Archivio

Posts Tagged ‘film’

“n’omo che come te c’ereno pochi”

20 Maggio 2009 1 commento

CI’AI LASCIATI COSI, SENZA DI GNENTE, SENZA NEMMENO DICCE N’A PAROLA;
STAVI BENE, ERI FORTE, SORRIDENTE N’OMO GAJARDO,
N’OMO DE PAROLA! N’OMO DE N’ANTRA RAZZA, N’OMO VERO!
N’OMO SPECIALE, N’OMO FUMANTINO, N’OMO LAVORATORE, N’OMO FIERO,
N’OMO CHE COME TE C’ERENO POCHI, UN ROMANO DE ROMA D’ARTRI TEMPI,
L’URTIMO DE N’A STIRPE CHE SCOMPARE, N’OMO SINCERO,N’OMO DE GRAN CORE!

DE ROMA CE SAPEVI DI DE TUTTO; LI RIONI, LE STRADE, ER VICOLETTO:
L’ARITORNELLI, LE CANZONI ANTICHE… LE TRATTORIE DE ROMA DE N’A VORTA…
DE QUANNO ER MONNO STAVA ANCORA IN PACE,
DE QUANNO LA FAMIJA S’ARADUNAVA INTORNO AR TAVOLINO PE’ LA CENA
E SI NUN C’ERI TU…NON SE MAGNAVA! UN’OMO COME TE NON SE RIMPIAZZA..
ERI UN TRASTEVERINO…N’ANTRA RAZZA!!
(Alessandro Picchi)

Foto di Valentina Perniciaro _Uno scorcio dedicato a te, che ancora borbotti camminando sui sampietrini, con il tuo passo zoppo e l'ironia del tuo sguardo. Uno scorcio della tua piazza, che è cambiata in tutto tranne che nel tuo vocione che cantava e in quella risata, de core, romana. Un pensiero a te, Rena'

Foto di Valentina Perniciaro _n’o scorcio dedicato a ‘tte, che ancora nun riesci a smette de borbotta’ a cammina’ su quei sampietrini, co’ quer  passo cionco e ‘na risata drentro all’occhi. ‘no scorcio de la piazza tua, che te farei vede’ che  j’anno fatto, tra ‘mericani e pizzardoni  nun sembra certo quella de li racconti tua.  Un pensiero a te, Rena’, che ancora te se sente strillà e ride come nte ne fossi mai annato. Che poi, maledetto quer giorno a no’, perchè troppo c’avevamo ancora da disse e da raccontasse, avevamo appena cominciato ma er core tuo nun c’ià fatta, troppo bbono pe’ sto monno avvelenato.E allora un bacio da drentro er core mio, forte come er piacere che c’avrei a famme ‘na risata co’ ‘tte ‘n mezzo a quei vicoletti aripuliti, a parlà e raccontacce er monno


“Hai portato un’altra isola in te”

5 Maggio 2009 6 commenti

CALIPSO Odisseo, non c’è nulla di molto diverso. Anche tu come me vuoi fermarti su un’isola. Hai veduto e patito ogni cosa. Io forse un giorno ti dirò quel che ho patito. Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino. Perché continuare? Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi? Qui mai nulla succede. C’è un po’ di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre.
ODISSEO Una vita immortale
CALIPSO Immortale è chi accetta l’istante. Che non conosce più un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto?
ODISSEO Io credevo immortale chi non teme la morte.
CALIPSO Chi non spera di vivere. Certo, quasi lo sei. Hai patito molto anche tu. Ma perché questa smania di tornartene a casa? Sei ancora inquieto. Perché i discorsi che da solo vai facendo tra gli scogli?
ODISSEO Se domani io partissi tu saresti infelice?

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

CALIPSO Vuoi sapere troppo, caro. Diciamo che sono immortale. Ma se tu non rinunci ai tuoi ricordi e ai sogni, se non deponi la smania e non accetti l’orizzonte, non uscirai da quel destino che conosci,.
ODISSEO Si tratta sempre di accettare un orizzonte. E ottenere che cosa?
CALIPSO Ma posare la testa e tacere, Odisseo. TI sei mai chiesto perché anche noi cerchiamo il sonno? Ti sei mai chiesto dove vanno i vecchi dèi che il mondo ignora?perchè sprofondano nel tempo, come le pietre nella terra, loro che pure sono eterni? E chi son io, che è Calipso?
ODISSEO Ti ho chiesto se tu sei falice.
CALIPSO Non è questo, Odisseo. L’aria, anche l’aria di quest’isola deserta, che adesso vibra solamente dei rimbombi del mare e di stridi d’uccelli, è troppo vuota. In questo vuoto non c’è nulla da rimpiangere, bada. Ma non senti anche tu certi giorni un silenzio, un arresto, che è come la traccia di un’antica tensione e presenza scomparse?
ODISSEO Dunque anche tu parli con gli scogli?
CALIPSO E’ un silenzio, ti dico. Una cosa remota e quasi morta. Quello che è stato e non sarà mai più. Nel vecchio mondo degli dèi quando un mio gesto era destino. Ebbi nomi paurosi, Odisseo. La terra e il mare mi obbedivano. Poi mi stancai; passò del tempo, non mi volli più muovere. Qualcuna di noi resisté ai nuovi dèi ; lasciai che i nomi sprofondassero nel tempo; tutto mutò e rimase uguale; non vale la pena di contendere ai nuovi il destino. Ormai sapevo il mio orizzonte e perché i vecchi non avevano conteso con noialtri.
ODISSEO Ma non eri immortale?
CALIPSO E lo sono, Odisseo. Di morire non spero. E non spero di vivere. Accetto l’istante. Voi mortali vi attende qualcosa di simile, la vecchiezza e il rimpianto. Perché non vuoi posare il capo con me, su quest’isola?
ODISSEO Lo farei, se credessi che sei rassegnata. Ma anche tu che sei stata signora di tutte le cose, hai bisogno di me, di un mortale, per aiutarti a sopportare.
CALIPSO E’ un reciproco bene, Odisseo. Non c’è vero silenzio se non condiviso
ODISSEO Non ti basta che sono con te quest’oggi?
CALIPSO Non si con me, Odisseo. Tu non accetti l’orizzonte di quest’isola. E non sfuggi al rimpianto.
ODISSEO Quel che rimpiango è parte viva di me stesso come di te il tuo silenzio. Che cos’è mutato per te da quel giorno che terra e mare ti obbedivano? Hai sentito ch’eri sola e ch’eri stanca e scordato i tuoi nomi. Nulla ti è stato tolto. Quel che sei l’hai voluto.
CALIPSO Quello che sono è quasi nulla, caro. Quasi mortale, quasi un’ombra come te. E’ un lungo sonno cominciato chissà quando e tu sei giunto in questo sonno come un sogno. Temo l’alba, il risveglio; se tu vai via, è il risveglio
ODISSEO Sei tu, la signora, che parli?
CALIPSO Temo il risveglio come tu temi la morte. Ecco prima ero morta, ora lo so. Non restava di me su quest’isola che la voce del mare e del vento. Oh non era patire. Dormivo. Ma da quando sei giunto hai portato un’altra isola in te.
ODISSEO Da troppo tempo la cerco. Tu non sai quel che sia avvistare una terra e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi. Io non posso accettare e tacere.
CALIPSO Eppure, Odisseo, voi uomini dite che ritrovare quel che si è perduto è sempre un male. Il passato non torna. Nulla regge all’andare del tempo. Tu che hai visto l’Oceano, i mostri e l’Eliso, potrai ancora riconoscere le case, le tue case?
ODISSEO Tu stessa hai detto che porto l’isola in me
CALIPSO Oh mutata, perduta, un silenzio. L’eco di un mare tra gli scogli o un po’ di fumo. Con te nessuno potrà condividerla. Le case saranno come il viso di un vecchio. Le tue parole avranno un senso altro dal loro. Sarai più solo che nel mare.
ODISSEO Saprò almeno che devo fermarmi.
CALIPSO Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, subito, non si ferma mai più. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino, devi uscire di strada, e lasciarti affondare nel tempo.. 
ODISSEO Non sono immortale.
CALIPSO Lo sarai, se mi ascolti. Che cos’è vita eterna se non questo accettare l’istante che viene e l’istante che va? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto?
ODISSEO Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.
CALIPSO Dimmi
ODISSEO Quello che cerco l’ho nel cuore, come te.
       L’ISOLA  -Tratto da “Dialoghi con Leucò. Cesare Pavese-

 

Foto di Valentina Perniciaro, parlando con Odisseo

A te, che sei la vita mia.

Ronde e Bidet

1 Maggio 2009 Lascia un commento

MA VI RENDETE CONTO?
MOLTE DONNE SU 100  ODIANO LE RONDE, I PACCHETTI SICUREZZA, LO SPECULAZIONE CHE SI FA SUI NOSTRI CORPI E SULLA VIOLENZA CHE SUBIAMO, MOLTE DONNE SU 100  SI DIFENDONO ORGANIZZANDOSI, PRENDENDO COSCIENZA DI SE’, PARTECIPANDO AD UNA COLLETTIVITA’ ALTRA, LIBERANDOSI DA STUPRATORI, PRETI, GIUDICI E CARCERIERI.
MOLTE DONNE SU 100 SPERO SI LAVERANNO CON ALTRO. 

Foto di Valentina Perniciaro _Il 1° NO VAT_

Foto di Valentina Perniciaro _Il 1° NO VAT_

“Il sesso lo decideranno i padroni”: piccolo elogio del film Louise Michel

26 aprile 2009 3 commenti

200px-louise_michelIo non so scrivere di cinema, non so raccontare i film, non so fare recensioni. Ma questa volta non riesco a non farlo perchè da quando ho visto questa pellicola mi prudono le mani e vorrei che più gente possibile vedesse questo piccolo capolavoro francese, manifesto tragicomico, provocatorio e radicale del bisogno di alzare la testa in qualche modo rocambolesco della sfruttata classe operaia nell’Europa del capitalismo delle multinazionali.

Louise Michel prende il suo nome dalla comunarda anarchica francese…è un film di cui non so se raccontarvi la trama (non credo sia il caso altrimenti poi non ci andate) in cui un uomo per lavorare in una fabbrica si finge donna e una ex bambina diventa uomo per raggiungere una soddisfazione sportiva. “Avete rifiutato le 35 ore e gli aumenti di salario, ma non rifiuterete questi grembiuli nuovi” … il padrone (che poi non è che un servo tra i tanti del vero, quasi irraggiungibile, padrone) louiseprova ad imbonirsi le operaie malgrado i loro sguardi scettici: prendono questo grembiule e il giorno dopo trovano la fabbrica vuota. Tutto era stato portato via: macchinari e lavoro, quindi il proprio sfruttamento quello che ti permette di arrivare al giorno dopo. 
20.000 euro di risarcimento da dividere in venti: spiccioli inutili in questo modo. Che fare? 
Bhè sono pochi per tutti: ma non per un killer che vada ad ammazzare il padrone. La votazione è unanime: questo si che è un modo per far fruttare quella miseria data da un porco padrone dopo 20 anni di sudore nella sua fabbrica.
E qui inizia il bello, l’avventura divertente di questa strana coppia che tra Francia, Belgio ed Inghilterra cercano di ammazzare il padrone giusto,  quello che sia il vero responsabile della chiusura della fabbrica e quindi del licenziamento di tutte le operaie. 
La decisione, ad ogni errore, è sempre la stessa, unanime: andare avanti fino ad accoppare quello giusto.
Geniale, sarcastico, girato in modo strano con la telecamera quasi sempre fissa, con le immagini sfocate e i dialoghi stretti e necessari: con un gioco di sguardi, sessualità negate e poi ritrovate, di pistole autocostruite, di killer professionisti che non sanno azzittire i cani, di piccioni spennati e cinismo, tanto cinismo.
Un film piaciuto alla critica ma che ha creato grandi deliri nei forum italiani, in cui il popolino servile e estremamente attaccato al culo del padrone (come amano leccare questi miserabili italiani) si è molto innervosito e quasi scandalizzato per una pellicola del genere.
Stiamo anni luce indietro alla Francia: tanto che lì sequestrano i manager, qui li facciamo passare sui nostri corpi mentre lecchiamo le loro suole.

Chi odia i padroni, chi è sfruttato, chi è stato costretto a modificare se stesso per arrangiare il modo di arrivare a fine mese:  QUESTO E’ IL FILM PER NOI

Ora che sappiamo che i ricchi sono dei ladri, se i nostri padri e madri non riusciranno a bonificare la terra quando saremo grandi ne faremo noi  carne macinata” Louise Michel

Damasco, raccontata 700 anni fa…

16 aprile 2009 Lascia un commento

Il giovedì 9 del venerabile mese di Ramadan dell’anno giunsi a Damasco di Siria e presi alloggio nella màdrasa malikita, nota come al-Sharabishiyya [dei fabbricanti di sharbush, copricapo tipico degli emiri]. Damasco supera le altre città in bellezza e le oltrepassa con il suo splendore.

Foto di Valentina Perniciaro _Spruzzi damasceni_

Foto di Valentina Perniciaro _Spruzzi damasceni_

Ogni descrizione, per quanto precisa, è sempre troppo limitata per dirne tutta l’avvenenza, ma non vi sono parole più squisite di quelle di Abu al-Husayn ibn Jubayr, che così si espresse: “Sì, Damasco è il paradiso d’oriente, il luogo dell’origine della sua splendida luce; l’ultimo paese dell’Islam in cui siamo giunti, sposa novella fra le città che svelammo. Agghindata di fiori di piante odorose, spunta dai giardini avvolta in drappi di broccato e per la sua bellezza occupa un posto d’alto rango, s’asside sul trono nuziale con splendidi ornamenti. S’onora d’aver dato rifugio al Messia e a sua madre su un’altura tranquilla e irrigata di fonti, dove l’ombra è fitta e l’acqua paradisiaca. Qui i ruscelli serpeggiano ovunque e la brezza leggera dei giardini infonde vita agli animi. Damasco mostra il proprio fascino a chi l’ammira in tutto il suo splendore e dice: “Orsù venite qui, ove beltà risiede sia la notte che il dì!” La sua terra è a tal punto sazia d’acqua che quasi desidera aver sete, e poco ci manca che anche i duri e aspri sassi dicano: “Percuoti col piede la terra: ne sgorgherà acqua fresca buona a lavarti e per bere!” [Corano]. I giardini la circondano come l’alone che cinge la luna, sembrano petali tutto intorno ad un fiore. Verso

Foto di Valentina Perniciaro _passeggiando sulla via retta_

Foto di Valentina Perniciaro _passeggiando sulla via retta_

oriente si estende a perdita d’occhio la sua Ghuta verdeggiante e ovunque si volga lo sguardo, si resta ammaliati dallo splendore dei frutti maturi. Oh sì, ben son nel vero quanti di lei dissero: “Se il paradiso è qui sulla terra, esso per certo si trova a Damasco, ma se non può stare altrove che in cielo, in bellezza Damasco lo sfida quaggiù.”
Ibn Juzary aggiunge che un poeta di Damasco ha composto a tale proposito questi versi:
Se l’Eden eterno è qui sulla terra,
esso è a Damasco, e in nessun altro luogo.
Se invece è nei cieli, su Damasco ha disperso
la sua lieve brezza e le sue qualità.
Ecco un paese stupendo e un Maestro indulgente!
Gioiscine dunque da mane a sera!

Ibn  Juzary afferma inoltre: “Quel che hanno detto i poeti descrivendo le bellezze di Damasco è così tanto che non lo si può contare. Mio padre era solita descriverla declamando i versi di Sharaf al-Din ibn Muhsin:

Damasco! Mi rodo di struggente desiderio
come oppresso da calunnia e dal biasimo assillato…
Ah paese dove i ciottoli son perle e la terra appare d’ambra!
Vi frizza l’aria quale dolce vinello,
l’acqua vi scorre in libertà,
e rinfresca i giardini di un lieve soffio di vento!

E infine Nur al-Din:
Damasco: 
Siccome l’Eden è per lo straniero,
che qui si scorda il paese natio.
Ah, qui suoi sabati tanto famosi
stupendo spettacol di grande beltà!
Qui non si vedon che amanti e amati,
colombe che tuban sui rami al vento
e, tra gioia ed effluvi, superbi fiori

Questo brano è tratto da “I VIAGGI” di Ibn Battuta,  steso a partire  dal 1325. Personaggio incredibile, di origine berbera, passò 28 anni della sua vita percorrendo l’equivalente di quarantaquattro stati moderni (Africa, Medioriente, India, Cina, Isole Maldive, territori del Volga…). Il celebre libro fu steso da uno scriba del sultano che annotava con ordini i racconti e le sue osservazioni.

Prima poi metterò sul blog un altro piccolo omaggio alla mia amata Damasco… con qualche stralcio di poesie di Nizar Qabbani, straordinario  poeta siriano scomparso poco più di dieci anni fa

Piccolo racconto dalla grande moschea di Damasco

14 aprile 2009 8 commenti

Passare sotto quel portone fa tornare indietro di millenni, in una terra sconosciuta che apparentemente sembra non notarti.

Foto di Valentina Perniciaro  _Il portone d'ingresso della Moschea Omayyade di Damasco_

Foto di Valentina Perniciaro _Il portone d’ingresso della Moschea Omayyade di Damasco_

Passo sotto al portone cercando di imitare e capire in pochi secondi gesti che vengono da molto lontano, che odorano di millenni e di spezie che hanno traversato l’oriente più sconfinato. Il portone della grande moschea di Damasco è solo uno dei tre, ma è una scelta obbligata per chi entra la prima volta e non sa come muoversi, se da turista o mischiandosi tra le persone che entrano per pregare o per viversi un po’ della propria comunità.
Se avessi un velo sulla testa non passerei per la biglietteria, che ti timbra un pezzo di carta con un inchiostro che ti tinge la mano come fosse invidioso del fatto che quella visita sarà indelebile nella tua memoria, e ti dona per un po’ un piccolo velo a coprire capelli e spalle, cingendoti la vita con un laccetto.
Imitare i gesti si, e il primo che inevitabilmente si impara è quello di togliersi le scarpe e capire dove metterle: potrei lasciare tra un milione di scarpe all’ingresso, ma sono

Foto di Valentina Perniciaro _dentro la sala di Preghiera. Lì c'è la testa di San Giovanni Battista, che rotolò da Gerusalemme a Damasco, un po' come ho fatto io

Foto di Valentina Perniciaro _dentro la sala di Preghiera. Lì c’è la testa di San Giovanni Battista, che rotolò da Gerusalemme a Damasco, un po’ come ho fatto io

praticamente certa che non avrei modo di ritrovarle, non perchè qualcuno le toccherebbe, ma perchè non riesco ad avere punti di riferimento: troppo bianco, troppi sandali, troppo cuoio mischiato e spaiato per la mia inesperienza.
Ok. Le lego in qualche modo alla borsa della macchinetta fotografica: lo faccio nervosamente e infastidita perchè fremo all’idea di perdermi in questo luogo millenario, perchè ora ci voleva anche l’ingombro delle scarpe e il modo per non perderle a distrarmi da questo colore che mi acceca e che ancora devo capire da dove viene. E’ il sole che si scontra con quel cortile immense, un sole mediorientale che cade lasciando poche ombre e scalda il candore di strati di marmo che provengono dal tempio innalzato a Zeus, molto prima che una qualunque formaq di   monoteismo fosse arrivata a devastare le menti.
Il marmo mi attira; richiudo la borsa con i miei sandali che penzolano fuori e mi precipito ad assaporare con la pianta del piede quel bianco cotto al sole.
Che sensazione! Il marmo caldo mi accarezza, mentre le briciole e il mangime per gli uccelli che i bambini (quante centinaia di bimbi ci sono) si divertono a lanciare continuamente mi pizzicano il passo, rendendolo frizzante e ancora più stupito.
Incredibile come certi luoghi sembrino anche in grado di

insegnarti nuovamente a camminare, a farlo in un altro modo, a farti pensare il tuo movimento.
Parlo di quel luogo come fosse sacro anche per me, per me atea e comunista, per me blasfema, rivoluzionaria, senza padroni nella testa. 
Ma non posso negarlo. Quel luogo ti lascia stupito solo nel suo cortile, ancor prima che l’immenso colonnato della sala centrale di preghiera ti accolga nei suoi rumori mistici e nella sua calca riposata, nel colore dei tappeti che cercano di sfiorare il rosso, nei disegni geometrici, nella madreperla, nel legno intarsiato con la loro calligrafia…
Il grande utero caldo della moschea omayyade di Damasco è il suo cortile, che immediatamente ti fa sentire a casa, senza alcuna sensazione di estraneità, senza imbarazzo. Mosaici bizantini  con il loro oro aiutano il sole ad entrarti dentro e rendere quel cortile una piccola luminosa succursale dell’Eden, con quegli alberi disegnati e uccelli veri e finti che intrecciano i loro voli al ritmo del muezzin che chiama alla preghiera di mezzogiorno.
Senza alcuna timidezza, che tante volte ho provato dentro le nostre tetre e silenziose cattedrali, mi incammino verso una delle entrare della sala di preghiera. Mi scelgo un pezzetto di tappeto dove rannicchiarmi a terra, insieme alla mia macchinetta e alla mia voglia di diventare invisibile, di cancellare dai miei tratti l’occidente che mi porto dietro per essere un tutt’uno con quella grande comunità riunita da un rito che se non distinguesse uomini dalle donne (con un baldacchino in legno) sarebbe totalmente orizzontale, privo di quella gerarchia ecclesiastica che intimoriva la nostra crescita da bambini di

Foto di Valentina Perniciaro _ Girotondi in moschea _

Foto di Valentina Perniciaro _ Girotondi in moschea _

un’Italia che di laico non ha mai avuto molto nel suo sistema scolastico/educativo.
La preghiera inizia ed è tutto un gioco di mani, di teste, di sederi grandi e piccoli che si muovono in simbiosi. Le parole mi giungono ormai familiari, almeno nella prima parte del loro canto ed hanno il potere di rilassarmi, di farmi stendere le gambe e sentire con i piedi nudi il pizzicorio dei kilim.
Una bimba si è accorta di me e si stacca dalla sua famiglia correndomi incontro. Non faccio un solo gesto, non volevo esser vista e invece ora lei attira l’attenzione su di noi: si mette in ginocchio accanto a me, come per insegnarmi il movimento, mi prende le mani e mi fa capire come poggiarle a terra per poi alzarmi con loro, in un movimento unico.
La ringrazio e lei mi sorride felice, dopo aver compiuto quel gesto straordinario: stupenda lei, aveva capito che ero l’unica, tra forse un migliaio di persone, ad essere emarginata dall’ignoranza dei gesti e mi ha mostrato la sua solidarietà così, aprendomi la porta dei suoi riti e della sua comunità e strappando un sorriso d’approvazione alla sua mamma e a suo padre, distante e avvolto nella sua veste bianca.

Foto di Valentina Perniciaro _La moschea Omayyad di Damasco_

Foto di Valentina Perniciaro _La moschea Omayyad di Damasco_

Da quel giorno i tre minareti della moschea omayyade hanno cadenzato le mie giornate, da quel giorno i miei piedi hanno iniziato ad avvertire -ogni piccola manciata di giorni- il desiderio di camminare scalzi sui secoli e sul grano per i piccioni, avvolta dall’oro bizantino e dai sorrisi di bimbe dai capelli liberi e dallo sguardo sincero e dolce.
Un luogo dove molte volte mi sono ritrovata a leggere o a fare un pisolino all’ombra di una colonna o di un arco, sul morbido dei tanti tappeti: un luogo sacro dove non esiste silenzio, un luogo sacro che non ha nulla a che vedere con quella che da noi si definisce “Casa del Signore”. Per l’Islam non è assolutamente così: è la casa di una popolazione, è il luogo dove si prega e poi si mangia e si gioca, dove ci si incontra, dove i ragazzi si scambiano i primi sguardi maliziosi, dove gli anziani dormono e i bambini si rincorrono rotolando su tappeti e nel cortile. Un luogo dove ci si sente a casa, abbracciati.
E per dirlo io!

Solana in visita a Damasco…

28 febbraio 2009 Lascia un commento

La Palestina al centro dei colloqui tra Siria e Unione Europea

di Valentina Perniciaro, pubblicato su Internationalia
28 febbraio 2009

Il presidente siriano Bashar al-Assad ha incontrato mercoledì Javier Solana, Alto rappresentante degli Affari esteri e della sicurezza dell’Unione Europea, per discutere un incremento delle relazioni ed un consolidamento bilaterale di progetti per contribuire alla pace e alla stabilità nella regione.
Sono stati discussi gli ultimi sviluppi internazionali e dell’area, con particolare attenzione alla recente aggressione di Israele ai danni della Striscia di Gaza che ha causato più di 1300 morti.

Foto di Valentina Perniciaro _bimbe damasceni_

Foto di Valentina Perniciaro _bimbe damasceni_

Il ministro degli Esteri siriano, Walid Al-Muallim, durante la conferenza stampa successiva all’incontro, ha chiesto che Israele sia posta sotto le leggi internazionali e sia incriminata e punita dai tribunali internazionali “per crimini di guerra contro l’umanità e per le sue operazioni di genocidio contro la popolazione”. La questione della Palestina e del suo popolo sono stati l’argomento centrale dei colloqui. I partecipanti hanno espresso l’auspicio, con l’arrivo della nuova amministrazione Obama alla guida degli Stati Uniti, di una svolta nel processo di pace in Medio Oriente e nella costruzione di uno stato palestinese unitario, che ristabilizzi la situazione interna e sia in grado di capire che Hamas è ormai interlocutore inscindibile dalla politica palestinese sia nella Striscia di Gaza che nei Territori Occupati. Un percorso di pacificazione che veda l’apertura dei valichi al movimento di merci, persone ed aiuti umanitari, che faccia finire l’assedio e permetta il ripristino di una vita normale e l’abbassamento dei tassi di disoccupazione, povertà e malnutrizione.

I colloqui hanno sottolineato l’importanza della ricostruzione con il contributo dei paesi arabi ma anche dell’Unione Europea.
Solana ha descritto il ruolo della Siria come centrale nella ricerca di una soluzione ai problemi della regione e con il ministro degli Esteri ha sottolineato l’ottima atmosfera creatasi con il presidente Assad. “Sono uscito dall’incontro estremamente fiducioso sulle possibilità di cooperazione che potranno nascere con Damasco, dove spero di tornare presto per iniziare a vederne i frutti”, ha dichiarato Solana.“Stiamo andando nella direzione corretta e faremo di tutto affinché il 2009 sia ricco di passaggi che portino alla stabilità della regione,alla ricostruzione e alla pacificazione. Non possiamo darci una scadenza per un vero e proprio accordo tra Siria e EU, ma siamo sulla buona strada”.

Ma quale sciopero virtuale!

27 febbraio 2009 1 commento

L’ATTACCO AL DIRITTO DI SCIOPERO E’ UN ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA

Con le nuove norme previste dal Governo sul diritto di sciopero si sta andando rapidamente verso un nuovo e pericolosissimo capitolo del più 
vasto tema della limitazione delle libertà sindacali e costituzionali, della democrazia nel mondo del lavoro e nella società.
Dietro un linguaggio formalmente tecnicistico, presentato come un intervento per il solo settore trasporti, il governo predispone la legislazione per gestire la fase attuale e futura di grave crisi economica e le conseguenti risposte dei lavoratori al tentativo di farne pagare a loro il costo.
Ciò è confermato dal fatto che il governo ha annunciato norme che dovrebbero impedire di bloccare strade, aeroporti e ferrovie, forme di lotta utilizzate da tutti i lavoratori in casi particolarmente drammatici.

Foto di Valentina Perniciaro _Napoli, Marzo 2001 Lo spezzone dei COBAS_

Foto di Valentina Perniciaro _Napoli, Marzo 2001 Lo spezzone dei COBAS_

L’attacco al contratto nazionale, le nuove norme che si intendono introdurre sulla rappresentatività sindacale, la nuova concertazione tra governo,  confindustria e sindacati confederali che si è trasformata in una vera e propria alleanza neocorporativa, sono elementi finalizzati ad impedire le  rivendicazioni e la difesa dei diritti dei lavoratori.
Ciò avviene proprio quando più grave è la crisi economica, più pesanti le conseguenze per i  lavoratori e maggiore la necessità di risposte determinate.
Lo scopo del governo è quello di imporre per legge la pace sociale, vietando e criminalizzando il diritto di sciopero. Di ridurre al silenzio i lavoratori  mentre si celebrano i misfatti nel settore dei trasporti – Fs , Tirrenia,  Alitalia – con migliaia di esuberi, di messa in mobilità, di licenziamenti e il relativo aggravio sulla qualità del servizio e dei costi 
UN COLPO DI MANO CHE VA SVENTATO SUL NASCERE , INSIEME A TUTTI I TENTATIVI  PROTESI A METTERE AL BANDO LA COSTITUZIONE E I DIRITTI FONDAMENTALI. 
Illegittima e autoritaria l’ipotesi di consegnare lo sciopero, che è un diritto individuale sancito

Vincent Van-Gogh

Vincent Van-Gogh

dalla Costituzione, alla disponibilità gestionale  di sindacati che rappresentino il 50% dei lavoratori; assurdo perché in molte aziende la sindacalizzazione non arriva neanche al 50%. Nonché il referendum preventivo che tende a dilazionare e snaturare l’azione di sciopero, già oggi estremamente contrastata dalle limitazioni della Commissione di Garanzia e dai ripetuti divieti del governo. Altrettanto improponibile è l’adesione preventiva allo sciopero, un non senso giuridico che prevederebbe l’impossibilità del singolo di poter mutare il proprio atteggiamento rispetto ad un’azione sindacale indetta. Inaccettabile infine la forma di lotta virtuale che di fatto elimina il diritto di sciopero ed assegna alle parti la capacità/volontà di individuare la “penale” per l’azienda in caso di “sciopero lavorato”, mentre ai lavoratori si ritira l’intera giornata di lavoro: quindi la perdita secca della giornata per il lavoratore ed una impercettibile riduzione dei profitti per l’azienda.

A questo ennesimo tentativo di eliminare il diritto di sciopero rispondiamo con la mobilitazione immediata contro governo e padroni, cisl- uil – ugl ,e finalizzando a questo obbiettivo gli scioperi già programmati a partire da quello per il trasporto aereo del 4 marzo.

Il sindacalismo di base ha indetto una manifestazione nazionale a Roma il 28 marzo e uno sciopero generale per il 23 aprile anche per difendere il 
diritto di sciopero e la democrazia sindacale

CUB – CONFEDERAZIONE COBAS – SDL INTERCATEGORIALE
26 FEBBRAIO 2009

L’operazione “piombo fuso” avanza. Notizie da Gaza e dintorni.

2 gennaio 2009 Lascia un commento

Il bilancio delle vittime dell’operazione militare israeliana a Gaza è salito a 430 palestinesi morti e 2.200 feriti.
Sono cinque i bambini palestinesi uccisi solamente oggi nei raid israeliani sulla Striscia di Gaza. Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa palestinese ‘Maan’, che cita fonti mediche locali, tre bambini sono morti in un raid avvenuto poco fa nel villaggio di al-Qarara, nella parte meridionale della Striscia di Gaza.

Foto di Valentina Perniciaro _Rebibbia_

Foto di Valentina Perniciaro _Rebibbia_

Secondo testimoni oculari, facevano tutti parte della stessa famiglia e stavano giocando davanti alla loro casa quando è caduto un missile che li ha centrati in pieno, uccidendoli sul colpo. Il quarto bimbo ucciso ha 15 anni, si chiama Himad Masbah ed è stato colpito da un missile nel quartiere al-Shujuiya di Gaza. La quinta vittima è invece una bambina di 6 anni, Kristin al-Turk, morta in ospedale in seguito alle ferite riportate. Un altro raid è stato eseguito stamattina nel campo profughi di al-Nasiriyat.
Nel frattempo ieri era stata richiesta da Hamas la Giornata della collera nei territori occupati e secondo quanto riferisce la tv araba ‘al-Jazeera’, la manifestazione più imponente si sta svolgendo a Ramallah dove, alla fine della preghiera islamica del venerdì, migliaia di persone si sono riunite nella zona denominata di al-Manara.Come riferito da fonti dell’esercito israeliano, la protesta è degenerata in violenze quando sostenitori di Hamas sono arrivati allo scontro fisico con sostenitori di Fatah, accusati dagli integralisti di collaborare con lo Stato ebraico. Per porre fine alla rissa e disperdere i manifestanti la polizia palestinese ha sparato diversi colpi in aria.
In altre località si sono invece registrati scontri tra i manifestanti e i militari israeliani di guardia ai punti di transito. In qualche caso i soldati avrebbero sparato ferendo alcuni palestinesi.

Anche in Israele oggi è scoppiata la rabbia di decine di attivisti israeliani, com’è riportato dal Ynet, sito del quotidiano Yediot Ahronot hackerato oggi per un po’ dal gruppo islamico detto “la Squadra del crimine, terrortisti cibernetici e Squadra del diavolo”. La manifestazione si è svolta ad Haifa per chiedere la cessazione dei raid contro la popolazione palestinese, una manifestazione pacifica che si riconvocherà domani per le strade di Tel Aviv.

Nel resto del mondo arabo invece:

Foto di Valentina Perniciaro _Campi profughi palestinesi_

Foto di Valentina Perniciaro _Campi profughi palestinesi_

 

Egitto:  Violente proteste sono state attuate oggi da egiziani a sostegno dei palestinesi di Gaza all’altezza del valico di confine tra Egitto e Israele di Karim abu Salem (Kerem Shalom in ebraico), poco lontano da quello di Rafah, dove da giorni è stato schierato un gran numero di forze di sicurezza. Dopo aver bruciato pneumatici sulla strada ed aver dato fuoco ad alcune case del villaggio egiziano di El Mahmd, decine di persone hanno assalito un veicolo della polizia che avrebbe investito «volutamente» un esponente del partito di opposizione Tagammu, Medhat el Kachef, che era tra i dimostranti. Leggermente ferito l’uomo è stato trasportato all’ ospedale di Al Arish. È cominciato un fitto lancio di pietre contro il blindato della polizia ed i poliziotti hanno risposto a colpi di manganello contro gli aggressori. Nello scontro sono rimasti feriti una decina di manifestanti e tre poliziotti.

Giordania: Lievi scontri tra forze dell’ordine e dimostranti anti-israeliani si sono verificati oggi ad Amman, nei pressi della sede della locale ambasciata d’Israele. Al grido di «Via l’ambasciata israeliana da Amman!» e «Via Hosni Mubarak» in riferimento al presidente egiziano accusato di esser complice della politica dello Stato ebraico, migliaia di manifestanti hanno scagliato pietre in direzione del compound fortificato della sede diplomatica, protetta da barriere di filo spinato e da un doppio cordone di forze dell’ordine giordane in tenuta anti-sommossa. Gli agenti hanno risposto sparando razzi fumogeni e si sono registrati alcuni lievi tra manifestanti e polizia. Al momento non si registrano feriti. Dall’inizio dell’offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza, numerose manifestazioni di protesta si sono svolte ad Amman. Il 60 % della popolazione giordana è di origine palestinese. Il regno hascemita e l’Egitto sono gli unici due Paesi arabi ad aver firmato un trattato di pace con Israele.

Iraq:  La capitale irachena, Baghdad, è stata protagonista oggi di una serie di manifestazioni di solidarietà con la popolazione di Gaza. Secondo la tv iraniana ‘al-Alam’, quella più imponente si è tenuta fuori alla moschea Umm al-Qura, quando l’Imam Muhammad al-Jiburi, durante il sermone del venerdì islamico, ha chiamato i fedeli a marciare dopo la preghiera comunitaria e a raccogliere i fondi per la popolazione palestinese di Gaza. «Quello che sta avvenendo lì è un vero e proprio genocidio – ha tuonato dal pulpito -. Si vuole distruggere un popolo perché i bombardamenti non distinguono tra obiettivi civili e politici». Una seconda manifestazione si è tenuta davanti all’università cittadina alla quale hanno partecipato circa cinquemila studenti. Infine un’altra manifestazione si è svolta nel sobborgo sciita di Baghdad noto col nome di Sadr City. Qui è stato letto un comunicato diffuso dall’Imam Moqtada al-Sadr il quale chiede «alle organizzazioni umanitarie di intervenire come possono per aiutare la popolazione di Gaza con degli aiuti. Chiediamo all’Onu di far cessare gli attacchi e di sostenere gli abitanti della striscia». Altre piccole manifestazione spontanee si sono tenute nei pressi di diverse moschee di Baghdad dove sono state anche più volte incendiate bandiere israeliane e americane

Libano: Centinaia di manifestanti libanesi e palestinesi si sono radunati oggi nei pressi della sede dell’ambasciata egiziana a Beirut, in solidarietà della popolazione della Striscia di Gaza, da una settimana sottoposta ai raid aerei israeliani. Al grido di «Col nostro sangue, con la nostra anima, ci sacrifichiamo per te, Palestina!», i manifestanti hanno raggiunto le barriere di filo spinato, erette dalle forze di sicurezza libanesi, portando a spalla una decina di finte bare nere con su scritto: «Palestina» e «Siamo tutti gente di Gaza». I dimostranti chiedono al governo del Cairo di aprire il valico di Rafah, al confine meridionale con la Striscia, mentre altri manifestanti hanno innalzato striscioni neri su cui sono stati riportati i celebri versi del defunto poeta palestinese Mahmud Darwish: «Siamo qui, rimarremo sempre qui, perchè il nostro unico obiettivo è essere».

Marocco: Uno studente marocchino ferito nei giorni scorsi in scontri con la polizia durante una manifestazione di sostegno ai palestinesi di Gaza è morto ieri a Marrakech, nel Marocco meridionale. Lo rende noto oggi la stampa marocchina. Secondo i giornali, il giovane, Abderrazak El Gadiri, è stato ferito alla testa domenica scorsa nei pressi della città universitaria di Marrakech. Circa 300 studenti si sono radunati stamani davanti all’obitorio dell’ospedale Ibn Tofail di Marrakech per protestare contro la morte del loro compagno, che militava in un sindacato studentesco.

Seguiranno aggiornamenti e magari immagini.
DOMANI A ROMA MANIFESTAZIONE ORE 16,30 DA PIAZZA DELLA REPUBBLICA A PIAZZA BARBERINI

Da Deheishe: La nuova potenza mondiale di dio

1 gennaio 2009 1 commento

Possiamo ammetterlo, non abbiamo nulla con cui combattere, né armi, né capacità di resistenza, nessuna reciproca solidarietà; abbiamo solo un’ultima cosa in comune, siamo tutti pronti a morire sotto un razzo prodotto in America, lanciato da Israele con l’approvazione dei paesi Arabi.

Possiamo coltivare il sogno di uno Stato nelle nostre tombe, e non cambierebbe molto, siamo morti in ogni caso; in una tomba almeno possediamo il nostro suolo e il nostro Stato lo possiamo costruire sottoterra. Lì sapremmo che siamo morti e una volta lì, nessuno avrebbe la creatività inumana di pianificare la nostra uccisione.

Foto di Valentina Perniciaro _le scuole di Dehishe_

Foto di Valentina Perniciaro _le scuole di Dehishe, campo profughi a pochi passi da Betlemme__

Non è Hamas ad essere colpita oggi, non la causa palestinese e nemmeno la gente di Gaza, è l’umanità che viene rimossa a sangue freddo con grandi congratulazioni agli Israeliani per il loro successo.

Non c’è bisogno di una vendetta da parte di noi Palestinesi, forse questa volta dovremmo considerare questa lotta più grande di noi, la rete dei collaboratori è cresciuta ad un livello regionale. Chiudiamo allora le nostre case ed aspettiamo che la morte ci venga a prendere, lasciamo che
il piano da tempo coltivato da Israele abbia successo, uccidere tutti i Palestinesi è più semplice che trasferirli altrove.

Stanotte i coloni di Sderot possono festeggiare Gaza bagnata di sangue; ho ascoltato un ufficiale municipale israeliano, e continuava a ripetere che questo è il modo giusto per fermare il lancio di razzi da Gaza, che questa azione mostra la lealtà dello ‘Stato di Israele’ ai suoi cittadini, uccidere altri
cittadini e distruggere tutta l’infrastruttura della polizia, quella forza di polizia suggerita proprio da Israele durante i negoziati di Oslo.

Foto di Valentina Perniciaro _Campi profughi palestinesi in territorio siriano_

Foto di Valentina Perniciaro _Campi profughi palestinesi in territorio siriano_

Non abbiamo bisogno di richiami all’unità ora, il tempo è scaduto per tutti i partiti politici, il massacro continuerà e la vostra unità ora significa e vale
nulla, le persone continueranno ad essere uccise e a soffrire; Israele non si fermerà ora, tutto ciò non basta ancora per la loro campagna elettorale, hanno bisogno di mostrare ai loro fanatici che sono capaci di tutto, uccidere bambini, donne ed ufficiali della polizia municipale, persone che non hanno mai partecipato al lancio di alcun razzo.

Invece di spendere soldi nel convincere i leader corrotti e venduti dei paesi Arabi a partecipare ad un summit il cui comunicato di condanna potrebbe essere
scritto da un qualunque studente di quattordici anni, potremmo raccoglierli ed usarli per fare telefonate costose, per comprare biglietti aerei, per hotel di
lusso, per comprare medicine e cibo alle persone di Gaza. Qualunque cosa possiamo fare per loro, non potranno dimenticare questo giorno, e non potremo
chiedere loro di perdonare il nostro lungo silenzio.

Capisco pienamente come quanto sia pericoloso quello che sto dicendo, che ci sono molte divisioni nella nostra lotta, così come è successo in altre lotte, ma la cosa più pericolosa ora è che veniamo uccisi e nessuno mette in dubbio la legalità degli attacchi israeliani o agisce per portare Israele di fronte alle
corti internazionali per i suoi crimini di guerra. Se questo non vuol dire che non c’è potenza in grado di fermare Israele, tutto ciò può significare solo due
cose, che non c’è essere umano rimasto che provi dolore per i Palestinesi di Gaza, o che Israele è la nuova potenza mondiale di dio.

QUESTE PAROLE SONO SCRITTE DA UNA RAGAZZA DEL CAMPO PROFUGHI DI DEHEISHE, CAMPO CHE MI HA ACCOLTO, RIFOCILLATO, PROTETTO, COCCOLATO. CAMPO CHE VIVE DENTRO DI ME, GIORNO DOPO GIORNO. PALESTINA LIBERA, PALESTINA ROSSA

ISRAELE: Espulso Richard Falk, inviato ONU per i diritti umani

15 dicembre 2008 Lascia un commento

Due agenzie (entrambe di questo pomeriggio) che vanno a confermare com’era necessario tradurre e far circolare le dichiarazioni di un esponente del Likud, Moshe Feiglin su Hitler:  Su Peacereporter: NUOVI FALCHI SU ISRAELE 

Gerusalemme, 15 dic. – (Aki)  Richard Falk, l’inviato delle Nazioni Unite che paragonò gli israeliani ai nazisti, è stato espulso oggi dallo Stato ebraico. A marzo il Consiglio per i diritti umani dell’Onu con sede a Ginevra aveva assegnato a Falk, un ebreo americano e professore emerito alla Princeton University, un incarico di sei anni per monitorare la situazione umanitaria nei Territori palestinesi.

F.P.L.P in corteo_

Foto di Valentina Perniciaro _Palestina: F.P.L.P in corteo_

 Dopo che alla Bbc aveva paragonato il trattamento che gli israeliani riservano ai palestinesi a quello dei nazisti con gli ebrei durante l’Olocausto, il ministero degli Esteri israeliano aveva annunciato a settembre che non avrebbe permesso a Falk di entrare nel Paese. Il precedente incaricato delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori, John Dugard dal Sudafrica, aveva paragonato il trattamento riservato ai palestinesi da Israele all’apartheid. In ogni modo, lo Stato ebraico ha anche contestato il fatto che la missione di Falk sia diretta solo a valutare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele nei confronti dei palestinesi e non viceversa. L’organizzione per la difesa dei diritti Adalah ha condannato oggi l’espulsione di Falk, definendola un «duro colpo ai diritti della popolazione civile palestinese che vive sotto l’occupazione israeliana, una popolazione alla quale va garantita la protezione in base alle leggi umanitarie internazionali». Secondo l’ong, «negare l’ingresso al professor Falk danneggia anche il lavoro delle numerose organizzazioni e dei difensori dei diritti umani che lavorano in Israele». 

New York, 15 dic. – (Aki) – Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha espresso rammarico per il fatto che Israele ha negato l’ingresso all’inviato speciale nei Territori palestinesi del Consiglio per i Diritti Umani Richard Falk. Il portavoce di Ban, Michele

Naji Al-ali    _Handala scrive il nome della sua terra_

Naji Al-ali _Handala scrive il nome della sua terra_

Montas, ha dichiarato in conferenza stampa che il Segretario Generale chiede alle autorità israeliane di «cooperare pienamente con le procedure speciali del Consiglio per i Diritti Umani». A Falk, in missione nei Territori palestinesi, è stato impedito all’aeroporto Ben Gurion di entrare in Israele. Montas ha aggiunto che le autorità israeliane erano state avvisate del suo arrivo. L’anno scorso Falk, professore emerito dell’Università di Princeton, ha dichiarato che gli israeliani si comportano con i palestinesi come i nazisti contro gli ebrei. Quando Falk ha rifiutato di ritirare il controverso paragone il ministero degli Esteri israeliano ha avvisato che non gli sarebbe stato consentito l’ingresso nel Paese.

La più grande prigione del mondo

14 dicembre 2008 Lascia un commento

La mega-prigione della Palestina

di Ilan Pappe (1)

In diversi articoli pubblicati da The Electronic Intifada, ho affermato che Israele sta attuando una politica di genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, mentre continua la pulizia etnica della Cisgiordania. Ho affermato che la politica di genocidio è il risultato di una mancanza di strategia. L’argomento è il seguente: poiché la classe dirigente politica e militare non sa come gestire la Striscia di Gaza, essa ha scelto una reazione

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

automatica consistente nell’uccisione massiccia di cittadini ogni volta che questi osano protestare per forzare [in qualche modo] il loro strangolamento e il loro imprigionamento. Il risultato è stato finora un’escalation di uccisioni indiscriminate dei palestinesi – più di cento nei primi giorni del Marzo 2008 – giustificando sfortunatamente l’aggettivo “genocida” che io ed altri abbiamo utilizzato per definire questa politica. Ma non era ancora una strategia.
Tuttavia, nelle settimane più recenti, è emersa una strategia più chiara da parte di Israele nei confronti della Striscia di Gaza e del suo futuro, e questa strategia è parte della nuova impostazione complessiva riguardante il destino dei territori occupati in generale. Si tratta, nell’essenziale, di un affinamento dell’unilateralità adottata da Israele sin dal fallimento dei “colloqui di pace” di Camp David nell’estate del 2000. L’ex Primo Ministro d’Israele Ariel Sharon, il suo partito Kadima, e il suo successore Primo Ministro Ehud Olmert, hanno delineato molto chiaramente quello che l’unilateralità comportava: Israele avrebbe annesso circa il 50% della Cisgiordania, non come estensione omogenea ma come lo spazio complessivo degli insediamenti, delle strade separate, delle basi militari, e dei parchi nazionali (che sono aree interdette ai palestinesi). Questo è stato più o meno attuato negli ultimi otto anni. Queste entità puramente ebraiche hanno frammentato la Cisgiordania in 11 piccoli cantoni e sotto-cantoni, separati gli uni dagli altri da questa pervasiva presenza coloniale ebraica. La parte più importante di quest’invasione è il cuneo più grande di Gerusalemme, che divide la Cisgiordania in due regioni separate senza collegamenti di terra per i palestinesi. Il muro viene così allungato e reincarnato in vario modo per tutta la Cisgiordania, accerchiando a volte singoli villaggi, quartieri e città. L’immagine cartografica di questo nuovo assetto dà un’indicazione della nuova strategia nei confronti sia della Cisgiordania che della Striscia di Gaza. Lo stato ebraico del 21° secolo sta per completare la costruzione di due mega-prigioni, le più grandi – nel loro genere – della storia umana.

Foto di Valentina Perniciaro _Alture del Golan dopo il passaggio dell'Esercito israeliano

Foto di Valentina Perniciaro _Alture del Golan dopo il passaggio dell’Esercito israeliano

Esse sono fatte in modo differente: la Cisgiordania è fatta di piccoli ghetti e quella di Gaza è da sola un gigantesco mega-ghetto. C’è un’altra differenza: la Striscia di Gaza è adesso, nell’immaginazione distorta degli israeliani, la prigione dove sono imprigionati i “detenuti più pericolosi”. La Cisgiordania, d’altro canto, è ancora gestita come un gigantesco complesso di prigioni all’aria aperta sotto forma di normali agglomerati umani, come villaggi o città, collegati e supervisionati da un’autorità carceraria dotata di una forza militare enorme e violenta.
Secondo gli israeliani, la mega-prigione della Cisgiordania può essere definita uno stato. Yasser Abed Rabbo, consigliere del Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmud Abbas, ha minacciato – negli ultimi giorni del Febbraio 2008 – gli israeliani [dell’eventualità] di una dichiarazione d’indipendenza unilaterale, ispirata dai recenti avvenimenti del Kosovo. Tuttavia, sembra che nessuno da parte israeliana abbia avuto molto da ridire su quest’idea. Questo è più o meno il messaggio che uno sbalordito Ahmed Qurei, il negoziatore palestinese per conto di Abbas, ha ricevuto da Tzipi Livni, il Ministro degli Esteri israeliano, quando le ha telefonato per rassicurarla che Abed Rabbo non stava parlando a nome dell’Autorità Palestinese. Egli ha avuto l’impressione che la di lei preoccupazione principale era in realtà quella opposta: che l’Autorità Palestinese non sia d’accordo nel chiamare “stato”, nel prossimo futuro, le mega-prigioni.

Questa riluttanza, insieme all’insistenza di Hamas di voler resistere al sistema della mega-prigione con una guerra di liberazione, ha costretto gli israeliani a ripensare la loro strategia verso la Striscia di Gaza. Quello che trapela è che neppure i membri più disponibili dell’Autorità Palestinese sono disposti ad accettare la realtà della mega-prigione offerta come se fosse la “pace” o persino come se si trattasse della “costituzione di due stati”. E Hamas e la Jihad islamica sono arrivati a tradurre questa riluttanza negli attacchi con i razzi Qassam contro Israele. Così il modello della più pericolosa delle prigioni è andato avanti: gli strateghi dell’esercito e del governo si sono imbarcati in una “gestione” a lungo termine del sistema da essi messo in piedi, nel momento stesso in cui dichiaravano di impegnarsi in un “processo di pace” sostanzialmente insignificante, con molto poco interesse da parte della comunità internazionale, e una continua lotta dall’interno [dello Stato d’israele] contro di esso.

In questo quadro la Striscia di Gaza viene ora vista come la prigione più pericolosa, e quella contro cui impiegare i mezzi punitivi più brutali. Uccidere i “detenuti” con bombardamenti aerei o di artiglieria, o per mezzo dello strangolamento economico, sono i risultati non solo inevitabili dell’azione punitiva che è stata scelta, ma anche quelli desiderati.

Quello che lascia Israele_

Foto di Valentina Perniciaro _GOLAN:Quello che lascia Israele_

Il bombardamento di Sderot è la conseguenza inevitabile ma anche, per certi versi, desiderabile, di questa strategia. Inevitabile, perché l’azione punitiva non può distruggere la resistenza e molto spesso genera una rappresaglia. La rappresaglia fornisce a sua volta la logica e il presupposto per l’azione punitiva successiva, nel caso qualcuno, nell’opinione pubblica interna [israeliana], dovesse dubitare della giustezza della nuova strategia.
Nel prossimo futuro, ogni resistenza analoga proveniente dalla mega-prigione della Cisgiordania verrà trattata in modo simile. E queste azioni molto probabilmente avranno luogo in un futuro molto vicino. In realtà, la terza intifada sta per iniziare. E la risposta israeliana sarebbe un’ulteriore elaborazione del sistema della mega-prigione. Ridimensionare il numero dei “detenuti” sarebbe ancora una priorità molto alta in questa strategia, per mezzo della pulizia etnica, delle uccisioni sistematiche e dello strangolamento economico.

Ma ci sono ostacoli che impediscono alla macchina distruttiva di mettersi in moto. Sembra che un numero crescente di ebrei in Israele (la maggioranza, secondo un recente sondaggio della CNN) desiderano che il loro governo inizi a negoziare con Hamas. Una mega-prigione va bene, ma se le aree residenziali dei coloni verranno prese probabilmente di mira in futuro, allora il sistema fallirà. Ahimè, dubito che il sondaggio della CNN rappresenti esattamente l’attuale orientamento israeliano; ma esso indica una tendenza incoraggiante che conferma la convinzione di Hamas secondo cui Israele capisce solo il linguaggio della forza. Ma tutto ciò potrebbe non essere sufficiente e la perfezione del sistema della mega-prigione continua nel frattempo senza tregua, e le misure punitive del suo potere si stanno prendendo le vite di un numero sempre maggiore di bambini, donne e uomini nella Striscia di Gaza.

Come sempre è importante ricordare che l’occidente può porre fine, anche domani, a questa disumanità e criminalità senza precedenti. Ma finora questo non è avvenuto. Sebbene gli sforzi per rendere Israele uno “stato paria” [uno stato messo al bando dalla comunità internazionale, come il vecchio Sudafrica dell’apartheid] continuino a tutta forza, essi provengono ancora solo dalla società civile. Speriamo che questa energia venga un giorno tradotta in politiche governative effettive. Possiamo solo pregare che, quando questo avverrà, non sia troppo tardi per le vittime di questa orrenda invenzione sionista: la mega-prigione della Palestina

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo:
http://electronicintifada.net/v2/article9370.shtml 

Dell’albicocca…

24 settembre 2008 1 commento

Che i miei amici armeni mi perdonino: malgrado il nome, la Prunus armeniaca, ovverosia l’albicocca, non è originaria dell’Armenia, ma della Cina, proprio come la pesca, un’altra delizia che i botanici si ostinano ad attribuire alla Persia. E le albicocche migliori, non dispiaccia ai francesi, non sono quelle del Rossiglione, senza dubbio pregevoli, ma i frutti di miele e d’oro che si trovano soltanto nel Levante. E’ qui, sicuramente, in Turchia e in Siria, che un albero ritenuto difficile come l’albicocco sembra aver eletto il proprio domicilio, se mi si passa l’espressione, e se ne sta a suo agio come soltanto in patria si può stare. 
Sospetto perciò che proprio i siriani, e in particolare i damasceni, per altro poco inclini alla speculazione metafisica, abbiano diffuso, se non inventato, la leggenda secondo la quale l’albero di Adamo ed Eva, creato per insegnarci a distinguere il bene dal male, sarebbe l’albicocco e non il melo o il fico. Un modo come un altro per insinuare che non si può resistere alla tentazione dell’albicocca. Forse anche, con un abile sotterfugio, per collocare in Siria il giardino dell’Eden.
Bisogna dire che a Damasco, prima dei guasti dell’urbanizzazione, l’arte di vivere era scandita in qualche modo, almeno durante certi mesi, dal ciclo dell’albicocca. Molto presto, già da marzo, la fioritura dell’albicocco annuncia la primavera, attirando verso i giardini della Ghuta una folla eterogenea di gitanti.
Ma la meraviglia di fronte alla delicata bellezza dei fiori, corolle bianche ombreggiate di rosa tenero, non è priva di apprensioni, e i damasceni temono, come per ogni cosa precoce, i colpi imprevedibili del destino: una pioggia troppo abbondante, un vento un po’ violento, una gelata tardiva. Soltanto le grida dei venditori ambulanti, a partire da giugno, vengono infine a rassicurarli, quando si levano per celebrare le mishmish baladi, “pasticcini all’acqua di rose”, o il tipo detto hamawi, “regina di cuori” che andrebbe portata “in fazzoletti di seta”. Comincia così la stagione dell’albicocca, tanto breve, purtroppo, dopo la lunga attesa, che nella lingua parlata si designa con tale espressione tutto ciò che è fugace o improbabile.
Ci si mette dunque a mangiare albicocche, coscienziosamente, fino a sazietà, per paura di restare senza l’anno successivo. E sulle terrazze della città si vedono ben presto marmellate e confetture riposare al sole, all’aria aperta, in recipienti di tutte le misure, coperte appena di una mussolina che protegge dalla polvere e dagli insetti. Colta al momento giusto e ricolma di luce, l’albicocca non si è mai meglio conformata a una delle sue denominazioni latine, apricum, il frutto che ama la luce del sole. 


Foto di Valentina Perniciaro Suq di Damasco e abbondanza di melograni

Ma l’infatuazione dei damasceni di oggi per l’albicocca non è nulla in confronto a quella dei loro avi. Nel periodo mamelucco, se bisogna credere al viaggiatore egiziano Badri, egli stesso ghiottone impenitente, la Ghuta produceva ventuno varietà di albicocche, nove soltanto delle quali sono giunte fino a noi.
Per apprezzarle tutte nel loro giusto valore, in poco tempo, era indispensabile consacrarvisi anima e corpo. Di conseguenza, gli ulama non esitavano a mettersi in ferie, durante la stagione dell’albicocca, abbandonando senza ritegno cattedre e libri. Essi si piegavano in tal modo a un piacevole costume. Stagione benedetta da Dio, a più d’un titolo, in cui anche le muse partecipavano alla festa, ispirando ai letterati alcune delle loro metafore più frivole. A quanto pare mancava soltanto, per soddisfare tutti i gusti, il “vino” d’albicocca per il quale, stando al Libro dei Canti di Isfahani, il musicista Ishaq al-Mawsili andava matto.
Ai nostri giorni, non si estraggono dall’albicocca nè vino nè alcol, e sono stati dimenticati anche altri usi meno problematici come la mishmishiyya, spezzatino di albicocca e carne d’agnello, scomparsa da tempo dalle tavole di Damasco, al pari di altre pietanze agrodolci.
Curiosamente, il piatto che porta oggi questo nome non è preparato con delle albicocche, ma con le fave. Resta nondimeno il fatto che a Damasco, e solo a Damasco, l’arte di conservare le albicocche tocca il sublime. Solo le albicocche secche di Turchia possono competere coi nuqu’ siriani, che consistono in succulente albicocche baladi schiacciate con il nocciolo e seccate al sole.
Vengono consumate soprattutto nel mese di Ramadan, sotto forma di khoshaf, per calmare la sete.
Quanto al qamar al-din, alla lettera la “luna della religione”, nome che rimanda ad un’antica varietà turca molto apprezzata da Ibn Battuta, è patrimonio esclusivo di Damasco, e tale resterà fino alla fine dei tempi. Lo si ottiene impastando le albicocche e stendendo la pasta, privata dei noccioli, su tavole di legno lunghe due metri ed esposte al sole. Quando è secca, la pasta di albicocche è spennellata di olio di sesamo, perchè si mantenga brillante e vellutata, ed è infine arrotolata come un tappeto. Può essere degustata così, o ancora meglio macerata in acqua fresca.

 

SPEZZATINO ALLE ALBICOCCHE
Ingredienti per 4 persone

600 gr di spalla d’agnello disossata
600 gr di albicocche secche snocciolate
100 gr di olio d’oliva
1 cucchiaino da caffè di cannella
2 boccioli di rosa
2 cucchiai di zucchero
sale

@Tagliate la carne in 8 pezzi, condite con sale, cannella e boccioli di rosa sbriciolati, fate rosolare nell’olio e poi coprite d’acqua e portate ad ebollizione. Abbassate il fuoco e lasciate cuocere per un’ora con il coperchio.

@ A metà cottura, aggiungete le albicocche e lo zucchero e controllate il documento

@Prima di servire, fate restringere la salsa fino a renderla cremosa

tratto da “LA CUCINA DI ZIRYAB” di Farouk Mardam-Bey

Il peggiore dei massacri, Sabra e Chatila

16 settembre 2008 17 commenti

Liberazione di oggi, pagina 20

Liberazione di oggi, pagina 20

 DIARIO DI UN MASSACRO, di Valentina Perniciaro
LIBERAZIONE, 16 SETTEMBRE 2008, retrocopertina (rm1609-att01-202)

«Il problema che ci poniamo: come iniziare, stuprando o uccidendo? Se i palestinesi hanno un po’ di buonsenso, devono cercare di lasciare Beirut. Voi non avete idea della carneficina che toccherà ai palestinesi, civili o terroristi, che resteranno in città. Il loro tentativo di confondersi con la popolazione sarà inutile. La spada e il fucile dei combattenti cristiani li seguirà dappertutto e li sterminerà, una volta per tutte». Il settimanale Bamaneh , organo ufficiale dell’esercito israeliano, due settimane prima del massacro di Sabra e Chatila, riporta le parole di un ufficiale delle Falangi cristiano-maronite.
Ma proseguiamo con ordine.

Martedì 14 settembre ’82
Un’esplosione devasta la sede di Kataeb (partito delle Falangi cristiane) durante una riunione di quadri. Tra i 24 corpi anche quello di Bashir Gemayel, presidente della Repubblica libanese da appena tre settimane. E’ un colpo pesante per Israele: muore il nemico numero uno dei palestinesi in Libano, l’uomo che li aveva definiti «il popolo di troppo», ricordato come «il presidente sostenuto dalle baionette israeliane». La sua elezione era la prima grande vittoria di Sharon: le sue milizie erano state aiutate militarmente, addestrate in campi speciali, garantite di servizi di intelligence e organizzazione. Il generale Eytan, capo di stato maggiore israeliano, poco dopo l’attentato dichiarerà: «Era uno dei nostri».
Il giorno prima, il 13 settembre, gli ultimi 850 paracadutisti e fanti della forza di pace internazionale (per lo più francesi, italiani e americani) lasciano il paese. Non sono nemmeno le 18 quando parte l’operazione “Cervello di Ferro”: inizia un fitto ponte aereo israeliano, uomini e carri armati arrivano all’aereoporto internazionale di Beirut e il generale Eytan dichiara: «Stiamo per ripulire Beirut-Ovest, raccogliere tutte le armi, arrestare i terroristi, esattamente come abbiamo fatto a Sidone e a Tiro e dappertutto in Libano. Ritroveremo tutti i terroristi e i loro capi. Ciò che c’è da distruggere lo distruggeremo».

Mercoledì 15 settembre
Prima dell’alba si tiene una riunione decisiva al quartier generale delle milizie unificate della destra cristiana: per Israele sono presenti i generali Eytan e Druri, per le milizie falangiste il comandante in capo Efram e il responsabile dei servizi di informazione Hobeika. Si discute un piano d’entrata delle falangi nei campi profughi palestinesi di Beirut; un capo militare alla fine della riunione dichiarerà: «Da anni aspettiamo questo momento». Durante tutto il giorno le strade che vanno verso i campi vengono riempite con la vernice di enormi frecce che indicano la direttrice di penetrazione, Sabra e Chatila devono essere facilmente raggiungibili da chi non conosce la città. Dalle 5 in poi lo Tsahal (l’esercito israeliano ndr ) avanza su cinque direttrici, circondando completamente Beirut-Ovest: Sharon arriva sul posto a dirigere le operazioni alle 9 del mattino, sul tetto di un enorme edificio, al settimo piano, da dove può osservare benissimo i campi. Il primo ministro Menahim Begin dirà poche ore dopo che il loro «ingresso in città è solamente per mantenere l’ordine ed evitare dei possibili pogrom, dopo la situazione creatasi con l’assassinio di Gemayel».
Dalle 12 i campi di Sabra e Chatila sono circondati dai tank israeliani: la popolazione si chiude in casa. Tutti i combattenti sono partiti pochi giorni prima, nelle viuzze strette sono rimasti solamente bambini, donne e anziani.

Giovedì 16 settembre 
Bastano 30 ore per completare la missione: è la prima volta che Israele conquista una capitale araba. Per tutta la mattinata è un formicaio di bande armate, munite anche di asce e coltelli, che percorrono le strade a bordo di jeep dello Tsahal; alle 15 il generale Druri chiama Sharon: « I nostri amici avanzano nei campi. Abbiamo coordinato la loro entrata». La risposta è secca: «Felicitazioni».
Il tempo a Sabra e Chatila si fermerà alle 17 per ricominciare a scorrere 40 ore più tardi, alle 10 del sabato successivo. Gli israeliani seguono le operazioni dal tetto del loro quartier generale, forniscono in aiuto razzi illuminanti sparati con una frequenza di due al minuto: non calerà mai la notte sopra i campi. Le falangi cristiano-maronite non si limitano a sterminare la popolazione; il loro accanimento, soprattutto verso i bambini, ha pochi precedenti nella storia, la loro crudeltà supera ogni aspettativa. Sfondano le porte delle case e liquidano intere famiglie ancora nei letti o a tavola, tagliano le membra delle loro vittime prima di ucciderle, stuprano ripetutamente donne e bambine, evirano, assassinano a colpi d’ascia. Solitamente lasciano viva una bimba per famiglia che, dopo ripetuti stupri, ha il solo compito di raccontare e far scappare chi resiste. Una donna al nono mese di gravidanza verrà ritrovata con il ventre aperto, uccisa con il feto messogli tra le braccia. Le teste dei neonati vengono schiacciate sulle pareti. I miliziani saccheggiano tutto: si troveranno molte mani di donne tagliate ai polsi per impadronirsi dei gioielli.

Venerdì 17 settembre
Il venerdì nero. Il tenente Avi Grabowski dirà davanti alla commissione d’inchiesta «Ho visto falangisti uccidere civili…Uno di loro mi ha detto: dalle donne incinte nasceranno dei terroristi». Ma i soldati israeliani ricevono ancora l’ordine di non intervenire su ciò che sta accadendo, di non entrare nei campi; il loro compito rimane quello di sorvegliare gli accessi per rispedire dentro chi prova a fuggire e illuminare l’area, al calar della notte. Sono le milizie di Haddad quelle che incutono più terrore, quelle che legano i feriti alle jeep e li trascinano fino alla morte, quelle intente a torturare e a non lasciare nessuno in vita; i metodi si fanno più rapidi rispetto all’inizio del massacro, ora si spara a bruciapelo e spesso si incide una croce sul petto dei cadaveri. Più di 1500 persone spariranno salendo sui loro camion: non si è più saputo niente di loro. Entrano anche nell’ospedale di Akka e di Gaza, medici e infermieri palestinesi sono giustiziati, così come i feriti. Al confine del campo gli uomini delle milizie cristiane sono euforiche, non si vergognano di urlare in faccia ai giornalisti che iniziano ad arrivare: «Andiamo ad ammazzarli, ci inculeremo le loro madri e le loro sorelle». Sharon è l’unico invece che continua a dichiarare, mentre sovrasta il massacro, «l’entrata di Tsahal a Beirut porta pace e sicurezza ed impedisce un massacro della popolazioni palestinesi. Stiamo impedendo una catastrofe».

Sabato 18 settembre 
Il massacro continua; la puzza di cadaveri, sotto il caldo sole di Beirut, inizia a superare i confini dei campi palestinesi. E’ il momento dell’ultima trappola: le milizie dalle 6 del mattino girano sulle jeep urlando alla popolazione di arrendersi, di uscire di casa. Più di un migliaio saranno uccisi sulla strada Abu Hassan Salmeh, principale arteria di Chatila. Chi viene arrestato e portato nello stadio sarà ritrovato morto ancora ammanettato, spesso buttato in piscina. Gli ultimi abitanti vengono portati via sui camion.
Alle 10 cala il silenzio su Sabra e Chatila. Le milizie sono uscite; non si scorge anima viva nel fetore di quelle strade. Solo qualche ora dopo i sopravvissuti inizieranno ad uscire dai rifugi, e il dolore si trasformerà in grida, mentre osservano più di 2000 cadaveri mutilati, dilaniati, stuprati, lasciati marcire al sole. I riconoscimenti avverranno solo in parte, visto che molti erano stati già gettati in fosse comuni. C’è una donna che urla… ha intorno a se i cadaveri dei suoi 7 bambini, tiene tra le braccia il corpo dilaniato della più piccola, di soli 4 mesi. Si tira la terra in testa, urla, «E ora? Dove andrò? E ora?».
Sulle mura delle poche case rimaste in piedi si leggono gli slogan della Falange “Kataeb”: «Dio, Patria, Famiglia».
«Quali assassinii di donne? Si fa una storia per niente. Da anni uccido palestinesi e non ho ancora finito. Li odio. Non mi considero affatto un assassino. Ne verranno ancora assassinati migliaia, ed altri creperanno di fame», le parole di Hobeika saranno difficili da dimenticare. Neanche per il popolo israeliano è facile accettare l’idea di essere corresponsabili di una simile azione, l’indignazione popolare è profonda. Un corteo di 400mila persone invaderà Tel Aviv con slogan diretti contro il governo e Sharon.
Il 20 settembre, Amos Kennan sulla più importante testata israeliana, Yedioth Ahronot , scriverà: «In un sol colpo, signor Begin, lei ha perduto il milione di bambini ebrei che costituivano tutto il suo bene sulla terra. Il milione di bambini di Auschwitz non è più suo. Li ha venduti senza utile».
Oggi ci sarà ancora una commemorazione, sulla piazza della fossa comune, all’ingresso di Chatila. La popolazione dei campi andrà a salutare, a portare avanti il ricordo di quei giorni neri in cui si è cercato casa per casa il più innocente per trucidarlo, in cui si è perpetrato uno sterminio scientifico e atteso da molto tempo. Il giorno più bello per le falangi cristiano-maronite, l’ennesima nakba (tragedia) per i palestinesi che malgrado tutto continuano a lottare, a sperare in un ritorno, ad esistere.
Come diceva Mahmud Darwish, grande poeta palestinese da poco scomparso, «Il mio popolo ha sette vite. Ogni volta che muore rinasce più giovane e bello». Basta passeggiare per le vie dei campi profughi del medioriente per capire che grande verità è questa.
Nel 2002, il tribunale dell’Aja prova ad accusare Sharon di crimini contro l’umanità per le evidenti responsabilità durante il massacro. Il processo nasceva dalle accuse del comandante Hobeika, che aveva deciso di far luce sui fatti. Avrebbe dovuto farlo i primi di febbraio,testimoniando in aula. Ma non ha fatto in tempo: è saltato in aria il 24 gennaio 2002.
La verità su Sabra e Chatila, comunque, non ha bisogno di tribunali per essere sancita. E’ chiara, scritta, visibile ancora oggi ad occhio nudo.

Tutte le citazioni sono tratte dal libro “Sabra e Chatila Inchiesta su un massacro” di Amnon Kapeliouk (Editions du Seuil, 1982)

Foto di Valentina Perniciaro -Il mercato di Sabra-

Foto di Valentina Perniciaro -Il mercato di Sabra-

Ciao Abdul!

15 settembre 2008 2 commenti

Abdul William Guibre, 19 anni, italiano, originario del Burkina Faso e residente a Cernusco sul Naviglio.

Abdul, 19 anni. Ucciso a sprangate

Ammazzato a sprangate. 
L’ennesimo morto che sento mio, che mi rende cieca di rabbia e odio.
L’ennesimo morto che palesa l’atmosfera del nostro paese, del razzismo dilagante e trasversale che bagna di sangue le nostre strade sempre più spesso. Viviamo intrisi di una mentalità squadrista che nemmeno può definirsi fascista…perchè questi due assassini balordi non sono dei militanti, non sono di quelli che escono col coltello in tasca per “puncicare” un immigrato, un comunista, o qualcuno di un’altra squadra.
Peggio ancora, questa gentucola difende il proprio fortino a mano armata, difende la proprietà privata uccidendo senza nemmeno pensarci, questa gente si fa giustizia da sola ammazzando sempre e comunque il più debole. Questa gente pensa che il nemico sia il nero, il migrante, il precario, il libero pensatore che parla e lotta….e non i padroni, gli sfruttatori, il liberismo sfrenato che ci porta ad odiare tutto quello che potrebbe mettere a rischio la propria miseria. Miseria, perchè non è altro che miseria.
Una miseria di stampo fascista ma non solo. Una miseria da bottegai.
Un popolo di bottegai, pronto a sparare su chiunque è diverso, su chiunque non accetta questo fottuto ordine delle cose. Ancora un morto, da piangere TUTTI.
L’ennesima prova di quanto bisogna rimboccarsi le maniche…di quanto urge cambiare le cose, stare in mezzo alla gente, parlare, creare reti di lotta, crescita, dibattito e anche autodifesa.
Dobbiamo difenderci, dobbiamo mettere in conto che lo scontro arriverà e nessuno potrà rimanerne fuori.

Dovrebbero pagarla cara…i bottegai giustizieri, i cittadini che pensano e commentano che tutto ciò è normale… che “se era il tuo di bar cosa avresti fatto?”.
Dovrebbero assaggiarla una sprangata in testa, almeno imparerebbero a star zitti, a non sentirsi superiori a nessuno, fascisti assassini bottegai merdosi.

Ciao Abdul. Il tuo sorriso vivrà in chiunque lotta per un mondo diverso. Non un mondo migliore, ma un mondo completamente “altro”.

Foto di Valentina Perniciaro -corteo per il diritto all'abitare

Foto di Valentina Perniciaro -corteo per il diritto all'abitare

“la mia non fu un’infanzia da fanciullo”

27 agosto 2008 Lascia un commento

La mia non fu un’infanzia da fanciullo; pensai, sentii sempre da uomo. Solo crescendo sono rientrato nella normalità; nascendo, ne ero uscito.”

“Tale fu il piano col quale mi misi in cammino, abbandonando senza rimpianto il mio protettore, il mio precettore, i miei studi, le speranze e l’attesa di una fortuna quasi certa, per iniziare un’autentica esistenza di vagabondo. Addio capitale, addio corte, ambizione, vanità, amore, belle donne e tutte le grandi avventure la cui speranza mi aveva condotto lì, l’anno prima. Parto con la mia fontanella e il mio amico Bacle, la cui borsa quasi asciutta, ma il cuore traboccante di gioia, non sognando altro che godere di quella felicità vagabonda cui avevo di colpo ridotto i miei splendidi progetti.   […]

Foto di Valentina Perniciaro.  'Ammara, suq di Damasco

Foto di Valentina Perniciaro. 'Ammara, suq di DamascoChissà quando tra le tante volte

 

Nel corso di tutta un’esistenza irregolare e memorabile per le sue vicissitudini, sovente senza tetto e senza pane, sempre ho guardato con occhio eguale opulenza e miseria. All’occorrenza, avrei potuto mendicare o rubare come chiunque altro, ma non spaventarmi d’essere ridotto a tali estremi. Pochi uomini hanno sofferto quanto me, pochi hanno versato tante lacrime in vita loro; ma la povertà o il timore di cadervi non m’hanno mai strappato né un sospiro né una lacrima. La mia anima alla prova della fortuna, non ha conosciuto veri beni o veri mali fuorché quelli che da essa dipendono, e proprio quando  nulla di necessario mi è mancato mi son sentito il più infelice dei mortali.”

“Invece di volgere indietro lo sguardo e guardare alla punizione, lo volgevo innanzi e guardavo alla vendetta.”

Un piccolo omaggio a Jean-Jacques Rousseau, che con le sue Confessioni mi sta regalando grandissimi momenti. Un piccolo omaggio a colui che era infinitamente fiero di “aver messo un germoglio in concorrenza con un grande albero, mi pareva il grado supremo della gloria

Ciliegie e nostalgia

23 agosto 2008 6 commenti

Mi manchi.
Mi mancano le ciliegie, mi manca quell’odore al risveglio che ogni mattina sembrava provenire da un diverso pianeta, mi manca quel canto antico e immutato, le urla degli ambulanti, la solitudine di quei vicoli e di me, che all’improvviso non avevo più nessuno al mondo.
E a coccolarmi non c’erano altro che i miei sensi, a coccolarmi c’era la curiosità, la diversità, il nuovo che prendeva a cazzotti tutto quello che avevo visto fino a quel momento.
Mi manca Baramke con il suo caos insopportabile e quelle spremute d’arancia che ti rimettevano al mondo, con quel ghiaccio ambiguo e sempre sicuro. Mi mancano le ore a camminare a temperature proibitive, chiacchierando con sconosciuti, costruendo il proprio presente sul nulla, sul caso, sulla scoperta.

Bosra, Siria. Una bimba e la sua colonna

Bosra, Siria. Una bimba e la sua colonna

 Mi manca quella sensazione di casa, di antico, di smarrito e ritrovato.Quella sensazione di aver fottuto il tempo, il progresso e il futuro…semplicemente fermandosi, assaporando, respirando a pieni polmoni un’aria priva di frenesia, di desiderio di potere.Mi manca quel cielo stellato, quel silenzio improvviso che fermava la città, mi manca il non capirci nulla, il vagare senza meta se non quella decisa dai rullini, dalla fame, dagli sguardi vogliosi di un mondo che ero solo io. Che non aveva amore, non aveva sesso, non aveva impegni…un mondo che non aveva nulla se non di guardare oltre, di catturare tutto per non lasciarlo andare mai più via.

 

Ed è quello l’unico bagaglio che mi son portata, l’unico che non mi hanno potuto strappare via.
Il ricordo di quel mondo che era tutto mio, che era giusto, che era nuovo.
Il ricordo che mi trasmette energia…la sensazione di pace che mi da il pensare che infondo è tutto lì,
che basta ricominciare il viaggio da dove lo si era interrotto.
Che basta ripartire da quel goccio d’olio, da quel confine violato, da quel dolore rabbioso.

Sei il mio pensiero felice, sei la mia forza, sei la mia energia. 
Se non torno a te è solo perchè mi hai insegnato a sognare, mi hai insegnato a mettere delle priorità, mi hai insegnato a guardare in un altro modo…quindi ci devo provare.

E’ morto Mahmud Darwish.

9 agosto 2008 Lascia un commento

LEGGI: L’altra metà dell’arancia
Scrivo per mostrare la mia esistenza

Potete legarmi mani e piedi

Togliermi il quaderno e le sigarette

Riempirmi la bocca di terra:

La poesia e’ sangue del mio cuore vivo

sale del mio pane, luce nei miei occhi.

Sara’ scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,

la cantero’ nella cella della mia prigione,

al bagno,

nella stalla,

sotto la sferza,

tra I ceppi

nello spasimo delle catene.

Ho dentro di me un milione d’usignoli

Per cantare la mia canzone di lotta.

E’ morto il poeta Mahmud Darwish. E’ morto poco fa, a Ramallah, un uomo che aveva il potere di far profumare i versi di gelsomino e resistenza. Un resistente, un dolce poeta, un uomo innamorato della sua terra, grande cantore, ultimo romantico di quella striscia di terra fertile e dilaniata. Nato ad Akka nel 1941, pochi anni prima la Nakba, pochi anni prima che la grande tragedia si abbattesse sulla Terra delle arance e degli ulivi.

Allah ma’ek usthad … addio grande maestro, che il suolo di Palestina ti sia dolce letto.
Che almeno ora tu possa rimangiare quelle arance…
PALESTINA LIBERA! PALESTINA ROSSA!

Palestina, Betlemme,Campo profughi di Dheishe -Marzo 2002- Funerale di un ragazzo morto a causa delle ustioni causate da un missile che ha colpito la macchina dove viaggiava.Foto di Valentina Perniciaro 

Ho scritto sulla mia agenda:

amo l’arancio e odio il porto,

 ho aggiunto sulla mia agenda:

al porto mi fermai 

la vita aveva occhi d’inverno,

avevamo le bucce dell’arancio 

e dietro di me la sabbia era infinita!

 

Giuro, tesserò per te

un fazzoletto di ciglia

scolpirò poesie per i tuoi occhi

con parole più dolce del miele

scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

 

Palestinesi sono i tuoi occhi,

il tuo tatuaggio

Palestinesi sono il tuo nome,

i tuoi sogni

i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.

 Palestinesi sono i tuoi piedi,

la tua forma

le tue parole e la tua voce.

                                                  Palestinese   vivi,   palestinese   morirai.

LO STATO SI ASSOLVE.

15 luglio 2008 Lascia un commento

A CHI PARLA DI CERTEZZA DELLA PENA.
A TUTTI QUESTI GIUSTIZIERI VAGANTI CHE CHIEDONO CARCERE PER TUTTI.
HANNO DATO 1 ANNO E 2 MESI A CHI STRAPPAVA PIERCING!
QUESTO E’ IL NOSTRO PAESE: QUESTA E’ LA PROVA CHE PAGA SEMPRE UNA PARTE SOLA.
PAGA CARO, PAGA ETERNAMENTE.

 

MA ANCHE LA NOSTRA MEMORIA E’ ETERNA.
LA MEMORIA DI TUTTO IL PROLETARIATO E’ ETERNA, AL CONTRARIO DELLA PAZIENZA! 

http://www.repubblica.it/speciale/2008/bolzaneto/index.html
QUI SOTTO VI COPIO IL TUTTO; MA NON CREDO VERRA’ LEGGIBILE 

IMPUTATOINCARICOREATORICHIESTA PMSENTENZA
Antonio Biagio Gugliotta
ispettore della polizia penitenziaria abuso d' ufficio, abuso di autorita' contro i detenuti o arrestati, lesioni personali, percosse, ingiurie 5 anni, 8 mesi e 5 giorni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici 5 anni di reclusione
Massimo Luigi Pigozzi
assistente capo della Polizia di Stato lesioni personali gravi 3 anni e 11 mesi3 anni e 2 mesi di reclusione
Alessandro Perugini
vicedirigente Digos questura di Genova abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi e interdizione temporanea 2 anni e 4 mesi di reclusione
Anna Poggi
commissario capo della polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi e interdizione temporanea2 anni e 4 mesi di reclusione Oronzo Doriacolonnello polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi di reclusione assolto Ernesto Ciminocapitano del disciolto corpo degli agenti di custodiaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi di reclusione assolto Cap. Bruno Pellicciacomandante del personale del Servizio Centrale Traduzioni della Poliziaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi di reclusione assolto Franco Valerioispettore superiore della polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Daniela Maidaispettore superiore della polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti2 anni e 6 mesi di reclusione1 anno e 6 mesi di reclusione Gianmarco Brainicomandante del contingente dei carabinieri del 9° Battaglione Sardegna, addetto al servizio di vigilanza della camere di sicurezzaabuso di autorita' su detenuti o arrestati, percosse, lesioni personali2 anni e 9 mesi di reclusioneassoltoPiermatteo Baruccosottotenente dei carabinieriabuso di autorita' su detenuti o arrestati, percosse, lesioni personali2 anni e 6 mesi di reclusioneassoltoAldo Tarascioispettori o sovrintendenti della Polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione assolto Antonello Taluispettori o sovrintendenti della Polizia di Stato abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione assolto Matilde Areccoispettori o sovrintendenti della Polizia di Stato abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione1 anno di reclusione Natale Parisiispettori o sovrintendenti della Polizia di Stato abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione1 anno di reclusione Mario Turcoispettori o sovrintendenti della Polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione1 anno di reclusione Paolo Ubaldiispettori o sovrintendenti della Polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione1 anno di reclusione Maurizio Piscitellicarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Antonio Gavino Multinedducarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Giovanni Russocarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Corrado Furcascarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Giuseppe Serronicarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Mario Foniciellocarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Reinhard Avoledocarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Giovanni Pintuscarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Pietro Romeocarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Ignazio Muracarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Diana Mancinipoliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti6 mesi di reclusioneassolto Massimo Salomonepoliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti7 mesi di reclusioneassolto Gaetano Antonello poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti1 anno e 4 mesi di reclusione1 anno e 3 mesi di reclusione Barbara Amadei poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti10 mesi e 20 giorni di reclusione9 mesi di reclusione Daniela Cerasuolo poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti8 mesi di reclusioneassolto Alfredo Incoronato poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti1 anno di reclusione1 anno di reclusione Giuliano Patrizi poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti7 mesi di reclusione5 mesi di reclusione Francesco Paolo Baldassarre Tolomeopoliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Egidio Nurchispoliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Marcello Mulas poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Giovanni Amoroso poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Michele Sabia Colucci poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Giuseppe Fornasiereufficiale di polizia penitenziaria abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti assolto Giacomo Toccafondi medico abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti2 anni e 3 mesi di reclusione1 anno e 2 mesi di reclusione Aldo Amentamedicoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutirichieste di pene variabili da 3 anni, 6 mesi e 25 giorni a 2 anni e 3 mesi di reclusione10 mesi di reclusione Adrana Mazzolenimedicoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutirichieste di pene variabili da 3 anni, 6 mesi e 25 giorni a 2 anni e 3 mesi di reclusioneassolto Sonia Sciandramedicoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutirichieste di pene variabili da 3 anni, 6 mesi e 25 giorni a 2 anni e 3 mesi di reclusioneassolto Marilena Zaccardimedicoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti richieste di pene variabili da 3 anni, 6 mesi e 25 giorni a 2 anni e 3 mesi di reclusione assolto    Foto di Valentina Perniciaro Genova, G-8 2001, Piazzale kennedy, 20 luglio  

Memoria vs. dimenticanza

11 luglio 2008 Lascia un commento

la nave pirata!

1 luglio 2008 2 commenti

PAUL Deve essere un nascondiglio.

Infila un dito  nella fessura, la scorre e alza il lembo della moquette. Appare il coperchio di una scatola di legno della grandezza di un mattone 

PAUL La famiglia! Magnifica istituzione morale, santa famiglia, inviolabile creazione  divina, chiamata a         educare i selvaggi alla virtù! Ripeti con me: Sacra famiglia , sacrario di tutti i valori… dove bambini innocenti sono torturati fino a quando non hanno detto la prima bugia…Dove la volontà è infrancata dall’autoritarismo e dalla repressione…dove la coscienza è uccisa da ciechi egoismi.
Famiglia, tu sei il covo di tutti i vizi sociali.
JEANNE  Basta! 

Paul la trascina per i capelli fino al taglio della moquette, poi la rivolta di colpo.

PAUL  Vuoi che questo potente e luminoso guerriero costruisca una fortezza dove tu possa rifugiarti, per
non avere mai più paura, per non sentirti sola, per non sentirti esclusa. E’ questo che cerchi, vero?
JEANNE  Si.
PAUL   Non lo troverai mai!
JEANNE  Io l’ho già trovato quest’uomo.
PAUL  Bhè, non passerà molto che si  costruirà lui una fortezza per te, fatta con le tue tette, con la tua
vagina, con il tuo odore, con il tuo sorriso. Una fortezza dove lui si sentirà al sicuro e così stupidamente virile che vorrà la tua riconoscenza sull’altare del suo cazzo.

JEANNE   Ma l’ho trovato quest’uomo, sei tu!

Ultimo Tango a Parigi

VIENI CON ME, SULLA NAVE PIRATA!

chiedono pure i danni!

30 giugno 2008 1 commento

SPOLETO – Quattro operai morti sul lavoro ed un’azienda che, a distanza di oltre due anni dal drammatico incidente, chiede ai parenti delle vittime, e all’unico superstite, trentacinque milioni di euro, come risarcimento danni. Tanto pretende la Umbria Olii dai familiari di Tullio Mocchini, Giuseppe Coletti, Wladimir Toder e Maurizio Manili. Trentacinque milioni richiesti a fratelli, figli e genitori.
L’atto legale porta la firma dell’amministratore delegato della società, Giorgio Del Papa, indagato dal giorno seguente la tragedia. Le accuse per il manager sono di disastro colposo con l’aggravante “della colpa con previsione dell’evento”, violazione delle norme sulla sicurezza (tra cui l’omissione dolosa dei mezzi di prevenzione) e omicidio colposo plurimo. Secondo la procura di Spoleto, Del Papa sapeva che c’era gas esplosivo (del tipo esano, molto pericoloso) nei silos saltati in aria. E proprio quel gas, per la procura, è la causa di tutto. Per Del Papa, invece, la colpa dell’incidente è da attribuire agli operai.

I quattro, lavoravano per conto di una piccola ditta, che aveva l’appalto per lavori di manutenzione di questo colosso europeo della raffinazione dei prodotti vegetali. Secondo l’azienda, gli operai che quel giorno stavano lavorando all’installazione di una passerella per collegare due silos, avrebbero dovuto sapere che le fiamme ossidriche non potevano essere utilizzate in quell’intervento. E proprio l’uso di un saldatore sarebbe stata la causa, per la difesa, dello scoppio del silos. I quattro saltarono in aria. Dilaniati e carbonizzati. Una tragedia che nel novembre del 2006 scosse l’opinione pubblica, è poi divenuta un vicenda giudiziaria a colpi di perizie.
Da un lato le 250 pagine dei periti della procura (alcuni dei quali gli stessi intervenuti per la vicenda della Thyssen), dove si sostiene la responsabilità della Umbria Olii e la causa scatenante del gas esano. Dall’altra una perizia richiesta dall’azienda al tribunale civile, e affidata ad un consulente locale che riscontra come causa dell’incidente l’uso del saldatore. In quest’ultima perizia si sostiene che pur in presenza del gas esplosivo, se non ci fosse stato l’innesco della fiamma, lo scoppio non si sarebbe mai prodotto. Un errore, scrive il perito, commesso dagli operai “per fretta e stanchezza”.


“Se la giustizia consente questo, cos’altro può succedere?” commenta sconsolato, Klaudio Demiri, unico superstite, che al momento dello scoppio era fortunatamente a bordo di una gru. Lui, ancora oggi, vive nell’incubo di quelle tremende sequenze di inferno e fuoco.
Intanto, l’11 luglio il giudice penale deciderà se disporre o meno il processo per Del Papa. A gennaio è fissata l’udienza civile per discutere del risarcimento. Il professor Giovanni Cerquetti, docente di diritto penale generale alla facoltà di giurisprudenza di Perugia, e legale di uno dei familiari delle vittime, parla di “azione irrituale e comunque infondata. Un caso singolarissimo, con azioni civili che espongono chi le ha promosse a quella che il codice di procedura civile definisce come “responsabilità aggravata per lite temeraria”.

MERDE SCHIFOSE!
OLTRE AD UCCIDERCI I PADRONI CHIEDONO I DANNI!

Genova, piazzale kennedy

Fionde contro il potere. Genova, Piazzale Kennedy 20 Luglio 2001, Foto di Valentina Perniciaro

I cani del Sinai

18 giugno 2008 3 commenti

Fare il cane del Sinai pare sia stata una locuzione dialettale dei nomadi che un tempo percorsero il deserto altopiano di El Tih, a nord del monte Sinai. Variamente interpretata dagli studiosi, il suo significato oscilla tra correre in aiuto del vincitore,stare dalla parte dei padroni, esibire nobili sentimenti.
Sul Sinai non ci sono cani.

Dalla fine della guerra portavo, di mio padre ebreo e del mio segno di circonciso, una interpretazione che oggi comincio a intendere peggio che parziale, pigra come lo schema fascismo-antifascismo in cui si era disposta. I casi personali erano stati bruciati dall’enormità  della vicenda d’allora. 
In pratica -nella pratica della pigrizia- avevo accettato l’assurda idea che ebraismo, antifascismo, resistenza, socialismo fossero realtà contigue. Come ci si può ingannare! 

Era accaduto che l’ebraismo fosse inseparabile da una persecuzione immensa e non ancora del tutto esplorata: testa di Medusa per chiunque. Era parsa riassumere qualsiasi altra persecuzione, qualsiasi altro strazio e quindi di perdere la sua specificità.
I difensori del pensiero democratico-razionalista avevano visto negli ebrei un universale, incarnazione di quanto l’uomo potesse avere di più caro, la tolleranza, la non violenza, l’amore della tradizione, la razionalità. Questo errore non era innocente.

[…]
Quanto più la piccola borghesia tradizionale s’è venuta identificando con gli addetti al Terziario e ha incluso larga parte della classe operaia, l’Uomo Ad Una Dimensione ha dovuto crearsi di necessità passioni, nazioni, devozioni, lealtà fittizie. L’antisemitismo sparisce moltiplicandosi. La frase “si è sempre l’ebreo di qualcuno” diventa vera alla lettera. Più che naturale che gli Israeliani – o meglio: coloro che ne controllano l’opinione- abbiano fatto ricorso all’onore della persecuzione storica come elemento potente di passioni ed orgogli patriottici: non solo nel nostro inno nazionale si dice popoli, per secoli, calpesti e derisi. 

Altrettanto naturale ma molto più grave che – a quanto capita di udire e leggere- l’unione sacra tra i partiti si compia di necessità oscurando la rilevanza dei legami internazionali di Israele, insomma il compito politico che Stati Uniti ed Inghilterra sembrano aver assegnato a quel paese. 
Quella oscurità , quella mancanza di chiarezza, peggio, quella chiarezza respinta e rimossa da un sacro egoismo (quante volte torna il sacro nella lingua morta del nazionalismo) in una non necessaria penombra, radicherà forse nella cultura israeliana un male peggiore (perchè difensivo, giustificatorio) di quello delle euforie militaresche e guerriere.

Molti ebrei-europei e molti italiani-europei amici degli ebrei si sono lasciati sorprendere nel sonno del loro vecchio antifascismo. Dovranno ripensare alla propria giovinezza e giudicarla. Il limite e lo scandalo sono sorti dall’incontro con le masse immense che non possono nè vogliono assimilarsi nè arruolarsi fra i tirailleurs sénégalais, i gurka, i rangers dei petrolieri o della Cia.

___FRANCO FORTINI: I Cani del Sinai___

Questi alcuni tratti di un capolavoro contro quanti amano correre in soccorso dei vincitori.
Il più grande intellettuale italiano contemporaneo, ebreo, analizza lo Stato ebraico di Israele pochi giorni dopo la fine della Guerra dei 6 Giorni,
iniziata il 6 giugno 1967 

Dheishe, prima notte di coprifuoco 

 

Dheishe_ il risveglio

Foto di Valentina Perniciaro:
Campo Profughi di Dheishe, Betlemme, West Bank, Palestina.
Marzo 2002. Un piccolo spaccato di guerra permanente, di guerra
d'occupazione, di apartheid.
Foto 1: Prima notte di coprifuoco
Foto 2: Il risveglio e la devastazione  

ya Beirut!

16 giugno 2008 Lascia un commento

Scrivere di te mi viene naturale e lacerante allo stesso tempo.
Di te, che ti parlo come fossi una persona, come avessi uno sguardo.
Scrivere dello stupro della terra libanese assomiglia al parlare con un amore astratto.

 

Ma quella polvere mi è entrata nei polmoni e non riesce più ad uscirne,
quell’odore disperato m’è entrato nell’anima e accresce l’odio innato.
Mi piacerebbe passeggiare tra i tuoi sguardi, mi piacerebbe assaggiare ancora
i tuoi sapori…stringendo a me quelle mani sublimi, che mi fanno sognare.

Si, mi piacerebbe passeggiare con te per le terre che m’han rapito gli occhi.
Mi piacerebbe insegnarti quei suoni come stai facendo tu con me.
Mi piacerebbe poter volare via, poter avere il nulla sotto i piedi
e non questo cemento, queste strade, queste mura.
Mi piacerebbe tornare nei posti che ho amato, mi piacerebbe scoprirne milioni.

 

“ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta”  -N.Hikmet-

Foto di Valentina Perniciaro.
Settembre 2006. Beirut, Libano.
Quartiere sciita di haret Hreik, roccaforte Hizballah
raso al suolo dai bombardamenti israeliani 

 

Si muore nel fango

12 giugno 2008 1 commento

 

Si muore nel fango, si muore schiacciati, si muore avvelenati.
Nessuno è mai responsabile, nessuno ha mai pagato per queste morti.
Tutti spendono molte parole di esecrazione e di condanna, si cercano le cause della tragedia; imprenditori, governo e sindacati si dichiarano costernati.
Ma intanto, nei fatti e non colle parole, l’Unione Europea deregolamenta l’orario di lavoro e così, grazie alla nuova normativa si potrà cancellare ogni forma di contrattazione collettiva, sostituita da rapporti di lavoro individuali, come sogna la CONFINDUSTRIA 
Sarà ancora più facile morire nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi o in fondo ad un un pozzo, avvelenati come topi.
Liberalizzare l’orario di lavoro è un crimine, una istigazione a delinquere; cosi come si moriva nell’ottocento così si muore nel duemila: almeno risparmiateci l’ipocrisia delle lacrime per gli ultimi omicidi, come quello degli operai siciliani uccisi dalle esalazioni tossiche dentro una vasca di depurazione.
La domanda è solo una: esistono forze sindacali, sociali, civili e culturali in grado di dare un segno di vita, di battere un colpo, per difendere una conquista di civiltà ? 
I movimenti di base si mobilitano puntualmente e giustamente contro il razzismo e contro il fascismo, per il diritto al lavoro e per il diritto all’abitare, contro le guerre, in difesa della diversità.
Sarebbe ora di mobilitarsi e incazzarsi con la stessa intensità e puntualità anche per la strage giornaliera di lavoratori, per far diventare la tutela della salute e della vita dei lavoratori il problema centrale del conflitto.  

COMITATONOMORTILAVORO
ROMA 12/06/08

Foto di Valentina Perniciaro -Produci Consuma Crepa-

Mon Cher Belzébuth

12 giugno 2008 1 commento

Le soleil s’est couvert d’un crêpe. Comme lui,
Ô Lune de ma vie ! emmitoufle-toi d’ombre ;
Dors ou fume à ton gré ; sois muette, sois sombre,
Et plonge tout entière au gouffre de l’Ennui ;

Je t’aime ainsi ! Pourtant, si tu veux aujourd’hui,
Comme un astre éclipsé qui sort de la pénombre,
Te pavaner aux lieux que la Folie encombre,
C’est bien ! Charmant poignard, jaillis de ton étui !

Allume ta prunelle à la flamme des lustres !
Allume le désir dans les regards des rustres !
Tout de toi m’est plaisir, morbide ou pétulant ;

Sois ce que tu voudras, nuit noire, rouge aurore ;
Il n’est pas une fibre en tout mon corps tremblant
Qui ne crie : Ô mon cher Belzébuth, je t’adore !

Charles Baudelaire

Foto di Valentina Perniciaro: Roma, primavera 2006

stanno umiliando il mare

11 giugno 2008 1 commento

 

Siamo noi, siamo in tanti
ci nascondiamo di notte
per paura degli automobilisti
degli attipisti,
siamo i gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri.
E non abbiamo da mangiare
com'è profondo il mare!
com'è profondo il mare!
Babbo che eri un gran cacciatore di quaglie e di faggiani
caccia via queste mosche che non mi fanno dormire e mi fanno arrabbiare
Com'è profondo il mare!
Com'è profondo il mare!
E' inutile non c'è più lavoro, non c'è più decoro
Dio, chi per lui sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare
Com'è profondo il mare!
Con la forza di un ricatto un uomo diventò qualcuno, resuscitò anche i morti
spalancò prigioni, passò treni, correnti di vagoni
Rialzò per un attimo il ruolo difficile da mantenere
poi lo lasciò cadere e piangere ed urlare, sommerso in mare
Com'è profondo il mare!
Da solo un urlo diventò un tamburo,
il povero come un lampo nel cielo sicuro cominciò una guerra per conquistare uno spazio di terra,
nel suo cuore voleva coltivare.
Com'è profondo il mare!
Ma la terra gli fu portata via
compresa quella che aveva addosso,
lo scaraventarono in un palazzo in un fosso, non ricordo bene
poi una storia di catene bastonate e chirurgia sperimentale.
Com'è profondo il mare!
Com'è profondo il mare!
Intanto un mistico forse un'aviatore,
inventò la commozione che mise d'accordo tutti,
i belli con i brutti, qualche danni per i brutti che si videro consegnare
un pezzo di specchio così da potersi guardare.
Com'è profondo il mare!
Com'è profondo il mare!
Frattanto i pesci che poi li scegliamo tutti, assistettero curiosi al dramma collettivo di questo mondo
che a loro indubbiamente può sembrare cattivo e cominciavano a pensare...
Com'è profondo il mare!
Com'è profondo il mare!
E' chiaro che il pensiero da fastidio
anche se chi pensa è muto come un pesce
anzi invece un pesce, come i pesci difficili da bloccare
Come protegge il mare!
Com'è profondo il mare!
Il commando non è disposto a fare distinzioni poetiche
il pensiero come l'oceano non lo puoi bloccare, devi accettare... si sta accorciando il mare!
Si stanno uccidendo! Così stanno umiliando il mare! Così stanno piegando il mare!
LUCIO DALLA -Com'è Profondo il Mare-

Catturavi l’attenzione, inevitabilmente.
Con quella città semi-ferma nel tempo, che osservavi distante, distaccata, infinitamente parte di essa.
Catturava l’attenzione quel rosso brillante, quegli occhi profondi,
davanti a quei kilometri infiniti di terra profumata, di terra calda.
Terra di gelsomino, terra che urla la bellezza di un’inesistente libertà,
terra di basalto, di spezie, di  sguardi sequestratori, di bimbi furbetti e resistenti, 
terra che insegna ad innamorarsi.
Terra che insegna a guardare il tempo in altro modo.
Terra che avvolge, che si infila sotto pelle come il più meraviglioso degli amori.
Terra che, da quando amo in questo modo, sento più vicina.

INDECOROSI

7 giugno 2008 1 commento

Indecorosi. Orsi in movimento per il godimento

Da quello che ho sentito è uno dei migliori striscioni, tra i tanti divertentissimi del Gay Pride di oggi, 
che posso seguire solo “radiofonicamente” da una redazione tutta al femminile e pesantemente techno ;-(

PER LA LIBERTA’ SESSUALE,
PER L’AUTODETERMINAZIONE
PER LA LAICITA’

FUORI I PRETI DALLE NOSTRE MUTANDE 

Foto di Valentina Perniciaro  - GAY PRIDE 2007-
Nude man/woman walking

Per ascoltare le corrispondenze http://www.ondarossa.info

 

_In coda_

3 giugno 2008 1 commento

“Ho chiesto un po’ di sole
e il poliziotto ha risposto:
Signore, mettiti in coda!
Ho chiesto inchiostro per scrivere il mio nome
E mi è stato detto : L’inchiostro scarseggia
devi attendere in coda il tuo turno.
Ho chiesto un libro da leggere
e una divisa kaki ha strepitato:
Chi vuole il sapere
deve leggere le pubblicazioni del partito
e gli articoli della costituzione.
Ho chiesto il permesso di incontrare la mia donna
e mi è stato risposto: E’ cosa ardua incontrare le donna
e l’innamorato deve
sopportare una lunga coda.
Ho chiesto l’autorizzazione
a mettere al mondo un figlio,
ma un ispettore, scoppiando a ridere, mi ha detto:
La prole è molto importante
ma aspetta in coda ancora un anno.
Ho chiesto di vedere il volto di Dio
ma un rappresentante di Dio ha urlato:
Perché?
Ho risposto: Perchè sono un uomo sconfitto.
Allora mi ha segnato a dito
ed ho compreso che anche gli sconfitti
stanno in coda.

Mio Signore:
desidero incontrarti, ma non lasciarmi
in coda come un cane randagio..
Da quando sono nato
sono in coda, immobile.
Mi si sono ghiacciati i piedi
simile alla carta straccia è la mia anima.
Spiagge calde e … uccelli.
Non so come recitare i miei versi
perché ovunque mi incalza la mannaia.
I fogli sono presi al laccio
le penne al laccio
al laccio i seni.
Il letto d’amore
vuole un permesso di transito.
Mio Signore:
l’orizzonte è sempre più sottile
e questo paese è rannicchiato tra le acque
triste come una spada spezzata.
Se rifiutiamo la canfora
ancora più canfora ci porterebbero.

Mio Signore:
l’orizzonte è grigi
ed io mi struggo per un raggio di luce.
Se solo volessi aiutarmi
mio Signore … mi muteresti in un passerotto.

____Nizar Qabbani___

Tra le macerie di Beirut, nel quartiere di Haret Hreik, il desiderio di mutarsi in un passerotto è lo stesso che nella cella di una prigione. L’aria puzzolente e irrespirabile, polverosa e pesante.

Foto di Valentina Perniciaro  -Beirut: settembre 2006-
Quartiere sciita di Haret Hreik, dopo i bombardamenti israeliani

cinquantadue

3 giugno 2008 2 commenti

“Tu, che sei latinoamericano, non sai che gli antichi maya abbandonavano le loro città ogni cinquantadue anni? Ignori che ogni cinquantadue anni lasciavano le loro case, i loro magazzini, i loro giochi, i loro templi, e si recavano in un altro luogo a edificare una nuova città? … Il giorno che ti ho visto al Jardin des Plantes sono scaduti i cinquantadue anni per me.
Vuoi costruire con me la nuova città?”

La danza immobile _Manuel Scorza_

Foto di Valentina Perniciaro

Siamo chiamati a sorprendere la realtà

23 Maggio 2008 Lascia un commento

“Noi giochiamo con cose in continua sparizione e, una volta sparite, è impossibile farle rivivere, non si può ritoccare il soggetto […] Siamo chiamati a sorprendere la realtà con quel quaderno di schizzi che è il nostro apparecchio fotografico, a tirarla fuori e fissarla, ma non a manipolarla né durante le riprese, né tantomeno nel nostro oscuro laboratorio con qualche ricetta fatta in casa. Sono trucchi che saltano all’occhio di chi sa vedere”
Henri Cartier-Bresson, L’immaginario dal vero

Pitigliano, Marzo 2006

Foto di Valentina Perniciaro, Pitigliano, Marzo 2006

L’infinito inizia.

22 Maggio 2008 2 commenti

“Disegno della tua voce nella riva del sogno,
scogliere di cuscini con quest’odore di costa vicina,
quando gli animali buttati nella cala, le creature di sentina
odorano l’erba e per i ponti si arrampica
un tremito di pelle e di furioso godimento.
Allora mi capita di non conoscerti, aprire l’occhio di questa lampada
a cui sfuggi coprendoti il viso con i capelli,
ti guardo e non so più
se ancora una volta affiori dalla notte
con il disegno esatto di quest’altra notte della tua pelle,
con il ventre che palpita la sua respirazione soave
abbandonata appena nella nostra tiepida spiaggia
da un leggero colpo di risacca.
Ti riconosco, salgo per il profumo dei tuoi capelli
fino a questa voce che nuovamente mi sollecita,
contempliamo
nello stesso tempo la doppia isola sulla quale siamo
naufraghi e paesaggio, piede e arena,
anche tu mi sollevi dal nulla
con il tuo sguardo errabondo sul mio petto sul mio sesso,
la carezza che inventa nella mia cintura il suo galoppo di puledri.
Nella luce sei ombra e io sono luce, sono la luce della tua ombra
e tu gettata nelle alghe fingi l’ombra del mio corpo,
quando la sua angusta fronte ferisce le pietre e proietta
come un fragore di voragine all’altro lato, un territorio
che inutilmente investe e brama.
Ombra della mia luce, come raggiungerti,
come inguainare questo balenio nella tua notte!
Allora c’è un istante segreto
in cui gli occhi cercano negli occhi un volo di gabbiani,
qualcosa che sia orbita e richiamo,
una consacrazione e un labirinto di pipistrelli,
ciò che sorgeva nell’oscurità come un gemere a tentoni,
una pelle che si raffreddava e scendeva, un ritmo rotto,
si muta in convivenza, parola d’ordine, strappo
del vento che si infrange contro la vela bianca,
il grido della vedetta ci esalta,
corriamo insieme fino a che la cresta
dell’onda zenitale ci travolge
in una interminabile cerimonia di spume,
e ricominciano i naufragi, il lento nuoto verso le spiagge,
il sogno bocconi fra meduse morte e i cristalli di sale
dove arde il mondo.”
Julio Cortazar

Qalat al-Jabar, Syria

Foto di Valentina Perniciaro -AFFACCIATI SULL'EUFRATE-
          Qalat al-Jabar, Siria, Agosto 2003

“osare riconoscerli”

21 Maggio 2008 2 commenti

Forse il tempo del sangue ritornerà.
Uomini ci sono che debbono essere uccisi.
Padre che debbono essere derisi.
Luoghi da profanare, bestemmie da proferire
incendi da fissare, delitti da benedire.
Ma più c’è da tornare ad un’altra pazienza,
alla feroce scienza degli oggetti,
alla coerenza nei dilemmi
che abbiamo creduto oltrepassare.
Al partito che bisogna prendere e fare.
Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati
con loro volere il bene fare con loro il male e il bene
la realtà servire negare mutare.
________FRANCO FORTINI______
Dheheishe, Palestina 2002
Piove ininterrottamente da giorni, pioverà per giorni…sento anche le ossa bagnate.
Finalmente un po’ di pace, finalmente un rifugio dove poter star sola,
dopo questa notte in bianco, dopo questa notte con lo stomaco scombussolato.
Mi sento “tra color che son sospesi”, in attesa. Decisamente vuota malgrado la pienezza
ricevuta in dono. Meno male che esistono ancora librerie dove compri poesie di Fortini per 2,90 €, dove la mia patata ha trovato il suo Majakovskij quotidiano alla stessa cifra.
Tutto ciò ha reso il diluvio più sopportabile.
Non per questo il tempo sarà meno lento, non per questo l’attesa più leggera.
Foto di Valentina Perniciaro   -Campo profughi di Deheishe, Palestina. Marzo 2002 -

cambierà nome pure l’universo!

16 Maggio 2008 3 commenti

“Quando saremo due saremo veglia e sonno,

affonderemo nella stessa polpa

come il dente di latte e il suo secondo,

saremo due come sono le acque, le dolci e le salate,

come i cieli, del giorno e della notte,

due come sono i piedi, gli occhi, i reni,

come i tempi del battito,

i colpi del respiro.

Quando saremo due non avremo metà

saremo un due che non si può dividere con niente.

Quando saremo due, nessuno sarà uno,

uno sarà l’uguale di nessuno

e l’unità consisterà nel due.

Quando saremo due

cambierà nome pure l’universo

diventerà diverso”

____ERRI DE LUCA____

Pitigliano,, marzo 2006

Foto di valentina perniciaro
Una scala in salita, decisamente.
Ma tutta questa paura non sembra mettere. Ci hanno insegnato ad andare avanti, a salire, ad arrampicarsi, a seppellire la mostruosità con i nostri sorrisi, con il rosso vivo delle nostre bandiere.
Alla libertà, musa eterna.

Tutt@ liber@

11 Maggio 2008 Lascia un commento

“L’esilio che mi è dato, onor mi tengo

Cader co’ buoni è pur di lode degno.” __DANTE__

Casa. Rientrata ora. Stordita. Se il mondo avesse il tuo sguardo vivremmo una terra diversa.

Se il mondo conoscesse la bellezza del vento e della libertà … io sarei in grado di conoscere la strada.

Genova, 20 Gennaio 2002

Foto di Valentina Perniciaro: TUTT@ LIBER@