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SCIOPERO GENERALE: il desiderio compulsivo di bloccare un paese!
Io sciopero.
Sciopero malgrado i Cobas non lo facciano,
sciopero malgrado vorrei arrivare alla giornata del 15 ottobre con più forza possibile e partecipazione,
sciopero malgrado ci sia un concetto di lotta di classe in questo paese che mi innervosisce, mi fa venir voglia di eremi e solitudine,
mi sconcerta.
Ieri è stata occupata la Borsa, e poi il piazzale difronte: un palco montato poco dopo, molte tende, ma una strana atmosfera che nel resto d’Europa non s’è vista: sembra che abbiamo sempre bisogno di essere eterodiretti, guidati, pompati.
Poca spontaneità, zero rabbia malgrado gli attacchi che subiamo.
Ma tant’è.
Io sciopero; sciopero perché manco più il premio di produzione ci danno ( e so’ quei 1000 euri più l’anno che contavano non poco per il mio budget familiare); sciopero perchè non potrei fare altrimenti, e vorrei solo aver conferma che quel merdoso posto di lavoro dove passo 36 ore a settimana sia fermo, vuoto, silenzioso.
Vi incollo però il comunicato dei Cobas , sull’iniziativa Cgil e sulla giornata del 15 ottobre.
LA CRISI VA PAGATA DA CHI L’HA PROVOCATA
Con le “piazze indignate” verso la manifestazione nazionale del 15 ottobre
La devastante manovra economica del governo Berlusconi-Tremonti-Napolitano è il culmine di tre anni di attacchi alle condizioni di vita e di lavoro dei salariati/e e dei settori più deboli della società. Avevamo detto: “Noi la crisi non la paghiamo” e invece sono proprio le fasce più disagiate ad pagarla mentre coloro che l’hanno provocata, i grandi gruppi finanziari e industriali, sono stati sostenuti dai principali Stati europei che per questo hanno dissanguato le casse pubbliche. Essendo l’attacco generalizzato e continentale, la risposta va sviluppata a livello europeo e in ogni paese deve coinvolgere tutti i settori popolari colpiti. In Italia la manovra é condivisa nella sostanza da governo e opposizione, Confindustria e sindacati concertativi, Napolitano e Draghi. Le polemiche riguardano i dettagli: ed è stato addirittura il PD a denunciare la “pochezza” della precedente manovra che rinviava il grosso dei tagli al 2013-4, chiedendo che essi venissero operati tutti subito. La manovra avrà tempi parlamentari rapidi ma sarà una manovra-monstre permanente, su cui rimetteranno mano ogni volta che i “mercati” vorranno altro sangue popolare.
A manovra permanente va contrapposta lotta permanente, raccordata a livello europeo e coinvolgente non solo i lavoratori/trici “stabili”, ma il vasto mondo del precariato, gli studenti, i giovani senza lavoro, il popolo che ha difeso i beni comuni trionfando ai referendum e quello della Val di Susa e gli altri che lottano contro gli scempi ambientali, e tutti i settori disagiati colpiti. L’Italia deve seguire i grandi esempi delle piazze “indignate” egiziane e tunisine, spagnole e greche, cercando un raccordo europeo di massa, di grande visibilità e impatto politico in difesa dei beni comuni, dei salari, dei servizi sociali, con un messaggio unificato, “La crisi va pagata da chi l’ha provocata”: e stavolta sul serio.
Per questo proponiamo che venga raccolta la proposta degli “indignados” spagnoli affinché il 15 ottobre scendano in piazza in tutta Europa milioni di personecon parole d’ordine comuni. E dai prossimi giorni dobbiamo organizzare in tutta Italia tante “piazze indignate” in permanenza mobilitate contro l’intera politica economica e sociale del governo, che mantengano viva la protesta al di là dei tempi parlamentari, e preparino la giornata del 15 ottobre, a partire a Roma dalle piazze della Camera (Montecitorio) e del Senato (P.Navona). Questa mobilitazione, se coinvolgerà tutta l’opposizione sociale, potrà poi costruire un maggioritario sciopero generale sociale, che non riguardi solo fasce del lavoro “stabile” e sindacalizzato.
Non va in tale direzione quello convocato per il 6 settembre dalla Cgil. Rispettiamo la scelta di chi vi parteciperà sperando come tante volte in passato in una conversione della Cgil al conflitto. Ma ricordiamo che proprio la sottoscrizione del “Patto per lo sviluppo” con la Confindustria e Cisl-Uil del 28 giugno ha dato via libera alla manovra e alla demolizione degli ultimi diritti dei salariati.
La Cgil sciopera perché quel Patto sia recepito nella manovra, cancellando l’interpretazione che il governo ne ha dato nell’art.8: e lo fa in una data e con modalità che impediscono la formazione di un vasto fronte sociale, con scuole e Università di fatto chiuse, con i lavoratori/trici appena tornati dalle ferie, senza preparazione, anche come atto di resa dei conti con le minoranze interne, con una piattaforma in linea con lo sciagurato Patto, in supplenza politica del PD, non per contrapporsi al governo ma per interloquire con esso. E non va verso la costruzione di un fronte alternativo alla manovra l’adesione affrettata allo sciopero Cgil di strutture del “sindacalismo di base” per nulla in grado di influenzare la piattaforma della giornata.
Dunque, i Cobas non parteciperanno allo sciopero Cgil e si concentreranno nelle iniziative sopra indicate, verificando anche nella giornata del 6 la possibilità di costruire “piazze indignate” o iniziative alternative in luoghi e con alleanze che lo consentano.
Confederazione COBAS
Cina: una riforma per instaurare lo Stato di Polizia
La Cina avanza a passo spedito verso il capitalismo del nuovo millennio e si conferma tra i portabandiera del massacro delle libertà individuali.

Umorismo contro il regime: Ferzat, dal letto d’ospedale, ci regala una grande pagina
Ali Ferzat, la cui storia potete leggere QUI, non si smentisce.
Il suo umorismo da vignettista e caricaturista non si ferma nemmeno quando le sue stesse mani sono spezzate dai manganelli, dai calci, dall’odio e dalla violenza di un regime che lui ha sempre contestato, e deriso.
E così, chissà quanti dolori gli può esser costato, dal letto dell’ospedale dove si trova ora,
s’è fatto un autoritratto, che ci insegna ancora una volta che spesso è proprio una risata ad avere il potere di seppellire il nemico.
Che grande uomo che sei Ali … shukran

Buon compleanno Julio Cortàzar
Hai fatto il giro del giorno in ottanta mondi.
Hai vomitato coniglietti rosa, hai dormito in una casa che veniva occupata stanza per stanza.
Hai creduto “di essere un signore che esce tutti i giorni alle nove”.
Hai spiegato a noi stolti come ricaricare un orologio e mettere il dentifricio senza trattar male il tubetto, hai insegnato alle lacrime a scendere.
Hai creato due popoli che ho amato all’istante, i cari Cronopios e i Fama.
Hai viaggiato su una nave carica di tutti noi, in un viaggio premio infinito.
Hai avuto una collerosa ragione nel buttare giù i tuoi versi affaticati, e una fantasia giullaresca nei tuoi racconti senza tempo e mete da raggiungere.
Hai creato il BLOG, con Rayuela, prima che esistessero i computer.
Per me sei stato sempre un amico, un amico con cui litigare…
uno scettico gattaro che sento di casa.
Buon compleanno, Julio Cortàzar … sarebbero 97 e sarebbe un mondo più bello.
Questa, una manciata di link di suoi scritti che potete trovare su questo blog:
L’INFINITO INIZIA
IL PIU’ BELLO DEI BACI
IL TUO NOME E’ IL SAPORE DEL MELOGRANO
ALLA NONNA
Il regime spezza le mani ai vignettisti … un macabro déjà vu
E’ (fortunatamente non dobbiamo parlare al passato) un vignettista molto famoso, un 61enne dotato di mani d’oro e intelligenza fine …
Ali Ferzat, questo il suo nome, è nato nella città di Hama in Siria (che passa alla storia per il massacro del 1982 e poi quello dei primi giorni del Ramadan di quest’anno) ed ha una lunga storia da caricaturista politico, espulso dal partito Baath qualche decennio fa. Una matita che non ha mai smesso di esser arma: il primo periodico indipendente (al-Domari) della storia della siria baathista, da lui fondato, è riuscito a sopravvivere meno di tre anni … chiuso con la forza nel 2003, sotto l’attuale presidente.
Ieri, dalla piazza della Moschea Omayyade di Damasco è stato catturato da alcuni uomini armati.
Oggi, come un Victor Jara mediorientale, è stato ritrovato: il suo corpo pestato a sangue è stato lanciato da una macchina in corsa, sull’autostrada che unisce Damasco al suo aereoporto (una trentina di km d’asfalto che tagliano l’oasi della Ghuta).
Ha il cranio fratturato e le braccia rotto: l’accanimento sulle sue mani e le sue braccia rivela senza troppi giri di parole le intenzioni dei suoi picchiatori.
Almeno è vivo … e presto le sue mani saranno di nuovo in grado di schiaffeggiare il regime.
Questa è la Siria di Bashar, quella che qualcuno crede baluardo antimperialista e antisionista…
Il suo sito continua ad essere oscurato.
_GUARDA LA VIGNETTA di Ferzat poche ore dopo il suo arrivo in ospedale_
Agosto in un paese di cadaveri ( e una poesia di Cortazar … )
Che dire, in queste giornate Polvere da Sparo è stato abbastanza assente.
Malgrado l’attenzione per quel che accade in Siria, malgrado abbia quasi sempre lavorato,
malgrado la normale routine mutata di poco malgrado la callaccia estiva,
non riesco a star dietro a queste pagine.
Sono poco comunicativa, un po’ chiusa a riccio ad osservare.
Perché poi mi guardo intorno e… bho…le prossime buste paga saranno di molto peggiori di queste che già fan fare una vita di merda,
ma tutto tace…
siamo l’unico paese dove tutto tace. Sembra quasi comico per quanto è surreale.
Siamo un paese di cadaveri precari, un paese di morti che camminano senza pensione,
un paese di zombie trentenni senza casa e la speranza di averla …
un paese che però, ad occhio e croce, ad osservarlo anche solo distrattamente, si merita tutto quel che ha.
Quindi ritorno un po’ nell’eremo, ritorno a godere la gioia infinita del mio bimbo dai boccoli arricciati sull’allegria e la meraviglia,
torno alla carta, tanta carta, tanta voglia di carta, per un po’ di giorni…
e vi lascio con le righe dolci di Cortazar che dedico al sorriso di cui ho più nostalgia,
a quella risata che non posso pensare mio figlio non potrà mai amare, al sapore delle sue orecchiette,
ad ogni sua ruga felice, ai tuoi capelli senza tempo.
Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
Nonna tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,
sola ad aprire imposte e ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni con lo strofinio appena udibile dei tuoi pasi,
entrando dalla parte del giorno a restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
Non dimentico nulla, io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti,
del tuo gusto per il lilla che ti fa come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un’altra volta il soave andare delle pantofole che ti portai dal Cile.
E sto vedendo la lunghissima treccia che tu lasci libera
quando ti alzi, come un ricordo dei tuoi anni di ragazza.
Tu non lo sai, nonna, però in te finisce il tempo, la successione dei giorni e delle s’piagge, delle aule e dei pianti, dell’amore nei suoi mille specchi, dell’uomo e del bambino che riconciliano le loro distanze nei tuoi occhi, oh paese della pace.
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io, e niente impedisce che il piccolo e l’uomo ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio. Questi capelli che tu accarezzi e che pettinasti per la prima volta, questa fronte che stai baciando e che lavasti dal sudore della nascita, queste mani che vanno per il mondo palpando i suoi bei vuoti, e che guidasti nel primo incontro con il cucchiaio e la palla,
tornano al posto del riposo, e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte, e non se ne vanno, nonna.
La nonna spunta con il giorno a visitare l’orto e le galline
spartisce l’acqua e il mais, ammira i pomodori e i loro progressi,
e gode del racemo che si inerpica, del lampadario delle prugne regine claudie,
e va per le profondità della casa distribuendo l’ordine.
A volte mi alzo, l’accompagno e, associato ai suoi riti,
do da mangiare agli uccelli e irrigo le veccie, sento il tremito dell’acqua sui rampicanti che bucano i muri e che la ricevono crepitando e si riempiono
di scintille.
Ho dieci anni, vivo insieme ai bruchi e alle anatre, sono tenero e crudele,
ammazzo e proteggo, ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna, le arrivo già all’altezza delle spalle, sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell’allegria comune dei polli nati durante la notte.
Il nostro giardino durò quanto l’infanzia. Né tu né io lo dimenticheremo,nonnina.
Non dimenticheremo il sapore delle pesche bianche,
delle barbabietole, delle zucche incendiate.
Fu il tempo del riso al latte coperto di cannella, del piacere delle pannocchie sulla tavola tesa sotto i pergolati.
Stai nella cucina in penombra, con i glicini alla porta,
e curi le cadenze delle bacinelle di gelatina,
le marmellate invernali che ordinerai nella credenza.
Io sto lì, con Giulio Verne e una botta al ginocchio,
felice, guardandoti, sicuro che niente potrà mai accadermi, che in mezzo al mare o all’assalto del polo con il capitano Hatteras, o appeso al cielo con Michel Ardan,
tu mi tieni con te, vicino al fornello da cui l’aroma
inzuccherato cresce come un soave vulcano dipinto a lapis.
Un giorno moriremo, ma prima viene il canto.
E non solo ieri, nonna. A ogni svolta stai lì, piccola
sotto l’architrave, imbacuccata nella tua vecchiezza
senza macchia, nella tua piccola salute,
e ogni volta che mi trae da porte e passi e uomini,
io so che tu stai lì. E che il tuo amore senza altra causa che se stesso
ci sostiene nella notte e ci restituisce l’alba dell’incontro,
e il tempo gira la testa e ci accetta interi,
con il bambino che piange tra le tue braccia,
con il viaggiatore che si lava della polvere nel tuo sorriso,
con la giovane nonna che corre in mezzo alla neve per rallegrare il nipote,
con questa vecchietta che sostiene sulla soglia la lampada del benvenuto.
E il primo che muoia sappia che niente muore
e che la perfezione regnò nel suo giorno.
La nonna, di Julio Cortazar
Un post rabbioso, alla terra più amata!
Non riesco a fare una vita normale con i carrarmati che cannoneggiano la terra più amata.
Non riesco, malgrado non posso evitare di provarci, a concentrarmi nè a distrarmi.
Non riesco.
Non riesco ad accettare questo silenzio: e quando parlo di silenzio, io, non parlo di Nazioni Unite, non parlo di organismi internazionali né di bombardatori per diletto e professione.
Parlo di noi, dei compagni, di quelli sangue del sangue … di quelli con cui ho sempre pensato che sarebbe stato facile condividere le gioie e le sconfitte,
condividere la rabbia e l’indignazione, condividere la conoscenza e quindi la solidarietà, l’azione collettiva, la coscienza di essere parte di un qualcosa di grande, di enorme, un qualcosa che non abbia frontiere, barriere, etnie o padroni.
E invece?
Invece io mi sento sola, da quando i carri armati del macellaio Bashar al-Assad e di quel boia di suo fratello stanno calpestando una popolazione che conosco più di tante altre, che amo più di tante altre, che rispetto nella sua complessità e che provo con molta umiltà a capire e conoscere.
E invece?
E invece son circondata dallo stesso “sangue del mio sangue” che mistifica una verità che pensavo chiara da decenni, per tutti.
C’è la continua difesa del regime; un continuo domandarsi ” ma questi chi li muove, a chi fa comodo” e bla bla bla bla.
Un po’ quello che il Partito Comunista Italiano faceva nei confronti di tutte le organizzazioni armate che si son mosse su suolo italiano.
Parlavano di Cia, di infiltrazioni, di mani lunghe e straniere che muovevano le fila del tutto.
55.000 anni di carcere alla generazione che ha vissuto gli anni ’70, eppure a sentire il PCI erano tutti infiltrati, tutti dei servizi, tutti venduti “all’ammmericani”…tanto che molti stanno ancora in galera (si sa che gli agenti CIA scontano 30, 32, 35 anni di carcere)
Qui ci sono stati decine di migliaia di arresti, non c’è famiglia siriana che non ha un caro detenuto, o ferito, o sottoterra.
Eppure noi pensiamo solo a blaterare sul “ma perché scendono in piazza? A chi fa comodo?”
Sono sconcertata.
Sconcertata da chi mi aggredisce urlandomi contro che sono una stupida imbambolata davanti a “tagliagole della fratellanza musulmana mossi dalla CIA” e come prova di questo mi parla di Hassan Nasrallah e degli Hezbollah, che l’altra settimana hanno avuto una rivolta popolare contro in un villaggio libanese perché hanno assaltato e incendiato un negozio di alcolici.
Gente che si definisce contro i preti però se parlano Hamas ed Hezbollah è oro colato, mentre migliaia di uccisi e arrestati so’ tutti “servi degli americani e del Mossad”.
Ancora?? Ma perché non apriamo un po’ gli occhi?
Smettiamola di parlare di Libia e Siria perché son due MONDI diversi, son due fronti internazionali completamenti diversi e gli interessi in gioco non si assomigliano lontanamente: smettiamola di buttare tutto in un calderone e giudicare tutte quelle persone delle stupide marionette in mano degli americani ( ma quindi, fateme capì, anche noi eravamo marionette stupide e asservite nel ’43? bha).
Smettiamola di non mettere in conto la rabbia e la frustrazione di chi vive in quel territorio, di chi c’è nato, di chi vorrebbe tutt’altro tipo di accesso alla libertà, ad ogni tipo di libertà.
meglio che non scrivo, meglio che chiudo questa pagina.
Vorrei solo sapere di avere la mia “famiglia”, la mia gente, il mio sangue, schierato A PRIORI contro i tank di un regime,
schierato a priori contro la galera, la tortura, l’assedio e i soprusi del partito Baath.
Vorrei che la si smettesse di pensare che difendere Assad vuol dire esser antimperialisti: perché è la più grande idiozia immaginabile.
Mai la Siria ha usato nemmeno un decimo della violenza di questi giorni contro Israele: è stata in grado di farlo, nella sua storia, solo contro i palestinesi in Libano e contro i siriani, a casa loro…ma a quanto pare in troppi se lo dimenticano costantemente e preferiscono credere ai sermoni di Stato, alla propaganda di un regime che sta lì da decenni, sul sangue dei palestinesi, dei comunisti, dei dissidenti…. e così via…
amo quella terra come non ho mai amato nessun luogo al mondo.
e amo il suo popolo, che tanto m’ha insegnato e che non sta smettendo di farlo
Hama: il massacro del Ramadan. 29 anni dopo, ci risamo
Torno a casa ora…
dopo giornate in cui, lontana da questo blog, non sono riuscita ad esserlo dalle vicende siriane…
Oggi abbiamo superato ogni limite, oggi il macellaio Bashar al-Assad ha sentenziato morte per centinaia di residenti di Hama, città superstite dal più grande massacro della storia contemporanea di quel meraviglioso paese.
Oggi, alla vigilia del Ramadan, i tank siriani sono passati sulla popolazione di Hama che ormai da mesi chiede un cambio di potere, uno spiraglio di libertà, un cambiamento.
Solo sangue è quel che per ora scorre per quelle strade, un sangue indecente soprattutto perché non trova la giusta solidarietà che dovrebbe.
Un sangue di cui son responsabili anche tutti coloro che sostengono il presidente siriano (anche da queste parti) perché lo vedono come un baluardo dell’antimperialismo nonché dell’antisionismo, su suolo mediorientale.
Peccato che non v’ho mai visto passeggiare per quelle strade che credete tanto rivoluzionarie e che ora che alzano la testa davanti al piombo di un regime balordo, abbandonate.
Questa è una pagina scritta da Zeinobia, amica egiziana che non s’è persa un passo della sua rivoluzione in piazza Tahrir, e che oggi ha seguito la giornata siriana.
Leggetela, guardate i video che ha postato…
Syrian Revolution : Hama Massacre 2011 edition “Extremely Graphic”.
questo guardatelo solo se avete un po’ di forza…
Il 1° agosto si occupa il Principato di Monaco: andiamo?? ;-)
OCCUPARE MONACO!
di Paolo Mossetti
Mentre il mondo s’interroga se il baldo principino che a cinquantasette anni ha finalmente impalmato finalmente la bionda natante fosse o no gay e se fossero due o tre i figli illegittimi che adesso rischiano di rovinargli il viaggio di nozze, c’è qualcun altro che ha fatto due conti: lo Stato monegasco estende la sua sovranità su due chilometri quadrati appena – praticamente lo spazio di una tavola imbandita in un matrimonio siciliano; ha 36mila abitanti – Scampia o Quarto Oggiaro li superano; ha, però, ed è questa la cosa che più ci interessa, riserve finanziarie tali da sfamare il globo per i prossimi trecento anni, se è vero che il 84% dei suoi residenti è costituito da dichiarati evasori fiscali, il cui reddito medio si aggira intorno ai 300mila euro – venti volte quello di un calabrese medio.
«I fatti parlano chiaro: i Dolce & Gabbana di questo mondo abitano in questi paradisi fiscali», si legge su Indymedia. «La maggior parte degli oligarchi al top della mappa del potere Europea, siano essi Svedesi, Italiani, ecc. mantengono una presenza a Monaco mentre alla popolazione del Vecchio Continente viene detto che non c’è possibilità di resistere contro questo fenomeno».
Ma ancora più grave, ci sembra, è la melassa gossippara che i quotidiani pseudo-progressisti come di destra continuano a somministrarci, oggi come nei patinati anni Cinquanta, nell’eterna convinzione che gli eventi regali servano ad annacquare le tensioni sociali: vedi il matrimonio del Principe William, etc.
È nato così su Facebook uno dei più originali gruppi che si siano mai visti, dal titolo Occupy Monaco, occupare monaco, tradotto in più lingue, che si pone una semplice domanda: «se c’è stato detto che in un’economia globale il capitale è mobile e non c’è niente da fare al riguardo, perché non possono esserlo anche le persone che vivono nell’UE e altrove?». Una data è stata già scelta, il primo di Agosto. E già diverse discussioni si sono tenute, tra il serio l’ironico, nelle piazze virtuali, per decidere modalità e tattica della protesta. Occupare, fisicamente e a lungo, uno spazio simbolo degli sperperi e delle iniquità dell’Occidente sviluppato ma di perdurante barbarie, ci sembra un’idea straordinariamente efficace.
Vorremmo essere al fianco di questi ragazzi – e se dal virtuale la mobilitazione diventerà reale forse molti di noi lo saroccanno davvero – consapevoli che in tempi di crisi occorrono gesti di crisi. Pensate: vi sono circa cinquecento poliziotti in Monaco – ne vediamo impegnati molti di più davanti gli stadi italiani, e non sempre hanno la meglio – mentre l’unico esercito effettivo è composto dalle cento guardie del corpo della Famiglia Reale. Non ci vogliono armate colossali a difendere i simboli di ingiustizia, se si sono convinti tutti che quei simboli sono inviolabili.
QUI IL SITO: http://occupymonaco.wordpress.com/
Oslo: il terrorismo non è più islamico. E mo come se fa?
Come la mettiamo?
Sono 10 anni che facciamo la “war on terror”, dieci anni che ci dicono che bisogna eliminare il terrorismo di matrice islamica,
che per colpa del terrorismo, di Bin Laden, dei barbudos musuRmi, dei lettori di Corano, delle donne velate, degli uomini in vestito bianco e così via, siamo costretti a vivere nel terrore.
Costretti a non sentirci sicuri a casa nostra, nei nostri paesi ordinati e puliti, magari anche un po’ ariani.
Da dieci anni ci bombardano (ma soprattutto, bombardano) ed hanno vinto su molti fronti: il livello culturale di questo occidente mortaccino e puzzolente di sfruttamento e capitalismo s’è lasciato incartare velocemente, ha creduto al volo a teorie e complotti, ad aereoplanini e scuole del terrore con bimbi scalzi e alfabeti indecifrabili: ci hanno detto che sarebbero venuti a colpirci a casa, nelle nostre metropolitane, nei cinema…che tutti noi, uno ad uno, rischiavamo la nostra vita.
Che nessuno di noi era al sicuro, che non avremmo mai saputo se lasciando il nostro bimbo all’asilo l’avremmo ritrovato o sarebbe stato rapito per essere indottrinato e poi fatto esplodere in qualche strada afgana.
C’hanno detto che dovevamo fidarci dei nostri bravi soldatini, dei nostri prodi eroi che rischiano la vita in guerra per tutelarci dai musulmani cattivi, i nostri valorosi portatori di democrazia: i tanti Parolisi che poi rientrano a casa dalle proprie mogli, dopo la missione, per accoltellarle e seviziarle a morte nei boschi d’addestramento.
Ce ne hanno dette tante in questi anni, ed io purtroppo ho anche una gran memoria.
Non dovevamo parlare di sfruttamento, di capitale, di lavoro e migrazioni: ma di pericolo di matrice islamica, di terrore, di apocalisse.
Ed ora?
Ora che abbiamo 91 morti già accertati rimasti uccisi in un duplice attentato ad Oslo, la città dei premi Nobel, la città delle aringhe, dell’ordine e dei diritti…ora che ci sono cadaveri di giovanissimi ancora caldi al suolo, ammazzati dal piombo di un biondo, nazista, fondamentalista cattolico…
ora che ci venite a raccontare?
Mandiamo qualche contingente al Vaticano? Chi bombardiamo?
L’avete visto il volto dell’attentatore…quando i servizi norvegesi si sono affannati a cercare collegamenti tra la sua vita e l’Islam hanno tentato un suicidio collettivo. Era proprio un bravo ragazzo lui, uno pure biondo, pure cattolico, pure d’estrema destra.
Ora poi, alla luce della più ridicola delle guerre di questi ultimi decenni: stiamo bombardando la Libia, partner preferito per accordi commerciali e politici fino all’altro ieri. Tribunali internazionali che s’affrettano a dichiarare Gheddafi ricercato n.1 per “crimini contro l’umanità” e nemmeno 40 giorni dopo il ministro degli esteri francese Alain Juppè ci dice che nooooooooooooooo, in realtà può anche rimanere in Libia, “a patto che si discosti nettamente dalla vita politica del paese”…
insomma, anche il gas e il petrolio libico è stato incassato, al punto che il rais può pure rimanere dov’è, se sa comportarsi.
Chi bombardiamo allora?
Chi è il prossimo?
Ora di chi dobbiamo avere “terrore”?
M’avete stufato, non mi va nemmeno di starvi dietro.
Andateveneaffanculo! (nel nuovo linguaggio è: #fanculo)
PLOGOFF: Pietre contro i fucili. UNA “GUERRA” VINTA, LA PROSSIMA SARA’ LA VAL DI SUSA!!
Questo documentario è ancora oggi attuale visto quello che sta avvenendo in Italia. Prima dell’incidente di Fukushima infatti, ogni opposizione al nucleare veniva bollata come ideologica e contro il progresso (come per il Tav del resto…) e l’epoca di Chernobyl appariva lontana e superata. Oggi è il solo opportunismo politico a spingere il governo a posticipare le tempistiche del riavvio della produzione nucleare made in Italy. Il loro obiettivo prioritario è quello di neutralizzare il referendum e impedire la creazione di reti autorganizzate che si oppongano all’installazione di centrali e determinate a lottare contro ogni provvedimeno legislativo che verrà preso in questo senso.
“Maelstrom” di Salvatore Ricciardi: un commento di Marco Clementi
Maelstrom di Salvatore Ricciardi, è un salto nella storia sociale e politica del nostro paese vista con gli occhi di chi, per un quindicennio, ha tentato di mutarne gli assetti istituzionali ed economici. Il sottotitolo è esplicativo: si tratta di «scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 1980» (DeriveApprodi, pp. 369, euro 22).
Ricciardi è stato un militante delle Brigate rosse, ma il suo non è l’ennesimo libro di ricordi sull’organizzazione armata, «versione del militante» che racconta in soggettiva il proprio cammino. L’autore prova a ricostruire, intrecciando ricerca storica e sociologica, il percorso di almeno due generazioni, trovando negli anni Sessanta i prodromi di quello che poi sarebbe accaduto nel decennio successivo, cosa fino ad ora troppo spesso evitata da quanti si sono occupati dei cosiddetti «anni di piombo».
In molte ricerche la complessità dei rapporti sociali e di classe è stata infatti sacrificata in nome di ricostruzioni che passavano da un fatto di sangue all’altro limitandosi all’analisi della spinta personale e usando una categoria, quella di violenza politica, che nulla ha di storico e poco di sociologico. Maelstrom invece corre su un doppio binario, quello dell’esperienza carceraria, che si lega al rapimento del giudice d’Urso operato dalle Br nel 1980 e alla conseguente rivolta nello «speciale» di Trani, e quello delle lotte sociali che toccarono l’Italia a partire dalla crisi del cosiddetto boom economico. Crisi alla quale la classe dirigente non seppe reagire e che innescò una serie di fenomeni inediti che mutarono il volto del paese, dal sindacalismo di base alle rivolte studentesche, fino al periodo delle stragi, segnate dal tragico dicembre 1969. Fu la perdita dell’innocenza, si chiede Ricciardi? La risposta è diretta: «nel paese e in Europa non c’era traccia d’innocenza. Dopo il massacro della guerra ci presentarono l’altra scena, quella della ricostruzione.
L’arrivismo egoistico, l’accaparramento senza timore, il profitto sui morti, la borsa nera, l’affamamento e il supersfruttamento, l’arricchimento sulla pelle altrui (…). Era questo ciò che le generazioni precedenti ci avevano lasciato in dote. Dove stava l’innocenza?». Non è l’unico caso nel quale l’autore rovescia il significato di termini entrati oggi nell’immaginario collettivo con un preciso senso. Per esempio, la «memoria» per un carcerato è qualcosa da evitare: «stop ai pensieri sul passato, e se hai una pena lunga o l’ergastolo, anche quelli sul futuro». Lo «scontro di civiltà», espressione divenuta famosa grazie al libro di Samuel Huntigton, viene visto da Ricciardi come la contrapposizione tra chi era sfruttato e chi sfruttava. Anche l’espressione «morti bianche», usata per i caduti sul lavoro, viene rovesciata. Il ricordo di un giovanissimo collega caduto da un’impalcatura, il colpo secco che gli spezza la schiena e il sangue sparso sulla terra (che una volta uscito non rientra più), danno un senso di rabbia al sentire questa locuzione: si tratta dell’ipocrisia di chi vuole addolcire l’accaduto, mentre la verità è che sono persone uccise, «assassinate». Anche il concetto degli opposti estremismi viene criticato. Altro che «rossi» e «neri»: in quegli anni, per l’autore, era in gioco la rivoluzione proletaria, abbattere il capitalismo e costruire una società diversa, senza le galere, la scuola selettiva, le morti sul lavoro, le gerarchie e le guerre. I «neri», i fascisti, entrarono in quella dinamica «con lo stesso ruolo che hanno i guardioni agli ingressi delle discoteche: aggredire chiunque non si conforma alle regole e all’ordine esistente, alle gerarchie e alla proprietà». Da Piazza Statuto ai morti di Reggio Emilia, dalla strage di piazza Fontana alla bomba alla stazione di Bologna, il libro ripercorre gli strappi che l’Italia ha patito con il distacco dello studioso, senza cercare giustificazioni per le scelte dell’autore, il suo impegno nella guerriglia, la parabola prima ascendente e poi impietosamente discendente dell’organizzazione alla quale è appartenuto.
Ricciardi non racconta però la storia delle Br, ma la inserisce all’interno di quella italiana, evitando di cadere nel tranello teso da anni ai lettori italiani dalla dietrologia, che vede in quella organizzazione armata il braccio esecutivo di un grande complotto finalizzato a fermare l’ingresso del Pci al governo. Eppure il Partito comunista italiano in quel governo c’era stato, dal 1944 al 1947; aveva contribuito a ricostruire il paese, governato importanti città e regioni, sostenuto, infine, esecutivi democristiani nella metà egli anni Settanta in cambio della presidenza di commissioni parlamentari. E non perché ci fossero le Brigate rosse ma perché, come disse in più di un’occasione Aldo Moro, dalle urne nel 1976 erano usciti due vincitori, la Dc e il Pci.
Non si trattava del compromesso storico berligueriano, visto da Ricciardi come il «punto di arrivo di una strategia elaborata dal Pci fin dal dopoguerra», ma di una visione pragmatica della realtà politica. La Dc non poteva governare da sola e solo il sostegno dei comunisti, mantenuti comunque fuori dal governo, avrebbe garantito quella stabilità necessaria a politiche di sacrifici in un paese con una inflazione a due cifre. Il brigatismo cercò di inserirsi in questa dialettica con il rapimento di Aldo Moro, ma non raggiunse lo scopo di una trattativa con i partiti della maggioranza, che si ritrovarono uniti nel rendere inoffensive le parole che il leader democristiano stava scrivendo dal cosiddetto «carcere del popolo». Fu una grande sconfitta politica per le Br e l’uccisione dell’ostaggio riuscì, forse, a dilazionarne lo sfaldamento per un paio di anni. Per Ricciardi, il 1967 è l’anno mirabilis. Perché venne ucciso il Che, perché Israele vinse la guerra dei sei giorni, perché in Grecia un manipolo di colonnelli sovvertì la democrazia, instaurando un regime terroristico, sebbene non fascista e il 2 Giugno a Berlino Ovest la polizia uccise lo studente Benno Ohnesorg durante le proteste per la visita del golpista persiano Reza Pahlavi. Il Pci non riesce a dare risposte esaustive a tutto ciò e slogan prima portati come vessilli diventano logori. 
Quando il giovane Ricciardi scoprì l’inganno del falso mito della Resistenza tradita, la sua delusione fu enorme. Lesse più volte con altri compagni che il Pci, durante la lotta di liberazione non voleva condurre a termine una rivoluzione sociale ma collaborare con le altre forze antifasciste per nascita di una nuova Italia. Era tutto vero: nessuno aveva mai avuto intenzione di trasformare quella lotta in qualcosa di diverso, di fare come Tito in Jugoslavia, e il mito nato con lo scoppio della guerra fredda era dovuto esclusivamente alla scelta di mantenere un rapporto privilegiato con l’Unione Sovietica: una bella storia da raccontare ai giovani, nulla di più. Le risposte, dunque, giunsero da fuori: in Viet-Nam gli Stati Uniti stavano incontrando una resistenza inattesa, mentre in Cina, Mao Tze Dong lanciò la rivoluzione culturale. Tutto ciò si tradusse in Italia nella ricerca dell’indipendenza dal sistema del capitale e nella lontananza proprio dalla politica del Partito comunista. Tutto si mise in movimento e nacquero, da lì a pochi anni, molte organizzazioni, alcune armate, altre no. Ricciardi annota solo che tra la crescita quasi esponenziale delle Br e la la loro repentina caduta passarono pochi anni, ma sembrano decenni. Lo Stato reagì con una legislazione speciale e, in alcuni casi circoscritti e giudicati dalla magistratura, con la tortura. Poi vennero le prime delazioni, il fenomeno del pentitismo e quello della dissociazione, una «diarrea di dissociazioni» le definisce Ricciardi. Furono le dissociazioni a dare il colpo di grazia all’organizzazione, portando via con i protagonisti anche le singole storie, che pezzo dopo pezzo hanno demolito la verità storica e la memoria di quella esperienza. Anche per dire no a tutto questo Salvatore Ricciardi ha sentito la necessità di comporre la propria biografia, ma collocandola con accuratezza dentro il risultato di una ricerca sul proprio passato e su quello del suo paese.
_Marco Clementi_
Primo assassinio in Val Susa!
Un blog che è andato in vacanza solo quattro giorni … e di tutto è successo!
Di tutto, in quei territori dove il mio corpo e la mia mente non hanno mai smesso di esserci, ogni volta che ho potuto.
La notizia letta stamattina al volo, davanti a questo mare commovente che domani saluterò è la peggiore che potessi leggere!
Una donna uccisa, calpestata da un blindato dei Carabinieri diretto a Chiomonte: un assassinio di Stato, per cui nessuno pagherà, come sempre.
Vi incollo la notizia presa dal sito NOTAV
Ieri pomeriggio 29 giugno un mezzo blindato antisommossa dei Carabinieri diretto a Chiomonte ha investito e ucciso una pensionata a Venaria. Ci sentiamo di sottolineare da queste pagine quanto accaduto. E’ un’operazione militare a tutti gli effetti per la quantità di numeri e mazzi impiegata e nelle operazioni militari si sa ci stanno anche i morti. Dalle prime notizie l’autista dichiara di essersi fermato a fare rifornimento e poi essere ripartito per fermarsi dopo decine di metri al semaforo. Solo lì dice di essersi accorto di un corpo accasciato a terra dagli specchi retrovisori. Questi mezzi corazzati usati a Chiomonte sono mezzi da guerra dati in mano a dei criminali. Come a Genova ancora una volta l’arroganza e la guerra uccidono sotto gli pneumatici dei mezzi dei carabinieri. Fino a quando ancora? Questa morte è responsabilità della lobby si tav.
Il media mainstream dirà che questa è una forzatura strumentale dei notav. Non è così! In questi giorni decine e decine di mezzi incolonnati fanno su e giù per la valle. La realizzazione dell’opera prevede centinaia di tir – oltre ai mezzi delle forze dell’ordine – che fanno su e giù per decenni… Perché i giornali non scrivono che il mezzo che ha investito l’anziana signora era diretto al cntiere della MAddalena? Quando diciamo che il Tav è un’opera dannosa, nociva,necrogena intendiamo proprio questo: un costo sociale, umano e ambientale senza misura con i presunti “vantaggi”. Alla famiglia il nostro pensiero…
DOMENICA 3 LUGLIO, ORE 9:
TUTTE E TUTTI AL CORTEO PER DIFENDERE LA VAL DI SUSA!
CHIOMONTE SARA’ LA NOSTRA SYNTAGMA, CHIOMONTE SARA’ IL VOSTRO VIETNAM!
A SARA’ DURA!!
Crimine e criminali, visto da Karl Marx
Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici.
Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare].
Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione […].
Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione?
Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza?
Il Mandeville, nella sua Fable of the Bees (1705), aveva già mostrato la produttività di tutte le possibili occupazioni ecc., e soprattutto la tendenza di tutta questa argomentazione: “Ciò che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, è il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, è la solida base, la vita e il sostegno di tutti i mestieri e di tutte le occupazioni senza eccezione […]; è in esso che dobbiamo cercare la vera origine di tutte le arti e di tutte le scienze; e […] nel momento in cui il male venisse a mancare, la società sarebbe necessariamente devastata se non interamente dissolta”. Sennonché il Mandeville era, naturalmente, infinitamente più audace e più onesto degli apologeti filistei della società borghese.
(K. Marx- Teorie del plusvalore)
Fantastiche queste righe di Marx, suggeritemi dal miglior blog in costruzione degli ultimi tempi!
😉
Tutti al cimitero degli ergastolani, per dire NO al FINE PENA MAI!
Il 26 giugno sarà la Giornata internazionale dell’ONU contro la tortura. Il 24-25-26 giugno nelle carceri italiane i detenuti daranno vita a una mobilitazione contro la tortura del carcere e nel carcere. All’esterno degli istituti di pena si mobiliteranno in vario modo associazioni, partiti, sindacati, movimenti e organizzazioni della società civile. Nel quadro di queste iniziative sollecitate dall’Associazione Liberarsi, si stanno raccogliendo le adesioni per un viaggio, proposto da Nicola Valentino verso un luogo simbolico della pena a vita.
“L’ergastolo di S. Stefano (1795- 1965) è noto per essere il primo carcere costruito dai Borboni secondo il moderno dispositivo panottico: gli ergastolani o altri reclusi che vi erano rinchiusi, vivevano costantemente sotto sguardo dei loro reclusori. Ma la vera natura dell’ergastolo la si incontra all’esterno del carcere, seguendo un viottolo che porta al cospetto di un arco. Varcata questa soglia si scorge poggiato su un blocco di pietra, un piccolo portafiori vuoto che anticipa alcune file di tombe, ricoperte ormai da erbacce, con croci in legno senza nome. In fondo al piccolo cimitero dimenticato si scorge quel che resta di una vecchia cappella. Attualmente il cimitero è in completo abbandono, diversi anni or sono se ne prese cura un agente di custodia in pensione che scelse di vivere un po’ come un eremita a custodia di quel carcere ormai in disuso e in questa veste si preoccupò di contornare le singole tombe e di mettervi delle croci di legno. Se ne prese cura perché per quegli ergastolani la sola famiglia che era loro rimasta era S. Stefano. Questo luogo narra al di là d’ogni equivoco la natura dell’ergastolo. Cancellati socialmente e civilmente al momento dell’ingresso in carcere, quegli ergastolani sono morti in solitudine e senza nome, esclusi dal consorzio umano anche dopo morti.
Il cimitero degli ergastolani di S. Stefano è importante da vedere e far vedere perché racconta in modo emblematico e crudo anche ciò che è l’ergastolo oggi, in particolare la tortura dell’ergastolo senza speranza, l’ergastolo cosiddetto ostativo, in base al quale, delle attuali 1500 persone condannate alla pena eterna oltre 1000 sono sostanzialmente escluse da quelle limitate possibilità giuridiche che permetterebbero la concessione dell’uscita dal carcere dopo 26 anni di pena scontata. Si configura in Italia, diversamente da altri Paesi dell’Unione Europea, un “fine pena mai” effettivo, che prevede oltre alla morte sociale e civile delle persone condannate, la loro effettiva morte in carcere”. Nicola Valentino
Un piccolo gruppo di persone è già pronto a partire venerdì 24 giugno ed è in cerca di altri compagni e compagne di viaggio: Giuliano Capecchi, Beppe Battaglia, Antonio Ruffo, (Associazione Liberarsi), Nicola Valentino (Sensibili alle foglie), Salvatore Verde, Dario Stefano Dell’Aquila (Associazione Antigone Napoli)….. Sono arrivate anche molte adesioni di reclusi ergastolani e non, di singole persone ed associazioni che però non possono intraprendere il viaggio.
Le persone che partecipano sono invitate a portare strumenti vari per documentare l’esperienza.
Il viaggio prevede l’arrivo a Ventotene al mattino con traghetto da Formia, il trasbordo in barca nell’isola di S. Stefano. La partenza da Ventotene nel pomeriggio.
Traghetto-andata, Formia ore 09:15 – Ventotene ore 11:15 Euro 12.30.
Aliscafo-ritorno, Ventotene, ore 16:40 – Formia,ore 17:40 Euro 17.90.
Treno andata-ritorno da Roma. Roma ore 07:39, Formia ore 08:44, Euro 14.50. Formia ,ore 18:14 – Roma. ore 19:21. Treno andata-ritorno da Napoli. Napoli, ore 07:17. Formia, ore 08:12, Euro 9.50. Formia ore 18:18. Napoli, ore 19:30
Per info: 3664937843, assliberarsi@tiscali.it
o anche questo blog, che parte, ovviamente!
Sri Lanka, crimini impuniti
Io ho impiegato più di tre ore a vedere questo video, malgrado duri cinquanta minuti.
Perché non è sopportabile. Perché troppo spesso manca il respiro e la resistenza.
E’ stato pubblicato da Peacerporter, che ringrazio infinitamente perché dona spazio ad un pezzo di mondo dilaniato che a nessuno interessa.
Perché non si può non far circolare questo documentario.
DA PEACEREPORTER
I cinquanta minuti del documentario di Channel 4 intitolato ‘Sri Lanka’s Killing Fields’, frutto di due anni di lavoro, mostrano video, foto e testimonianze inedite di combattenti e civili tamil sistematicamente giustiziati dai soldati singalesi con un colpo alla testa, molti dopo essere stati torturati e, nel caso delle donne, stuprate. Cadaveri sparsi o allineati a terra, denudati e oltraggiati dai militari, poi lanciati e accatastati sui cassoni dei camion dell’esercito, tra lo scherno e le battute a sfondo sessuale di giovani soldati trasformati in bestie.
Immagini impressionanti e disumane, la cui autenticità – come già capitato in precedenza – è stata contestata dal ministero della Difesa dello Sri Lanka, ma certificata dagli esperti del Consiglio per i diritti umani dell’Onu di Ginevra.
Dopo aver visionato il video in anteprima, il relatore speciale dell’Onu per le esecuzioni extragiudiziali, Christof Heyns, ha dichiarato che esso ”contiene le prove definitive deicrimini” commessi dal governo di Mahinda Rakapaksa.
”Sono rimasto scioccato da queste scene orribili – ha affermato il ministro degli Esteri britannico, Alistair Burt – che costituiscono una prova evidente delle violazioni dei diritti umani su cui il governo dello Sri Lanka deve indagare, se non vuole affrontare un’azione internazionale”.
Oltre alle immagini delle esecuzioni sommarie (che iniziano dal 33esimo minuto del filmato), il documentario ripercorre le ultime drammatiche settimane di guerra (gennaio-maggio 2009), durante le quali almeno 40 mila civili tamil sono stati uccisi dalle forze singalesi comandate da Mahinda Rakapaksa e da suo fratello Gotabhaya, capo della Difesa. Gordon Weiss e Benjamin Dix, responsabili della missione Onu in Sri Lanka, raccontano alle telecamere di Channel 4 la frustrazione e la rabbia che provarono quando furono costretti dal governo di Colombo a lasciare la zona di conflitto alla vigilia dell’offensiva finale, ricordando la disperazione della popolazione che li supplicava di non abbandonarli a morte certa.
Vengono poi raccontati, con immagini e testimonianze inedite, i sistematici bombardamenti dell’esercito sulle ‘No Fire Zone’ in cui il governo aveva intrappolato centinaia di migliaia di civili tamil sfollati: bombe sulle tendopoli, bombe sugli ospedali strapieni di donne, vecchi e bambini feriti, bombe sulle colonne di profughi in fuga, bombe sulle linee dirifornimento umanitarie.
Una carneficina frutto non di errori balistici, ma di criminale pianificazione. Testimoni raccontano come le coordinate degli ospedali temporanei che la Croce Rossa Internazionale forniva ai generali singalesi per evitare che li bombardassero per errore, venivano invece usate per prendere meglio la mira: 65 granate in poche settimane, quasi ogni giorno, e quasi sempre sparate a distanza di pochi minuti, così da uccidere anche i soccorritori.
‘Sri Lanka’s Killing Fields’ – che non manca di denunciare i crimini dei guerriglieri tamil, accusati di aver usato i profughi civili come ‘scudi umani’ sparando contro chi cercava di fuggire – racconta infine il destino dei civili tamil superstiti, internati in campi militari senza cibo e cure mediche e sottoposti a torture e stupri, e l’occupazione militare cui ancora oggi sono sottoposte le regioni del nord, con notizie di abusi e soprusi di ogni genere.
”Due anni fa – è la conclusione del documentario – la popolazione civile tamil implorava la comunità internazionale di non abbandonarla ed è stata tradita. Oggi i sopravvissuti chiedono alla comunità internazionale di avere giustizia: saranno ancora abbandonati?”.
La risposta sembra contenuta nelle parole di Steve Crawshaw, dirigente di Amnesty International, anch’egli intervistato nel filmato: ”Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha votato all’unanimità per deferire alla corte internazionale dell’Aja il regime libico: il contrasto tra questo e l’assoluto silenzio e la totale inazione di fronte a decine di migliaia di morti in Sri Lanka è impressionante, inspiegabile e moralmente indifendibile”.
Enrico Piovesana
Il “loro” amico Pluto-kun !
Troppo bella questa pagina, la rubo da Peacereporter..!
[00:00]
Buon giorno a tutti. Mi chiamo Pluto-kun. Sono Plutonio. Piacere.
Mi presento di fronte a voi perché forse voi pensate che il plutonio sia un mostro. Temo proprio che questa sia la vostra idea.
Non avete forse l’impressione che io sia una cosa enigmatica e terribile?
Ho provato un grande dispiacere quando sono stato utilizzato come strumento di guerra per la bomba atomica.
Ma da parte mia odio la guerra.
E amo molto lavorare per la pace.
[00:59]
[Utilizzo della dinamite in guerra]
Pure la dinamite, inventata da Nobel è pericolosa. Ma d’altra parte è utile e serve all’umanità, vero?
[utilizzo della dinamite per la pace]
Voglio essere così anche io e ce la farò.
Amici miei, oggi ascoltate la vera storia del plutonio.
[La storia del plutonio – Pluto-kun, amico affidabile]
Il plutonio, a differenza dell’uranio, non viene ottenuto scavando nelle miniere.
Nasce bruciando l’uranio nel reattore.
A scoprirmi per primo, nel 1940, fu il Dott. Seaborg, che divenne anche presidente della Commissione per l’Energia Atomica degli Stati Uniti.
Il nome di plutonio deriva da Plutone, il pianeta più esterno del sistema solare mentre, per inciso, l’uranio prende il nome da Urano, che sta due pianeti prima di Plutone.
[02:15]
Siccome ci conosciamo da poco, circolano voci negative su di me e le vere informazioni sono poco conosciute.
Quali sarebbero? Ve lo faccio vedere ora.
[Il primo equivoco]
Il primo equivoco consiste nella diceria secondo cui la bomba atomica sarebbe prodotta con facilità utilizzando 10 soli chili di plutonio, che quindi è considerato molto pericoloso nel caso in cui fosse sfruttato dai cattivi che desiderano fare la bomba atomica.
Chissà se è possibile farlo.
Per la bomba atomica viene usato un plutonio con il 93 per cento di purezza minima, mentre per i reattori la purezza del plutonio è appena del 70 per cento. Indubbiamente, è molto difficile farci la bomba.
Anche se si prova a fare la bomba con il plutonio meno puro, ci vuole un’altissima tecnologia e un impianto che produce su vasta scala. Inoltre il plutonio è ben protetto sia in fase di trasporto sia in quella di conservazione, quindi è assolutamente impossibile rubarlo.
Di conseguenza non è possibile fare la bomba con lo stesso plutonio utilizzato per i reattori.
04:00
[Il secondo equivoco]
Il secondo equivoco su di me è la diceria secondo cui sarei altamente tossico e causa del cancro.
A differenza del cianuro di potassio, il plutonio non è un veleno ad azione rapida.
Eppure dicono che sono nocivo. Ecco perché: il raggio α che emetto è una radiazione che può essere bloccata da un semplice foglio di carta, ma io la emetto per lungo tempo.
Il plutonio non può essere assorbito dalla cute anche con il contatto.
Anche se vi entra nello stomaco e nell’intestino, non ci rimarrà: sarà evacuato quasi tutto fuori dal corpo.
Tuttavia, se penetra nel sangue dalle ferite, non è facile espellerlo.
In tal caso, il plutonio si accumula prima nei nodi linfatici, si sposta al fegato e alle ossa e poi continua a emettere i raggi α.
Se invece lo aspirate, una parte esce con il fiato, ma in certi casi rimane dentro ai polmoni e si sposta al fegato e alle ossa, continuando a emettere i raggi α per lungo tempo.
La cosa più importante è quindi di non farlo penetrare attraverso il sangue o respirando.
06:05
Quanto agli effetti in caso di assimilazione nel corpo umano, dato che non esistono casi di cancro causato dal plutonio, si valuta in base agli esperimenti fatti sugli animali.
Da questi, emerge la possibilità che sia causa del cancro. Ma questo succede decine di anni dopo e dipende dalla quantità e dalla sua tipologia. Inoltre, potrebbe provocare il carcinoma solo che il plutonio fosse entrato nel sangue e nei polmoni.
Tuttavia, anche se si è parlato di qualche apparizione del cancro nelle persone sottoposte a radioterapia, non è mai stata confermata la comparsa di patologie tumorali a causa del plutonio.
Sul trattamento del plutonio ci sono controlli sicuri basati su regole severissime.
07:01
Perciò non credo di produrre effetti nei corpi umani.
Supponiamo che ora i cattivi mi buttino in un bacino idrico. Io non sono solubile in acqua e inoltre peso parecchio, così affondo.
E anche se mi ingoiate con l’acqua, uscirò dal corpo senza che lo stomaco e l’intestino mi assorbano.
Però ogni tanto mi sventolano come minaccia per la mia cattiva fama.
Perché mi utilizzano come minaccia?
Ebbene, generalmente per la mancanza di informazioni corrette su di me. Quindi circolano solo i preconcetti negativi sulla bomba atomica, le radiazioni, etc
08:02
Se si venisse a sapere che è tutta un’invenzione, come i fantasmi, nessuno potrebbe più utilizzarmi come strumento di minaccia.
[La produzione del plutonio]
Chissà se sono così pericoloso che nemmeno la saggezza dell’umanità riesce a controllarmi
[Il reattore autofertilizzante veloce di Monju]
Il reattore di nuovo tipo è un’ottima soluzione per l’utilizzo del plutonio.
In questo nuovo reattore si utilizza l’uranio, che è una risorsa naturale, in un modo decine di volte più efficace di prima.
Questo illuminerà il futuro dell’energia e dell’umanità, rendendola piena di speranza.
È in questo modo che io vi sarò utile.
[La sede della Donen (Power Reactor and Nuclear Fuel Development Corporation) nella regione di Tokai]
Donen vanta oltre 25 anni di storia nella ricerca e nello sviluppo del reattore autofertilizzante veloce, del termale avanzato e del combustibile di plutonio; ha realizzato un trattamento sicuro.
[La produzione del combustibile plutonio]
Amici miei, io non sono mostro, guardate bene il mio aspetto vero.
[La sonda spaziale Voyager]
Per esempio sono presente addirittura nella sonda spaziale Voyager.
Se voi mi trattate con un grande e pacifico cuore, non sarò mai terribile e neanche pericoloso.
Sono un vostro amico affidabile che d’ora in poi vi fornirà un’energia infinita.
Traduzione di Atsushi Shizumi
La carriera di un boia: SPARTACO MORTOLA
I condannati per reati politici non potranno votare per i referendum: nemmeno per i referendum, per l’acqua loro e dei loro figli. Non potranno votare perché lo Stato gli ha dato l’interdizione perpetua dai pubblici uffici: niente voto (io ne sarei orgogliosa eh!), nemmeno nelle consultazioni referendarie.
Spartaco Mortola invece ha un percorso giudiziario molto diverso.
Funzionario di Polizia, nel luglio 2001 (dieci maledetti anni fa) era dirigente Digos per le strade di Genova, dove tutti noi eravamo.
Rappresentava lo stato quel giorno, con la sua faccia da boia.
Lo rappresentava per la divisa che portava e infatti ha preso 3 anni e 8 mesi per i falsi verbali d’arresto nella scuola Diaz dove i suoi uomini hanno compiuto un massacro di rara portata; rappresentava lo stato quando ha preso 14 mesi per aver indotto a falsa testimonianza l’allora questore di Genova Francesco Colucci e rappresentava lo stato quando in primo grado e in appello veniva interdetto dai pubblici uffici per 5 anni.
Niente di tutto ciò è esecutivo: bisogna aspettare la Cassazione.
I vertici della polizia non hanno aspettato la Cassazione.
In attesa di una condanna che sicuramente andrà definitiva, il boia Spartaco Mortola ha fatto un bel salto di carriera, diventando QUESTORE.
Ma sti cazzo de indignados non se indignano?
Esistono? Perché se esistessero probabilmente Mortola non sarebbe diventato questore…e c’avrebbe ‘na paura!
giornata iniziata proprio male!
Jenin: il teatro del dopo Juliano
Il Freedom Theatre senza Juliano
29.05.2011 Francesc Cabré Sánchez
Dopo alcune settimane dall’omicidio dell’attore e attivista politico Juliano Mer-Khamis, i membri del teatro del campo profughi di Jenin sono convinti della possibilità di far sopravvivere il progetto, sul cammino tracciato da Mer-Khamis, e di accrescere l’importanza dell’arte come arma contro l’occupazione.
Sono passati quasi due mesi dal 4 aprile 2011, giorno dell’assassinio di Juliano Mer-Khamis, direttore e fondatore del Freedom Theatre. Creato nel 2006 nel cuore del campo profughi di Jenin, nel Nord della Cisgiordania, il progetto teatrale sopravvivrà alla morte di Mer-Khamis e seguirà il sentiero da lui tracciato. Così dice Eyad Hurani, un giovane di Ramallah che ha trascorso gli ultimi tre anni a Jenin, studiando teatro e trascorrendo il suo tempo con Juliano.
“Quando è morto, ho pensato che non era possibile, che era troppo presto. Ora so che il suo corpo se n’è andato, ma che le sue idee e il suo messaggio resteranno sempre dentro di me”, ha continuato Hurani, che non è tornato a Jenin da quel terribile 4 aprile. “Il campo profughi non è sicuro in questo momento. Sto diventando un attore e voglio lavorare in Palestina e nel Freedom Theatre, ma per adesso non riesco ad andare là, forse per paura”.
L’aiuto regista Adnan Naghnaghiye, che ha lavorato al Freedom Theatre per cinque anni, spalla a spalla con Mer-Khamis, ha spiegato come la scomparsa dell’amico ha colpito il teatro duramente, ma che tutti proveranno a ridargli il prestigio guadagnato negli anni. Naghnaghiye, che vive nel campo profughi, è andato avanti sottolineando che se le attività teatrali sono ferme dal 4 aprile, spera che il Freedom Theatre possa riaprire nei prossimi mesi.
L’opposizione nel campo profughi
“Nessuno può piacere a tutti. E questo è successo anche a Juliano”, ha detto Adnan spiegando l’omicidio di Mer-Khamis e l’opposizione all’interno dello stesso campo profughi al Freedom Theatre. La mamma ebrea di Juliano ha portato il cosiddetto “ vento dell’Ovest” nel teatro e il suo lavoro congiunto tra ragazzi e ragazze non era ben visto da alcuni. Il teatro è stato attaccato alcuni anni fa con delle molotov e alcuni suoi membri hanno ricevuto minacce.
“La cultura chiede tempo e penso che ci sono persone che hanno bisogno di più tempo per capire il significato e l’importanza del teatro”, ha detto ancora Hurani, ricordando che per dieci anni non c’era stato nulla di simile nel campo profughi di Jenin perché tutto era rimasto chiuso dopo che l’esercito israeliano aveva distrutto il centro, iniziato da Arna Mer, la madre di Juliano.
L’arte come arma
“Dobbiamo insistere con il nostro messaggio, non possiamo fermarci se vogliamo cambiare la mentalità della gente”, ha continuato il giovane attore. È convinto che il progetto del Freedom Theatre sia prezioso per il campo profughi perché permette ai bambini di avere “un luogo aperto, sicuro, dove possano esprimere se stessi e quello che vogliono, senza limiti. Il teatro, come forma d’arte, è un’arma potente per inviare il proprio messaggio e uno strumento fondamentale per combattere l’occupazione”. “Ci sono persone – continua Adnan – che ancora credono che la sola via per opporsi ad Israele sia la pistola”.
Eyad Hurani ha concluso spiegando come Juliano gli abbia insegnato a usare l’arte per diventare un attivista politico. “Dobbiamo prenderci il palcoscenico per spiegare e mostrare la nostra situazione. È un’incredibile mezzo di propaganda – ha detto –. L’occupazione israeliana non significa solo guerra, carri armati e prigione. È anche mentale e l’arte ci aiuta a liberare le nostre menti. Non penso che possiamo liberare la nostra patria se prima non liberiamo noi stessi”.









































































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