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Lettera da un comunista siriano…che mi sembra lucido!

5 giugno 2011 3 commenti

DAMASCO. Separare ciò che sta accadendo oggi in Siria dalle rivoluzioni che hanno pervaso la regione araba, in particolare dalla rivoluzione tunisina e da quella egiziana, è difficile se non impossibile. Soprattutto se abbiamo imparato le ragioni e le motivazioni che stavano dietro a quelle rivoluzioni: (repressione, assenza di libertà e corruzione.

Foto di Valentina Perniciaro _Suq damasceni

Sotto lo stato d’emergenza e la legge marziale, in cui la Siria soccombe da circa mezzo secolo, sono stati arrestati centinaia di migliaia di oppositori del regime di ogni appartenenza politica (nazionalisti, di sinistra, islamisti), alcuni dei quali trascorsero in prigione più di dieci anni senza processo. A migliaia sono stati uccisi o sono scomparsi, decine di migliaia gli esiliati dalla loro patria. Soprattutto tra la fine degli anni settanta e la fine degli anni ottanta del secolo scorso, periodo che ha visto la lotta armata tra il regime e il movimento islamista armato e che è stato sfruttato per epurare tutte le forze politiche di opposizione. La particolarità del movimento di protesta in Siria è che è un movimento di giovani nel fiore degli anni, la maggior parte appartenente alla classe media e ai gruppi emarginati dalla nascita del regime nel 1970 che precedentemente non conosceva alcuna appartenenza a movimenti politici. Non c’è quindi da meravigliarsi se la coscienza politica di questi ragazzi è limitata. Non si tratta di qualcosa di strano per coloro di questa età, poiché durante gli anni ottanta del secolo scorso in Siria sono stati distrutti tutti i movimenti politici di opposizione. Per questo la forza politica di opposizione di tutti gli schieramenti (Fratelli Musulmani compresi) è limitata nella società e di conseguenza anche la loro partecipazione all’attuale movimento che si sta alzando in Siria non può che essere limitata.

Foto di Valentina Perniciaro _Il nuovo Egitto che inizia abbracciandosi_

Lo slogan più famoso sollevato dai manifestanti durante le proteste è “Dio, Siria, Libertà, e basta” ed è un riassunto di ciò che vogliono: rifiuto di un regime a partito unico, rifiuto di continuare un presidenzialismo della repubblica in carica in eterno e allo stesso tempo si contrappone allo slogan innalzato dai sostenitori del partito Baath che dice ‘Dio, Siria, Bashar, e basta’. Manifestare all’uscita dalle moschee non sarebbe stata l’unica opzione dei manifestanti se non fosse stato reso impossibile il raduno in piazza o per strada tramite la proliferazione di servizi di sicurezza capaci di dissolvere qualsiasi protesta o manifestazione prima ancora che abbiano inizio. Così a volte ci sono dei laici o addirittura dei non musulmani che frequentano le preghiere del venerdì per poter uscire a manifestare.

Il regime tenta di chiamare il movimento di protesta con il nome di salafismo islamico e di individuare la presenza dei jihadisti armati al centro del movimento. Ma una parte considerevole della popolazione siriana non ci crede. Questo non significa che la corrente salafita islamica sia del tutto assente dal movimento di protesta ma che la sua presenza nel movimento che si sta sollevando in Siria, al pari di altre correnti politiche, sia per il momento limitato.

Non c’è dubbio che la lotta armata condotta dagli islamisti jihadisti contro il regime alla fine degli anni settanta e nei primi anni ottanta in nome di slogan confessionali e contro la miscredenza ha lasciato un’influenza negativa e un atteggiamento prudente per non poche minoranze religiose e confessionali nei confronti del movimento islamista, specialmente tra coloro che hanno vissuto quel periodo di conflitto. Il regime ha approfittato di queste preoccupazioni tra le minoranze religiose e confessionali e ha giocato con i suoi mass media utilizzando le voci di agitazione e confessionalismo provenienti dall’estero, sia siriane che arabe (come il canale televisivo Barada parlante a nome di alcuni oppositori siriani o il canale televisivo Safa finanziato da gruppi arabi del Golfo).

Foto di Valentina Perniciaro _Quando la Siria era tutta il volto di Hafez e la CocaCola cosa rara_

In breve tempo i manifestanti si sono resi conto di questo pericolo per l’unità nazionale e gli slogan che invocano l’unità nazionale si sono moltiplicati, come il grido ‘no al salafismo, no al terrorismo, noi vogliamo la libertà’. O come è avvenuto venerdì 22 aprile, Venerdì Santo, festa per le comunità cristiane. Ma la partecipazione alle proteste da parte delle minoranze religiose e confessionali è ancora limitata ed è difficile rompere prudenza e paura nelle minoranze se le persone non fanno conoscenza nelle piazze. Tutto ciò appare oggi prematuro, visto che le forze di sicurezza chiudono la bocca dei manifestanti con i proiettili.

Il movimento di protesta si caratterizza per ora dall’assenza di leadership e dall’assenza di particolarismi politici. Non tanto la mancanza di leadership a livello nazionale quanto la mancanza di una leadership unita a livello delle singole città ora come ora rende difficile il contenimento e la loro repressione, ma in futuro l’assenza di una leadership unita potrebbe costituire un punto debole.

Il regime ha cercato di contenere la prima ondata del movimento di protesta, durante il quale sono cadute sotto i proiettili delle forze di sicurezza più di cento persone, con promesse riformiste, tra tutte la revoca dello stato di emergenza in vigore da circa mezzo secolo. Ma le promesse di riforma non hanno trovato ascolto tra i manifestanti… Perché?

Il giovane presidente Bashar al-Assad salì al potere nel 2000, dopo la morte del padre, Hafez al-Assad, che per 30 anni governò la Siria con il pugno di ferro. L’eredità che apparì maggiormente fu quella di un paese divorato dalla corruzione in tutte le sue direzioni e articolazioni (tra cui corti di giustizia, apparati di sicurezza e di formazioni militari) talmente ramificata, estesa e profonda al punto da ingoiare il partito Ba’th al governo e le sue istituzioni così come aveva ingoiato lo Stato e le sue istituzioni. Dopo aver assunto le sue funzioni costituzionali il giovane presidente forse avrebbe potuto leggere ciò che fu scritto nelle note che non sfuggivano a un giovane osservatore come lui: questo regime, fondato nel 1970, ha terminato il periodo della sua autorità. Fin dall’inizio tentò di introdurre alcune riforme al regime assoluto promesse nel discorso d’insediamento quando assunse le sue funzioni costituzionali. Le forze di opposizione al regime e ampi segmenti della popolazione accolsero le promesse del presidente e scommisero su di lui.

Foto di Valentina Perniciaro _passeggiando nella Damasco sciita_

Il giovane presidente fallì nella realizzazione di qualsiasi progresso riformista durante gli undici anni del suo governo a causa della forza dispotica del potere e del patrimonio. E così oggi le promesse di riforma non trovano ascolto in ampi settori della popolazione siriana, specialmente dopo il fiume di sangue che ha macchiato l’intero paese negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza e dopo il comportamento avuto in alcune città, dalle violazioni alla perdita di dignità. Il regime sostiene che la Siria è sotto la minaccia delle potenze occidentali e di un complotto che coinvolge settori arabi in collaborazione con le potenze occidentali per punire il regime a causa delle sue posizioni nazionaliste. Non escludiamo l’esistenza di queste forze, ma per quanto riguarda il movimento dei manifestanti che cercano il cambiamento, se questo cambiamento si attuasse pacificamente e con l’accettazione del regime come avvenuto in Tunisia ed Egitto, la Siria avrebbe maggior forza per affrontare i complotti stranieri senza far entrare la Siria in una spirale violenza.
Specialmente se sappiamo che la posizione del popolo siriano, passata, presente e futura, non nasconde la sua ostilità verso la politica degli Stati Uniti e di Israele. Inoltre le voci d’opposizione che risiedono a Washington e in alcune capitali occidentali e che sono alimentate dai circoli occidentali non hanno alcuna rappresentanza sulla scena siriana. La storia nazionale siriana dimostra che il popolo siriano è il reale custode dalle deviazioni di qualsiasi regime dall’indipendenza a oggi. Questo popolo ha abbracciato la resistenza palestinese fin dal suo inizio negli anni sessanta, ha abbracciato un milione e mezzo di iracheni in fuga dall’invasione americana dell’Iraq del 2003 e ha accolto gli emigrati libanesi in fuga dall’aggressione israeliana contro il Libano del 2006.

L’impiego dei militari siriani da parte del regime nella città di Daraa per affrontare i manifestanti è stato un atto folle, così come minacciare l’uso della forza militare in altre città non promette nulla di buono e getta il paese in una spirale di violenza e caos che indebolisce la Siria di fronte alle minacce esterne e ne minaccia l’unità nazionale. Alcuni media raccontano di divisioni e insubordinazioni all’interno dell’esercito in maniera amplificata poichè per il momento si tratta solo di insubordinazioni individuali. Non è però da escludere che il fenomeno aumenti se l’esercito continuerà ad essere impiegato per questo scopo. La via d’uscita alla crisi politica che sta devastando oggi la Siria è oramai nota a tutti ed è raffigurata nel cammino delle rivoluzioni arabe, sia di quelle avvenute in Tunisia e Egitto, sia dalla strada intrapresa in Yemen. O cambiare il regime stesso (responsabilità del presidente della repubblica considerato il garante dell’integrità del paese e del popolo) o andarsene.

di Munif Malham
fonte: Nena News

PALESTINA: l’obiettivo deve essere il diritto al ritorno

1 giugno 2011 3 commenti

Nel campo profughi più grande di Betlemme, nel cuore della West Bank, ci si prepara alla commemorazione della Naksa. “Una casa a Deisha è come una tenda in Libano”, dicono i rifugiati del 1948. L’obiettivo è scuotere la leadership palestinese e riportare il diritto al ritorno al centro della lotta.

DI EMMA MANCINI, Nena News

Deisha Camp (Betlemme), 1 giugno 2011, Nena News – “Erano anni che la Nakba non veniva celebrata con un tale movimento di popolo. Il 5 giugno, anniversario dellaNaksa, faremo lo stesso”. L’annuncio di nuove marce e manifestazioni per il diritto al ritorno arriva dalle parole di Mohend, giovane del campo profughi di Deisha, a Betlemme. Nel cuore della Cisgiordania, come in Libano e Siria, i rifugiati palestinesi si preparano ad una nuova mobilitazione.

Se a Nord sono previste marce simili a quelle dello scorso 15 maggio, in West Bank pare tirare la stessa aria. La voce corre tra i 15mila profughi di Deisha, che promettono di fare la loro parte: “Sappiamo che il 5 giugno 2011 non torneremo nelle nostre case – dice Khalil, 23enne nato e cresciuto tra le strade strette di Deisha – ma è l’inizio della nostra lotta. Non libereremo la Palestina con qualche manifestazione, ma potremo ritrovare l’unità perduta. I morti alla frontiera hanno rappresentato tutto questo: la ritrovata voglia di lottare insieme, dentro e fuori la Palestina storica. Si tratta di atti puramente simbolici, ma di una forza estrema: dimostriamo al mondo che i palestinesi che lottano per la liberazione non sono solo quattro milioni e mezzo. Sono quattordici milioni”.

Foto di Valentina Perniciaro _nei dintorni del camp profughi di Dheishe_

Per  domenica si attendono marce verso i confini del 1967 ed oltre, la Linea Verde è l’obiettivo. Da Qalandiya ad Al Walaje, i comitati popolari stanno raccogliendo adesioni via web e durante incontri pubblici. In mancanza di una leadership forte, il popolo si “arrangia” e manda messaggi chiari al governo di Ramallah: il diritto al ritorno è il cuore del conflitto. “I danni peggiori alla causa palestinese sono stati inferti dalla debolezza della nostra leadership – attacca Khalil –. Troppe fazioni, troppa divisione e l’incapacità di capire i bisogni della gente. La maggiorparte dei membri dell’Autorità Palestinese hanno studiato all’estero per anni, alcuni hanno un’altra cittadinanza. Nessuno di loro è un rifugiato. Non ci rappresentano più”.
Difatti, alcune statistiche ufficiose danno al 50% la quota di palestinesi che ormai non si riconosce in alcun partito politico. “Nella Prima Intifada c’erano dei leader locali rispettati e carismatici – riprende Mohend – mentre oggi i leader della PA sono lontanissimi dai sentimenti popolari. E il problema è anche la mancanza di una strategia a lungo termine che includa il diritto al ritorno”.

Il campo profughi di Deisha

Un diritto che pare vivere della stessa speranza sia in Libano, Siria e Giordania che nei campi profughi della West Bank. Un anziano seduto fuori da una minuscola drogheria dice che una casa a Deisha è uguale ad una tenda in Libano, nessuna differenza. Quello che manca è la patria, una patria spesso sognata, immaginata, idealizzata all’estremo e concretizzata nella chiave della vecchia casa in Palestina. II sentimento è tanto forte, ci spiegano, anche perché all’estero è impossibile vivere una vita normale, integrarsi in un’altra società araba. “Qualche tempo fa sono stato in Libano – racconta Moeaed – in un campo profughi palestinese. Assomigliava moltissimo a Deisha, con le sue case ammassate e le strade strettissime. Ma le case sono di legno e alluminio e non c’è alcuna integrazione con la popolazione libanese. I palestinesi non possono sposare donne arabe, non possono uscire con la propria auto dal campo e per legge non possono svolgere 83 professioni, come l’avvocato o l’insegnante. Possono fare solo i muratori, o poco più”.

Foto di Valentina Perniciaro _gli sguardi di Dheishe_

Stesso dicasi per la Giordania: i palestinesi, oltre il 60% della popolazione, non possono servire nell’esercito né svolgere incarichi nella pubblica amministrazione. Ma le rivoluzioni del mondo arabo e l’accordo di unità nazionale tra Hamas e Fatah ha ridato qualche speranza alla gente di Deisha: “Se è caduto Mubarak, se è caduto Ben Ali, significa che c’è una possibilità anche per i rifugiati – sorride Samer –. È stato emozionante vederne qualcuno passare la frontiera con il Libano. Un’immagine che ha dato più forza di andare avanti di qualsiasi negoziato o processo di pace. Ma che razza di negoziato può essere quello tra PA e Israele? È una resa e infatti non si parla mai di rifugiati. E intanto, noi a Deisha affrontiamo quotidianamente gli stessi problemi: acqua, elettricità, mancanza di scuole, di spazio per vivere una vita normale, per parcheggiare l’auto o piantare un albero”.
Una leadership lontana anni luce dalla quotidianità della gente come spiega Naji Owdah, direttore del Phoenix Center di Deisha, centro che regala a uomini, donne e bambini del campo progetti teatrali, laboratori di pittura e musica, libri, film, workshop. “Quello che temo di più non è tanto la reazione dell’esercito israeliano – spiega Owdah – quanto il tentativo dell’Autorità Palestinese di bloccare le manifestazioni sul nascere. È successo spesso negli ultimi tempi: i militari palestinesi sono stati mandati a fermare le marce pacifiche dei giovani verso il checkpoint. Sicuramente accadrà ancora”. A guidare la mano della PA è la paura di perdere il poco consenso rimasto o il controllo di simili manifestazioni di volontà popolare. “Il nostro nemico è Israele, non la PA, non Hamas o Fatah – continua Naji – I nostri leader devono capire che il popolo non cerca il conflitto con loro, ma vuole solo sostegno alle proprie battaglie. Ma se la PA continuerà a ostacolare le nostre azioni, arriveremo davvero alla rottura”.

Sarà difficile per i rifugiati che dopo anni sono scesi di nuovo in strada accettare una nuova resa: “Come popolo non abbiamo un’agenda politica – conclude – ma una cosa è certa: la Palestina non accetterà mai la soluzione dei due Stati, perché significherebbe abbandonare la lotta per il ritorno dei rifugiati. Marceremo ancora per fare pressione sulla nostra leadership”.

Golan: terra di altoparlanti e ora di abbracci

17 Mag 2011 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro _Golan, la terra degli altoparlanti_

I melograni e i fichi più buoni che io abbia mai assaggiato venivano da quella terra.
Il Golan è un pezzetto di medioriente che racchiude in se tante tragedie e meraviglie, una terra che non può essere ospitale perché in parte porta il bollino di “no man’s and” e per l’altra grand parte vive sotto occupazione militare israeliana.
Per poter attraversare quella terra e vedere la sua quotidianità di zona fantasma del pianeta ( mi riferisco ovviamente al lato siriano ) bisogna chiedere autorizzazioni alle U.N. e fondamentalmente esser scortati quasi passo passo da quei contingenti inutili, in stallo lì da quasi 4 decenni.
Interi villaggi sono stati strappati alla Siria, intere famiglie sono separate dalle tre reti che formano quel confine illegale: lo stratagemma, il solo, per poter comunicare sono degli enormi altoparlanti, istallati nei punti più alti, da dove potersi urlare le novità, i matrimoni, le nascite, il raccolto o un funerale.
O solo la rabbia di non potersi riabbracciare.
Da quei megafoni enormi istallati su quelle torrette un po’ sbilenche escono conversazioni tra figli e vecchi genitori, tra nonni e nipoti che non si sono mai incontrati, tra sconosciuti innamorati solo per la distanza ridicola ma infinita che li divide.
Da quei megafoni passa una quantità di vita che sorprende, che scalda il cuore, che fa salire quella rabbia interiore che solo un sopruso come l’occupazione militare di una terra e l’annientamento di un popolo può far provare. Sentire le voci provenire dalla collina di fronte, filtrate dal vento che dalla Palestina arriva violentissimo e orgoglioso è stata un’emozione che mai abbandonerà il mio sangue.

Due giorni fa, 15 maggio, data della Catastrofe del popolo palestinese, quei confini hanno preso un altro colore. Per la prima volta.
Per la prima volta centinaia di persone, centinaia di profughi palestinesi vittime della Nakba e dell’eterno non-ritorno hanno trovato il coraggio di far quello che ancora non era stato mai tentato.
Scavalcare.
Tornare a casa.
Con quelle chiavi enormi che non troveranno più porta, con i colori della loro bella bandiera…e con la sola intenzione di realizzare il sogno scritto nel sangue, quello di tornare a casa, di assaggiare le arance del proprio giardino sconosciuto.
Ci sono stati dei morti: a Majed ash-Shams i cordoni israeliani hanno reagito con i loro soliti metodi, uccidendo due ragazzi.
Che almeno son morti in terra di Palestina, come dicono i loro parenti e amici.

Questo video invece lascia senza parole…
tutte quelle persone che dal confine siriano puntano le reti… i loro familiari e “compaesani” sotto occupazione israeliana che urlano prima d’emozione e poi di terrore… convinti che tra la prima e la seconda barriera il terreno fosse minato.
Si sentono solo urla di non fare altri passi, che è troppo pericoloso, ma la voglia di entrare in Palestina, di metter piede finalmente su quella terra è troppo forte e nessuno bada al pericolo di poter saltare in aria.
Nessuna mina.
Altra rete.
Sono nella Palestina Occupata, nel Golan, abbracciati alla loro gente e alla loro terra…la terra degli altoparlanti per una volta sente il calore della pelle che si tocca, delle labbra che si baciano.

Una giornata tutta nuova, una giornata indimenticabile, una giornata che vedrà crescere i suoi frutti, un nuovo fronte popolare arabo e palestinese che vuole marciare unito verso l’autodeterminazione.

Foto di Valentina Perniciaro _Le strade di Quneitra, Golan_

Pubblicato su Peacereporter

Siria: la lunga fila dei desaparecidos

10 Mag 2011 4 commenti

Uno non sa più dove partire per raccontare quel che accade nel mio pezzo di Mesopotamia, il regime si muove con passo sempre più pesante per calpestare ogni barlume di dissidenza in quelle strade. La cosa che più mette paura, più dell’assedio con i tanks di molte città, più del massiccio uso dei cecchini che aprono teste come noci di cocco, la cosa che più spaventa sono i rastrellamenti.L’altra notte un po’ tutto il paese è calato nel terrore:

Quando i fornai sceglievano Bashar come protettore dei sogni _Damasco qualche anno fa, foto di Valentina Perniciaro_

in molte, troppe città, le forze di sicurezza sono passate al kidnapping: centinaia di case rastrellate, decine d’attivisti portati via, presi dal letto, dai reparti d’ospedale, dai bar o dagli internet caffè. Si sparisce con una facilità impressionante: i numeri, sicuramente non corretti, parlano di 800 morti ma soprattutto di 10.000 persone che son semplicemente scomparse, desaparecide.
Probabilmente torturate in qualche scantinato sperduto nel deserto.

Poi c’è l’altro lato della medaglia: quello che vede una continua richiesta di intervento internazionale sul regime siriane, richiesta tritata dagli stessi attivisti, dalle stesse pagine che chiamano alle mobilitazioni continue. Intervento internazionale in Siria? E come? Con sanzioni o bombe?
Niente di peggio…spero sia solo un incubo che mai si presenterà…
Per ora l’Unione Europea è passata all’embargo di alcuni uomini di regime: oggi è partito ufficialmente il congelamento dei beni di chi è “ritenuto responsabile della repressione violenta contro la popolazione civile”. Tredici persone, tra cui spicca Maher, fratello minore del presidente, noto boia, che in questi giorni ha conquistato molti tristi primati con gli ordini che ha impartito.

Però, in piazza si muore e si scompare.
Ogni giorno di più!

Finito, per modo di dire, l’assedio di Daraa e Banias, è iniziato quello di Muaamadia, quartiere periferico di Damasco, di Homs e di alcuni villaggi dell’Hauran…

Gramsci e la “tessera della libertà”


Antonio Gramsci  I diritti del cittadino [La tessera della libertà]

La tessera per il pane non basta – sostieneil «Corrie­re della Sera» – è necessario introdurre anche la tessera della libertà. E geniale, non è vero? Tanto geniale che ci rendiamo subito solidali con la proposta, rendendola subito concreta.

Foto di Valentina Perniciaro _Genova, 20 Gennaio 2002_

La tessera potrebbe consi­stere in una legge che affermasse:

  1. Un cittadino italiano che venga arrestato, non può per più di dieci giorni essere tenuto all’oscuro sulle cause del suo arresto, ma deve entro dieci gior­ni essere condotto dinanzi al suo giudice naturale, e riottenere la sua libertà anche se provvisoria.
  2. L’arresto preventivo èmantenuto solo per gli accusati di colpe gravissime – quando gli indizi della colpevolezza siano tali da fare apparire probabilissima la condanna – e non deve mere prolungato per un termine superiore alla misura minima della condanna.
  3. Gli agenti, i giudici, i carcerieri, per colpa dei quali un cittadino viene arbitrariamente privato della libertà, sono tenuti a pagare al malcapitato una indennità in solido ciascuno di lire diecimila, da scontarsi in tanti, giorni di prigione in caso di insolvibilità, con iscrizione nella fedina penale, rimozione dall’impiego e perdita dei diritti civili per cinque anni.

La tessera importa una limitazione, ma deve anche importare una garanzia sicura e concreta del minimo di libertà accordato. La tessera non deve essere solo per i cittadini comuni, deve anche essere per i citta­dini tutori. E rigorosa, per gli uni, ma specialmente per gli altri. Non deve capitare come per lo zuc­chero.

La libertà, come il pane, deve essere garantita: la tessera della libertà, come questa da noi invocata, esiste da quasi tre secoli in Inghilterra, paese allea­to, che combatte anch’essa la guerra per la libertà e la giustizia. La introduca anche il governo italiano, e sia pure per decreto luogotenenziale. Ma l’Italia del «Corriere della Sera», che ammira l’Inghilterra per i suoi miliardi, intende tessera… italiana; per lo zuc­chero, senza zucchero; per il pane, senza pane; per la libertà, con Bava-Beccaris e con gli stati d’assedio.

10 settembre 1917

Siria: carriarmati in città

26 aprile 2011 3 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _periferie siriane_

Da ieri il confine tra Siria e Giordania è chiuso.
Una situazione un po’ surreale per la mobilità mediorientale, come giustamente raccontava ieri il corrispondente di Al-Jazeera: non c’è possibiltà di entrare in Libano se si proviene dalla Palestina.
L’unico border disponibile tra Israele e Libano è proprio il confine siro-giordano, chiuso da ieri.
La strada che da Amman porta a Damasco, strada che taglia a metà la regione dell’Hauran, oltre alla chiusura del border, ha posti di blocco militari ogni manciata di kilometri.
La popolazione siriana vive in una sorta di coprifuoco non ufficiale, mentre Daraa sta vivendo ore di guerra vera e propria.
I tanks sono dispiegati alle porte della città e pattugliano il centro della città cannoneggiando contro qualunque cosa si muove:  tagliata la corrente elettrica, le linee telefoniche e la connessione internet in tutta la zona, arrivano notizie di una “mattanza” di cisterne d’acqua, quelle posizionate sopra ogni tetto, come in tutto il medioriente.
I video che circolano in rete ci raccontano una cittadina sotto pesante attacco delle forze speciali e di quelle dell’esercito: i morti nella giornata di ieri sembrano essere 25.
La tv di stato siriana da questa mattina manda immagini dei funerali di soldati e poliziotti: il resto è carne da macello.

Sgomberi al Laurentino

19 aprile 2011 Lascia un commento

Laurentino 38, V ponte. Nella tarda mattinata di venerdì 15 Aprile carabinieri e tecnici dell’ACEA danno vita all’ennesima operazione repressiva volta a colpire una ventina di immigrati (alcuni in possesso di permesso di soggiorno e altri sprovvisti), che da tempo avevano ricavato un alloggio attraverso l’occupazione di alcuni locali abbandonati.
Una volta sgomberate le abitazioni, alcuni degli immigrati sono stati immediatamente trasferiti alla caserma dei carabinieri della Cecchignola per l’identificazione e l’avvio delle procedure previste dal caso.
Dietro questa operazione, l’ennesima che ricade sulle vite degli immigrati, c’è anche un primo avvertimento rivolto a tutti gli altri nuclei familiari occupanti del V e del VI ponte, per far capire le intenzioni del governo della città e delle imprese private come l’ACEA: l’emergenza abitativa continua ad essere un problema da affrontare esclusivamente attraverso l’intervento delle forze dell’ordine, gli immigrati sono i primi a pagarne le conseguenze, poco a poco toccherà a tutti gli altri.

Foto di Valentina Perniciaro _mani di ogni colore_

Nel pomeriggio della stessa giornata veniva inaugurato invece il Centro Polivalente Elsa Morante, un luogo che a parole dovrebbe essere destinato alla diffusione della cultura, ma che nei fatti rappresenta, anche in questo caso, una fonte di guadagno per diverse imprese, tra cui Zetema, che ne ha ricevuto la gestione direttamente dal Comune di Roma attraverso il solito sistema clientelare di amicizie e scambio di favori tra politici e imprenditori.
Un gruppo di occupanti del V e del VI ponte, cogliendo l’occasione della presenza di diversi rappresentanti istituzionali, tra cui il presidente del Municipio XII Calzetta e del sindaco Alemanno, decide di presentarsi all’inaugurazione pubblica di questa struttura, ma viene bloccata dall’abbondante presenza di polizia, carabinieri e digos, che hanno minacciato di arrestare il gruppo, composto da famiglie ed attivisti del quartiere, nel caso in cui la cerimonia fosse stata rovinata.
I fatti parlano già di per sé abbastanza chiaro: da una parte, di nascosto e lontano dai riflettori mediatici, si mostra, attraverso l’uso della forza e del ricatto, il vero volto dei poteri politici ed economici della città nei confronti delle fasce economicamente più deboli della popolazione, mentre dall’altra, con la scusa di fornire il quartiere di nuovi servizi, si consumano le più becere menzogne circa l’impegno delle istituzioni nei confronti dei quartieri di periferia come Laurentino 38.
Vergognoso, disumano ed infame è stato lo sgombero delle famiglie immigrate occupanti del V ponte, portato avanti senza tenere minimamente in considerazione le necessità di vita che queste portano, come pietosa è stata la vetrina innalzata in occasione dell’inaugurazione (militarizzata) del Centro Culturale Elsa Morante, fatta di pagliacci, banda dell’esercito e bandierine tricolori distribuite tra i (pochi) partecipanti.

Guardie, politicanti ed aguzzini vari fuori dal quartiere.

L38 Squat/Laurentinokkupato

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