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Sul voto ne bastan poche di parole…!
Erano un po’ di giorni che volevo “rubare” queste righe al blog di FrancoSenia ed ora riesco ad averne il tempo.
Bellissime, chiare, poche quelle di Élisée Reclus… come dice lui stesso all’inizio della lettera, gli bastano poche parole per spiegare le sue idee sul voto. E allora visto che tanto si ciancia in questi giorni, di liste e candidati, di burocrazia e mafiosetti di partito, mi sembra ancora più importante far capire (per chi non l’avesse già capito!) da che parte sta questo blog per quanto riguarda le urne elettorali…
quindi grazie a chi ha sempre la capacità di mettere le parole giuste…io le faccio mie!
Clarens, Vaud, 26 settembre 1885.
Compagni,
domandate ad un uomo di buona volontà, che non vota e che non si candida, di spiegare le sue idee sul diritto di voto.
Il tempo che mi accordate è molto breve, ma dal momento che, sul voto elettorale, ho delle convinzioni molto precise, quello che ho da dire lo posso fare in poche parole.
Votare significa abdicare; nominare uno o più padroni per un periodo più o meno lungo, significa rinunciare alla propria sovranità. Che si tratti di un monarca assoluto, di un principe costituzionale o di un semplice mandatario con una piccola quota di potere, il candidato che portate al trono o alla poltrona sarà un vostro superiore. Andate ad eleggere degli uomini che saranno al di sopra della legge, dal momento che essi sono incaricati di redigerle, le leggi, e che la loro missione è quella di farvi obbedire.
Votare significa essere ingannati; significa credere che degli uomini come voi, all’improvviso acquisiscano, al suono di un campanello, la virtù di sapere tutto, e tutto comprendere. I vostri mandatari hanno da legiferare su tutto, dai fiammiferi alle navi da guerra, dalla potatura degli alberi allo sterminio delle popolazioni. Vi dovrà sembrare che la loro intelligenza possa crescere in ragione dell’immensità del ruolo cui sono chiamati. La storia insegna che si verifica il contrario. Nelle assemblee sovrane, fatalmente prevale la mediocrità.
Votare significa evocare il tradimento. Senza dubbio, gli elettori credono nell’onestà di coloro ai quali danno il loro voto – e forse è così il primo giorno, quando i candidati sono ancora nel fervore del primo amore. Ma ogni giorno ha il suo domani. Quando l’ambiente cambia, l’uomo cambia con esso. Oggi, il candidato s’inchina davanti a voi, e persino troppo; domani si tirerà su, e persino troppo. Aveva mendicato il voto, vi darà degli ordini. L’operaio, diventato capo-squadra, può rimanere quello che era prima di ottenere il favore del capo? L’ardente democratico forse non impara ad inchinarsi quando il banchiere lo degna di un invito nel suo ufficio, quando i valletti del re gli fanno l’onore di intrattenerlo nell’anticamera? L’atmosfera di simili corpi legislativi è malsana da respirare; se si inviano i propri mandatari in un contesto di corruzione, non ci si stupisca se ne risultano poi corrotti.
Non abdicate, pertanto, e non mettete il vostro destino in mano a degli uomini forzatamente incapaci, e futuri traditori. Non votate mai! Invece di affidare i vostri interessi ad altri, difendeteli da voi soli; invece di nominare degli avvocati per proporre una linea d’azione futura, agite! Le occasioni non mancano agli uomini di buona volontà. Scaricare su altri le responsabilità derivanti dalla propria condotta, denota mancanza di coraggio.
Vi saluto dal profondo del cuore, compagni.
Élisée Reclus.
(Lettera a Jean Grave)
Rivolta al C.I.E. di Ponte Galeria
Esplode la rivolta a Ponte Galeria
Senza riscaldamenti e senza acqua calda: questo è l’inverno in gabbia tra le sbarre e il cemento del Cie Ponte Galeria a Roma.
Due mesi interi senza assistenza sanitaria, ma i potenti sedativi – la “terapia quotidiana” che viene somministrata ai reclusi – curano perfettamente la sofferenza. «Diamo fondo alle scorte, dal 1° marzo finiscono i giochi» – questa è stata la strategia degli operatori della Croce rossa negli ultimi giorni della loro gestione.
Nel lager della capitale, basta tentare il suicidio per cinque volte in un mese e alla fine un posto in ospedale lo si ottiene di sicuro… Questa è la triste storia di Boukili Wid, liberato tre giorni fa, dopo l’ennesimo e pericolosissimo tentativo di togliersi la vita. Concedere la libertà a una persona disperata è stato l’ultimo atto pietoso e caritatevole che la Croce Rossa ha compiuto all’interno del suo prezioso salvadanaio: il bottino di guerra è stato ridotto all’osso ed è ora di passare la palla al nuovo ente gestore: la cooperativa Auxilium (che gestisce il Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Bari).
I migranti rinchiusi nella sezione maschile, dopo lo sciopero della fame del 12 febbraio scorso, hanno ricevuto un amorevole consiglio dai medici del presidio sanitario: «Continuate a protestare perché dal 1° marzo arrivano quelli che stanno facendo un casino a Bari. Dovrete restare chiusi nelle celle tutto il giorno, avrete diritto solo a due ore d’aria e non esisterà più la mensa… mangerete rinchiusi nelle vostre gabbie».
I giornalisti non aspettano il 1° marzo a Ponte Galeria: i riflettori sono spenti perché qui non c’è facebook e nemmeno la CGIL. Ma i reclusi della sezione maschile decidono comunque di organizzare la propria giornata di lotta.
Ascolta la corrispondenza andata in onda su Radio OndaRossa il 1° marzo 2010
http://www.autistici.org/ondarossa/archivio/100301/pontegaleria.mp3
28 febbraio ore 22.00:
La Croce Rossa si incontra per il passaggio di consegna della gestione del Cie di Ponte Galeria con i dirigenti della Cooperativa Auxilium, che ha vinto la gara d’appalto e che gia’ gestisce il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Bari. La polizia fa da immancabile contorno a questo importante avvenimento.
Dalla parte opposta, nell’ ala inaugurata pochi mesi fa, sfruttando il momento che vede concentrati vecchi e nuovi aguzzini su questo grande afffare, si tenta la fuga. Solo un ragazzo riesce a raggiungere il muro di cinta e a tentare il salto verso la libertà. Ma viene inseguito e subito ripreso, e’ il capo stesso della polizia a pestarlo con calci e manganello, di fronte a tutti perche’ sia di esempio. Di fronte ai nuovi, anche se non troppo nuovi, gestori e di fronte ai vecchi gestori che tanto queste pratiche le hanno sempre avvallate. Il ragazzo viene portato via. Inizia la rivolta tra urla e pestaggi della polizia. Si bruciano coperte. Si rompe tutto quello che puo’ essere rotto. Si chiede che venga subito liberato e riportato nella sua sezione. In questo caso la lotta , la rivolta paga! Il ragzzo viene riportato in sezione, malmenato, ma libero dalle mani degli sbirri. La rivolta si calma, sono quasi le 2 di notte. intervista a un rivoltoso di Ponte Galeria
Ora la situazione all’interno e’ calma anche perche’ molti, la maggiorparte, sono stati sedati, sottoposti a un altra “terapia” forzata. In compenso le cure mediche per chi ne ha bisogno, che non vengono fornite da due interi mesi ancora, non arrivano. Le facce saranno pure nuove ma i metodi sono sempre gli stessi. intervista la mattina dopo la rivolta
macerie @ Marzo 2, 2010
Da Indymedia leggiamo invece che ieri notte 🙂 verso l’1:00 in varie zone di Roma sono stati accesi focolai in solidarieta’ alla rivolta,della notte scorsa,dei reclusi nel C.I.E di Ponte Galeria.
Solidarieta’ a tutti/e quelli/e che combattono contro l’ abolizione di tutte le galere
Sugli arresti in Italia contro la comunità kurda!
COMUNICATO STAMPA DELLA CONFEDERAZIONE COBAS
E’ dalle elezioni del marzo 2009 in Turchia – quando il DTP/partito “ filokurdo” ha ottenuto l’8% dei voti nazionali e 22 deputati(13 donne); il 75% dei voti nel Kurdistan – che le massime istituzioni militari e il Governo Erdogan , hanno accentuato la repressione nei confronti del popolo kurdo.
Lo scioglimento del DPT deciso dalla Corte Suprema controllata dai militari, la decadenza dei deputati Kurdi, oltre 500 arresti di dirigenti e attivisti del DTP, la distruzione di numerosi villaggi e ancora migliaia di profughi, oltre 1500 bambini-ragazzi arrestati/condannati a enormi pene, ne sono le conseguenze.
Ora il disegno repressivo Turco – si rivolge contro le Comunità Kurde in esilio in Europa, nonostante la “ road map”di Ocalan ( da oltre 10 anni nel lager di Imrali) e del PKK , proponenti la “ soluzione democratica” , ovvero una Turchia con una costituzione democratica (non più sottoposta ai diktat delle gerarchie militari) in cui convivano e si rispettino le “ minoranze Kurde, Aluite,Armene,…(oltre 50 milioni)”.
Da ieri in tutta Italia è scattato un blitz, con arresti e perquisizioni di centinaia di kurdi – di espulsioni in Turchia per coloro senza permesso di soggiorno( nonostante il “ divieto internazionale” verso gli stati che torturano e/o applicano la pena di morte) – per una ipotesi di reato assurda , quella “ di aver organizzato campi di addestramento per futuri guerriglieri inquadrati nel PKK”.
Essendo a conoscendo della situazione delle comunità kurde in Italia appare inverosimile questa accusa: la guerriglia in Kurdistan ha tutto il territorio che gli occorre , non ha minimamente bisogno di “ basi in Europa”.
Questa “ retata” , ci appare più dettata dalla ragion di stato, a cui si piegano il governo e gli inquirenti nostrani , proni agli affari con la Turchia e dimentichi dell’assoluta mancanza del rispetto dei diritti umani-civili-politici di un paese che attende di entrare in Europa e che ha collezionato ancora nel 2009 centinaia di sentenze colpevoli da parte della Corte Europea di Giustizia.
Il comunicato delle Comunità Kurde in Italia che segue, testimonia l’impegno al “ progetto democratico” in Turchia, sconfessando i blitz e i teoremi politico-giudiziari italiani.
Alle Comunità Kurde perseguitate e demonizzate va la solidarietà e l’incoraggiamento della Confederazione Cobas , l’impegno di contribuire a far cadere questa montatura per far prevalere senza tentennamenti la “ strategia democratica”.
Alla vigilia del 1° marzo , giornata di mobilitazione nazionale a sostegno dei diritti degli immigrati e degli asilanti, nelle iniziative già programmate rivendichiamo oltremodo la liberazione degli arrestati e il blocco delle espulsioni.
Roma 27 marzo 2010 Confederazione Cobas
COMUNICATO STAMPA delle comunità kurde in Italia
La Turchia ha avviato una campagna di criminalizzazione della popolazione kurda in Europa e di tutte le sue espressione associative che promuovono eventi e manifestazioni di carattere sociale e culturale.
Riteniamo che l´operazione di polizia di questa mattina, che ha portato al fermo di diverse persone, rientri in quest´ottica e che l´unico obbiettivo che si tenta di perseguire attraverso ciò, non sia altro che attaccare con forza il diritto del popolo kurdo di auto-organizzarsi e di rendere ancora più difficile la vita di una popolazione che è stata obbligata con la forza a lasciare il proprio paese.
Riteniamo che questo atteggiamento, parallelo a quello che ha portato in Turchia all´arresto di oltre 1500 tra sindaci, amministratori locali, rappresentanti politici, sindacali e della società civile kurda, sia un ostacolo serio allo sviluppo di una dialettica democratica e dia forza esclusivamente al partito della guerra che, in Turchia, vede la vera minaccia alla sua esistenza nella pace e nel dialogo.
Dalle prime informazioni trapelate dalla stampa viene affermato che, in Italia, non sarebbero state trovate armi ed allora sembra divenire anche un crimine il solo incontrarsi per discutere di cultura, politica o delle condizioni socio economiche del popolo kurdo in Europa ed in Kurdistan.
La comunità kurda, che in Italia persegue esclusivamente un disegno di promozione sociale e proprio miglioramento economico, non ha nessun interesse, tantomeno nessuna intenzione, di creare delle minacce per la Turchia e si batte per la convivenza civile e pacifica delle due popolazioni e perché possa essere raggiunta una soluzione equa e democratica della questione kurda in Turchia.
Siamo comunque fiduciosi nel lavoro della magistratura italiana e speriamo che questa situazione possa essere presto risolta in maniera positiva senza discriminare ulteriormente il popolo kurdo.
Tale operazione, inoltre, rende assai più difficile l´attività solidaristica di tutte quelle organizzazioni non governative ed associazioni che si battono per la pace in Turchia ed in tutto il Medio oriente.
Chiediamo alla società civile italiana ed alla opinione pubblica di agire per far si che i diritti fondamentali del popolo kurdo vengano rispettati. Il popolo kurdo è costretto a vivere in esilio a causa di una guerra, scatenata dalla Turchia contro la popolazione civile kurda e che, con la scusa della lotta al terrorismo ha portato, sino ad oggi, alla distruzione di oltre 4500 villaggi ed all´esodo di circa 5 milioni di profughi.
Speriamo che, almeno l´Europa, possa garantire il diritto del popolo kurdo all´esistenza e ad un futuro di libertà.
Le comunità kurde in Italia
Sciopero generale in una Grecia piegata dalla crisi …
Ancora una volta un paese paralizzato e titoli che parlano di “anarchici”, di giovani facinorosi che fanno a botte con la polizia. In realtà è un paese allo sfascio, è un paese incazzato nero da mesi e mesi … che è arrivato alla crisi totale, alla banca rotta, alla svendita al miglior offerente.
Ieri era il giorno del grande sciopero generale indetto per urlare contro questa crisi che rischia di esser pagata solo dai lavoratori, dai cittadini, dagli studenti, dai migranti, non ovviamente dai padroni. I numeri della crisi lasciano senza parole e l’Europa sembra muoversi a rilento nel cercare di trovare una soluzione: si diceva che i paesi dell’Unione fossero pronti a stanziare circa 25 miliardi di euro per le vuotissime casse greche, ma non è rimasta che una voce. Tornare alla dracma, dopo averla svalutata? Si parla anche di questo mentre le piazze scoppiano e i lavoratori incrociano le braccia.
Ieri s’è fermato tutto: chi è sceso in piazza sa benissimo chi deve pagare la crisi, sa benissimo di vivere in un paese piegato da speculatori, da politici incompetenti e collusi (non ci fa pensare proprio a nulla tutto ciò a noi italiani, noi siamo
impegnati a far battaglie per “carcerare” i politici, non per “liberare” gli sfruttati). Ad Atene la manifestazione è stata imponente: più di 40.000 persone hanno occupato le strade della città contro le politiche anti-deficit del governo. A Syntagma sono iniziati gli scontri con uno spezzone di circa trecento manifestanti, che hanno attaccato la polizia con pietre e bottiglie molotov, in risposta alle pesanti cariche dei reparti speciali e al fitto lancio di lacrimogeni e spray urticanti.
Si parla di una sola ragazza in stato di fermo, che avrà un direttissima nel corso della giornata.(proveremo ad avere aggiornamenti a riguardo)
Oltre alle mobilitazioni per lo sciopero generale, le organizzazioni studentesche, il blocco anarchico e altre organizzazioni avevano un secondo appuntamento pomeridiano in piazza Amerikis: una manifestazione Antifascista e Antirazzista in un quartiere che sta subendo (dopo anni di pacifica convivenza con molte comunità migranti da), oltre ad un incremento costante della repressione poliziesca, costanti attacchi da parte dei gruppi di estrema destra.
Ma poi nel leggere il volantino di convocazione si realizza immediatamente quanto il reale nemico sia lo Stato, più che di melma fascista, spesso solo utile strumento per propagandare odio e bisogno di “ordine” : è lo Stato a far la guerra ai migranti con le nuove leggi di cittadinanza. Lo Stato, ora con le poltrone occupate da un fantomatico partito di sinistra come il Pasok, a mandare avanti politiche di emarginazione sociale, di esclusione, di allontanamento dalla comunità per tutti i migranti. Uno Stato che, a braccetto con le politiche europee, demarca con sempre più netta violenza il confine tra legale e illegale: quello che può restare e quello che deve sparire.
Chi ha tentato di raggiungere Piazza Amerikis è stato bloccato da fitti cordoni della polizia e dei reparti speciali che hanno bloccato qualunque accesso alla marcia anti-razzista e anti-fascista, dichiarando “non autorizzata” qualunque genere di manifestazione. E così ancora scontri, per poi convergere verso i giardini di Patision…
Anche a Salonicco la giornata è stata estremamente calda: grandi mobilitazioni e anche in questo caso scontri con la polizia, che ha violato l’asilo universitario per l’ennesima volta!
Ancora sgomberi a Roma
Ieri all’idroscalo di Ostia oggi a Centocelle. Le politiche abitative diventano ordine pubblico.
Questa mattina intorno alle 10.30 ingenti forze di polizia, carabinieri, finanza e vigili urbani, hanno sgomberato i nuclei familiari che presidiavano da venerdì scorso l’ex scuola Tommaso Grossi in via degli Eucalipti nel VII municipio.
Il primo gruppo di carabinieri ha fatto irruzione sfondando il cancello di entrata, per poi spintonare le persone che hanno provato a resistere pacificamente allo sgombero. Una delle donne che presidiano da venerdì la struttura è stata immobilizzata e minacciata di arresto e solo l’intervento degli altri occupanti ha impedito che questo avvenisse.
Più di dieci persone hanno raggiunto il tetto dell’edificio per proseguire il presidio a oltranza. Più di cinquanta agenti sono saliti e hanno portato coloro che provavano a resistere fuori dalla scuola, provando a dividere i migranti dagli italiani. Questa operazione non è riuscita per l’opposizione di tutti i presenti.
In un clima di continue provocazioni anche la stampa e i fotografi sono stati insultati dalle forze dell’ordine.
Questo avviene alla vigilia del dibattito in consiglio comunale è ha l’obiettivo di avvelenare l’aria e disegnare le prove generali per un piano casa che non fornisce risposte adeguate all’emergenza abitativa di questa città. Attaccare in questo modo, dopo le cariche sotto la prefettura, i movimenti per il diritto all’abitare aumenta la tensione in maniera irresponsabile. Questo avviene perché la politica sta abdicando al suo ruolo consegnando le conseguenze della crisi e i conflitti inevitabili al prefetto e al questore di Roma.
I nuclei sgomberati si riuniranno, ospitati dal Forte Prenestino in via Federico Delpino, in assemblea alle 13.30. insieme ai movimenti per il diritto all’abitare convocano una conferenza stampa per le 15 di oggi sulla piazza del Campidoglio.
Roma 24 febbraio 2010
Movimenti per il diritto all’abitare
RADIO BLACKOUT E’ SOTTO ATTACCO!
E’ un blog in maternità, lo sapete, quindi arriva alle cose con i suoi tempi, con sommo ritardo ormai su tutto.
Spesso salto proprio intere giornate in cui vorrei parlare di tante cose o segnalare notizie, ma in questi giorni è praticamente impossibile.
Ma questa cosa è gravissima e mi scuote l’anima.
Mi scuote l’anima come compagna, come militante, come redattrice di una radio libera.
I nostri compagni torinesi sono sotto costante attacco da tempo, ma in questi giorni la situazione è pesantemente degenerata.
Arresti, perquisizioni, censura totale con una radio perquisita e quindi in silenzio per ore (per un’ora è stato staccato il segnale e si è riuscito a trasmettere solo dopo cinque lunghe ore) : la Digos torinese festeggia.
Tra gli arrestati tre redattori, computer della redazione, otto hard disk , cellulari e le agende telefoniche della radio.
Con i contatti di tutti, soprattutto dei migranti detenuti in Corso Brunelleschi!
La Digos festeggia: a sentirli hanno preso quelli delle azioni contro la Lega Nord, hanno preso i lanciatori di merda nei ristoranti, hanno preso gli “anarco-insurrezionalisti”!
Nel pieno della campagna “spegni la censura, accendi blackout!”, ad un mese dalla scadenza prevista del contratto d’affitto con cui Chiamparino cerca di mettere a tacere una storica voce libera e indipendente della città, Radio Blackout subisce questa mattina un nuovo attacco censorio e intimidatorio.
Con la scusa di un’operazione di polizia inconsistente, volta a criminalizzare l’Assemblea Antirazzista Torinese, che da mesi organizza appuntamenti pubblici di protesta contro l’orrore dei centri di identificazione ed espulsione, la radio viene di fatto sequestrata per più di 6 ore, impedendoci di andare in onda con il nostro consueto palinsesto di quotidiana contro-informazione. Per più di un’ora è stato anche staccato il segnale radio. Messi sotto sequestro apparecchiature informatiche fondamentali per la quotidiana attività della radio.
La nuova “grande operazione”, fatta di 23 perquisizioni, 3 arresti “cautelari” in carcere e altre 3 custodie ai domiciliari è costruita, ancora una volta, su reati di scarsissima rilevanza penale: insulti, reati contro il patrimonio, resistenza e violenza a pubblico ufficiale e una generica associazione a delinquere. Tre dei colpiti da questi provvedimenti sono nostri redattori. A ordire la trama contro i “nemici pubblici”, il sostituto Pm Andrea Padalino, già salito agli onori delle cronache per la proposta razzista di rendere obbligatorie le impronte digitali per gli/le immigrati/e.
Radio Blackout non si è mai sottratta dal denunciare pubblicamente con la propria attività informativa le ossessioni xenofobe di questo pubblico ministero. Non ci stupisce che con la dilatata perquisizione mattutina della nostra sede (e con l’operazione tutta) il Pm in odore di carriera cerchi anche una personale vendetta.
L’indagine si sgonfierà presto, il tutto si risolverà ancora una volta in un nulla di fatto. Ma intanto, attraverso la scusa di misure “cautelari”, s’imprigionano e zittiscono le voci scomode. Per parte nostra diamo tutta la nostra solidarietà agli arresati e denunciati. Come mezzo di comunicazione libero e indipendente denunciamo la pretestuosità di un attacco che giudichiamo censorio e intimidatorio. Un attacco che, guarda caso, cade in un momento particolare della vita di Radio blackout e della stessa città di Torino. Mentre si preparano le elezioni regionali e l’ostensione della sindone, le contraddizioni che attraversano la città e il territorio circostante restano tutte aperte: crisi, disoccupazione,casse integrazione che volgono al termine, l’opposizione popolare all’Alta Velocità, le ribellioni dentro i Cie, il massacro della scuola pubblica. Si cerca insomma di normalizzare una delle poche voci libere della città.
Ma Radio Blackout non si fa intimidire e rilancia: la data di scadenza sul tappo continuiamo a non vederla… Spegni la censura, accendi Blackout!
23 febbraio 2010
La redazione di Radio Blackout
Un fiore rosso per Valerio

Maggio 1977 _Valerio in piazza, che guarda dall'alto la manifestazione_ Questa splendida foto è sul blog di Carla http://www.valerioverbano.it
LUNEDI 22 FEBBRAIO.
TRENT’ANNI DALL’ASSASSINIO DI VALERIO VERBANO
L’APPUNTAMENTO E’ ALLE 16, IN VIA MONTE BIANCO, SOTTO CASA SUA.
PER PORTARE UN FIORE A VALERIO, PER ABBRACCIARE CARLA.
A Nando Biccheri, compagno nostro!
CIAO PRESIDENTE,CIAO NANDO
Vogliamo ricordare un compagno ,un compagno che molti hanno conosciuto e che con molti ha percorso le strade per la giustizia sociale e la trasformazione del mondo in un luogo di uguaglianza.
Un compagno che difficilmente interveniva nelle assemblee pubbliche ma che non si risparmiava di dirti quello che pensava ,faccia a faccia anche in modo duro e perentorio. Un compagno semplice che noi giovani abbiamo imparato a chiamare Presidente. Era un compagno autorevole,che faceva pesare quello che diceva e pensava, un compagno grande,un 68ttino,un 77ino,un autonomo, un antinuclearista, un ocupante dei centri sociali,uno dei 500.000 di Genova 2001,un compagno che al momento giusto sapeva stare con i giovani,indirizzarli ,spronarli e calmarli ”calma e gesso”,formarli ma mai sovradeterminarli.
NANDO BICCHERI era il Presidente ,il compagno di cui gli aspetti politici non si disgiungono mai da quelli personali,è difficile ricordare gli uni senza mischiarli agli altri.
Un compagno sempre attento agli altri,era il primo a parlare con i nuovi arrivati, a confrontarsi con i proletari nelle piazze. Nando Biccheri ci ha insegnato tante cose negli anni in cui ci siamo frequentati. Ci ha insegnato ad usare il cervello in modo autonomo,forse troppo,”ognuno deve essere un partito comunista nella propria testa”. Ci ha insegnato la responsabilità verso le lotte che si affrontano, l’abbiamo conosciuto quando nel 1984 con il COMITATO PROLETARIO TRULLO manteneva l’ultimo comitato di AUTORIDUZIONE delle bollette ENEL contro il nucleare, con decine di famiglie proletarie che NANDO insieme ai pochi compagni e compagne del comitato non ha lasciato con gli staccatori dietro la porta ma ha chiuso l’intervento dopo aver conquistato un accordo vantaggioso con i proletari. Anche questo suo buon senso travestito da caparbietà ha permesso ai compagni futuri di poter girare a testa alta nel quartiere proletario dove NANDO aveva lavorato politicamente e umanamente.
NANDO BICCHERI in quel comitato ha saputo aspettare con pazienza che una nuova generazione,dopo la grande repressione del movimento, si riaffacciasse con l’esigenza del cambiamento,ed insieme a loro si è impegnato per ricostruire un nuovo protagonismo,con l’attenzione di non farci ripetere gli errori del passato ma con la fiducia incondizionata nella vitalità dei giovani,nell’ incessante necessità del cambiamento e nell’ineluttabilità della trasformazione del presente manifestata e costruita dai movimenti sociali.
Ci ha insegnato a “contare sulle nostre forze” perché dopo il corteo cittadino nel territorio ci sono solo i compagni del territorio, e insieme a lui una nuova generazione di compagni del Trullo ha occupato un Centro Sociale . Nei giorni dell’occupazione di Ricomincio dal Faro ci ha insegnato la forza dell’autorganizzazione, cosa vuol dire fare intervento in un “quartiere proletario”, come bisogna stare in mezzo alla gente e privilegiare la socialità per far stare i compagni insieme alla gente,come il duro lavoro territoriale sia più prezioso della vetrina cittadina.
Non abbiamo mai potuto distinguere l’aspetto personale,perché il suo amore per la vita lo ha sempre espresso allo stesso modo,nella lotta come nell’attenzione alla vita dei compagni,sia nei momenti difficili come nel la felicità per una notizia lieta. Insieme a lui abbiamo visto tanti posti di questo paese,conosciuto tanti compagni e tanta gente. Gli interventi che oggi i compagni con difficoltà portano avanti,sono frutto delle sue intuizioni,la lotta contro l’elettrosmog,il contatto con il mondo contadino e la formazione del gruppo d’acquisto sono percorsi che abbiamo iniziato con lui.
Ci mancheranno anche gli aspetti più spigolosi del suo carattere solare, ci mancheranno le tue uscite marchiggiane,i tuoi borbottii vivaci quando le cose non andavano,le tue bestemmie un po’ imprecazione un pòincoraggiamento, i tuoi silenzi di quando non eri d’accordo.
Abbiamo avuto la fortuna di aver conosciuto un grande uomo e un grande comunista.
Che la terrà ti sia leggera,resterai per sempre il nostro PRESIDENTE.
Un abbraccio forte a MARILU’ sua compagna di lotta e di vita ,a MARINA e MICHELE.
CENTRO SOCIALE OCCUPATO RICOMINCIO dal FARO
Gli 11 volti del Mossad: bel colpo!
E’ la prima volta, credo, che accade una cosa simile..e penso alle facce che staranno facendo i loro capi, le facce di chi dirige e gestisce il miglior servizio segreto del mondo, quello israeliano. Assassini matricolati…la storia del Mossad è la storia delle tante guerre segrete dello Stato ebraico d’Israele, guerre che non hanno mai avuto confini territoriali; non sono cose che interessano agli 007 israeliani.
La storia di quel paese è composta di eccidi, di un’occupazione militare unica nei suoi metodi e nella sua durata; è una storia di apartheid, è una storia di segregazione razziale e anche di omicidi mirati, di liste nere di persone da far fuori.![pports248b[3]](https://baruda.net/wp-content/uploads/2010/02/pports248b3.jpg?w=595)
E gli omicidi mirati avvengono in due modi: dentro i Territori Occupati o nella Striscia di Gaza il metodo è semplice e credo anche poco dispendioso per Israele. Il suo esercito non conosce regole né confini: quindi basta alzare un elicottero da combattimento e permettergli di colpire la macchina o l’appartamento giusto al momento giusto, per eliminare dal pianeta qualcuno di scomodo. Nessuno si accorgerà di quella detonazione nel mondo, nessuno accuserà nessuno, a nessuno interesserà sapere da dove è partito quel missile e chi cercava.
Nella storia di questo servizio segreto però c’è un elenco infinito di morti, di assassinii compiuti in tutti i paese del Medioriente, in Europa e in Sudamerica: tanti nomi, troppi nomi di persone uccise a freddo dentro un portone, o nella stanza d’albergo dove alloggiano… tanti arabi, tanti palestinesi ammazzati con una detonazione o un colpo di pistola silenziata… in posti, paesi, città dove si pensavano al sicuro.
La storia delle vittime del Mossad è spesso la storia non di capi militari o politici ma di intellettuali, di scrittori, di poeti: da quando è nato, il 2 marzo 1951 per ordine di Ben-Gurion le vittime sono tante, tutte colpite a freddo.
Peccato però che nel 2010 avrebbero dovuto imparare a muoversi in modo un po’ più intelligente: il Mossad di cazzate ne ha fatte tante anche se sappiamo bene che sono i più bravi del mondo nel loro lavoro di spionaggio e “affari speciali”; il libro di Benny Morris e Ian Black racconta bene la storia di questa struttura, lo consiglio a chi vuole capirci qualcosina in più.
Andiamo ai fatti:
Dubai, 20 gennaio 2010: Mahmoud Al-Mabhouh, capo di Hamas, viene ucciso nella stanza del suo albergo.
A distanza di meno di un mese, incredibile ma vero, spuntano diversi video. Il servizio segreto più fico del mondo non ha pensato alle telecamere dell’albergo: quasi comico come scivolone. E così per la prima volta abbiamo dei visi, dei movimenti, dei passaporti (falsi): per la prima volta abbiamo addirittura la richiesta di 11 mandati di cattura internazionali. STUPENDO!
I giornali israeliani ironizzano non poco: “Li riconoscete?”, “Saranno del Mossad?”. Che appartengano al Mossad non si ha la certezza, ovviamente; parliamo di undici persone (tra cui una donna) con 6 passaporti britannici, 3 irlandesi, 1 francese e 1 tedesco, con rispettivi nomi e cognomi, ovviamente falsi.
Difficile andare ad accoppare un tipo dentro un lussuoso albergo degli Emirati Arabi senza essere immortalati in mille immagini della sorveglianza: il video mostra la rapidità d’esecuzione del commando.
Mahmoud Al-Mabhouh entra in albergo alle 20.24 e poco dopo nella sua stanza: alle 20.46 il gruppo di assassini se ne vanno, l’uomo di Hamas è già morto, pare per soffocamento (stanno controllando che non si tratti di avvelenamento). Alle 22.30 i due che sono entrati nella stanza a compiere materialmente l’omicidio sono già imbarcati su un volo.
Piena di errori quest’operazione: si parla di telefoni criptati e materiale estremamente sofisticato, ma i volti ci sono e sono stati già arrestati due palestinesi che avrebbero collaborato: la stampa internazionale parla anche di servizi iraniani e siriani. Insomma, una storia complicata, come sempre quando si parla di spionaggio: ma questa volta di nuovo abbiamo 11 volti.
Anche se….penso che ne fossero consapevoli: era un rischo che sapevano di correre. Al mondo d’oggi non si può pensare di compiere azioni simili senza che una telecamera spii ogni movimento; sicuramente anche questo era stato calcolato e questa storia che pure ci intriga non poco, morirà nel silenzio.
Tutt@ a salutarle, prima della deportazione … la solidarietà è un’arma!
Sabato 13 febbraio 2010 appuntamento alle 10.00 di mattina alla stazione Ostiense per andare al CIE di Ponte Galeria a salutare Helen e Florence e far sentire la nostra solidarietà ai reclusi e alle recluse in sciopero della fame.
La notte scorsa hanno trasferito furtivamente in diversi CIE le cinque donne imprigionate dopo la rivolta nel CIE di via Corelli a Milano, che il 12 febbraio avrebbero dovuto essere scarcerate insieme a Mohamed Ellabboubi, morto in circostanze misteriose nel carcere di San Vittore.
Stanno cercando di obbligarle al silenzio perché durante il processo una di loro ha denunciato il tentativo di stupro da parte dell’ispettore-capo Vittorio Addesso.
Pensano così di indebolire la solidarietà e la protesta dentro e fuori i lager di stato, che in questi mesi si è sviluppata in diverse città.
Joy, Helen, Florence, Debbie, Priscilla e tutti i rivoltosi di Corelli non sono più invisibili.
La violenza istituzionale sulla loro pelle non deve passare inosservata.
La solidarietà è un’arma!
Invitiamo tutti e tutte sabato 13 febbraio alle 10.00 alla stazione Ostiense per andare in treno davanti al CIE di Ponte Galeria.
Saluteremo Helen e Florence che stanno per essere deportate a Ponte Galeria ed esprimeremo sostegno ai reclusi e alle recluse in sciopero della fame nei CIE di Roma, Torino, Milano e Bari.
FINCHE’ I CIE ESISTERANNO NESSUNO E NESSUNA POTRA’ DIRSI LIBERO/A CONTRO LA VIOLENZA RAZZISTA E SESSISTA DELLO STATO CONTRO OGNI GABBIA E REPRESSIONE LIBERTA’ PER TUTTI E TUTTE CHIUDERE I CIE
Il Comune di Roma “cede” l’acqua pubblica …
La neve di questa mattina non ha potuto cancellare l’enormità del furto che si sta cercando di portare a termine a danno dei cittadini di Roma.
Ieri 11 febbraio, in un Consiglio comunale ben poco democratico che ha accolto i vertici di Acea e che ha lasciato fuori i cittadini, la maggioranza ha portato a casa il suo risultato:
approvata la mozione che impegna il Sindaco e la sua giunta “a porre in essere tutte le azioni necessarie per delineare un percorso di cessione delle quote azionarie di Acea SpA”.
Immaginiamo i poteri forti di Roma, gli imprenditori e gli immobiliaristi di sempre, fregarsi le mani in attesa di questa nuova gustosa torta da spartirsi: la fretta di Alemanno nel cedere le quote di ACEA quando il decreto Ronchi indica il 2015 come termine ultimo, non fa che svelare l’avidità di quegli interessi speculativi che già da anni gareggiano per saccheggiare la città, ma per noi i servizi che riguardano la salute, il benessere e i diritti dei cittadini non sono “servizi di rilevanza economica” e non lo saranno mai!
Il Forum dei movimenti per l’acqua ha da anni intrapreso un cammino a livello nazionale e internazionale per affermare che l’acqua è un diritto e non una merce, e non saranno gli interessi di quattro palazzinari che già da anni si stanno spartendo la capitale a fermare un fiume che è già in piena!
120 Comuni italiani hanno già approvato delibere che riconoscono l’acqua come “servizio privo di rilevanza economica”, di fatto sottraendola al mercato nel quale il Decreto Ronchi vuole relegarla e centinaia di Comuni ne seguiranno l’esempio.
Centinaia sono le iniziative ed i comitati locali che si battono per l’acqua pubblica, e sempre più numerose sono le vittorie dei comitati nelle vertenze territoriali sull’acqua
Non ci faremo sottrarre un bene primario ed un nostro fondamentale diritto!
Il Coordinamento Romano per l’Acqua Pubblica ribadisce il suo NO a questa decisione del Comune di Roma ribadisce il suo NO ad un mercato predatore che vuol far pagare ai cittadini la crisi del sistema economico capitalistico.
La battaglia per l’acqua pubblica è appena iniziata e riaffermiamo che anche noi “porremo in essere tutte le azioni necessarie” per tirare fuori l’acqua dal mercato!
Coordinamento Romano Acqua Pubblica
NO VAT 2010: Autodeterminazione laicità antifascismo antirazzismo liberazione
Il 13 Febbraio 2010 per il quinto anno scendiamo ancora in piazza contro il Vaticano per denunciarne l’invadenza nella politica italiana: è infatti uno degli attori che agiscono nelle complesse dinamiche di potere sottese a un sistema autoritario e repressivo.
L’11 febbraio 1929 i Patti Lateranensi sancivano la saldatura tra Vaticano e regime fascista, oggi le destre agitano il crocefisso per legittimare un ordine morale in linea con l’integralismo delle gerarchie vaticane, lo strumentalizzano per costruire un’identità nazionale razzista e una declinazione della cittadinanza eterosessista e familista.
Da una parte le destre criminalizzano immigrate ed immigrati, istigano a una vera “caccia all’uomo”, li/le rappresentano come la concorrenza nell’accesso alle risorse pubbliche mentre nessuno affronta il problema di un welfare smantellato e comunque disegnato su un modello sociale che non c’è più. D’altra parte la chiesa cattolica legittima esclusivamente questo modello di società, basato sulla famiglia eterosessuale tradizionale, sulla divisione dei ruoli sessuali, dove un genere è subordinato all’altro e lesbiche, gay e trans non hanno alcun diritto di cittadinanza.
Su un altro fronte, destra moderata e sinistra riformista attuano il tentativo di procedere ad un’assimilazione selettiva dei soggetti minoritari sulla base della disponibilità espressa a offrirsi docilmente a legittimare discorsi razzisti, eterosessisti e repressivi. E’ prevista l’inclusione solo di quelle soggettività che non mettono in discussione il potere: c’è un piccolo posto anche per gay, lesbiche e trans e per altre figure della diversità, purché confermino l’ordine razzista, sessista e repressivo.
In questo quadro, nel movimento lgbtq, abbiamo assistito alla comparsa di “nuovi” soggetti che ne usano le parole d’ordine per produrre un ribaltamento della realtà: a protezione delle soggettività supposte deboli pongono i loro carnefici. Chi legittima questi “nuovi” soggetti, contribuisce a produrre un ulteriore spostamento a destra, a normalizzare la presenza delle destre radicali nel dibattito pubblico.
Fuori da queste lotte interne al potere, dobbiamo constatare la diffusa e asfissiante presenza di un’etica cattolica, un modello di politica che propone come uniche alternative di “rinnovamento” il moralismo e il giustizialismo. Sappiamo che se oggi il Vaticano appare meno interventista è solo perché non ne ha bisogno: già nel nostro paese possiede il monopolio dell’”etica” che abbraccia indistintamente governo e opposizione parlamentare che fanno a gara – come sempre – ad inginocchiarsi all’altare del giustizialismo e del buonismo ipocrita.
Respingiamo il tentativo di espropriare anche i movimenti di lesbiche, gay, trans e femministe, di categorie fondamentali quali l’antifascismo, altrimenti l’ambiguità politica finirebbe per rendere le nostre soggettività complici di quest’ordine morale e politico che concede una legittimazione vittimizzante e minoritaria in cambio dell’assuefazione alla repressione.
Contrastiamo questo potere che, dove non addomestica, reprime e, attraverso l’ordine morale vaticano, assume dispositivi di disciplinamento e controllo sociale che negano qualunque tipo di autodeterminazione: l’autodeterminazione sociale ed economica dei e delle migranti, l’autodeterminazione dei corpi e degli stili di vita di donne, gay, lesbiche e trans, ogni percorso di autorganizzazione, di dissenso e di conflitto.
Denunciamo che quando il processo di addomesticamento non si compie viene utilizzato il carcere, il CIE (centri di identificazione ed espulsione), la repressione, la paura, la noia, la solitudine, l’intimidazione e la criminalizzazione per neutralizzare gli elementi di dissenso non previsti e non gestibili: migranti, movimenti, studenti, lavoratori e lavoratrici, disoccupati/e.
Riaffermiamo che antirazzismo, antifascismo, antisessismo sono lotte, necessarie l’una all’altra, da condurre anche contro l’uso strumentale delle libertà di donne e lgbt per rafforzare e legittimare un modello razzista.
Portiamo in piazza i nostri percorsi di autodeterminazione nell’acutizzarsi della crisi economica e dello smantellamento dello stato sociale – in particolare della scuola e dell’università – che tanto spazio lascia alle imprese private e confessionali.
Riaffermiamo le diversità e le differenze sociali, sessuali, culturali, contro l’identità nazionale razzista e eterosessista che ci vogliono imporre e contro l’ordine morale vaticano.
Portiamo in piazza i nostri percorsi di liberazione per ribadire la nostra volontà di agire nello spazio pubblico per produrre trasformazione sociale e culturale.
ROMA – sabato 13 febbraio 2010
Manifestazione Nazionale NO VAT
Autodeterminazione laicità antifascismo antirazzismo liberazione
http://www.facciamobreccia.org
per adesioni: adesioni@facciamobreccia.org
Erri De Luca: prendiamo congedo dall’emergenza contro i rivoluzionari del ‘900
Prescrizione per i governanti
di Erri De Luca
Le Monde 8 février 2010
Il secolo ventesimo è stato quello delle rivoluzioni, la prima in Russia nel 1905, le ultime nell’Europa orientale dopo il collasso del patto di Varsavia. Con le rivoluzioni sono stati rovesciati i rapporti di forza e di oppressione,emancipando immense masse umane nel 1900, dall’Asia alle Americhe. E’ andata così nel mio tempo, sono stato militante rivoluzionario nell’Italia degli anni ‘70, non per estro di gioventù ma in obbedienza all’ordine del giorno del mondo.
Sono ancora in vita gli ultimi rivoluzionari del 1900. Alcuni sono diventati capi di stato e di governo, per loro si suonano gli inni nazionali. Altri restano dietro sbarre, in esili senza fine, oppure in frastornata libertà dopo decenni scontati in prigione. Queste ultime vite andrebbero protette, perchè sono la reliquia politica del secolo delle rivoluzioni, il grandioso 1900. Per esempio andrebbero protette le vite della signora Sonia Suder e del signor Christian Gauger (accusati di aver appartenuto alla Cellule rivoluzionarie tedesche, formazione politica degli anni 70) che stanno per essere estradati dalla Francia e consegnati alle prigioni tedesche. Spedire al giorno 1 di pena, alla casella di partenza, dei rivoluzionari del 1900, colpevoli secondo l’accusa di reati politici di trenta e più anni fa (otto olimpiadi): non è solo triste, è pure antico. Ribadisce che il ventesimo è secolo ancora in corso, alla faccia del miope che l’ha intravisto breve.
E’ invece tempo di prendere congedo dal secolo delle rivoluzioni, lasciando gli spiccioli di vita degli ultimi rivoluzionari al loro corso, togliendoli dal piccolo martirio delle ultime serrature.
Le polizie devono attenersi a mandati anche se abbondantemente scaduti. Ma esiste la misura e la saggezza politica per correggere distorsioni e stabilire in propria autonomia il tempo di chiudere e quello di aprire.
Le vite di Sonia Suder e Christian Gauger vanno protette non per clemenza, ma per evidenza di tempi scaduti, per diritto politico di chiudere il registro di classe del 1900. Si smette così di suddividere i rivoluzionari in vincitori da accogliere con cerimonia ufficiale, e vinti da estradare. Non perchè sono anziani, l’età, che condivido con loro, non è una attenuante. Attenua, sì, molte cose, ma non la responsabilità di essere stati dei rivoluzionari al tempo necessario.
E’ tempo di dichiarare prescritto il 1900 delle rivoluzioni, per pura igiene fisica e mentale. I nomi di Sonia Suder e Christian Gauger, siano consegnati all’archivio politico e non alla cronaca giudiziaria. E’ una buona occasione per stabilire il primato e la sovranità della politica sulle vite umane.
Prescription pour les gouvernants
di Erri De Luca Le Monde 8 février 2010
Le XXe siècle a été le siècle des révolutions, la première en Russie en 1905, les dernières en Europe de l’Est après l’effondrement du pacte de Varsovie. Les rapports de force et d’oppression se sont inversés avec les révolutions, en émancipant d’énormes masses humaines dans les années 1900, de l’Asie aux Amériques. C’est ce qui s’est passé à mon époque, j’ai été un militant révolutionnaire dans l’Italie des années 1970, non par caprice de jeunesse, mais par obéissance à l’ordre du jour du monde.
Les derniers révolutionnaires du XXe siècle sont encore en vie. Certains sont devenus des chefs d’Etat et de gouvernement, on joue pour eux les hymnes nationaux. D’autres restent derrière les barreaux, dans des exils sans fin, ou bien dans une liberté désorientée après des dizaines d’années purgées en prison. On devrait protéger ces dernières vies, car elles sont les reliques politiques du siècle des révolutions, le grandiose XXe siècle.
Il faudrait protéger par exemple les vies de Sonja Suder et de Christian Gauger (soupçonnés d’avoir fait partie des “cellules révolutionnaires” allemandes), qui sont sur le point d’être extradés de France et remis aux autorités allemandes. Renvoyer au jour numéro un de leur peine, à la case départ, des révolutionnaires du XXe siècle, accusés de crimes politiques vieux de trente ans ou plus (huit olympiades)Pre: c’est non seulement triste, mais dépassé. C’est réaffirmer que le XXe siècle est encore là, en dépit des myopes qui l’ont vu bref.
Il est temps au contraire de prendre congé du siècle des révolutions, en laissant les miettes de vie des derniers révolutionnaires suivre leur cours, en les délivrant du petit martyre des dernières clôtures. Les polices doivent s’en tenir à des mandats d’arrêt, même largement expirés. Mais il existe la mesure et la sagesse politique pour corriger des distorsions et décider en toute autonomie du temps de fermer et de celui d’ouvrir.
Les vies de Sonja Suder et de Christian Gauger doivent être protégées non par clémence, mais par évidence de temps expirés, par droit politique de fermer le cahier de classe du XXe siècle. On cessera ainsi de diviser les révolutionnaires en vainqueurs à recevoir avec des cérémonies officielles, et en vaincus à extrader. Non pas parce qu’ils sont vieux, l’âge, que je partage avec eux, n’est pas une circonstance atténuante. Oui, elle atténue beaucoup de choses, mais pas la responsabilité d’avoir été révolutionnaires au moment nécessaire.
Il est temps de déclarer prescrit le XXe siècle des révolutions, par pure hygiène physique et mentale. Que les noms de Sonja Suder et de Christian Gauger soient consignés dans les archives politiques et non pas dans la chronique judiciaire. C’est une bonne occasion pour établir la suprématie et la souveraineté de la politique sur les vies humaines.
Traduit de l’italien par Danièle Valin
Aggressione fascista a La Strada ad un’iniziativa di Radiondarossa
Questa notte verso le 4 e mezza, tre ragazzi sono stati aggrediti mentre tornavano a casa a poche centinaia di metri dal centro sociale La Strada dopo un iniziativa a sostegno di Radio Onda Rossa.
I vili aggressori come sempre hanno colpito alle spalle, con bottiglie di vetro, bastoni e coltelli. I tre giovani fortunatamente sono stati dimessi dall’ospedale con alcuni giorni di prognosi, punti in testa e ferite da taglio a gambe e braccia.
Non sappiamo se questi esseri vigliacchi appartengano a una o all’altra fazione della destra romana, ma sappiamo per certo che chi si aggira di notte, travisato, coltello alla mano per aggredire chi esce da un centro sociale e’ una merda fascista. E non avra’ spazio nei nostri quartieri.
In questi giorni di campagna elettorale chiediamo a tutta la citta’ di mantenere gli occhi ben aperti per difendere i diritti e le liberta’ della roma democratica che non si vuole piegare al l’intolleranza e alla paura del diverso, predicati da tanti politici e poi agiti di notte da questi loschi scagnozzi.
Come ogni giorno continuiamo a stare nelle strade con chi lotta per diritti e dignita’ e come sempre non lasceremo nessuno spazio alla violenza fascista senza paura.
Csoa La Strada – Action Diritti
Appuntamento centro sociale La Strada, via F. Passino 24 ore 16 per volantinaggio nel quartiere.
RADIO ONDA ROSSA ESPRIME SOLIDARIETA’ AI COMPAGNI AGGREDITI
Sabato mattina all’alba, intorno alle 4 e 30, tre ragazzi sono stati aggrediti dall’infamia fascista. L’aggressione è avvenuta al termine di una iniziativa che ha portato centinaia di persone al Csoa La Strada, a sostegno di Radio Onda Rossa.
Quattro persone incappucciate, armate di bastoni e coltelli, protette dall’oscurita’ della notte, si sono scagliate contro tre giovani usciti dal centro sociale con la solita modalità squadrista: aggressione vigliacca alle spalle con lame alla mano. I tre aggrediti fortunatamente stanno bene e sono stati dimessi in mattinata dall’ospedale. Hanno riportato ferite da arma da taglio e uno di loro un trauma cranico di lieve entità con diversi giorni di prognosi.
Cambiano le giunte ma il clima politico della capitale rimane sempre lo stesso. Soprattutto nel quartiere di Garbatella dove negli ultimi anni diverse sono state le aggressione nei confronti de La strada.
Il lavoro che questo centro sociale fa nel quartiere e l’alta partecipazione alle iniziative che da anni costruisce, evidentemente danno molto fastidio.
Radiondarossa esprime la sua piena solidarietà ai ragazzi aggrediti e ai compagni del Csoa la strada nella loro volontà di continuare a stare nelle strade con chi lotta per diritti e dignità senza lasciare spazio alla violenza fascista.
Con Joy ed Hellen. Basta Deportazioni
Il 04/02/2010 l’avvocato Massimiliano D’Alessio chiama in carcere a Como, per l’istanza depositata nel tribunale di Milano il 2 febbraio scorso, che gli autorizza l’ingresso in carcere insieme all’interprete nigeriana per incontrare in colloquio la sua assistita Joy.
Dall’ufficio colloqui del carcere rispondono che è tutto a posto per la suddetta visita.
Il giorno seguente, venerdì 5 febbraio 2010, l’avvocato insieme all’interprete si presenta all’ufficio colloqui del carcere di Como per incontrare la sua assistita e gli viene detto che Joy il 4 febbraio 2010 ha revocato la nomina al suo avvocato di fiducia, Massimiliano d’Alessio, nominando l’avvocata d’ufficio che le avevano assegnato in precedenza e con la quale non ha mai avuto un colloquio né un contatto.
Non avendo potuto incontrarla non ci spieghiamo come Joy abbia potuto scegliere di cambiare l’avvocato che la seguiva fino a quel momento nel processo di appello per la rivolta dello scorso agosto nel Cie di via Corelli a Milano e nella denuncia per tentata violenza sessuale nei confronti dell’ispettore capo dello stesso Cie, Vittorio Addesso, mettendosi così nelle mani di un’emerita sconosciuta.
Allora ci chiediamo: ma ha fatto la richiesta veramente Joy? Quale ‘forza oscura’ l’ha indotta a farlo? In questo modo non ha potuto parlare con il suo avvocato e la interprete nigeriana. Perchè succedono queste cose improvvise? C’è qualcuno o qualcosa che non vuole che si sappia come è andata la vicenda?
Non abbiamo potuto vedere Joy, non abbiamo potuto parlare con Joy, non sappiamo come stia, non sappiamo cosa pensi, non abbiamo potuto dirle che il 12 febbraio, giorno della sua scarcerazione, saremo lì fuori ad aspettarla.
Lei continua a lottare, ma purtroppo è in carcere dove non possiamo comunicare con lei perché loro non vogliono.
Dobbiamo far sapere a tutti che non possono zittirla perchè siamo noi la sua voce!
Appuntamento 12 febbraio ore 6.30 di mattina davanti alla stazione di Albate Camerlata Fs. Dalle ore 7 in poi davanti al carcere di Como – in via Bassone 11 – per aspettare Joy!
Invitiamo chi non può venire a Como a costruire iniziative a supporto del presidio nel territorio in cui vive.
Roma: Occupato l’assessorato alla casa
Da più di un’ ora oltre 300 persone tra sfrattati, assegnatari di case popolari ed attivisti dei movimenti per il diritto all’abitare stanno protestando all’interno dell’assessorato alla casa a lungotevere dei Cenci.
Dal 23 dicembre oltre cento famiglie dormono in tendopoli sotto l’assessorato per protestare contro l’inerzia di questa amministrazione comunale, che preferisce buttare milioni di euro in residence privati ed in operazioni speculative piuttosto che mettere in campo un piano reale per l’edilizia residenziale pubblica.
Il presidio che prosegue sotto continue minaccia dello sgombero delle tende dal marciapiedi davanti l’assessorato, ha deciso di portare la protesta all’interno dell’edificio.
E’ sotto gli occhi di tutti l’incapacità di dare risposte al dramma dell’emergenza abitativa rifiutando il confronto con chi questo problema lo vive oramai da troppi anni, i manifestanti chiedono la ripresa dei tavoli di discussione per l’emergenza abitativa ed il piano casa. Anticipare il consiglio straordinario sul piano casa all’8 Febbraio, chiudendo di fatto i tavoli di confronto con i movimenti e le parti in causa, dimostra quanto questa amministrazione preferisca assecondare gli interessi dei tanti senza casa a quelli dei soliti palazzinari. Il consiglio comunale straordinario sull’emergenza abitativa deve essere un punto di partenza e non un punto d’arrivo dove si comunica ciò che è stato deciso senza confronto pubblico con la città.
Roma, 4 febbraio 2010 – Movimenti per il diritto all’abitare
http://abitarenellacrisi.noblogs.org/
Un ottimo documento dalla/sulla Calabria
Rosarno l’alibi del razzismo e della ‘Ndrangheta
24/01/2010
di ELISABETTA DELLA CORTE e FRANCO PIPERNO
Sono trascorse alcune settimane dai fatti di Rosarno, ricostruiti ormai con dettaglio e commentati con dovizia, sui mezzi d’informazione; sicché è possibile fare il punto, per quanto provvisorio, su quel che è accaduto e sulle cause congetturali.Diciamo subito che, per noi, i moti di Rosarno, sono un segnale precursore dello scenario, inedito e maligno, che sembra aprirsi per l’agricoltura meridionale, in particolare per quella delle grandi piane.Invece, su quei fatti, gli opinionisti dei giornali del Nord hanno, di preferenza, cercato la genesi nella pulsione xenofoba, se non propriamente razzista, che abita l’anima calabrese; mentre i commentatori dei giornali del Sud hanno, per la gran parte, sposato la tesi secondo la quale tutto ha origine dalle cosche della ‘ndrangheta: sono i boss che hanno fomentato la rivolta tanto tra i braccianti neri quanto tra i cittadini italiani della Piana.
Noi riteniamo che entrambe queste spiegazioni finiscano col rendere ancor più confuso ciò che, in principio, avrebbero dovuto chiarire; e tutte e due approdano alla invocazione insana: più stato nel Meridione; come se, a datare dall’Unità d’Italia e per centocinquanta anni questa strategia non avesse procurato abbastanza danni.
Vediamo le cose più da vicino. Fuor di retorica, tanto la xenofobia, ovvero la paura del forestiero, quanto il razzismo, cioè il disconoscimento della comune natura per colui che ha caratteri somatici diversi, entrambi i sentimenti o i risentimenti, essendo, purtroppo, generalmente umani, si ritrovano certo tra gli abitanti di Rosarno, come a Treviso, a Biella o nel Cantone dei Grigioni. Ma sostenere che questi deplorevoli pregiudizi siano talmente egemoni da determinare la sentimentalità dei calabresi è contrario ad ogni evidenza da secoli, nella nostra regione, distribuite a macchia di leopardo, convivono con successo minoranze diverse per etnia, lingua o religione; nel recente passato, cioè negli ultimi venti anni, si sono verificati rari casi d’intolleranza verso i forestieri, certo molti di meno di quanto sia accaduto nel resto d’Europa; e, viceversa, tanto a Rosarno quanto a Badolato, a Riace come a Soverato non sono mancate esemplari occasioni d’accoglienza e di solidarietà verso i migranti, come ben mostra l’ultimo film di Wenders.
Possiamo ragionevolmente concludere che il razzismo come chiave esplicativa risulta di una vaghezza frettolosa e frustrante.
Quanto alla ‘ndrangheta, l’attribuzione di responsabilità nei fatti di Rosarno non proviene da inchieste o ricostruzioni o studi documentati; piuttosto è una assunzione congetturale, anzi mitica; argomentata, grosso modo, così: data l’onnipotenza demoniaca della ‘ndrangheta, sia quel che accade sia quel che non accade a Rosarno è riconducibile, in ultima analisi, alla strategia malavitosa; i criminali non possono non sapere, quindi tirano le file del gioco. Qui, la ‘ndrangheta è divenuta una sorta di “causa assoluta”; v’è all’opera, in questo modo di ragionare, uno sprovveduto rovesciamento cognitivo che scambia gli effetti con le cause: non sono le condizioni socio-culturali delle città della piana a generare e rigenerare la ‘ndrangheta ma, viceversa, è la criminalità stessa a produrre quelle condizioni.
Si noti che l’individuazione della ‘ndrangheta come causa assoluta gode di particolare favore tra i professionisti dell’antimafia, per dirla con Sciascia. Questi, così, oltre ad assicurasi quattro paghe per il lesso, finiscono con l’assolvere dalle responsabilità specifiche in ordine alla degradazione della vita civile calabrese, i politici nazionali e locali, nonché tutto il ceto dirigente della regione, imprenditori, giornalisti e universitari compresi.
Val la pena sottolineare l’intrinseca inconsistenza di questa spiegazione: da una parte, la cattiva potenza della ‘ndrangheta viene amplificata oltre ogni misura, attribuendole, nella rappresentazione, una strategia assai astuta ed un’efficacia paranoica; dall’altra le vengono addebitate azioni e gesti che si rivelano idioti, inconcludenti e suicidi, ancora prima che criminali.
Infatti, per dirne una, che tornaconto potrebbe mai avere la ‘ndrangheta a fomentare rivolte nei territori che controlla? Stante la dimensione internazionale delle sue imprese, essa, con ogni evidenza, è interessata a svolgere i propri affari nella quiete sociale; quiete che, certo, non desidera l’arrivo massiccio di magistrati, forze dell’ordine, giornalisti e studiosi della domenica.
Il miracolo economico dei giardini e la condizione di vita del migrante
Per noi, la genesi dei fatti di Rosarno va, di sicuro, cercata localmente; ma non già nella malavita piuttosto nella struttura economico-sociale del luogo.
Per ricostruire, per l’essenziale, questa struttura ci serviremo liberamente delle ricerche dei sociologi dell’Università della Calabria, in particolare cfr. Tesi di Antonio Sanguinetti, La resistenza dei migranti: il caso Rosarno, 2009, Unical).
Rosarno, cinquemila famiglie, ha da lungo tempo una economia incentrata sulla produzione agricola, in particolare oliveti ed agrumeti. La proprietà della terra, decisamente frantumata, è distribuita tra poco meno di duemila famiglie, ciascuna delle quali possiede in media un ettaro o poco più; insomma ad ognuna un “giardino”, come dicono a Rosarno. Fino a qualche anno fa, vi erano oltre mille e seicento aziende agricole, quasi una a famiglia, che davano lavoro, più o meno continuativo, a circa tremila braccianti rosarnesi, poco meno di due per azienda. A partire dagli anni ‘90 e fino al 2008, i contributi finanziari europei per l’agricoltura meridionale venivano concessi in proporzione alla quantità di agrumi prodotta; questo faceva sì che per ogni ettaro il proprietario percepisse una sorta di rendita fondiaria annua, garantita dalla burocrazia europea, nella misura di circa 8.000€ per ettaro. Per i tremila braccianti v’era la protezione previdenziale dell’Inps: bastava lavorare 51 giorni, 5 in caso di calamità naturali, per aver poi diritto ad un assegno di disoccupazione per tutto l’anno.
In effetti, molti tra i braccianti rosarnesi preferiscono, oggi come allora, percepire l’indennità di disoccupazione e svolgere altri lavori; dal momento che, negli agrumeti, a raccogliere le arance, basta ed avanza la fatica penosa dei migranti stranieri, totalmente flessibile ed a costi irrisori.
Così, gli agrumi di Rosarno erano competitivi sul mercato delle derrate alimentari, data la stabilità del prezzo di vendita. Anzi di più: per oltre un decennio la produzione dei giardini è costantemente cresciuta; e la città ha vissuto un generale aumento del reddito monetario.
A vero dire, questo incremento della quantità di arance, realizzato con continuità senza alcuna miglioria nelle tecniche agricole, aveva qualcosa che sembrava venire dal nulla, un atto creativo. Ma nessuna autorità nazionale o locale appariva inquieta per quella stranezza, non uno tra I numerosi “predicatori di legalità” ne era turbato, non un solo studioso si mostrava incuriosito; e perfino tra i giovani cronisti a caccia di “scoop” non se ne trovava uno che prestasse attenzione a quella bizzarria.
Infatti, il miracolo economico nella piana tirrenica si basava sulla frode e la pubblica menzogna; come per altro accadeva in quegli stessi anni alla produzione lattiera nell’Italia del Nord, o, globalmente, alla finanza creativa.La cosa funzionava così: le cooperative dei piccoli proprietari, raccoglievano le arance per poi smerciarle verso i grandi mercati ortofrutticoli e le industrie alimentari del Nord. Queste stesse associazioni, dirette da un personale proveniente equamente dal ceto politico di centrosinistra e di centrodestra, gestivano i contributi europei. Poiché questi ultimi erano proporzionali alle quantità di agrumi conferiti dai contadini alle cooperative, Rosarno produceva una sterminata quantità di arance, molte sugli alberi, ma molte di più sulla carta. Se il contadino portava un certo ammontare di agrumi, l’associazione, nella fattura, ne dichiarava tre, cinque, perfino dieci volte tanto. I proprietari degli agrumeti incassavano così dei contributi finanziari gonfiati, che, in misura assai modesta, stornavano ai contadini per assicurarsi, a buon mercato, la complicità collettiva per quella dei disoccupati rosarnesi ci pensava, come abbiamo notato, l’Inps con i suoi elenchi falsi e senza fine di braccianti agricoli per i quali non veniva versato quanto dovuto alla previdenza. Attorno a questa truffa di massa, ne erano sbocciate poi svariate altre, sempre sui fondi europei; in particolare erano sorte numerose industrie che trasformavano le arance di carta in succhi di carta, come è giusto che sia.
A Rosarno, dagli anni Novanta e fino a poco fa, s’è venuto così delineando un insolito modo di produzione che intreccia tra loro epoche o meglio temporalità diverse; temporalità che, nella storia dell’occidente, s’erano snodate secondo un prima ed un poi, appaiono nella Piana tutte insieme contemporaneamente.
Intanto, v’è una temporalità protocapitalistica, quella dell’accumulazione primitiva. Di questa temporalità partecipano tanto i proprietari dei giardini quanto i migranti che lavorano come stagionali in quegli agrumeti.
I primi, “capitalisti pezzenti”, posseduti dal funesto desiderio di arricchirsi in fretta, non vanno tanto per il sottile; e manifestano senza ritegno quella ferocia sociale, quello spirito animale proprio del capitalismo nella fase nascente. Essi esercitano la loro egemonia sui braccianti agricoli rosarnesi attraverso la pratica del tutto discrezionale delle assunzioni, tanto di quelle vere quanto, e soprattutto, di quelle false.
Gli altri, i migranti, in maggioranza africani, sono, come al tempo della manifattura nell’Inghilterra dell’inizio Ottocento, nuda forza-lavoro, priva di mutua, contratto e protezione sindacale. Non solo lavorano al nero, come del resto accade frequentemente e più in generale nell’economia calabrese anche per i cittadini italiani; ma percepiscono un salario nero che è meno della metà di quello, pur sempre nero, corrisposto al bracciante indigeno.V’è poi l’intrico della previdenza sociale, dove il bizantinismo delle regole riporta alla politica agraria corporativa, al tempo di Bonomi, al regime democristiano nel secondo Dopoguerra. Infine, v’è la temporalità post-moderna, quella propria alla burocrazia europea che nella sua illuminata astrazione finisce col favorire l’agricoltura creativa, di carta; così come ha reso possibile la finanza creativa, quella appunto di carta. Questo improbabile assetto economico ha retto bene per quasi un ventennio; ma, ecco che, pochi anni fa, si sono avvertiti i primi scricchiolii; qualcuno tra i magistrati assopiti nella lotta alla mafia si è come destato, sono partite le prime inchieste, qualche truffa particolarmente clamorosa è venuta alla luce; perfino l’Inps è sembrata uscire dal letargo per rivedere l’elenco dei braccianti registrati e sfoltirlo di quasi la metà. Poi, nel 2008, si sono aggiunti, buon ultimi, i burocrati di Bruxelles: allarmati dalla scoperta delle truffe, hanno bruscamente deciso di mutare il criterio d’erogazione dei contributi, legandolo agli ettari e non più alla produzione. Questo ha comportato che laddove, prima, il proprietario di un giardino riceveva 8.000€ ad ettaro, ora riesce ad ottenerne un po’ meno di 1.500€. Tanto è bastato perché ci fosse una severa ed immediata contrazione del numero delle aziende in agricoltura ed ancor più nella trasformazione e nel commercio.
La crisi globale e la lotta di classe nella Piana tirrenica
Così stavano le cose a Rosarno, quando, l’anno scorso, la crisi finanziaria globale è arrivata anche nella piana: il prezzo delle arance è crollato sul mercato internazionale mentre giungevano circa un migliaio in più di migranti, licenziati dalle fabbriche del Centro-Nord e presi dal tentativo di ottenere reddito, sia pure minimo ed al nero, nelle campagne del Sud.
A questo punto, a Rosarno, ci si è trovati a dover far fronte contemporaneamente a tre difficoltà: riduzione drastica dei contributi finanziari europei all’agricoltura, caduta globale della domanda di derrate alimentari, aumento della concentrazione locale di migranti in cerca di lavoro. L’interferenza di questi fattori ha innescato uno scontro di classe tra, da una parte, il blocco sociale aggregato attorno ai piccoli proprietari; dall’altra, migliaia di migranti che da decenni usano lavorare come stagionali in quei giardini. Per riassumere la situazione con una immagine: a Rosarno, quest’anno, gran parte delle arance sono restate sugli alberi, il loro prezzo di vendita non copre neppure il costo di produzione. Laddove qualche anno fa occorrevano, per il lavoro di raccolta, oltre 2000 migranti quest’anno ne bastavano meno di 200; mentre la crisi economica ne ha portato nella Piana quasi 3000.
Si sono create le condizioni per uno scontro sociale: il diritto al profitto del “capitalista pezzente” contro la consuetudine dei “migrante moro” di trarre, ogni anno, a Rosarno, un reddito di sopravvivenza.
Già a dicembre scorso, nel giro di poche settimane, l’aria era cambiata. I rosarnesi, egemonizzati dai proprietari degli agrumeti, hanno cominciato ad avvertire la presenza dei migranti come eccedente ed inutile; prima erano braccia che lavoravano per loro, poi sono divenuti vagabondi stranieri da rinviare a casa loro; in fretta, talmente in fretta da lasciarli creditori, da non aver tempo per pagare loro quel lavoro al nero che alcuni avevano comunque compiuto.
Nella totale incapacità di mediazione politica da parte della regione o della prefettura di Reggio,è venuto così montando un disagio anzi una sorta di odio di classe tra rosarnesi e migranti, quando non una vera e propria ostilità fisica. In queste circostanze è bastato un gesto irresponsabile o forse una consapevole provocazione, la cui gravità è stata ingigantita dalle voci, dai rumori, per accendere la miccia della esplosione sociale ma, sia ripetuto qui per inciso, il razzismo ha avuto un ruolo meramente folklorico: fossero stati, i migranti, tutti alti e biondi e con gli occhi azzurri, l’antagonismo e lo scontro sociale, tra imprenditori e salariati giornalieri, nelle condizioni date, si sarebbero svolti, più o meno, allo stesso modo.
Imparare dai fatti
Certo, i tumulti di Rosarno sono gravi, non già per quel che è accaduto, ma piuttosto per la situazione socio-culturale che hanno svelato preesistere; e che riguarda sì la Piana tirrenica ma anche quella jonica e molti altri luoghi di sviluppo, diciamo così, della agricoltura meridionale. Questa situazione è caratterizzata dalla pubblica ipocrisia. Si badi, quello che qui è in gioco non è il comportamento fraudolento, sempre possible perché la carne è fragile; e nemmeno la dimensione collettiva di quell comportamento che anzi testimonia una certa potenza cooperativa; piuttosto, l’aspetto maligno sta in quel pubblico omaggio che in Calabria le autorità tutte, locali e nazionali, i giornali, i vescovi, i presidi delle scuole, giù giù fino a qualche noto ladro rendono alla legalità, invocata ossessivamente come uno scongiuro, malgrado che il comune sentire ben sappia di quanta banale e sistematica violazione di ogni buona abitudine sia intrisa quella legalità di cui si declamano le lodi.
L’ipocrisia pubblica ha consentito che, per anni, giunte e consiglieri, regionali, provinciali, comunali, commissari prefettizi, Protezione civile, magistrati e poliziotti, deputati e senatori ignorassero le condizioni subumane, oltreché illegali, nelle quali vivevano e vivono migliaia di migranti costretti al lavoro nero nelle campagne meridionali. Come in un tic nevrotico collettivo, tutti rimuovevano e quindi non v’erano responsabili; così, in venti anni, nessuna, tra le variegate autorità ha avuto modo di promuovere una azione d’emergenza per garantire ai migranti alloggi, acqua, luce e servizi igienici, come era possibile e come per altro è avvenuto in altre regioni.
Di passaggio, val la pena notare come l’assenza di responsabilità, conseguenza della pubblica ipocrisia, spieghi un particolare insolito che ha connotato quegli eventi: malgrado il tradizionale presenzialismo della rappresentanza meridionale, nessuno dei leader politici regionali si è visto nelle piazze di Rosarno durante i moti e questo con ragione dal momento che i migranti non votano.
Ma l’ipocrisia non riguarda solo le autorità locali, anche i sindacati ne sono interamente coinvolti. Come abbiamo già osservato, gran parte del lavoro dipendente, nel settore privato, si svolge al nero in Calabria;i grandi sindacati niente fanno per far valere nel Meridione la legislazione sociale, i contratti nazionali non sono applicati, e forse sono inapplicabili; eppure è proprio la contrattazione centralizzata a fornire vuoi la giustificazione ideologica dell’esistenza vuoi l’autoconservazione materiale della burocrazia sindacale. Questa è l’ipocrisia storica che segna la vita sindacale calabrese da mezzo secolo. Poi, ve n’è un’altra, bruciante, offensiva, subentrata nell’ultimo decennio, che può essere descritta così: la massa di lavoro vivo che valorizza l’agricoltura calabrese è pressoché tutta concentrata nei corpi dei migranti neri, ma la trimurti sindacale, costipata dai pensionati, non riesce neppure a parlare con quei giornalieri dalle mani callose. Insomma, i soli lavoratori che popolano le nostre campagne sono degli sconosciuti per il sindacato dei lavoratori, forse per scelta forse per incapacità.
Tuttavia, sarebbe certo omissivo non ricordare che la partecipazione alla pubblica ipocrisia va ben oltre il ceto politico e sindacale. Quel triste sentimento ha fatto nido nell’anima di molti di noi, di quasi tutti noi calabresi. Gli unici ad esserne sostanzialmente restati immuni sono coloro che appartengono al mondo delle libere associazioni, al volontariato cattolico, ai centri sociali. E dobbiamo ringraziare i migranti di Rosarno se questo scenario è affiorato con chiarezza alla coscienza comune.
Qualche modesta proposta per agire qui ed ora
Il mondo delle associazioni, queste comunità agenti, è l’unico interlocutore autentico dei migranti, l’unico che possa chiedere loro scusa per ciò che è avvenuto ed avviene, a nome e per conto di tutti noi. Va da sé che, in casi come questo, le scuse non si declinano con le parole ma con gesti ed azioni. Per esempio, promuovere una campagna d’accusa contro la regione per costringerla immediatamente ad un programma d’edilizia d’emergenza nelle piane e nelle zone agricole frequentate dai migranti. Una gesto analogo si potrebbe agire contro i tre Atenei calabresi perché offrano accessi gratuiti e borse di studio non tanto a caso, come già fanno per spagnoli e cinesi; ma piuttosto a quei giovani migranti istruiti che, lavorando già nelle nostre piane, intendano completare la loro formazione con un curriculum accademico. Ma non v’è dubbio che, per il mondo delle associazioni, l’obiettivo principale da perseguire, la via maestra per offrire solidarietà ai migranti, non sta nel rivendicare al posto loro bensì nel promuoverne l’autonomia sociale, nell’aiutarli ad auto-organizzarsi. Infatti, la garanzia per assicurare dignità al lavoro nero non sta nella legge, regionale o nazionale che sia, ma nell’organizzazione consapevole degli stessi migranti in grado di rovesciare il rapporto di forza oggi a loro decisamente sfavorevole. Per far questo, occorre nell’immediato, conoscere per agire: bisogna aprire, usando lo spazio della rete, una grande inchiesta di massa documentando, con filmati ed interviste, storie e condizioni di vita e di lavoro dei migranti nelle campagne calabresi. La ricerca dovrebbe ricalcare il metodo delle inchieste operaie degli anni Settanta, che erano, ad un tempo, strumenti di conoscenza e stimoli esterni, qualche volta giacobini, verso l’auto-organizzazione.
A questo proposito, se l’inchiesta parte subito, v’è una fortunate occasione per convertire conoscenza in azione e viceversa. Da qualche settimana, circola tra i migranti di tutta Italia la bella idea di una giornata di sciopero generale; per le calende di marzo, organizzata autonomamente, prescindendo da sindacati e partiti, come accadeva all’origine del capitalismo.
A noi sembra che contribuire al successo di questo sciopero sia un adeguato gesto risarcitorio per quel che è accaduto durante i moti di Rosarno. Infatti, non c’è chi non veda quale salto di consapevolezza provocherebbe il successo dell’iniziativa, facendo emergere, in un solo giorno, come in un lampo, nella comune coscienza, la potenza cooperativa dei migranti; senza i quali, non solo l’economia, ma la stessa vita civile della nazione appare messa a rischio.
AVOID SHOTING BLACKS, incontro pubblico all’ ex Snia
L’Osservatorio Antirazzista Territoriale Pigneto – Tor Pignattara
presenta
DOMENICA 24 GENNAIO 2010
ORE 18:00
AVOID SHOTING BLACKS
non sparare all’uomo nero
L’uomo nero, quello di cui ci parlavano da bambini per farci stare buoni, per farci ubbidire in silenzio, oggi lo incontriamo tutti i giorni: per le strade, nelle fabbrichette, nei campi, nelle case che nessun padrone vuole fittare.
I grandi di oggi, quelli che ci vogliono bambini ubbidienti, quelli che si riuniscono nei consigli dei ministri o in quelli d’amministrazione, ne vogliono tanti, come carboni da bruciare per far camminare la macchina a vapore di un sistema ingiusto, mentre noi, sempre più in affanno, alimentiamo il forno sudando senza posa.
E li vogliono neri, senza un volto e senza voce, a confondersi nella notte, ad affollare le nostre paure.
Ti tolgono la casa? Tutta colpa dell’uomo nero.
Ti tolgono il lavoro? Tutta colpa dell’uomo nero.
Non ci sono posti all’asilo nido? Tutta colpa dell’uomo nero.
Tutto questo ti fa rabbia? Devi sparare all’uomo nero.
Con le leggi sui flussi migratori, dalla Turco-Napolitano al Pacchetto-Sicurezza, passando per la Bossi-Fini, i governanti di ogni colore consegnano esseri umani senza diritti come carne da macello a padroni sempre più ingordi e feroci.
Quando questi uomini e donne si ribellano, gli stessi armano la mano di bianchi sottomessi per ricacciarli nel buio della clandestinità silente.
Rosarno non è solo la sottosviluppata periferia d’Europa. Rosarno è oggi il centro del mondo. Quello ch’è successo lì, oggi ci riguarda tutti.
Ne discutiamo con:
– i compagni e le compagne dell’Osservatorio Migranti Rosarno e della Rete Migranti reggina;
– i compagni e le compagne dell’ex Canapificio di Caserta;
– Mattia Vitiello, sociologo, studioso dei fenomeni riguardanti la manodopera immigrata impiegata in agricoltura;
– il connettivo terraTERRA.
Modera l’associazione DaSud
Sono invitate ad intervenire tutte le realtà del movimento antirazzista, gli agricoltori e i lavoratori immigrati.
CSOA eXSnia
via Prenestina 173
www.exsnia.it
contatti@exsnia.it
bakunino@micso.net
6antirazzista@inventati.org
Sgomberi in Via dei Volsci, giovedi mattina tutt@ a difendere le sedi!
È la stanza di tutte noi.
È la sede da cui siamo partite per tante manifestazioni femministe e lesbiche.
È il luogo dove immaginiamo e costruiamo un mondo senza la violenza degli uomini sulle donne.
È lo spazio collettivo che tutte noi vogliamo difendere.
La Sede al numero civico 22 di via dei Volsci a Roma fa parte della grande occupazione politica e abitativa di via dei Volsci del 1977.
Nel 1989 la Sede del 22 è diventata femminista!
In tutti questi anni la Sede del 22 è sempre stata vissuta e attiva.
Da 20 anni usiamo la Sede del 22 per intrecciare percorsi di lotta contro la violenza sulle donne, per organizzare mobilitazioni e incontri nazionali, per sviluppare percorsi politici e culturali femministi e lesbici.
La Sede del 22 è il luogo di donne che ospita e quindi rende possibile pratiche e pensieri di liberazione collettiva per tutte noi.
Dopo anni di tentativi di sgombero e tentativi di vendite all’asta delle sedi politiche di via dei Volsci, è stato notificato lo sgombero per la nostra Sede del 22 e per quella del numero 26.
La Sede è di proprietà di una società immobiliare fallita che a sua volta l’aveva comperata da un altro fallimento immobiliare. Questa catena di speculazioni si ripete da vent’anni, in una città in mano a costruttori senza scrupoli e palazzinari.
Lo sgombero della Sede del 22 è previsto per il 21 gennaio 2010.
Denunciamo questo tentativo inaccettabile di rimozione e chiusura di uno dei pochissimi spazi politici per donne e lesbiche a Roma.
Difendiamo la Sede del 22 come spazio separato vitale per la nostra autonomia di pensiero e di autodeterminazione.
L’esperienza dei Collettivi, dei Centri antiviolenza e delle Case delle donne testimoniano le centralità degli spazi fisici nei percorsi di liberazione delle donne e delle lesbiche.
Sosteniamo questo luogo liberato dall’ingerenza patriarcale, da costrizioni monetarie, controllo politico, e fondamentale per la costruzione di percorsi di lotta contro l’oppressione di genere e contro la violenza sulle donne.
Per difendere questo spazio, la Sede del 22, chiamiamo tutte le donne, femministe e lesbiche:
21 Gennaio 2010 – mattina: COLAZIONE AL 22
Le compagne femministe e lesbiche del 22
Volevate gli schiavi, avete la sommossa
Rigurgito dal passato o spioncino sul futuro? Ad una settimana di distanza è questa la domanda che ci preme formulare pensando a Rosarno. Risposte chiare e univoche, ovviamente, non ne sappiamo dare ma state sicuri che diffidamo – ostinatamente e per metodo – di chi vorrebbe farci dormire sonni tranquilli.
Sui fatti, in fondo, c’è poco da discutere.
La rivolta sacrosanta di gente sottoposta ad uno sfruttamento bestiale, ammassata ai margini dell’abitato e umiliata ogni giorno, ora dopo ora. Gente utile finché può essere messa al lavoro e fino a che se ne sta zitta e discosta, rinchiusa in una condizione di apartheid non dichiarata ma concreta e rigidissima. Gente in eccedenza, invece, quando il mercato è tanto spietato che neanche ad utilizzar schiavi puoi reggere la concorrenza, quando anche il gioco delle sovvenzioni e dei finanziamenti si inceppa e non produce più quattrini. Gente ancor più di troppo perché reduce da una doppia fuga: quella originaria dai paesi martoriati dell’Africa centrale e quella recente dalle metropoli del Nord dell’Italia, dove la guerra ai poveri si respira nell’aria insieme allo smog del traffico cittadino. A reprimere la rivolta arriva lo scatenamento etnico, ed ha la meglio su tutto. Tanto che nel giro di poche ore quegli stessi poliziotti prima impegnati a darsele di santa ragione con i rivoltosi si trasformano in truppa di interposizione, in scorta armata dei rivoltosi tramutatisi in profughi in fuga. Sul campo arrivano operatori umanitari, come in ogni guerra moderna, e rappresentanti delle Nazioni Unite, a controllare che il disastro segua un corso bene ordinato.
Lo scontro assassino, la pulizia etnica, si svela per quel che è: uno strumento dell’economia politica. Ora a Rosarno di braccia in eccesso non ce ne sono più e, quelle che ancora avevano da fare se ne sono andate di corsa, e senza toccare un quattrino dei propri stipendi.
Fuggiti dall’Africa, poi dal Nord Italia leghistizzato, e poi ancora a gambe levate dagli agrumeti calabresi – tre volte profughi, in qualche maniera – gli scampati di Rosarno sono stati rinchiusi prima nei Centri per richiedenti asilo di Crotone e di Bari e poi – per quelli tra loro che non hanno i documenti – dentro ai Cie. A Bari, addirittura, alcuni di loro vengono “ospitati” in tende piantate in mezzo al campo da calcio del Centro: sono di troppo anche lì, e nessuno sa più dove metterli. Anche i numeri sono incerti, e fluttuanti. I compagni di là hanno raccolto qualche testimonianza di qualcuno che li ha incrociati, dentro alle celle del lager barese.
macerie @ Gennaio 17, 2010
Mentre dal sito di Radio Onda Rossa potete ascoltare una puntata speciale della trasmissione Terre-moti tutta dedicata alla rivolta di Rosarno
Presidio Antifascista all’Alberone
7 Gennaio 2010 ore 17
Presidio Antifascista all’Alberone
Anche quest’anno in concomitanza con l’anniversario di Acca Larentia i topi nazi-fascisti riescono dalle tane ed oltre a divertirsi con i tamburi in stile gioventù hitleriana provocano e cercano di aggredire i militanti di sinistra e le loro sedi.
Rispetto a gli altri anni c’è una novità, l’affliliazione al “partito dell’amore” berlusconiano di noti nazisti come Adriano Tilgher, ex Avanguardia Nazionale coinvolto in tutte le trame golpiste e le stragi degli anni sessanta e settanta.
I nazi-fascisti ormai accolti e sdoganati dal potere si sentono sempre più autorizzati ad aggredire tutti coloro che dal loro punto di vista sono “diversi”, “inferiori” ecc.
Negli ultimi mesi la serie di violenze verso omosessuali, ebrei, immigrati, barboni,e naturalmente “comunisti” è aumentata in maniera esponenziale.
Noi, antifascisti ed antifasciste romani non ci facciamo intimidire, rivendichiamo come un dovere combattere queste carogne ed i loro sponsor e lottare per quello che è il nostro obbiettivo: una società più libera, più giusta, più uguale.
AD OGNI COSTO !!
Giovedì 7 Gennaio al Comitato di Quartiere Alberone ( via Appia Nuova 357) dalle ore 17 presidio antifascista.
Gli antifascisti e le antifasciste di Roma
Quest’anno il sindaco Alemanno manterrà la promessa data lo scorso anno ai suoi camerati: inaugurando la “Piazza ai caduti di Acca Larenzia”.
Vivere questa città è ogni giorno più frustrante…
Da Parigi: BRUCIAMO LE FRONTIERE!
Un appello da Parigi
Il 25, 26 e 27 gennaio prossimi si aprirà al Tribunale di Parigi (Aula 16, Fermata “Cité” della metropolitana) il processo per l’incendio di Vincennes. Ve ne abbiamo già parlato a lungo, di quella rivolta, vi abbiamo parlato dell’apertura del processo in dicembre, e recentemente vi abbiamo anche tracciato una stimolante cronologia di questi ultimi mesi di lotta contro i Centri e contro le galere in Francia ed in Belgio.
Ora ci giunge un appello dalla Francia perché la settimana che precede le udienze – quella che va dal 16 al 24 di gennaio – si trasformi in una settimana di solidarietà con gli accusati, in una settimana di lotta contro i Centri e contro le frontiere. Eccovelo.
BRUCIAMO LE FRONTIERE!
La rivolta che ha portato all’incendio della più grande prigione per stranieri in Francia è una risposta concreta e storica all’esistenza dei centri di trattenimento e all’insieme della politica di controllo dei flussi migratori. Nei giorni 25, 26 e 27 gennaio, dieci persone saranno giudicate per questa rivolta nel Tribunale di Parigi (Metropolitana Cité). La nostra solidarietà deve essere all’altezza della posta in gioco: rilascio degli accusati e, inoltre, libertà di movimento e di insediamento.
Il 22 giugno 2008, il più grande CPT di Francia è bruciato. Tra giugno 2008 e giugno 2009, una decina di ex- trattenuti sono stati arrestati e collocati in detenzione preventiva – per la maggior parte da quasi un anno -. Sono accusati di danneggiamento, distruzione di edifici del centro di trattenimento amministrativo di Vincennes e/o violenza contro le forze dell’ordine.
Durante i sei mesi precedenti all’incendio, il centro di Vincennes è luogo di continui movimenti di protesta di coloro lì rinchiusi perché sprovvisti di documenti. Scioperi della fame, piccoli incendi, rifiuto all’appello, diverbi con la polizia, forme di opposizione individuali o collettive, si sono succeduti all’interno del centro per tutto questo periodo. All’esterno, manifestazioni e iniziative denunciano l’esistenza stessa di questi centri e sostengono gli atti di rivolta.
Il 21 giugno 2008, Salem Souli muore nella sua stanza dopo aver invano chiesto di essere curato. Il giorno dopo, una marcia organizzata dai detenuti in ricordo di quest’uomo, è repressa con violenza. Scoppia allora una rivolta collettiva e il centro di trattenimento brucia.
Un processo esemplare
Per impedire che questo tipo di rivolta si diffonda, lo Stato deve colpire duramente, trovare dei responsabili. Queste dieci persone sono state arrestate per servire come esempio. Non importa che siano “innocenti” o “colpevoli”. Lo Stato, punendoli, desidera veder scomparire la contestazione, la ribellione, gli atti di resistenza di quelli che si trovano, o si troveranno un giorno, rinchiusi fra le mura di questi centri. La rivolta di Vincennes non è isolata. Ovunque esistano questi centri di reclusione, scoppiano rivolte, avvengono incendi, evasioni, scioperi della fame, ammutinamenti, devastazioni. È successo in Francia (Nantes, Bordeaux, Toulouse dove sono bruciati dei centri) e in numerosi paesi europei (Italia, Belgio, Olanda, Germania) o nei paesi dove i controlli delle frontiere avvengono alla partenza, come in Libia e in Turchia. L’incendio del centro di Vincennes non è solo simbolico: la scomparsa di 280 posti all’interno del centro ha avuto come conseguenza immediata una importante diminuzione delle retate e delle espulsioni nei dintorni di Parigi, durante il periodo successivo. In concreto, migliaia di arresti sono stati evitati. Con il loro agire, i detenuti hanno bloccato per un lasso di tempo il funzionamento del meccanismo di espulsione.
Prigione per stranieri: rinchiudere, espellere, dissuadere l’immigrazione
I centri di trattenimento sono una delle tappe tra l’arresto e l’espulsione. Servono a tenere rinchiusi gli stranieri per il tempo necessario a preparare le condizioni necessarie alle espulsioni, che si tratti di un passaporto o di un lasciapassare rilasciato da un consolato e un posto in aereo o in nave. Più uno Stato vuole espellere, più sono i centri di reclusione che costruisce. Ovunque, il loro numero continua ad aumentare. In Europa, c’è la tendenza ad allungare i tempi di trattenimento, il che permette di aumentare le espulsione, ma anche di dissuadere l’immigrazione. Di fatto, questi luoghi di trattenimento sono strutture punitive. Vengono sempre più costruiti come fossero carceri: video-sorveglianza, unità ridotte, celle d’isolamento… In Francia, ad esempio, il più grande centro in costruzione a Mesnil-Amelot (240 posti), che aprirà tra qualche settimana, ha adottato questo modello. In Olanda, dove i suicidi e i decessi ‘inspiegabili’ sono frequenti nei centri, la detenzione dura 18 mesi e può essere riconfermata una volta tornati in libertà, le persone sono rinchiuse singolarmente in cellule molto piccole, oppure su battelli- prigione, con scarse possibilità di accedere all’esterno.
Clandestini: mano d’opera fatta su misura…
I centri di reclusione sono parte della politica di “gestione dei flussi migratori”, elaborata secondo i criteri della “immigrazione scelta” ossia in funzione dei bisogni di mano d’opera dei paesi europei. Non è da oggi che il padronato dei paesi ricchi fa ricorso ai lavoratori immigrati per accrescere i profitti. In modo legale come nel caso del lavoro a termine, di quello che era il contratto OMI (che permette di adeguare il diritto di presenza sul territorio al tempo dei lavori stagionali) oppure con il lavoro nero, dove gli stranieri sono impiegati molto spesso nei settori più difficili (BTP, lavori nei ristoranti, pulizie, lavori stagionali, …). Questi settori richiedono una mano d’opera flessibile, da adattare ai bisogni immediati della produzione. Oltre all’assenza di diritti legati al loro statuto, per esempio in caso di infortunio, la costante minaccia di arresto e di espulsione che pesa sui clandestini, permette ovviamente ai padroni di pagarli di meno, se non addirittura di non pagarli per niente (non è poi così raro). Questo abbassamento dei salari e delle condizioni di lavoro permette al padronato di rafforzare lo sfruttamento di tutti. Gli innumerevoli scioperi dei lavoratori privi di documenti mostrano a che punto padroni e Stato hanno bisogno di questa mano d’opera, ma anche che organizzandosi insieme, i clandestini possono talvolta tenere loro testa ed ottenere di essere messi in regola.
… e capro espiatorio ideale
La politica migratoria, e i centri di reclusione che fanno parte dell’ingranaggio, serve soprattutto a stigmatizzare chi non ha documenti. Lo Stato ne fa il capro espiatorio delle difficoltà che incontra oggi il popolo francese. L’utilizzo spettacolare delle espulsioni di Stato contribuisce a dimostrare da una parte l’ampiezza del “pericolo” che l’immigrazione irregolare rappresenta per la Francia e dall’altra l’efficacia di uno Stato che protegge i propri concittadini contro questo pericolo.
Lo Stato utilizza artifici come le cosiddette “minacce dell’immigrazione clandestina”, la “feccia delle periferie”, le “donne che portano il velo”, o la campagna sull’identità nazionale, per suscitare i peggio rigurgiti xenofobi e razzisti e tentare di creare consenso intorno al potere e al mondo che produce.
Frontiere ovunque
I centri di reclusione costituiscono un elemento indispensabile per applicare una politica europea di controllo dei flussi migratori che, mentre pretende abolire le frontiere all’interno dello spazio di Schengen, all’esterno le rafforza, in particolare con il dispositivo Frontex. Così il controllo inizia aldilà delle porte dell’Europa in accordo con paesi come la Libia, la Mauritania, la Turchia o l’Ucraina, dove vengono finanziati campi di detenzione per stranieri decretati indesiderabili, prima ancora che abbiano avuto la possibilità di mettere piede in Europa.
Allo stesso tempo dentro questo spazio territoriale le frontiere si moltiplicano, si spostano e quindi sono ovunque: ogni controllo di identità può portare all’espulsione. Perché la frontiera non è solo una linea che demarca un paese, ma soprattutto un posto di controllo, di pressione, di scelta. Così la strada, i trasporti, le amministrazioni, le banche, le agenzie di lavoro a termine, di fatto funzionano come frontiere.
I centri di reclusione, come tutti i campi per migranti, sono particole di frontiere assassine dell’Europa di Schengen. Sono luoghi dove si aspetta, rinchiusi, a volte senza scadenza e senza sentenza, dove si muore per mancanza di cure, dove ci si suicida piuttosto che essere espulsi. Bisogna farla finita con le frontiere!
Per tutte queste ragioni e perché la gestione dei flussi migratori non è “giusta”. Perché ciascuno deve poter decidere di vivere dove gli pare. Noi siamo solidali con gli accusati della rivolta e dell’incendio del centro di reclusione di Vincennes.
LIBERTÀ PER TUTTI GLI ACCUSATI!
LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE E DI INSEDIAMENTO!
CHIUSURA DEI CENTRI DI RECLUSIONE!
BASTA COI DOCUMENTI!
SETTIMANA DI SOLIDARIETÀ DAL 16 AL 24 GENNAIO 2010
Primo appuntamento il 16 gennaio 2010: Documentari, Dibattito,
Informazioni alle 19.00 al CICP (21 ter, rue Voltaire, 75011 Paris)
macerie @ Gennaio 4, 2010
Arresti natalizi a tappeto in Kurdistan!
GLI ARRESTI DI NATALE DEGLI AMMINISTRATORI KURDI
24 Dicembre 2009 – Questa mattina alle ore 5:00 ha avuto inizio una operazione di polizia da parte delle Forze di sicurezza turche che ha portato all’arresto di decine di sindaci e amministratori locali del neonato partito BDP (Partito della pace e della democrazia). Al momento si segnalano oltre 85 fermi in attesa di convalida dell’arresto.
Questa operazione, attuata nel giorno della vigilia di Natale, dimostra, ancora con maggior forza, l’assoluta mancanza di volontà della Turchia di avviare un reale confronto democratico col popolo kurdo ed i suoi rappresentanti, legalmente e democraticamente, eletti nelle elezioni amministrative della scorsa primavera.
Questa operazione chiude un 2009 che ha visto da marzo ad oggi, l’arresto di migliaia di amministratori locali dell’ex DTP (Partito della società democratica) e attivisti della società civile kurda, la chiusura da parte della Corte costituzionale turca del DTP ed una serie di violenze di piazza che rendono quest’anno che volge al termine, l’ennesimo anno di violenza e repressione e che vede le speranze di pace e dialogo che sembrava si stessero concretizzando, allontanarsi sempre di più.
Giungono notizie di assembramenti di uomini e mezzi dell’esercito turco nella zona kurda in preparazione di operazioni militari: il riaccendersi della guerra sembra essere prossimo e concreto.
Consapevoli che alla repressione delle forme democratiche e alla cancellazione del diritto di rappresentanza politica segue la repressione armata e la guerra, ci rivolgiamo con forza a tutti gli amministratori locali italiani, che in molti casi in questi anni hanno iniziato degli importanti progetti di collaborazione e di sviluppo con le amministrazione del DTP nel Kurdistan turco, ed ai mezzi di informazione affinché facciano sentire la loro protesta forte e la loro denuncia contro questo ennesimo tentativo di affossare la pace e di reprime il legittimo diritto di un popolo ad esistere.
Aggiungiamo la lista aggiornata dei fermati:
Sindaci in carica fermati:
- Leyla Güven, Sindaco di Viranşehir, (Membro della assemblea degli enti locali del Consiglio d’Europa)
- Aydın Budak, Sindaco di Cizre,
- Selim Sadak, Sindaco di Siirt – ( Ex. Deputato del DEP che è stato in carcere per 10 anni con Leyla Zana) ,
- Zülküf Karatekin, Sindaco di Kayapınar,
- Ethem Şahin, Sindaco di Suruç,
- Ahmet Cengiz, Sindaco di Çınar,
- Ferhan Türk, Sindaco di Kızıltepe,
- Abdullah Demirbaş, Sindaco di Sur,
- Necdet Atalay, Sindaco di Batman
- Songul Erol Abdil, Sindaco di Dersim
Ex Sindaci :
- Emrullah Cin, Sindaco di Viranşehir
- Hüseyin Kalkan, Sindaco di Batman
- Fikret Kaya, Sindaco di Silvan
- Abdullah Akengin.Sindaco di Dicle
- Avv. Firat Anli, Il presidente della federazione del DTP Diyarbakır e ex. Sindaco di Yenisehir,
- Ali Simsek, il vice sindaco di Diyarbakır,
– Hatip Dicle, copresidente del DTK (Congresso della Società Democratica ed ex. Deputato del DEP che è stato in carcere per 10 anni con Leyla Zana)
Ex dirigenti del DTP: Aydın Kılıç, İlyas Sağlam Il presidente della Federazione del DTP di Batman, Nurhayat Üstündağ, Abdullah Ürek, Celil Piranoğlu ed il consigliere del comune Batman Şirin Bağlı
Ed in oltre :
- Avv.Muharrem Erbey,il presidente del IHD (Associazione dei diritti umani) di Diyarbakir
- Sakine Kayra, membro del movimento delle donne libere e democratiche,
- Fethi Suvari, Agenda locale 21,
- Avv. Servet Özen, Presidente del DİSKİ ed il suo vice Yaşar Sarı,
- Gülizar Akar, Impiegata dell’ assemblea delle donne Kadın,
- Kerem Çağıl, Dirigente del asso. Göç-Der (Associazione dei sfolatti Interni),
- Ferzende Abi, Presidente del Associazione MEYADER di Van,
- Gli altri arresti secondo le citta:
– Diyarbakır: Adil Erkek, Bedriye Aydın, Fatma Karaman, Ramazan Debe,
– Van: Tefik Say, M. Sıdık Gün, Yıldız Tekin, Hilmi Karakaya, Cafer Koçak, Ferzende Abi, Sabiha Duman, Ahmet Makas, Zihni Karakaya, Resul Edmen ve ismi öğrenilemeyen bir öğrenci
– Urfa: Mehmet Beşaltı, Müslüm Caymaz, Mehmet Çağlayan, İbrahim Halil Göv, Abdürrezzak İpek,
– Şırnak: Memduh Üren, Necip Tokgözoğlu, Sami Paksoy, Ömer Yaman, Serbest Paksoy, Mesut Altürk, Hasan Tanğ, Serdar Tanğ, Yusuf Tanğ, Cahit Tanğ, Ekrem Babat, Segban Bulut, Mustafa Tok, Agit Berek.
Arrestato Jamal Juma’, portavoce della campagna contro il Muro
Free Jamal Juma’! – Free the anti-Wall prisoners!
Il 16 dicembre le autorità israeliane hanno arrestato Jamal Juma’. Questo arresto segue quello di Mohammad Othman, un altro attivista della Campagna Stop the Wall, e di Abdallah Abu Rahmeh, una figura di spicco in seno al comitato popolare di Bil’in contro il muro, così come quello di decine di altri che sono attualmente in carcere per la loro azione di difesa contro il Muro. Quest’ultimo arresto è l’ennesima prova dell’escalation di attacchi contro i difensori dei diritti umani palestinesi da parte di Israele che continua a reprimere il diritto alla libertà di espressione e il diritto di associazione.
Aderisci alla campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e per la libertà dei prigionieri del movimento contro il Muro! E’ fondamentale che la società civile globale esprima la sua solidarietà alle sue loro controparti palestinesi.
Le azioni raccomandate:
• Incoraggiare i soci a partecipare a questa campagna attraverso petizioni, manifestazioni e/o la scrittura di lettere e chiamate telefoniche. Si prega di fornire loro numeri e indirizzi di contatto.
• Sollecitare i vostri rappresentanti presso gli uffici consolari di Tel Aviv e Gerusalemme/Ramallah a sostenere il rilascio immediato di Jamal Juma ‘, Mohammad Othman, Abdallah Abu Rahmeh e degli altri attivisti contro il Muro. Vedi proforma lettera qui sotto. (Per verificare i contatti della tua ambasciata, vedere: http://www.embassiesabroad.com/embassies-in/Israel # 11725)
• Rendere noto all’Ambasciata di Israele presso il tuo paese a sapere che stai sostenendo una campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e degli altri prigionieri contro il Muro.
• Denunciare le misure prese a danno degli attivisti contro il Muro all’attenzione dei media locali e nazionali.
• Consultare e diffondere le notizie che appaiono nell sito, blog e gruppo di Facebook per quanto riguarda la questione:
Sito: www.stopthewall.org
Blog: http://freejamaljuma.wordpress.com/; http://freemohammadothman.wordpress.com/
Facebook: Free Anti-Wall prigionieri
Twitter: http://twitter.com/wallprisoners
Vi invitiamo a coordinare le varie azioni con noi, questo ci permette di sapere se ci sono altri attivisti e organizzazioni che stanno prendendo provvedimenti analoghi. Quanto migliore sarà il livello di coordinamento, tanto più efficace risulterà la nostra azione.
Per maggiori informazioni contattare: global@stopthewall.org
I FATTI
Verso la mezzanotte del 15 dicembre, i servizi di sicurezza israeliani hanno convocato Jamal Juma’ per un interrogatorio. Qualche ora più tardi, lo hanno ricondotto a casa sua. Una volta a casa, Jamal Juma’ è stato ammanettato, mentre i soldati hanno perquisito la casa per due ore, mentre la moglie e i tre figli piccoli stavano a guardare impotenti. Al momento di andarsene, i soldati hanno detto alla moglie che avrebbe potuto rivedere il marito solo attraverso uno scambio di prigionieri. Jamal Juma’ è stato quindi portato via e arrestato, col divieto di incontrare un avvocato o di ricevere familiari, senza che gli fosse fornita alcuna spiegazione per il suo arresto.
Jamal ha 47 anni, è nato a Gerusalemme e ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti umani palestinesi. L’obiettivo principale del suo lavoro è volto alla responsabilizzazione delle comunità locali perché reclamino i loro diritti umani di fronte alle violazioni dell’occupazione. E’ membro fondatore di diverse ONG palestinesi e reti della società civile e coordina la Campagna palestinese contro il Muro dell’Apartheid fin dal 2002. Il suo ruolo è riconosciuto a livello internazionale, è stato più volte invitato a presentare all’estero il dramma rappresentato dal Muro ed è intervenuto anche presso le Nazioni Unite. I suoi articoli e le sue interviste sono ampiamente pubblicate e diffuse e la sua opera è stata tradotta in diverse lingue. Essendo un personaggio di grande visibilità, Juma ‘non ha mai tentato di nascondere o mascherare le sue attività.
Quello di Jamal Juma’ rappresenta l’arresto di più alto profilo all’interno di una crescente campagna di repressione tesa a colpire la base diella mobilitazione contro il Muro e le colonie. Inizialmente sono stati arrestati attivisti locali dei villaggi colpiti dal Muro, ma recentemente le autorità israeliane hanno cominciato a spostare la loro attenzione sui difensori dei diritti umani di fama internazionale, come Mohammad Othman e Abdallah Abu Rahmeh. Mohammad, un altro membro della campagna Stop the Wall, è stato arrestato quasi tre mesi fa, di ritorno da un giro di conferenze in Norvegia. Dopo due mesi di interrogatori, le autorità israeliane non essendo in grado di formulare accuse specifiche contro Mohammad, hanno emesso un ordine di detenzione amministrativa in modo da impedire la sua liberazione. Abdallah Abu Rahma, una figura di spicco nella lotta non violenta contro il Muro a Bil’in, è stato prelevato dalla sua abitazione da soldati a volto coperto nel bel mezzo della notte, e dopo una settimana è seguito l’arresto di JamalJuma’.
Con questi arresti, Israele mira a indebolire la società civile palestinese e la sua influenza sulle decisioni politiche a livello nazionale e internazionale. Questo processo criminalizza chiaramente il lavoro dei difensori dei diritti umani palestinesi e palestinesi, la disobbedienza civile.
E’ fondamentale che la comunità internazionale si mobiliti contro i tentativi di Israele di criminalizzare chi lotta contro il Muro. La politica israeliana mettendo nel mirino le organizzazioni che pretendono che vengano riconosciute le responsabilità dello stato ebraico, intende sfidare le decisioni dei governi e degli organismi internazionali, come la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), che denunciano le violazioni israeliane del diritto internazionale. Una sfida che non deve vincere
Lettera Pro Forma in italiano:
Cari x,
Vi scrivo per esprimere la mia più profonda preoccupazione per la detenzione di Jamal Juma’, avvenuta in data 16 dicembre. Chiamato per un interrogatorio dai servizi di sicurezza israeliani a mezzanotte, è stato mantenuto in detenzione da allora. Pur essendo in possesso della carta d’identità di Gerusalemme est, a Jamal Juma’ sono stati applicati dli ordini militari vigenti in Cisgiordania, in modo da impedirgli di incontrare un avvocato per la prima settimana del suo arresto.Nessuna accusa è stata fatta contro di lui. Temo che la detenzione di Jamal Juma’ sia il risultato della sua critica pacifica delle violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità israeliane. Le accuse contro di lui non sono state chiarite, ma non vi è motivo di credere che si tratta di un prigioniero di coscienza, arrestato solo per il suo lavoro sui diritti umani attraverso le organizzazioni legali. Il suo arresto segue una serie di altri arresti di natura analoga. Questo sembra dimostrare una violazione sistematica palestinese per la libertà di espressione e di riunione e un attacco sistematico rivolto ai difensori dei diritti umani palestinesi da parte delle autorità israeliane. Vi chiedo di prendere tutte le misure appropriate, comprese le inchieste amministrative e di protesta, al fine di garantire il rilascio immediato e incondizionato di Jamal Juma ‘e di ogni altro palestinese, difensori dei diritti umani. presente nelle carceri israeliane. Inoltre, pur essendo detenuto, egli deve essere protetto da ogni forma di tortura o maltrattamenti, e le condizioni della sua detenzione devono soddisfare i requisiti del diritto internazionale.
Grazie per la vostra pronta attenzione a questo problema urgente.
Cordiali saluti,
in inglese:
Dear x,
I am writing to you to express my deepest concern about the detention of Jamal Juma’ on December 16. He was summoned from his home for interrogation with the Israeli security at midnight and has been kept in detention ever since. Though Jamal Juma’ is a Jerusalem ID card holder, West Bank military orders have been applied to bar him for access to legal counsel for the first week of his arrest. No charges have been made against him. I fear that the detainment of Jamal Juma’ is a result of his peaceful criticism of violations of international law by Israeli authorities. The charges against him have not been made clear, but there is reason to believe that he is a prisoner of conscience, arrested solely for his human rights work through legal organizations. His arrest follows a number of other arrests of similar nature. This seems to show a systematic disregard for Palestinian freedom of expression and assembly and a full-scale attack on Palestinian human rights defenders by Israeli authorities. I ask you to take all appropriate measures, including official inquiries and protests, to ensure the immediate and unconditional release of Jamal Juma’ and the other Palestinian human rights defenders in Israeli prisons. Furthermore, whilst being held, he should be protected from any form of torture or ill-treatment, and the conditions of his detention should fulfill the requirements of international law.
Thank you for your prompt attention to this urgent matter.
Il punk non è mai morto e la storia non è ancora scritta. Anniversario della morte di Joe Strummer
Un piccolo omaggio a Joe Strummer nel settimo anniversario della sua morte.
Perchè non posso non farlo, perchè mi accompagna da sempre, perchè è uno di casa,
perchè senza Sid e Nancy chissà come sarei venuta su morigerata e brava: quindi uno a cui rendere per forza omaggio, anche solo per aver contribuito ad alimentare il lato “poco di buono” della mia personalità.
Lui che impregna il suo punk di un mondo musicale nuovo e rivoluzionario: lui, re della fusione e dell’anticonformismo,
lui, blasfemo ed oltraggioso personaggio che in molti non avrebbero mai voluto su un palco davanti ad un microfono.
Una rivoluzione, la sua voce e la sua chitarra: il rock ‘n roll e la cultura degli anni ’60 che si fondono col punk e con l’underground del post ’79.
Profetico e miracoloso il risultato.
Da London Calling a Sandinista, malgrado le critiche di chi dichiarava che dopo aver firmato con un’etichetta come la Cbs il punk si poteva dichiarare morto, bhè, la storia di un punk eterno e nuovo è scritta proprio da lui.
E dai suoi compagni di viaggio: una bomba ad orologeria per la benpensante, borghese, bigotta Inghilterra
“Io vorrei almeno che non si dicesse che i Clash sono stati solo un gruppo punk. Il punk è uno spirito molto più ampio della musica grezza e semplice che solitamente si identifica con quella parola. I Clash sono stati un gruppo di fusione, non una band di genere. Abbiamo mischiato reggae, soul e rock and roll, tutte le musiche primitive, in qualcosa di più della somma dei singoli elementi. Soprattutto, in qualcosa di più del semplice punk di tre accordi”.
1979. Joe Strummer: “Le riserve di petrolio dureranno ancora diecimila giorni”.
Giornalista: “Vuoi dire che ci restano diecimila giorni per trovare una fonte d’energia alternativa?”.
Joe Strummer: “No, voglio dire che ci rimangono ancora diecimila giorni per fare rock and roll”.
Martino Zicchitella
Prosegue la sezione di questo sito dedicata ai compagni uccisi durante azioni armate, tutti quelli che normalmente vengono rimossi dalla memoria collettiva, tutti gli “scomodi”.
Molti in questo ultimo periodo li ho saltati. Per problemi di tempo, ma non per dimenticanza, quindi il danno verrà riparato al più presto e tutti coloro che sembravano essere stati dimenticati dalle pagine di questo blog verranno ricordati.
Non ci si dimentica del proprio sangue.
Il tutto è tratto dal Progetto Memoria, Edizioni Sensibili alle Foglie
MARTINO ZICCHITELLA
– Nasce a Marsala il 26 aprile 1936
– pochi anni dopo si trasferisce a Torino
– svolge attività extra-legali e viene arrestato per rapina del ‘66
– evade dal carcere di Firenze
– riarrestato milita nel movimento di rivolta dentro alle carceri
– milita nei Nuclei Armati Proletari
– resta ucciso a Roma, durante un’azione armata dei N.A.P. il 14 dicembre 1976
Scritture di Martino Zicchitella
– “Memoriale redatto da Zicchitella; Anarchismo n.10 – 11, Catania 1976
“Prima del mio arrivo nella Casa di reclusione di Lecce, mi era stato accennato come fosse usuale in questo luogo, conosciuto come il “lager del Salento”, percuotere i nuovi arrivati. Già il compagno S. N. in un memoriale presentato alla magistratura alcuni mesi fa, descriveva fatti avvenuti e metodi usati di violenza da restare sgomenti; egli si riferiva al caso di un detenuto che dopo essersi aperto il ventre dalla disperazione con un’arma da taglio, fu oggetto di un pestaggio da parte degli agenti di custodia, che lo ridussero in fin di vita a colpi di manganello e calci. Lo stesso poi (il suo nome era Caradonna), fu abbandonato in una cella sotterranea senza che gli fossero state apprestate le cure necessarie.
Trasferito in questo stabilimento, ebbi modi di constatare, e subire, i metodi che venivano messi in atto: un trattamento riservato quasi sempre ai compagni o simpatizzanti di sinistra.
Il 30 giugno 1975 faceva il mio ingresso nella menzionata casa penale proveniente da Rebibbia, dove fui trattato secondo il regolamento. Alla villa Bobò di Lecce invece, appena preso in consegna dal corpo di guardia del carcere, mi venne rivolta da un brigadiere degli agenti di custodia, questa frase: “E adesso che cosa avanzi?”
Certo non potevo immaginare cosa mi sarebbe accaduto nei seguenti 80 giorni. Dopo essere stato portato in un ufficio adiacente a quello del maresciallo comandante, fui perquisito da cima a fondo, senza rispetto alcuno della personalità umana, con accurate esplorazioni anali, poi introdotto in una sezioncina detta “Reparto isolamento”: qui fui rinchiuso in una cella che non aveva alcun arredo, solo mura, porte e inferriate di ferro. Qui ci rimasi circa mezzora, dopo di che fui invitato ad uscire in un corridoio dove c’erano ad attendermi un numero considerevole di guardie (una quindicina ).
Mi fecero percorrere il corridoio della sezione e a spintoni mi condussero in un passaggio che immetteva in un sotterraneo dello “la campana”. Si trattava di tre anguste celle lunghe due metri e trenta per uno e cinquanta. Appena scesi gli scalini e spinto in una delle tre cellette (la seconda), venni aggredito da alcune guardie che erano nel corridoio precedentemente, agli ordini di un appuntato.
Queste mi furono addosso in un baleno e mi percossero selvaggiamente per mezzora con calci e pugni, tanto da farmi svenire e procurarmi lesioni e dolori che accusai per oltre un mese. Dopo il primo pestaggio, chiusero la porta della cella e quella della sezione andandosene. Il locale maleodorante e sudicio era umidissimo, l’unica suppellettile era un bugliolo senza coperchio nel quale c’erano ancora escrementi umani.
Di lì a poco tempo con un rumore assordante di chiavi e ferri sbattuti, arrivarono altre guardie, era una seconda squadretta per il secondo pestaggio, l’appuntato era sempre lo stesso, aprirono la mia cella e mi si avventarono nuovamente addosso, dicendomene di tutti i colori, frasi come bastardo, fottuto, delinquente.
Mi strapparono da dosso la camicia e i pantaloni e questa volta ricevetti anche dei colpi con un bastone. Insomma avevo le ossa e il corpo in stato pietoso, era blu per le ecchimosi, il sangue mi fuoriusciva dal naso, dalla bocca, dalle abrasioni alle braccia e al corpo. Prima che se ne andassero gettarono nella cella due secchi d’acqua allagando l’angusto locale; in queste condizioni rimasi ben 24 giorni, cioè nudo con acqua sul pavimento e con scarso cibo, per i primi tre giorni non mi dettero nulla e per un mese non vidi un raggio di luce, e non presi una boccata d’aria all’esterno.
Nello stesso periodo ebbi modo di conoscere altri compagni che avevano subito o subirono vessazioni e pestaggi. 
Il trattamento fu pressappoco analogo per tutti: il B.D.S. fu addirittura messo in un reparto denominato “il forno”, locale strettissimo e privo di finestre, nel buio più totale, per diversi giorni. Altri due mesi, poi me li fecero trascorrere in una cella di un piano superiore, dove c’era un pancaccio e un gabinetto alla turca. Alla “campana” per tutta la durata dei 24 giorni non mi fu data né una branda né un materasso. Dormivo a terra con una coperta sudicia che subito si inzuppava d’acqua, che mi veniva consegnata la sera alle 21 e ritirata la mattina alle 8.
Continue furono le istigazioni al suicidio e durante la notte mi costringevano ad alzarmi per il controllo della ronda, la luce era accesa giorno e notte, naturalmente per tutto il tempo che rimasi in quel buco, non potei acquistare cibo, né scrivere a mia madre, la quale dopo il mio trasferimento da Roma non sapeva dove fossi stato mandato. […]
– Martino Zicchitella, “Assassinio di un uomo”, Porto Azzurro, in: Autori Vari, Liberare tutti i dannati della terra, Roma 1972, Edizioni Lotta Continua–
“Questa è la giustizia del nostro paese, condanne assurde, senza troppo andare per il sottile, labili indizi per ciò che concerne la colpevolezza, prove ed alibi di innocenza non tenuti in considerazione. Perché? Si tratta di un pregiudicato, pregiudicato divenuto per protesta di una società che fa schifo, democrazia di capitalisti, uomini che sfruttano milioni di altri uomini, salariandoli con molliche di pane, briciole lasciate cascare dalla loro sontuosa mensa, briciole che non sfamano, gocce che tengono in vita un moribondo.
Pregiudicato è colui che, stanco dei soprusi, stanco di essere sfruttato, stanco del massacrante turno di lavoro, dice al padrone: basta, ladro, restituiscimi ciò che mi hai rubato prima.
Stenti e fame alle dipendenze del padrone.
Stenti e fame durante l’espiazione della pena.
Stenti e fame dopo l’espiazione, scacciato e insultato.
Pregiudicato e operaio da noi, negro in America non sono che forme di preconcetti razziali del capitalismo, dei padroni che ci trattano come servi della gleba, quei padroni che vivono senza sapere che vuol dire un’esistenza squallida, nella miseria, senza sapere cosa significa desiderare pane e mortadella, di non aver avuto da bambino il piacere di possedere un giocattolo costoso, a volte il calore e l’affetto di una famiglia, del focolare.
L’orfanotrofio, il correzionale, il carcere, ecco sfornato il pregiudicato. Ed ora? … marcisca in una patria galera … rieducarlo ora? macché, carne da macello, taluni gridano pena di morte, altri no! Fatelo vivere, fatelo vegetare, l’organizzata industria della giustizia deve avere la sua materia prima.
Polizia, carabinieri, parte di una florida industria che produce … pregiudicati, e criminali, il carcere è l’università ove si laurea, la scuola per delinquere, il giovane che vi è rinchiuso oggi per un furtarello, sarà il rapinatore o l’assassino di domani, non importa, l’industria non deve fallire.
Le carceri magazzini di carne umana sono zeppe, si raggiunge ormai, in ogni stabilimento penale o giudiziario, la saturazione, uno sull’altro come animali, l’esempio più classico dei tre compagni arsi vivi a San Vittore in un’angusta cella, dico tre persone … tre giovani vite stroncate nel fiore dell’età per una assurda condizione carceraria, per il sadismo edilizio che costringe tre giovani a stare rinchiusi in due metri quadrati di spazio.
Nel carcere di Torino sono stato compagno di cella con Bobbio, Viale, Bosio, Mochi Sismondi, compagni e seguaci di Lotta Continua, al loro fianco ho compreso veramente il valore di ciò che significhi lotta per la libertà, lotta al capitalismo: ed a tutte le sue strutture borghesi, con profonde radici fasciste.
Con loro ho vissuto momenti di vera fratellanza, fummo commensali, discutemmo sulle occupazioni delle fabbriche, delle università, la Fiat, Palazzo Campana. Su queste basi capeggiai nell’estate ’68 una rivolta passiva. Un sit-in alla Bertrand Russel a protesta e a richiesta che si facesse di più per i detenuti, che si riformassero i codici, che si varasse l’ordinamento carcerario, fui prelevato di peso, attaccato dalla Stampa per il mio gesto e trasferito in casa di rigore. Ancora una volta dovetti subire la repressione da parte della polizia e voluta dai capitalisti.
Dovrò ancora scontare oltre 15 anni di carcere per dei reati che non ho commesso, con ingiustizie e provocazioni: uscirò … debbo uscire per scendere ancora in piazza e alzare la destra, serrare il pugno, dovrò contestare, dovrò combattere la polizia mia acerrima nemica, il capitalismo dovrà essere sconfitto, e con loro i servi e i fascisti, dovrò uscire per raggiungere i miei compagni e marciare al loro fianco verso un nuovo orizzonte.”
Documenti prodotti da organizzazioni armate per la persone o per l’evento in cui ha incontrato la morte
– Nuclei Armati Proletari, “Onore al compagno Zicchitella”, Roma 1976
“Il compagno Martino Zicchitella nacque a Marsala il 26-4-1936 ma fin da piccolo ha vissuto a Torino, la città della borghesia savoiarda, degli ex-repubblichini, la citta dei Valletta, la città in cui la sperequazione capitalistica è più evidente e più umiliante. La città metropoli in cui, già negli anni del boom, la vita sociale è pianificata, controllata e manipolata; dove ogni attività è finalizzata alla produzione di plusvalore e consenso, attraverso l’utilizzazione dei più rudimentali mass-media del tardo capitalismo.
Dai casermoni di Via Verdi ai portici di Via Roma lastricati di marmo, alla Barriera di Milano, alla Crocetta, i salariati di Torino si battono tra centinaia di contraddizioni giornaliere, simili a quelle di qualsiasi altro paese capitalista, ma tutte riconducibili a una sola: quella della propria appartenenza di classe, del proprio potere di acquisto dal quale dipende la gradazione della propria identità umana e sociale. Qui l’acquisizione e l’interiorizzazione dei valori legati all’ideologia borghese non sono scelta, sono induzione violenta, costante, asfissiante.
Martino sceglie la strada dell’appropriazione violenta ed individuale del benessere padronale: quella della rapina, per cui viene arrestato nel ’66.
Durante l’alluvione di Firenze, Martino evade, vive ancora contraddittoriamente la sua realtà di proletario detenuto; salverà invece alcuni giovani dalla melma dell’Arno.
Il carcere e lo scontro che in esso si vive collettivamente gli fanno acquisire i primi elementi di coscienza rivoluzionaria e lo portano nel ’68 alla testa, come direzione ed avanguardia riconosciuta, delle prime dimostrazioni pacifiche nelle carceri “Nuove” di Torino, alle quali il potere risponde brutalmente, come sempre.
Nel ’70 Martino ha pienamente chiarificato la sua identità, ha identificato lo Stato anche nelle sue appendici carcerarie e riesce ad evadere da Alessandria.
Rimane fuori poche ore con le gambe spezzate per il salto dal muro di cinta. Ripreso viene massacrato dalle guardie e rimarrà claudicante.
Nel ’71 è alla testa della rivolta delle “Nuove”. Con lui altri compagni che in quelle lotte e da quelle lotte hanno con sequenzialmente maturato la scelta della lotta armata; all’interno della quale rappresentano le avanguardie più alte e più coscienti del proletariato detenuto, al quale la loro prassi fornisce le più chiare indicazioni: l’evasione e l’organizzazione combattente.
Il ’71 è l’anno di Attica per i proletari che si ribellano in USA; quello di Porto Azzurro per i compagni come Martino. Le successive rivolte ad Alghero, Noto, Enna, lo vedono farsi carico, nella gestione delle lotte, degli interessi di sopravvivenza dei proletari prigionieri, della loro necessità di organizzarsi e combattere.
Nel ’74 a Viterbo inizia un confronto con altre avanguardie espresse dalle lotte dei detenuti sulla costituzione in organizzazione politico-militare all’esterno di alcune avanguardie rivoluzionarie.
Con la presenza a Viterbo di un militante dei NAP, il confronto prosegue e si sviluppa interno-esterno, sul piano politico quanto su quello organizzativo-militare.
Partecipa così alla costruzione e alla realizzazione della operazione coordinata con l’attacco armato interno-esterno del maggio ’75 che vede al primo posto la parola d’ordine della liberazione dei combattenti comunisti prigionieri.
L’attacco interno non coglie l’obiettivo della liberazione ma, per effetto dell’attacco esterno che vede imprigionato il boia Di Gennaro, è comunque un momento di enorme crescita politico-militare che Martino fa suo patrimonio all’interno dell’organizzazione dei NAP.
Trasferito a Lecce per rappresaglia subisce per mesi torture fisiche e psicologiche ma non cessa di porsi come direzione dello scontro organizzando e realizzando con un altro militante dei NAP l’azione armata dell’agosto ’76 che porta alla liberazione di 11 prigionieri.
La sua morte nello scontro di Roma caratterizza e definisce la sua vita e la sua coerenza di combattente comunista.”


![perquisizioni[1]](https://baruda.net/wp-content/uploads/2010/03/perquisizioni1.jpg?w=595)























































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