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Archive for maggio 2013

Istanbul: aggiornamenti dagli scontri al Gezi Park

31 maggio 2013 20 commenti

Turkish riot police continues to attack the protestors who resist against the demolition of Gezi Park. According to Istanbul Chamber of Doctors explanation there are approximately 100 injured people.© Eren Aytuğ / NarPhotos

Sono giornate di lacrimogeni senza tregua: il governo Erdogan sta dimostrandosi ferocissimo verso tutti coloro che si sono recati al Gezi Park per difendere il diritto al verde, quegli alberi, per bloccare l’ennesima speculazione portatrice di cemento armato.
Intanto vi do una carrellata di link per seguire gli eventi a Taksim, come questo, che ha un costante aggiornamento video sulla situazione di Istiklal street, che sta degenerando e vede gli agenti di sicurezza turchi portare le mani alle armi con sempre più frequenza,
ad aggiungersi ad idranti e lacrimogeni che ormai senza tregua massacrano i manifestanti da quzsi ventiquattro ore.
Il precedente post: QUI
qui invece un po’ di FOTO
Le richieste della piazza : LEGGI

sul sito http://mustereklerimiz.org potete trovare gli altri aggiornamenti tra cui questo comunicato, che vi posto in inglese.

And now the curtains open on Taksim Gezi Park.

It is by now clear who is the enemy confronting us; this time it is trees of Gezi in Taksim square that the factory of lies of our Government is swallowing, for the sake of making more space for yet more shopping malls and business areas. And those who oppose it are tortured at sunrise, burnt in their tents by the police who surrounded our park last night.Such is the arrogance of sovereign power.They call this development; they call it growth. But for whom?What is Erdogan promising us by taking away our main public square and its park? another luxury space we will never be able to afford? Another pedestrian area where public gathering will be forbidden?They want us to believe that their powers are coming from the past and taking us into the future. But they are searching for this future in neat squares which are void of any people, in shopping centers stealing our souls, in the boredom of four domestic walls.

Turkish riot police continues to attack the protestors who resist against the demolition of Gezi Park. According to Istanbul Chamber of Doctors explanation there are approximately 100 injured people.© Tolga Sezgin / NarPhotos

But we are also here. We are in the depths of Gezi Park, under the trees, on top of the branches. We are here to refuse land grabs turning citizen spaces into private profit; we are here to oppose the looting of our rivers in the most distant parts of the country, we are here to protect our lives from being sucked into a world without soul.We are here because we reject oppression, we are here because we stand against capitalist dispossession. We are here because we shall not let them grab our commons, and crumble our lives in between business and catastrophic futures.The discourse of our rulers is no more working. The wheel is chirring, we can hear that. Each and every minute there is one person more turning against this sack.

We claim our lives and our present. We discovered that we are much more than we thought – that we are mightier than we thought. We are on the branches of Taksim Gezi Park, we are in the waters of Çamlıhemşin’in and Dersim, we are in the seas of Dikili and on the stones of Amed in Diyarbakir .

And if you listen carefully, you will hear each other.
Gezi is Ours! Istanbul is ours!

Ad Istanbul è guerriglia: alberi contro lacrimogeni e cariche

31 maggio 2013 20 commenti

Da Infoaut: Il Gezi Park è una delle più antiche aree verdi di Istanbul e da qualche anno a questa parte è anche l’ultima ad essere rimasta nel centro città. Nei mesi scorsi il governo ha annunciato di voler eliminare il parco per creare un”area pedonale”, che tradotto significherebbe una colata di cemento sul parco per far spazio ad un centro commerciale. La notizia ha da subito scatenato la protesta di diversi cittadini di Istanbul, decisi a non farsi sottrarre il parco per lasciare spazio al profitto e alla speculazione; alcune delle associazioni nate in difesa del Gezi Park hanno anche denunciato come i primi lavori iniziati in queste settimane siano illegali e trasgrediscano quanto sta scritto nel piano di riqualificazione presentato dall’amministrazione locale. Nella giornata di lunedì’ sono iniziati i primi interventi effettivi sull’area con l’azione delle ruspe che hanno demolito tutti i muri che delimitavano la zona del parco; in breve attivisti e cittadini hanno raggiunto il parco per cercare di impedire che la devastazione potesse proseguire (era infatti previsto l’abbattimento di tutti gli alberi). Di fronte ad una folla che diventava sempre più numerosa, il sindaco e la polizia hanno dato ordine di interrompere i lavori, promettendone la ripresa per la mattina successiva. I manifestanti hanno quindi deciso di accamparsi a centinaia nel parco con le tende per farsi trovare già pronti al nuovo arrivo delle ruspe e così è stato: ieri mattina i lavoratori e le ruspe sono arrivati scortati dalla polizia che ha aggredito il presidio in difesa del Gezi Park con un uso massiccio di spray al peperoncino e trascinando via con la forza le persone accampate sul posto. A quel punto la protesta è esplosa e alcuni manifestanti hanno iniziato una sassaiola indirizzata contro i mezzi incaricati della devastazione, scatenando nuovamente la reazione della polizia. Alla fine i lavori hanno potuto proseguire solo con l’intervento brutale delle forze dell’ordine che sono rimaste a presidiare la zona ma la protesta in difesa del parco contro la cementificazione selvaggia della città promette di andare avanti con determinazione.

Questa mattina da Lena: Gezi Park; Taksim square, Istanbul now. There were still thousands of protesters when police attacked at around five a.m. Rumours of a death abd unknown number of hospitalized.

Da Lena, le prime immagini della mattinata di oggi, 31 maggio

QUI GLI AGGIORNAMENTI: LEGGI
Le richieste della piazza: LEGGI
Qui un po’ di foto: GUARDA

41Bis, Ergastolo e Tortura: allora? vogliamo fare qualcosa???

25 maggio 2013 9 commenti

Pochi giorni fa, con la morte di Giuseppe Ciulla, Paolo ci raccontava l’inutilità dell’ergastolo attraverso quella vita, quasi interamente scontata in giro per prigioni e finita così, nella solitudine dell’ergastolo.
Ci raccontava di un uomo entrato in carcere giovanissimo, che ha scontato per intero un omicidio e che una volta uscito vi è rientrato, per sempre. Una vita di carcere, una vita con un ergastolo che dimostra l’inutilità del primo e del secondo: il risultato è stata una vita reclusa e di risentimento, mai “rieducata”, mai “reinserita”, mai niente di tutte le menzogne dette,
e poi rese anche ridicole dalla parola “Ergastolo”.

Quasi con un piede su un treno: dopodomani a Milano il progetto “Liberi dall’ergastolo” prenderà una forma diversa da quella avuta fino ad ora. All’interno del cinema Mexico, lunedì 27 Maggio, vi mostreremo il racconto del nostro viaggio verso l’abbattimento dell’ergastolo, con immagini e parole che hanno il solo desiderio di minare alla base la privazione di libertà tutta, l’istituzione totalizzante e annullante.
L’ergastolo, come simbolo: l’ergastolo come punta massima del nostro sistema penale, la vetta del “Fine pena mai” che alza la posta di tutto il resto. Abbattere quella vuol dire poter iniziare una battaglia reale per l’abbattimento della prigionia:
ma per abbattere l’ergastolo dobbiamo partire da noi, dobbiamo partire dallo sventrare il concetto del MAI,
di un tribunale che possa stabilire che la tua testa va tagliata alla base e senza possibilità di ritorno,
ma anche senza sangue, che siamo una società democratica oh!
Quindi la testa te la lasciano attaccata, nessuno spargimento di sangue: morirai in un silenzio cimiteriale.

Quando si parla di tortura, quando vi chiedono la firmetta di turno, non vi dimenticate nè dell’ergastolo (quella ghigliottina priva di schizzi di sangue) e nemmeno del 41bis, che malgrado sembra scritto diversamente e con altri caratteri è TORTURA!
Nient’altro che tortura.

Sul 41Bis, per la cancellazione del quale si dovrebbe combattere violentemente, lascio la parola a Paolo Persichetti (che nel carcere di Ascoli l’ha anche rischiato, appena estradato) che ci racconta cos’è attraverso le immagini trasmesse da Servizio Pubblico di un colloquio tra Provenzano e i suoi familiari.
Io non ci sono riuscita: passo le giornate a mandar giù tonnellate di girato in Siria, dove il sangue è più ampio del cielo,
ma questo colloquio no, non sono riuscita a guardarlo per più di venti secondi.
Voi invece FATELO, ve lo chiedo perfavore.

E’ una battaglia che va fatta, va fatta anche per i politici costretti a questo regime da più di 10 anni: se carcere deve essere che sia con gli altri, che non sia 41 bis, che non sia possibile star settimane senza parlare con nessuno.

SE QUESTO E’ UN UOMO:
Il filmato qui sotto mostra Bernardo Provenzano ripreso dalle telecamere di sorveglianza della sala colloqui 41 bis del carcere di Parma durante l’unica ora mensile di colloquio ammessa con i propri familiari. Le immagini venute in possesso della trasmissione televisiva Servizio Pubblico risalgono al 15 dicembre 2012.
Provenzano è stato arrestato nell’aprile del 2006. Sei anni di 41 bis lo hanno ridotto in questo stato. L’uomo ormai ottantenne appare poco presente a se stesso, incapace di intendere. I suoi movimenti sono rallentati, il suo stato è poco vigile, non riesce ad impugnare correttamente la cornetta del citofono che permette di parlare con i familiari al di là del vetro. Per ogni gesto deve essere sollecitato più volte dal figlio. Ricurvo su se stesso porta un vistoso berretto di lana sul capo perché – dice – «fa freddo». Il figlio si accorge della presenza di un cerotto e gli chiede prima cosa sia successo e poi di togliersi il copricapo. Sulla testa appare il segno evidente di una ferita. Alla richiesta di cosa sia accaduto, Provenzano, articolando le parole con molta difficoltà, risponde di aver preso «Lignate, sì. Dietro i reni». Il figlio gli chiede se sia caduto, Provenzano risponde di sì in modo confuso. Due giorni dopo queste immagini, forse a seguito di una caduta, l’anziano detenuto è rimasto colpito da un’emorragia celebrale. Ricoverato d’urgenza è stato operato. Da allora sembra che abbia molte difficoltà a parlare e sia quasi incapace di intendere e di volere, tanto che per questo è stato escluso da un processo.

Di fronte a queste immagini c’è forse ancora qualcuno che può ancora negare come il 41 bis sia un particolare forma di tortura esercitata attraverso lo strumento della deprivazione sensoriale assoluta?
Attualmente 673 persone (rilevamento del 2011) subiscono questo tratamento di restrizione assoluta, ulteriormente aggravata per quelli tra di loro che si trovano nelle “aree riservate” (circa una ventina).

Nelle scorse settimane il legale della famiglia Provenzano, l’avvocato Rosalba Di Gregorio, ha chiesto la revoca del 41 bis per il suo assitito e la sospensione dell’esecuzione della pena per motivi di salute, ma l’istanza è stata respinta. Dopo l’apparizione di un articolo su Repubblica del 21 maggio, nel quale si faceva riferimento alle presunte percose subite da Provenzano, il ministro della Giustizia a chiesto al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di svolgere delle verifiche.

Attorno alle condizioni di salute di Provenzano si è accesa una singolare polemica che, omettendo completamente ogni interrogativo sul senso di un tale regime carcerario praticato su un uomo ridotto ormai ai minimi termini, solleva al contrario sospetti che dietro le innumerevoli cadute registrate in cella nel corso dell’ultimo anno, in particolare l’ultima che l’ha ridotto in coma, vi sia dell’altro.
Che cosa? L’eventuale tentativo – si lascia intendere – di esercitare pressioni fisiche per impedire ad un Porvenzano ormai allo stremo di collaborare con la giustizia. E’ la tesi in particolare dell’eurodeputata Sonia Alfano, appartenente all’ormai dissolta Italia dei Valori, che nel corso dell’ultimo anno ha realizzato diverse visite al prigioniero. Secondo la parlamentare il peggioramento delle condizioni di salute di Provenzano potrebbe essere collegato al fatto che l’ex boss aveva mostrato interesse per un’eventuale collaborazione con la giustizia, che gli avrebbe permesso di ottenere un regime carcerario più morbido del 41bis. Secondo Alfano, Provenzano sarebbe stato “neutralizzato”, ovvero sarebbe stato picchiato fino rendere impossibile una sua collaborazione. In ragione di ciò, si sostiene in un comunicato diffuso da Servizio Pubblico, «la procura di Palermo ha aperto un’indagine per fare luce sui tanti misteri che ancora una volta avvolgono il super boss dei corleonesi».

Sul corpo di Provenzano si sta giocando uno scontro senza mezzi termini tra chi mostra di utilizzare il 41 bis cone una sorta di anticipazione della morte del detenuto, seppellito nei cimiteri per vivi che sono questi particolari reparti carcerari, affinché l’ex capo mafioso porti nella tomba tutti i suoi segreti, e chi utilizza questo regime detentivo come mezzo per estorcere dichiarazioni da utilizzare contro i propri avversari politici. Una belle contesa insomma.

Il 41 bis
Questo regime detentivo prevede la sospensione di tutte le regole ordinarie previste nell’ordinamento penitenziario. Può essere applicato anche a chi è in attesa di giudizio.
I detenuti in 41 bis possono fare una sola ora di colloquio al mese con parenti strettissimi attarverso un vetro divisiorio e con i citofoni. Non potendo cumulare le ore come nelle carceri normali, molti di loro senza mezzi economici finiscono col fare pochissime ore di colloquio nell’arco dell’anno. La telefonata di 10 minuti ai familiari (alternativa al colloquio) è registrata e il familiare deve recarsi, per poterla ricevere, nel carcere più vicino al luogo di residenza. Le ore d’aria sono solo due mentre la socialità è limitata ad un massimo di tre persone individuate dalla DIrezione dell’istituto senza possibilità di alcuno scambio tra detenuti (cibo, vestiti, libri…). La corrispondenzaè  limitata alle persone con cui si fanno i colloqui e sottoposta a censura. Non si possono tenere più di tre libri in cella. Recentemente il ministro della Giustizia Severino con una circolare ha disposto che il numero di tre libri dovesse ritenersi complessivo. In esso andavano inclusi anche quelli lasciati in magazzino, vietando al contempo la possibilità di ricevere giornali, riviste e libri dai familiari e per posta e autorizzando unicamente l’acquisto tramite la ditta che gestisce il sopravvitto e che offre una scelta ridottissima (settimana enigmistica, sorrisi e canzoni ecc. Niente riviste culturali, politiche, di letteratura, scientifiche o specialistiche).
Nelle sezioni con regime 41 bis opera un corpo speciale di polizia penitenziaria – il Gom (Gruppo operativo mobile) – che può stabilire norme particolari per questotipo tipo di sezioni. Alla sospensione dei diritti voluta dal Ministero si possono perciò aggiungere divieti particolari e specifici come la possibilità di avere con sé solo un numero limitatissimo di indumenti, calzini, fogli di carta, biro, ecc.

Gli imputati rinchiusi in regime di 41 bis sono esclusi dai processi. Non vengono più condotti nelle apposite gabbie predisposte nelle aule bunker dei tribunali ma portati in stanze, ricavate all’interno delle carceri, collegate in videoconferenza con i tribunali dove sono presenti soltanto giudici e avvocati. Viene così azzerato il diritto alla difesa.

Le aree riservate
Nelle carceri di Parma, Ascoli Piceno, Terni, Tolmezzo, Novara, Viterbo, L’Aquila e Spoleto, sono state allestite delle aree riservate, un 41 bis ancora più ristrettivo.

Attualmente tre prigionieri politici sono sottoposti a questo regime detentivo:
Nadia Desdemona Lioce (a L’Aquila)
Marco Mezzasalma (a Parma)
Roberto Morandi (a Terni)

Oggi a Parma si terrà una corteo nazionale contro il carcere e il 41 bis

Sull’ergastolo leggi:
Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè

Sulla morte di Videla da Hebe de Bonafini, madre de Plaza de Mayo

22 maggio 2013 1 commento

Righe da brividi.
In nome di tutti coloro che son morti contro le dittature e il potere, in nome del sangue dei torturati,
in nome delle loro madri che non hanno mai smesso di combattere e ricordare.

È morto Videla. La notizia mi ha paralizzata. Ho pensato subito ai miei figli. Come facevo a pensare ad altro? La testa mi girava, volevo pensare a qualcosa ma niente. Pensavo a loro e alle torture che hanno subito. Vedevo i loro visi che gridavano, mentre mi chiedevano e chiamavano tutti, come hanno fatto tutti nei momenti terribili, quando erano soli, nei momenti di peggior tortura. I media hanno iniziato a chiamarmi ma non avevo niente da dire.
Ho sentito un’angoscia grande, un profondo dolore che mi prendeva tutto il corpo. Non potevo pensare ad altro. Non ero contenta che fosse morto. Non potevo esserne contenta se pensavo a tutto quello che ci aveva fatto. Ho pensato a tutte le «Madres», a tutto il dolore, a tutte le famiglie distrutte. Mi è crollato il mondo e ogni volta che qualcuno chiamava sentivo sempre più l’angoscia perché la maggior parte di quelli che hanno appoggiato la dittatura, i giornali, soprattutto il «Clarín», adesso lo chiamano dittatore, lo denominano genocida, che vergogna! Ma io pensavo ancora a loro, ai nostri figli. Hanno tanto amato questo paese, hanno dato tanto per esso, ed io dovevo ascoltare questi che hanno appoggiato la dittatura, che oggi parlano di genocida? Quanta ipocrisia! Il nostro popolo deve capire che tutta quella ipocrisia ha fatto sì che i nostri figli fossero segnalati come terroristi quando tutti questi, che oggi si levano gli abiti sporchi di dosso, hanno guardato da un’altra parte. Alcuni si sono arricchiti e altri si sono riempiti di obbrobri. Volevo parlare ma non riuscivo. Oggi ho deciso di scrivere qualcosa affinché tutti quelli che erano in attesa della mia voce potessero sapere quello che penso. Sono stata soffocata dal dolore, dall’angoscia, dalla rabbia e dalla tristezza ma di colpo mi è scoppiato il cuore e ho detto: che fortuna aver avuto figli così valorosi! Questa è l’unica felicità che ho provato alla fine: il coraggio dei nostri figli nel dare le loro vite per far vivere altri.

Hebe de Bonafini
presidenta Asociación Madres de Plaza de Mayo

Grazie ad Infoaut che l’ha pubblicata.
LEGGI ANCHE:
Il padiglione delle madri, la prigionia politica in Argentina
Alle donne argentine e ai loro bimbi nati in cattività

Caso Saviano / Impastato: siamo ancora in attesa dell’identità della ragazza, lo sai Saviano?

21 maggio 2013 Lascia un commento

Dopo il gioco delle tre carte, lungamente esposto in questo blog, di Saviano sull’affaire Felicia Impastato,
in cui ha ribaltato i fatti, narrandoci un’altra storia,
rimaniamo in attesa di sapere il nome di questa ragazza misteriosa e improvvisamente apparsa nei suoi racconti dopo l’archiviazione della querela a Persichetti e Liberazione, e dopo la pubblicazione di una parte del materiale depositato agli atti (nei prossimi giorni il blog Insorgenze pubblicare il resto della documentazione).

Vi lascio un box di link con tutta la storia mentre qui vi metto il pezzo di Paolo Persichetti, quello che per Saviano è solo un “terrorista bilioso” che risponde all’illusionista senza fantasia e alla ragazza del mistero.

i link per chi non conosce la cosa:
La risposta di Luisa Impastato
Saviano risponde sulla telefonata
– Peppino Impastato, mamma Felicia e le bugie di Saviano
L’intervista di Radio Blackout a Paolo Persichetti
Saviano perde di nuovo: 2 a 0 per Persichetti! La telefonata con la mamma di Peppino Impastato è un’invenzione
L’ordinanza di archiviazione
Non c’è diffamazione
Amore morboso per le divise

Andiamo a cercarla?

BUGIARDI SENZA GLORIA
“E così davanti allo specchio di quella che un tempo fu la sua vita, cominciò a sputare tutti i giorni sulla faccia di quel che non era diventato lo scaracchio di ciò che era stato”

Dashiell Hammett

«E’ inutile – diceva don Abbondio – se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare». A leggere certe stizzite pagine di Roberto Saviano (qui) viene subito da pensare che nulla è cambiato da quel dì che Manzoni scrisse i Promessi sposi. Fin dai banchi del liceo ci illudemmo di un’Italia che potesse diventare finalmente leopardiana. E invece con quel suo voler essere don Rodrigo con i più vulnerabili e restare un don Abbondio che si aggira con la scorta dei Bravi davanti ai potenti, Saviano è lì a ricordarci che l’Italia ancora oggi appartiene ai conformisti, mentre quella dei chierici è fatta di allineati, di arruolati, di «pagliette», come li definiva Gramsci con la sua analisi profetica: figure che hanno fatto delle loro competenze intellettuali un «accessorio “poliziesco”, la cui funzione è quella di presentare il malumore sociale del Meridione come una questione di mera competenza della “sfera di polizia” giudiziaria».

9 maggio 2013, il giorno nero di Saviano e la rivincita di Peppino Impastato
Dopo la sonora disfatta giudiziaria subita dalla sua querela contro due miei articoli, di cui uno sul suo scontro con i familiari di Peppino Impastato (qui), Saviano seppur con la coda fra le gambe pensava di essersela comunque cavata grazie alla blindatura costruita attorno alla notizia, censurata da tutti i grandi media e reti televisive. Scrivo censurata perché la notizia non era affatto ignota alle redazioni delle maggiori testate le quali decisero tutte, con pochissime eccezioni (Liberazione online, Il Corriere del mezzogiorno, Filippo Facci su Libero, Radio radicale), di non darne contezza e non commentarla davanti ai loro lettori. Tra Saviano e il brigatista, anche se una decisione di giustizia dava ragione a quest’ultimo, le redazioni decisero di non raccontare il torto di Saviano. Si doveva stare con lui comunque, anche con le sue bugie, la sua antipatia, la sua arroganza, la sua inautenticità, perché Saviano è il sistema, l’ordine costituito, la norma dominante, non ci si può mettere contro di lui. Come diceva Pascal, «Non riuscendo a fare della ragione una forza, fecero della forza la loro ragione».
Si comprende allora l’illivorita reazione dello scrittore di scorta davanti all’inaspettato successo, dilagato all’improvviso nella rete dopo quattro mesi di silenzio, della bruciante notizia della sua sconfitta. La serenità con cui oggi racconta di averla accolta in gennaio poggiava sull’accerchiamento di quella scomoda informazione, sul silenzio cimiteriale che su di essa sarebbe dovuto cadere grazie alla complicità del sistema mediatico, al conformismo omertoso dell’ambiente, all’enorme influenza del potente gruppo editoriale che gli sta alle spalle, capace di decretare ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è accaduto e ciò che non si deve raccontare.
Non è bastato, come un fiume carsico la notizia inabissata ha scavato un suo cammino, ha trovato la crepa, si è insinuata fino a riemergere in superficie rimbalzando sul web nel giorno dell’anniversario della morte di Peppino Impastato (qui, qui e qui). A quel punto non potendo più ignorarla Saviano è dovuto correre ai ripari. Costretto a dire qualcosa, ha scelto la sua bacheca su facebook per tornare sull’episodio (leggi qui) della telefonata fantasma che avrebbe ricevuto dalla madre di Peppino Impastato, per ribadire che quel colloquio telefonico sarebbe realmente avvenuto, nonostante le smentite fornite dal fratello di Peppino, Giovanni, e dalla cognata Felicetta, che gestivano le comunicazioni telefoniche dell’anziana donna.

Una telefonata per entrare nel Pantheon
Perché l’esistenza di questa telefonata riveste per Saviano una così grande importanza, tanto da averne fatto la causa di una querela, nonostante nell’articolo messo sotto accusa che si occupava delle diffida contro Einaudi promossa dai familiari di Impastato (leggi qui) il brano occupasse un breve spazio del tutto accessorio, una citazione virgolettata di una dichiarazione di Umberto Santino del Centro Impastato, che lo stesso in quei giorni dell’ottobre 2010 aveva ripetuto in altre interviste (qui) mai attaccate da Saviano?
Saviano aveva raccontato l’episodio in uno scritto del 2004 con una ragione precisa che lui stesso espone, «come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato». La veridicità dell’episodio è dunque decisiva per la credibilità e l’autenticità di un personaggio divenuto nel frattempo amministratore ufficiale della memoria dell’antimafia, l’imprenditore morale delle battaglie per la legalità. In caso contrario verrebbe minata irreparabilmente la sua attendibilità, si troverebbe scacciato dal pantheon al quale si è iscritto d’ufficio, divenendo così abusivo il passaggio di testimone ideale che lo scambio telefonico con Felicia Impastato avrebbe legittimato rendendolo l’erede simbolico della storia di Peppino.

Alla ricerca del diversivo, una querela fondata sulla colpa d’autore
Sarebbe interessante capire perché pur sentendosi diffamato Saviano abbia accuratamente evitato di querelare e dunque di affrontare a viso aperto le fonti di quelle affermazioni da lui ritenute false e calunniose, ovvero Umberto Santino, che subito dopo ne ha scritto anche in un libro, Don Vito a Gomorra, editori riuniti 20011, e soprattutto Giovanni Impastato e sua moglie Felicia Vitale, figlio e nuora di Felicia Bartolotta-Impastato.
Nel testo della querela presentata da Saviano si stigmatizzano invece le «usurate formule ideologiche utilizzate da Persichetti», nelle quali – prosegue l’esposto – «sembra di sentire l’eco di un giornalismo aggressivo, figlio di un’epoca fortunatamente chiusasi, ma i cui strascichi ancora avvelenano il presente. L’epoca nella quale molti – “nemici di classe” – trovarono la morte, per mano di coloro i quali (qualcuno li definirebbe “vittime della storia”) ritennero la via della violenza maestra del cambiamento della società. E così, dalle colonne di “Liberazione” Persichetti aggredisce Saviano…», con quella volontà di «vomitare il proprio odio ossessivo ed ossessionato» nei suoi confronti.
Attaccando me, Saviano ha pensato di colpire l’anello debole, il punto ritenuto più vulnerabile, ricorrendo ad un suggestivo parallelo tra la mia storia politica e la successiva odissea giudiziaria, risalenti a 26 anni fa, e il lavoro giornalistico attuale: in modo particolare lì dove – lasciava intendere nella querela – tuttora permarrebbe il dato comune di una pratica di «aggressione» e ricorso alla «violenza» che avrebbe dato corpo ad una sorta di “terrorismo cartaceo”.
L’uso del diversivo tipologico è stato impiegato per svilire e criminalizzare l’esercizio della libertà di critica e la serietà metodologica del mio lavoro. La mia condanna, con relativa revoca della semilibertà, avrebbe inevitabilmente gettato nel discredito i familiari di Impastato e il Centro diretto da Umberto Santino. Quel che si dice un perfetto colpo di sponda nel gioco del biliardo. Solo che Saviano ha steccato la palla, e come Fantozzi ha sgarrato il tappeto verde.
La querela è piena di chicche che la dicono lunga sul fragile retroterra culturale del personaggio, ad esempio quando mostra di non conoscere l’opera di Foucault (leggi qui), il che spiega molto della sua concezione della devianza.

Un racconto inautentico
Nel ribadire che la telefonata c’è veramente stata, Saviano introduce una novità stranamente taciuta per ben nove anni: l’esistenza di una misteriosa (e miracolosa a questo punto) intermediaria che non faceva parte della famiglia Impastato.

«Una ragazza – scrive Saviano – aveva letto i miei articoli e ne aveva parlato alla signora Felicia incontrandola a Cinisi. Le aveva passato me al telefono, all’epoca sconosciutissimo scrittore».

Quasi impaurito da questa sua tardiva rivelazione dai contorni talmente incerti da apparire un fragile escamotage congegnato per non perdere la faccia, Saviano mette subito le mani avanti e precisa:

«Non avevo ancora scritto Gomorra e mandavo come gesto di omaggio gli articoli che scrivevo. Non è detto che ci si ricordi di un ragazzo che scrive di camorra e che nessuno conosce. Appunto, erano anni precedenti al 2004 e Gomorra esce solo nel 2006».

Cosa vuole dire Saviano, che l’anonima fanciulla in questione chiamata a testimonianza della telefonata potrebbe oggi non ricordarsi più dell’episodio?
Saviano, grande frequentatore di materiali giudiziari, iniziato alle fonti investigative, ferquentatore di procure d’ogni risma e luogo, intimo degli apparati di polizia di punta specializzati nelle indagini antimafia, come egli stesso ha riconosciuto recentemente con un gesto d’inattesa trasparenza (leggi qui), sa bene che non può limitarsi a riferire circostanze così generiche e per giunta contraddittorie.
Questa misteriosa fanciulla era di Cinisi o veniva da fuori? E se veniva da fuori che ci faceva a Cinisi? Ha un’identità, un lavoro, una storia, insomma esiste davvero oppure nel frattempo gli è successo qualcosa, ci auguriamo proprio di no! Non vorremmo fosse andata all’estero, in una di quelle lande sperdute dove per una di quelle malaugurate sventure della sorte sia divenuta irrintracciabile, o ancora, avesse incontrato la vocazione per rinchiudersi in un convento di clausura rifuggendo nella contemplazione i clamori del mondo. Per il bene della verità non prendiamo nemmeno in considerazione l’ipotesi che nel frattempo la ragazza abbia potuto sposare un casalese in odor di camorrìa.
Saviano non lo dice, resta vago. In che luogo questa ragazza avrebbe incontrato la signora Felicia, per strada o in casa sua? Ci sono dei testimoni? E perché questa giovane non si è mai fatta avanti di sua sponte? E perché Saviano ha atteso tanto prima di tirarla fuori?
Non lo ha fatto quando scrisse per la prima volta della telefonata (8 dicembre 2004). Non ci ha pensato quando ripubblicò quel testo in una raccolta (giugno 2009). Lo ha omesso nella querela contro di me (12 gennaio 2011). Lo ha dimenticato nella opposizione alla richiesta di archiviazione del pm (24 settembre 2012). Non l’ha menzionata quando si è presentato in aula davanti al gip (15 gennaio 2013). L’ha taciuto quando il gip ha archiviato la sua querela dandogli torto (21 gennaio 2013). Se ne ricorda d’improvviso solo oggi. Perché?
Nel racconto apparso su Nazione Indiana l’8 dicembre del 2004 (qui), poi ripreso in una raccolta di scritti dal titolo La bellezza e l’inferno, uscito come Gomorra presso Mondadori, l’ammiraglia delle case editrici belusconiane, Saviano aveva raccontato in tutt’altro modo le circostanze della telefonata:

«Inviavo a Felicia gli articoli sulla camorra che scrivevo, così, come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato. Un pomeriggio, in pieno agosto mi arrivò una telefonata: “Roberto? Sono la signora Impastato!
A stento risposi ero imbarazzatissimo, ma lei continuò: “Non dobbiamo dirci niente, dico solo due cose una da madre ed una da donna. Quella da madre è stai attento, quella da donna è stai attento e continua”.»

Oggi Saviano cambia versione, la telefonata non gli arriva più direttamente, come lasciava intendere nel 2009, quando accennava ad una sorta di nesso tra l’invio dei suoi articoli a Felicia e la reazione che questi avrebbero suscitato nell’anziana donna che così l’avrebbe cercato al telefono. Le cose andarono diversamente, dice oggi. Gli articoli li aveva letti la ragazza che poi porge il telefono a Felicia.
Saviano spiega che era sua abitudine inviare in omaggio i suoi articoli ma stavolta non cita più i destinatari, che restano ignoti mentre Felicia scompare. Siamo di fronte ad un passo indietro, ad una rettifica che però aggiunge ancora più dubbi di quanti ve ne fossero in precedenza.
Saviano sa bene che non può lasciare questa storia a metà pensando di cavarsela con una capriola sbilenca. A questo punto o dice tutta la verità per intero, circostanziando in modo esaustivo, credibile e soprattutto verificabile quanto avvenne attorno a quella presunta telefonata, oppure se non è in grado non ha che da chiedere scusa a Giovanni Impastato, Felicia Vitale, Umberto Santino e alla memoria di Felicia Bartolotta. In caso contrario sarà per tutti più che legittimo pensare quel che la fata Turchina disse un giorno a Pinocchio: «Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che hanno il naso lungo».
Quale che sia la verità sulla reale esistenza della intermediaria, Saviano ha già ammesso di aver artefatto l’episodio della telefonata modificandolo in modo da collocarsi al centro degli avvenimenti, lasciando intendere che sia lui ad avere un rapporto diretto con Felicia e non la ragazza che ha cancellato dal racconto. Una centralità falsa che rende la testimonianza morale della sua narrazione del tutto inautentica.
Di questo passo, caro Saviano, non vorremmo che un giorno ti ritrovassi come quel personaggio di Dashiell Hammett che «davanti allo specchio di quella che un tempo fu la sua vita, cominciò a sputare tutti i giorni sulla faccia di quel che non era diventato lo scaracchio di ciò che era stato».

Una morte in carcere che urla l’inutilità dell’ergastolo

21 maggio 2013 1 commento

La storia di Giuseppe Ciulla parla da sola:
ci racconta un uomo che ha passato quarant’anni in carcere per poi morirci solo.
Ci racconta di un uomo che passa più di vent’anni in carcere, per poi uscire e rientrarci per sempre.
Ci racconta l’inutilità di una pena così lunga e tanto più di una pena eterna,
ci racconta senza mezzi termini come “l’amministrazione” e la pena siano stati totalmente privi di meccanismi capaci di limare rancori e re-immettere un uomo nelle strade.
La morte di Ciulla urla un NO ALL’ERGASTOLO che dovrebbe lesionare i nostri timpani.

Vi lascio al racconto di un suo compagno di carcerazione, e vi rinvito alla bella iniziativa che stiamo costruendo a Milano, ormai prossima: Lunedì prossimo vi aspettiamo al Cinema Mexico per una serata che chiede l’abolizione del fine pena mai.

Di Paolo Persichetti, tratto dal blog Insorgenze:
L’avevo conosciuto al Mammagialla di Viterbo tra il 2003 e il 2004. Veniva dal Penale di Rebibbia da dove era stato allontanato perché considerato indesiderabile. Finire al Mammagialla voleva dire una cosa sola: trovarsi in punizione. La casa circondariale di Viterbo era (e da quanto ne so ancora non è cambiata) un “istituto eminentemente custodiale”, che tradotto vuol dire con un regime detentivo rigido: celle sempre chiuse, poche attività “trattamentali”, accesso a misure alternative e benefici pressoché nullo. Insomma un carcere punitivo dove si sta chiusi e basta.
Ma Giuseppe Ciulla, così si chiamava, per così poco non si scoraggiava affatto. Ne aveva viste di molto peggio nella sua lunga carriera penitenziaria. Il carcere era la sua vita. C’era entrato a 27 anni e fatta eccezione per un breve periodo, circa un anno e mezzo, non era più uscito. Alla fine quasi quarant’anni in tutto. Diciotto di fila la prima volta e poi il resto. Ho letto la notizia della sua morte sul notiziario di Ristretti orizzonti. Da alcuni anni avevo perso le sue tracce. L’ultima volta che gli avevo scritto era in un centro clinico penitenziario, credo a Pavia, ma la lettera mi tornò indietro. Gli avevo mandato copia di una sentenza della Cassazione che poteva essergli utile per la battaglia che conduceva da tempo, vedersi riconosciuta la sospensione della pena per gravi motivi di salute. Era ancora a Viterbo con me quando fu mandato d’urgenza in ospedale. Una grave forma di diabete gli aveva provocato una cardiopatia molto seria. Lo operarono e da allora non si è mai ripreso veramente. Mi scriveva di sentire continuamente forti dolori al petto.
A Viterbo era arrivato a causa delle uova, tre uova tirate al direttore di Rebibbia, mancandolo. Il diabete gli aveva attinto la vista. Ci vedeva poco e dunque mancò il bersaglio. Raccontava ridacchiando che gli ispettori della custodia non gli rimproverarono tanto il suo gesto quanto non aver centrato il bersaglio.
Da ragazzo aveva ottenuto il diploma di perito elettronico, raccontava che per questo aveva dato il suo piccolo contributo durante la rivolta nel carcere di Trani, lui che non c’entrava nulla con i politici ma che aveva incrociato perché all’epoca per ragioni disciplinari era riuscito a farsi differenziare finendo negli speciali. Dalle radio e le televisioni, di cui si era occupato come riparatore in una delle sue prigioni passate, era diventato un appassionato di computer, di hardware soprattutto. Smontava e rimontava, leggeva tonnellate di riviste specializzate. Il suo sogno era quello di assemblare un mega computer. E così un componente alla volta si era fatto inviare a Rebibbia penale, dove il regime detentivo molto liberale lo consentiva, una super macchina. Ma la paranoia che qualcuno potesse metterci le mani dentro lo spinse a congegnare una password invalicabile di 36 caratteri, tra lettere e numeri. Una follia. Ovviamente perse presto l’appunto con la pass, impossibile da ricordare per la sua lunghezza, e così il computer divenne inutilizzabile. Chiese di farlo uscire per inviarlo ad una società specializzata, il che dopo un’estenuante tira e molla burocratico gli venne concesso. Solo che, una volta uscito, il computer non rientrò più. La Direzione non concesse mai l’autorizzazione. Iniziò così una lunga prova di forza con Ciulla che faceva istanze, riempiva domandine senza successo. Nel frattempo la rabbia montava, la convinzione di subire un torto personale anche, una sorta di persecuzione mirata, fino al lancio senza successo delle uova. In poche ore dovette fare il sacco e salire su un blindato direzione Mammagialla, la prigione dei reprobi del Lazio.

Adotta il logo contro l’ergastolo: libera te stesso e i tuoi spazi dal FINE PENA MAI

Non so perché, non ricordo più, ma era stato chiamato al casellario (il magazzino), forse per dei libri che mi erano arrivati. Il regime Eiv (elevato indice di sorveglianza) a cui ero sottoposto prevedeva un controllo sistematico dei materiali di lettura che ricevevo. Il carcere doveva fotocopiare le copertine, raccoglierle in una cartellina ed inviarle ad un apposito ufficio del Dap che le verificava. Per farne cosa? Stilare il mio profilo ideologico-culturale, controllare l’evoluzione dei miei interessi, oppure farsi le seghe. Con tutti quei testi in francese chissà cosa avranno mai capito?
Una volta in magazzino vidi appesa sulla parete una gabbietta con dentro dei pappagallini. Chiesi di chi fossero.
– Di un ergastolano, mi disse la guardia.
– In questo istituto non possono entrare. Abbiamo avvertito la Lipu che ora verrà a prenderli.
Quei pappagalli erano di Ciulla. Lui era qualche cella prima della mia. Quando capii che i piccoli volatili erano i suoi ci andai a parlare. Iniziò un lungo racconto. Quegli animali erano il suo mondo affettivo. Separato da moglie e figli, non aveva altro. A Rebibbia vivevano liberi nella cella (scusate l’ossimoro), potevano anche uscire dalla finestra, tanto facevano piccoli voli, qualche giro e poi tornavano. Nella sua vita aveva ucciso due volte, la seconda aveva ammazzato la madre. «Quella lì», diceva quando ne parlava senza mai pronunciare il nome. Verso di lei covava ancora un odio profondo, terribile. Era un sentimento che mi turbava. Mi chiedevo quale trauma originario avesse scatenato quel conflitto insieme a tanta avversione. La famiglia l’aveva ripudiato.
Eppure Ciulla sapeva essere affettuoso, leale, quasi un bambino. Un detenuto d’altri tempi, con le sue regole un po’ all’antica anche se all’improvviso il suo umore poteva scurirsi.  Riusciva ad accumulare un risentimento senza fine, un odio profondo che poteva scatenarsi in crisi d’ira senza controllo contro il carcere e tutto ciò che lo rappresentava. Era in eterno conflitto con “l’amministrazione” senza saper elaborare un minimo di strategia efficace. Quella guerra lo teneva in vita. Un probabile disturbo della personalità lo rendeva a quel punto paranoico. Non saprei dire quanto tutto ciò esistesse già prima dell’entrata in carcere o fosse una naturale conseguenza di quel lunghissimo imprigionamento e dei mille soprusi subiti. Chiamato davanti al comandante o al direttore era capace di fare mostra di sferzanti monologhi infarciti di dotte citazioni che studiava nella sua testa per giorni, ripetendoli a memoria.
Con lucida onestà un’educatrice, che aveva preso parte ad un consiglio di disciplina nei suoi confronti, mi raccontò una volta d’aver detto agli altri membri del collegio esterrefatti dal suo show:
– Tutto questo odio l’abbiamo prodotto noi. Questa persona è il risultato dell’istituzione. Un fallimento.
Ciulla era un maestro di ricette carcerarie. Siciliano, si inventava manicaretti carichi di calorie, che certo non facevano bene al suo diabete. Era un mago nel ricucinare la casanza. Per oltre un anno ho mangiato con lui, guardato con stupore dagli altri. Giuseppe si fidava molto di me, ed io riuscivo a calmarlo. Nelle ore di socialità aveva sempre un aneddoto su qualche carcere dove era stato, un racconto su un lontano episodio. Sembrava che non fosse mai stato fuori. Il suo era un mondo dentro.
Anche se la sua vista era menomata, era abilissimo con le mani. Aveva imparato a lavorare la creta. Ma al Mammagialla non era possibile, non era ammesso e quindi faceva oggetti con la pasta di pane che poi dipingeva. Me ne ha regalati diversi. Anche una falce e martello, sì perché il suo cuore era socialista.
Ora Giuseppe se n’è andato. Morto di ergastolo. Penso alla sua solitudine. Avrà forse pensato che anch’io l’ho abbandonato. Un’altro di quelli che non tengono la parola.
Ciao Giuseppe, ci siamo accompagnati per un po’ tra quelle mura.
Speravo riuscissi a resistere per vedere prima o poi alleggerire la tua pena.

Siria: la guerra civile regna sovrana. Una storia da Bosra ash-Sham

20 maggio 2013 Lascia un commento

Eravate dei cuccioli,
venivate ad aprire la porta, che mai riuscivo a riconoscervi tra voi,
sempre di corsa, sempre arrampicati da qualche parte, sempre dispettosi e allegri.
Aprivate la porticina del cortile e il sorriso di vostra madre e vostra nonna poi occupavano tutto,
e voi chissà dove scappavate, in quel villaggio immerso nei secoli lenti, nei giochi dei bambini, nel basalto cotto dal sole e forse anche dall’imbarazzo dell’esser così meraviglioso.

Ahmad, Zakarya e Maher ... tre fratelli, morti uno dopo l'altro.

Ahmad, Zakarya e Maher … tre fratelli, morti uno dopo l’altro.

Ricomparivate quando i vassoi si riempivano di fichi e melanzane ripiene, vi riempivate le mani e via, di nuovo nella polvere a giocare. Ho questo ricordo di voi tre, ricordo che capivo l’amore e l’orgoglio di vostra madre nel parlarmi dei suoi tre bei figli, e la capivo anche quando la lingua non ce lo permetteva, si capiva da quel brillare di occhi di madre.
Occhi che ora non posso nemmeno immaginare, che vorrei asciugare e baciare.
Tre fratelli, cresciuti insieme, corsi insieme alle manifestazioni di Daraa che hanno iniziato la rivolta e poi morti, in un anno, uno dietro l’altro.

Sei sempre tu, Bosra ash-sham.
A venti km dal confine giordanoe a 140 dalla capitale Damasco, è stato importantissimo centro vitale della via della Seta, nella tratta che portava verso Petra.
Diversi sono stati i momenti di prosperità e importanza internazionale di questa città dell’Hauran, che è stata capitale nabatea ed importante metropoli romana sotto Filippo l’arabo.
Anche nel Corano si parla di Bosra, quando il monaco Bahira predisse ad un Maometto ancora bambino il suo destino da profeta.

Ma cosa sta succedendo a Bosra?
Chi uccide questi tre ragazzi non è proprio l’esercito regolare di Bashar al-Assad, ma milizie sciite ormai in pieno possesso della città sostenute oltre che dall’esercito siriano, da Hezbollah ed Iran:
eh sì, la guerra civile attraversa il decumano, si apposta su ogni tetto con cecchini e fucili, lancia colpi di mortaio sulle case, uccide.

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra è ricca di popolazioni e religioni: Bosra è sunnita e sciita, drusa e cristiana.
La minoranza sciita ha una lunga storia in quella terra:
è stata accolta nella città a partire dal 1890, dopo la guerra civile in libano senza alcun tipo di frizione fino all’arrivo al potere di Hafez al-Assad, che ha drasticamente incrementato il numero di sciiti marginalizzando costantemente la componente sunnita.
Questo non ha certo limitato la solidarietà offerta durante la guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah, visto che centinaia di famiglie sciite libanesi sono state rifugiate per mesi, ricevendo tutte le possibili forme di assistenza.

Ma eccoci al 2011, alle manifestazioni di Daraa, all’inizio della rivolta nelle scuole e nelle strade che proprio da quella regione è partita prendendo piede nel resto del paese, prima di degenerare in una guerra civile alimentata da molti poteri esterni:
a Bosra (e non solo) la minoranza sciita si schiera immediatamente a fianco del regime, collaborando strettamente con i servizi segreti nel fornire i nomi di tutti i ragazzi che dalla regione si muovevano verso Daraa per partecipare alle manifestazioni.

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania, dove quasi 40.000 persone da Bosra sono fuggite

Una guerra civile iniziata così, nome dopo nome, quindi morto dopo morto.
Morto dopo morto, contiamo 200 morti solo cecchinati, è iniziato il grande esodo verso il confine giordano e il campo profughi di Zaatari. Già analizzando il numero si capisce chiaramente la situazione: fuggono 5000 sciiti e più di 30.000 sunniti, lasciando la città quasi svuotata e stracolma di milizie sciite e cecchini.
Così i pochi giovani rimasti si trovano ad imbracciare un fucile anche per provare ad andare il prendere il pane, e spesso a morire, come i tre fratelli che vedete in quella foto.

E allora non so che altro dirvi, perché vorrei stringermi a quella famiglia che a me ha stretto forte forte tante volte,

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania

vorrei non essere così lontana, vorrei non immaginare quel campo profughi, le tende che bruciano, il fango che avvolge la quotidianità, il ritorno che è sempre più lontano ed improbabile
Odio, odio le religioni e mai avrei pensato che potessero arrivare ad uccidere proprio là, nello spicchio di mondo che mi ha insegnato una tranquillità mai trovata altrove…ma forse bisogna iniziare a raccontare quel che accade,
malgrado il dolore e questa tuttologia complottarda mi facciano passare la voglia di farlo.
Bisogna iniziare almeno a raccontare.

La Siria di certo non si salverà in nessun caso.Leggi a riguardo:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

La guerra e le bombe, visti con gli occhi di Goliarda Sapienza

19 maggio 2013 1 commento

Mi viene sempre da chiamarti per nome, da parlarti come fossi un’amica, cara Goliarda Sapienza.
Mi son precipitata su questo nuovo prezioso libro uscito, “Ancestrale”, dove ti mostri in versi, graffiante e calda come sempre, capace di far bruciare le immagini nella carne di chi ti legge.
L’ho letto tutto d’un fiato, perdendomi nel tuo dialetto di fichi d’india e picciriddi, per poi tornare sempre su queste righe, continuamente.

Periferia di Aleppo, 19 febbraio 2013

Son giorni, mesi, ormai due anni in cui la guerra e le bombe, le fosse, i profughi, gli orfani e la polverizzazione dei secoli sono entrati in casa proprio come un’esplosione. Qualche amico lasciato per strada, dilaniato sotto uno dei tanti ciechi e costanti bombardamenti, troppi altri esuli forse per sempre, alcuni a resistere alla fame e ai fuochi incrociati.
La quotidianità, anche dentro me, è scandita dai colpi di mortaio che cadono a pioggia sulla casa più calda mai avuta dopo la pancia che m’ha nutrito e scaldato.
E allora Goliarda, baaaam, le tue parole come al solito sbaragliano tutto, entrano, scavano, si scelgono il loro posto tra le lacrime e il cuore e rimangono attaccate con i loro artigli di donna mai doma. Ma dilaniata.
Grazie ancora una volta, che con le parole sai dipingere proprio con i colori che sceglierei io.

Dedico queste tue righe al mio fratello esule, ai nostri amici che sopravvivono nel basalto,
a Tamer e a tutti quelli come lui che son morti sotto i bombardamenti.
Le bombe, quelle sotto cui si muore senza sapere assolutamente perchè

E non ci furono più giorni né notti
solo un liso sudario, sbigottite
della luce schiacciata contro i muri
rari muri come denti cariati
fra le labbra convulse della terra.

E non ci furono più alberi o tramonti
solo uccelli sciallati con mammelle
nel fuoco dei motori.

Aida, dopo il bombardamento di Idlib in cui ha perso il marito e due bambini _Rodrigo Abd/Ap_

E non ci furono più alberi, ombre
né vecchio né carusi né picciotti
solo corpi snudati senza testa
fra la pioggia di cenere e grida.

E non ci furono più strade, palazzi
solo piazze, deserti, dune fumanti
fosse chiuse sui vivi e sui morenti.

E si videro topi inferociti
mordicchiare frenetici le mani
d’un soldato seduto addormentato
contro il palo divelto del lampione
che un tempo tu giravi
per entrare nel basso profumato
di minestra bollente e di liscivia.
Ti turbava l’odore di quel basso
mi dicesti sommessa dietro il banco
non sapevi quell’altro dolce di sangue
che travolse i tuoi sensi quella sera
quell’odore di fumo e calcinaccio
quell’odore di carne macellata
che t’uccise ancor prima dello schianto
che vibrò per i muri e il cortile.

C’inseguiva l’urlo dissennato

Quartiere di Wadi al Sayeh, Homs _Yazan Homsy/Reuters_

di sirena d’allarme, senza tregua
c’incitava a fuggire. Non ti vidi
varcare quella soglia, solo il moto
danzante delle trecce sulle spalle
tue esili e il balenio
dei quaderni sbattuti sul selciato.

E non ci furono più giorni né notti
né voci né silenzi, solo il latrare
di cani e di motori
fra l’accendersi d’odio dei bengala.

E nel lucore oscillante di quell’ira
si videro donne mute scarmigliate
con le palpebre enfiate senza ciglia
avanzare tenendosi per mano.
Caldo sangue scorreva sulle guance
calde lacrime rosse tatuate.

A NICA, MORTA NEL BOMBARDAMENTO DI CATANIA DELL’APRILE 1942

Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

Anche la replica del Centro Impastato a Saviano, e c’è poco altro da dire

17 maggio 2013 2 commenti

Vi rigiro anche qui, vista la presenza di un po’ tutto il materiale riguardante questa faccenda, l’ennesima replica.
Dopo la nuora di Felicia Impastato, dopo Luisa Impastato, ora anche Umberto Santino -Presidente del Centro Impastato- prende la penna per rimettere in riga Roberto Saviano, che arrampicandosi sugli specchi, ha tirato ora fuori la presenza di una misteriosa fanciulla.
La lettera la prendo dal blog di Paolo Persichetti, che per aver raccontato tutto ciò è stato denunciato da Saviano. Peccato però per il querelante che il tutto sia terminato con un’amara sconfitta,
e alla luce di tutto quel che sta uscendo in questi giorni, con una figura di merda difficilmente seppellibile.
Qui il blog di Paolo e il post da cui prendo la lettera, che vi consiglio di LEGGERE

Un box di link per chi non conosce la cosa:
La risposta di Luisa Impastato
Saviano risponde sulla telefonata
– Peppino Impastato, mamma Felicia e le bugie di Saviano
L’intervista di Radio Blackout a Paolo Persichetti
Saviano perde di nuovo: 2 a 0 per Persichetti! La telefonata con la mamma di Peppino Impastato è un’invenzione
L’ordinanza di archiviazione
Non c’è diffamazione
Amore morboso per le divise

Scrive Umbero Santino del Centro Impastato a proposito delle ultime esternazioni di Saviano mi limito ad alcune precisazioni:

1. Saviano ribadisce che il film “I cento passi” “aveva giocato un ruolo essenziale, perché l’Autorità giudiziaria desse una risposta definitiva su un caso che ormai ciascuno sentiva vicino. Un film aveva avuto il merito di creare un’urgenza sociale. Un’urgenza giudiziaria”.

Abbiamo già detto che il processo a Vito Palazzolo è cominciato nel marzo del 1999, quello a Gaetano Badalamenti nel gennaio del 2000, il film è andato nelle sale cinematografiche nel settembre del 2000. La Commissione parlamentare antimafia ha costituito il Comitato per indagare sul depistaggio delle indagini per il delitto Impastato nell’ottobre del 1998. Abbiamo pubblicato la relazione nel volume Peppino Impastato, anatomia di un depistaggio, di cui nel 2012 è uscita una nuova edizione. Il film non ha avuto, né poteva avere, nessuna influenza sulla vicenda giudiziaria. Dell’impegno dei familiari, dei compagni di Peppino e del Centro Impastato per la riapertura dell’inchiesta, ben prima del film, aveva parlato il giornalista Francesco Lalicata, durante l’incontro dell’agosto 2009 presso la pizzeria di Giovanni Impastato.

2. Il Centro avrebbe “intimato” a Fazio di ospitare Giovanni Impastato nelle sue trasmissioni, e avrebbe voluto “estorcere… favori di promozione televisiva”. Ci siamo limitati a chiedere la partecipazione di Giovanni per parlare dell’impegno dei familiari, dei compagni di militanza e del Centro per salvare la memoria di Peppino Impastato e per ottenere giustizia. Non aspiravamo, né aspiriamo, a nessuna “promozione televisiva”. Ci basta sapere che abbiamo svolto il nostro lavoro con pieno impegno, anche quando siamo stati isolati da tanti che credevano che Peppino fosse un terrorista e un suicida.

3. Sulla telefonata di Felicia, madre di Peppino, Giovanni e la moglie Felicia hanno dichiarato che quella telefonata non c’è stata. Le loro dichiarazioni hanno avuto un peso decisivo nell’archiviazione della querela. Ora Saviano parla di una ragazza che aveva letto i suoi articoli “e ne aveva parlato alla signora Felicia, incontrandola a Cinisi” e “le aveva passato me al telefono”. Una versione che compare solo ora e che, in ogni caso, è ben diversa da quanto affermato nel libro La bellezza e l’inferno, alla pagina 124: “Un pomeriggio, in pieno agosto, mi arrivò una telefonata…”. Abbiamo parlato della telefonata solo dopo la pubblicazione del libro, poiché prima non ne avevamo notizia.

4. Sui commenti sulla nostra iniziativa mi limito a osservare che squallido è non riconoscere di aver detto cose inesatte e non vere, e non chiedere di ristabilire la verità«.

Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato

Dalla Boccassini a Grillo: un nuovo pesante razzismo si aggira per il paese

17 maggio 2013 Lascia un commento

Ancora devo riprendermi dalla requisitoria della Boccassini: non che mi interessi o mi abbiano mai interessato i processi a Berlusconi, ma le parole di quella donna mi hanno lasciato senza fiato,
c’ho pensato per due giorni e per due giorni non sono riuscita a scriverne.
Intelligente, furba di quella furbizia orientale propria della sua origine” diceva di Ruby: sconcertante.
La razza, l’etnia, l’origine geografica del propio carattere, a quanto pare è questo che nota la nostra magistratura e non solo il pizzicarolo sotto casa, che devo dire piano piano si evolve anche al Trullo.

Poi siamo sempre nel paese di Grillo ormai, quello dove un votante su 5 ( o addirittura su 4?) ha votato per il Movimento 5Stelle, per Beppe Grillo quindi.
Un paio di anni fa avevo pubblicato qui sul blog delle dichiarazioni a dir poco leghiste di quel personaggio, riguardanti lo sbarco sulle nostre coste di qualche centinaio di persone provenienti dal Nord Africa, in particolar modo dalla Tunisia:
il giorno che decise di scrivere le sue xenofobe dichiarazioni erano appena morte 11 persone nelle “nostre acque”, tra cui un bambino. (Questa la pagina dove potete leggere il tutto: APRI)

Ora ci risiamo, leggete un po’ che meraviglia (qui la fonte):

Quanti sono i Kabobo d’Italia? Centinaia? Migliaia? Dove vivono? Non lo sa nessuno.Via Melzo, Milano, un cittadino portoghese originario dell’Angola, stacca a un passante un orecchio a morsi. Prosegue poi per Porta Venezia dove picchia una persona all’uscita dalla metropolitana. Sale su un convoglio e alla fermata di Palestro aggredisce a testate, calci e pugni un ragazzo. Risalito in superficie, raccoglie un mattone e lo tira in faccia a un sessantenne che portava a spasso il cane. Gli spacca il setto nasale e gli procura un vasto ematoma all’occhio. Viene arrestato e dopo un mese rilasciato in libertà. Il pensionato lo ha rivisto nel suo quartiere e si è rifugiato in macchina. Il cane si è dato alla fuga.
Niguarda, Milano, un cittadino ghanese, già identificato per atti violenti, tra i quali l’aggressione alla Polizia a Bari-Palese insieme ad altri immigrati, e per questo incarcerato per sei mesi, uccide a picconate tre persone e ne ferisce altre tre. Kabobo, senza dimora, senza un lavoro, gira da tempo per l’Italia indisturbato. Kabobo aveva chiesto asilo politico dopo essere sbarcato a Lampedusa, nel 2011, status che gli era stato negato. Ma l’immigrato aveva presentato ricorso sul quale i giudici non si sono ancora pronunciati e pur irregolare non poteva essere espulso. Kabobo ha trascorso la notte prima dei delitti nei ruderi di villa Trotti,un’area abbandonata al centro del quartiere Niguarda. Era stato identificato il 16 aprile dai Carabinieri.Castagneto Carducci, un senegalese, Ablaye Ndoye, spacciatore, è arrestato per l’omicidio di Ilaria, una ragazza di diciannove anni, picchiata durante un tentativo di stupro con tale violenza da farla soffocare dal sangue delle ferite al setto nasale. Ablaye era irregolare con provvedimento di espulsione.Tre casi diversi. Un comunitario portoghese che doveva (deve) stare in carcere, qui o al suo Paese, e comunque va reimpatriato. Un ghanese che doveva essere considerato sorvegliato speciale per la sua violenza. Un senegalese il cui decreto di espulsione non è mai stato applicato.Chi è responsabile? Non la Polizia che più che arrestarli a rischio della vita non può fare. Non la magistratura che è soggetta alle leggi. Non il Parlamento, che ha fatto della sicurezza un voto di scambio elettorale tra destra e sinistra e ha creato le premesse per la nascita del razzismo in Italia.Nessuno è colpevole, forse neppure Kabobo. Se gli danno l’infermità mentale presto sarà di nuovo un uomo libero.

bella battaglia tra lui e Ilda la rossa.
Il nostro paese è in preda ad un razzismo pauroso, che si sente intellettuale, che andrebbe eliminato alla radice, con qualche ottimo diserbante.
Mi fate veramente schifo

 

NOTAV: quando si attenta alla vita di un compressore

17 maggio 2013 2 commenti

IL COMUNICATO STAMPA del MOVIMENTO NOTAV

Tre giorni continui di attacchi mediatici e politici alla Valle di Susa e al movimento no tav.
Proviamo per punti a raccontare la cruda realtà:

– L’azione di lunedì notte non è stata rivendicata, le uniche notizie che rimbalzano sui giornali arrivano direttamente dalla questura e dall’interno del cantiere.

Quasi ucciso poverino!

– La realtà è che non ci sono stati feriti e l’attacco è avvenuto alle cose e non alle persone. Un compressore annerito è l’unico “ferito”. Un po’ poco per giustificare un “tentato omicidio” a meno che anche il compressore sia considerato un operaio del cantiere.

– Quando il ministro degli interni  Alfano, seguito dal solito coro bipartisan, parla “di atto terroristico e “ricerca del morto” o non sa di cosa parla o lo sa benissimo  e falsifica deliberatamente i fatti reali, usando lui sì, toni terroristici.

-Noi temiamo che qualche povero cristo ci lascerà davvero le penne immolato sull’altare della “ragion di stato” e non per mano dei NO TAV, ma per cancellare i NO TAV dalla Storia e tutto questo ricorda maledettamente la “strategia della tensione” degli anni ’70 e 80.

– Ribadiamo che il tagliare le reti e il colpire macchinari sono azioni non violente.

– Il giorno dopo l’azione il piccolo presido no tav a ridosso delle reti è stato completamente devastato (da chi? visto che lì o ci sono i no tav o le forze dell’ordine?)… ma nessuno chiaramente ne parla…

– Ci chiediamo dove siano stati i ministri in questione che oggi sputano dure sentenze, quando le forze dell’ordine picchiavano e lanciavano lacrimogeni contro manifestanti inermi.

– Ci chiediamo dove fosse lo Stato quando la polizia  compì un tentato omicidio durante lo sgombero della baita Clarea nel febbraio 2012, senza neanche fermare i lavori.

– Denunciamo come pretestuosa e intimidatoria la richiesta del senatore Stefano Espositodi procedere contro il giornalista Fabrizio Salmoni per “Istigazione a delinquere e minacce”, per il suo articolo “C’è lavoratore e lavoratore: per esempio ci sono i crumiri”, ampiamente ripresa dai giornali e TV, mistificando il reale contenuto dell’articolo.

– Il ministro degli interni dovrebbe preoccuparsi delle ditte che lavorano all’interno del cantiere: l’altro ieri è arrivata la Pato Perforazioni di Rovigo: ditta a cui il 13 marzo è stata tolta la certificazione antimafia e guarda caso adesso lavora al cantiere della Maddalena aggiungendosi alle già molte altre ditte che hanno subito condanne in via definitiva per bancarotta fraudolenta, tangenti..ecc ecc.

-Così facendo svendono la nostra terra ai soliti mafiosi impuniti, sono complici della distruzione irreversibile della Val Clarea e in altre porzioni della valle, infischiandosene della vita e del futuro di chi la abita.

– Se pensano di intimorirci con le loro dichiarazioni roboanti si sbagliano. Noi a Chiomonte continueremo ad andarci e inizieremo da venerdì con l’ inizio della tre giorni di campeggio, che è un anticipo della lunga estate di lotta che il movimento no tav sta organizzando

16 maggio 2013
Movimento NOTAV

La famiglia Impastato ribadisce, ancora, due cose a Saviano

15 maggio 2013 13 commenti

Poco fa sulla pagina Facebook ufficiale di Roberto Saviano, dove in pomeriggio aveva scritto la nuova puntata della soap opera sulla sua telefonata con Felicia Impastato (ora sbuca una nuova protagonista) ha scritto Luisa Impastato, figlia di Giovanni Impastato.
Vi copio il suo commento, così da avere un pezzo in più di questa storia:
io prima di oggi non ero mai andata sulla pagina di Saviano. Dopo aver letto il suo pezzo pieno di ingiurie mi son permessa di incollargli i link con la richiesta di archiviazione della sua denuncia, per essere bannata qualche secondo dopo.
non una sola parola, avevo solo incollato il link….eeeeeh, la libertà di parola quanto brucia a Robertino.
Vi lascio con le parole di Luisa Impastato, che è meglio.

Luisa Impastato Scusate l’intrusione, ma credo che si stia tentando di innescare anche in questo caso, e al contrario, la cosiddetta macchina del fango. Se la memoria non m’inganna, ricordo che la rettifica che era stata chiesta a Saviano ( e che lui ha rifiutato) fosse relativa ad una sua affermazione che ha ingiustamente ridotto a poco il grandissimo lavoro svolto dalla mia famiglia, dal centro Impastato ( che ha chiesto la rettifica) e dai compagni, per pervenire ad una giustizia che, ha si impiegato più di 20 anni per compiersi, ma che poco ha avuto a che fare col film “i cento passi”. il film ha di certo contribuito ad amplificare la storia di mio zio sul circuito nazionale, ma è arrivato dopo una lotta ventennale per tentare di mantenere viva la memoria di Peppino. Era questa l’inesattezza che gli si contestava. Inoltre credo pure di ricordare che mio padre fosse stato già prima invitato alla trasmissione ” vieni via con me” , invito rimandato a data da destinarsi proprio in seguito alla vicenda sopra riportata; a quel punto pensammo, se non ricordo male, che si sarebbe potuto chiarire tranquillamente il tutto proprio in occasione della partecipazione alla trasmissione, ma , come dicevo, ciò non avvenne più. Un altro momento che ricordo, anche con affetto, e’ stata l’iniziativa di cui Roberto parla,organizzata in pizzeria. Io,sinceramente, sono certa che lessi il libro ( che mi feci pure timidamente firmare) solo dopo l’incontro e ricordo che con mia madre commentammo quello scritto che trovammo un po’ romanzato: in effetti mia nonna non aveva il telefono e non chiamava mai nessuno ( se non erro nel libro non è specificato che qualcuno era li e le abbia passato il telefono). Con mia madre riflettevamo su una descrizione di mia nonna che poco la rappresentava così come la conoscevamo noi , per questo pensammo che fosse un tantino enfatizzata ( magari non del tutto falsa, per carità, ma molto letteraria) . Ma ne apprezzammo comunque il pensiero (personalmente ricordare anche mia nonna lo trovo determinante). Mi sono permessa di ” intromettermi” perché anche io sono tra quelli che non riesce a resistere, se legge delle inesattezze o delle illazioni che poco hanno a che fare con la realtà ( chi conosce i “protagonisti” di questa storia sa benissimo che non pubblicizzano un prodotto, ma portano in tutta Italia la memoria storica di Peppino e di mia nonna, avendo in cambio una gratificazione data soprattutto dai tanti che dopo 35 anni ne sposano ancora la causa). Ho scritto tutto d’un fiato, per cui mi scuso anche per eventuali errori. con rispetto.
Luisa Impastato.
Anche il Centro Impastato replica : LEGGI

Saviano risponde su Felicia Impastato, col gioco delle tre carte e gli insulti

15 maggio 2013 7 commenti

Caro Roberto Saviano,
pochi minuti fa hai risposto sulla questione della telefonata con Felicia, la mamma di Peppino Impastato, che sarebbe avvenuta poco prima della sua morte e prima della tua notorietà. (Qui potete leggere la sua risposta: APRI).
Pensavo, sinceramente facessi come con Vittorio Arrigoni, pensavo non avresti risposto, tacendo.

La lettera della nuora di Felicia Impastato

La lettera della nuora di Felicia Impastato

Ma dimenticavo che ti piace infierire con i più deboli, e la tua querela contro Paolo Persichetti e la testata per cui scriveva, nonchè la tua risposta di poco fa, lo palesano: non solo un giornalista infatti, ma un detenuto.
Che ogni sera varcava la soglia del carcere perchè accusato di aver preso parte ad un’organizzazione armata sciolta più di 25 anni fa, e “rapito” dalle autorità italiane nell’agosto 2002 in barba alle normali procedure di estradizione.
A causa della querela, e di ciò che ne è seguito, per più di un anno si è visto negare l’affidamento ai servizi sociali (praticamente a fine pena), come tu ben saprai.
Le stesse cose dette da Persichetti son state sostenute dal Centro Impastato e dai suoi portavoce, ma hai denunciato il più debole, un giornalista in semilibertà che lo raccontava.
Non mi risulta che tu ti accanisca nello stesso modo con personaggi come Aldo Grasso, meno deboli certamente, che hanno scritto anche di peggio.
Nessun tribunale ha detto che quella telefonata non c’è stata, non era lì a stabilire quello: ci ha detto che il giornalista Paolo Persichetti, e non quello che le tue parole ci descrivono come una specie di assassino livoroso, ha lavorato nel modo giusto, appoggiandosi a fonti più che certe e provabili. Come i familiari.
Il resto sta al buon senso di chi legge carte e fatti. Tiri fuori una “ragazza” di cui tu stesso non hai mai parlato prima…
La tua risposta dimostra che sei fatto di tanta spocchia e megalomania, e accolli agli altri un livore tutto tuo solo perché raccontano dei dati di fatto. Non chiami le persone per nome, ti accontenti di “terrorista”:  la macchina del fango, appunto.
AGGIORNAMENTO: Anche Luisa Impastato, figlia di Giovanni, risponde a Saviano: LEGGI
– La replica del Centro Impastato: leggi

LEGGI:
– Peppino Impastato, mamma Felicia e le bugie di Saviano
L’intervista di Radio Blackout a Paolo Persichetti
Saviano perde di nuovo: 2 a 0 per Persichetti! La telefonata con la mamma di Peppino Impastato è un’invenzione
L’ordinanza di archiviazione
Non c’è diffamazione
Amore morboso per le divise
Sanzioni discliplinari e sbarre: ancora su Persichetti
-Una tranquilla giornata di semilibertà

– Dovrò spiegare il carcere a mio figlio
– Il carcere e il suo pervadere i corpi
-Paolo Granzotto, il funzionario del carcere e la moralità

15 Maggio: 24 ore di sciopero della logistica

14 maggio 2013 Lascia un commento

15 Maggio SCIOPERO nazionale e giornata di mobilitazione dei lavoratori della logistica
dalle 6 di mattina per 24 ore

I lavoratori della logistica hanno scioperato il 22 marzo rigettando il tentativo delle associazioni dei padroni (Sda, Tnt, Gls, Dhl, Ikea, Bartolini, ecc) di utilizzare il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) per tagliare le ferie e la quattordicesima, per peggiorare gli orari di lavoro, per aggravare le già dure condizioni di lavoro.
Da parte dei sindacati confederali (cgil, cisl, uil e ugl, che NON rappresentano la gran parte dei lavoratori) c’è l’accettazione ai voleri dei padroni, per far aumentare i loro profitti peggiorando lo sfruttamento dei lavoratori.

A Bologna, Milano, Piacenza, Padova, Verona, Roma, ecc., da mesi è in corso una lotta compatta per migliorare le durissime condizioni di lavoro. Anche qui a Roma alla Sda-Express Courier la lotta ha raggiunto importanti risultati, come il pagamento al 100/% di tredicesima, quattordicesima, permessi e ferie; il passaggio di livello per tutti e scatti di anzianità; il passaggio dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato.
Si può e si deve andare avanti continuando le lotte che hanno indicato una prospettiva irrinunciabile: il progressivo smantellamento del sistema di sfruttamento basato sulle cooperative, vero e proprio caporalato.

In questa zona di Roma-Settecamini,che comprende numerose attività della logistica e del trasporto merci, in ogni magazzino i lavoratori devono organizzare un’assemblea, come primo passo per autorganizzarci alla base e decidere da noi stessi gli obiettivi da rivendicare.

Ma soprattutto si devono collegare tutti i lavoratori dei magazzini della logistica di questa zona. Per avere più forza e vincere le battaglie in ogni magazzino; per respingere eventuali ritorsioni padronali; per evitare le grandi fregature contenute nel prossimo CCNL.
Lo sciopero del 15 maggio deve essere un’occasione per incontrarci tra i lavoratori di tutti i magazzini della zona di Roma-Settecamini; per confrontare i trattamenti e discutere come ottenere condizioni migliori ovunque e per respingere le schifose proposte padronali del CCNL e proporre le nostre rivendicazioni.
Tutti insieme nella lotta ce la faremo!!!

100 anni fa molti lavoratori negli Stati Uniti si autorganizzarono alla base perché non volevano più doversi lamentare dopo anni e anni di lavoro: erano gli Industrial Workers of the World – IWW. La loro canzone:
«ho passato la mia vita a far ricco qualcun altro…»

Per tutti i lavoratori della logistica dei magazzini di Settecamini ASSEMBLEA in zona, ore 9,30 mercoledì 15 maggio, nel piazzale all’incrocio tra Via di Salone e Via Cerchiara (adiacente al distributore Q8) a 300 metri dall’incrocio tra Via Tiburtina e Via di Salone.

***Partecipiamo tutti per discutere, organizzarci e lottare per i nostri interessi e contro lo sfruttamento!***

Assemblea di sostegno alle lotte dei Lavoratori della Logistica

Per Giorgiana e per tutte, contro il Medioevo: domenica ORE 9!

10 maggio 2013 2 commenti

Fate circolare il più possibile questo comunicato, riempiamo le strade domenica, malgrado l’ora:
daje, sveglia presto tutte e tutti insieme contro chi marcia sui nostri uteri, sulla nostra libertà, sulle nostre vite e anche sui nostri figli.
Guai a chi ci tocca, guai a chi prova a scegliere per noi!

Siete il marcio della vita! Avete sbajato giorno e epoca

Per due anni la marcia per la vita, indetta dall’oltranzismo cattolico, è stata contestata con azioni dimostrative che rivendicavano l’autodeterminazione di donne e soggettività l.g.b.t.q.i.

Questa volta hanno scelto il giorno sbagliato!

Il 12 maggio Roma ricorda Giorgiana Masi, assassinata nel 1977 a 19 anni, dalle squadre speciali dell’allora ministro dell’Interno Francesco Kossiga durante il corteo che, sfidando il divieto a manifestare, celebrava il terzo anno dalla vittoria referendaria sul divorzio .

Non accettiamo la provocazione di chi usa i bambini e la retorica della famiglia per legittimare politiche, azioni e discorsi che attaccano le nostre libertà e le nostre vite.

Si tratta di bigotti che, nascondendosi dietro i “sani” valori della famiglia appoggiano di fatto la violenza contro chi differisce dal loro modello.

E’ ora che il familismo smetta di essere un modello per le politiche sociali. E’ ora di riconoscere e rivendicare il diritto ad essere persone libere, persone che scelgono con chi avere relazioni, se e quando avere figli/e.

Lo scopo delle nostre vite non è formare l’ipocrita famiglia cattolica: una struttura utile solo a costruire ruoli, egemonie e a far sentire in colpa le donne che vogliono sottrarsi a situazioni di violenza, fino alle estreme conseguenze.

Non autorizzeremo a parlare di vita chi marcia scortato da fascisti, portatori della cultura mortifera della sopraffazione ed esecutori materiali di aggressioni e violente campagne discriminatorie. Rifiutiamo l’iconografia antiabortista imposta del fanatismo cattolico come rifiutiamo i dogmi di qualsiasi fondamentalismo religioso, non siamo asservit* alla loro guerra santa.

La Roma antifascista e antisessista il 12 maggio non permetterà che la memoria di Giorgiana Masi venga calpestata.

La storia non si riscrive. Non torniamo indietro sui diritti conquistati, anzi incalziamo!

Giorgiana è viva, un’idea non muore mai.
Domenica, ore 9, Corteo da Piazza Campo de’ Fiori

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Su Giorgiana Masi:
Giorgiana Masi, testimonianze di quel 12 maggio

Un’intervista a Seda Aktepe, uscita dal carcere di Pisa

10 maggio 2013 Lascia un commento

Da Infoaut:
Dopo 8 giorni di detenzione in regime di isolamento Seda Atkepe è stata rilasciata ieri, 8 maggio, dal carcere Don Bosco di Pisa. Era stata arrestata a Castiglioncello (Li) sulla base di un mandato di cattura internazionale spiccato dal governo turco che l’accusa di militare per l’MLKP (Partito Marxista Leninista Turco), un’organizzazione dissidente dichiarata fuori legge dalle autorità turche.
Nello specifico a Seda viene contestato di aver manifestato il 7 dicembre 2004 contro una legge sull’inasprimento del regime carcerario turco, violando i diritti umani e civili dei detenuti. In quella circostanza venne arrestata con altre 45 persone. In Turchia aveva già scontato 8 mesi di carcere preventivo prima di giungere al giudizio. Nel 2009 insieme ad altre 26 persone è accusata di aver aiutato l’MLKP pur non facendone parte e per questo condannata a 6 anni e 3 mesi di galera. La corte suprema turca ha convalidato questa sentenza. Tra il primo e il secondo grado di giudizio Seda ha avuto modo di riparare in Svizzera dove le è stato riconosciuto lo status di rifugiata politica. La mancata comunicazione del suo status giuridico da parte delle autorità svizzere ai circuiti informatici dell’interpol ha portato alla cattura di Seda in Italia. La pronta attivazione delle reti di solidarietà militanti a Pisa ha fatto sì che il caso di Seda non passasse sotto silenzio, sollecitando sia l’intervento dell’ambasciata svizzera sia costringendo Ankara a ritirare l’istanza di carcerazione per non incorrere nell’ennesimo “scandalo umanitario” capace di fungere da ostacolo al processo di accreditamento turco presso le istituzioni europee.
Ma ciò che più conta è stata la capacità di reagire all’abuso delle autorità turche e italiane e all’uso selvaggio e scarsamente regolamentato dell’Interpol, attivando un pronto supporto legale e il coinvolgimento trasversale e internazionale delle realtà militanti in Italia e Svizzera. Dopo la conferenza stampa di questa mattina presso Exploit a Pisa abbiamo incontrato Seda. Con lei abbiamo affrontato la situazione politica dei movimenti studenteschi turchi, delle loro forme di organizzazione, la questione kurda e l’attivismo politico come rifugiata politica.

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Peppino Impastato, mamma Felicia e le bugie di Saviano

8 maggio 2013 13 commenti

Il 9 maggio questo blog è solito ricordare due persone, una donna ed un uomo importanti e cari, nel cuore di qualunque rivoluzionario.
Il 9 maggio 1976 il corpo di Ulrike Meinhof è stato ritrovato penzoloni nella sua cella, in un suicidio simulato dal quale è nata un’inchiesta molto approfondita di cui ho pubblicato parte del materiale ( Link: 123 ).

Dal sito di Roberto Saviano “sulla tomba di Peppino Impastato”

Sempre il 9 maggio, ma del 1978, il corpo di Peppino Impastato fu ritrovato dilaniato dallo scoppio di una carica di tritolo messa sotto di lui dalla Mafia per simulare un attentato e liberarsi di un uomo che con la sua forza e la sua intelligenza minava la stabilità della mafia stessa a Cinisi, in provincia di Palermo.

La vicenda di Peppino Impastato, militante di Democrazia proletaria, è paradigmatica in proposito. Assassinato nel maggio 1978 dai sicari di Tano Badalamenti, boss ferocemente anticomunista saldamente legato al potere democristiano, la sua morte è il teatro di una messa in scena che simula il fallito attentato di un aspirante “sovversivo comunista”. Il corpo imbottito di tritolo venne lasciato sui binari della ferrovia. La sinistra ufficiale, Pci in testa, schierata con la linea della fermezza antiterrorismo si disinteressò totalmente della vicenda. L’aspirazione a farsi Stato li portava a diffidare di qualunque posizione dissidente, voce critica e indipendente. Carabinieri e magistratura, allineati agli imput che provenivano dal potere politico centrale, per anni tennero un atteggiamento connivente che accreditava la falsa pista inventata dalla mafia. Potere politico, potere giudiziario, apparati dello Stato e sistema mafioso si tenevano assieme grazie ad un delicato gioco di equilibri fondato sullo scambio reciproco. Fuori restavano, dopo il processo d’integrazione consociativa del Pci nello Stato, solo piccole minoranze sociali. La memoria di questa realtà storica è oggi indicibile per gli imprenditori morali come Saviano poiché trasmette una concezione dell’antimafia opposta all’attuale, portatrice di un messaggio di autonomia e indipendenza di pensiero, una idea di lotta contro qualunque prepotenza e ipotesi di sfruttamento dell’imprenditoria mafiosa o meno, una idea di libertà piena delle persone che non ritiene una grande soluzione emancipatrice la sostituzione del potere mafioso con una ragnatela di norme sempre più asfissianti e liberticide da parte dello Stato

Quest’anno nel ricordarlo volevo raccontarvi un fatto che in molti ormai saprete.
Ruota intorno a Peppino, anzi, intorno a quella piccola straordinaria donna che fino alla sua morte ha combattuto per la verità sull’uccisione di suo figlio, e soprattutto per mantener viva la memoria delle lotte per cui è stato ucciso:
sua madre Felicia.
Ruota intorno al personaggio Saviano (un vero e proprio “dispositivo”) che tentano di dipingerci come onniscente, e che accumula nella sua rapida e blindata carriera, molte figuracce dovute ai “copia-incolla” o alle sparate prive di fondamento.
Come questa, tratta da questo suo articolo intitolato “Felicia” (che potete leggere qui per intero) poi pubblicato nel libro “La bellezza e l’inferno” ( Mondadori 2009)

<< Inviavo a Felicia gli articoli sulla camorra che scrivevo, così, come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato. Un pomeriggio, in pieno agosto mi arrivò una telefonata: “Robberto? Sono la signora Impastato!”
A stento risposi ero imbarazzatissimo, ma lei continuò: “Non dobbiamo dirci niente, dico solo due cose una da madre ed una da donna. Quella da madre è stai attento, quella da donna è stai attento e continua.” >>

Felicia

Dichiarazione depositata agli atti del procedimento penale scaturito dalla querela di Saviano contro Paolo Persichetti, all’epoca giornalista di Liberazione e Dino Greco, direttore del quotidiano

Peccato che tutto ciò non trovi alcun riscontro:
la telefonata tra la mamma di Peppino Impastato e Roberto Saviano non è mai avvenuta e a confermarlo sono diversi dati oggettivi e testimonianze, fermo restando che basterebbe aprire un calendario.
Felicia Impastato è morta nel dicembre 2004, mentre l’uscita del libro che ha reso celebre Roberto Saviano, Gomorra, è dell’inizio del 2006 e l’episodio che ha spinto le autorità a metterlo sotto scorto è del settembre 2006.
Sarebbe surreale anche solo immaginare una telefonata fatta da una donna che per comunicare usava il telefono della nuora, verso un giovane allora sconosciuto, che non aveva nessuna ragione per “stare attento e continuare” visto che non aveva ancora scritto il suo primo libro.
Ma questo lo dicono chiaramente le parole di Felicia Vitale, moglie di Giovanni fratello di Peppino e nuora di Felicia.
Per approfondire riguardo la querelle tra il Centro Impastato e Saviano,
e la successiva denuncia penale e sconfitta di Saviano nei confronti di Paolo Persichetti all’epoca giornalista di Liberazione e Dino Greco, direttore del quotidiano, potete andare su queste pagine:

Saviano risponde sulla telefonata
– Peppino Impastato, mamma Felicia e le bugie di Saviano
L’intervista di Radio Blackout a Paolo Persichetti
La famiglia Impastato è costretta a ribadire
Anche il Centro Impastato replica

Archeologia dell’ignoranza. Se Roberto Saviano ignora Michel Foucault
Saviano débouté d’une plainte contre le quotidien Liberazione
Filippo Facci – Caso Impastato, Saviano perde la causa contro l’ex-br
Liberazione.it – Criticare Saviano è possibile
www.articolo21.org: Archiviata la querela di Roberto Saviano contro il quotidiano Liberazione
“Persichetti ha utilizzato fonti attendibili”, il gip archivia la querela di Saviano contro l’ex brigatista
Filippo Facci – Caso Impastato, Saviano perde la causa contro l’ex-br
Liberazione – Criticare Saviano è possibile
La bugia e la camorra. La madre di Peppino Impastato non parlò con Saviano
Corriere del mezzogiorno – La madre di Peppino Impastato non parlò con Saviano. Persichetti vince la causa
“Non c’è diffamazione”. Per la procura la querela di Saviano contro l’ex brigatista in semilibertà va archiviata
Saviano e il brigatista
L’amore morboso

La Questura vieta il ricordo a Giorgiana Masi per proteggere la “marcia per la vita”

8 maggio 2013 3 commenti

Proprio il 12 maggio vengono a provocare nelle nostre strade.
I peggiori, la peggior feccia che la nostra società è stata in grado di mettere al mondo, già “mettere al mondo”:
gli antiabortisti, i marciatori per la vita, quell’esercito di becchini che ama marciare sul corpo delle donne e sulle loro scelte,
in nome degli embrioni, del sange di cui son sporche le mani degli obiettori di coscienza.showimg2-1
Io non ho pietà per questa gente, non ce l’ho come donna, non ce l’ho come donna che ha abortito sia per scelta che per obbligo (come donna che ha conosciuto entrambi quei dolori e sa conviverci ogni suo istante) e come – soprattutto- madre.
Nessuna pietà come loro non l’hanno avuta per me.
Per me e per le mie sorelle, madri e figlie.
Proprio il 12 maggio poi, una data simbolica, dolorosa ed importante per questa città e soprattutto per le donne di questa città:
l’anniversario di un’enorme manifestazione per il divorzio, finita con il corpo di una ragazza a terra,
ammazzata dal piombo di una pistola di Stato: Giorgiana Masi.
Proprio il 12 maggio a loro è permesso “marciare”, mentre la questura vieta il corteo in ricordo di Giorgiana e contro questo scempio medievale che è anche solo la loro esistenza

Comunicato stampa 8/5/2013

La Questura di Roma vieta il corteo in ricordo di Giorgiana Masi e contro il femminicidio.

Foto di Valentina Perniciaro _4 novembre 2007 Manifestazione nazionale di donne per le donne_

Dopo 2 giorni di trattativa con la Questura di Roma, i gruppi e le associazioni di donne, i collettivi autorganizzati e liberi individui, promotori della giornata del 12 maggio in ricordo di Giorgiana Masi, contro il femminicidio e in contestazione alla “Marcia per la vita” convocata dall’oltranzismo cattolico, ricevono il divieto di manifestare in qualsiasi luogo adiacente al percorso della marcia. Si tratta dell’ennesima dimostrazione di come l’operato delle forze dell’ordine sia asservito ai poteri del governo cittadino e allo stato del vaticano, nascondendo una marcia tutta politica sotto le vesti di manifestazione sportiva, e adducendo motivi di ordine pubblico.

Giorgiana Masi come centinaia di persone il 12 maggio del 1977 erano in strada sfidando, anche quella volta, il divieto di manifestare. Oggi come ieri saremo nelle strade del centro di Roma, partendo da Piazza Campo de Fiori fino ad arrivare a Ponte Garibaldi.
Con o senza autorizzazioni noi costruiremo la nostra giornata.
La nostre vite sono autodeterminate e la nostra rabbia non si placa.

Giovedì 9 maggio ore 18 assemblea pubblica a piazza Sonnino

Il 12 maggio tutti e tutte in piazza!

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No all’estradizione di Seda Aktepe!

7 maggio 2013 Lascia un commento

LIBERTA’ PER SEDA!

Un po’ di aggiornamenti presi dal sito Exploit Pisa su Seda Aktepe, rifugiata turca che ha ottenuto l’asilo politico in Svizzera e che è stata arrestata il 30 aprile a Castiglioncello dalle autorità italiane, che vorrebbero estradarla, come richiesto dalla Turchia.
Qui gli aggiornamenti e i link sulle estradizioni da e per l’Italia.
LIBERTA’ PER SEDA, LIBERTA’ PER TUTTI!
NO ALLE ESTRADIZIONI.

(6 Maggio)
Stamattina c’è stata la prima udienza della corte d’appello di Firenze sul “caso Seda”; gli avvocati che abbiamo riunito hanno ufficializzato la richiesta di asilo politico in Italia, che andrebbe ad aggiungersi a quella già riconosciuta dalla Svizzera del Febbraio scorso.
Le misure cautelari saranno decise entro 5 giorni a partire da oggi; aspettiamo e speriamo che Seda possa almeno uscire dal carcere. Purtroppo nonostante il suo fidanzato sia stato ammesso in aula non gli è stato permesso di incontrarla; e dal giorno dell’arresto non gli è stata concessa una visita in carcere.

(6 Maggio)
I sindacati svizzeri, oltre ad aderire all’appello, inviano richieste per la scarcerazione immediata di Seda al Consolato e all’Ambasciata d’Italia in Svizzera. Qui potete leggere il loro comunicato.

[ricordiamoci che questo governo ha appena estradato Lander verso la Spagna]
SedasindacatoLEGGI ANCHE:
L’Italia che estrada: un appello per Seda
L’Italia degli estradati !
Francia-Germania: L’estradizione di Sonja e Christian

Conflitto, rivolta, autonomia e libertà: una quattro giorni a Roma

7 maggio 2013 Lascia un commento

4 GIORNI A SOSTEGNO DEGLI IMPUTATI E DELLE IMPUTATE PER LA RIVOLTA DEL 15 OTTOBRE 2011
Rete Evasioni e Collettivi Autorganizzati presentano:

CONFLITTO-RIVOLTA-AUTONOMIA-LIBERTA’
– Tutti i giorni al piazzale della facoltà di FISICA, Università La Sapienza –
Lunedì 20 Maggio:    ore 13.00 pranzo sociale
ore 16.00 “Decostruire il carcere” esperienze, riflessioni ed analisi su detenzione, legalità e controllo sociale
a cura del collettivo Autorganizzato di Scienze politiche

Martedì 21 Maggio:   ore 13.00 pranzo sociale
ore 16.00 “Su la testa! Pratiche e forme di conflitto nelle strade che si agitano”
presentazione dell’opuscolo “prima, dopo e durante un corteo” a cura della Rete Evasioni

Mercoledì 22 Maggio: ore 13.00 pranzo sociale
ore 16.00 “Devastazione e Saccheggio, tra controinssurrezione e stato d’eccezione”
a cura del collettivo autorganizzato di Giurisprudenza e Fucina 62

Giovedì 30 Maggio:  OUR POTENCIAL, OUR PASSIONS!
Al piazzale della Minerva dell’Università La Sapienza
– dalle 20.00 aperitivo, cena e proiezione video “Autodefensa”
dalle 22.00 concerto con : ARDECORE
ALTERNATIVE ROCK, una rilettura della musica popolare romana
SERPE IN SENO  Hardcore rap, presentazione del nuovo disco “CARNE”
A seguire dj-set/live-set:  Electro-Techno, Drum’n’bass, Break beat :
MINIMAL ROME / THC / KNS / BLACK SAM

flyer4giorniulteriori info e aggiornamento sul sito della ReteEvasioni
sul 15 ottobre un po’ di link:
Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
I “terroristi urbani”

L’Italia che estrada: un appello per Seda, rifugiata turca

5 maggio 2013 4 commenti

Seda!

Martedì 30 aprile 2013 Seda è stata arrestata in uno ostello a Castiglioncello. Le mancava un documento, che le era stato rilasciato in Svizzera in quanto rifugiata politica. Questo documento è stato presentato subito dopo. Attualmente si trova nel carcere di Pisa e non ha nessun contatto con i suoi parenti. Ha ottenuto un difensore d’ufficio e si trova in stato di isolamento.

Seda ha ottenuto l’asilo politico in Svizzera poichè in Turchia doveva fronteggiare persecuzione e reclusione detentiva in quanto oppositrice del governo. In Turchia Seda aspetta una condanna detentiva per aver preso parte ad una manifestazione e questo è il motivo per cui è stata condannata. Avrebbe fatto propaganda per una “organizzazione illegale” di sinistra. La Turchia considera illegali le organizzazioni critiche verso il governo, sebbene esse siano legali negli altri paesi.

NO ALLE ESTRADIZIONI!

La Turchia abusa dell’Interpol al fine di perseguire le persone critiche verso il governo. I mandati di cattura dell’Interpol impediscono ai rifugiati politici di muoversi liberamente, in questo modo si realizza una persecuzione ben oltre i confini turchi.
Seda ha ottenuto in Svizzera l’asilo politico. In Svizzera Seda è “legale” sotto ogni aspetto. L’Italia è tenuta a rispettare i diritti umani e assicurare la protezione dalla persecuzione politica.

La nostra richiesta è chiara: noi chiediamo che la giustizia italiana riconosca il pronunciamento della Svizzera, secondo cui Seda è dichiarata rifugiata politica. Deve essere rilasciata immediatamente e in ogni caso non deve essere lasciata in balia dello stato torturatore turco. Spetta ora alla magistratura italiana, opporsi a questa situazione ingiusta.

Questo comunicato arriva dalla Svizzera e ci racconta la storia di Seda Aktepe appena avvenuta, qui, nel nostro paese,
e ci parla di una ragazza detenuta in isolamento nel carcere di Pisa, a rischio estradizione verso la Turchia.
A pochi giorni dall’infame estradizione di Lander… rieccoci.

Qui il comunicato dei compagni pisani: link
LEGGI ANCHE:
L’Italia degli estradati !
Francia-Germania: L’estradizione di Sonja e Christian

Un comunicato da Napoli sul 1° maggio: La rabbia proletaria è più forte delle mistificazioni di questura e Cgil-Cisl-Uil

2 maggio 2013 1 commento

Si parla solo del concertone di Piazza San Giovanni e dell’ “agguato teppistico” di Napoli…
questa la nostra stampa e il giornalismo in questo paese. Nessuno si è accorto e ha fatto finta di accorgersi dell’enorme piazza di Taranto, il concerto all’ombra dell’Ilva, la fabbrica assassina.
Intanto vi giro questo comunicato, che racconta la piazza napoletana e le solite chiacchiere dei sindacati.
La rabbia proletaria è più forte delle mistificazioni di questura e Cgil-Cisl-Uil
Scriviamo queste precisazioni per rivolgerci – non solo alla stampa che ha dato voce ad una sola campana – ma anche e sopratutto a quei cittadini che erano presenti al concerto ai quali la nostra iniziativa di lotta è stata presentata dai sindacati confederali come una sorta di “agguato teppistico”.
La contestazione di oggi al “concerto della concertazione” messo in  piedi da Cgil-Cisl-Uil scesi a Bagnoli per sciacallare anche sul disastro di Città della Scienza, ha raggiunto dimensioni di partecipazione che sono andate oltre ogni nostra previsione. Evidentemente, il flop del concertone e il fatto che anche gran parte dei (pochi) presenti a Città della Scienza abbiano solidarizzato attivamente con le ragioni di chi manifestava, a Cgil-Cisl-Uil e questura gli ha dato alla testa!
Abbiamo letto su tutti i principali quotidiani online una versione del tutto mistificatoria sui fatti di questo pomeriggio, per cui ci sentiamo in dovere di precisare quanto accaduto e i motivi per cui è accaduto:
1) Il corteo di oggi pomeriggio, che la questura definisce “pacifico e senza tensioni”, è stato tale solo grazie al senso di responsabilità dei manifestanti. In più occasioni, infatti, le “forze dell’ordine” hanno provocato i manifestanti, cercando lo scontro: ciò sia all’inizio della manifestazione, quando un nutrito gruppo di agenti in assetto antisommossa è penetrato all’interno del corteo cercando di spaccarlo, sia all’altezza del mercatino rionale di Bagnoli, quando un cordone di poliziotti e di agenti della digos hanno prima costretto il corteo a fermarsi disponendosi davanti allo striscione di apertura, poi, una volta ripresa la manifestazione, un agente della digos ha manganellato a freddo un compagno che manteneva lo striscione solo perché il corteo aveva superato di pochi metri il punto in cui doveva svoltare come previsto da comunicazione.
Dunque, se la giornata è iniziata in maniera “tesa”, la responsabilità di ciò è solo delle forze dell’ordine, le quali evidentemente vedono come fumo negli occhi la nascita di percorsi di lotta unitari tra operai, studenti, precari e disoccupati, e cercano di schiacciarli sul nascere.
2) Riguardo all'”inaudita violenza” denunciata da Anna Rea della Uil a Città della Scienza: come fatto rilevare anche da qualche testata online “non allineata”, gli scontri sono stati provocati deliberatamente dei vertici dei confederali ben prima degli episodi ripresi in diretta dal TG3, ovvero quando alle 17.30 circa tre compagni del comitato cassintegrati e licenziati Fiat si sono recati in maniera pacifica sotto al palco chiedendo agli organizzatori di intervenire per far luce sulla loro drammatica condizione e sull’imminente scadenza della cassa integrazione in deroga per migliaia di lavoratori della Fiat e dell’indotto. I tre operai licenziati sono stati prima etichettati come facinorosi da chi, come i vertici confederali, non sanno neanche cosa sia il lavoro di fabbrica e la catena di montaggio, e poi sono stati inspiegabilmente consegnati alla Digos che li ha in malo modo cacciati da Città della Scienza. Solo allora – a seguito di una tale provocazione perpetrata contro degli operai nel giorno che dovrebbe dar voce proprio ai lavoratori – i partecipanti alla manifestazione autorganizzata hanno deciso di recarsi in massa a Città della Scienza per rivendicare il sacrosanto diritto di parola per chi sta pagando il costo maggiore della crisi e delle politiche di massacro sociale – rese operative con l’avallo proprio di Cgil, Cisl e Uil. Per giunta mentre molti di noi si recavano nei pressi del concerto, altri compagni sono stati preventivamente fermati e invitati ad allontanarsi da Via Coroglio…come se lì si stesse tenendo un G8 e non un concerto “in nome dei diritti del lavoro”. Questa e non altra è stata la causa scatenante la rabbia materializzatasi sotto al palco quando era già del tutto evidente la volontà di Cgil, Cisl e Uil di sottrarsi a qualsiasi forma di dialogo.
3) Dopo i primi momenti di tensione sembrava essere stato raggiunto un accordo secondo il quale un lavoratore dell’Irisbus e un licenziato Fiat avrebbero potuto brevemente prendere la parola durante il concerto e infatti due lavoratori in rappresentanza di queste vertenze insieme ad un portavoce del neonato “Comitato Bonifichiamo Bagnoli” erano stati già condotti oltre le transenne ai piedi del palco. In cambio ci è stato chiesto di arretrare di alcuni metri per facilitare un clima di distensione e come si può verificare anche da numerosi video i circa 200 manifestanti sono effettivamente arretrati creando uno spazio di alcuni metri tra essi e i cordoni delle forze dell’ordine.
Questo c’è stato chiesto e questo abbiamo fatto, contrariamente alle dichiarazioni false e mistificanti rilasciate alla stampa da Anna Rea, la quale farnetica di un inesistente e mai richiestoci accordo secondo il quale gli interventi sarebbero stati possibili solo qualora avessimo lasciato Città della Scienza. Non ci è mai stato richiesto di dialogare a differenza di quanto afferma Anna Rea: l’unico dialogo è stato quello tra i confederali e le forze dell’ordine che essi hanno aizzato contro i manifestanti.
4) Quando la situazione era del tutto normalizzata e attendevamo solo l’intervento dei lavoratori e del Comitato – così come ci era stato promesso – inspiegabilmente e senza motivo si è scatenata la violenza delle forze del disordine guidate dagli esponenti dei sindacati concertativi: Marco Cusano che era già nei pressi del palco per intervenire a nome dei casseintegrati Fiat è stato spintonato e scaraventato a terra da un agente della Digos senza alcun motivo; negli stessi istanti un media-attivista, mentre filmava gli episodi, notando che la polizia tentava di prelevare a freddo un compagno per portarlo in Questura, nel tentativo di dissuadere il fermo è stato brutalmente e ripetutamente colpito alla testa con manganellate e pugni.
5) Per più di un’ora abbiamo assistito inermi allo spettacolo indecoroso dei delegati Fiat e Irisbus che venivamo sistematicamente fatti entrare per poi riuscire dalle file del cordone di polizia senza un motivo per poi – al termine di questa sceneneggiata – apprendere che non gli sarebbe stata data la parola. Abbiamo così deciso di improvvisare un assemblea a microfono aperto con l’unico strumento che avevamo a disposizione (un megafono) ed è stato durante quei frangenti che abbiamo appreso che gran parte degli spettatori del concerto si era resa perfettamente conto delle nostre ragioni e solidarizzava apertamente con la nostra iniziativa, condannando ripetutamente la blindatura autoritaria dei sindacati confederali – Cgil, Cisl e Uil.
Abbiamo dimostrato con la lotta e la determinazione che è possibile una reale partecipazione ed un effettivo protagonismo dei lavoratori e di tutti coloro che pagano sulla propria pelle le politiche di austerity solo oltrepassando le regole della loro “democrazia”, che vorrebbe milioni di persone relegate al semplice ruolo di spettatori passivi di feste, festicciole e passerelle politico-istituzionali oppure depositatori di una qualche scheda elettorale in un urna ogni 5 anni.
La lotta paga e la dimostrazione più evidente di ciò è stato il fatto che siamo entrati in 200 a Città della Scienza e siamo usciti più che raddoppiati, mentre il “concerto della concertazione” – promosso dai sindacati che hanno affossato negli ultimi 20 anni i diritti dei proletari -quando siamo entrati era già semi – vuoto (rispetto le loro oceaniche previsioni) ed era pressocché deserto quando ce ne siamo andati.
A dispetto delle loro mistificazioni i fatti hanno la testa dura!
Ci vogliono disperati e rabbiosi, ci avranno coscienti ed organizzati!
Per tali motivi, invitiamo tutti alla conferenza stampa che si terrà Giovedi 2 Maggio alle ore 11:00 (Via Enea 19a – Bagnoli)
Laboratorio Politico Iskra
laboratoriopoliticoiskra@info.org
Facebook: Iskra Area Flegrea

Sciopero della fame nel lager di Ponte Galeria

2 maggio 2013 1 commento

I reclusi del CIE di Ponte Galeria entrano in sciopero della fame, con questo programma di richieste.
Prima di iniziare a leggere, ricordate, tenete a mente, non dimenticate MAI, che i CIE non sono diversi dai lager, dai campi di concentramento:
vengono recluse persone, uomini e donne, fino a 18 mesi, SENZA AVER COMMESSO ALCUN REATO, sottoposto anche ad un controllo chimico con farmaci.
Così, solo per il fatto di esistere, di aver mosso piede in un’Europa che deve rimanere fortezza inespugnabile,
luogo di sfruttamento a numero chiuso.

LIBERTA’ PER TUTTI E TUTTE.
CHIUDIAMO I LAGER NELLE NOSTRE CITTA’!
Ecco il comunicato dei prigionieri di Ponte Galeria, un campo di concentramento a pochi passi da Roma

Noi tutti di questo centro abbiamo deciso di dare inizio ad una protesta pacifica iniziando il rifiuto del cibo che ci viene consegnato per tutto il tempo necessario finchè non vengano esaudite le nostre richieste sotto indicate:

1. Chiediamo che le procedure siano molto più rapide

2. Che il servizio sanitario sia molto più efficiente

3. Che non venga più usata violenza, fisica o psichica, contro di noi (giorni fa è stata somministrata una puntura di psicofarmaci ad un ospite, contro la sua volontà, che ha avuto una reazione dannosa alla salute provocandogli gravi danni. Ancora oggi non può parlare e ha la faccia gonfia)

4. Che venga accolta la richiesta di chi chiede l’espatrio il prima possibile senza trattenimenti di lungo periodo

5. Che le notifiche vengano tradotte nella lingua di origine

6. Che le visite dall’esterno vengano facilitate senza tanta burocrazia

7. Che i tossicodipendenti vengano accolti in un’altra struttura adatta alle loro esigenze di recupero

8. Che chiunque abbia uno o più carichi pendenti possa presenziare al suo processo in modo che non venga condannato in contumacia

9. Per queste e molte altre motivazioni i centri come questo di Ponte Galeria schiacciano la dignità delle persone e andrebbero chiusi per sempre

Noi motiviamo il nostro sciopero della fame,
ora voi motivateci il perchè dobbiamo espiare una pena senza aver commesso un reato.

Sui tetti di Ponte Galeria

 

Heracleion: dalle acque del Mediterraneo la scoperta che asciuga un po’ di lacrime siriane

2 maggio 2013 Lascia un commento

Bronze statuette of pharaoh of the 26th dynasty, found at the temple of Amon area at Heracleion. The sovereign wears the “blue crown” (probably the crown of the accession). His dress is extremely simple and classical: the bare-chested king wears the traditional shendjyt kilt or loincloth. ©Franck Goddio/Hilti Foundation, photo: Christoph Gerigk

Ieri chiacchieravo sulla genialità di chi ha provato a costruire una lingua comune a tutti,
che era il mio sogno di bambina, da aspirante viaggiatrice nomade qual’ero.

A colossal statue of red granite (5.4 m) representing the god Hapi, which decorated the temple of Heracleion. The god of the flooding of the Nile, symbol of abundance and fertility, has never before been discovered at such a large scale, which points to his importance for the Canopic region. ©Franck Goddio/Hilti Foundation, photo: Christoph Gerigk

Una lingua comune a tutti, che ci avrebbe permesso di giocare con una contadina ucraina, così come con un bimbo malese o dell’Isola di Pasqua: poi col crescere, con gli studi, con l’amore sfiorato per la linguistica ho capito che “la lingua” era una delle poche cose in cui sentivo di far parte.
Io, lontana anni luce da identitarismi di ogni genere o da attaccamenti morbosi al “suolo natìo”, ho capito che l’unica terra che non avrei mai potuto lasciare era proprio lei, la mia lingua, i suoi accenti, la miscela di dialetti e stratificazioni di memoria collettiva.
Da vagabonda e studentessa di lingue orientali, dopo, ho compreso che forse avevo ragione: che la sola separazione presente era quella, la lingua, vera e unica terra natale che abbia mai amato e che so non potrò mai abbandonare, ovunque finirò.
Perché sono arrivata a dire questo non lo so: in realtà volevo parlare di tuttaltro ma ormai mi sono disabituata a scrivere qui, a seguire forzatamente il filo logico della comprensibilità, quindi pazienza, proseguo a ruota libera.
La poca capacità di scrivere, l’assenza di desiderio di coltivare queste pagine che per anni e anni sono state quotidianità, so da dove vengono.
Vengono da vicoli stretti e strade polverose, vengono dal basalto e dalla terra rossa,
dal dolore che avvolge ogni mio movimento da mesi che son diventati anni, due lunghi anni di ripetuti stupri e torture, di guerra porta a porta, di terre che mai torneranno a vivere come prima, con i sorrisi, la lentezza e l’umiltà di prima.
La devastazione tocca una terra che non è solo la “più cara” per me che non sono nulla,
questa devastazione tocca una terra unica al mondo, un crogiolo di popoli, lingue, religioni e millenni che altrove non ha mai avuto non solo la stessa intensità ma nemmeno la stessa secolare capacità di conservare e amare il proprio patrimonio archeologico.
La Siria è casa nostra:
è la Mesopotamia di ogni di noi, è i colonnati del nostro passato di schiavi o imperatori,
è quel fiume dalle acque calde e fertili, è giacigli romani, sotto ai nabatei, sotto ai bizantini, sotto agli omayyadi, sotto agli abbasidi, sotto ai miei amici: una stratificazione stupefacente di vita,

The stele of Heracleion (1.90m) had been ordered by Pharaoh Nectanebo I (378-362 BC) and is almost identical to the stele of Naukratis in the Egyptian Museum of Cairo. The place where it was supposed to be erected is explicitly mentioned: Thonis-Heracleion. ©Franck Goddio/Hilti Foundation, photo: Christoph Gerigk

anche di guerre, mai però capaci di devastare in questo modo la storia, i marmi, gli stucchi, i mosaici, i ciottolati.
Al contrario di ora.

E’ un lutto eterno, che capisco possiate non sentire dentro di voi, ma che attanaglia ogni respiro di chi sa di cosa stiamo parlando:
seguo costantemente la fila di cadaveri, o di stupri, o di sfollati,
e poi anche quella dei musei saccheggiati, delle tavolette cuneiformi, dei contratti d’affitto di quasi 6000 anni fa, di quelle donne dalle tante tette e dagli occhietti spalancati (5000 anni che quei seni nutrono la storia di ognuno di noi)… è un dolore senza fine,
senza numeri, senza ritorno.

Sono mesi di lacrime senza sosta e senza consolazione.
Poi stamattina apro gli occhi, e cado su questa notizia: Heracleion è tornata.
Eccola, eccola nel suo splendore, nelle sue statue, in più di 700 ancoraggi intatti, e barche, e lampade, e steli, e gioielli…
Dice Goddio, che da decenni la cercava, che ci sarà da cercare e scavare per altri 200 anni:
un regalo incredibile per chi sta perdendo brandelli di storia pezzo pezzo,
un regalo del nostro dolce mare, che ha conservato praticamente intatta, per 1200 anni una splendida città, di cui tutti noi abbiamo letto e studiato.
Heracleion per i greci, Thonis per gli egizi, sonnecchiava a meno di trenta metri di profondità, poco lontana da Alessandria, che a causa di un suolo meno argilloso è rimasta attaccata a terra, invece di sprofondare nell’abbraccio del mare nostrum.

Stamattina le lacrime davanti alla storia sono di gioia ed emozione.
Bentorata Heracleion, grazie di quest’emozione travolgente

Decine di link interessanti ma vi consiglio di andare direttamente sul sito di Goddio, ricco di foto e video stupefacenti: QUI

Bronze oil lamp (late Hellenistic period, about 2nd century BC) discovered in the temple of Amun. ©Franck Goddio/Hilti Foundation, photo: Christoph Gerigk

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