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Un calabrone in volo in una neuroriabilitazione
Ho scoperto che è vero quel che diceva Igor Ivanovič Sikorskij sul volo del calabrone e l’ho scoperto nei 9 mesi di ospedale pediatrico che mi si son appena conclusi alle spalle, soprattutto nella seconda metà di questi, trascorsa tutta in un reparto di neuroriabilitazione pediatrica.

Un calabrone di spalle… che è ora torni a casa…
Una palestra di vita non da poco, cruenta e dolce, capace di sventrare l’anima con le sue storie e allo stesso istante di darti una forza inaudita, in grado di spostare tutte le grandi montagne e sovrastrutture che inevitabilmente abbiamo davanti alle “menti non conformi” e quindi ai corpi.
Penso che spesso parlerò di quel luogo, forse senza nemmeno il bisogno di nominarlo: un’isola di sbarchi improvvisi, dove si arriva barcollando con il proprio fagottello in mano e si esce a schiena dritta (un sacco di cicatrici eh!), ogni tanto per mano a quei fagottelli che lì vedono loro offerta la possibilità di provarci.
L’ospedalizzazione è un carcere che ho dovuto affrontare in molte sfaccettature, da genitore, nemmeno da paziente: ha le sue gerarchie, ha la spocchia di troppi che nemmeno si fermano un secondo per darti una sola consonante valida alla comprensione della tua condizione, ha i suoi raccomandati, i suoi stronzi, le sue oasi di pace.
Ho accumulato tanto odio, ho dovuto braccare camici per aver risposte, ho dovuto correr via da altri camici per non sentir stronzate,
ma ho conosciuto le coccole e gli abbracci degli sconosciuti che ti scaldano più di quelli cari, ho incontrato persone che hanno penetrato il mio cuore con un’umanità che per me e per il mio di fagottello è stato ossigeno.
E allora questo post è solo per dire grazie.
Un grazie che se provo a dirlo scivola sulle lacrime e me lo perdo senza riuscirlo a fermare, perchè sono inevitabilmente copiose.
Ho conosciuto donne che puntano ogni loro granello di forza e impegno su piccoli impercettibili movimenti di un sol dito di una mano,
ho conosciuto donne che riempivano un intero camice azzurro con il loro amore per i nostri bambini e con una fiducia in loro che sempre spiazza noi mamme stanche
Ho incontrato donne che han creduto in ogni grammo di mio figlio,
che più di me son state in grado di notare ogni piccolo movimento, gesto, sussulto, suono,
che mi hanno insegnato a leggere nelle pieghe della pelle e delle ciglia,
che mi hanno portato per mano in un mondo che oltre al dolore mi ha fatto incontrare universi paralleli,
di una forza sovrumana.
Un grazie a chi ha accarezzato la tua pelle per mesi, a chi ti ha insegnato che puoi raggiungere i tuoi obiettivi,
che ogni tuo gesto deve averne e può farlo, un grazie a chi ha cambiato il tuo sguardo curioso in due occhi di lince attenti a tutto e veloci,
un grazie a chi ha aperto quella tua manina, con colori e giochi,
un grazie a chi mi ha insegnato, passo passo, come valorizzare ogni tuo sforzo per renderlo ogni giorno più naturale, più bello, più proiettato verso la vita.
Dalla mia burbera (è tutta ‘na finta) Paola, che ha lo sguardo di una 15enne felice ogni volta che uno dei suoi bimbi fa anche solo un quarto di quello che lei chiede,
a Roberta con cui mi perdevo a parlar di oriente; alla mia Barbara che ha insegnato a Sirio un mondo intero e che crede in lui come fosse una mamma, ormai una sorella della quale non posso fare a meno.
Mi avete fatto innamorare del vostro lavoro, mi avete fatto innamorare dei vostri sorrisi,
così presi ad insegnare ai nostri che ridere in realtà sarebbe una cosa facilissima …
“ma lui ride come un pazzo, siamo noi ad esser sceme e non accorgercene” , e me sa che c’avete ragione.
E poi grazie a Silvia, al suo cazzeggiare, al suo essere l’antiruolo che ha, al calabrone che mi ha regalato.
Secondo alcuni autorevoli testi di tecnica aeronautica, il calabrone non può volare a causa della forma e del peso del proprio corpo, in rapporto alla superficie alare. Ma il calabrone non lo sa e perciò continua a volare.
Igor Ivanovič SikorskijPillole neurologiche:
– Il monitor
– Il pianto neurologico
– La caduta degli angeli
– Gianicolo e desideri
– Verso il ritorno
– Mi insegnerai la pazienza di contare
– La mozzarella che strappò i sorrisi
Verso il ritorno …
Le dita di una sola mano;
abbiamo iniziato a scalare quelle io e Nilo, poi sarà di nuovo casa, dopo più di nove mesi.
Sarà di nuovo noi, sarà di nuovo letto, profumo di lenzuola, coccole e moka sul fuoco,
sarà doccia di casa, telefono che squilla, postino odioso, bar di vecchi bestemmiatori misogeni, sarà due figli sotto uno stesso tetto, sarà noi quattro, che non sappiamo nemmeno che cosa vuol dire.
Sarà tutto nuovo, sarà una vita nuova che mai purtroppo tornerà sui precedenti binari che non avevan mai meta,
ma sarà comunque la nostra di vita, finalmente lontana dai meandri di un ospedale, anche se non per sempre, anche se magari non per molto.
Ti porto a casa figlio mio, chicco di grano,
ti porto a casa come fosse la prima volta perché l’altra la voglio scordare (maledetti voi tutti),
ti porto tra mura che saran solo tue, che saran lontane da tutte quelle storie di dolore e resistenza che per sempre ormai vivranno con noi.
Ti porto tra colori e profumi di quel che si mette a tavola, ti porto dove c’è la musica, dove il buongiorno è un “tolassssione” squillante di tuo fratello e un’esplosione di sole che esce dal suo sguardo appena sveglio, ti porto tra la nostra gente, ti porto tra quelli che saranno i volti che piano piano diventeranno casa. Ti porto nel nostro mondo sconclusionato e sognatore, che forse una rivoluzione come la tua non l’aveva manco mai immaginata. Che pensiamo di volar alti, ma non ti pensare sa!
Una quotidianità ormai rimossa diventerà finalmente tua e nostra, di noi quattro che mai siam stati insieme.
Ti porto a casa, ti porto a casa tra pochi giorni, che iniziamo a scalare le dita di una mano sola,
ti porto a casa con il tuo autotreno di materiali, presidi, ausili, volti nuovi e tanti camici che poi saran corpi fluttuanti per casa: una nuova grande rumorosa famiglia che girerà intorno a te, per te, per costruire insieme una strada che per te sia percorribile.
Ti porto a casa e quindi nel mondo, piano piano,
un passetto di formica alla volta e sarà gioia e tanto dolore: perchè il mondo è cattivo per quelli belli e forti, quindi chissà quanto sarà cattivo per te, più silenzioso e delicato di un ciclamino sotto burrasca, per noi che scopriremo tutto dall’inizio, come non avessimo vissuto prima un sol secondo.
Speriamo di aver spalle abbastanza larghe per poter proteggere il tuo sguardo dolce e curioso… speriamo di aver la forza per comprendere questa vita dove tutti torniam neonati per ricominciare a conoscer la vita.
Ma intanto benvenuto stella mia,
benvenuto tra noi, nel tuo mondo tutto da scoprire,
tra tutti quelli che da mesi e mesi ti stanno aspettando.
A partire dalla prossima settimana proverò anche a riaprire questo blog.
Anche queste pagine saranno totalmente diverse da prima, come ogni mio respiro d’altronde, ma non posso negare che ne ho nostalgia.
Ho nostalgia delle parole, ho nostalgie delle scintille rivoltose, ho nostalgia del vento sulle montagne,
ho nostalgia di tanto…
a tra poco
La TUA libertà. A Paolo Persichetti
La prima immagine che ho di te sono le tue mani, poggiate all’incrocio delle sbarre.
Ora sei Libero.
Sei libero pensa! Proprio ora, che fra un po’ son trent’anni da quella mattina del tuo primo arresto, proprio ora che non sappiamo cosa farcene perché molto più grande è la battaglia che oscura il nostro cielo. Sei libero e non sai, né tantomeno sappiamo, cosa voglia dire, libero e nemmeno quattro passi un po’ brilli ci siamo potuti fare.
Sa un po’ di beffa, ma così è… mica siam gente che si arrende!
Più volte in questi giorni, volendo so anche il numero preciso, che mica ho smesso di contarli – ancora- i giorni,
ho pensato ai tuoi riccioli neri, che ora son quasi bianchi.
Avevi 25 anni e un casco di ricci neri quando ti son saltati addosso mentre aprivi quel cancello,
avevano 25 anni i tuoi capelli ribelli, i tuoi polsi stretti nelle manette, i tuoi occhi sempre bagnati e caldi,
aveva 25 anni il tuo corpo che io ho conosciuto molto dopo, sempre prigioniero.
Da quel momento la libertà non l’hai mai avuta anche se hai fatto di tutto per strappargliela via:
il carcere, le traduzioni, i processi, le privazioni e poi la fuga. Il tuo esilio non è mai stato ‘libertà’, malgrado tutto quel che sei riuscito a costruire.
La fuga per te è stata un gran lavorìo di mattoncini messi e ruspe che buttavano giù,
mattoni, conquiste e di nuovo galera.
E di nuovo, ancora, senza sosta , con i pochi compagni sempre stretti accanto, con i letti che -per molti anni- non facevano in tempo ad assaporare il tuo odore che già era un nuovo luogo, un nuovo anfratto, un nuovo tentativo di costruire la vita,
malgrado loro.
Mattoni, rivincite e ancora, di nuovo, manette: il rapimento, l’arrivo in Italia, il buco nero di Viterbo, la difesa solitaria da accuse nuove e ridicole.
Prima di arrivare alla tua cella di Rebibbia, dove i nostri sguardi si sono incrociati la prima volta, ce n’è voluto di tempo e dolore. E isolamento.
Ma quelli non li voglio più contare di anni,
gli anni murato al Mammagialla, intrappolato tra le grinfie di un magistrato che ti negava i permessi per i libri che scrivevi e aveva anche il coraggio di metterlo nero su bianco.. tanto non è andata meglio nemmeno dopo, con i magistrati.
Saresti potuto uscire già da un po’, ma anche la buona condotta hanno provato a negarti fino all’ultimo e solo la bravura e la testardaggine di Francesco Romeo ti ha permesso di avere la scarcerazione, appena poche settimane prima del fine pena.
Niente, mai un solo sospiro ti è stato concesso, hanno sempre provato invano a piegarti, hai sempre preferito pagarla fino all’ultimo istante piuttosto che dargliela vinta, nessuna “lettera scarlatta” per ottenere la condizionale è stata scritta da te..
La prima immagine che ho di te son le tue mani, grandissime e belle, poggiate all’incrocio delle sbarre della tua cella: poi è tutto un enorme caos di sorrisi, di stupore, di meraviglia e di lotte. Abbiamo combattuto dal primo istante per conquistare pezzi di questa libertà ed ora che è arrivata tutta intera, scritta su un foglio, timbrata e vidimata, ora non sappiamo cosa farcene. Ora abbiamo imparato insieme che c’è qualcosa di ancora più enorme della libertà, che cresce combattendo grazie all’ossigeno che la tua bocca gli ha donato, innamorata e disperata in una maledetta mattina di inizio autunno.
La tua libertà ora vola nei reparti degli ospedali pediatrici, la tua libertà ha il nome di una stella, due occhi dolcissimi e una capacità di sorprendere tutti, si poggia sulle onde della saturazione,
la tua libertà è la forza che mi hai dato quando il blackout era totale, quando la morte ci ballava intorno beffeggiandoci.
L’abbiamo vinta, abbiamo vinto anche lei insieme… e prima o poi impareremo a dirla nuovamente, lettera dopo lettera: Libertà.
“Ci sei, e ci sono” ci scrivevamo tra le sbarre. Eccoci.
Io ho vissuto con te solo gli ultimi anni di questa tua lunga vita prigioniera, ma voglio ringraziare Francesco, avvocato dalla voce sottile, dal cuore enorme e puntiglioso,
voglio ringraziare il calore di quella banda piena di anni, acciacchi, sbarre e buon vino che oltre ad averti/ci coccolato mi hanno insegnato tante di quelle cose della vita che non ho mai nemmeno iniziato a ringraziarli,
voglio ringraziare i tanti, non certo tantissimi, che abbiamo incontrato insieme in questi anni, compagni di quelli che bruciano l’aria che li circonda e il cuore di chi li ama.
E volevo ringraziare Oreste, che finalmente ha il suo Paolo in libertà,
che finalmente ti ha stretto libero in un abbraccio che ancora mi mette i brividi. Ce l’abbiamo fatta TonTon, dolce nonno dei miei cuccioli;
il tuo (tu lo chiami “il nostro”) Paolo è pronto per una bella passeggiata sotto braccio a te, a confabular tra le strade parigine.
Buona libertà a te mio grande amore, braccia calde, papà meraviglioso …
ai tuoi riccioli ribelli, quelli sì mai stati prigionieri a cui spero un giorno di poter donare il mondo intero.
qualche link sulle vicende giudiziarie di Paolo Persichetti:
– Sanzioni e sbarre, ancora…
– Una tranquilla giornata di semilibertà
– La domandina: quando il carcere ti educa a chiedere di poter chiedere
– Dovrò spiegare il carcere a mio figlio
– Il carcere e il suo pervadere i corpi
-Paolo Granzotto, il funzionario del carcere e la moralità
– Sans toi ni loi
– altro
Il suo blog: INSORGENZE
Di preti, mutande, condanne e galere mentali… ( grazie a chi ha murato un cesso al Pertini <3 )
Mi sveglio all’interno di un’ospedale da diverso tempo; mi sveglio – oltretutto – all’interno di un’ospedale cattolico, estraneo al servizio sanitario nazionale: insomma non potrebbe andar peggio, diciamocelo.
Oltretutto son 48 ore che mi scorno con una compagna di stanza che è già mamma malgrado possa esser anagraficamente mia figlia e sostiene di esser consapevole dall’età di 11 anni che avrebbe avuto un figlio malato, e sapete perché?
“Ero una gran monella, e la notte quando pregavo pensavo sempre -Gesù mi punirà per quel che combino, mi punirà con un figlio malato”.
Giuro son rimasta senza parole, ho provato una pena infinita per questa vita che ho accanto che è fatta di autopunizioni e fioretti : cresciuta in un mondo dove anche solo il compiere una marachella infantile potrebbe significare una condanna a vita come un figlio nelle condizioni del suo.
Senza possibilità di scampo, credono in un Dio che le minaccia di tortura da quando son bambine,
donne private di qualunque libertà mentale,
donne schiave della loro condizioni ed incapaci a vedere altro,
donne giovanissime adagiate su una disperazione che sentono “meritata”, mandata direttamente dal loro dio.
Mi chiedo come si possa credere ad un dio così infame, così vendicativo, così carceriere…
mi chiedo, ma è meglio che non mi chiedo, che dopo questi due giorni a parlar con lei mi son cascate le braccia a terra.
Come insegnare ad una donna che la vita potrebbe sceglierla, anche da minorenne, anche da analfabeta, anche da madre di un figlio disperato ed eternamente condannato al nulla? niente. Vi giuro, niente.
C’è chi la rivoluzione non riesce a farla non solo nelle proprie mutande, ma nemmeno nei pannolini dei propri figli.
Quindi a maggior ragione, oggi, col cuore un sacco pesante,
mi sento di dover dar voce a quest’azione simbolica ottima, che ha fatto svegliare Roma con un pezzo di verità murato sull’asfalto.
Un cesso, un cesso identico a quello dove Valentina ha abortito il suo figlio malato,
un cesso, ritratto meraviglioso e anche troppo profumato di un obiettore di coscienza.
uno qualunque, che equivale a TUTTI.
Grazie compagne!
FUORI GLI OBIETTORI DALLE MUTANDE
“Care compagne, vi chiediamo di darne diffusione.
Stamattina abbiamo cementato un “cesso” davanti l’ingresso dell’ospedale Pertini di Roma.
Con quest’azione abbiamo voluto segnalare l’attacco alla libertà di scelta delle donne da parte dei medici obiettori che lavorano nelle strutture sanitarie pubbliche.
L’ennesima violenza è stata vissuta da una ragazza costretta ad abortire in un bagno del Pertini senza alcun supporto sanitario a causa della sola presenza di medici obiettori.Se l’aborto è criminalizzato tanto da lasciare sola una donna che interrompe la gravidanza, se non si prescrive la pillola del giorno dopo, se la normalità è avere una media di 17 medici obiettori su 19, se l’intersessualità e la transizione vengono demonizzate come se fossero una malattia, è perché ci sono responsabilità individuali generate e legittimate da una volontà politica volta a sostenere la cultura cattolica più bigotta ed oppressiva.
In Italia il numero di medici obiettori raggiunge l’80%, molti dei quali praticano l’aborto privatamente mettendo la propria carriera professionale al di sopra delle singole vite.
Resistiamo contro un’aggressione pervasiva e costante: la proposta di legge Tarzia, che voleva i movimenti per la vita all’interno dei consultori, privatizzandoli e svuotandoli del loro significato; l’impossibilità di accedere alla RU486, fornendola solo con l’ospedalizzazione di 3 giorni; la costrizione nei confronti delle donne migranti senza documenti in regola a trovare metodi alternativi e a volte letali per interrompere la gravidanza; i tanti, troppi ostacoli per trovare una ricetta e poi una farmacia per comprare la pillola del giorno dopo, farmaco su cui non si può obiettare perché contraccettivo e non abortivo; l’assenza di informazioni sulla pillola dei cinque giorni dopo e la conseguente impossibilità ad usufruirne.
Rifiutiamo l’ingerenza dello Stato e della Chiesa nelle scelte che dobbiamo affrontare nel nostro quotidiano. Vogliamo scegliere se, quando e come essere madri.
E’ con un cesso che vi diciamo che fate cacare:
continuiamo a chiederci in che modo venga gestito un luogo di cura in cui avvengono episodi tanto gravi, in cui, non lo dimentichiamo, è stata permessa e causata l’uccisione di Stefano Cucchi.Vogliamo stanare ogni obiettore perchè venga rispettata la nostra libertà di scelta
Nessuna è sola se ci uniamo nella lotta,
Fuori i preti dalle mutande!
LEGGI ANCHE:
– Abortire in un cesso
– “Stupratele! Tanto poi abortiscono”
– Uno sfogo sulla RU486
– Sul cimitero dei feti
– Marcia per la vita: dovete morì tutti
Ad abortire sole, magari in un cesso, siamo state troppe: maledetti obiettori assassini
Valentina porta il mio stesso nome, gli ospedali dove abbiamo vissuto un’esperienza simile son diversi, stessa e maledetta è la città, capitale in “grande bellezza” e nel numero degli obiettori.

Foto di Lorenza Valentini…
L’aborto terapeutico sventra nel corpo e nell’anima, qualunque cosa pensate essa sia.
L’aborto terapeutico è una scelta lacerante, che apre ogni tua emozione a partire da quella placenta che già inizia a muoversi, ad avere la forma dell’amore totale; nessuno dovrebbe parlare, nessuno dovrebbe fiatare sull’aborto terapeutico, su una simile scelta che una donna, e nel migliore dei casi una coppia si trova a prendere.
L’aborto teraupetico non è una scelta “libera” come l’aborto volontario nelle 12 settimane: quando decidi di abortire un figlio a cui hanno diagnosticato una malattia non sei libera, sei un condannato a morte, sei uno zombie che cammina per ritrovarsi comunque spalle al muro davanti al grilletto.
L’unica scelta possibile è sparare e si muore tutti, inevitabilmente.
Ognuna di noi, quasi tutte noi, ha dovuto abortire nella solitudine,
in ospedali deserti, in corridoi festanti per le nuove nascite…
Io ricordo di una dottoressa che ebbe pietà di me, alle 3 di notte di una vigilia di capodanno e mi fece salire in sala parto, in quel momento tranquilla…rimanere lì alla 16esima ora di contrazioni, con un indecente pannolone e una mamma accanto che allattava per la seconda volta il suo splendido sano e solare primogenito era troppo anche per lei, che forse combatte con gli obiettori più di noi,
lavorandoci spalla a spalla.
Rimasi sola con quel corpicino perché nessuno mi si filò per un po’,
finchè il profilo di una donna di una certa età non si è avvicinato, ha capito, mi ha lavato, mi ha baciata, ha pianto con me.
Poi di nuovo il reparto, i vagiti felici, le mamme che ti chiedono in che posizione attaccarlo al seno convinte che anche tu sia lì per partorire, invece sei senza luce, al buio, scombussolata da dolori, ormoni, farmaci, morfina, obiettori che poggiano gli occhi su di te…
e passano oltre.
Uno, due… ricordo che le ore passavano e nessuno poggiava gli occhi su di me, apriva la cartella, guardava se era il caso di togliermi i tamponi e mandarmi a casa.
L’ho già raccontato su questo blog quella lunga maledetta mattinata e non mi va di rifarlo perchè la rabbia è la stessa di quel giorno.
Volevo solo chiacchierare tra donne, tra amiche, tra compagne:
BASTA! è veramente ora di farli sparire, di spazzarli via dalla sanità pubblica, di toglierceli dalle mutande, dall’utero, dalla fica.
Fuori, fuori dagli ospedali, fuori di prontosoccorso, fuori dalle ginecologie: non avete diritto di esercitare la professione di medici,
non avete diritto di decidere sulle nostre vite.
Vi auguro la solitudine, in un letto di ospedale, per ogni donna che avete insultato con il vostro sguardo,
Con il vostro rilassato “saltarla” e passare a quella dopo,
malgrado dolori, malgrado emorragie, malgrado si partorisca in un cesso aiutate solo dal proprio compagno.
Dovreste veramente pagarla cara, pagare ogni nostro goccio di sangue non medicato.
ASSASSINI, PERVERSI FOTTUTI MALEDETTI ASSASSINI
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Pillole nosocomiali : il pianto neurologico
Ho iniziato questo lungo (ancora non imparo ad eliminare la temporalità, il futuro, dai miei pensieri e vorrei provare a non riuscirci) percorso nosocomiale in un reparto di neonatologia, dove tutti i rumori erano sgradevoli e martellanti, tranne quelli dei bimbi.
Il loro pianto, anche se di 12 contemporaneamente, non è mai stato fastidioso: acuto e leggero, coccolava noi mamme sempre in piedi a girare intorno ad un’incubatrice o una culletta… 
mano a mano che sono andata avanti, di stanze e poi reparti, ho scoperto che molti di quei bimbi avrebbero perso la voce: la tracheotomia, che in troppi hanno da queste parti li rende muti anche quando non lo sono. I suoni diventano versi che all’inizio fan paura, poi tutto nel suo orrore diventa normale.
I reparti di emergenza ed accettazione invece, così come le rianimazioni pediatriche, ti fanno incontrare improvvisamente ben altre realtà;
la neonatologia diventa un ricordo lontano e quasi dolce, i bimbi lì sembravan sempre tutti sani e belli, anche se non lo erano.
Il loro esser piccoli, il loro pianto dolce e sottile, tutto rendeva comunque soffici quei reparti in cui questi nanerottoli combattono per esserci, dal primo loro istante.
Il DEA e la rianimazione pediatrica invece sono uno schiaffone in piena faccia: lì non esistono settimane gestazionali, non si pesano i grammi.
Si sta tutti insieme, dai 4 giorni di vita ai 18 anni: tutti insieme nella stessa stanza, ad accalcare dolore e sguardi tra famiglie.
Lì si incontra altro dolore, altra ansia: quel quadrato mai potrò toglierlo un secondo da davanti ai miei occhi, mai un solo degli sguardi conosciuti lì dentro potrà entrare in una zona d’ombra della mia memoria.
Al Dea (dipartimento di emergenza ed accettazione) ho scoperto il “pianto neurologico”.
Un corpo nudo e torto di una bimba che sembrava esser stata alta e snella, il cui corpo per una meningite maledetta aveva perso la forma che noi riteniamo normale: il pianto di Manuela non lo dimenticherò mai. Un lamento che lei non conosce e probabilmente non sente, una nenia continua e lacerante che entrava negli occhi della madre per provare a trasformarsi in un vero pianto. Un pianto apparso all’improvviso, insieme a tanto altro, in una vita che era normale fino a poco prima.
Il pianto neurologico non assomiglia per niente al pianto, nè a quello lamentoso, nè a quello disperato: ha un qualcosa di innaturale, sembra avere una provenienza lontana e oscura, ha le sembianze di qualcosa che entra nelle teste per portarne via ogni momento qualcosa.
Da poche ore lo sto riscoprendo,
il nuovo cucciolo nella nostra stanza sono ore che non trova tregua, il ritmo è sempre lo stesso, come ormai il movimento della sua mamma per cercare di calmarlo, chissà da quanto, chissà per quanto…
( tutti i nomi che compariranno nelle mie “pillole nosocomiali” sono inventati)
Pillole nosocomiali: il monitor
Un po’ di pillole di Bambin Gesù non riescono a non uscire…
quindi piano piano proverò a raccontarvi quel mondo, i suoi rumori, le sue allucinazioni, i dialoghi assurdi, gli incontri straordinari e non…
Tre linee se tutto va bene,
se sei fuori da una rianimazione le linee spesso son solo tre: frequenza cardiaca, saturazione, frequenza respiratoria.
Poi in basso ogni tot compaiono tre numeri in rosso, divisi da slash e parentesi: la pressione arteriosa
e ancora sotto, verdina, la temperatura corporea esterna ( se sei in rianimazione anche interna).Verde, azzurro, giallino: le linee corrono costanti, ognuna con la sua curva:
tum tum tum tum, la frequenza cardiaca incanta come un tamburo, ritmico o meno che sia.
Ho conosciuto cuoricini molto metallari, con quel battito che correva che sembrava esplodere da un momento all’altro, e poi eccolo che la linea si allunga un po’ e cambia la melodia che senti ormai nella tua testa,
la musica diventa lenta, la curva cambia le sue pause, poi riprende.
Poi ecco le ondine della saturazione, quella sì che mette in ansia, quella sì che per settimane e settimane ti fa sussultare…
ondine che devono susseguirsi tutte uguale, altrimenti ecco che se il 100 inizia a calare, il colore della pelle muta all’istante, le mucose si scuriscono, i muscoli iniziano a contrarsi… è tutto questione di pochi secondi, e in genere tutto si riprende…
La frequenza respiratoria è quasi rilassante rispetto alle altre; ognuno ha la sua curva, i neonatini la fanno a punta, poi piano piano la respirazione si assesta e quelle punte diventano rettangoli, lenti rettangoli che riempiono la riga, uno dietro l’altro…I monitor diventano così amici che alla fine li hai talmente dentro di te che non senti nemmeno il bisogno di averli accanto,
i monitor per noi genitori diventano superflui perchè ogni loro variazione già la vediamo, secondi e secondi prima, in ogni movimento imprecettibile dei nostri figli. Quasi ci si gioca a chi arriva prima a pizzicar la bradicardia del momento…
I monitor ora iniziano a perder peso nella nostra quotidianità, sono amici notturni, che hanno smesso di trapanarci le orecchie.Siamo stati in stanze da 12 cullette, dove spesso tutto suonava contemporaneamente…prima allarme giallino, lento e martellante…
se non si accorre subito anche la frequenza ritmica del monitor si affanna, il frastuono cresce, la luce diventa sempre più rossa e l’aria immediatamente si blocca, insieme al tempo.Sono il peggior nemico, sono un grande amico, ci son luoghi al mondo in cui anche quei monotoni schermi diventano grandi compagni,
che poi sei felice di lasciare a chi, sfortunato, rimane in prima linea nella guerra contro la morte.
E nel nostro cuore
Prospero Gallinari, un anno fa
Prospero ci ha lasciati il 14 gennaio dello scorso anno,

Foto di Valentina Perniciaro : i funerali di Prospero Gallinari, Coviolo 2013
si è accasciato poco dopo esser uscito di casa e se ne è andato, quel rivoluzionario di altri tempi, di altri luoghi, di storie di cui la memoria collettiva sembra scordarsi, se non quando qualche deriva dietrologica o giustizialista li trascina fuori.
Non ci si ricorda della “brigata ospedaliera” che di lui si prese cura, non ci si ricorda di tante cose…
Prospero Gallinari, rivoluzionario, uomo del 900, contadino, uomo più unico che raro,
che come ultimo regalo ci ha donato i suoi funerali, che per ognuno di noi sono stati una grande emozione.
Chiunque ha calpestato quella neve, in quella fredda giornata di un gennaio emiliano, porta dentro di sè un calore raro,
il calore della “generazione più felice e più cara“, che noi abbiamo avuto solo modo di sfiorare,
di aspettar fuori dalle galere, di osservare invecchiare ed ora lentamente morire.
In un oblio che fa tanta rabbia.
Prospero ci ha fatti stare tutti insieme quel giorno, ha permesso un funerale non solo suo, ma anche di tutti gli altri, di tutti quelli che non hanno potuto ricevere lo stesso saluto, di quelli caduti sull’asfalto o lasciatisi morire penzoloni in una cella.
Quel giorno, tra i nostri canti stonati, li abbiamo urlati tutti i nomi di quelli che non avevamo mai potuto seppellire così, tutti insieme, cantando piangendo e ridendo: quel giorno abbiamo seppellito Mara e Walter, quel giorno Annamaria, come Riccardo o Ennio, come tanti e tanti altri sono stati seppelliti nel calore dei loro compagni, della loro storia.
Altri nomi sono stati urlati poi… i nomi degli assenti;
di tutti coloro che ancora scontano quegli anni sulla propria pelle e non possono spostarsi.
I detenuti come gli esuli, quel giorno eravamo tutti insieme.
Chi si è fatto fino all’ultimo giorno di carcere, chi ha rosicchiato libertà usufruendo della clemenza di Stato: quel giorno per un po’ si è stati tutti insieme, e la neve s’è sciolta d’emozione.
E allora grazie, che mi hai regalato un pezzettino di voi, anche a me, che vengo da un mondo altro.
Che fa pure un po’ schifo.
Un funerale che ha dato fastidio, almeno alla Procura di Bologna, forse a corto di lavoro interessante: ben 4 son le persone indagate per “istigazione a delinquere in concorso” per aver partecipato al funerale.
Un funerale, scambiato per terrorismo … pensa che risata ti sarai fatto.
CIAO GALLO!
Voglio lasciarvi con una carrellata di link, con i racconti di quei giorni, con del materiale su Prospero Gallinari…
tutte cose che ogni tanto fa bene rileggere…
Link
– A Prospero Gallinari volato via troppo presto
– Ciao Prospero
– Fine di UNA storia, LA storia continua
– Chi era Prospero Gallinari
– Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero
– In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
– Su Prospero Gallinari di Salvatore Ricciardi
– Prospero Gallinari, un uomo del 900
– Gallinari è morto in esecuzione pena. Dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
– Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
– Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
– “Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
– Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
– Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
– Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
– “Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
– Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
– Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Ariel Sharon: pensatela come una morte lunga 8 anni, dolorosissima.
Devo ammettere che ti ho pensato spesso in questi mesi.
Ho imparato cos’è il coma, ho conosciuto lo stato vegetativo, ho imparato nei dettagli come è fatto un cervello, cosa avviene quando un “insulto” di qualunque genere distrugge una parte, per emorragie, anossia o bla bla bla.
Ti ho pensato spesso, tanto che guarda riesco a darti del tu:
ti ho pensato davanti alle tracheostomie, che dai non dirmi che in questi otto anni non te l’hanno fatta.
E pensa che buco enoooooorme, per far respirare te.
Ti ho pensato quando ho scoperto cos’è e come funziona una gastrostomia: ho sorriso pensando a quanto grosso sarà stato il tuo buco, il sondino da cui passa l’alimentazione frullata.
Ti ho pensato quando ho scoperto il decubito, che sulle persone estramemente obese ha capacità letali: il decubito mangia lentamente, brucia lentamente, rosicchia pelle, poi carne, poi prosegue.
Ecco, davanti a tutti questi orrori che ho imparato ad osservare, combattere, pulire e aspirare
ho pensato spesso alla tua persona: a te che sei fatto di melma come pochi altri esseri nella storia umana.
Ho pensato che non sono riusciti a farti a pezzi, che avresti meritato di morire a brandelli,
di essere trascinato con una corda attaccata ai cavalli per tutta la terra di Palestina come un morto troiano, così che la stessa terra avrebbe mangiato la tua carne metro dopo metro.
Siamo stati in tanti, per decenni, ad immaginare la tua morte:
io per molte notti l’ho pensata davanti ai tuoi cecchini, in un maledetto coprifuoco da te deciso e proseguito poi fino al massacro di Jenin.
Era il 2002… io e te (nemico tra i nemici) ci siamo sfiorati: tu hai ordinato di spararci addosso,
perchè non hai mai saputo far altro.
Niente: nessun palestinese ti ha tolto la vita.
Nessun combattente per la libertà è riuscito ad ucciderti, a farti del male.
Ma ti è andata peggio:
ti immagino in quel letto di ospedale dove sei stato otto anni fino ad oggi, che finalmente ti sei spento.
Ti è andata peggio perché quando nei primi giorni dicevo “non lo augurerei nemmeno al mio nemico!” dentro di me, dentro dentro dentro me, sapevo che il nemico, quello vero, quello che possiamo chiamare IL NEMICO in realtà stava così, stava peggio di così.
La terra per te sarà melma e vermi,
la terra peserà del peso di tutti coloro che tu hai fatto soffrire e sono incalcolabili,
la terra ti ha iniziato a ricoprire 8 anni fa… e per 8 anni il tuo cuore ha battuto sotto la terra pesante e putrida che tutti noi abbiamo lanciato su di te.
CIAO ARIEL SHARON,
solidarietà ai vermi che proveranno a mangiarti.
Stasera apro una bottiglia che attende da 8 anni.

non riesco ad odiarti, 2013
in 31 anni non avevo mai perso le parole,
invece il 2013 mi ha donato proprio questo, se dono si può definire.

Per me la rivoluzione ha proprio questi occhi qua.
Le ho perse, le parole mi hanno abbandonato, c’è stato un giorno in cui tutto è cambiato ed ho smesso di trovarle.
Era la sola cosa che sapevo fare nella vita,
ma in un attimo è volata via.
Perché questo 2013 mi ha insegnato tante cose, che mai prima d’ora mi era capitato di impararne tante e tutte insieme…
nemmeno da neonata, quando ogni cosa era una scoperta.
perché una cosa è scoprire, una cosa è BAAAAM: precipitare da un aereo, sentire il paracadute che non si apre,
vivere la caduta rapidissima e viverla in modo lento, lentissimo…
poi spiaccicarsi, andare in mille pezzi, perder coscenza del proprio corpo. Per poi rialzarsi.
Eh si, in questo anno ho imparato che a volte ci si rialza anche quando il paracadute non si apre: e mica è una fortuna eh,
ne puoi solo prendere atto e iniziare di nuovo a provare a vivere, tutta frantumata.Convivere con l’assenza di se, con l’amputazione della propria persona.
Ecco, il 2013 però ha visto i più belli dei miei sorrisi…
ha visto la libertà avvicinarsi a noi appena il tempo di farcene avvertire l’odore caldo ed erotico, per poi volare via forse per sempre,
ho visto di nuovo la vita prender corpo, prendersi proprio il mio e mutarlo tutto, nella gioia totale.
Ho visto la vita sbalordirci, nascere grande come un chicco di riso per andare avanti dirompente:
poi ho visto la morte, la morte apparente che tutto ha distrutto e che poi ci ha fatto ricominciare,
dopo il grande impatto.
L’ho vista in faccia, l’ho avuta tra le mani: come una mamma di Palestina, come una mamma di Siria.
Siria, nemmeno riesco a scriverlo questo nome, tanto squarcia il cuore mio, tanto assomiglia al tuo.
In questi cinque mesi di rivoluzione (ora sì che inizio a capire il significato di questa parola)
ho conosciuto la morte, quella vera, quella che prima d’ora mai avevo visto così lenta e violenta…
in questi cinque mesi mi sono innamorata di un esserino che alla morte ha fatto una pernacchia,
e che ora pare volerla fare a tutti i camici e i libri, e le teorie, e le carte, e un po’ tutto, anche il mio pessimismo.
In questo cinque mesi ho imparato che il vaffanculo più grande e liberatorio è sempre quello successivo,
quello che riusciremo ad urlargli in faccia insieme, figlio mio,
quello che deve ancora venire, insieme a quella grande “risata che li seppellirà”
Io non posso dire di aver odiato questo 2013, malgrado mi abbia tolto tutto:
perché poi così non è,
perché anche se il nostro presente parla una lingua diversa, tecnica e fino a poco fa sconosciuta,
anche se le neuroscienze si auto-intingono nel nostro cappuccino mattutino,
anche se la libertà è compagna sempre più distante e immersa nei fumi dei sogni leggendari… io ora ho da fare.
Non è tempo di bilanci, non è tempo per avere il tempo di piangere:
noi la rivoluzione la facciamo h24, senza cambio turno, senza nemmeno respirare.
Insieme e innamorati.
Ti amo figlio mio,
e vi amo tutte, mamme straordinarie.
LEGGI:
Buon anno a chi…
2012
Al-Karama, campo rom: una mostra a Roma
Occhi che catturano e hanno mondi interi da raccontare:
occhi piccoli e immensi, che in pochi hanni di vita hanno imparato il significato di alcune parole in modo molto diverso, rispetto ai nostri figli, loro coetanei. Questi tre scatti, bastano questi tre scatti per capire che questa mostra è da vedere e vivere,
che le parole e i volti che Martina e Alessia ci son venute a raccontare, meritano di essere incontrate…
La mostra sarà visibile fino al 6 gennaio alla città dell’altra economia
Quindi mi fa piacere ospitare questo testo di Luca Tincalla, amico e autore di “Testimone a Gezi Park” (libro autoprodotto che da un paio di settimane potete trovare in giro) che ha appena visitato la mostra…
Al Karama è il nome di un campo rom situato tra Borgo Montello e Borgo Bainsizza, nella periferia di Latina. Al Karama è, anche, il nome di uno dei tanti campi rom disseminati per la penisola italica; per chi non se ne fosse accorto. E al karama, infine, è una parola araba e significa dignità.
Ma dignità di chi? Di chi vive lì di espedienti o di chi vive fuori e ignora (in)coscientemente quello che accade lì dentro? Chi è che erige un muro d’indifferenza sulla vita nei campi rom è chi ci vive o chi ne vive fuori? Domande.
Domande alle quali hanno tentato di dare risposte Alessia Di Summa, fotografa, e Martina Nasato scrittrice, attraverso un vernissage a Città dell’altra Economia, Testaccio, Roma. Risposte personali, certo, ma non per questo meno forti, intense e vere di quelle che potremmo leggere in un giornale. In un giornale che ne parlasse, intendo. Perché, in effetti, quest’argomento come quello dei migranti sta diventando sempre più démodé in Italia; e il fatto che oltre alla crisi economica si stia vivendo una crisi sociale, sorprendentemente, non aiuta.
Per fortuna, a mio avviso, ci sono ancora persone che non vogliono rimanere a sguazzare nella palude delle notizie non date. Martina e Alessia, armate di una penna e di una macchina fotografica, sono entrate dentro al campo rom per raccontarci quel che succede. L’hanno fatto in punta di piedi e solo con il tempo, dopo aver chiesto permesso, dopo esser state accettate (non da tutti, ci mancherebbe, ma una parte di rom ora è meno diffidente), hanno cominciato a narrare la loro testimonianza. Una testimonianza che potreste condividere, anche voi, se andrete alla Città dell’altra Economia. Il vernissage si concluderà il 6 gennaio, non c’è molto tempo.
Quando ho intervistato Martina, la scrittrice, mi hanno colpito queste sue parole. “Quando entri nel campo rom esci dall’Italia”. Già. Ma a quale Italia? L’Italia ancora esiste? E cos’è? Sia Martina sia io, credo, stiamo avendo seri problemi a definire questo paese che fa dell’indifferenza una delle sue armi più forti. Poi, alla domanda che cosa ti ha colpito quando sei entrata lì dentro Alessia ha risposto: “Mi ha colpito il loro senso di libertà. Un puro istinto. Senza filtri. Con il rovescio della medaglia di una vita dedicata alla ricerca del denaro per la sopravvivenza, una prigione. L’amore, l’amicizia, i sentimenti in genere, tutto è sacrificabile per arrivare all’alba di un nuovo giorno”. Guardando le foto di bambini che giocano in pozzanghere d’amianto, che si dondolano su altalene di corda, che disegnano scritte vittoriose con il nero opaco di bombolette spray semivuote, con visi sporchi di fango misto a cioccolato, che pregano con un rosario che non appartiene a nessun dio… credo di aver capito qualcosa anch’io. E se nelle venti foto che Alessia espone raramente appaiono adulti è perché gli adulti, in generale, non si possono permettere di essere ripresi e già e tanto che Alessia sia riuscita a scattare queste istantanee che hanno come focus i volti delle persone del campo.
Martina, la scrittrice, mi dice che frequenta il campo da qualche anno ed è grazie a Paolo Bortoletto che n’è venuta a conoscenza. E Paolo Bortoletto è solo un agricoltore che viveva nei pressi del campo rom e si è chiesto chi fossero queste persone e come avrebbe potuto aiutarle – al posto di andare lì con un forcone, ma questa è un’altra storia. Quando ho chiesto a Martina quale fosse la prima cosa che l’ha colpita, lei mi ha risposto così. “Sapevo sarei andata in un ambiente degradato ma non fino a questo punto. L’odore. Il fetore. La puzza. Io le prime volte che sono andata lì non riuscivo a respirare, avevo conati di vomito. Eppure quelle persone vivevano lì come se nulla fosse. Allora ci ho provato anch’io, ho provato a respirare come loro, e con il tempo mi sono abituata a sopportare l’odore. È stato difficile entrare in questo mondo poiché i rom sono molti diffidenti con noi, gli italiani. Hanno paura di aprire le loro porte non per mostrare la miseria, che c’è, ma perché temono che gli italiani possano fare la spia. Il finto rispetto che provano per le autorità non è altro che una corazza che li aiuta a resistere e ritornare un’altra volta a casa. Ma non è che non provino emozioni, basta guardare le foto di Alessia per capire che sono persone con un’incredibile gioia di vivere, glielo si legge negli occhi”.
Sono risposte semplici quelle che hanno dato Martina e Alessia. E le risposte semplici sono le più difficili da dare. Ora sta a noi porci delle domande.
“Scopo della mostra – spiegano le autrici – è quello di sfondare il muro dell’indifferenza e insinuare il seme della curiosità. Non c’è volontà di rendere edotti, né di costruire un filo narrativo lineare. Quel che cerchiamo di trasmettere non è la sensazione di aver capito, di aver conosciuto una realtà, peraltro tanto circoscritta quanto difficilmente penetrabile, bensì speriamo di insinuare nello spettatore e nel lettore l’impulso ad approfondire per conto proprio il tema affrontato. Lo facciamo rappresentando, attraverso due espressioni artistiche diverse, quelle che sono state le nostre emozioni”.
Luca
workingclasshero@lucatincalla
Ronnie Biggs, buon viaggio
” a ‘mpunitaaaaa!”
parole di casa, che hanno l’odore dell’infanzia; il vocione di nonno, o quella bella squillante di Zia Elia che tra una risata e un’altra mi chiamava.
Ho sempre adorato quella parola, che a Roma prende un altro suono: impunita.
Bella. Da quando ero tutta un livido su tibie e ginocchia provo un’attrazione per questa parola,
da molto prima di capirne veramente il senso, libertario e anti legaritario.
Poi, niente da fare…dopo poco che le loro voci hanno smesso di chiamarmi così ho capito che non rientravo tra quella specie eletta: io le pago, tutte, pure quelle che non faccio.
E allora,
ciao ‘mpunitoooooo..
ieri se ne è andato un uomo che li ha fatti rosicare tanto, che ha saltato mura e confini come fossero una corda.
Buon viaggio banditone, ora con i Sex Pistols canterai fino a mattina…
e la galera che t’han fatto fare da vecchietto si trasformerà in pernacchia, l’ennesima.
Che tu di pernacchie li hai riempiti…
Gianicolo: desideri davanti al tramonto
Mi piacerebbe farti vedere questo panorama che sfiori da quando sei nato,
Mi piacerebbe donarti quest’aria fredda e questi colori caldissimi,
Insegnarti a distinguere il dolore dalla vita,
Dare ai tuoi occhietti curiosi e da combattente, un orizzonte lontanissimo e profumato.
Mi piacerebbe, piccolo uomo dal nome di una stella, prenderti per mano e camminare scalzi sulla sabbia, sulla terra, sull’erba bagnata; inserire i tuoi polpastrelli nelle fessure di una falesia, vederti sorridere e poi ridere e poi ancora ridere.
Vorrei donarti il mondo tutto, questa luna timida,
queste lucette che si illudono di trasformare questo presente di amputazioni in “festività”..
Vorrei vederti felice, innamorato, ubriaco, arrabbiato… Vorrei milioni di piccole cose, e come una cretina le vorrei ora, le vorrei subito, le vorrei capaci di lenire tutto ciò.
Sei la più bella delle stelle cadute in terra, sei di una forza sovrumana, che spero saprai insegnarmi.
Sei la vita mia, e malgrado tutto, riesci a renderla bellissima…
Pillole neurologiche:
– Il monitor
– Il pianto neurologico
– La caduta degli angeli
– Gianicolo e desideri
– Verso il ritorno
– Calabroni in neuroriabilitazione
– La mozzarella che strappò i sorrisi
– Imparare a contare
Colombia: spari contro il compagno e documentarista italiano Bruno Federico
Il mio spagnolo vola molto basso, quindi vi metto direttamente il link senza imbarcarmi in una traduzione che tanto non so fare.
Solo che mi son svegliata con questa notizia e non posso non condividerla con voi, tutte e tutti.
Dacci notizie Brunoooooo
Bruno è un compagno che conosco da, bho, da una quindicina d’anni… e son dieci che dedica la sua vita e il suo sorriso ad una terra che ormai è casa sua, la Colombia. Bruno Federico fa parte del FLIP (Fondazione per la libertà di stampa) e l’APIC (Associazione della stampa internazionale in Colombia) e il suo lavoro è sempre stato preziosissimo.
Non conosco l’America Latina, non conosco la Colombia: ma attraverso gli occhi di Bruno, il suo lavoro da documentarista e i suoi racconti, è una terra che ho sempre sentito vicina.
L’altro ieri, il 3 dicembre, Bruno Federico accompagnava una comunità agricola nel villaggio di Pitalito (dipartimento di Cesar), comunità che rivendica la terra di proprietà del signor Juan Manuel Fernandez. Non hanno fatto in tempo a raggiungere la terra, che due uomini armati (al servizio del proprietario terriero) hanno aperto il fuoco prima contro il veicolo e poi proprio contro Bruno, che fortunatamente non è rimasto ferito.
Gli aggressori son poi prontamente scappati, ma il tutto è stato filmato e il FLIP ora chiede di aprire un’inchiesta per arrivare all’identificazione dei due pistoleri di Fernandez.
Proverò ad aggiornare non appena troverò più notizie a riguardo.
Intanto mando un abbraccio a Bruno, un abbraccio enorme, che arrivi fino in Colombia
Qui l’articolo che ne parla: LEGGI
La caduta degli angeli… quotidianità di una vita al Bambin Gesù
Ancora uno…
mi basta vedere il cancello della catena aperto per sentire un brivido lungo la schiena
che ogni volta si ripete uguale.
Anche oggi quel cancello maledetto era aperto per uno dei bimbi che ho amato in questi mesi di vita che vita non è,
in questi mesi di monitor, camici, allarmi, geni e germi, encefali e ventricoli, cuori che esplodono.

Pablo Picasso, maternità su sfondo bianco
Oggi il cancello della camera mortuaria era aperto di nuovo: ancora una volta quel bruciore in testa che sembra letale,
le parole che non escono, gli abbracci che son tutto un tremore muto e inarrestabile.
Ho sempre trovato parole per tutto ma non ne trovo una per descrivervi quel posto, quelle nostre vite appese a qualche linea in corsa su un monitor..non ho parole per raccontarvi le pieghe del dolore e quel che avviene attorno ad esso.
Chi lo nutre, chi se ne approfitta, chi semplicemente cerca di prenderci confidenza per imparare a conviverci per la vita, chi invece incontra al volo quello della morte lancinate ed immediato.
C’è chi muore, c’è chi ormai pensa che la morte sia un lusso.
Ti avevo promesso il nostro di cuoricino in uno dei momenti più disperati,
piccolo angelo appena volato. Quando non vedevo altro che il buio più nero, mentre parlavo con la tua mamma,
mi metteva pace pensare che magari potevamo essere la svolta per te… te lo ricordi? Quasi mi ha dato uno schiaffo quando gliel’ho detto, ed ora sento la pelle bruciare come se me l’avesse dato, riascolto dentro di me quella conversazione da quando ho visto quel cancello aperto.
Non hai fatto in tempo, nessun cuore è venuto a dar fiato al tuo futuro… tra poche ore tornerai tra le montagne che ti appartengono e che non hai mai nemmeno visto da lontano.
Noi continuiamo a combattere invece, chissà per arrivare dove… ma tu ci manchi già al nostro fianco, in quel colle dai passeggini sempre vuoti,
dagli occhi gonfi e dai troppi santini.
Pillole nosocomiali:
– Il monitor
– Il pianto neurologico
– La mozzarella che portò via il sorriso
– Gianicolo e desideri
– Verso il ritorno
– Calabroni in neuroriabilitazione
Sardegna: colonne e briciole
Neanche voi siete riuscite a resistere davanti a tanto scempio.
Da colonne millenarie, agghindate di piante fossili, caparbie e temerarie al centro di un mare che non ha confine fino a Gibilterra,
vi siete trasformate in briciole, per rispetto al territorio che sfiorate,
mangiato dall’acqua e dal fango.
Due marinai pietrificati, questo la leggenda usa per descrivervi: ora uno di voi è stato inghiottito dal mare, dopo essersi spaccato sotto la forza della mareggiata.
Le Colonne di San Pietro son state spazzate via: ultimamente c’è una scia di briciole che insegue la mia vita.
Dal basalto di Bosra alla falesia del periodo oligo-miocenico: sembra non esserci più storia che tenga, sembra sbriciolarsi tutto come castelli di carte.
Forse questo accatastarsi di devastazioni, queste pietre una sopra all’altra …. forse mi stan solo dicendo che non son poi così sola.
Sonja Suder e la libertà, FINALMENTE!
Una bella notizia dopo settimane di gelo.
Assaporo un po’ di libertà, ormai lontana sconosciuta, attraverso le foto del tuo volto finalmente libero.
Sono felice Sonja,

Splendida! Sonja Suder, 12 novembre 2013
Grazie a quelle immagini viste quasi per caso; nella mia nuova vita fuori dal mondo, dove lo schermo del computer è mutato in altro tipo di monitor,
dove il wi-fi è stato sostituito da milioni di cavi e tubi e fili e cavi, che circondano corpi per legarli a monitor, macchine, aghi (corpi piccolissimi)…
grazie a quelle tue rughe impegnate in un sorriso ho vissuto qualche istante di felicità intensa.
SEI LIBERA!
Posso pensare che a breve sentirò il tuo abbraccio, fortissimo e vibrante che tanto mi aveva colpito.
Mi hai parlato subito come una sorella, hai pianto tra le mie braccia chiedendomi di portare la carrellata di emozioni che mi passavi al di là del confine, sulle labbra di un uomo che aveva finito il suo esilio tra le sbarre, nuovamente.
E’ toccato a te poco dopo, in un arresto surreale che ci ha lasciati tutti basiti, non solo per la follia giudiziaria ma anche per la tua età (ora sono 81), e quella di Christian.

Tra i tuoi compagni…
Sei libera cavolo, la montatura si è sbriciolata, la libertà è di nuovo infilata tra le pieghe del tuo viso.
Qui, anche se la felicità non sappiamo più da che lettere è composta, sentiamo il brivido di chi sa che tra un po’ ci si riabbraccia tutti.
Alla faccia dei confini, delle galere, dei tribunali …
Qui un po’ di link sulla storia:
Due estradizioni annunciate
Erri De Luca su Sonja e Christian
Una loro intervista
Estradati Sonja e Christian
Oreste Scalzone commenta l’estradizione
Le finestre del Bambin Gesù…. e Repubblica.it

_Bambin Gesù, Padiglione Pio XII post pioggia in pieno agosto_ La foto che ho fatto e che dopo tre minuti era su Repubblica
Incredibile oh!
Questi di Repubblica.it riescono a farmi compagnia anche nei reparti d’ospedale, così compagnia che i miei tweet e la foto che ho scattato un minuto dopo l’incidente al Bambin Gesù, nel “delicato” Padiglione Pio XII, si sono trasformati rapidamente in un articolo siglato con “riproduzione riservata” ovviamente,
articolo d’apertura per ora delle pagine romane.
Hanno preso per intero i tweet e gli scatti, ma come al solito la fonte non la mettono, si ricordano di metterla solo quando ti devono dare della “black blok” e accollarti responsabilità per quello che scrivi (come accadde il 15 ottobre, proprio tra me e loro).
E allora ecco i tweet ,
ed ecco qui il LINK all’articolo :
- Baruda
@baruda
Al#bambinGesù con un po’ de acquazzone se staccano le finestre co tutto il telaio#stamoAvanti#limortaccivostra
2:42 PM – 20 Ago 13 - Baruda
@baruda
Da#terapiaIntensiva non abbiamo accesso ai bagno perché le scale per raggiungerli hanno acqua ovunque è finestre che saltano#bambinGesù
2:47 PM – 20 Ago 13 - Baruda
@baruda
Caduta da tre metri: Bambin Gesù, per un temporale estivo…
È proprio partito telaio, finestra, lampada.. Non me carica le foto ma mo ve le mando
#pioggia dentro tutto il padiglione#bambinGesù
2:54 PM – 20 Ago 13 - Baruda
@baruda La prossima suora che me vole benedì je dico de pijà er cacciavite e rimette i telai delle finestre che volano come frisbee#bambinGesù2:56 PM – 20 Ago 13 - Baruda
@baruda Ecco le finestre di#chirurgiaNeonatale e#terapiaIntensivaNeonatale del#bambinGesù x 2 gocce http://twitpic.com/d9d0p1
2:59 PM – 20 Ago 13 - Baruda
@baruda Per vedere mio figlio me vesto da robocop poi invece giocamo a frisbee coi finestroni tra reparti#bambinGesù#terapiaIntensivaNeonatale
3:03 PM – 20 Ago 13 - Baruda
@baruda
Che se da noi a#terapiaIntensivaNeonatale volano le finestre non oso pensare ai dirimpettai de#reginaCoeli#mortacciDeTutti
3:53 PM – 20 Ago 13 - Baruda
@baruda
Quanto je piace a@repubblicait rubamme la roba oh!#bambinGesù#finestrone#maltempo#datemeLiSordiUnaVoltaUnaTaccivostri5:49 PM – 20 Ago 13
Ecco il buco… volevo chiedere scusa alla redazione di Repubblica per la qualità delle foto, di solito son più brava, pagatele, così uno se compra la macchinetta nuova almeno 😉
Questi i tweet…non mi sarei mai accorta di quelle foto sul loro milionario sito se non avessi ricevuto diversi messaggi, perché ovviamente stando da 5 giorni lì dentro, come potete immaginare, ho ben altro da fare,
ma è surreale che questi facciano articoli con materiale preso da twitter, senza manco mette ‘na fonte,
ma – ripeto – se era da parlare delle “mamme Black blok” mettono pure l’IP se ce riescono.
Giornalismo surreale,
che però ha reso molto felice il reparto, che tra acqua a catinelle che andava ovunque, vetri ed esplosioni (un finestrone che cade da tre metri in simili reparti fa saltare diverse decine di persone già belle esaurite), non si aspettavano di ritrovarsi dopo dieci minuti su Repubblica.it (io sì, che ve conosco eccome).
Noi siamo stati 45 minuti senza poter accedere al solo unico bagno del comparto, con tutte le scale allagate su 4 piani: bella prova per un padiglione distrutto da un incendio due anni fa e TOTALMENTE rifatto ora…da ogni finestra, OGNI FINESTRA, entrava acqua a catinelle…forse non avevano i soldi per il silicone, oltre che per le viti per il telaio…Nel frattempo, per chi si era preoccupato per il precedente post:
mio figlio è talmente libertario che mi ha fatto evadere dal San Camillo, dove dovevo rimanere diverse settimane..
però nel farmi evadere nascendo così presto, s’è fatto catturare…
ed ora per un po’ starà lì a prender ciccia ed energie, che già ha da vendere comunque.
Grazie a tutte e tutti, che siete un portento di solidarietà e calore…
a presto su questi schermi….
sperando che una finestra non mi prenda in pieno nel frattempo, grazie all’eccellenza della sanità italiana e dei soldi del Vaticano…
Ciao a tuttiiiiii!
#freeBaruda … A summer in San Camillo
Devo capire in che posizione posso mettermi a scrivere, capire come gestire la voglia di continuare a “stare al mondo” (con l’Egitto in questa situazione poi!) da un letto d’ospedale, immobile per le prossime, troppe, settimane.
Insomma troppe cose devo capire ancora: sono alla mia prima esperienza “detentiva” su una branda, con casanza (non c’è altro modo di definirla), colloqui e pacchi.
Non posso far le righe (quel camminar su e giù tipico dei reclusi) che già sarebbe qualcosa,
Non posso nemmeno sperare che tirando una sgabellata a qualcuno mi mandino alle “celle”, in isolamento, per stare almeno un po’ in silenzio e solitudine,
Non posso far nulla se non macinar pagine di tonnellate di libri e un po’ di rabbia:
Ma si resiste e in qualche modo, a breve, capirò anche come tornare a far qualcosa su questo blog.
Voi pensatemeeeeeee
#freeBaruda
Il gioco del pallone è “illegale”: maxi sequestro a Tagliacozzo. Non è un paese per bambini!
Leggo quasi quotidianamente le notizie del giornale Il Centro,
son legata all’Abruzzo ormai morbosamente, amo i suoi panorami, le sue rocce e l’acqua ghiacciata dei suoi fiumiciattoli,
adoro i piccoli borghi, le piazzette curate, i bambini che giocano.
Poi mi imbatto in questa notizia, che nemmeno trovo parole per commentare: lì per lì ho pensato ad un’ordinanza agostana, di quelle che i sindaci buttano giù tra un collasso cardiaco montano e un’insolazione adriatica.
Invece no, pare proprio sia normale amministrazione per il comune di Tagliacozzo il SEQUESTRARE PALLONI, il vietare ai bambini di giocare per le vie, le piazze e i giardini pubblici presenti nel territorio del Comune.
Già, i vigili urbani non noteranno l’amianto, le discariche abusive o che ne so le doppie file che intralciano (succederà pure a Tagliacozzo dai!) il passaggio dei mezzi pubblici, ma sono invece impegnatissimi e anche solerti nel sequestro dei palloni dei bambini: si può giocare con quelli di gomma però eh, che già a tre anni mio figlio se je li propongo li dona al primo pitbull di passaggio come aperitivo, giustamente.
Pare ci siano scatoloni e scatoloni pieni di palloni negli uffici della polizia municipale locale,
ma loro son gente bravissima quindi non è che li bucano, ma li donano ai bambini delle scuole.
Insomma, a scuola puoi aver diritto a quei dieci minuti di pallone, fuori NO!
In più se sei minorenne bussano a mamma e papà con una salata multa che può raggiungere i 500 euro: gli stessi mamma e papà che magari non vorrebbero vederti crescere giocando a palla prigioniera fuori casa per tutta l’estate, mamma e papà che ti vorrebbero in spiaggia da qualche parte o in rifugio in montagna e invece non possono per motivi lavorativi ed economici.
Cresciamo i nostri figli senza possibilità di goderceli, la precarietà delle nostre vite e dei nostri salari li rende prigionieri per mesi e mesi di appartamenti accaldati e invivibili,
in più se nelle ore fresche scendono a giocare sotto casa incontrano già la repressione,
che nemmeno sanno ancora pronunciare le consonanti che la compongono.
Multati per aver giocato sotto casa.
Il controllo sociale deve passare anche per i giochi dei bambini, tanto per fargli capire che il tempo dell’infanzia è finito… Manfredi cantava la rivoluzione e la vedeva “nei sogni dei teppisti e nei giochi dei bambini”…
forse il pallone è, per gli uomini in divisa di Tagliacozzo, già una molotov in fieri non so, a questo punto SPERIAMO!
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VIETATO VIETARE
La Sardegna brucia ma c’è un solo Canadair: mica so’ utili come gli F35 d’altronde!
Il vento del Sarcidano (altopiano nel centro dell’Isola) è fortissimo, come in tutta la Sardegna, terra tra i mari e costantemente battuta da forti venti.
La Sardegna, tra tutti i suoi gioielli naturali, è nota per la militarizzazione del suo territorio: basi dell’esercito,
basi della Nato, basi interforze, poligoni dove si addestrano eserciti di mezzo mondo, cieli costantemente tagliati da esercitazioni di ogni genere (spesso italo-israeliane)…
Insomma, non sembrano manchi mezzi in Sardegna… e invece, per far fronte a già più di 2000 ettari di vegetazione bruciata, all’evacuazione di diverse abitazioni e una casa di riposo per anziani, in tutta l’isola c’è
UN SOLO CANADAIR.
Un solo canadair e due elicotteri: punto.
Però stanno arrivando gli F35 eh, l’onorevole Francesco Boccia ha dichiarato pubblicamente che possono spegnere incendi, povero stolto. I cacciabombardieri per spegnere incendi, e magari salvare gattini rimasti sugli alberi.
Un territorio militarizzato, avvelenato dall’uranio e dalle altre sostanze presenti negli armamenti continuamente usati nei poligoni,
un territorio poi mangiato in molte zone dall’industria del turismo e allo stesso tempo dal totale abbandono:
gli F35 usateli per schiantarvi al suolo!

Un F-35 … tipico oggetto disegnato e progettato per spegnere incendi
The Wall, comunità ebraica e solite accuse deliranti: risposta di Roger Waters
Per me è stata un’emozione rara, perché ho iniziato a sentirmi vibrar dentro i bassi di quella grande opera che è The Wall che ero veramente una cucciola ( già ho delirato a riguardo tempo fa 🙂 ),
e non ho mai smesso di farlo; mai mi son staccata da quel disco. Ogni volta che son partita senza ritorno era nel mio zaino, era a tutto volume nelle mie orecchie mentre mio figlio mi cresceva dentro e il giorno della sua nascita, e pochi giorni fa finalmente era là, davanti a me, in tutto il suo immenso spettacolo, con un pancione che saltava a ritmo e il piacere che dilagava nel corpo.
Roger Waters e The Wall sono esplosi davanti a me in due splendide ore di spettacolo straordinario
(se solo avessero alzato un po’ il volume!!).
Ha dedicato, senza troppi giri di parole e in un italiano perfetto, la sua tappa e tutta la sua tournè alle vittime del terrorismo degli Stati, tutti, e l’ha fatto con parole dure, dirette, senza mezze misure, come d’altronde le immagini che su quel muro ha rappresentato.
Ha rinnovato la sua maestrìa nel raccontare gli incubi della guerra con gli orrori delle attuali o recentissime , così come quella che uccise suo padre nel 1944 in Italia.
Lui i simboli del potere, del potere di Stato, li ha lanciati tutti dai bombardieri proiettati sul suo muro, così come quelli religiosi: dalle croci alla mezzaluna islamica, dalla stella di Davide al dollaro, alla falce e martello, da MC Donald alla Shell e così via..c
Insomma…
in praticamente 200 date la polemica della comunità ebraica,
che qui a Roma è subito esplosa contro il maiale gonfiabile stracolmo di loghi e simboli, che tra i tanti aveva anche la stella di Davide, la cui rappresentazione a quanto pare significa automaticamente “antisemitismo”,
ha avuto un solo precedente, in Belgio.
E pubblico volentieri la traduzione che circola virale in rete da ieri, della sua risposta a loro,
che non so se perderà tempo a copiaincollarla alla comunità romana, penso abbia di meglio da fare.

Ecco il maiale gonfiabile al centro della polemica: dall’altro lato, tra i tanti loghi e scritte che potete vedere, c’è anche una falce e martello…. ( a dimostrazione dello sproloquio)
oltretutto, come Waters mira a sottolineare, la polemica è probabilmente causata dalla sua adesione alla campagna BDS “Boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni” contro Israele.
Vi lascio alle sue parole, e inevitabilmente a un po’ della sua musica
C’è stato qualche commento su internet, a proposito di The Wall in Belgio, al quale sento di dover dare risposta.Un certo Alon Onfus Asif, israeliano residente in Belgio, è venuto a vedere The Wall in Belgio la scorsa settimana e, essendo un tipo dotato di acuto spirito di osservazione, ha notato una stella di David sul maiale che viene distrutto dal pubblico alla fine dello spettacolo. Dopodiché Alon ha doverosamente filmato il nostro maiale con il proprio telefonino, ha postato il video e ha avvertito il quotidiano israeliano Yediot Ahronot. Questa storia è stata prontamente ripresa dal sempre vigile Rabbino Abraham Cooper, decano del Simon Wiesenthal Center, e lo sproloquio che ne è seguito, del tutto prevedibile, si può leggere qui: http://www.algemeiner.com/2013/07/24/massive-pig-balloon-at-roger-waters-concert-features-star-of-david-video/
Spesso ignoro tranquillamente simili attacchi, ma le accuse del rabbino Cooper sono talmente feroci e bigotte da esigere risposta.
Caro rabbino Cooper,
ritengo il Suo sfogo provocatorio e inutile e mi permetto di far notare che può solo ostacolare ogni passo avanti verso la pace e la comprensione tra i popoli. È anche estremamente offensivo per me personalmente, dal momento che mi accusa di essere “antisemita”, di “odiare gli ebrei” e di essere un “filonazista”.
Ho tre cose da specificare al riguardo:1. L’uso che Lei fa dell’aggettivo “antisemita”
Per prima cosa, Le segnalo una dichiarazione della “Lega Anti Diffamazione”, organizzazione americana il cui scopo dichiarato è quello di difendere dagli attacchi il popolo ebraico e l’Ebrasimo tutto. Recentemente hanno dichiarato: “Pur essendoci augurati che il sig. Waters avrebbe evitato di utilizzare la Stella di David, crediamo di non ravvisarvi alcun intento antisemita.” Ci tengo a precisare che, durante lo spettacolo, utilizzo anche il crocifisso, la mezzaluna con la stella, falce e martello, il logo della Shell, il simbolo di McDonald’s, quello del dollaro e quello della Mercedes.
2. Uno che odia gli ebrei?
Ho molti cari amici ebrei, uno dei quali – aspetto piuttosto interessante – è il nipote del compianto Simon Wiesenthal. Sono orgoglioso di questo legame; Simon Wiesenthal era un grande uomo. Ho anche due nipoti, che amo più della mia vita, la cui madre – mia nuora – è ebrea e di conseguenza, così mi dicono, lo sono anche loro.3. Nazista?
Non solo mio padre, il secondo tenente Eric Fletcher Waters, è morto in Italia il 18 febbraio 1944 combattendo contro i nazisti, ma io stesso sono cresciuto nell’Inghilterra del dopoguerra, luogo in cui ho ricevuto i più meticolosi insegnamenti sul nazismo e dove non mi è stato risparmiato alcun dettaglio degli orrendi crimini commessi in nome della più folle delle ideologie. Ricordo le amiche di mia madre, Claudette e Maria, ricordo i loro tatuaggi, erano due sopravvissute, due delle fortunate.
Mia madre ha passato tutto il resto della sua vita impegnandosi in politica, per assicurarsi che i nessuno dei suoi figli e i suoi nipoti, che nessun figlio e nessun nipote di chiunque, nero, bianco, gentile, ebreo, latino, asiatico, musulmano, hindu, buddista, ecc. avesse in futuro una spada di Damocle, nella forma del tanto disprezzato credo nazista, sospesa sulla testa.
Da parte mia ho fatto del mio meglio per seguire le orme dei miei genitori. All’età di quasi 70 anni, sull’esempio di mio padre e di mia madre e di tutto ciò che hanno fatto, ho resistito, come meglio ho potuto, in difesa di Signora Libertà.
Lo spettacolo The Wall, da lei attaccato con argomentazioni così deboli, è molte cose: è una riflessione, è un inno alla vita, è ecumenico, umano, amorevole, contro la guerra, anticolonialista, per l’accesso universale al diritto, per la libertà, la cooperazione, il dialogo e la pace, è contro l’autoritarismo, antifascista, antiapartheid, antidogmatico, internazionale nello spirito, musicale e satirico.
Quello che non è: NON E’ ANTISEMITA né FILONAZISTA.Sono stato spesso oggetto di attacchi da parte della lobby filoisraeliana a causa del mio sostegno al movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), cosa che non voglio approfondire in questa sede, chiunque sia interessato può avere accesso al discorso che ho fatto alle Nazioni Unite il 29 novembre dell’anno scorso.
Tuttavia devo dire questo: in una teocrazia effettiva è quasi inevitabile che il simbolo della religione finisca per confondersi con il simbolo dello Stato, in questo caso lo Stato di Israele, uno stato che pratica l’apartheid sia all’interno dei propri confini che nei territori che ha occupato e colonizzato dal 1967.Piaccia o no, la stella di David rappresenta Israele e le sue politiche ed è legittimamente soggetta a qualsiasi forma di protesta non violenta. Protestare pacificamente contro la politica razzista, interna ed estera, di Israele non è anti-semita. Il suo ragionamento secondo cui, visto che io critico la politica del governo israeliano, dovrei essere associato ai Fratelli musulmani, fa ridere ed è, nuovamente, un’offesa personale. Ho passato tutta la mia vita adulta sostenendo la separazione tra chiesa e stato.
Ad ogni replica di The Wall, in qualunque Paese ci troviamo, invito 20 veterani nel backstage durante l’intervallo per incontrarci, scambiare strette di mano, auguri e ricordi. Durante uno spettacolo, circa un anno fa, un vecchio veterano, del tempo del Vietnam a occhio e croce, mi ha fissato, mi ha bloccato mentre uscivo, mi ha porto la mano, che ho afferrato, e non mi lasciava andare, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Tuo padre sarebbe fiero di te”. Le lacrime mi bruciano gli occhi.
The Wall sta raggiungendo anche Lei e tutti gli altri rabbini Cooper che ci sono là fuori.
Venga a vedere lo spettacolo!
Con amoreRoger
P.S.
Per mettere tutto nella giusta prospettiva: il maiale gonfiabile che ha tanto offeso il giovane Alon è apparso in ogni replica di The Wall a partire da settembre 2010, parliamo di circa 193 spettacoli, e la Sua è la prima lamentela. Inoltre, il maiale in questione rappresenta il Male, e più precisamente il male del governo che sbaglia. Regaliamo al pubblico questo simbolo di repressione alla fine di ogni spettacolo e la gente fa sempre la cosa giusta. Lo distrugge.
L’attesa della sentenza Mediaset e il popolo di tricoteuses!
Nessun’altra immagine che questa, e non è certo una bella immagine, mi viene in mente mentre vi osservo e vi leggo, in questa attesa della sentenza Mediaset, che potrebbe vedere Berlusconi condannato.
Ecco, l’immagine sono loro, le tricoteuses, le vecchie donne intente a lavorare a maglia sotto la ghigliottina,
in attesa del ghigno del boia, in attesa del rumore della lama che scende,
in attesa della testa che rotola.
Un popolo di tricoteuses,
perché nemmeno si può definire un popolo di “secondini”…
quelli almeno lo fanno per un salario,
voi no…
tutto giustazialismo gratuito.
Non se ne può più, ci meritiamo veramente TUTTO

Saviano e i super eroi: dall’Uomo Tigre a Mosè

Dalla pagina esilarante “Saviano Ricorda”
Un uomo da 500.000 copie di tiratura (poi se ne son vendute la metà ma questo è un altro discorso),
che scrive editoriali letti e commentati in tutto il paese su praticamente ogni argomento,
che ha dirette televisive di ore, dove recita (male) la figura del grande intellettuale minacciato…
Anche un uomo di cui in questo blog siamo stati costretti a parlare molto,
visto il suo vizio di denunciare per diffamazione se si portano a galla le menzogne che racconta tipo profeta perseguitato, onniscente e soprattutto onnipresente e amico di tutti,
Come nella squallida storia sulla telefonata con la mamma di Peppino Impastato,
di cui trovate in queste pagine ogni dettaglio, e che è costata un po’ più di reclusione a chi già recluso era (nel box trovate tutti i link per ogni approfondimento a riguardo)
i link per chi non conosce la cosa:
– Peppino Impastato, mamma Felicia e le bugie di Saviano
– Saviano risponde sulla telefonata
– La risposta di Luisa Impastato
– L’intervista di Radio Blackout a Paolo Persichetti
– Amore morboso per le divise
– Saviano perde di nuovo: 2 a 0 per Persichetti! La telefonata con la mamma di Peppino Impastato è un’invenzione
– L’ordinanza di archiviazione
– Non c’è diffamazione
ed eccolo eh, dopo una probabile insolazione estiva a sfondo religioso.!
Dopo Felicia Impastato ora è sbucato un nuovo “amico”… anzi, addirittura una figura di cui probabilmente sente di aver bisogno malgrado i tanti uomini di scorta che ha sempre con lui: il SUPEREROE.
Quindi facciamocele insieme queste due risate, che stavolta son straordinarie,
A voi le parole del grandisssssssimo intellettuale italiano Roberto Saviano ai microfoni di “Sorgente di Vita” (programma dell’Unione delle comunità ebraiche italiane su RaiDue), pubblicate oggi sul sito del FattoQuotidiano:
“Non ho mai visto Mosè come una una severa figura, la più importante dell’ebraismo, ma l’ho visto quasi come un alleato, una di quelle figure a cui parlare come un amico immaginario […]I racconti biblici di mio nonno per me sono stati fondamentali. Quando ero bambino, Mosè era davvero un supereroe. Accanto a Batman, Superman, Spiderman, l’Uomo Tigre, c’era Mosè. Lui era il balbuziente che guida un intero popolo, sbaglia di continuo, viene punito sempre per il minimo errore. […]Ci penso spesso a Mosè e penso spesso a me bambino che guardava a Mosè come qualcuno che, anche se sbagliava, sapeva che poteva farcela e poteva farcela a trovare un senso alle cose”
Chissà poi che scorta poteva averci oh, uno come Mosè! 🙂
La luna non è dei carcerieri!
Come te la racconto la luna?
E le stelle che cadono? Quanti anni sono che non ne vedi una?
Abbiamo conquistato la notte, l’abbiamo conquistata a morsi senza aver nemmeno il tempo di respirare,
ed ora che riusciamo minimamente a guardarci indietro scopriamo un passato lungo,
stretto stretto anche se diviso,

Dalle pagine di Walter Siti, fotografate da Maysa
che c’ha permesso di non dimenticarla, di viverla insieme comunque, anche se lo Stato non voleva.
E non vuole ancora. Fa di tutto per convincerci che non esiste più, che è proprietà dei vincitori, che loro ne dispongono la luce e la vista.
Perchè le nuvole che corrono al buio, le stelle che si rincorrono nei cieli estivi, i temporali che improvvisamente spazzano via tutto: ancora niente di tutto ciò ci è concesso.
Così la luna rimane là, ci osserva sorniona senza potersi far abbracciare, ci guarda malinconica sapendo che arriveremo,
ci aiuta ogni notte a spernacchiare uno Stato che pensa di vendicarsi così,
tenendo fino all’ultimo il tuo corpo per sè, cercando di appropriarsene, invano.
Ma poveracci i tuoi carcerieri,
i magistrati, i secondini, i direttori di sbarre: pensa a quante lune hanno avuto, libere, a disposizione,
nel tronfio esser convinti che lei stia lì per loro.
Non sanno che lei ha un cuore immenso ma libertario, non sanno che la luna è dalla parte di chi strappa la vita alle sbarre, non sanno che è nostra, che ogni notte in tutti questi anni ha dormito accanto a te e ai tuoi compagni.
Che quella che vediamo è come il cuscino sotto al lenzuolo che cerca di fingersi corpo,
mentre il corpo è scappato altrove:
quella che vedono i carcerieri non è una luna, è una grande pernacchia, è la finzione di se stessa,
perchè non vi vuole.
LA LUNA E’ CON NOI, CON CHI LA LIBERTA’ L’HA DENTRO,
CON CHI EVADE, CON CHI NON CREDE AI CONFINI, CON CHI SA AMARE.
Testi sul carcere: QUI
Adotta il logo per l’abolizione dell’ergastolo: QUI
Testi sull’ergastolo: QUI
Il manifesto per l’amnistia sociale: LEGGI e spamma
L’accanimento su Paolo Persichetti: QUI
Tito, fino all’ultima vetta

Non ce l’hai fatta piccolo intrepido,
Tu che da bimbo eri già un prodigio, che avevi scelto di dedicare la tua vita alle pareti e ai suoi pertugi, all’altezza e al canto dei rapaci.
Una vita brevissima, quasi sempre sospesa in aria: 12 anni di calli e voglia di non fermarsi mai, 12 anni di magnesite a seccar la pelle, di falesie da masticare e amare.
Buon viaggio piccolo scalatore unico al mondo, piccolo Tito maestro di tutti.
Il tuo viaggio prosegue nei corpi che andrai a salvare con i tuoi organi, i tuoi occhi e il tuo cuore respireranno ancora i profili delle montagne da sfidare, libereranno vie chissà dove…
“la madre di Cecilia” e il suo perpetuo dolore
Sono le poche righe di quel mattone dei “Promessi Sposi” che ho nel cuore da quando avevo l’età di Cecilia,
che uccisa dalla peste veniva trasportata da sua madre, “col petto appoggiato al petto”.
Chissà perché, poco più di una bambina, mi son fatta scavar dentro da queste righe, con l’empatia di madre, più che di bimba uccisa.
Adesso quasi non riesco a leggerle più, sarà colpa di questo splendido pancione scalciante.
Adesso rivedo questa scena mille volte, in mille strade del medioriente e del resto del mondo: in strade sconosciute come in molte di cui ho assaggiato la polvere, le emozioni, i giochi dei bambini, le chiacchiere delle ragazze; le stesse ragazze che ora seppelliscono i propri figli. Uno ad uno.
Penso a te che m’hai aperto quel cortile tante volte, che su tre ne hai seppelliti tre, uno dopo l’altro, nella stessa amata terra rossa.Non so perché stamattina ho ricercato queste righe,
delle volte la letteratura ha la capacità di accompagnarti come nessuno amico sa fare.
E di pugnalarti anche, ripetutamente.[ringrazio Davide, che nel commentare mi ha rimesso in testa le righe successive, che mia madre per qualche strambo gioco della memoria ricordava a memoria e mi ripeteva quando bofonchiavo nello studiare Manzoni. Nel commento di Davide, sotto al post, trovate dettagli letterari importanti ed affascinanti.]

Fatima Bitar e la sua mamma
“Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete».
Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato
[…]
“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori….”. Alessandro Manzoni














condanne, a cominciare dal processo per Genova 2001. Il reato di devastazione e saccheggio è un’arma spianata contro ogni lotta che assuma il carattere della concretezza. Un’arma terroristica che colpisce nel mucchio, una vera e propria rappresaglia di un potere isterico e ferito. Un’accusa paradossale perché rivolta a chi si è battuto coraggiosamente contro l’unica entità responsabile della devastazione e del saccheggio a livello planetario: il sistema capitalista. Con questa farsa giudiziaria il potere si pone l’obiettivo di chiudere un’agibilità di piazza che rischia di far esplodere la polveriera nazionale.








Non solo mio padre, il secondo tenente Eric Fletcher Waters, è morto in Italia il 18 febbraio 1944 combattendo contro i nazisti, ma io stesso sono cresciuto nell’Inghilterra del dopoguerra, luogo in cui ho ricevuto i più meticolosi insegnamenti sul nazismo e dove non mi è stato risparmiato alcun dettaglio degli orrendi crimini commessi in nome della più folle delle ideologie. Ricordo le amiche di mia madre, Claudette e Maria, ricordo i loro tatuaggi, erano due sopravvissute, due delle fortunate.
Ad ogni replica di The Wall, in qualunque Paese ci troviamo, invito 20 veterani nel backstage durante l’intervallo per incontrarci, scambiare strette di mano, auguri e ricordi. Durante uno spettacolo, circa un anno fa, un vecchio veterano, del tempo del Vietnam a occhio e croce, mi ha fissato, mi ha bloccato mentre uscivo, mi ha porto la mano, che ho afferrato, e non mi lasciava andare, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Tuo padre sarebbe fiero di te”. Le lacrime mi bruciano gli occhi.
































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