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Bahrain: anche le buone notizia non hanno alcuno spazio!
Non esiste un’agenzia stampa italiana che ne parli, che cosa assurda.
Eppure non è proprio una notizia da poco, nemmeno per la demagogia occidentale, nemmeno per la stampa italiana così misera e provinciale.
Non se ne sono accorte nemmeno le donne in piazza a Siena, le donne del popolo viola e violetto, rosa e scarlatto.
Tutto tace sulla liberazione di Ayat al Qarmezi, 20 anni, piccola donna velata del Bahrain, grande e coraggiosa donna, dolce e fortissima poetessa, orgogliosa detenuta per 106 giorni.
Con l’accusa di aver letto una poesia in piazza, durante una delle manifestazioni che hanno “invaso” la piazza delle Perle di Manama.
Una lotta completamente pacifica, che ha ricevuto come risposta una repressione pesantissima, con cecchinati qua e là, con retate e rastrellamenti, con persone prese e arrestate dai reparti d’ospedale…con ergastoli, già regalati come fossero acqua.
Ma tutto tace.
Quello sputo di terra tra i due mari non interessa a nessuno: anzi, il merdoso regime che tiene sotto scacco l’intera popolazione va sostenuto e foraggiato…questo è. Anche se non mi ci rassegno.
Ayat dopo la sua scarcerazione racconta di non aver subito torture, fortunatamente, ma ha voluto sottolineare quante ne avvengono nelle celle di quel paese, ai danni di persone che hanno semplicemente partecipato a cortei, o hanno tentato di esprimere il loro pensiero.
Nessuno ci racconta che più di 300 studenti sono stati esclusi ed espulsi dagli istituti dove erano regolarmente iscritti, perché “attentavano alla sicurezza nazionale”, alla sicurezza della famiglia Khalifa, che da 250 tiene in mano il potere.
Gli studenti messi sotto inchiesta ed espulsi hanno subito interrogatori in cui gli si chiedeva se avevano account sui social network (costretti poi a fornire i dati d’accesso), se hanno mai partecipato a cortei nella loro vita, se hanno mai visto piazza delle Perle e in quali occasioni…punto.
Altro non interessa, basta quello per una condanna o per l’esclusione dagli studi.
I detenuti spesso non hanno diritto a colloqui e comunque dai primi arresti di marzo, le famiglie non hanno mai incontrato i loro cari per più di 7 minuti.
Intanto almeno festeggiamo la liberazione di una piccola donna, entrata nella sfera non sempre piacevoli degli “eroi”, per quella poesia urlata al mondo. Mabrook Ayat, buona libertà e buona lotta.
Comunicato da Syntagma: NESSUN COMBATTENTE NELLE MANI DELLO STATO
Comunicato dell’iniziativa di solidarietà di supporto economico agli arrestati durante lo sciopero generale del 28 e 29 Giugno :
Questa iniziativa è stata creata Venerdi 1 Luglio in solidarietà verso con le persone arrestate. Il proposito della nostra iniziativa è quello di raccogliere le alte spese delle cauzioni e delle spese legali imposte con tempi ricattatori in una settimana.
Agiamo in via indipendente e non siamo associati con l’assemblea popolare di Piazza Syntagma anche se non agiamo altresi in’contrapposizione con i loro sforzi di raccogliere fondi per aiutare gli arrestati .
Dovremmo ricordare che abbiamo partecipato all’assemblea popolare di piazza Syntagma, abbiamo letto il testo originale della nostra iniziativa e abbiamo girato sul posto con una scatola per raccogliere fondi.
Tuttavia, per ragioni ideologiche, abbiamo rifiutato di sottoporre il testo con una delibera in modo da essere ‘legittimato’ dall’assemblea della piazza e, infine essere inserito come loro procedura.
Un importo di 2.700 euro è stato raccolto finora dalle scatole che abbiamo fatto girare in vari eventi socio-politici, ma anche dai contributi spontanei.
Lo sforzo per gli aiuti finanziari continuerà con una festa Giovedi, 7 Luglio sulla collina di Strefi (Exarchia, Atene).
Cerchiamo di essere tutti lì!
NESSUN COMBATTENTE NELLE MANI DELLO STATO
Iniziativa di aiuto economico per gli arrestati del 28 e 29 Giugno
solidaridad2829@yahoo.gr
PLOGOFF: Pietre contro i fucili. UNA “GUERRA” VINTA, LA PROSSIMA SARA’ LA VAL DI SUSA!!
Questo documentario è ancora oggi attuale visto quello che sta avvenendo in Italia. Prima dell’incidente di Fukushima infatti, ogni opposizione al nucleare veniva bollata come ideologica e contro il progresso (come per il Tav del resto…) e l’epoca di Chernobyl appariva lontana e superata. Oggi è il solo opportunismo politico a spingere il governo a posticipare le tempistiche del riavvio della produzione nucleare made in Italy. Il loro obiettivo prioritario è quello di neutralizzare il referendum e impedire la creazione di reti autorganizzate che si oppongano all’installazione di centrali e determinate a lottare contro ogni provvedimeno legislativo che verrà preso in questo senso.
“Maelstrom” di Salvatore Ricciardi: un commento di Marco Clementi
Maelstrom di Salvatore Ricciardi, è un salto nella storia sociale e politica del nostro paese vista con gli occhi di chi, per un quindicennio, ha tentato di mutarne gli assetti istituzionali ed economici. Il sottotitolo è esplicativo: si tratta di «scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 1980» (DeriveApprodi, pp. 369, euro 22).
Ricciardi è stato un militante delle Brigate rosse, ma il suo non è l’ennesimo libro di ricordi sull’organizzazione armata, «versione del militante» che racconta in soggettiva il proprio cammino. L’autore prova a ricostruire, intrecciando ricerca storica e sociologica, il percorso di almeno due generazioni, trovando negli anni Sessanta i prodromi di quello che poi sarebbe accaduto nel decennio successivo, cosa fino ad ora troppo spesso evitata da quanti si sono occupati dei cosiddetti «anni di piombo».
In molte ricerche la complessità dei rapporti sociali e di classe è stata infatti sacrificata in nome di ricostruzioni che passavano da un fatto di sangue all’altro limitandosi all’analisi della spinta personale e usando una categoria, quella di violenza politica, che nulla ha di storico e poco di sociologico. Maelstrom invece corre su un doppio binario, quello dell’esperienza carceraria, che si lega al rapimento del giudice d’Urso operato dalle Br nel 1980 e alla conseguente rivolta nello «speciale» di Trani, e quello delle lotte sociali che toccarono l’Italia a partire dalla crisi del cosiddetto boom economico. Crisi alla quale la classe dirigente non seppe reagire e che innescò una serie di fenomeni inediti che mutarono il volto del paese, dal sindacalismo di base alle rivolte studentesche, fino al periodo delle stragi, segnate dal tragico dicembre 1969. Fu la perdita dell’innocenza, si chiede Ricciardi? La risposta è diretta: «nel paese e in Europa non c’era traccia d’innocenza. Dopo il massacro della guerra ci presentarono l’altra scena, quella della ricostruzione.
L’arrivismo egoistico, l’accaparramento senza timore, il profitto sui morti, la borsa nera, l’affamamento e il supersfruttamento, l’arricchimento sulla pelle altrui (…). Era questo ciò che le generazioni precedenti ci avevano lasciato in dote. Dove stava l’innocenza?». Non è l’unico caso nel quale l’autore rovescia il significato di termini entrati oggi nell’immaginario collettivo con un preciso senso. Per esempio, la «memoria» per un carcerato è qualcosa da evitare: «stop ai pensieri sul passato, e se hai una pena lunga o l’ergastolo, anche quelli sul futuro». Lo «scontro di civiltà», espressione divenuta famosa grazie al libro di Samuel Huntigton, viene visto da Ricciardi come la contrapposizione tra chi era sfruttato e chi sfruttava. Anche l’espressione «morti bianche», usata per i caduti sul lavoro, viene rovesciata. Il ricordo di un giovanissimo collega caduto da un’impalcatura, il colpo secco che gli spezza la schiena e il sangue sparso sulla terra (che una volta uscito non rientra più), danno un senso di rabbia al sentire questa locuzione: si tratta dell’ipocrisia di chi vuole addolcire l’accaduto, mentre la verità è che sono persone uccise, «assassinate». Anche il concetto degli opposti estremismi viene criticato. Altro che «rossi» e «neri»: in quegli anni, per l’autore, era in gioco la rivoluzione proletaria, abbattere il capitalismo e costruire una società diversa, senza le galere, la scuola selettiva, le morti sul lavoro, le gerarchie e le guerre. I «neri», i fascisti, entrarono in quella dinamica «con lo stesso ruolo che hanno i guardioni agli ingressi delle discoteche: aggredire chiunque non si conforma alle regole e all’ordine esistente, alle gerarchie e alla proprietà». Da Piazza Statuto ai morti di Reggio Emilia, dalla strage di piazza Fontana alla bomba alla stazione di Bologna, il libro ripercorre gli strappi che l’Italia ha patito con il distacco dello studioso, senza cercare giustificazioni per le scelte dell’autore, il suo impegno nella guerriglia, la parabola prima ascendente e poi impietosamente discendente dell’organizzazione alla quale è appartenuto.
Ricciardi non racconta però la storia delle Br, ma la inserisce all’interno di quella italiana, evitando di cadere nel tranello teso da anni ai lettori italiani dalla dietrologia, che vede in quella organizzazione armata il braccio esecutivo di un grande complotto finalizzato a fermare l’ingresso del Pci al governo. Eppure il Partito comunista italiano in quel governo c’era stato, dal 1944 al 1947; aveva contribuito a ricostruire il paese, governato importanti città e regioni, sostenuto, infine, esecutivi democristiani nella metà egli anni Settanta in cambio della presidenza di commissioni parlamentari. E non perché ci fossero le Brigate rosse ma perché, come disse in più di un’occasione Aldo Moro, dalle urne nel 1976 erano usciti due vincitori, la Dc e il Pci.
Non si trattava del compromesso storico berligueriano, visto da Ricciardi come il «punto di arrivo di una strategia elaborata dal Pci fin dal dopoguerra», ma di una visione pragmatica della realtà politica. La Dc non poteva governare da sola e solo il sostegno dei comunisti, mantenuti comunque fuori dal governo, avrebbe garantito quella stabilità necessaria a politiche di sacrifici in un paese con una inflazione a due cifre. Il brigatismo cercò di inserirsi in questa dialettica con il rapimento di Aldo Moro, ma non raggiunse lo scopo di una trattativa con i partiti della maggioranza, che si ritrovarono uniti nel rendere inoffensive le parole che il leader democristiano stava scrivendo dal cosiddetto «carcere del popolo». Fu una grande sconfitta politica per le Br e l’uccisione dell’ostaggio riuscì, forse, a dilazionarne lo sfaldamento per un paio di anni. Per Ricciardi, il 1967 è l’anno mirabilis. Perché venne ucciso il Che, perché Israele vinse la guerra dei sei giorni, perché in Grecia un manipolo di colonnelli sovvertì la democrazia, instaurando un regime terroristico, sebbene non fascista e il 2 Giugno a Berlino Ovest la polizia uccise lo studente Benno Ohnesorg durante le proteste per la visita del golpista persiano Reza Pahlavi. Il Pci non riesce a dare risposte esaustive a tutto ciò e slogan prima portati come vessilli diventano logori. 
Quando il giovane Ricciardi scoprì l’inganno del falso mito della Resistenza tradita, la sua delusione fu enorme. Lesse più volte con altri compagni che il Pci, durante la lotta di liberazione non voleva condurre a termine una rivoluzione sociale ma collaborare con le altre forze antifasciste per nascita di una nuova Italia. Era tutto vero: nessuno aveva mai avuto intenzione di trasformare quella lotta in qualcosa di diverso, di fare come Tito in Jugoslavia, e il mito nato con lo scoppio della guerra fredda era dovuto esclusivamente alla scelta di mantenere un rapporto privilegiato con l’Unione Sovietica: una bella storia da raccontare ai giovani, nulla di più. Le risposte, dunque, giunsero da fuori: in Viet-Nam gli Stati Uniti stavano incontrando una resistenza inattesa, mentre in Cina, Mao Tze Dong lanciò la rivoluzione culturale. Tutto ciò si tradusse in Italia nella ricerca dell’indipendenza dal sistema del capitale e nella lontananza proprio dalla politica del Partito comunista. Tutto si mise in movimento e nacquero, da lì a pochi anni, molte organizzazioni, alcune armate, altre no. Ricciardi annota solo che tra la crescita quasi esponenziale delle Br e la la loro repentina caduta passarono pochi anni, ma sembrano decenni. Lo Stato reagì con una legislazione speciale e, in alcuni casi circoscritti e giudicati dalla magistratura, con la tortura. Poi vennero le prime delazioni, il fenomeno del pentitismo e quello della dissociazione, una «diarrea di dissociazioni» le definisce Ricciardi. Furono le dissociazioni a dare il colpo di grazia all’organizzazione, portando via con i protagonisti anche le singole storie, che pezzo dopo pezzo hanno demolito la verità storica e la memoria di quella esperienza. Anche per dire no a tutto questo Salvatore Ricciardi ha sentito la necessità di comporre la propria biografia, ma collocandola con accuratezza dentro il risultato di una ricerca sul proprio passato e su quello del suo paese.
_Marco Clementi_
Primo assassinio in Val Susa!
Un blog che è andato in vacanza solo quattro giorni … e di tutto è successo!
Di tutto, in quei territori dove il mio corpo e la mia mente non hanno mai smesso di esserci, ogni volta che ho potuto.
La notizia letta stamattina al volo, davanti a questo mare commovente che domani saluterò è la peggiore che potessi leggere!
Una donna uccisa, calpestata da un blindato dei Carabinieri diretto a Chiomonte: un assassinio di Stato, per cui nessuno pagherà, come sempre.
Vi incollo la notizia presa dal sito NOTAV
Ieri pomeriggio 29 giugno un mezzo blindato antisommossa dei Carabinieri diretto a Chiomonte ha investito e ucciso una pensionata a Venaria. Ci sentiamo di sottolineare da queste pagine quanto accaduto. E’ un’operazione militare a tutti gli effetti per la quantità di numeri e mazzi impiegata e nelle operazioni militari si sa ci stanno anche i morti. Dalle prime notizie l’autista dichiara di essersi fermato a fare rifornimento e poi essere ripartito per fermarsi dopo decine di metri al semaforo. Solo lì dice di essersi accorto di un corpo accasciato a terra dagli specchi retrovisori. Questi mezzi corazzati usati a Chiomonte sono mezzi da guerra dati in mano a dei criminali. Come a Genova ancora una volta l’arroganza e la guerra uccidono sotto gli pneumatici dei mezzi dei carabinieri. Fino a quando ancora? Questa morte è responsabilità della lobby si tav.
Il media mainstream dirà che questa è una forzatura strumentale dei notav. Non è così! In questi giorni decine e decine di mezzi incolonnati fanno su e giù per la valle. La realizzazione dell’opera prevede centinaia di tir – oltre ai mezzi delle forze dell’ordine – che fanno su e giù per decenni… Perché i giornali non scrivono che il mezzo che ha investito l’anziana signora era diretto al cntiere della MAddalena? Quando diciamo che il Tav è un’opera dannosa, nociva,necrogena intendiamo proprio questo: un costo sociale, umano e ambientale senza misura con i presunti “vantaggi”. Alla famiglia il nostro pensiero…
DOMENICA 3 LUGLIO, ORE 9:
TUTTE E TUTTI AL CORTEO PER DIFENDERE LA VAL DI SUSA!
CHIOMONTE SARA’ LA NOSTRA SYNTAGMA, CHIOMONTE SARA’ IL VOSTRO VIETNAM!
A SARA’ DURA!!
In Germania chiudono i conti aperti con la lotta armata: E NOI?
Da noi probabilmente tutto ciò accadrà quando l’ultimo esponente della lotta armata sarà sotterrato.
Solo così si metterà fine a quella stagione, si potrà darle dignità di pagina di storia, si darà a quelle persone dignità di essere umani, prima che di aspiranti rivoluzionari.
La Germania non c’ha messo poco, c’ha messo 18 anni. Questo è quello che è avvenuto in poche parole oggi con la concessione della liberazione condizionale per l’ultima militante della Raf, Birgit Hogefeld, ancora detenuta e condannata a diversi ergastoli.
Ha scontato 18 anni: punto. Ora sta riappropriandosi della sua libertà, quella che agli italiani non è concessa.
E come giustamente specificava oggi Paolo sul suo blog Insorgenze, lui che di carcere se ne intende, le Raf avevano annunciato il loro scioglimento nel 1998 con queste parole “Quasi 28 anni fa, il 14 maggio 1970 , nacque la RAF con un’azione di liberazione. Oggi concludiamo questo progetto. La guerriglia urbana nella forma della RAF fa adesso parte della storia”.
…le Brigate Rosse l’hanno fatto dieci anni prima, tondi tondi.
A quando la condizionale per Moretti?
Vogliamo farlo morire in una cella? Questa è la nostra democrazia?
Ormai pensiamo che difendere la Costituzione sia chiedere galera, invece che l’abolizione dell’ergastolo….
Meglio che vi metto la notizia va…
(ANSA) – BERLINO, 21 GIU – Birgit Hogefeld, ex componente delle Rothe Armee Fraktion (Raf), condannata all’ergastolo nel 1996 per l’uccisione di un soldato americano nel 1985 e la partecipazione a un attentato terroristico contro una base militare Usa in Germania, è libera da ieri. Era l’ultimo membro della Raf, le cosiddette brigate rosse tedesche, ancora in carcere. Hogefeld, 54 anni, che nel maggio 2010 si era vista rifiutare la grazia dal presidente della Repubblica, ha scontato 18 anni di prigione.
http://www.dw-world.de/dw/article/0,,15180037,00.html
Il Bahrain sentenzia: ERGASTOLO
Nel silenzio totale del pianeta intera il Bahrein prosegue con la repressione: prima a suon di fucilate nelle piazze, ora con il carcere a vita per gli attivisti catturati. Fine pena mai, ergastolo, perpetuità per dieci esponenti del movimento d’opposizione, leader sciiti che avevano partecipato e fomentato le proteste, completamente pacifiche, dei primi mesi di quest’anno. Al-Jazeera parla anche di diverse condanne minori (un massimo di cinque anni) per altri prigionieri. I condannati all’ergastolo lo sono per “complotto in favore di un colpo di stato”.
Chissà se il mondo se ne accorgerà.
Sri Lanka, crimini impuniti
Io ho impiegato più di tre ore a vedere questo video, malgrado duri cinquanta minuti.
Perché non è sopportabile. Perché troppo spesso manca il respiro e la resistenza.
E’ stato pubblicato da Peacerporter, che ringrazio infinitamente perché dona spazio ad un pezzo di mondo dilaniato che a nessuno interessa.
Perché non si può non far circolare questo documentario.
DA PEACEREPORTER
I cinquanta minuti del documentario di Channel 4 intitolato ‘Sri Lanka’s Killing Fields’, frutto di due anni di lavoro, mostrano video, foto e testimonianze inedite di combattenti e civili tamil sistematicamente giustiziati dai soldati singalesi con un colpo alla testa, molti dopo essere stati torturati e, nel caso delle donne, stuprate. Cadaveri sparsi o allineati a terra, denudati e oltraggiati dai militari, poi lanciati e accatastati sui cassoni dei camion dell’esercito, tra lo scherno e le battute a sfondo sessuale di giovani soldati trasformati in bestie.
Immagini impressionanti e disumane, la cui autenticità – come già capitato in precedenza – è stata contestata dal ministero della Difesa dello Sri Lanka, ma certificata dagli esperti del Consiglio per i diritti umani dell’Onu di Ginevra.
Dopo aver visionato il video in anteprima, il relatore speciale dell’Onu per le esecuzioni extragiudiziali, Christof Heyns, ha dichiarato che esso ”contiene le prove definitive deicrimini” commessi dal governo di Mahinda Rakapaksa.
”Sono rimasto scioccato da queste scene orribili – ha affermato il ministro degli Esteri britannico, Alistair Burt – che costituiscono una prova evidente delle violazioni dei diritti umani su cui il governo dello Sri Lanka deve indagare, se non vuole affrontare un’azione internazionale”.
Oltre alle immagini delle esecuzioni sommarie (che iniziano dal 33esimo minuto del filmato), il documentario ripercorre le ultime drammatiche settimane di guerra (gennaio-maggio 2009), durante le quali almeno 40 mila civili tamil sono stati uccisi dalle forze singalesi comandate da Mahinda Rakapaksa e da suo fratello Gotabhaya, capo della Difesa. Gordon Weiss e Benjamin Dix, responsabili della missione Onu in Sri Lanka, raccontano alle telecamere di Channel 4 la frustrazione e la rabbia che provarono quando furono costretti dal governo di Colombo a lasciare la zona di conflitto alla vigilia dell’offensiva finale, ricordando la disperazione della popolazione che li supplicava di non abbandonarli a morte certa.
Vengono poi raccontati, con immagini e testimonianze inedite, i sistematici bombardamenti dell’esercito sulle ‘No Fire Zone’ in cui il governo aveva intrappolato centinaia di migliaia di civili tamil sfollati: bombe sulle tendopoli, bombe sugli ospedali strapieni di donne, vecchi e bambini feriti, bombe sulle colonne di profughi in fuga, bombe sulle linee dirifornimento umanitarie.
Una carneficina frutto non di errori balistici, ma di criminale pianificazione. Testimoni raccontano come le coordinate degli ospedali temporanei che la Croce Rossa Internazionale forniva ai generali singalesi per evitare che li bombardassero per errore, venivano invece usate per prendere meglio la mira: 65 granate in poche settimane, quasi ogni giorno, e quasi sempre sparate a distanza di pochi minuti, così da uccidere anche i soccorritori.
‘Sri Lanka’s Killing Fields’ – che non manca di denunciare i crimini dei guerriglieri tamil, accusati di aver usato i profughi civili come ‘scudi umani’ sparando contro chi cercava di fuggire – racconta infine il destino dei civili tamil superstiti, internati in campi militari senza cibo e cure mediche e sottoposti a torture e stupri, e l’occupazione militare cui ancora oggi sono sottoposte le regioni del nord, con notizie di abusi e soprusi di ogni genere.
”Due anni fa – è la conclusione del documentario – la popolazione civile tamil implorava la comunità internazionale di non abbandonarla ed è stata tradita. Oggi i sopravvissuti chiedono alla comunità internazionale di avere giustizia: saranno ancora abbandonati?”.
La risposta sembra contenuta nelle parole di Steve Crawshaw, dirigente di Amnesty International, anch’egli intervistato nel filmato: ”Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha votato all’unanimità per deferire alla corte internazionale dell’Aja il regime libico: il contrasto tra questo e l’assoluto silenzio e la totale inazione di fronte a decine di migliaia di morti in Sri Lanka è impressionante, inspiegabile e moralmente indifendibile”.
Enrico Piovesana
Atene: è aria di rivolta! “LA DEMOCRAZIA E’ NATA QUI E QUI LA SEPPELLIREMO”
Alle dieci di sera, orario in cui apro finalmente questo blog, le persone presenti a Syntagma, la piazza del parlamento greco ad Atene si aggirano intorno alle 30.000. Una piazza che da questa mattina non ha vissuto un secondo di tregua, una piazza che alle 8 già vedeva i manifestanti iniziare ad ammassarsi e dodici ore dopo ( di cui molte di scontri pesanti e un lancio di lacrimogeni a tappeto difficile da dimenticare) sono ancora lì.
La giornata dell’ “ora parliamo noi”, dell’ennesimo sciopero generale paralizzante in un paese non piegato ma spezzato dalle riforme d’austerity decise dai grandi killer della finanza globale, come il Fondo Monetario.
Un paese piegato e incazzato, che non intende piegarsi più, che si definisce esausto ma contemporaneamente dimostra di avere delle energie che noi ci sogniamo. Perché sono anni che il movimento greco si struttura e si espande: dall’assassinio di Alexis, nel dicembre 2008, il livello di consapevolezza, di organizzazione e di scontro s’è alzato vertiginosamente cambiando forme e colori continuamente.
Dalle proteste radicali di studenti e migranti, che per un mese hanno bruciato Atene e Salonicco, le lotte operaie e dei portuali, così come di molte altre categorie hanno insegnato alla popolazione tutta cosa vuol dire riappropriarsi almeno della propria dignità.
Gli apparati della repressione oggi si sono mossi come son soliti fare ad Atene: normali reparti celere affiancati ai M.A.T., ma soprattutto al gruppo DIAS/DELTA, gli scagnozzi in motocicletta, che oggi hanno bastonato e caricato continuamente, per poi prenderne comunque tante.
Difficile fermare tanta rabbia e determinazione.
“PANE, EDUCAZIONE, LIBERTA’: LA GIUNTA NON E’ FINITA NEL 1973”, scandito da migliaia di persone, dopo un MPATSI, GOURUNIA, DOLOFONI (GUARDIE MAIALI ASSASSINI), lo slogan che dalla morte d’Alexis non ha mai smesso di rimbombare per le strade dell’ellade.
La piazza è stata territorio di guerra per molte ore, tanto che anche dentro la fermata della metropolitana sono stati lanciati moltissimi lacrimogeni e ancora non si riesce ad avere idea del numero di feriti.
La cosa che sembra apparire chiara è che la Grecia ha voglia di cambiare, ha voglia di prendere in mano il proprio futuro, ha voglia di parlare di RIVOLUZIONE.
Ha voglia di farla.
LA DEMOCRAZIA E’ NATA QUI E QUI LA SEPPELLIREMO!
Nuovi arresti a Firenze, continua l’operazione “400 colpi”
Non si ferma l’ondata repressiva nei confronti delle realtà politiche e sociali fiorentine. Questa mattina, esaurita la cosiddetta “operazione “400colpi”, la Digos ha proceduto all’arresto di 7 compagni/e e l’obbligo di firma per altri 9.
Di questi uno è stato rinchiuso nel carcere di San Vittore, e gli altri 6 agli arresti domiciliari.
Le motivazioni sono riconducibili ai comportamenti tenuti durante le manifestazioni in risposta agli arresti del 4 maggio.
Non vogliamo stare qui a disquisire sulla entità dei fatti per i quali sono state emesse le custodie cautelari, o se siano o meno troppo pesanti, ma ci interessa rilevare il quadro repressivo che da troppo tempo impunemente si dispiega su tutte le componenti sociali e politiche nella nostra città.
Il clima è cambiato e non ci vuole molto a capirlo, ma nemmeno può essere una facile semplificazione o una sua inconscia accettazione.
Hanno iniziato con gli avvisi orali per gli studenti, hanno proseguito con 6 mesi di arresto per un semplice petardo, con gli arresti della famosa operazione 400 colpi, con gli obblighi di firma, con la presunta associazione a delinquere per giustificare le misure cautelari, per arrivare poi agli arresti di oggi. 35 compagni/e tra studenti, militanti di centri sociali sono attualmente sotto misure restrittive, ovvero resi inoffensivi, privati della libertà individuale, ma allo stesso tempo privati della loro possibilità di essere in prima persona dentro le lotte di cui sono parte, e continuano ad esserlo al nostro fianco.
Firenze città aperta! Questo era lo slogan con cui veniva elogiata la Firenze del social forum. Se non pensavamo che lo fosse allora, è ben chiaro a tutti che ancor meno possa descrivere quella attuale.
Firenze città della repressione, degli spazi chiusi, delle piazze blindate, degli sgomberi dei richiedenti asilo, delle operazioni mediatiche ben funzionali alle strategie repressive verso le legittime richieste degli studenti. La città dove anche l’Ataf partecipa attivamente alla repressione con le denunce verso i manifestanti per interruzione di pubblico servizio.
Un clima in cui sarebbe un errore non sentirsi direttamente coinvolti per chiunque pensi che sia necessario non sottacere davanti alle ingiustizie, non fermarsi davanti ai divieti o alle nuove disposizioni restrittive quando le ragioni di chi lotta sono quelle della “giustizia”, quella vera. La giustizia che non nasce dai tribunali, dalle divisioni investigative, ma quella che da sempre anima le istanze di chi lotta in una fabbrica come in una scuola, nelle carceri e in quartiere.
SOLIDARIETA’ A TUTTI/E COLPITI DALLA REPRESSIONE
Centro Popolare Autogestito Firenze Sud
Cantiere Sociale K100
Collettivo Politico Scienze Politiche
Collettivo di Lettere e Filosofia
Aggiornamenti QUI
Qualche news da chi lotta in difesa dei migranti, da Santa Maria Capua Vetere alla Questura di Torino
Testimonianza telefonica dei profughi rinchiusi nel CIE Andolfato di Santa Maria Capua Vetere durante le cariche della polizia coi lacrimogeni e l’incendio del CIE stesso nella notte tra martedi e mercoledì
La questura di Corso Verona, sede dell’ufficio immigrazione della polizia torinese, ha chiamato oggi pomeriggio una quarantina di egiziani e li ha invitati a presentarsi per completare le pratiche in vista dell’ottenimento del permesso di soggiorno. Pronta per loro, però, c’era un’espulsione. Sono stati quindi caricati di peso sui mezzi della Polizia e trasferiti nella Questura centrale di Via Grattoni. Se in Corso Verona non c’erano che tre o quattro solidali e una decina di familiari, il passaparola dev’essere stato efficace e tempestivo, perché nel giro di poco tempo si è formato un assembramento che, tra solidali accorsi e amici e parenti, contava una sessantina di persone. Al di là dello schieramento dei Reparti Mobili di Polizia e Carabinieri a protezione dell’ingresso della Questura, si è intravisto un volto noto della direzione del Cie di Corso Brunelleschi e più di un funzionario della Digos piuttosto nervoso: il presidio volante era determinato a stare lì, e questo nonostante qualche militante cercasse di rasserenare gli animi, paventando azioni legali, incontri con il Questore e telefonate con i giornalisti.
È questione di attimi, le forze dell’ordine in assetto anti sommossa cercano di bloccare prima un lato, poi un altro della strada. È chiaro che stanno cercando di trasferire i bus carichi di clandestini per portarli via, ma a nessuno sta bene di farsi soffiare da sotto il naso un amico, o un fratello. Alle urla di “libertà, libertà” che i solidali gridano da fuori, si sentono i ragazzi egiziani all’interno rispondere, e vien da sé fare un giro un po’ più largo, evitare il blocco imposto dalla celere, raggiungere corso Vinzaglio, e cercare di impedire ai bus di deportare gli amici che sono all’interno. Ci si divide in due gruppi per coprire ogni possibile direzione.
La città sa regalare strumenti buoni all’occhio di chi li cerca, e in men che non si dica i cassonetti vengono rovesciati lungo due vie, e i rifiuti all’interno volano in direzione di Polizia e Carabinieri, che vogliono allontanare i manifestanti. I tubi innocenti dei cantieri, parte della pavimentazione stradale, altri cassonetti ancora. Tutto serve per fronteggiare i poliziotti e rallentare traffico, che si paralizza in qualche minuto, rendendo difficili gli spostamenti delle camionette in ausilio ai bus dei deportati. Il gruppetto di militanti italiani che in precedenza sperava di risolvere la situazione con una chiacchierata col Questore si volatilizza in un baleno, mentre su corso Matteotti i manifestanti se la cavano con un lacrimogeno e l’altro gruppo, su Corso Bolzano, sarà costretto a qualche corpo a corpo con gli agenti inferociti. Quando però si sparge la notizia che i pullman sono riusciti a partire, il fremito di sommossa si raffredda; qualcuno andrà in aeroporto a cercare di vedere i partenti, qualcun altro si dilegua per non incappare in brutti incontri. C’è qualche ferito tra i manifestanti, tra gli agenti non si sa.
Ha poco da scaldarsi la Digos. Quando, nel giro di un’ora, un tuo zio, cugino, cognato, fratello ti viene portato via, e per di più con l’inganno, la cosa più naturale è arrabbiarsi, e cercare di impedirlo. La cosa più bella è farlo insieme, in strada. E riuscirci, magari, per davvero.
macerie @ Giugno 10, 2011
La carriera di un boia: SPARTACO MORTOLA
I condannati per reati politici non potranno votare per i referendum: nemmeno per i referendum, per l’acqua loro e dei loro figli. Non potranno votare perché lo Stato gli ha dato l’interdizione perpetua dai pubblici uffici: niente voto (io ne sarei orgogliosa eh!), nemmeno nelle consultazioni referendarie.
Spartaco Mortola invece ha un percorso giudiziario molto diverso.
Funzionario di Polizia, nel luglio 2001 (dieci maledetti anni fa) era dirigente Digos per le strade di Genova, dove tutti noi eravamo.
Rappresentava lo stato quel giorno, con la sua faccia da boia.
Lo rappresentava per la divisa che portava e infatti ha preso 3 anni e 8 mesi per i falsi verbali d’arresto nella scuola Diaz dove i suoi uomini hanno compiuto un massacro di rara portata; rappresentava lo stato quando ha preso 14 mesi per aver indotto a falsa testimonianza l’allora questore di Genova Francesco Colucci e rappresentava lo stato quando in primo grado e in appello veniva interdetto dai pubblici uffici per 5 anni.
Niente di tutto ciò è esecutivo: bisogna aspettare la Cassazione.
I vertici della polizia non hanno aspettato la Cassazione.
In attesa di una condanna che sicuramente andrà definitiva, il boia Spartaco Mortola ha fatto un bel salto di carriera, diventando QUESTORE.
Ma sti cazzo de indignados non se indignano?
Esistono? Perché se esistessero probabilmente Mortola non sarebbe diventato questore…e c’avrebbe ‘na paura!
giornata iniziata proprio male!
A Margherita Cagol
Nell’anniversario del suo assassinio, questo blog (che ha una categoria dedicata ai compagni uccisi) parla anche di Margherita Cagol, che scelse Mara come nome di battaglia e militò nelle Brigate Rosse dalla loro formazione al sequestro Gancia e alla conseguente sparatoria della cascina Spiotta del 5 giugno 1975, dove venne uccisa dai carabinieri. Il materiale sulla Cagol è tanto e variegato e la scelta è stata difficile … non ho messo le sue lettere alla famiglia perchè sono facilmente rintracciabili in rete, ed ho quindi usato stralci del ricordo presente nel terzo volume del Progetto Memoria, “Gli Sguardi Ritrovati”, Edizioni Sensibili alle Foglie.
[Leggi anche: Quando portai un fiore alla Spiotta]
MARGHERITA CAGOL
– Nasce a Sardagna di Trento l’ 8 Aprile 1945
– Si diploma in ragioneria nel 1964
– milita nel movimento studentesco di Trento
– si laurea in sociologia presso l’università di Trento nel 1969
– milita nel Comitato Unitario di Base della Pirelli, nel Collettivo Politico Metropolitano e in Sinistra Proletaria.
– dal settembre 1970 milita nelle Brigate Rosse
– nell’estate del 1972 si trasferisce a Torino
– viene uccisa dai carabinieri il 5 giugno 1975, ad Arzello d’Acqui (AL)
Loris Paroli, Testimonianza al Progetto Memoria, Reggio Emilia 1995.
“[…] Mara era una dirigente comunista, una delle prime donne emancipate dell’epoca moderna e credeva alla donna come uno dei poli della societa’; determinante per l’emancipazione di tutti gli altri. Un giorno manifestando a lei le mie perplessità sulla poca presenza femminile nella nostra organizzazione, anche in relazione alla durezza del vivere clandestini tra soli maschi, mi disse di essere certa che la componente donna nell’arco di pochi anni sarebbe aumentata enormemente. Aveva avuto ragione. Infatti in pochi anni quasi tutte le organizzazioni armate erano dirette da una elevata componente femminile. E questo è uno degli aspetti più profondi della nostra storia, mai messo in luce da colo i quali hanno riversato su centinaia di libri tutti quei tentativi manipolati e disperati nel volerla spiegare.
Mara era una compagna vera e concreta e sapeva costruire relazioni semplicie complesse con tutti i compagni. Con lei non vedevi mai la rottura tra le discussioni politiche e il momento in cui si poteva suonare la chitarra e cantare, scherzare o ridere, o quando si cucinava o si era a tavola. Il tempo era per lei tutto dentro una scelta di vita e con dolcezza sapeva sempre armonizzare i momenti belli con quelli stressanti e angosciosi.
Sul piano personale è la compagna che mi aspetta all’imbocco dell’autostrada di Reggio Emilia, nel lontano ’74, quando faccio la scelta della clandestinità. Ed è lei che fin dal primo momento sa leggermi dentro e capire quanto per me questa scelta fosse anche una scelta sofferta, dato che avevo lasciato gli affetti personali, soprattutto quelli del figlio.
Questa sua comprensione era importante, per me era liberatoria, non mi costringeva, rispetto a certe persone tutte d’un blocco, a essere quello che non ero…
Sul piano politico sono molti i momenti cruciali dove Mara è esageratamente attiva, propulsiva e stimolante nei confronti di tutti nei della colonna di Torino. Un particolare importante: quando l’esecutivo decide di far entrare ‘Frate Mitra’ nelle BR, lei si oppone, politicamente condivideva il metodo di farlo entrare trasversalmente; asseriva che lui doveva inserirsi nel mondo di lavoro e solo in seguito a verifiche… avremmo valutato se e come farlo entrare nell’organizzazione. Nessuno la ascoltò. Frate Mitra si rivelò una spia facendo arrestare Curcio e Franceschini.
Ma il momento più rivelante, ricco e nel contempo lacerante è quello dei primi mesi del ’75, quando noi di Torino proponemmo di affrontare il problema dei nostri compagni prigionieri. Periodo ricco perché dopo tanti compagni arrestati avevamo rimesso assieme le forze in grado di riprendere l’iniziativa teorica e pratica della propaganda guerrigliera. Lacerante in quanto la proposta di Torino non era condivisa da molti compagni di altre colonne. Infatti alla proposta operativa di liberare Curcio da Casale Monferrato, due compagni scelsero di uscire dall’organizzazione. Altri compagni sospettarono Mara di personalismo, in quanto moglie di Renato (ma se vi fosse stato in lei anche una quota di personalismo affettuoso verso il compagno da liberare era una cosa così grave?) il che non era assolutamente vero: noi di Torino stavamo lavorando da tempo anche su altre prigioni dove erano rinchiusi dei nostri compagni. Solo che proponemmo Casale dove le nostre inchieste avevano individuato dei punti vulnerabili più che altrove. 
Alla fine di una serie di dibattiti riuscimmo a far passare la proposta e facemmo l’intervento alla prigione. La cosa riuscì: fu una delle più belle azioni guerrigliere delle BR, attorno alla quale il consenso e l’entusiasmo si manifestarono a livello di massa. Il giorno prima di quell’azione io e Mara ci appartammo in macchina in un viottolo per attendere il momento di fare un sopralluogo al passaggio a livello… E, in attesa che calassero le sbarre, ricordo quel tempo durato circa un’ora di totale mutismo tra me e lei, mentre ascoltavamo Bob Dylan. […] Di certo avevamo la consapevolezza del fatto che all’indomani dovevamo affrontare per la prima volta un attacco ad una struttura militare dello Stato. E benché il nostro intento fosse quello di fare tutto il possibile per evitare sparatorie, non sapevamo se era realizzabile: potevamo lasciarci anche la pelle. La paura è sempre in relazione a ciò che non sei in grado di prevedere, a ciò che non conosci esaurientemente e temi di non saper affrontare i problemi che ti pone.
Mentre parlo di Mara mi accorgo di avere il pensiero fisso alla cascina Spiotta su quel maledetto lenzuolo bianco che sovrasta il suo corpo. Quello è stato unp dei primi sipari calati sulla nostra storia. Ma la cascina Spiotta di Mara non è solo quel finale. Lei in quella nostra vare con diversi ettari di terra era molto attiva e coltivava di tutto, dalle verdure ai frutti e mi parlava spesso di ogni sorta di piante. Simpaticamente, con gesti rassomiglianti ai contadini, l’ho vista irrorare il vigneto su quella dolce rupe delle Langhe, dove il sole si confondeva sul sorriso del suo viso biondo trentino. Lei era una poetessa della vita, nella vita, per la vita; per cui manifestava sempre quella generosità nel suo essere compagna che oltrepassava tutti i limiti, fino a quello di vent’anni fa dove morimmo un po’ tutti sotto quel lenzuolo bianco, ma anche dove rinascemmo un po’ tutti.”
ANONIMO: Trafiletto senza luogo né data in Rosso contro la Repressione 16, Milano 1975
“Margherita Cagol.
Dipinta come un’appendice del marito, da cui “dovrebbe” aver preso l’ideologia rivoluzionaria più per amore che per la sua reale scelta politica, Margherita Cagol, ora assassinata nello scontro di Acqui, è considerata dallo Stato e dalla stampa borghese come una donna totalmente incapace di scelte personali dettate da una presa di coscienza politica.
La stampa borghese, serva dei padroni, porta nei suoi confronti un duplice abominevole attacco: oltre alla denigrazione personale che colpisce la donna in quanto sottospecie umana incapace di fare scelte rivoluzionarie autonome.
Margherita è morta, assassinata dallo stato della violenza come migliaia di altri ed altre rivoluzionarie, pienamente cosciente della sua
scelta di lotta fatta per abbattere il sistema capitalistico e per eliminare quindi lo sfruttamento di qualsiasi essere umano su un altro essere umano.
Evidentemente non meraviglia affatto i compagni rivoluzionari l’attacco politico della stampa sia di Stato che riformista sulle forme di organizzazione e di resistenza armata oggi esistenti in Italia, ma piuttosto il fatto che a questo si aggiunge l’attacco alla donna che non può fare queste scelte politiche se non in quanto manipolata da un uomo di cui si è innamorata perdutamente e per frustrazioni amorose in generale. E’ il caso anche della compagna Ulrike Meinhof oggi coinvolta nel processo più scandalosamente antidemocratico e illegale dell’occidente capitalistico.
Ulrike Meinhof avrebbe intrapreso all’interno di un’organizzazione armata a causa di sue precedenti delusioni amorose. E’ la disperazione individuale, l’insoddisfazione all’interno dei rapporti personali che muove la donna a votarsi e a sacrificarsi per la causa rivoluzionaria. Noi sappiamo che sia Margherita sia Ulrike hanno fatto le loro scelte di classe e d’organizzazione in base a una presa di coscienza precisa e ad una analisi del momento politico, (fase politica, autonomia della classe, ruolo del riformismo, organizzazione) che pur non condividendo, non possiamo che rispettare.
Nel conto che dovranno pagare i padroni e i loro servi, aggiungiamo anche questo modo di trattare la donna.
Pagherete Caro, pagherete tutto”
BRIGATE ROSSE: Volantino di Commemorazione del 6 Giugno 1975:
“Ai compagni dell’organizzazione, alle forze sinceramente rivoluzionarie, a tutti i proletari. È caduta combattendo Margherita Cagol, “Mara”, dirigente comunista e membro del Comitato esecutivo delle Brigate Rosse. 
La sua vita e la sua morte sono un esempio che nessun combattente per la libertà potrà dimenticare. Fondatrice della nostra organizzazione, “Mara” ha dato un inestimabile contributo di intelligenza, di abnegazione, di umanità, alla nascita dell’autonomia operaia e della lotta armata per il comunismo. Comandante politico-militare di colonna, “Mara” ha saputo guidare vittoriosamente alcune fra le più importanti operazioni dell’organizzazione. Valga per tutte la liberazione di un nostro compagno dal carcere di Casale Monferrato. Non possiamo permetterci di versare lacrime sui nostri caduti, ma dobbiamo impararne la lezione di lealtà, coerenza, coraggio ed eroismo! È la guerra che decide in ultima analisi della questione del potere: la guerra di classe rivoluzionaria. E questa guerra ha un prezzo: un prezzo alto certamente, ma non così alto da farci preferire la schiavitù del lavoro salariato, la dittatura della borghesia nelle sue varianti fasciste o socialdemocratiche. Non è il voto che decide la conquista del potere; non è con una scheda che si conquista la libertà. Che tutti i sinceri rivoluzionari onorino la memoria di “Mara” meditando l’insegnamento politico che ha saputo dare con la sua scelta, con il suo lavoro, con la sua vita. Che mille braccia si protendano per raccogliere il suo fucile!
Noi, come ultimo saluto, le diciamo: “Mara”, un fiore è sbocciato, e questo fiore di libertà le Brigate Rosse continueranno a coltivarlo fino alla vittoria! Lotta armata per il comunismo”
Nessuno sarà padrone di questo corpo di laghi e vulcani
di questa mescolanza di razze,
di questa storia di lance;
di questo popolo amante del mais,
delle feste al chiaro di luna;
del popolo dei canti e dei tessuti di tutti i colori.
Nè lei nè io siamo morte senza un progetto, senza lasciare un’eredità.
Siamo tornate alla terra da dove ancora torneremo a vivere.
Popoleremo di frutti carnosi l’aria dei tempi nuovi.
Colibrì Yarince
Colibrì Felipe
danzeranno sulle nostre corolle
ci feconderanno eternamente.
Vivremo nel crepuscolo della gioia
nell’alba di tutti i giardini.
Presto vedremo il giorno colmo di felicità
le imbarcazioni dei conquistatori allontanarsi per sempre.
Saranno nostri l’oro e le piume
il cacao e il mango
l’essenza dei sacuanjoches.
Chi ama non muore mai.
Da La donna abitata, Gioconda Belli
Una lettera da Rebibbia femminile
Carissime e carissimi,
Vi informo che da oggi, lunedì 23 fino a mercoledì 25 maggio, la sezione di alta sicurezza A1 e A2, inizierà uno sciopero del carrello e della spesa in solidarietà alle altre carceri italiane che già lo hanno iniziato da un po’ per denunciare il sovraffollamento e la situazione interna a cui le carceri devono far fronte ogni giorno.
Questa richiesta è venuta dal partito politico dei radicali, che, come ogni partito politico, non ha di certo reale interesse a mettere in evidenza il problema del carcere in sé, come struttura e istituzione, ma cerca come tutti di ammortizzare la situazione esplosiva interna, frutto di un sistema sociale malato. Sapete già il mio punto di vista riguardo questa mobilitazione… di certo non credo che uno sciopero, partito poi da un gruppo di politicanti di merda come quello dei radicali, possa risolvere i problemi interni al carcere (essendo la struttura e ciò che la mantiene il problema), semmai ci vorrebbe, a mio parere, un tipo di lotta differente, più incisivo e dannoso alla struttura, una lotta, poi, che dovrebbe nascere dai/dalle detenuti/e stessi/e.
Comunque la sezione ha voluto dare il suo contributo, in maniera simbolica con questi 3 giorni, ad un metodo che ancora lega varie carceri italiane, che fa da filo conduttore tra reclusi e recluse. In ogni caso, sappiate che le detenute della sezione comuni hanno apprezzato assai la vostra presenza sotto questo fottutissimo penitenziario! Quelle urla di supporto morale (mi è giunta voce) hanno scaldato il cuore e gli animi, rafforzando la mobilitazione partita oggi.Peccato invece che in questo bunker di cemento in cui stiamo noi della massima sicurezza non sia arrivato il suono della vostra voce! Dio cane, mannaggia a loro! Poco o niente… a me ieri mi è parso di sentire qualche cosa subito sfumato nell’idea fosse la tv di qualche ragazza… vabbuò fa piacerissimo lo stesso sapere che ci siete stati e sopratutto che si continui quotidianamente con la lotta esterna.
Queste sezioni sono veramente la riproduzione del modello attuale di controllo che c’è fuori. Pur essendoci lasciato “campo libero” per via delle celle aperte dalle 8 alle 20, con spazi come la saletta per la socialità, la biblioteca (ben fornita grazie alla gestione di una compagna), la palestra (che comunque non ha strumenti funzionanti) e l’aria decorata con giardino e alberi, vige un elevatissimo studio e controllo di ogni nostro movimento! Ci stanno telecamere ad ogni angolo dei bracci, in ogni sala almeno 2, solo all’aria se ne contano 7! Ogni cazzo di nostra abitudine, spostamento è monitorato da questo occhio elettronico, non c’è un minimo angolo d’intimità: o sei guardata, o sei ascoltata (nelle celle, almeno quelle delle A2, sicuro ci sono i microfoni)… certo il carcere è questo, sei nella tana del lupo.
D’altronde il motivo è chiaro, come fuori, anche dentro si cerca e si vuole prevenire ogni forma di ribellione e/o “disagio interno”… diciamo che questo è proprio l’esempio più vicino e lampante (rispetto le detenzioni passate) del sistema sociale che c’è fuori attualmente. Ognuna diviene controllore di se stessa, sapendo di essere controllata ad ogni minima mossa, il tutto poi rafforzato dal fatto che ti concedono certe “comodità” come contentino per zittire ed evitare che possa nascere anche un barlume di ribellione interna. Il capo posto, dalla sua minchia di saletta monitor osserva in tempo reale ogni spostamento e abitudine d’ognuna. Per questo le sbirre in sezione non si vedono quasi mai, la loro presenza serve poco o niente (anzi con il fatto che non le vedi, aiuta ad evitare possibili conflitti con “il nemico più vicino”). Inizialmente vedendo le celle aperte mi sentivo più “libera”, (non mi era mai capitato!), ma dopo soli due giorni ti rendi conto del motivo di tutto questo. 
Il gioco non vale la candela. I pochi metri in cui ti concedono di circolare stufano subito! Questo è un carcere dentro il carcere. Per chi conosce i penitenziari sa bene che le sale in comune: quella dell’avvocato, quella dei colloqui, matricola e via discorrendo, per raggiungerle se tu detenuto/a a doverti spostare; qua invece no, avvocati, colloqui, infermeria sono tutte all’interno di queste due piccole sezioni (in tutto le celle sono 8 contando pure le nostre 3 dell’A2) da questo spazio non ti muovi! Pure la matricola se deve notificare qualche cosa viene da te e non tu al suo cazzo di ufficio! Insomma veramente un mini carcere dentro al carcere.
La sezione spesso viene mostrata a consiglieri regionali e minchioni vari, presentata da sbirri e giornali come esempio di inserimento e integrazione del detenuto; come sezione modello per il fatto che dimostra come il carcere serva e funzioni, appunto, a reinserire… perchè in effetti è quello che fa, farti tornare un buon ingranaggio (grazie proprio all’accettazione conscia o inconscia della routine carceraria). Vabbè ragà quello che volevo fare era descrivere la sezione della massima qua a Rebibbia date che io, come molte altre persone fuori, ne sapeva ben poco.
Per il momento vi saluto.
Vi abbraccio con il cuore sempre per la completa libertà!
Saluto tutti/e i/le miei/e compagni/e, sia quelli/e con obblighi imposti e indagati/e a piede libero, sia quelli/e trasferiti/e ultimamente in altre carceri del nord. Al di là della distanza, quello che ci lega è molto più forte!
Abbraccio i compagni e la compagna detenuti in Svizzera e chiunque fuori continua la lotta contro uno stato di mega controllo sociale, che è appunto lo stato capitalista.
Forte nell’animo e nel core!
Con i detenuti e le detenute in lotta!
Madda,
Rebibbia 23 maggio 2011
A Luigi Fallico “è scoppiato il cuore”
Mammagialla uccide ancora: a Fallico è “scoppiato” il cuore
di Paolo Persichetti, Liberazione 25 Maggio 2011
Indagini per omicidio colposo«Aveva il cuore spaccato». Circostanza compatibile con un infarto e una emorragia in corso da alcuni giorni, secondo quanto affermato all’avvocato, Caterina Calia, dal consulente nominato dalla famiglia.
E’ morto così Luigi Fallico, “Gigi il corniciaio”, personaggio conosciuto nel popolare quartiere romano di Casal Bruciato, dove aveva la sua bottega che secondo la digos sarebbe stata la base operativa di un progetto di rilancio della sigla Brigate rosse. Una proiezione investigativa che l’aveva portato in carcere nel giugno di due anni fa, insieme ad altre quattro persone. Sono stati proprio loro, vicini di cella, ad accorgersi lunedì mattina che qualcosa non andava ed a prestare i primi soccorsi nel repartino As 2, ricavato al quarto piano del reparto D2 del carcere Mammagialla di Viterbo. Il medico è arrivato solo dopo un quarto d’ora per constatare la morte avvenuta da almeno 3-4 ore.
Prima di coricarsi aveva detto ai suoi compagni di non sentirsi bene, «mi sembra di avere la febbre». Per questo aveva anche chiamato l’infermiere. Il 19 maggio scorso, durante l’udienza del processo nell’aula bunker di Rebibbia, aveva raccontato al suo legale del grave malore subito il giorno precedente. Un «dolore fortissimo» che gli aveva lacerato il petto. In infermeria gli avevano riscontrato un picco di pressione arteriosa a 190, ma invece di portarlo in ospedale per accertamenti urgenti (all’ospedale Belcolle esiste un reparto per detenuti) l’hanno rimandato in cella con un diuretico e una tachipirina. Accertamenti più approfonditi erano stati fissati per martedì (ieri, ndr). Indifferente, disattenta fino allo spregio della vita di chi è detenuto: questa è la burocrazia carceraria, con in più il contesto pesante che da sempre segna la vita carceraria in una struttura come quella del Mammagialla e le restrizioni aggiuntive che gravano sui regimi di detenzione differenziata speciale As 2 (ex Eiv), come quello previsto per i detenuti politici. La salute di Fallico era precaria, negli ultimi tempi aveva subito un intervento alle corde vocali e soffriva dei postumi di una violenta otite, oltre all’ipertensione. La procura ha avviato un procedimento per omicidio colposo contro ignoti. Entro 60 giorni il perito dovrà depositare i risultati dell’esame autoptico. Accertamenti specifici sono stati disposti sul cuore. L’inchiesta che l’aveva portato agli arresti sembrava una farsa, il carcere l’ha trasformata in tragedia.
Qui il comunicato dei suoi coimputati: LEGGI
Trovato morto Luigi Fallico
Arrestato nel 2009 in un’operazione su un probabile attentato in costruzione per il G8 della Maddalena (poi svoltosi nella martoriata L’Aquila),
Luigi Fallico, ex esponente di formazioni armate, è stato trovato morto nella sua cella nel maledetto carcere viterbese Mammagialla, di cui spesso abbiamo parlato dalle pagine di questo blog.
Trovato morto, molto probabilmente per un infarto, visto che dal 17 maggio aveva chiesto dei controlli per un forte dolore al petto.
Portato in infermeria del carcere, è stato poi riportato in cella, malgrado la sua pressione sfiorasse i 190 gradi.
Ce ne occuperemo, ad ogni novità.
LA BELLEZZA E’ PER LA STRADA!
COPIO QUESTA PAGINA DA UNO DEI MIEI BLOG PREFERITI
Memoria simbolica
Risate gioiose salgono su col fresco della notte.
Due ragazze si affacciano nella vetrina illuminata della bettola alternativa, giù dall’altra parte della strada. Le due eleganti silhouettes ora si annusano, le mani in tasca. Gli altri passanti sono arredamento che si allontana. Una protende il viso verso l’altro, la bacia, si baciano, e s’incamminano come se il marciapiede fosse improvvisamente diventato un tappeto di nuvole.
La bellezza è per strada.
Era lo slogan apparso in un manifesto del ’68 francese, una di quelle serigrafie che, emulando le scritte murali senza grigi e senza compromessi, dicevano tutto in una botta.
Come il sampietrino lanciato dalla ragazza: la ribellione è giusta, è violenta, è bella, è ciò che conta.
I cubetti di porfido, i selci, il pavé delle strade
ritrovavano la propria storica vocazione a volare. Del resto, come recita l’altro slogan ricordato nei decennali inventari per liquidazione del ’68, quando li si toglie dal suolo, al posto della strada si trova la spiaggia (sous le pavé, c’est la plage). E “chiude la strada ma apre la via”
-che pare una definizione tipo ‘1 orizzontale, nove lettere’- era uno dei modi di celeberare la barricata.
Il ‘piccolo San Pietro’ era ovviamente anche cantato. Tra i pezzi più famosi, quelli di Gianfranco Manfredi sul/nel movimento del 1977:
Ultimo mohicano
sampietrino in mano
solo qui nella via
e la barricata
dove l’han portata? non c’è proprio piùUltimo mohicano
sampietrino in mano
non c’è più polizia
ora a chi lo tiro?
vado a fare un giro,
entro in un caffè
Oggi, la bella lanciatrice di sampietrini dell’ultraquarantenne manifesto francese è ripresa e rieditata in omaggio ad un altro movimento, quello degli studenti iraniani.
Il risultato: fondo verde (in omaggio alla ‘rivoluzione verde’…), pantaloni anziché gonna (adeguamento o moda?), e lingua inglese, dove ‘freedom’ rimpiazza ‘beauté’.
Lo scarto con la reinvenzione della bellezza -identificata con l’immagine dell’azione e del movimento, non con quella di una cariatide- del poster del maggio ’68 (prodotto da un collettivo situazionista a Montpellier, come tra l’altro ricorda la tesi di Master di Victoria Scott), è grosso. E in fin dei conti, non si tratta qui del prodotto di una memoria collettiva che riprende, rielabora o fa tradizione del prodotto di un’altra memoria collettiva. Questo poster non nasce nel movimento degli studenti iraniani, ma su un sito americano, le strade cui è destinato sono solo quelle di facebook…
Buoni Bidelli versus Cattivi Maestri
Accade poi che una ragazza per strada lanci non un sampietrino, ma un ‘fumogeno’.
E subito tutti gridano al terrorismo, ché è ormai chiaro come non occorra impugnare armi di distruzione di massa per farsi etichettare così.
In un editoriale su La Stampa del 30.9.10, brillantemente intitolato “Tornano i cattivi maestri”, Luigi La Spina ci spiega quanto siano confuse le menti di molti giovani che non sanno distinguere la realtà dei nostri giorni dalla memoria degli anni 70 e 80. E che ripetono i “tre perversi schemi mentali che provocarono tanti lutti”. Il primo di quelli che chiama pure ‘tre peccati capitali’, è la “trasformazione di una persona in un simbolo”. Il secondo, è il “pretendere di rappresentare una intera categoria sociale senza averne avuto alcun mandato”. E infine “il semplicismo di chi collega fatti singoli, separati nello spazio e nel tempo (…) in una generica e comoda macchinazione unitaria, sapientemente eterodiretta…”, insomma “l’esagerazione della potenza avversaria”.
Ora, queste ch’egli chiama “catene linguistiche”, sono tratti comuni di qualsiasi attività politica. In politica, tipicamente si fanno analisi, collegando fatti singoli secondo una propria lettura, e se ne produce un discorso in relazione ad un interesse che è necessariamente collettivo. Chi fa e porta questo lavoro simbolico, si presenta come simbolo.
La Spina lamenta che molte menti siano imprigionate da quelle odiose catene linguistiche, che fanno sì che una persona sia “ridotta alla generica categoria di un nemico senza volto”, insomma un simbolo cui si finisce per sparare.
E per dirlo usa una simbologia più trita di una foglia di Betel nella bocca di un paria: quella del ‘cattivo maestro’. Bisognerà ricordarglielo ancora, che i cattivi maestri non tornano, come pretende il titolo del suo articolo, perché I CATTIVI MAESTRI NON SONO MAI ANDATI VIA.
Ci sono sempre, sono sempre presenti perché esistono solo in articoli come questo, spiriti chiamati in ogni occasione in cui non si sa che dire su quanto sostiene o pratica chi nel sistema di potere non è integrato.
L’espressione di ‘cattivo maestro’ non solo non appartiene, né linguisticamante né concettualmente, ad un movimento che rivendica l’egualitarismo, che rifiuta i ruoli gerarchici -padrone/servo, medico/paziente, e appunto maestro che inculca e alunno che esegue-, non solo gli è incomprensibile, ma gli si oppone, esiste solo per stigmatizzarlo. Nasce cucita addosso a Toni Negri, professore universitario che con altri docenti di scienze politiche di Padova viene arrestato il 7 aprile 1979, con l’accusa di essere la mente del terrorismo.
Come ricorda la tesi di laurea di Luca Barbieri, I giornali a processo: il caso 7 aprile, (pubblicata a puntate da Carmilla e che vale la pena di leggersi per intero), “cattivi maestri” è un’espressione che da allora non è mai caduta in disuso.
E tanto per rammentare qualche esempio negli ultimi anni:
Su il Messaggero del 25 agosto 1999, Franco Frattini, allora presidente del comitato parlamentare sui servizi di sicurezza, se la prende con la sentenza di assoluzione di Adriano Sofri, perché distingue la responsabilità dei cattivi maestri “che educavano alla lotta rivoluzionaria e gli esecutori dei loro insegnamenti”. “Come Toni Negri, tra gli altri”. Su questa falsariga, Sofri è dichiarato cattivo maestro da Marco Travaglio (Sette, 15.4.2004); dal procuratore generale al processo di revisione Gabriele Ferrari (la Repubblica 30.12.1999: “cattivi maestri due volte responsabili, per quello che hanno fatto e quello che hanno fatto credere”); da Marcello Veneziani (il Giornale 19.7.2003, “Ritornano i cattivi maestri”) che lo mette accanto a Herbert Marcuse, Eric Hobsbawn e… Toni Negri. Questi, che è il cattivo maestro per antonomasia, si può davvero permettere una rivendicazione, chiamandoli alla moltiplicazione e alla moltitudine. Lo ha fatto in Apologia del cattivo maestro, pezzo tratto da una sua pubblicazione in memoriam del compianto Luciano Ferrari Bravo, e che merita di restare in memoria.
“Il ritorno dei cattivi maestri” è un titolo che ritorna, come un rigurgito di stampa: per esempio quello di un pezzo di Paolo Chiariello, su Roma 14.4.2001, lì in occasione della protesta dei disoccupati napoletani;
Su la Repubblica del 4 marzo 2004 è Mario Pirani che si dedica ai cattivi maestri: sono quelli come Erri De Luca, Daniel Pennac e Philippe Solliers, che hanno osato opporsi alla estradizione di Cesare Battisti dalla Francia;
Su il Sole 24 ore del 21 marzo 2002, Andrea Casalegno ci spiega che “i dirigenti dell’estrema sinistra furono tutti, chi più chi meno, cattivi maestri”;
Ruggero Guarini, su il Tempo dell’8.3.2003, trova una variante ai cattivi maestri che non devono salire in cattedra: dice che non devono più andare in TV “a narrare e interpretare a modo loro questa o quell’altra Notte della Repubblica”.
Questa teoria dei cattivi maestri è una delle più imbecilli che abbiano mai attraversato un discorso pubblico, e che l’espressione piaccia, tra i tanti bidelli della società, anche ai magistrati d’accusa, non è certo una sorpresa, in Italia. Il pubblico ministero Stefano D’Ambruoso ha trovato cattivi maestri in alcuni centri sociali (Avvenire, 30.8.2001), il p.m. Rosario Priore invoca contro di loro il pugno di ferro (il Giorno, 26.8.2001) e così pure il p.m. Antonio Marini, che però ‘non vuole fare nomi’ (il Messaggero, 12.8.2001). Lo stesso recidiva qualche anno dopo sulla ‘tolleranza zero’, e così duetta con la giornalista che lo qualifica di “giudice storico” (?): “-Ci sono ancora 160 primule rosse del terrorismo… -Che possono diventare i cattivi maestri per le giovani leve.” (n.b.: i casi citati sono Cesare Battisti e Alessio Casimirri, il Giorno 21.3.2007: come ‘primule’, piuttosto appassite, ma poco importa a chi ha imparato a scrivere alla sagra del luogo comune).
E, a proposito di Battisti, s’è detto in un altro post di come Arrigo Cavallina si sia rivendicato suo cattivo maestro. C’è però ancora il guru della dissociazione, il Comandante Sergio Segio, secondo cui la teoria dei cattivi maestri è uno scudo giustificazionista; perché a rigor di logica se c’è un maestro cattivo, il pupillo che egli ha traviato non è così colpevole. E no, tuona l’ex-capo di Prima Linea, è una categoria che non va utilizzata (la Repubblica 26.2.2005).
Bisogna precisare che gli articoli qui citati sono solo una minima parte di tutti i pezzi in cui vengono evocati i cattivi maestri, a proposito ormai di ogni genere di occasione e persona: ma di un uso giustificazionista come quello contestato dal superbo Comandante non si trova davvero traccia.
Poco dopo l’episodio del fumogeno lanciato al comizio del segretario CISL Raffaele Bonanni, un altro episodio attizzò la ripetizione del concetto: il non-attentato al direttore del quotidiano Libero, Maurizio Belpietro. I non-fatti, lo si è capito, costituiscono un fondamento perfetto per parlar di cattivi maestri, e permettono pure di accedere all’universo vittimario; così Bonanni: “Io e Belpietro vittime dei cattivi maestri” (Libero, 3.10.2010)
Così conclude l’analisi di Mario Ajello (“I cattivi maestri e l’accusa di ‘servitù’ ritorna la sindrome degli anni di piombo” in il Mattino e il Messaggero del 2.10.2010) su “un allarme che si credeva sepolto nelle caverne della storia” (sic): “La prima riforma da fare -e negli anni di piombo funzionò- sarebbe quella della riconciliazione nazionale fra leader e partiti”.
Fra leader e partiti, appunto.
Tutti gli altri, che non sono né leader né partiti, non appena vedranno un articolo sui cattivi maestri, potranno ricordarsi che, se la monnezza è sulla stampa, la bellezza è senz’altro per strada.
‘Dire che la bellezza è per strada, è essere capaci di recepire tutte quelle pratiche d’invenzione e di libertà che vi nascono’ (L. Sagradini, Théorie critique 2008).
Finalmente Gaza
Il sole del Cairo deve ancora finire di sorgere, quando il convoglio restiamo umani comincia a prepararsi per la partenza verso Gaza.
E’ un viaggio, quello che verrà intrapreso, denso di attesa e carico di speranza: c’è la consapevolezza di quanto sia importante attraversare il valico di Rafah in seguito alle rivolte che hanno abbattuto il regime di Mubarak; e c’è la volontà di ricordare Vittorio Arrigoni nella terra stessa per cui ha dato la vita. Il convoglio porterà tra la popolazione palestinese un messaggio da rivolgere a tutto il mondo: la Palestina non è sola, i sogni di Vik sono anche i nostri, la solidarietà verso chi lotta contro oppressione e sfruttamento non conosce frontiere.
Dieci check-point rallentano il cammino, uno in particolare lo costringe ad una sosta di 2 ore e mezza nel deserto del Sinai, vengono poste le questioni di sempre, le stesse riscontrate nei giorni precedenti circa l’impossibilità di oltrepassare Rafah . Questa volta, l’ambasciata italiana “premurosa e zelante” comunica che il convoglio non entrerà mai dentro Gaza ma evidentemente i fatti gli hanno dato torto: noi siamo qui!
Il Convoglio Restiamo Umani da oggi cammina sui passi di Vittorio, orme chiare, impresse nella terra di Gaza e rimarcate dall’affetto spontaneo delle palestinesi e dei palestinesi che hanno accolto il nostro arrivo.
Il Co.R.Um assorbe la determinazione, il coraggio e l’estrema umiltà di Vittorio, caratteristiche che riconosciamo nella lunga resistenza della popolazione palestinese.
Per molti di noi è la prima volta che si attraversa la frontiera della Striscia di Gaza, una vittoria per chi non si è mai arreso, via mare e via terra, al categorico Denied Entry: niente da vedere, nessuno da incontrare.
A sottolineare l’importanza storica del momento c’è stato il contagioso entusiasmo dell’accoglienza riservata al convoglio da numerosi palestinesi presenti, che ci hanno accompagnato fino a Gaza City. Una volta sul posto ripercorriamo i luoghi frequentati quotidianamente da Vittorio nella sua lunga permanenza a Gaza, dove ha conosciuto tutti quei compagni e quelle compagne che da oggi conosciamo anche noi.
Sulle note di Bella Ciao, Unadikom e del rap dei Gazawi, le immagini di Vittorio salutano il nostro arrivo;
ciao Vik, Palestina libera.
Giornate della memoria e delle vittime…bha
Sono un bel regalo alla storia e all’intelligenza queste righe di Marco, Marco Clementi, giovane storico di infinita lungimiranza e precisione. Un bel regalo perché ci dimostrano come poche righe bastino per chiarire migliaia di pagine di carta straccia scritte a riguardo.
Perché ci fa capire anche come gli istituti, le fondazioni, i centri di ricerca che appartengono anche alla sinistra storica di questo paese da gettare al cesso, facciano solo demagogia utile al potere per girarsi la frittata, e girarla contro di noi. Com’è difficile, anche tra “noi”, trovare chi non cade nei tranelli del vittimismo, del giustizialismo, della visione delirante di quello che sono stati quegli anni e quindi quei morti, di quello che è stata l’Italia delle stragi e quella della lotta al capitale e allo sfruttamento.
Poche parole queste, serie.
E non serve niente più.
Cariche ad Avigliana, contro chi blocca i treni della morte!
La polizia picchia duramente i manifestanti che occupavano pacificamente i binari: diversi feriti ad Avigliana per permettere il passaggio del treno radioattivo. Rilevati col contatore geiger tassi di radioattività molto significativi.
Ancora una volta le forze dell’ordine mostrano il loro volto più becero e gratuitamente violento. E non è la prima volta che quest accade in Val Susa. Ad Avigliana, così come a Vercelli e a Chivasso, la serata era iniziata molto presto, con un presidio popolare fin dalla prima serata. In valle Si era organizzato anche un concertino con gruppi locali. Quando era ormai chiaro che il treno non sarebbe passato dalla stazione di Chivasso, dov’era attivo un presidio di un’ottantina di attivisti No Nuke, una trentina di compagi sale ancora in valle per dare man forte all’imbuto insomontabile per il passaggio del treno carico di scorie. A questo punto, con i rimasti svegli dalla serata pecedente, sono circa 200 persone presenti tra valligiani e torinesi.
Un’assemblea snella passa al vaglio le possibilità d’azione e l’opzione più praticabile e ondivisa da tutti/e è quella di sedersi compattati e chiusi a mo’di cordone, occupando i tre binari della stazione di Avigliana. Qualcuno si incatena anche. Arrivano le forze dell’ordine e subito circondano gli occupanti dai 4 lati. Quindi iniziano ad alzarli e cacciarli d forza. Ma la resistenza e la determinazione popolare non demordono. Dopo 10 minuti di fatica e scarsi risultat i primi Carabinieri iniziano a perdere il controllo e partono i primi calci e pugni per sganciare i/le più inossidabili. La gente reagisce e partono le manganellate per spingere tutti fuori dall’area dei binari. La gente reagisce in maniera composta ma determinata. Particolare accanimento contro alcuni/e manifestanti/: un ragazzi rischia di cadere da 3 metri sulla scalinata che porta al sottopassaggio. Uomini e donne della valle, indignati/e, inveiscono contro il comportamnetio delle forze dell’ordine. Dopo qualche minuto giungono altri drappelli a circondare anche il piazzale antistante la stazione. Arriva perfino un plotone di Finanzieri.
Dopo una ventina di minuti passa il treno-civetta, quindi il treno carico di scorie e infine quello della scorta militare. La gente accompagna il passaggio dei convogli con fischi e e grida. Passato l’ultimo treno, le forze dell’ordine si ritirano drappello per drappello salutati da una marea di insulti e fischi. Anche questa volta un altro treno carico di morte nucleare è passato ma non è detto che la prossima volta non ci sarà ancora più gente ad attenderli. Per impedire il passaggio di un comvoglio radioattivo senza che alcun avviso o dibattito sul e dal territorio ne autorizzi il transito. In luoghi, oltretutto, densissimamente popolati.
Questa serata, organizzata in meno di 72 ore, ha visto una partecipazione molto significativa. La strada che per bloccare il nucleare è ancora molto lunga. Di questi trasporti “eccezionali” ne sono previsti altri 7o 8 durante l’anno.
Staremo a vedere.
Questo è solo l’inizio. A sarà dura!
Ascolta l’intervista a Massimo Greco della Rete Nazionale Antinucleare che ha partecipato ai blocchi
Massimo Greco ci racconta dell’aumento del livello di radioattivita’ registrato durante il passaggio del convoglio
Questi trasporti di rifiuti radioattivi sono stati autorizzati da un accordo tra il governo francese ed italiano, nel quadro di un contratto concluso tra Areva e la societa’ Sogin .
Sentiamo le considerazioni finali di Massimo Greco
Firenze e i 400colpi! LIBERI TUTT@
Come forse già saprete, la mattina del 4 maggio, a Firenze, è scattato un intervento poliziesco coordinato dalla Dccp, ex Ucigos, che ha effettuato perquisizioni e disposto arresti.
Imputazione, ancora una volta, è “associazione a delinquere”, come già aBologna il mese scorso, a Torino un anno fa, e a Lecce tra un grado e l’altro di giudizio dell’operazione “Nottetempo”, iniziata nel 2005 con l’etichetta di “associazione sovversiva”. In 22 son sottoposti a misure cautelari, 5 agli arresti domiciliari e i restanti con obbligo di firma; la maggior parte frequenta lo spazio liberato 400 colpi.
Secondo la lingua della Legge, delinquente è chi devia dal suo schema di società. In questa società, delinquente è chi non è capace di comunicare secondo le leggi della Lingua. Ma ciò che emerge da dietro i reati contestati ai giovani compagni fiorentini -manifestazioni non autorizzate, imbrattamenti di sedi di enti istituzionali, blocchi, danneggiamenti di banche, resistenze ed offese a pubblico ufficiale – è una loro potenziale diffusione, alla faccia della Legge. E questo lo dichiara anche il capoccione della Digos fiorentina.
Diffusione di quelle pratiche, che aldilà di ogni specializzazione e settorialità, volevano e riuscivano a dialogare con i focolai di malcontento e rabbia di cui la attuale società è disseminata, alla faccia della Lingua.
macerie @ Maggio 6, 2011
QUI INVECE IL COMUNICATO dello SPAZIOLIBERATO400COLPI
“Associazione a delinquere”, dicono loro. Noi diciamo autonomia, conflitto, azione diretta. La definiscono “smantellata”. Noi ridiamo pensando alla loro illusione.
Che l’operazione sia il frutto dell’ennesima montatura giuridica è cosa ovvia, e non abbiamo nessuna voglia di sprecare parola in merito.
Non ci stupisce il fatto che a subire obblighi di firma e perquisizioni siano stati anche diversi compagni che non partecipano alle assemblee dello Spazio Liberato 400Colpi. Sono i compagni con cui abbiamo condiviso percorsi di lotta, sono le amicizie politiche che, aldilà dei confini geopolitici classici, ci siamo sempre proposti di coltivare. Dei legami che sono stati capaci di produrre conflitto e che ci hanno fatto respirare aria nuova in una Firenze pacificata.
“Bliz contro gli anarchici”, dicono loro. Noi diciamo operazione anti-insurrezionale contro tutti quelli che hanno deciso di abbandonare il feticismo dell’identità per costruire una prospettiva rivoluzionare reale dell’oggi. Contro chi, al di là di parrocchie e liturgie, ha avuto il coraggio di abitare con determinazione quei piccoli spazi di conflitto che negli ultimi mesi hanno creato crepe all’interno del dispositivo metropolitano senza portarsi dietro bandiere nè dogmi, ma confrontandosi con umiltà con un reale da conoscere e sovvertire. Contro quel movimento reale che dai tempi dell’ “onda” ha iniziato ad emergere dalle sabbie mobili del rivendicazionismo studentista e della “protesta civile”, e fottendosene contemporaneamento di cristallizzare la propria identità all’interno di una delle “aree militanti”.
Giornali e TV potranno dipingerci quanto vogliono come una setta anarcoide isolata. Sappiamo che lì fuori, nelle scuole, nelle università, nei quartieri, ci sono tanti compagni che ci conoscono e riconoscono come compagni. Fratelli con cui abbiamo condiviso materialmente e non tutti gli episodi “delittuosi” di cui ci incolpano: dall’occupazione di scuole e facoltà, dai picchetti antisfratto ai blocchi dei flussi metropolitani passando per i cortei selvaggi. Siamo sicuri che queste amicizie politiche si dimostreranno più forti di ogni operazione sbirresca.
Lo sciopero irreversibile avanza, crea sempre più crepe, preoccupa il Partito dell’Ordine partendo dal ministero dell’interno fino ad arrivare al funzionario Digos locale. Una mobilitazione studentesca più piccante del solita, una Piazza del Popolo in rivolta, una insieme di piccoli gesti scioperanti e di nuovi legami. Il bisogno di espandere ed organizzare questo movimento reale a Firenze come in altre città ha già iniziato a farsi programma. Difficile, ambizioso, pericoloso, certo.
Ma nulla potrà fermare questa nuova primavera.
LIBERTA’ PER TUTTI I COMPAGNI
A TESTA ALTA PER IL CONFLITTO SOCIALE
Spazio Liberato 400Colpi
per l’autonomia diffusa
Una splendida rassegna di cinema militante…a Torino però!
PRIMA DELLA RIVOLUZIONE
Cinema militante italiano ’60-‘70
Da mercoledì 18 a sabato 28 maggio Unione Culturale Franco Antonicelli con Aamod – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, A cura di Annamaria Licciardello e Jacopo Chessa.
Mercoledì 18 maggio, 20.30
Movimento studentesco
– Il movimento studentesco al servizio delle masse popolari di Movimento Studentesco dell’Università Statale di Milano (1971, 27′)
– Perché Viareggio di Movimento Studentesco pisano in collaborazione con il gruppo Cinema Zero (1969, 16′)
– Cinegiornale del movimento studentesco n. 1 di Movimento Studentesco dell’università La Sapienza (1968, 53′)
– Della Conoscenza di Movimento Studentesco dell’Università La Sapienza di Roma (1968, 28′)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Bruno Maida (storico)
Giovedì 19 maggio, 20.30
– Cinegiornali liberi di Zavattini, 1968
– Cinegiornale libero n. 0 (1968, 27′)
– Cinegiornale libero n. 1 di Roma (1968, 34′)
– Cinegiornale libero n. xyz (1968, 22′)
– Cinegiornali liberi: incontri (1968, 25′)
– Cinegiornale libero n. 5 (1969, 12′)
– Battipaglia, autoanalisi di una rivolta di Luigi Perelli (1970, 24’)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Corrado Borsa (storico)
Venerdì 20 maggio, 20.30
Antifascismo
– Bianco e nero di Paolo Pietrangeli (1975, 60’)
– Pagherete caro pagherete tutto di Collettivo Cinema Militante di Milano (1975, 45′)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Ranuccio Sodi (regista)

Sabato 21 maggio ore 16.30
Lotte internazionali
– Tall al-Za‘tar di Mustafa Abu Ali, Pino Adriano, Jean Chamoun (1977, 75’)
– Turkije di Gianfranco Barberi (1975, 75’)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Gianfranco Barberi (regista) e Francesco Pallante (Unione Culturale)
ORE 20.30
– La lunga marcia del ritorno di Ugo Adilardi e Paolo Sornaga (1970, 35’)
– Seize the time di Antonello Branca (1970, 90’)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Donatella Barazzetti (presidente Associazione Antonello Branca) e Ugo Adilardi (presidente
Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico) e dalla presentazione del dvd di ‘Seize the time’ (Kiwido)
Martedì 24 maggio, 20.30
Femminismo
– Aggettivo donna di Collettivo Femminista di Cinema (1971, 50′)
– La lotta non è finita di Collettivo Femminista di Cinema (1973, 20’)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Elena Petricola (storica)
Mercoledì 25 maggio, 20.30
Strategia della tensione e repressione
– 12 dicembre di Pier Paolo Pasolini e Giovanni Bonfanti (1970, 43’)
– Tre ipotesi sulla morte di Pinelli di Comitato cineasti italiani contro la repressione (1970, 12′)
– Giuseppe Pinelli (materiali n.1) di Comitato cineasti italiani contro la repressione (1970, 50′)
– Filmando in città di Franco Cignini (1978, 30′)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Marco Scavino (Unione
Culturale)
Giovedì 26 maggio, 20.30
77 e dintorni
– Festival del proletariato giovanile a Parco Lambro di Alberto Grifi (1976, 58’)
– Il manicomio – Lia di Alberto Grifi (1977, 32’)
– Ciao mamma, ciao papà di Dodo Brothers (1978, 17’)
– Macondo di Dodo Brothers (1978, 16’)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Andrea Ruggeri (regista)
Venerdì 27 maggio ore 18.00
Lotte sociali/istituzioni totali
– Policlinico – Comizio Operaio di Circolo La Comune di Roma, Collettivo Policlinico, Il Soccorso Rosso Roma (1973, 60′)
– I poveri muoiono prima di Franco Arcalli, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci, Lorenzo Magnolia, Giorgio Pelloni, Domenico Rafele, Marlisa Trombetta (1971, 39′)
20.30
– Carcere in italia di Videobase (1973, 60′)
– Policlinico in lotta di Videobase (1973, 60′)
La proiezione sarà presentata da Annamaria Licciardello
Sabato 28 maggio ore 18.00
La fabbrica
– Lotte di classe in Sardegna di Pino Adriano (1970, 30’)
– Incatenati ai tempi di Antonello Branca (1978, 18′)
– Cinegiornale libero n. 2 (Apollon) (1969, 76′)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Pietro Perotti (operaio cineasta)
ORE 20.30
– All’Alfa di Virginia Onorato (1969, 63’)
– Lotte alla Rhodiatoce di Pallanza di Collettivo Cinema Militante di Torino (1969, 25’)
– La fabbrica aperta di Collettivo Cinema Militante di Torino (1971, 30′)
– Mirafiori ’73 di Collettivo Cinema Militante di Torino (1973, 30′)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Gianfranco Torri (CCM di Torino) e Gianni Volpi (presidente Aiace nazionale).

























Prima un pacco prioritario, poi un imbolsito cardinale, un poliziotto di guardia, poi un plico di raccomandate o un gruppo di fedeli che cantano inni oppure ancora un tunisino in via di rimpatrio imbarcato con l’inganno e guardato a vista. Su e giù intorno all’Europa e al Mediterraneo tra Lampedusa, Fiumicino, Linate, Lourdes e, ovviamente, Tunisi. Miracoli della tecnica e della faccia tosta.
































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