pay out of their own thin savings all those trials for defamation moved against them by Camorra leaders, mafia politicians, or people like Saviano. You never heard of them, cause they are not
part of that 1% which chose to sell and promote him instead – an author ready to all sorts of compromises and columns against his own people for the sake of keeping his wealth and fame.

Because this is what organized crime does to our life, in the land of what Saviano calls Gomorra, or further down where ‘Ndrangheta and Mafia rule, or up north, where politics and financial speculators strike deals. It buys people like Roberto, and uses them to shut us.
It tells us that either you’re part of that 1%, like Saviano, and ready to defend your privileges; or else, breaking your silence will not make you rich – it will make you unemployed, broke, or dead.
Had your movement been in Italy, he would have called you “hoolingas of chaos”, as he did with us when we were teargassed by the police. To him, here, we do not even have the right to look into facts, to raise the question of state violence, to occupy or disobey.
When he will jump on your stage selling himself as an occupier like you,
think about it.

The 99% of Italy

15 ottobre: ecco la prima condanna

17 novembre 2011 18 commenti

Che vergogna.
Sembra che abbiano deciso di far pagare tutto a lui.
Tutto il marasma mediatico insopportabile creatosi subito dopo gli scontri del 15 ottobre inizia a mietere vittime.
Ieri sera c’arriva la splendida notizia della scarcerazione di Leonardo Vecchiolla, trasferito poco prima nel carcere di Rebibbia per competenza territoriale. Scarcerato senza alcuna restrizione: libero.
Oggi invece la batosta.
Giovanni Caputi, l’unico che era ancora in stato di detenzione, dentro Regina Coeli, proprio perché senza alcuna dimora, è stato condannato questa mattina dal Tribunale di Roma a tre anni e 4 mesi di condanna per resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale con il rito abbreviato.
Ma la procura ci fa già sapere che forse non gli basta e che ora che ha ottenuto la trasmissione degli atti dal tribunale, vuole indagare anche per il reato di devastazione.
Tra gli arrestati del 15 ottobre, Giovanni è quello con la condizione più particolare: originario di Bari era in Spagna da divero tempo, non ha ottenuto la scarcerazione come gli altri perché privo di domicilio o di qualcuno che potesse ospitarlo, qui in Italia.
Così è rimasto in carcere ed oggi s’è preso la prima condanna per gli scontri del 15 ottobre scorso, in piazza San Giovanni: vogliono anche il risarcimento danni, sia il Comune di Roma che l’Ama, la società che gestisce lo smaltimento dei rifiuti e procederanno in sede civile dopo essersi costituiti parte civile.

Hanno trovato il capro espiatorio: il più debole paga per tutti.
Sarà contenta la redazione di Repubblica e tutti coloro che invocavano la polizia o impacchettavano fanciulli.
Noi ricordiamoci che il 5 dicembre ci sarà l’udienza per Robert, Stefano ed Ilaria:
NON LASCIAMOLI SOLI!

e scriviamo a Giovanni,
nel carcere di Regina Coeli, Via della Lungara 29, 00165 Roma

Parigi: le manifestanti “contro la violenza sulle donne” aggrediscono le sex workers

16 novembre 2011 7 commenti

Arriva da Parigi, tramite il sito del Syndicat du Travail Sexuel, l’ennesima pessima notizia sullo stato della riflessione all’interno dei cosidetti “movimenti” sulle politiche di genere e la violenza.

Durante la manifestazione contro la violenza sulle donne svoltasi il 5 novembre 2011 a Parigi un gruppo di sex worker e di solidali presenti in piazza è stato aggredito, tacitato, insultato e minacciato dalle organizzatrici della manifestazione e da alcune donne presenti in piazza al grido di “voi siete la vergogna della manifestazione“.

Particolarmente indigeste alle organizzatrici della manifestazione sembra siano state le riflessioni portate in piazza da STRASS sull’inutilità delle norme che colpiscono i clienti delle prostitute che finiscono per essere esclusivamente l’ennesima forma di violenza contro le donne che si prostituiscono.

Il comunicato (in francese) contenente maggiori dettagli e alcune riflessioni firmato da STRASS, Act Up Paris e Étudions gayment è disponibile cliccando qui

De Cupis: un altro caso Cucchi? Non ci stupirebbe!

15 novembre 2011 3 commenti

Dopo il caso Cucchi ancora una morte oscura all’interno di un centro clinico penitenziario.

Cristian De Cupis

Questa volta il decesso è avvenuto il 12 novembre scorso nel reparto per detenuti dell’ospedale Belcolle di Viterbo dove Cristian De Cupis, il 36enne romano arrestato la mattina del 9 novembre nei pressi della stazione Termini per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, era stato condotto dopo l’arresto.
Anche se i primi risultati emersi dall’autopsia escludono, per il momento, la presenza di lesioni ad organi interni «tali da causare la morte» (formula ambigua che non esclude la presenza di lesioni), gli interrogativi sulla vicenda non cessano di moltiplicarsi. Subito dopo l’arresto De Cupis era stato condotto al pronto soccorso del santo Spirito. Perché? Ai medici il giovane aveva denunciato di aver subito delle percosse dagli agenti della Polfer che avevano eseguito l’arresto. La presenza di escoriazioni sulla fronte ed ecchimosi varie erano state riscontrate dai sanitari e sono state confermate dall’esame autoptico. Segnato da uno stato di salute con problematiche cliniche complesse connesse alla tossicodipendenza, De Cupis – visto il reato lieve – non sarebbe dovuto finire in carcere, tanto che lo stesso pm aveva disposto i domiciliari non appena terminato il ricovero. Ma perché era stato disposto il ricovero?
E perché mai, nonostante risiedesse nella capitale, è finito al Belcolle di Viterbo, dove era stato sottoposto addirittura ad una tac? I familiari hanno saputo del suo arresto soltanto dopo il decesso. Il presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale Ignazio Marino, che ha svolto un ruolo determinante sul caso Cucchi, ha annunciato l’avvio di una istruttoria per fare chiarezza sulla vicenda.

Dai Cobas un comunicato condivisibile sul 15 ottobre, finalmente

15 novembre 2011 10 commenti

ATTORNO E DOPO IL 15
Per una critica di merito e di metodo

SUL DISSENSO

Partiamo dagli esiti: delle rare, quanto preziose, critiche ufficialmente espresse e fin qui giunteci dall’ interno della Confederazione Cobas sui fatti del 15 che ci riguardano, e su ciò che ne è seguito, non sembrano, ad ora, potersi rintracciare effetti visibili, udibili all’esterno.

Barricate in Via Merulana, 15 ottobre 2011

Delle due l’una: o davvero l’atteggiamento, tutto intero, avuto in quella giornata, e ciò che ne è seguito in termini di comunicati e interviste, sono condivisi dal corpo dei Cobas, o, se dissenso c’è, le difficoltà a farlo emergere sono tali da dover mettere in discussione la verticalità assunta da questa organizzazione.
Quale che sia il caso tra i due, noi, preferendo mantenere una concezione organizzativa orizzontale e libertaria, lontana dall’idea di ‘partito’ che emerge perfino dalle pettorine da alcuni indossate nell’occasione, scegliamo di dire la nostra, e deliberatamente lo facciamo in modo pubblico.

SULLA DELAZIONE

“La Repubblica” ha messo a disposizione di zelanti cittadini il proprio sito, a che si possano rintracciare e punire i “teppisti” del 15 ottobre. Fin qui nulla di nuovo.

Osservare però che, da parte delle “pettorine Cobas”, a calci e pugni qualcuno dei “teppisti” sia stato fatto allontanare dal corteo, a rischio di farlo cadere in mano alle “forze dell’ordine”; o che dal microfono uscissero richieste quali “La polizia ci dica dove dobbiamo andare!” (taluno cui ci sforziamo di non credere, ci ha riferito perfino un “Arrestateli!”); e riscontrare successivamente che in tutte le dichiarazioni provenienti dall’ “ufficialità” della Confederazione i suddetti “teppisti” fossero indicati come “sfasciacarrozze, sfasciavetrine, sfascioni”, senza neppure sfiorarne un’interpretazione sociale, o almeno generazionale, se non politica, e addebitando loro d’aver “violentato” tout court la manifestazione; riscontrare infine, da un lato l’assunzione acritica di comportamenti quanto meno discutibili: “il corteo ha reagito, si è ribellato…”, dall’altro, in proposito del mancato intervento della polizia nella prima fase dei disordini, l’affermazione “nessuna traccia di loro in tutto il corteo…”, quasi a poterne con-dividere l’eventuale uso di manganello e manette…, beh… tutto ciò fa sì che le distinzioni circa il fenomeno largamente più preoccupante emerso nella circostanza, quello cioè della delazione, dicesi delazione (interessante l’approfondimento in merito rintracciabile in Radioondadurto – O.S.), si facciano talmente sottili da divenire quasi trasparenti…

SULLE PETTORINE, SUI SERVIZI D’ORDINE

Solo perché ci appare calzante – non importa chi l’abbia usata in questi giorni, né lo conosciamo-, rubiamo la seguente espressione: “Nessuno pensa che assaltare qualche banca, bruciare qualche auto, perfino scontrarsi con la polizia in assetto di guerra sia “il preludio della rivoluzione sociale”, ma il problema della violenza, del suo uso, della sua oggettiva necessità, è un problema che non può essere ignorato né, peggio, affrontato con la logica del questurino”.

Possono tuttavia essere di notevole interesse, anche in dialettico contrasto con l’idea appena espressa, le (poche) esperienze di non-violenza-attiva, ove queste non siano malintese, come perlopiù accade, e interpretate come legalità… Fondamentale la differenza.
In merito all’intero argomento non abbiamo pregiudizi, né vogliamo relegare alle “circostanze particolari”, si tratti d’Egitto o Tunisia, l’uso delle forme di lotta.
Ma poiché s’affaccia, nel dibattito tra chi ha organizzato il 15, la possibile costituzione di “servizi d’ordine”, e almeno in nuce ve n’è già stata una pratica, è bene ricordare che la lunga critica in merito trova sue significative ragioni e che, in ogni caso, nel passaggio alla “forza”, sarebbe etico considerare innanzitutto il nemico, non chi lo combatte, sia pure in forme che non si dovessero condividere.

SU PIAZZA SYNTAGMA E ALTRO

In uno dei comunicati della Confederazione v’è una presa di posizione netta contro “gli anarchici greci” e in favore del “servizio d’ordine del Partito comunista greco (KKE) che scaccia a bastonate dalla piazza 500 anarchici che attaccavano la polizia…”.

Noi non abbiamo la pretesa, a differenza di chi, a ragione o a torto, si ritiene all’altezza di poterlo fare, di giudicare con tanta sicumera quei fatti, conosciamo tuttavia, e propendiamo per altre versioni e letture, anche problematiche. Abbiamo in ogni modo chiara l’immagine di un servizio d’ordine del KKE schierato a difesa del parlamento greco, già presidiato dalla polizia, e siamo tra i tanti che conservano buona memoria di servizi d’ordine di tal fatta a noi ostili, in passate circostanze e luoghi più vicini.
Non vorremmo essere mai partecipi di quanto – mal dissimulato, ma meglio sarebbe dire velleitariamente minacciato, nell’espressione “non crediamo affatto indispensabile l’uso di forze di dissuasione” – si profila all’orizzonte delle cosiddette “regole d’ingaggio”.

SU CIÒ CHE È STATO IGNORATO

Lacrimogeni e blindati in Piazza San Giovanni _foto Valentina Perniciaro_

Anche qui prendiamo in prestito, non importa da chi giacché siamo per un movimento senza nome e guardiamo al senso delle cose, un’espressione usata da altri, senz’altro aggiungere: “La novità vera è che i ragazzi delle periferie sono ricomparsi nel centro e non per fare lo shopping e lo faranno sempre più spesso, insieme a tutti gli altri e le altre che desiderano la fine del vecchio mondo. Il “teppismo” di questi ragazzi è autodifesa, la loro furia è direttamente proporzionale al desiderio che hanno di trasformare la loro vita. La cecità di chi si ostina a non voler vedere la decomposizione sociale in corso, una disabilità mentale coadiuvata da una sorta di revisionismo storico applicato al presente che sfocia in feroce risentimento contro l’attualità, dimostra solo la lontananza del ceto politico movimentista dalla verità del tempo e la sua esteriorità al movimento che trasforma lo stato di cose presenti”.

SULLA RAPPRESENTANZA

Posto che mai si dovrebbe dimenticare che i cobas stessi non sono nati su un’idea di rappresentanza, ma di movimento conflittuale, tanto meno si può pretendere di esportare, su una complessità sociale come quella attuale, un modello progressivamente trasformatosi e che mostra già le sue crepe. L’esperienza può solo essere utilizzata al fine di mettere a disposizione, non  tentando velleitariamente di egemonizzare, la propria intelligenza delle cose. La critica del “politico”, della “rappresentanza”, non solo quella istituzionale, è sempre più evidente, e resistere a questo può solo rispondere a interessi, presunzioni e risentimenti di ceto politico.

Si fanno i conti con la realtà e si è anche costretti a prendere atto di necessità imposte, così si utilizza anche la forma-sindacato, ma guai a dimenticare la propria genesi e adattarsi ad accomodamenti in successione. L’attualità di Oakland ci dice che si può fare scioperi anche senza sindacati e inamovibili leaders, quella di Roma, forse, che “Hessel non abita in Italia” (cfr. http://senzasoste.it/speciali/hessel-non-abita-in-italia-la-crisi-permanente-della-forma-movimento-basata-sul-primato-dell-opinione-pubblica )

PER FINIRE

E’ vero, singoli gesti -in singoli momenti non sempre-  hanno forse messo a repentaglio il corteo; gesti non condivisibili, certo, ma se così è avvenuto, non c’è da fare la litania autocentrata delle lamentele, tanto meno c’è da rilasciare interviste. Se si ha l’intento di mettere a disposizione dei conflitti la propria intelligenza per spingerli in avanti, c’è piuttosto da chiedersi quale tipo di previsioni si sono fatte prima. C’è da chiedersi, noi tutti, beninteso, se si è stati in grado di capire cosa bolle nel sociale, nella classe frantumata, non nella cosiddetta “società civile” (che odiosa espressione!) e dentro la crisi. C’è da chiedersi in che misura si è stati incapaci di interpretare, intercettare, eventualmente indirizzare la rabbia, correggendone la mira.

Ci sarebbe da starne alla testa, non alla coda.
Nell’immediato ci sembrano urgenti due cose:

  • si approfondisca e allarghi il confronto, che esso sia aperto e privo di timori sui temi, tutti, che il 15 ha posto in campo
  • si dia piena solidarietà agli arrestati, si assuma il compito della loro assistenza legale e della loro liberazione.

Cobas Scuola Milano
Cobas Scuola Varese

Frammenti di Oreste Scalzone, da Genova al 15 ottobre, passando per Matteo Renzi

11 novembre 2011 11 commenti

12 anni bastano compagni.
Avete mai visto una rivoluzione, una sovversione, che continua a riprodursi per appuntamento, spettacolare.
Ce li organizza la società dello spettacolo, e noi appresso. Ogni volta s’è riprodotta così: chi faceva il pacifico, chi faceva il black bloc…ma fino a quando?Sappiamo già tutto, fino a quando andremo avanti?
Il 15 ottobre forse ha chiuso un cerchio.
[…]
La crescita, l’intergenerazionale…quelli del ’69, l’operaio comune eh, non io, Pifano, Curcio o Miliucci, ma quello delle canzoni di lotta continua: ha recuperato del reddito,no?  ha mandato il figlio all’università? E mo si ritrova che fa da ammortizzatore sociale.
Pulisce il culo dei bambini, tiene in casa la nuora o il genero , c’ha già i genitori con l’Alzheimer (perché è l’aumento della speranza di vita dopo i 75 anni) aspetta di avercelo  lui e gli dicono pure che ha rubato il futuro a quella faccia da cazzo di Matteo Renzi.

Oreste Scalzone

Come si fa a non amarlo?

Presidio a Regina Coeli: LIBERARE TUTT@

9 novembre 2011 10 commenti

LA SOLIDARIETÀ È UN ARMA
LIBERARE TUTTE E TUTTI

Nell’affollatissima assemblea di domenica 6 novembre tenutasi al CSOA Ex SNIA si sono incontrate numerose realtà romane provenienti da percorsi molteplici ed a volte distanti, almeno quattro generazioni di compagni e compagne a confronto. La volontà di andare oltre il 15 ottobre e rilanciare percorsi di lotta e autorganizzazione, capaci di connettersi, con la voglia di protagonismo dei giovanissimi, con le tante vertenze nei territori e nei posti di lavoro, con la difesa dei beni comuni e contro profitti e speculazioni. Un sentimento comune nelle dovute differenze senza rimozioni e non senza fare i conti con quanto è successo in quella giornata.

Tutti i presenti si sono espressi per il rifiuto della logica del capro espiatorio alla base del sistema penale e della dicotomia buoni/cattivi con la quale si è voluto criminalizzare da più parti la piazza del 15 ottobre. Un meccanismo che abbiamo subito all’indomani di Genova 2001 con il quale non si è saputo fare i conti. Dopo dieci anni è ancora il paradigma black bloc – infiltrato ad essere riproposto dall’apparato politico, dai pennivendoli e mezzobusti. Un immaginario talmente digerito socialmente da aver scatenato il fenomeno inedito della delazione di massa. Occorre prendere parola e re-agire fuori dai recinti identitari.

In questa direzione, come primo passo, si è deciso di impegnarsi collettivamente perché nessuno rimanga solo a fare i conti con procure e commissariati. Organizzare per questo una campagna per far fronte alla morsa repressiva che si sta impiantando per controllare il crescente disagio sociale e disinnescare il conflitto contro la riorganizzazione del capitale e le politiche europee di austerity. Costruire una rete di solidarietà che si doti come prima cosa di una cassa per le spese legali, l’attivazione di una mailing list per coordinarsi ( https://www.autistici.org/mailman/listinfo/liberta15ott ) e un blog (http://liberatutto.noblogs.org/) per aggiornare le informazioni sui processi e comunicare le varie iniziative.

Si è deciso di scendere questa settimana in piazza, di chiamare Roma a dare una risposta. Le stragi e i disastri colposi che si sono verificati in queste settimane in tutta Italia, a partire dalla nostra città, ci danno il vero parametro della distruzione e del saccheggio che subiamo nei nostri territori, giorno per giorno sulla nostra pelle, niente di paragonabile a dieci vetrine infrante.

L’assemblea si è aggiornata per mercoledì 9 alle ore 20:00 al CSOA Ex SNIA per continuare il dibattito e per organizzare un presidio per sabato 12 novembre in solidarietà con Giovanni Caputi, Fabrizio Filippi, Leonardo Vecchiolla e Carlo Seppia gli unici a cui non sono state derubricate da carcere a obbligo di dimora fra i 14 arrestati  durante e dopo il 15 ottobre. Un occasione per rompere il divieto di manifestare imposto da Alemanno e Maroni, per dare una risposta di massa alla criminalizzazione delle lotte, per la libertà di movimento, per la libertà di tutti gli arrestati e le arrestate.

PRESIDIO DI FRONTE REGINA COELI
SABATO 12 NOVEMBRE DALLE ORE 15:00
LUNGOTEVERE GIANICOLENSE

Per far sentire la nostra solidarietà a chi è ancora in carcere possiamo scrivere agli indirizzi forniti su http://liberatutto.noblogs.org
Per Sottoscrivere per le spese legali di tutti e tutte gli arrestati e le arrestate: venendo negli studi di ROR in Via dei Volsci 56 a Roma, tutti i giorni dalle 8 alle 21; oppure compilando un bollettino di conto corrente postale CCP n. 61804001 intestato a: Cooperativa Culturale Laboratorio 2001, Via dei Volsci 56 – 00185 Roma. Causale: “15 ottobre”; effettuando un bonifico bancario intestato a: Cooperativa Culturale Laboratorio 2001 Codice IBAN: IT15 D076 0103 2000 0006 1804 001 Causale: “15 ottobre”.

Roma: l’autorganizzazione fa capolino nelle Metropolitane

9 novembre 2011 2 commenti

Bello questo comunicato dell’Atac, bello perché quando una società arriva a scrivere pubblicamente simili righe vuol dire che c’è ancora qualche speranza, parola che uso poco e che non amo.
La speranza di pratiche di autorganizzazione nei posti di lavoro, che sappiano far alzare la testa ai lavoratori che da anni subiscono lo sfruttamento e le provocazioni di aziende come Atac Spa: sono un po’ di giorni che le metropolitane di Roma funzionano a singhiozzo.
Sul sito di Atac si parla di “servizio perturbato/ritardi” e il comunicato spuntato da poche ore è inequivocabile.
I lavoratori delle metropolitane di Roma stanno “sabotando” il normale funzionamento del servizio: l’azienda li attacca dicendo che in questo modo, uscendo dalle normali pratiche sindacali, si fa pagare ai cittadini il prezzo più alto.
Tranquilli, siamo abituati a pagarlo, felici di farlo spalla a spalla con chi si ribella, con chi passa all’autorganizzazione.

Questa mattina era chiusa la fermata metro di Termini, mentre la B va lenta lenta che sembra una tartaruga incazzata!
Vi metto il comunicato dell’Atac, che è stupendo:

Atac su agitazioni non autorizzate

Si stanno verificando agitazioni non autorizzate dei macchinisti della metropolitana e degli operai di manutenzione delle officine che, determinando ilrallentamento delle operazioni manutentive sul materiale rotabile e ilrifiuto di condurre alcuni convogli con motivazioni pretestuose, stanno portando alla mancata immissione in esercizio dei treni sulle linee A e B.
A fronte di ciò si stanno creando notevoli disservizi agli utenti del trasporto pubblico, costretti a subire fortissimi disagi e a vedere violato il loro diritto a una mobilità efficiente e sostenibile.
Questa mattina, a causa dell´affollamento determinatosi nella metropolitana per i motivi di cui sopra, le autorità di pubblica sicurezza sono state costrette a chiudere e a sfollare la stazione di Termini.
Tutto questo mentre l´Azienda e le organizzazioni sindacali si apprestano oggi ad incontrarsi per la ripresa delle trattative sul piano industriale, per cercare di individuare insieme le soluzioni compatibili con la delicatissima situazione economico – finanziaria di Atac e del trasporto pubblico locale. Ci auguriamo pertanto che prevalga il senso di responsabilità di tutti.
Nel ribadire che Atac manterrà un atteggiamento di assoluta intransigenza nei confronti di chi supera i confini di una normale dialettica sindacale con atteggiamenti che non colpiscono l´Azienda ma tutti i cittadini, e sperando che dalla trattativa odierna emergano proposte concrete di soluzione alle problematiche, si riserva di valutare l´opportunità di presentare un esposto alla magistratura per tutte le fattispecie penali e civili che eventualmente emergessero.

Alcune notizie in più a riguardo: non si tratterebbe di veri e propri scioperi selvaggi. Diciamo che i lavoratori hanno deciso di applicare alla lettera il regolamento a cui sono sottoposti, rifiutandosi di far uscire vetture difettose.
Piccoli importantissimi passi, che alzano le teste, che creano collettivizzazione, che costruiscono conflitto.

Ad Atene si espropriano i supermercati, nella gioia generale

8 novembre 2011 3 commenti

la foto non è greca, ma mi sembrava adeguata 😉

Sabato 5 novembre 2011, un gruppo di compagni ha effettuato un esproprio in un supermercato di Exarchia che
fa parte della catena Bazar/Fresh Express.
Prodotti di base e cibo sono stati espropriati e poi distribuiti alle persone che si trovavano al mercato all’aperto di Via Kallidromiou.
La folla ha accolto con entusiasmo i carrelli della spesa pieni e ha  prontamente accettato i prodotti con apprezzamento e complimenti per
l’azione.
Le loro ricchezze sono il nostro sangue.
Espropriare Capitale ovunque.

I Compagni

Link in Spagnolo e Inglese

Marx e una lezione sui “cosiddetti eccessi” popolari

4 novembre 2011 2 commenti

“Ben lungi dall’opporsi ai cosiddetti eccessi, casi di vendetta popolare su persone odiate o su edifici pubblici cui non si connettono altro che ricordi odiosi, non soltanto si devono tollerare quegli esempi, ma se ne deve prendere in mano la direzione”.
Karl Marx, 1850
.  Indirizzo al Comitato Centrale della lega dei Comunisti
Grazie a Contromaelstrom

Area Spa: aiutiamo il presidente siriano Assad a rastrellare e uccidere!

4 novembre 2011 7 commenti

Mentre gli aerei per e dalla Siria son sempre più vuoti di chi la ama, la abita o la visita, si riempiono di quei mercenari di ogni genere che guadagnano e investono sulla repressione e i sistemi di sicurezza usati dai regimi per sedare qualsiasi tentativo di rivolta.
Questa volta parliamo di una società che ha sede a pochi chilometri da Varese (nel comune di Vizzola Ticino), oggi nominata da Bloomberg in un lungo articolo che racconta come sta lavorando, da marzo, per il regime siriano, impegnata proprio nell’istallazione di un sofisticato sistema per intercettare e catalogare tutti messaggi telematici che attraversano la Siria.

Foto di Valentina Perniciaro _Siria: quante delle porte che m'hanno accolto saranno state buttate giù dagli anfibi della repressione di Assad?_

Si chiama “Asfador” e ci dicono che ancora non è stato ultimato, ma che sarà in grado di monitorare in tempo reale un po’ tutto: email, social network e chat, in un archivio che abbia una capillarità tale da archiviare utente per utente.
Pare che in ballo, tra il governo siriano (attraverso la compagnia Syrian Telecomunication Establishment) e la società italiana ci sia un accordo di ben 13 milioni di euro, sulla pelle di più di 3000 morti in sei mesi, di tortura e repressione (AH! In Italia ha messo in mobilità 41 dipendenti da marzo per la grossa crisi che ha colpito la società). Calcolando come vengono effettuati i rastrellamenti, calcolando le migliaia di persone finite in carcere, non oso immaginare quanto enorme sia la responsabilità degli arresti casa per casa, famiglia per famiglia, della società del varesotto.
La compagnia delle telecomunicazioni siriana riesce a controllare una piccola percentuale del traffico internet, ma con il programma che la Area SPA sta ultimando, grazie all’utilizzo di attrezzature di compagnie americane per quanto riguarda hardware e software ( Net App Inc, californiana) ed europee per la decriptazione dei social network (la francese Qosmos) e la connessione delle linee telefoniche ai pc impiegati per il monitoraggio (la tedesca Utimaco).
Nessuna di queste società si è impelagata con contratti ed accordi con il macellaio presidente siriano Bashar al-Assad: l’hanno fatto con la compagnia italiana, che è tranquillamente volata a Damasco.
Anzi Bloomberg ci descrive anche la stanza affittata dai tecnici italiani, in un quartiere residenziale vicino allo stadio, probabilmente dietro Baramke: meglio che non ci penso, che mi sento male.

Non solo al servizio delle procure nello schedare gli italiani, ora al servizio dei rastrellamenti: CHE SCHIFO!
Questo il loro sito e qui il numero di telefono, se volete dirgli qualcosa.

Nel frattempo il governo siriano prende in giro il mondo.
Nemmeno a 3 ore dall’accordo con la Lega Araba per il ritiro dell’esercito da tutte le città e i villaggi e il rilascio delle migliaia di persone detenute in questi mesi solo ad Homs si erano registrati 18 morti e stamattina i mezzi cingolati si son presentati anche a Lattakia, Hama, in alcuni villaggi dell’Hauran e a Zabadani, vicino Damasco.
Pensa se non arrivavano all’accordo, maledetto macellaio

Da Oakland: are you a pacifist? e da che parte stai??

4 novembre 2011 4 commenti

Una risposta al documento dei Cobas, da Infoaut (grazie)

3 novembre 2011 7 commenti

Ho pensato e ripensato, durante il tanto tempo impiegato nella lettura delle 7 -sottolineo sette- cartelle della Confederazione Cobas sul 15 ottobre, se scrivere qualcosa a riguardo.
Ho pensato e ripensato anche di aver causato qualche mal di stomaco a chi ha scritto quel testo per quei due post, scritti molto a caldo e molto incazzati e letti in pochi minuti da migliaia di persone, sull’atteggiamento dei Cobas in piazza e soprattutto sulle parole urlate dalle trombe di quel camion, a me tanto caro per un buon decennio.
Poi cavolo…ma come si fa a rispondere a quelle pagine?

Foto Baruda

Io non ci son riuscita, non mi son voluta nè rodere il fegato nè scompisciarmi dalle risate pubblicamente, ma ringrazio chi al posto mio ha scritto e risposto, anche perché tirato direttamente e istericamente in ballo.
Quindi copio-incollo l’articolo a firma della redazione di Infoaut uscito poco fa sul loro sito, ma prima di farlo riprendo le parole che chiudono l’articolo chiedendomi: ma Piero Bernocchi, che da anni e anni e anni è portavoce di quella struttura … qualcuno l’ha mai votato?
Scusate, so’ polemica,
leggetevi l’articolo, che è meglio!

A proposito di un documento della Confederazione Cobas.

Sono ormai passati diversi giorni dagli eventi accaduti il 15 ottobre a Roma. Il dibattito che si è in seguito sviluppato all’interno del movimento sul corteo degli indignados, soprattutto in rete attraverso una serie di comunicati e testimonianze, è stato senza dubbio interessante. Fra le molte cose che abbiamo letto, di ogni tipo e colore, ci ha colpito negativamente il documento della confederazione COBAS. Complessivamente, le 7 cartelle (!) intitolate “UN IGNOBILE ATTACCO AI COBAS, L’ANALISI DEL 15 OTTOBRE E COME CONTINUARE” rappresentano dal nostro punto di vista più che l’analisi politica di un evento di piazza, una sorta di sfogo, tanto sguaiato quanto isterico, che davvero poco aiuta alla comprensione di quanto avvenuto. L’assunto di base, che il testo vorrebbe dimostrare, appare frutto di una lettura dietrologica degli accadimenti, che come sempre avviene in questi casi, rovescia le cause con gli effetti. Secondo i COBAS il 15 ottobre qualche mente diabolica avrebbe ordito un piano scellerato atto a distruggere il corteo degli indignados e quindi di impedire di parlare dai palchi in piazza San Giovanni, tanto per fargli “pagare” il presunto accordo elettorale con SEL. Aldilà della evidente infondatezza dell’assunto, vorremmo qui porre l’accento su alcuni passaggi del suddetto documento. A pagina 3 viene così scritto:

“Letteralmente agghiacciante, infine, la motivazione venuta da alcuni (tipo il comunicato su Info-Aut di una ben nota area, “Volevano fare un comizio. E invece…”, che irride agli organizzatori, considerati venduti al centrosinistra e che inneggia ai distruttori che avrebbero impedito il subdolo piano) secondo la quale il corteo sarebbe stato demolito giustamente perché nascondeva un patto scellerato con SEL da parte di alcuni dei promotori (Uniti per l’Alternativa).”

Fa comodo evidentemente fare finta di non capire. Intanto, il titolo dell’editoriale viene citato in modo distorto, piegato alle esigenze di una lettura forzata; quello corretto recita “Doveva finire con qualche comizio”, e solo ai più superficiali può sembrare che non vi sia differenza. In secondo luogo, il contenuto non è riassumibile nei termini in cui viene fatto dai COBAS. Il nostro editoriale, molto semplicemente, vorremmo dire materialisticamente, si limita a leggere quanto appena avvenuto e fornisce una prima impressione e alcune chiavi di lettura. Nessuno afferma che “il corteo è stato demolito giustamente”, né che la causa di ciò sia dovuta al “patto scellerato con SEL da parte dei promotori”. Quello che diciamo, lo ripetiamo per i duri d’orecchio, è che l’avere scelto di non passare con il corteo vicino ai palazzi del potere non poteva fare altro che lasciare mano libera alla spontaneità e all’improvvisazione. Il punto è questo, e ancora oggi non abbiamo letto da nessuna parte, COBAS compresi, perché sia stato scelto per il corteo un percorso che accuratamente evitasse l’incrocio con un qualsiasi luogo simbolo del potere. Gli organizzatori hanno promosso il solito rituale corteo da piazza della Repubblica a San Giovanni, prefetto e questore hanno tirato un bel sospiro di sollievo e di gioia quando ne sono venuti a conoscenza. Noi, pensavamo e continuiamo a pensare che un corteo come quello di Roma avesse il dovere quantomeno di provare ad avvicinarsi ad essi. E continuiamo a pensare che se così fosse stato, probabilmente oggi parleremmo di un altro 15 ottobre. Ma l’assenza di risposte su questo punto (o la ridicola scusa che piazza Navona sarebbe stata troppo piccola per contenere 2-300 mila persone, come se il corteo avesse dovuto concludersi per forza lì) non poteva che alimentare le voci che da tempo giravano sui presunti accordi sottobanco con SEL e ARCI ,voci che certamente non abbiamo messo in giro noi, e che oltretutto non è che suscitino chissà quale sorpresa.

C’è poi un altro elemento che vorremmo sottolineare. Ed è il linguaggio utilizzato dai COBAS nel comunicato. Siamo abituati da tempo immemore a leggere sulla stampa mainstream(una volta si sarebbe detto “borghese”) giudizi, formule e terminologie che più che

Foto Baruda _I Cobas il 15 ottobre_

raccontare e spiegare, definiscono e giudicano i movimenti e le lotte secondo una morale perbenista, quando non forcaiola. Ritrovare però quello stesso linguaggio dentro a un comunicato di un sindacato di classe, non concertativo, aut organizzato, di sinistra come i COBAS ci lascia appunto interdetti. Sorvoliamo ancora sulle numerose e pesanti allusioni che una mente nemmeno troppo sveglia leggerebbe come volgari giudizi sprezzanti verso di noi, e ci limitiamo a riportare alcune dei termini utilizzati: i soggetti sociali protagonisti degli scontri di Roma e coloro che in seguito si sono permessi di non condannarli al rogo, vengono definiti di volta in volta devastatori, sfasciavetrine, sfasciacarrozze, folli, sciagurati, “compagneria”, apprendisti stregoni, gruppettari politicanti, degradati, sedicenti antagonisti, distruttori ecc. Se questo è il linguaggio dei COBAS, ci chiediamo davvero cosa differenzi i suoi maitre à penser da quelli di Repubblica, Corriere e Libero.

Ma poiché conosciamo tante compagne e compagni dei COBAS, ci chiediamo se quello riportato nel comunicato sia davvero il pensiero e il linguaggio degli iscritti e dei militanti del sindacato. I tanti con i quali in passato abbiamo condiviso lotte e battaglie, alcune anche eroiche, e tutte vissute con partecipazione e trasporto non crediamo, e non vogliamo credere che possano riconoscersi in quel testo. Come non vi si riconoscono le tante nostre compagne e nostri compagni iscritti ai COBAS. Non vi si riconoscono alcune compagne del centro Italia che hanno partecipato al recente Feminist Blog Camp, che imbarazzate, ci hanno tenuto a nel loro intervento a prenderne le distanze (per quanto non fossero presenti in vesti sindacali). Non vi si riconoscono compagne e compagni che conosciamo e che insegnano nelle scuole a Torino, in provincia, in Valle di Susa. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

Tra il serio e il faceto sorge quindi, per concludere, un interrogativo. Chi ha scritto quel comunicato, rappresenta davvero gli iscritti e i militanti dei COBAS? Siccome a parlare, nei comizi e in tv, è sempre e solo Piero Bernocchi, potrebbe sembrare di sì. Ma abbiamo appena visto che la realtà che conosciamo è un’altra. Sorge quindi un’ulteriore domanda. Se in un apparato elefantiaco come la CGIL , negli ultimi 10 anni abbiamo visto avvicendarsi alla sua guida prima Cofferati, poi Epifani e ora la Camusso; nella CISL D’Antoni, Pezzotta e Bonanni, come mai nei COBAS continua a dominare ininterrottamente da quasi 15 anni la figura di Piero Bernocchi? Nemmeno vivessimo nella Bulgaria di Zivkov! Speriamo che questa eterna leadership abbia garantito un costante e progressivo aumento delle tessere sindacali. Potremmo sbagliarci. Ci risulta invece, e qui certamente non sbagliamo, che il buon Bernocchi sia da anni un pensionato. Non sarebbe il caso, per il bene di tutti e tutte, che passasse la mano a qualcuno più giovane e coraggioso, e concludesse la sua carriera come leader della categoria alla quale appartiene?

La redazione di Infoaut.org

sulla giornata del 15 ottobre:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
I “terroristi urbani”

Roma: sono i più giovani a sfidare le ordinanze di Alemanno e i divieti stile ventennio

3 novembre 2011 10 commenti

La Questura sta vagliando le posizioni di 300 persone..questo lanciano le agenzie poco dopo cena.
Trecento persone identificate oggi in quella pagliacciata a cui la questura di Roma ha costretto centinaia di ragazzi che manifestavano, la maggiorparte studenti medi, quindi minorenni.
Manifestazione non preavvisata, danneggiamento, invasione di terreni ed edifici, inadempimento delle autorità: questi sarebbero i reati che si profilano.
Ma ricominciamo da capo, senza troppi dettagli che questa giornata è stata eterna.
Alemanno dopo il 15 ottobre e gli scontri in Piazza San Giovanni decide per un delirante divieto di manifestare per un mese: i primi a sfidare questo divieto son proprio loro, coloro che hanno invaso la manifestazione del 15 ottobre e anche la piazza degli scontri, gli studenti.
Giovanissimi, tanti, incazzati, determinati, poco impauriti.
Oggi si son trovati davanti alle scuole volanti e blindati: il divieto di manifestare doveva esser garantito, il Sindaco non voleva che gli studenti muovessero un passo.
Al Mamiani fanno 50 identificati prima delle 8.30 di mattina e la risposta degli studenti è immediata: corteo per Prati, traffico bloccato.
Poi il tutto si sposta a Tiburtina: migliaia di ragazzi arrivano nei dintorni della stazione, che dopo un po’ viene chiusa. Mentre i treni son costretti a proseguire, facendo finta di non vedere la stazione Tiburtina, le migliaia di studenti vengono prima caricati, poi chiusi letteralmente in una tonnara senza via d’uscita, nella quale son rimasti intrappolati per ore.
Non c’è stato verso, non c’è stato modo di contrattare un’uscita dalla piazza se non attraverso l’identificazione di tutti: il tira e molla è durato un bel po’, gli studenti con i documenti in mano urlavano “TANTO NON VE LI DIAMO”…
Così è stato, nessun documento: ma peggio.

La tonnara è stata aperta solo in un punto.
L’ordine della Questura è: si esce a gruppi di 30 in fila indiana, con 7 secondi tra un gruppo ad un altro:
Non sto delirando, è precisamente quello che è successo: tutti in fila indiana (anche a tempo) davanti alle telecamere della polizia.
L’Apartheid israeliano oggi sembrava arrivato al tiburtino: checkpoint per minorenni, identificazioni di massa, qualche pestaggio che ci sta sempre bene, 10 arresti.
Una volta usciti tutti, gli studenti si son recati al Verano, davanti al commissariato di Polizia di San Lorenzo per chiedere il rilascio di tutti i fermati, ottenuto abbastanza rapidamente.
Una grande assemblea alla Sapienza e la promessa al sindaco che ci si rivedrà presto per le strade romane.

Nel frattempo, mentre gli studenti erano in piazza, la Digos entrava nelle scuole chiedendo ai presidi i registri per segnarsi i nomi degli assenti; qualcosa di estremamente vergognoso.
Che fate gli schedari di chi manifesta? Anche se hanno 15 anni?
Una pagina buia, che contribuirà a far alzare la testa a questi giovanissimi manifestanti.
Pagina buia anche leggere l’infinita solidarietà in rete da quelle stesse persone che invocavano la polizia o la aiutavano impacchettando persone e consegnandole alle camionette il 15 ottobre: oggi erano indignati nel vedere le scuole di Roma presidiate dai blindati.
Eppure, cari miei indignati pacifisti col vizio della delazione, gli studenti che oggi sono stati identificati son gli stessi che volevate in galera meno di tre settimane fa: siete un po’ ridicoli.
Ma lo sapete già
SUL SITO DI RADIONDAROSSA ci son delle corrispondenze effettuate dalla piazza.

Per quanto riguarda gli arrestati del 15 ottobre oggi è finalmente arrivata la prima buona notizia.
Il Riesame ha scarcerato praticamente tutti: alcuni ai domiciliari, altri con obblighi di firma.
Niente carcere però, niente blindati, sbarre, casanza, secondini, domandine, colloqui..
e non c’è cosa che mi rende più felice.
In carcere resta chi è stato arrestato successivamente al 15, come Chucky che continua a protestare contro il suo arresto con lo sciopero della fame.

Il cuore di Majak…e un po’ anche il mio

2 novembre 2011 Lascia un commento

Egitto: altro rinvio per Maikel Nabil ormai allo stremo, e grandi mobilitazioni in solidarietà di Alaa

1 novembre 2011 1 commento

Ieri la mobilitazione in sostegno di @Alaa, blogger e attivista politico di spicco nel movimento di piazza Tahrir condannato a scontare quindici giorni per essersi rifiutato, da civile, di rispondere alle domande postegli dalla corte militare, è stata massiccia. Alaa è un personaggio molto noto, che aveva già conosciuto le carceri egiziane del regime di Hosni Mubarak e le manifestazioni in suo sostegno ci son state al Cairo, ad Alessandria e in Tunisia, oltre alla grande mobilitazione avvenuta in rete. Il fratello, altro noto attivista, che è riuscito ad avere un colloquio con lui, ci racconta di una cella priva di luce, con la possibilità di uscire per recarsi al bagno solo due volte al giorno, per venti minuti.
Migliaia di persone si sono riunite in piazza Talaat Harb, a pochi passi da piazza Tahrir, per manifestare solidarietà al compagno e amico Alaa e urlare la propria rabbia cntro il Consiglio Supremo delle Forze Armate, la grande delusione (anche troppo scontata per quel che ci riguarda) della rivoluzione del gennaio di quest’anno.
Tra i cingolati dei carri armati dello Scaf trovavano riparo e letto le migliaia di persone che per settimane hanno abitato i marciapiedi e l’asfalto della downtown del Cairo, nelle mani di quei soldati hanno imprudentemente consegnato la loro lotta, convinti che gli sarebbe stata garantita una transizione pacifica verso delle elezioni democratiche a cui tutti sono impreparati.
Ma insomma, era un po’ come crede alle favole e il sogno dell’esercito buono dalla parte del popolo e contro agli ancestrali meccanismi e mandri di un regime quarantennale si è spappolato come le teste dei coopti che manifestavano davanti alla sede nazionale della Tv di stato, pochissime settimane fa.
Decine di morti, molti schiacciati sotto le ruote dei blindati di quell’esercito tanto amato: quella sera è stata definitivamente tirata una linea di demarcazione, e lo SCAF è dalla parte del regime, del potere, della repressione, del carcere, della tortura, degli assassinii.
E i nomi iniziano ad esser troppi, da quella lunga notte in cui fu ucciso anche il giovane blogger Mina Daniel, tra quelle 40 persone, accorse immediatamente in sostegno dei copti colpiti.
Maikel Nabil è un altro blogger, un ragazzo coraggioso che dalle sue pagine ha denunciato per primo il test della verginità sui corpi delle donne che venivano fermate in piazza, o negli scioperi: tre anni di condanna inflittagli da un tribunale militare, contro il quale ha iniziato uno sciopero della fame. Una storia processuale un po’ rocambolesca, un continuo posticipare le udienze – proprio come avvenuto anche questa mattina- che sta portando il corpo di Maikel a non farcela più.
Oggi, allo sfiorar del settantesimo giorno senza cibo, lo scheletrico Maikel Nabil Sanad s’è visto schiaffeggiare con un altro rinvio: altre due settimane, forse quelle fatali viste le sue condizioni.

Questi alcuni dei casi, insieme a quello di Essam, il ragazzo torturato a morte di cui si son fatti i funerali nella piazza simbolo della rivoluzione nemmeno una settimana fa, che stanno facendo esplodere la rabbia egiziana verso l’esercito.
Ancora una volta è l’inaspettato ad aver la meglio nelle mobilitazioni: mai si sarebbe pensato a slogan contro Mubarak fino allo scorso anno e abbiamo visto quel che è stato.
Mai si sarebbe pensato, nei mesi successivi alla sua caduta, di sentire migliaia di persone urlare per l’abbattimento dell’esercito con tanta determinazione: ora è quello di cui risuonano le strade.

Egitto: lo SCAF ha stufato, ora hanno Alaa. BASTA: TUTTI LIBERI!!

30 ottobre 2011 3 commenti

Ora c’è  ‘Alaa nelle mani del consiglio supremo delle forze armate egiziane (SCAF).
A pochissimi giorni dall’ennesimo funerale in piazza Tahrir, di un ragazzo ucciso dalla tortura, abbiamo un compagno, un comunista, un blogger, un giovane rivoluzionario nelle loro mani.

Ecco il bel faccione di Alaa, fotografato da Hossam el-Hamalawy

Appena una decina di giorni fa si trovava a San Francisco, invitato dagli attivisti delle accampate americane per un viaggio statunitense in cui avrebbe raccontato, e così è stato, la sua esperienza di “rivoluzionario” egiziano.
Alaa Abd El Fattah non è mai mancato per le strade, per gli scioperi, per le manifestazioni che hanno attraversato e mutato l’Egitto in questi ultimi mesi, da poco prima del 25 gennaio ad oggi: non son mai mancati i suoi commenti e le sue analisi, da militante comunista,
i suoi folti capelli ricci e neri non hanno mai smesso di riempire le fotografie delle mobilitazioni,
anche e soprattutto quelle contro l’esercito, che doveva garantire una transizione e invece sembra stia solo garantendo la prosecuzione del regime di Mubarak, senza il Faraone seduto sul trono.
Alaa mentre era in Egitto ha ricevuto la comunicazione di una chiamata in tribunale militare…
sulla sua pagina Twitter c’ha avvertito a tutti che stamattina si sarebbe obbligatoriamente dovuto recare lì, a rispondere a chissà che cosa.

Per ora ha ricevuto una condanna a quindici giorni, per essersi rifiutato di rispondere.
Carcere militare, tribunale militare: tutto quello contro lui l’amico Alaa ha sempre lottato e cercato di mobilitare più persone possibili.
Non poteva rispondere a domande di militare; non accetta quel tribunale, non lo riconosce da civile che è, giustamente.

La campagna FreeAlaa esisteva prima delle gloriose giornate della rivoluzione poi tradita dagli anfibi,
ora ci risiamo, sperando che questi quindici giorni siano effettivi, che non sia una sola ora di più,
e che a causa di questa detenzione Alaa possa assistere alla nascita di suo figlio,
visto che Manal, sua moglie, è all’ottavo mese di gravidanza.

Ricordiamoci che c’è ancora Maikel, in condizioni disperate
e che Mina invece non c’è più…
E che più di 12.000 persone son passate per i tribunali militari egiziani dal 25 gennaio

Egitto: tortura e carcere. Nulla cambia: l’ennesimo funerale in piazza Tahrir

28 ottobre 2011 4 commenti

Un’altra giornata di rabbia infinita per il Cairo e per tutte quelle migliaia di persone che non mollano la lotta contro un regime che non sembra proprio voler andare a casa, dopo la caduta del rasi Hosni Mubarak.
Il consiglio supremo delle forze armate, che doveva garantire la transizione dalla dittatura alle prime elezioni senza Mubarak dopo decenni, sta continuando a calpestare le speranze di chi ha mobilitato il paese a Tahrir come in tutte le altre province del paese.
Un esercito che continua ad uccidere e torturare, che continua a reprimere i lavoratori in lotta e chi dissente: nulla sembra cambiare per l’Egitto.

E oggi è stata un’altra giornata indimenticabile, che ha riportato la rabbia delle giornate in cui l’esercito ha sparato sul corteo copto, ha calpestato i manifestanti con i blindati, lasciando a terra decine di persone, tra cui il caro blogger e attivista Mina Daniel.
Oggi parliamo di un detenuto di 24 anni, di nome Essam Ali Atta Ali, morto la scorsa notte all’interno dell’ospedale Qasr el-‘Aini, in seguito alle lesioni riportate dopo le brutali torture subite in carcere: a far scoppiare il caso è stato il quotidiano al-Ahram, spinto dal Centro El-Nadeem, (che si occupa proprio della riabilitazione delle vittime di torture) che ha riportato la testimonianza del fratello, che ha visto i segni di tortura su quel corpo ed ha denunciato il caso.
La sua condanna, arrivata il 25 febbraio, era a due anni, datagli dal tribunale militare per l’occupazione di un appartamento e la stava scontando nel carcere di massima sicurezza di Tora.
Le punizioni corporali subite sarebbero partite dopo il ritrovamento di una SIM card nella sua cella: a quel punto sarebbe stato torturato con l’inserimento di alcuni tubi in bocca e nell’ano di Ali, che gli anno causato emorragie letali.

Oggi tutti gli attivisti del Cairo si son mobilitati per andare tutti insieme all’obitorio del Cairo a recuperare il corpo di questo ragazzo brutalizzato a morte: col suo corpo in spalla migliaia di persone si son recate dall’obitorio dell’ospedale alla moschea di piazza Tahrir, per la preghiera della sera, alla quale si sono aggiunti i suoi familiari. Più di diecimila persone sono arrivate in midan al-Tahrir per salutare Essam e per urlare con tutto il proprio fiato l’infinita rabbia contro il potere militare, che tanto era riuscito ad illudere chi pensava di essersi liberati da una dittatura.
C’è ancora da fare: la repressione di Stato non smette di accanirsi su chiunque può, arrestando, condannando, torturando e uccidendo.

A fianco di tutti voi, che oggi siete andati a salutare Essam, ennesimo martire di una rivoluzione tutta da fare.

Nina e Marianna un po’ più libere, i NOTAV festeggiano la revoca dei domiciliari!

28 ottobre 2011 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro, Genova 2002

Fratello, felice nel mio paese, ho dormito sulla terra;
L’ho abbracciata, stretta, tanto mi era mancata, vedi…
Goccia a goccia, il mio sangue di fuoco innaffia le vette.
Così avanza il nostro popolo;
Così sorge l’alba che vedranno i nostri figli.
(Anonimo palestinese)

Oggi, mentre veniamo a sapere di altri arresti inerenti agli scontri del 15 ottobre in Piazza San Giovanni , a Roma,
è anche lo stesso giorno in cui finalmente arriva la notizia di un pezzetto di libertà in più per le compagne notav arrestate quest’estate.
Nina e Marianna hanno ottenuto la revoca dei domiciliari e l’obbligo di dimora: malgrado fossero incensurate hanno passato due settimane in carcere e un mese in misure detentive domiciliari.
Non una vera e propria libertà, visto che rimangono indagate e non possono avvicinare i comuni di Giaglione e Chiomonte, ma sono almeno tornate ad un minimo di normalità e socialità.
E allora buona libertà Nina e Marianna, o almeno buon cammino …

QUI UN COMUNICATO IN SOLIDARIETA’ CON GLI ARRESTATI DEL 15 OTTOBRE

Anche oggi proseguono gli arresti: Chucky si dichiara innocente e prosegue lo sciopero della fame

28 ottobre 2011 3 commenti

Mentre le agenzie diffondono le prime informazioni sul nuovo fermo di un giovane di 28 anni, realizzato dai carabinieri di san Miniato, in Toscana, con l’accusa di aver preso parte all’incendio del blindato dei carabinieri che si era lanciato nel cuore di piazza san Giovanni, dove stazionavano migliaia di manifestanti, l’avvocato di Leonardo Vecchiolla, arrestato a Chieti sempre per lo stesso fatto, fa sapere che «Nel fascicolo dell’inchiesta non c’è alcuna prova della sua partecipazione al fatto».

Paolo Persichetti
dal suo blog Insorgenze

Non è tutto black quel che è bloc. Vacillano le accuse contro Leonardo Vecchiolla, lo studente di psicologia dell’università Gabriele D’Annunzio di Chieti, arrestato il 22 ottobre scorso e subito presentato ai media come uno degli «incappucciati» autori delle devastazioni avvenute durante la manifestazione del 15 ottobre scorso. Ad «incastrare» il 23enne, originario di Benevento ma residente ad Ariano Irpino, sarebbero state alcune intercettazioni telefoniche nelle quali il giovane, secondo l’accusa, si sarebbe vantato di aver preso parte all’incendio di un blindato dei carabinieri rimasto intrappolato tra i manifestanti dopo una carica giunta fin nel cuore di piazza san Giovanni. Luogo dove stazionavano ancora decine di migliaia di dimostranti dopo che per ore molti di loro avevano resistito alle cariche ed

Foto Ansa di Massimo Percossi

ai caroselli delle forze dell’ordine.
L’utenza chiamata da Vecchiolla apparteneva ad un suo amico d’infanzia messo sotto ascolto nell’ambito di un’altra indagine condotta dai carabinieri di Avellino per ipotesi di reato che nulla hanno a che vedere con i fatti di piazza san Giovanni, e alla quale Vecchiolla è completamente estraneo.
La circostanza è servita ai Ros per confezionare un arresto ultramediatico a ridosso del corteo dei No tav in val di Susa, al quale anche Vecchiolla si accingeva a partecipare. ll giovane infatti è stato arrestato con il biglietto del treno in tasca mentre si recava in stazione. Serviva un colpevole immediato per puntellare il teorema dei violenti infiltrati nei cortei.
A distanza di giorni però non sono emerse le conferme tanto attese e forse per questo la procedura si è arenata: non ci sono foto o immagini che identificano lo studente tra le persone che hanno incendiato il furgone nonostante la scena sia stata immortalata in centinaia di foto e ripresa da più angolazioni. Anche il contenuto delle due intercettazioni resta dubbio ed è singolare che le bobine si trovino ancora presso i carabinieri di Ariano Irpino e non a Roma, sede titolare dell’indagine. All’avvocato Sergio Acona non è ancora pervenuta l’autorizzazione per ascoltarle: «La trascrizione della prima – ha spiegato il legale – non fornisce elementi univoci», in sostanza non consente di stabilire che Vecchiolla abbia partecipato all’incendio del mezzo blindato. Nella seconda, «ci sono molti punti di sospensione o parole indicate come incomprensibili». Frasi estrapolate e spezzettate all’interno di un discorso ancora tutto da verificare. La stessa scontata convalida della custodia cautelare pronunciata dal gip di Chieti non ha aggiunto elementi nuovi. Il magistrato si è limitato a confermare la detenzione per tentato omicidio, devastazione e resistenza a pubblico ufficiale, dichiarando al tempo stesso la propria incompetenza. Ora tocca alla procura di Roma che però va a rilento.
Intanto Leonardo, Chucky per gli amici, è in sciopero della fame e della sete. Nel corso dell’interrogatorio ha descritto il suo abbigliamento nel corteo e chiesto che venissero fatte indagini per accertare la sua esatta posizione: «Identitificatemi in mezzo alla piazza e vedrete che non sono io quello che ha dato fuoco o era vicino all’autoblindo», ha detto. Precisando di essere stato solo spettatore della scena da una certa distanza, insieme ad altre migliaia di persone. Ha spiegato anche che il giovedì precedente aveva  partecipato al presidio sotto Banca d’Italia. Poi era rimasto con gli “accampati” in via Nazionale, sulla scalinata del palazzo delle Esposizioni, fino al sabato successivo quando si è aggregato allo spezzone di corteo partito dalla Sapienza.
Quanto ai suoi «precedenti», tanto sbandierati come un’intrinseca prova di colpa, riguardano la partecipazione alla proteste contro lo sversamento dei rifiuti napoletani in una discarica della sua città. In quella circostanza venne identificato insieme ad alcuni sindaci, tra cui quello di Ariano Irpino, ed alcuni avvocati del posto.
In sua difesa è giunto anche un comunicato dell’associazione “Ariano in movimento”, animata dai Giovani comunisti, nonché l’intervento di Riccardo Di Gregorio, capogruppo di Rifondazione alla provincia di Chieti. Intanto il numero degli arrestati per gli scontri del 15 ottobre è salito ancora con l’arresto, ieri mattina, di 5 minorenni per resistenza pluriaggravata e danneggiamento. Per loro, tutti liceali e incensurati (due risiedono a Guidonia, due nel quartiere di San Paolo ed uno ad Ardea) sono è stataa disposta la custodia cautelare ai domiciliari. I 5 erano stati bloccati dagli agenti di polizia in via Merulana, in una zona dove erano stati dati alle fiamme alcuni cassonetti della spazzatura, ma poi rilasciati per la minore età.

Tortura in carcere: è il turno di Asti

26 ottobre 2011 4 commenti

Avete i capelli lunghi al punto di poterli legare per un codino?
Provate a immaginarvelo, il vostro amato codino, mentre rimane in mano ad un agente della polizia penitenziaria perché ve lo tira talmente forte da strapparvelo di netto, tutto in un colpo.
Provate ad immaginare il freddo che può fare in pieno inverno a 5 km dal centro di Asti: e allora immaginatevi nudi, in una cella sporca, con una rete priva di materasso ed un finestrone con sbarre ma senza finestre, aperto.
Immaginatevi PER GIORNI, completamente nudi, senza un posto dove poggiarvi perché avete solo delle coperte lerce da stendere a terra, e se provate ad accostarvi all’unica fonte di calore presente, un termosifone, venite immediatamente pestati, da una squadretta di sette otto ceffi, anfibi ai piedi e frustrazioni da sfogare.
Ovviamente non c’è solo quello; c’è mancanza di acqua corrente e di un bagno agibile, c’è il pestaggio almeno tre  volte al giorno, c’è il freddo cane che rosicchia le ossa nude, c’è la privazione del sonno, perché appena le palpebre crollano lo spioncino si apre e se ti dice bene sono urla e insulti, altrimenti si ricominciano le danze…e riparte il pestaggio, i calci, le posizioni che ti inventi per salvarti il viso, e i coglioni.

Però non stiamo parlando dell’Asinara o di Palmi negli anni più bui della storia d’Italia.
Parliamo di ieri, di oggi, di questo momento, di sempre.
In questo caso sappiamo qualcosa in più, in questo caso le vittime sono due italiani che hanno un nome e un cognome: Andrea Cirino ha 33 anni e le sue parole non sono facili da ascoltare.
«Non mi facevano dormire.Faceva così freddo che ero costretto a stare tutta la notte per terra, attaccato a un piccolo termosifone. Non appena mi addormentavo, alzano lo spioncino e gridavano: “Stai sveglio, bastardo!”. Poi arrivavano i passi con gli anfibi e allora capivo: mi rannicchiavo. Loro entravano in sette od otto nella stanza e partivano calci, pugni, schiaffi. Speravo solo che la raffica finisse, ma non finiva mai».
Claudio Renne di anni ne ha 37 e non ha più il suo codino oltre ad avere su di se e dentro di se i chiari segni di una tortura. Perché le celle lisce dove sono stati chiusi, affamati, pestati, ghiacciati questi due detenuti (pare avessero aggredito un agente giorni prima) sono un palese simbolo di quello che è la gestione in Italia dei corpi prigionieri.

Sono fatti del 2004, usciti fuori a pochi mesi dalla prescrizioni attraverso l’indagine di due sostituti procuratori che hanno ottenuto il processo contro 5 agenti, mentre setti sono stati prosciolti lo scorso luglio.
L’articolo uscito su La Stampa ci dice di incontrovertibili prove: dalle testimonianze dei detenuti a quelle di ex agenti della Polizia penitenziaria, oltre ad alcune intercettazioni telefoniche.

IN QUESTO PAESE LA TORTURA E’ SEMPRE ESISTITA,
E CONTINUA AD ESSER PRESENTE NELLE NOSTRE CASERME, CARCERI, LAGER DI STATO.
TUTTI COLORO CHE RIEMPIONO LA PROPRIA BOCCA DI GRANDI DISCORSI SULLA NON VIOLENZA DAVANTI ALLA RABBIA DI CHI FRONTEGGIA LA POLIZIA PRENDESSE PAROLA A RIGUARDO,
RIEMPISSE FIUMI E FIUMI DI PAROLE CONTRO LA VIOLENZA DELLO STATO CHE OGNI GIORNO SI COMPIE SUI CORPI DEI PIU’ DEBOLI E DEGLI SFRUTTATI.

L’articolo sul Manifesto con l’intervista ad uno dei due detenuti: LEGGI

NOTAV: prima rete che va giù, da tutti i sentieri si circonda il cantiere fantasma

23 ottobre 2011 1 commento

Una giornata in Val Susa che sta procedendo meravigliosa.
Più di diecimila le persone che son partite dal campo sportivo di Giaglione, luogo dove si sono ridicolmente impantanate tutte le dirette delle maggiori testate giornalistiche che hanno un sito internet (LaRepubblica, LaStampa hanno battuto tutti!).
La militarizzazione notturna ha creato non pochi disagi a tutti coloro che hanno tentato di raggiungere la Valle con i propri mezzi: i posti di blocco erano ad ogni uscita autostradale e in ogni statale: sono stati fermati e perquisiti più di 400 automobilisti e molti hanno avuto non pochi problemi anche nel possedere una sciarpa.
Mi immagino se salivo io in corteo in Val Susa, freddolosa come sono, a 6 gradi tra i boschi piemontesi, con le mie sombianze di Totò a Milano avrei rischiato un ergastolo probabilmente visto la nascita di tutti questi nuovi reati: un vero e proprio dramma per tutti i freddolosi del pianeta!
Il corteo alla faccia loro è immenso: è partito per il sentiero e poi s’è diviso in due tronconi.
Mentre uno spezzone avanzava verso la prima rete, un altro enorme gruppo risaliva per un altro sassoso sentiero: le donne NOTAV hanno preso le cesoie e sbeeeem, la prima rete va giù, lo striscione passa.
Tutto il corteo scavalla e prosegue, mentre la polizia arretra e rimane ad osservare.
A questo punto l’obiettivo da raggiungere è come sempre la baita Clarea: dalla rete tagliata, dal fiume non molto pieno (la natura è notav, oggi è stato palese) , dal ponticello che la Digos minacciava esser invalicabile, dal sentiero dei monaci…
la polizia, i carabinieri, i finanzieri, gli alpini, i cosi di sardegna e di calabria: tutto sto ridicolo marasma bellico è accerchiato da diecimila persone…e anche da due camosci..

ALLE 14 LA BAITA E’ TORNATA AL SUO SPENDORE: STRACOLMA DI GENTE FESTOSA…
Io aggiorno costantemente sulla mia pagina Twitter @baruda
Seguite INFOAUT

Un comunicato da Syntagma sul “partito comunista”

23 ottobre 2011 1 commento

Dopo Varkiza [1], il Politecnico [2], la Scuola di Chimica (1979) [3] il dicembre 2008 [4] e una serie di altri casi, la realtà ancora una volta rivela il ruolo del Partito che tradisce sistematicamente le lotte popolari. E se fino ad ora hanno strangolato, con le loro cariche politiche ogni sciopero generalizzato e determinato in tutti questi anni, se hanno insultato tutte le rivolte come una “provocazione”, d’ora in poi la storia dimostra che non sono “semplici errori politici”, ma una posizione consapevole e coordinata per difendere la dittatura parlamentare e dei rapporti capitalistici finanziari e sociali.
Questo è quello che hanno fatto ieri (20/10), troppo, anche se fino a quel punto hanno chiamato il popolo alle manifestazioni per il rovesciamento del governo. Invece di proteggere chi circondava il parlamento ne hanno protetto il regolare funzionamento, hanno agito ancor più barbaramente della polizia, spaccando le teste e consegnando  manifestanti alle forze della repressione. La cosa peggiore che hanno fatto è stato di legittimare lo Stato, che ha ucciso uno dei loro compagni, accusando dell’omicidio una certa violenza parastatale.
Da ieri, in modo definitivo e irreversibile, il cosiddetto “Partito Comunista” non è altro che una barriera contro il tentativo di seppellire il cadavere parlamentare. Qualsiasi essere umano libero che lotta per la propria dignità in questi giorni cruciali deve individuarlo politicamente come un bersaglio. Questa frase non deve essere letta come una scissione nel movimento. Potremmo avere problemi comuni e obiettivi comuni con gli elettori del “Partito Comunista”, ma la politica e la pratica della leadership  dalle cui labbra pendono segue gli ordini del governo e degli inviati del FMI e UE della BCE. Non abbiamo mai marciato fianco a fianco con loro, non saranno mai con noi. Dobbiamo tutti tenere presente che il “Partito Comunista” agirà come una quinta colonna del regime dittatoriale, sperando ancora una volta di afferrare qualche briciola dal tavolo parlamentare, proprio come ha fatto nel 1990 [5].

La posizione di tutti i gruppi politici, siano essi parlamentari o non, che ha sostenuto gli atti del “Partito Comunista”, sia indirettamente che con il loro silenzio, o direttamente con le loro dichiarazioni, è altrettanto condannabile. Fino a quando questi partiti rimangono all’interno di un parlamento composto di destinatari degli ordini della Troika e continuano a ricevere i loro stipendi grassi, sono interamente corresponsabili di quello che è successo finora e di quello che verrà. Il loro voto negativo al memorandum e le leggi votate insieme rivelano con precisione il loro ruolo nella dittatura: fornendo l’alibi della democrazia e della pluralità delle voci, sostengono  completamente il parlamento di rappresentanti, in modo che il popolo impoverito continui a contare i voti in ogni seduta fissa  e predeterminata di voto delle leggi che cancellano il suo futuro – e al tempo stesso, sono alimentati con l’illusione che qualcuno parli in loro nome e nel loro interesse. Così, lasciano l’opposizione ai professionisti della politica, e non sentono il bisogno di reagire immediatamente e di persona. Qualsiasi voto, anche per i partiti extraparlamentari di “estrema sinistra” alle elezioni nazionali e locali non è altro che olio negli ingranaggi [della macchina] e una legittimazione della “correttezza” della dittatura parlamentare.

Dal 25 maggio, quando ci siamo radunati in piazza, abbiamo rivelato che la democrazia diretta è la capacità di ciascuno di noi di partecipare, di consultarci l’un l’altro, di modellare le idee insieme in modo autonomo, lontano dalle etichette ideologiche o parlamentari. Resteremo qui, contro il loro parlamentarismo e la loro burocrazia fallimentari.

Stiamo prendendo NOSTRA VITA nelle nostre mani

DEMOCRAZIA DIRETTA ORA

Assemblea popolare di piazza Syntagma, 21/10/2011

1. Riferimento al trattato del 1945 di Varkiza, dove il Partito Comunista ha tradito la lotta armata e migliaia di combattenti della guerra civile in cambio della sua legalità nel nuovo regime
2. Riferimento alla posizione originale del Partito comunista contro la rivolta del Politecnico del 1973, che determinò l’inizio del crollo della giunta fascista. Allora definì gli studenti, molti dei quali furono uccisi, “provocatori della polizia”
3. Riferimento agli incidenti del 1979 presso la Scuola Chimica di Atene, dove i membri del Partito comunista hanno spezzato l’occupazione della scuola, collaborando direttamente con la polizia
4. Un riferimento, ovviamente, alla più recente condanna della rivolta del dicembre 2008
5. Riferimento all’accordo del Partito comunista due principali partiti parlamentari, ND e PASOK, nel 1990

Scontri tra PAME e blocco anarchico: Grecia – Italia, “una faza una raza”

20 ottobre 2011 19 commenti

Il Pame in corteo

Il Pame in corteo

Quel che accade in Grecia dovrebbe starci più a cuore del solito, visto quel che è successo in piazza il 15 ottobre a Roma; non solo per comprendere la rabbia di un’intera generazione, ma soprattutto per guardarlo come laboratorio di quel che sta arrivando anche qui: una specie di regolamento di conti tra pratiche politiche, nel momento peggiore della crisi del paese.
Oggi è il secondo giorno di sciopero generale consecutivo in Grecia contro il voto definitivo che approverà le misure di austerità…e questa mattina alle 10 già migliaia di persone iniziavano ad accalcarsi a Syntagma, l’enorme piazzale del parlamento greco ad Atene
Ieri è stata una giornata di fuoco e fiamme, cosa che non è certo definibile una novità per le manifestazione greche, che dall’assassinio di Alexis nel dicembre 2008, non hanno mai visto sfilare cortei senza pesanti scontri con la polizia e l’uso massiccio di bottiglie Molotov.

Anche oggi sembrava quello il panorama, in strade e piazze che puzzavano ancora dei lacrimogeni di ieri, invece s’è presentato diverso già prima di mezzogiorno in piazza Syntagma, dove il servizio d’ordine degli stalinisti del PAME s’è schierato subito in difesa dei cordoni di polizia, per “contenere” qualunque attacco da parte di gruppi, ancor prima che buona parte della polizia e dei reparti speciali fossero visibili in piazza.
Poco prima delle 15, dopo qualche ora di questa ridicola manfrina, una buona fretta del blocco anarchico ha attaccato le linee del servizio d’ordine degli Stalinisti: il primo faccia a faccia è stato davanti al Great Britain Hotel, proprio sulla piazza: a centinaia si sono attaccati, a bottigliate, sassate e bastonate.
A quel punto l’escalation è stata rapida ed anche drammatica: una parte della piazza si scontrava col PAME, l’altra tentava azioni per avvicinarsi comunque al parlamento greco.
Il blocco stalinista è stato attaccato anche a colpi di Molotov, come ci racconta il sempre puntualissimo sito Occupied London.
Dalle 15 in poi la battaglia si fa assurda: la polizia decide di attaccare e in non molto tempo conquista la parte  superiore della piazza, mentre il PAME si conquista l’altra: a quel punto la metodologia oltre alle botte del servizio d’ordine passa all’impacchettamento di chiunque faccia parte del blocco antiautoritario ed anarchico e sono in tanti quelli ad esser consegnati alla polizia, dagli stalinisti,
ormai avvelenati di vendetta ed ordine.
Dopo un’oretta, quindi nemmeno mezzora fa, il panorama è un po’ migliorato, perché la battaglia invece di calmarsi sembra allargarsi: componenti dei sindacati di base, e di diversi gruppi della sinistra antagonista, si sono uniti alle cariche contro gli stalinisti/sbirri del PAME.
E’ in questa seconda parte di scontri tra manifestanti che è iniziata a circolare la voce di un morto,
smentita poco fa.
La polizia ha appena permesso al PAME di allontanarsi da Syntagma aprendo Panepistimiou verso Omonia, mentre sta aumentando le forze davanti al parlamento, dove tutto il fronte autonomo e anarchico si è ricompattato e sta ora fronteggiando pesanti cariche e un fitto lancio di lacrimogeni.

16.50: CONFERMATA LA MORTE DI UN UOMO DI 53 ANNI, LAVORATORE EDILE, COLPITO DA UNA PIETRA E POI PROBABILMENTE MORTO PER ARRESTO CARDIACO. LA NOTIZIA E’ STATA CONFERMATA POCO FA DA ALCUNI ORGANI DI STAMPA GRECI.

CONFERMATO IL REFERTO MEDICO: IL COMPAGNO MORTO DURANTE GLI SCONTRI NON AVEVA FERITE ALLA TESTA. E’ MORTO PER UN ARRESTO CARDIACO CAUSATO MOLTO PROBABILMENTE DAI LACRIMOGENI
Due poliziotti invece sono stati trasportati in ospedale per gravi ustioni

Provo a dare aggiornamenti tra poco

Repubblica e i tweet inventati

19 ottobre 2011 21 commenti

Terroristi urbani: ecco il nuovo nemico

18 ottobre 2011 12 commenti

IL VIMINALE E IL SINDACO DI ROMA ATTACCANO IL DIRITTO DI MANIFESTARE
sulle pagine di Liberazione domani,
a firma di Paolo Persichetti

Quando in Italia si manifesta un’emergenza politico-sociale è subito pronta una legge d’eccezione. Un vizio che mette radici nei lontani anni 70. Anni tabù che si ripresentano continuamente sotto forma di spettro. Chi sabato scorso ha risposto ai pericolosi caroselli della polizia in piazza san Giovanni (tre mila secondo il Viminale) è un «terrorista urbano».
Il ministro degli Interni Roberto Maroni, dopo l’invocazione venuta da Antonio Di Pietro di una nuova legge Reale (la famigerata normativa sull’ordine pubblico che dal 1975 al 1990 ha provocato 625 vittime, tra cui ben 254 morti per mano delle forze di polizia), ha subito risposto coniando una nuova tipologia criminale (in incubazione da oltre un decennio) che va ad accrescere la lunga lista dei nemici politici dello Stato. In parlamento il ministro di polizia ha spiegato che sono in cantiere una serie di misure calco dei dispositivi d’eccezione già applicati per reprimere la delinquenza negli stadi: l’arresto in flagranza differita, i Daspo anche per i cortei (in barba all’articolo 21 della costituzione), l’ennesimo specifico reato associativo per chi esercita violenza aggravata nelle manifestazioni politiche (oramai siamo quasi a quota dieci all’interno del nostro codice penale, oggi molto più repressivo del testo originale coniato dal guardasigilli del fascismo Alfredo Rocco).
L’idea cardine contenuta nel nuovo edificio legislativo d’eccezione è quella di arretrare il più possibile l’avvio del reato, e dunque l’intervento penale, sanzionando non più soltanto il fatto compiuto o il suo tentativo ma gli «atti preparatori». Nozione incerta, volutamente fumosa, assolutamente pericolosa poiché apre all’abisso del processo alle intenzioni. Giuristi come Luigi Ferrajoli dissentono profondamente: «occultare l’incapacità del governo e la cattiva gestione dell’ordine pubblico con nuove misure repressive non serve. E’ assurdo che addirittura un sindaco possa introdurre un limite alle libertà costituzionali come quella di manifestare».
Per Gianni Ferrara, «una legislazione repressiva di questo tipo è inammissibile perché in contrasto non solo con un sistema costituzionale e una civiltà risultato di secoli di lotte sociali e politiche, ma è soprattutto inutile e dannosa come lo fu a suo tempo la legge Reale». Stavolta però questa nuova emergenza giudiziaria non è calata dall’alto dei Palazzi arroccati della politica. L’invocazione di legge ed ordine è venuta dall’interno stesso della manifestazione di sabato 15 ottobre. La reazione scomposta di pezzi ampi di ceto politico, le grida avventate di personaggi e strutture navigate, che hanno recepito le violenze e gli scontri come uno spodestamento del proprio ruolo, insieme all’ambiguo protagonismo di settori crescenti di società civile legati alla multiforme galassia giustizialista, vero must culturale egemone che tiene insieme i vari pezzi di ciò che resta della sinistra, subito pronti a lanciare la rincorsa alla delazione, le dichiarazioni dei vertici del Pd, la pressione di Repubblica(che aveva tentato di mettere il cappello alla giornata di sabato amplificando la grottesca dichiarazione dell’estensore della lettera della Bce, Draghi, nella quale si chiedevano lacrime e sangue per la popolazione italiana), hanno aperto la strada alla discesa in campo di Di Pietro e alla sortita di Marroni. Un boomerang clamoroso che ha portato addirittura all’ukaze di Alemanno, il sindaco che ha sospeso per un mese l’applicazione della costituzione a Roma, vietando tutte le manifestazioni. La politica e morta e che come Valentino Parlato che, memore di altre epoche, sul manifesto di domenica aveva provato a ricordare che «nell’attuale contesto, con gli indici di disoccupazione giovanile ai vertici storici era inevitabile che ci fossero scontri con la polizia e manifestazioni di violenza […]segni dell’urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile», è rimasto solo.

 

Nel frattempo per giovedì 20 ottobre alle 17 è stato convocato un presidio in solidarietà con gli arrestati durante la manifestazione:
L’appuntamento è al Gianicolo, all’altezza dell’Anfiteatro, sopra al carcere di Regina Coeli dove son rinchiusi i fermati (uomini)

Delazione e rimozione della propria storia…ancora sul 15 ottobre

17 ottobre 2011 63 commenti

Ci vuole un po’ a riaprire questo blog, visto quel che hanno creato le mie poche righe a caldo, sabato sera.
Quindicimila persone l’hanno letto, molte lo hanno commentato, tante mi hanno insultato.
Oggi mi citava anche Repubblica, come una “binladen” di piazza, una che ha avuto il suo primo orgasmo al primo fumo che s’alzava, poveri deficienti.
Sono stata contatta da Rai tre che mi voleva intervistare…eheheh, mi garantivano l’anonimato eh, come fossi latitante,
ma quando hanno capito che non avevano in linea una devastratrice/saccheggiatrice/infiammatrice e tutto quel che sia,
ma una donna incazzata, che ha un blog col suo nome e cognome, un cazzo di profilo Fb, twitter e stronzate varie
non gli interessava più parlare con me!
“ma conosci qualcuno di quelli coi caschi e i bastoni?”  “Arrivederci”.
Il livello è basso ovunque, nel giornalismo quasi non è calcolabile.

Siamo diventati tutti questurini,
delatori, invocatori di carcere, di pestaggi, di separazione tra bello e brutto, buono e cattivo.
Ho visto persone impacchettare minorenni vestiti “non in modo consono ad una sfilata pacifista” e consegnarli alla polizia,
e qui non mi metto a dire che la nostra polizia ha ucciso Cucchi, che la nostra polizia ha calpestato Aldro fino ad ucciderlo, o Bianzino, o Uva.
Non arrivo a tanto: perché mi basta dire “consegnato alla polizia” per sentirmi male.
Ma come si fa? Ma che siete diventati?
Ma dove siamo arrivati?

Foto di Valentina Perniciaro

La cultura di vent’anni di berlusconismo e anche di anti-berlusconismo, vent’anni di editoriali di Repubblica, vent’anni di Santoro ecco a cosa c’hanno portato: ad una società di delazione, di infamia, di rimozione della propria storia, del proprio sangue, delle proprie radici.
Quindi non parlo ai pacifisti, non parlo all’associazionismo cattolico, parlo ai compagni.
Parlo ancora delle parole e delle gesta compiute dal camion dei Cobas, da chi ne era voce e volante: perché non mi va giù, perché mi fa un male cane, perché è tremendo vedere compagni aggredire in quel modo altre metodologie politiche.
Quindi è un discorso per pochi intimi, ve lo ribadisco: per i militanti, per chi proviene dalla storia degli anni ’70, per chi m’ha cresciuto parlando di memoria e pure di espropri e poi ha urlato “fascisti andate via” a migliaia di persone,
non gli ha permesso di accedere a via Merulana dove il camion ha girato.
E i racconti di queste 48 ore sono stati tanti: anche di compagni che in quello spezzone non ci entreranno mai più, malgrado abbiano foraggiato l’organizzazione dei Cobas col proprio impegno e la propria intelligenza per anni.
Molti in piazza non andranno mai più dietro quel camion, perché quel che è accaduto è irripetibile e impensabile.

Io  non adoro chi distrugge bancomat.. non penso sia una cosa intelligente nè funzionale al movimento,
ma assaltare una caserma e un’agenzia interinale è un atto politico che possiamo certamente non condividere ma che dobbiamo osservare, comprendere, valutare … e invece rispondiamo con “fascisti, via da qui”.
Una manciata di almeno cinquemila persone che affrontano la polizia con quella determinazione e quasi senza alcuna paura…ne vogliamo parlare o risolviamo alla repubblica, invocando “pene esemplari”?
E poi? Ci lamentiamo se Di Pietro parla di Legge Reale, di sparare a vista?
E’ stato fatto da voi l’altro ieri, compagni cari, e Repubblica ha preso la palla al balzo ed ha un indirizzo email dedicato proprio alla raccolta delle immagini con i volti dei “blackbloc” per consegnarli alla polizia e magari far dare dai 9 ai 15 anni (come già si mormora) a qualche fanciullo o fanciulla (l’altra leggenda è quella che in piazza San Giovanni fossero solo uomini, letta in molti blog e totalmente ridicola) che non ha nessuna prospettiva di vita decente e nemmeno nessun sostegno o sbocco politico visto il vuoto pneumatico che le organizzazioni tutte hanno contribuito a costruire in questi ultimi anni.
Veramente troppi perché ci si stupisca che qualcuno ogni tanto abbia il desiderio di spazzare via tutto: e con tutto non dico la polizia e i suoi blindati che carosellano cercando di acciaccare corpi, ma proprio quei movimenti e quelle organizzazioni che non hanno dato nessuna prospettiva e nessuna possibilità di conflitto per decenni.
Ed ora? invece di rimboccarsi  le maniche , farsi un esame di coscienza, analizzare gli errori della costruzione di quel corteo: invochiamo carcere e polizia…
E quello sarà purtroppo per qualcuno.
Fosse stata Londra o Atene, tutti a trasformarsi in sociologi del cazzo per capire il fenomeno della generazione rabbiosa, quando sono i loro figli, son “fascisti, vigliacchi” e cose varie…andate affanculo, andate in pensione, voi che l’avete.

Intanto vi metto altri link, ne seguiranno altri.
Le cazzate di Repubblica
Una prima presa di parola di Acrobax
La carezza del celerino
Il complottismo gioca brutti scherzi
1% e 99%
Quello che chiamate BloccoNero (se trovate un link migliore me lo mandate? graaazie)
Io amo i Black Bloc

Gli scontri del 15 ottobre, i Cobas e le violenze dei non-violenti

15 ottobre 2011 92 commenti

Sono felice.
Perché oggi la mia città era bella.

Foto di Valentina Perniciaro

Perché oggi migliaia di persone hanno resistito con una bella determinazione e tanta rabbia alle cariche della polizia,
ai folli caroselli dei blindati e dei tir con gli idranti che sfrecciavano tentando di calpestare la gente.
Resistenza e determinazione in almeno cinquemila persone, che hanno retto per più di tre ore contro un imponente esercito di melma di Stato.
Da Roma, dalla Val di Susa, da Pianura, da un po’ tutta Italia, erano centinaia e centinaia le persone che non scappavano davanti alle loro cariche, anzi, controcaricavano con gioia e forza.
Altro che black bloc, non siamo ridicoli!

Sono anche disperata.
Perché dal camion dell’organizzazione che m’ha cresciuto ho sentito cose che non avrei mai voluto sentire, perchè quello che è uscito dalle trombe del camion dei Cobas m’ha sconcertato.
Perchè compagni che conosco da 25 anni praticamente, hanno urlato a qualche centinaia di fanciulli (alcuni veramente giovanissimi) colpevoli di avere caschi e felpe addosso che “non siete parte del corteo, non siete parte di noi, siete delle guardie infiltrare, Vigliacchi, Vergogna”.
E ancora, sempre dal camion dei Cobas “chiediamo che un responsabile di piazza della Polizia ci dica se possiamo proseguire il corteo”.
AIUTO!
Neanche il servizio d’ordine di Lama sarebbe arrivato a tanto.
Se non avessi provato una fitta al cuore, un dolore, una di quelle sensazioni di mancamento per un tradimento, non avrei voluto vedere assaltare  le caserme, o il tribunale militare del ministero della difesa (ce ne sarà rimasto un pezzettino?) ma il loro camion.

Oggi ho subito molta violenza da parte dello Stato, ne ho respirata tantissima
Ne ho subita tantissima da parte dei cosiddetti “nonviolenti” che aggredivano fisicamente o verbalmente chiunque provava a fermare le cariche della polizia ( quindi non parlo di bancomat, di agenzie interinali … ma di polizia, di cariche, di idranti, caroselli e lacrimogeni CS che sono un’arma vietata dalle convenzioni internazionali).
Questi cazzo di “nonviolenti” che invocano la polizia sui nostri corpi, questi stronzi che urlano fascisti solo perché non si corre via ma metro per metro si prova a conquistare la piazza anche per permettere ai loro culi comodi di non morire in una tonnara.
Sono NON VIOLENTI con lo STATO, ma infinitamente violenti (verbalmente e fisicamente) con il resto dei manifestanti…e parlo proprio di coloro che erano a mani alzate a piazza san Giovanni,  malgrado i cartelli con scritto “La piazza è libera”, chiedevano alla polizia di massacrarci.

Meglio che mi fermo, perché da dire ne avrei per pagine e pagine…
ma mi metto a scaricare quelle trecento foto scattate e anche a togliermi dalla pelle i loro maledetti CS…
vorrei solo chiedervi di non credere alle stronzate, vorrei chiedervi l’umiltà di comprendere che più di 10.000 persone oggi hanno caricato e controcaricato la polizia, la finanza e i carabinieri… e lo hanno fatto compatti, spalla a spalla, metro per metro.
Come si fa tra compagni, non tra guardie o aspiranti tali.

UNA VALUTAZIONE DAL SITO NOTAV
E UNA DA INFOAUT
Intervista sul Fatto Quotidiano ad un redattore di Infoaut

Franca Salerno e la copertina con la stella

14 ottobre 2011 7 commenti

Mi son venuti i brividi quando ho letto queste righe.
Perché ho nostalgia degli occhi di Franca Salerno, non sapete quanta.

Franca e Antonio

Ed è indescrivibile quella per Antonio, suo figlio, di cui si parla in questo racconto dalle celle del carcere speciale di Badu’ e Carros, nel non così lontano 1977. La loro storia l’ho raccontata tante volte sulle pagine di questo blog.

“(…) L’estate mi portò a conoscere tante persone coinvolte nella politica rivoluzionaria allora in piena attività. Al femminile c’era F.S. (*), appartenente ai Nuclei Armati Proletari. Con lei, dopo qualche giorno dal suo arrivo a Nuoro ho avuto modo di sviluppare un buon rapporto amichevole. I colloqui avvenivano via finestra, ma riuscivamo ugualmente a dirci molte cose. Il direttore aveva consentito che ci scrivessimo usufruendo della posta interna. L’intensità del nostro rapporto ci portò a vivere quasi una specie di innamoramoento anche se nessuno dei due manifestò il sentimento che ci aveva presi.
All’arrivo a Nuoro non stava bene perché era stata ferita al momento della cattura. Mi raccontò come andarono i fatti e certe sue affermazioni mi sbalordirono, perché da noi nessun carabiniere si permetteva di mettere le mani addosso ad una donna.
Nello scontro a fuoco cadde ucciso un suo compagno, lei ferita e immobilizzata, venne malmenata con calci allo stomaco e alla pancia.
“Vedi”, mi disse “ora sono preoccupata perché dopo queste botte perderò mio figlio. Ho delle fitte tutti i giorni e altro non possono essere che un principio d’aborto.”
Fortuna che la sua fibra forte le fece superare ogni difficoltà.
Le mie attenzioni per lei si fecero ogni giorno più intense. Il suo pancione aumentava regolarmente, pure lei si era ripresa in salute.
Pensai al regalo che potevo farle in vista della nasacita del figlio. Scelsi un passeggino adatto anche in caso di trasferimento da un carcere all’altro, e chiesi di poter inserire tutto quello che occorreva per un neonato. Una mia sorella, abile in lavori a maglia, preparò una copertina dove spiccava una grossa stella a cinque punte.
Quando tutto fu pronto, i miei familiari portarono il dono al colloquio ma venne respinto immediatamente dalle guardie e ci vollero diverse udienze col direttore per convincerlo ad autorizzare questo mio regalo. Dopo qualche settimana venne finalmente il permesso.
La felicità di F. era tale che dalla sua cella ogni tanto faceva sventolare la copertina per far notare con orgoglio la stella a cinque punte.”
[Annino Mele, Il passo del disprezzo]

LINK:
Una vecchia intervista con Franca Salerno
Ciao Anto’
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Ciao Franca, cuore nostro
I funerali di Franca Salerno