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Anonymous attacca la Formula1 in solidarietà con la lotta del popolo del Bahrain

20 aprile 2012 4 commenti

Non c’è niente da fare, io mi son proprio innamorata di questi Anonymous…
dalla solidarietà al movimento Notav con i tangodown alle forze dell’ordine italiane e a Trenitalia,
passando per il governo greco e la banca mondiale…
ora oscurano il sito della Formula1, che è appena approdata in Bahrain per correre il gran premio di domenica sul sangue di chi lotta per la libertà in quel piccolo paese a maggioranza sciita e governato da una feroce monarchia sunnita.
Una repressione sanguinaria, torturatrice, che ha regalato il carcere a vita a molti militanti che avevano ispirato le prime mobilitazioni, totalmente pacifiche.
Ora mentre nelle piazze del paese sono iniziati i “tre giorni della rabbia” i due principali siti della formula1 sono una pagina nera.
Io l’avrei fatta rossa, come il colore della benzina dei loro bolidi supersonici quando esplode …
Sarà che so’ roscia! 😉
Evviva Anonymous!
FREE PRISONERS
FREE BAHRAIN

BOICOTTA IL GRAN PREMIO IN BAHRAIN!

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Un dibattito con i lavoratori dello spettacolo, sugli assassini sul lavoro

20 aprile 2012 3 commenti

Sarebbe bello che partecipassero tutti coloro che sono abituati a ballare e cantare sotto i palchi, dentro gli stadi o nelle piazze.
Sarebbe utile per capire come prende forma quel ferro, come si trasforma da materiale depositato a terra da grandi camion a torri piene di luci, di decibel e colori.
Mostri di ferro che si alzano in poche ore, per poi sparire prima che le luci dell’alba vadano a svegliare la città: mostri che spesso uccidono quei giovani ragni che li mettono in piedi.
Matteo Armellini conosceva bene quel ferro, conosceva quei ritmi che poi gli si sono sbriciolati sulla testa … Matteo era un sorriso familiare, ma come lui sono tanti quelli che a casa non tornanoo non torneranno.
E allora domani partecipiamo tutti a questo dibattito, andiamole a conoscere quelle braccia sudate che costruiscono rapidamente il nostro divertimento…andiamo a capire, per fare in modo che tornino tutti a casa dal lavoro.
Perché morire di lavoro è inaccettabile e lo sembra ancor di più quando sono le luci festose di un palcoscenico ad uccidere un sorriso.


Proiezione di 3,87 di Valerio Mastranedea e a seguire dibattito con i lavoratori dello spettacolo.
Sabato 21 Aprile, ore 19.
Città dell’altra economia, ex mattatoio di testaccio, largo Dino Frisullo, Roma.

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Il blog dei lavoratori dello spettacolo : http://bieffegi.wordpress.com/

Se il carcere non basta. 6 mesi di censura della posta per Giorgio In primo piano

20 aprile 2012 5 commenti

cartolina_censura

In seguito alle denunce di Giorgio Rossetto sulla sua e altre condizioni di carceramento nella sez. Isolamento del carcere di Saluzzo e alla campagna Freedom4notav, la direzione tenta di ostacolare la campagna dei detenuti prendendo, di accordo con la Procura, di mira Giorgio infliggendogli la censura alla posta in entrata ed in uscita per 6 mesi con l’accusa di “aver tenuto un comportamento di “istigazione alla ribellione” di altri detenuti, anche in accordo con soggetti esterni al carcere”.


Qui di seguito, l’ultima lettera di Giorgio dal carcere:


Saluzzo, 13 aprile 2012

Ieri giovedì 12 aprile al sottoscritto è stato notificato un provvedimento del tribunale di Torino (sez. G.I.P.) in cui mi si applica per mesi sei “alla corrispondenza epistolare in entrata e in uscita il visto di controllo”, in quanto avrei fatto opera di “istigazione alla ribellione”: in poche parole per sei mesi il direttore, il comandante o chi per lui controllerà la mia posta.

Ritengo il provvedimento una grave forma di censura e limitazione al “diritto” di interloquire con l’esterno. Ritengo, in questi mesi di detenzione, di non aver fatto nessun “reato”.

A Saluzzo, in due occasioni, abbiamo utilizzato la posta con gli altri detenuti della sezione “isolamento” per denunciare l’anomala situazione che ci vede esclusi da ogni attività ricreativa e sportiva e sottoposti a un regime ferreo nell’utilizzo degli spazi e “dell’aria” e in un altro caso per denunciare ai giornali locali che in occasione della visita pasquale del vescovo cittadino, invitati dal cappellano del carcere, all’ultimo momento veniva impedito ai 9 detenuti di partecipare all’incontro. Divulgare all’attenzione esterna i problemi interni, semplicemente scriverne, è forse diventato un “reato”.

Non darò a giudici e secondini il piacere di leggere la mia corrispondenza. Inizio quindi lo “sciopero della posta”.

Giorgio Rossetto

p.s.

Comunico alla direzione del carcere che questa è l’ultima lettera o cartolina in uscita che spedirò per la durata di tutto il provvedimento (6 mesi).

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Contro questo provvedimento i compagni e le compagne di Giorgio lanciano la campagna “Inceppiamo l’ingranaggio. Sommergiamoli di lettere”.

Scriviamo a Giorgio, contro la censura, inceppiamo il meccanismo!

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In allegato la fotocopia del provvedimento comminato a Giorgio

Da http://www.infoaut.org/index.php/blog/no-tavabenicomuni/item/4525-se-il-carcere-non-basta-6-mesi-di-censura-della-posta-per-giorgio

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Boicotta il Gran Premio di Formula1 in Bahrain !

19 aprile 2012 8 commenti

E’ dal 14 febbraio dello scorso anno che le strade del Bahrain vivono una rivolta sedata nel peggiore dei modi.
E’ dal 14 febbraio scorso che il mondo fa di tutto per ignorare una popolazione che lotta per strappare un po’ di libertà al monarca di quel piccolo paese ai più sconosciuto.
E’ dal 14 febbraio scorso che si regalano ergastoli, piogge di lacrimogeni mostruosi, proiettili e torture a chi si ribella cercando di usare sempre i mezzi più pacifici possibile.

Ed ora è giunto il momento, per il mondo, di rendersene conto.
Perché malgrado qualcuno lo urli, anche in occidente, da più di un anno, la sola cosa che regna sovrana è la totale indifferenza: totale, assassina, fastidiosa.

Ora la Formula 1.
Il più grande teatrino inutile di sperpero e ostentazione del lusso: una macchina internazionale macina-miliardi che sta atterrando in queste ore in quel territorio, fregandosene completamente di ciò che vive la popolazione locale, e ciò che rivendica con una sorprendente determinazione.
Le donne e gli uomini del Bahrain ci chiedono in tutti i modi di cercare di bloccare il Gran Premio che domenica si svolgerà: ci chiedono di boicottarlo, di diventare almeno consapevoli di cosa sia il regime da quelle parti.
E allora non servono molte parole, le vignette di Carlos Latuff parlano bene da sole:
non servono molte parole, perché anche la molotov lanciata ieri contro il furgone del Force India Team appena arrivato parla da sola.
Ma nessuno sembra voler ascoltare quello che è il più semplice dei linguaggi: ANDATE VIA!
SPARITE! Vista la vostra indifferenza non siete ben accetti: alla velocità delle vostre veloci macchine milionarie, tornatevene nelle vostre belle case, e lasciate almeno che nessun riflettore gioioso si accenda in terra di Bahrain, che in questi mesi ha visto più funerali che nascite.
FREE BAHRAIN!
FREE ALL PRISONERS!

Un risveglio con Nizar Qabbani… E un grillo sulla valigia

19 aprile 2012 1 commento

Sono rimasto in coda milioni di anni
per acquistare un biglietto
Ho dormito sulla mia valigia
Ho dormito sulle mie preoccupazioni
[…]
Mi stanca attendere ciò che non si attende.
Ho cercato nella pagina dell’oroscopo
il segno dell’Ariete
ma non ho trovato nè una colomba che sopraggiungeva
nè un itinerario di viaggio.
Ho cercato un bicchiere di cognac
delle sigarette.
Ho trovato un grillo sulla mia valigia
gli ho chiesto chi fosse e mia ha risposto di essere come me
uno senza patria … indossava cappello e cappotto.
Era come me seduto in attesa del treno.
[…] In attesa del fischio del treno
in attesa dal giorno in cui sono nato
dal momento in cui sono uscito dalle città polverose
in attesa che il mare avanzi sui miei versi
e che scroscino le piogge

Da mille anni
io sono in attesa di un’isola in mezzo al mare
un’isola ignota ai marinai
in attesa di una poesia dal sigillo d’oro
e dai fianchi di fuoco
in attesa della venuta di Fatima, scortata
da un esercito di alberi,
con pesci e lune che nuotano nelle acque del suo seno
in attesa di Fatima che reca nel suo parlare
la civiltà della rosa, non quella del fico d’India.
Se non fosse per le mani di Fatima
il giorno non sarebbe stato creato.

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Foto di Valentina Perniciaro

Infoaut e Radio Blackout sulle torture : grazie!

18 aprile 2012 1 commento

Nelle ultime settimane, il giornalista Pier Vittorio Buffa de L’Espresso (arrestato nel 1982 per aver allora rivelato l’uso sistematico della tortura nella guerra dello stato contro la lotta armata) è tornato sull’argomento, intervistando Salvatore Genova, l’unico poliziotto che abbia confermato l’uso di pratiche come il waterboarding, delle botte ripetute, e delle violenze sessuali contro “terroristi/e rossi/e” per obbligarli a parlare.

Questa mattina, lo spazio redazionale di Radio Blackout ha affrontato questa vicenda rimossa della storia italiana con uno dei protagonisti della lotta armata e che subì per primo queste infamie (Enrico Triaca) e con Paolo Persichetti che ha avuto il merito di parlarne in maniera approfondita e puntuale sul suo blog.

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La testimonianza di Enrico Triaca, uno dei primi torturati “sistematici” da parte della “squadretta” capeggiata da Nicola Ciocia, noto alle vittime con il nome di dott. De Tormentis. E’ il 1978, quando Enrico, considerato il “tipografo” delle BR viene incappucciato e di lui si perdono le tracce per circa un mese, diventando letteralmente un desaparecido.
Subisce una serie di torture terribili, in particolare il sistematico utilizzo del waterboarding sino a che, temendo che morisse, interrompono la pratica. Lo ritroviamo quindi in carcere, in una cella di isolamento del penitenziario di Civitavecchia. Qui inizia il suo calvario detentivo, tra pressioni per spingerlo a collaborare e periodi lunghissimi di isolamento totale. Enrico non cede al “trattamento” di spersonalizzazione e annichilamento umano e politico. Altri mollano, come Alberto Buonoconto che si suicida a cinque anni dalle torture e lo stesso Enrico ci confessa di aver valutato, come extrema ratio l’ipotesi del suicidio. Altri ancora si piegheranno alla collaborazione. Ciliegina sulla torta di questa storia di “straordinaria” amministrazione statale è il mandato di cattura per calunnia che Triaca riceve in carcere all’indomani della denuncia, al magistrato Achille Gallucci, delle torture subite.

Ascolta l’intervista con Enrico Triaca

Scarica file

Affrontiamo con Paolo Persichetti, esponente dell’ultima fase della storia BR, estradato dalla Francia nel 2002 dopo una lunga latitanza, il nodo delle torture di stato che a tratti riaffiorano nella storia del nostro paese e che rimangono un nodo fondamentale che le istituzioni si rifiutano di riconoscere e che dunque, in momenti particolari della storia italiana, ritornano come “operazione sistematica” (si tratti degli anni della guerriglia in Italia o del dopo-G8 di Genova). Tali episodi sono da interpretare nel quadro di una copertura a vari livelli che include il politico (nel quadro di un “compromesso” bipartisan), poi il giudiziario e non ultimo il mediatico

Ascolta l’intervista con Paolo Persichetti

Scarica file

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Le interviste di Pier Vittorio Buffa a Salvatore Genova:

http://espresso.repubblica.it/multimedia/home/31677707 (video)

Così torturavamo i brigatisti‘ (testo)

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Per ulteriori approfondimenti, segnaliamo soprattutto il materiale e gli articoli molto puntuali che potete trovare sui blog di due compagn*, insorgenze (di Paolo Persichetti) e baruda (di Valentina Perniciaro)

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Albano: il comunicato sul corteo, gli scontri e l’arresto

16 aprile 2012 1 commento

COMUNICATO STAMPA POST CORTEO 14 APRILE
Sabato 14 Aprile è stata una grande giornata di partecipazione, di mobilitazione e di lotta. Le strade di Albano si sono riempite di cittadini, comitati di quartiere, rappresentanti dei Comuni dei castelli romani, collettivi studenteschi e reti sociali che si battono su tutto il territorio laziale contro un piano regionale dei rifiuti basato su discariche e inceneritori. È stata la risposta migliore a chi da giorni dava definitivamente persa una battaglia che nonostante la sentenza del Consiglio di Stato ha dimostrato tutta la sua vitalità e determinazione a continuare il percorso fin qui intrapreso. Per tutto il corteo molti sono stati gli interventi e le testimonianze di chi vive intorno a Roncigliano: lo scempio del settimo invaso, l’allargamento della discarica, l’inquinamento delle falde acquifere. La volontà popolare lo ha ribadito ancora una volta: basta con discariche e inceneritori, né qui né altrove, differenziata subito e netta contrarietà al piano regionale dei rifiuti proprio in questi giorni al centro del dibattito con l’intervento dello stesso ministro Clini. Lo stesso che aveva anticipato la sentenza del Consiglio di Stato che sbloccava l’inceneritore di Albano.
Purtroppo prima che l’assemblea conclusiva del corteo iniziasse, le migliaia di persone che man mano arrivavano a Piazza Mazzini, hanno trovato un ingiustificabile schieramento di forze dell’ordine, come sin dalla prima mattinata per tutte le strade di Albano. In prossimità di Villa Doria, quando il corteo continuava il suo percorso, è partita una carica delle forze dell’ordine, tra l’altro creando panico e paura. Una signora, a cui va tutta la nostra totale solidarietà, ha avuto una frattura alla caviglia. Oltre a numerosi contusi.
Come se non bastasse, l’ingiustificato nervosismo delle forze dell’ordine si è manifestato anche a conclusione del corteo. Mentre quattro studenti, di cui due minorenni, stavano tornando a casa, sono stati fermati e aggrediti dalla Digos di Roma, con la giustificazione di un normale controllo. In realtà la reale intenzione era mettere in stato d’arresto uno dei due studenti minorenni, a loro dire responsabile di aver lanciato pietre contro le forze dell’ordine e responsabile del ferimento di un agente.
Il tutto si è consumato sotto gli occhi increduli di tanti cittadini di Albano. Un presidio spontaneo sotto il commissariato di Albano per richiedere l’immediato rilascio dello studente, dopo pochi minuti si è trasformato in una nuova caccia ai manifestanti. Quasi trenta membri del nostro coordinamento sono stati accerchiati da blindati di Polizia e Carabinieri per poi essere identificati. Anche alcuni giornalisti presenti, hanno ricevuto lo stesso trattamento e alla fine la Polizia ha confermato l’arresto per uno dei due ragazzi minorenni fermati, in attesa del processo che dovrebbe tenersi mercoledì.
Inoltre è da sottolineare come la stampa, nella giornata di Domenica, abbia diffuso in modo uniforme le stesse notizie, prese direttamente dalle veline della Questura, riportando anche gli stessi errori.
Nessuno di noi ha mai pensato di fare una marcia di almeno 5 kilometri verso “la Nettunense”.
Solo chi non consoce il nostro territorio può scrivere queste cose! La risposta è chiara. Dopo la sentenza del Consiglio di Stato il segnale è quello di creare intimidazione e paura. Si cerca così di criminalizzare chi si batte a difesa del proprio territorio, dipingendolo come chissà quale pericoloso sovversivo. Oggi l’unica colpa che abbiamo avuto è stata quella di aver
manifestato ancora una volta con determinazione contro la devastazione ambientale, a difesa della salute e dell’ambiente di tutti noi.
Continueremo a lavorare e ad informare la cittadinanza come sempre, attraverso ricorsi legali, assemblee, sit-in, per bloccare la folle costruzione dell’inceneritore di Albano.
LIBERI TUTTI!!

Coordinamento contro l’inceneritore di Albano

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Foto di Valentina Perniciaro

Anonymous attacca ancora Trenitalia: il comunicato

12 aprile 2012 2 commenti

Pastebin: http://pastebin.com/ESKkBKPM

Anonymous vuole spostare nuovamente l’attenzione mediatica verso la linea ad alta velocitàTorino-Lione unendosi per solidarietà e virtuale attivismo ai manifestanti che continuano a combattere contro quest’opera, non soltanto inutile, ma persino dannosa, vogliamo ricordare che a pochi metri dalla Maddalena di Chiomonte vi sono numerose miniere di uranio,

Le porte killer (1)

Secondo le stime (non fatte da manifestanti No-TAV ma fatte sia dallo stato Italiano che dall’Agip negli anni ’70, alla ricerca di pechblenda, minerale contenente forti quantitativi d’uranio-238) la Valsusa ha il più grande filone uranifero di tutta Europa.

La perforazione della Maddalena del Chiomonte causerebbe una contaminazione ambientale senza pari, teratogenie diffuse nei nuovi nati e un incremento delle malattie neoplastiche talmente sussistente da allarmare il resto d’Europa.

Nonostante ciò, Trenitalia continua ad accusare i manifestanti No-TAV, tacciandoli alla stregua di terroristi ed assassini, la stessa compagnia (che ormai si occupa solo in forma minore del trasporto della popolazione, ma si preoccupa maggiormente di vendere gli appalti al miglior offerente) però evita di diffondere agli organi di stampa le notizie relative alle “porte killer”, sportelloni che si chiudono automaticamente pochi istanti prima della partenza del treno (a volte secondi) trascinando sui binari i passeggeri rimasti agganciati a questi.
Le stime sono tristi, secondo i sindacalisti, si parla di 21 morti e centinaia di feriti negli ultimi sei anni, ed è una stima per difetto.

Le porte killer (2)

Trenitalia quindi dimostra di essere la vera compagnia terrorista, che mira solo alla speculazione e al lucro, basti pensare al fatto sopra riportato (esigui sarebbero i costi per rendere più sicuri i “portelloni killer”).
Dante De Angelis (sindacalista) fu licenziato e riassunto più volte, riassunzioni mediate da legali e tribunali, dopo aver manifestato perplessità sulla sicurezza dei portelloni di eurostar e intercity.

Riteniamo quindi che prima di puntare il dito sui manifestanti NO-TAV,Trenitalia dovrebbe prima tutelare i suoi stessi passeggeri da eventuali malfunzionamenti meccanici o errori umani fatti dal personale spesso (ma non sempre) inesperto.

Con questo dimostriamo inoltre il nostro totale supporto a tutto il movimento NoTav che da ieri combatte contro gli espropri (illegittimi) dei terreni.

Le porte killer (3)

Come al solito, questo attacco non è attuo a causare danni ma solo a spostare l’attenzione mediatica su avvenimenti che vengono sfortunatamente ignorati.

We Are Anonymous
We Are A Legion
We Don’t Forget
We Don’t Forgive
Expect us.

Sgomberata la Fazenda occupata di Casalotti: maledetti!

12 aprile 2012 Lascia un commento

Ieri, nella giornata nazionale di mobilitazione in solidarietà con il popolo Notav in lotta, il presidio di Roma ha accolto con un boato ribelle i compagni della nuova occupazione di Via Boccea, la Fazenda occupata.
Un luogo importantissimo e appena nato, foraggiato ed alimentato da decine di giovani compagni della zona nord di Roma, infinitamente bisognosa di luoghi simili, dove è possibile crescere collettivamente, vivere e magari anche divertirsi al di fuori dei meccanismi dell’industria del divertimento.
Situato nel quartiere periferico di Casalotti, la Fazenda poteva diventare cardine di una nuova atmosfera in quel quartiere dormitorio nato nell’abusivismo tipico della campagna romana e poi abbandonato per decenni dall’amministrazioni comunali di ogni colore politico.
Un quartiere altamente invivibile, privo di qualunque luogo di incontro, privo di biblioteche, di centri sportivi, di parchi pubblici, di cinema o luoghi di aggregrazione: un quartiere ogni giorno più devastato da speculatori e palazzinari,
Che da questa mattina ha perso l’unico spazio libero, strappato con forza all’abbandono totale.
Una boccata d’aria già uccisa: maledetta sbirraglia.

Ieri la mobilitazione notav aveva occupato dei locali a Scalo San Lorenzo: l’immediato arrivo di Digos e camionette avevano palesato la squallida minaccia.
“Se lasciate questo posto non sgomberiamo la Fazenda di Boccea” avevano detto squallidamente.
Il posto è stato lasciato e stamattina i compagni di Roma Nord si sono comunque svegliati circondati da blindati che dopo pochi secondi hanno rotto il cancello e sono entrati identificando tutti i compagni presenti;
La proporzione tra guardie e occupanti era di 8 a 1 … Ma tutto ciò non ci stupisce di certo!

Per chi volesse comunque i compagni aspettano rinforzi all’angolo tra la via Boccea e Casal del Marmo, per decidere poi tutti insieme quale risposta dare a questo maledetto sgombero !

CASE PER TUTTI
GUARDIE PER NESSUNO

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Foto di Valentina Perniciaro _Beirut devastata dai bombardamenti israeliani_

Al-Khawaja è in fin di vita, e con lui tutto il Bahrain !

11 aprile 2012 14 commenti

La vignetta di Carlos Latuff, raffigurante Al-Khawaja che col suo pugno rappresenta la piazza delle perle di Manama...

Di Abdulhadi Al-Khawaja, attivista per i diritti umani in Bahrain, giunto al 62esimo giorno di sciopero della fame, abbiamo parlato abbastanza spesso in questo blog malgrado nel mondo dell’informazione, soprattutto quello parlante lingua italiana, è stato quasi completamente ignorato.
Abbiamo parlato di lui, della sua pesantissima detenzione, della lotta per un po’ di libertà che il popolo del Bahrain sta provando a mandare avanti malgrado la violentissima repressione perpetrata dal regime del re Hamad bin Isa al-Khalifa, che impone alla popolazione di maggioranza sciita una rigida dittatura.
Condannato all’ergastolo, ripetutamente torturato, privato dei colloqui con la sua famiglia (sua figlia Zeinab è stata più volte arrestata che manda avanti una campagna di informazione capace di bucare il silenzio internazionale) si trova ormai in fin di vita per il prolungato sciopero della fame che sta portando avanti e che è intenzionato a non smettere, malgrado la morte sia sempre più vicina.
Qualche giorno fa è stato trasferito dal carcere in un ospedale militare ma non gli è stato permesso di incontrare né avvocati né tantomeno i suoi familiari, estremamente preoccupati delle sue condizioni, ma anche che sia forzato ad ingerire cibo contro la sua volontà.

Malgrado ci sia un minimo di attenzione sul piccolo paese della penisola arabica in questi giorni perché è in dubbio lo svolgimento della gara del Gran Premio di Formula 1,calendarizzata per il 22 aprile e che gli organizzatori non vorrebbero proprio annullare per il secondo anno consecutivo…
… il silenzio continua a vincere sulla lotta orgogliosa di quel popolo, che chiede anche con forza l’annullamento della gara e di tutta la manfrina miliardaria che le ruota intorno.
Nessuno probabilmente sa nemmeno dove si trova quell’isoletta piena di donne dalle vesti neri, grandi lanciatrici di pietre.

Abdulhadi al-Khawaja ha una doppia nazionalità: ed è proprio il governo di Copenaghen il solo a fare un po’ di pressione sulla monarchia del Bahrain.
Il solo che è riuscito ad incontrare il prigioniero, ex direttore per il Medioriente e l’Africa del Nord dell’organizzazione Frontline Defenders Rights, è stato Ole Egberg Mikkelsen, ambasciatore danese che è riuscito a parlarci per una ventina di minuti e dovrebbe riuscire ad incontrarlo nuovamente nelle prossime ore.
Intanto è ovviamente un’illusione quella della sua scarcerazione, per cui manifestano da giorni gli attivisti nel paese,
ma la lotta non si ferma comunque e non lo farà…
malgrado il silenzio di quest’occidente a senso unico, capace di ignorare buona parte del pianeta, e del suo sangue.

Un’intervista con i lavoratori dello spettacolo, ricordando Matteo

11 aprile 2012 3 commenti

L’articolo che segue,  di cui trovate il link che rimanda ad un sito Rai, è un’intervista ai compagni di lavoro e vita di Matteo Armellini, che è stato ucciso dal suo stesso lavoro, ucciso dai ritmi e le condizioni in cui procede l’industria dello spettacolo.
Con molte iniziative, volantinaggi, comunicati e striscioni, i compagni di Matteo, lavoratori precari dello spettacolo, hanno portato in piazza e davanti ai cancelli dei concerti il racconto della loro quotidianità lavorativa e la rabbia infinita per la perdita di Matteo,
come di ogni morto sul lavoro.
Che sono tutti evitabili.
Che sono tutti omicidi.

LEGGI:
Una lettera aperta a Laura Pausini
The show must go off
ASCOLTA: una trx su RadioOndaRossa

The Show must go off

Due morti in tre mesi: il mondo dei concerti ha richiamato l’attenzione dei media per gli incidenti mortali a due giovani operai. Di reclutamento, lavoro e organizzazione, retribuzioni, sicurezza e struttura del settore ci hanno parlato tre lavoratori espertic
di Massimiliano Piacentini,
http://www.televideo.rai.it/televideo/pub/articolo.jsp?id=12035

Il mondo dei concerti ha richiamato l’attenzione dei media per i recenti “incidenti” in cui sono rimasti uccisi due lavoratori: Francesco Pinna, morto a 20 anni nel collasso del palco allestito per l’esibizione di Jovanotti, a Trieste, e Matteo Armellini, morto a 31 anni a Reggio Calabria mentre lavorava al montaggio del palcoscenico di Laura Pausini. Di reclutamento, lavoro e organizzazione, retribuzioni, sicurezza e struttura dell’industria dei concerti ci hanno parlato tre lavoratori esperti. Il presidente della Cooperativa “Insieme”, di cui Armellini era socio lavoratore, non ha voluto invece rilasciare “alcun tipo di dichiarazione”, considerata l’inchiesta in corso.

Parlano i compagni di Matteo
Nel primo semestre 2011 il volume d’affari per i concerti di musica pop è stato pari a 102 milioni di euro, (+16,92% rispetto allo stesso periodo del 2010). Quale è la vostra realtà lavorativa?
Mauro
: “Ho lavorato nel mondo dei concerti dal 2001 al 2010, inizialmente come facchino, poi come scaffolder. E’ un sistema di scatole cinesi: il lavoratore non è assunto dal service per cui lavora, ma fattura attraverso una cooperativa. Ciò determina massima flessibilità, discontinuità di reddito e ricattabilità. Il tutto, poi, senza una copertura assicurativa specifica per l’elevato rischio del lavoro. Immagina una organizzazione piramidale con al vertice l’artista, a cui va più dell’80% dei ricavi totali. Dal punto di vista formale, una società di produzione affitta da un’altra società palco e materiali e affida la realizzazione a un service. Questo, a sua volta, affitta le varie figure di lavoratori di cui ha bisogno da diverse cooperative. E’ così che i service dispongono di lavoratori senza doverli assumere e con ciò risparmiano molto sul costo del lavoro vivo. Quindi non esiste un tipo di contratto specifico per una o più giornate lavorative. Semplicemente, una cooperativa emette fattura al service che richiede la prestazione lavorativa”.

Quali sono le figure che materialmente realizzano un palco?
Davide
: “Alla base della piramide di cui parla Mauro c’è il facchino, che svolge un lavoro manuale a terra per una paga oraria di 6 euro. Poi c’è il climber, altra figura di manovale (9 euro l’ora) che, ad esempio sui palchi Layher, passa in colonna i ferri per farli arrivare in alto, fino allo scaffolder. In alto opera anche il rigger. Sono due figure tecniche pagate a giornata: 110 euro circa lo scaff, anche 300 euro al giorno il rigger. Poi ci sono i tecnici audio e luci, pagati tra i 100 e i 200 euro al giorno. Questa la situazione a Roma e Trieste.

Quanto dura una giornata di lavoro?
Luca
: “Faccio parte di una cooperativa di servizi che si occupa prevalentemente di facchinaggio, ma ho fatto il corso di operatore su funi (rigger). Secondo la mia esperienza, una giornata di lavoro dura 12 ore o anche di più. Per esempio, lavorare a un concerto all’Olimpico significa iniziare alle 8 del mattino per finire, se tutto va bene, alle 20. La cooperativa vende facchini, ma se la produzione lo richiede noi diventiamo climber, rigger, tecnici luci, allestitori”.

Come si formano i lavoratori e di cosa si occupano lo scaffolder e il rigger?
Davide
: “Lo scaffolder monta strutture come il ponteggio multidirezionale e, insieme al rigger, costruisce ad esempio i ground support, quelli che sono caduti a Trieste e a Reggio Calabria. Inoltre, il rigger si occupa nello specifico degli appendimenti, cioè dei carichi sospesi. Sono figure che svolgono incarichi importanti, pericolosi e difficili, oggi riconosciute tramite corsi che i lavoratori sostengono a proprie spese. Vi sono i brevetti in montaggio-smontaggio e modifica dei ponteggi e l’abilitazione al lavoro in quota e posizionamento tramite funi rilasciata dalle guide alpine del Cai. Ma la realtà lavorativa è molto diversa dalla teoria e posso dire che questi lavoratori si sono formati in gran parte sul campo e con lo studio personale. Per il rigger, ad esempio, esistono solo alcuni corsi recenti tenuti da riggers più esperti.

Lo scorso 5 marzo, Matteo Armellini, vostro amico e compagno di lavoro, è morto a 31 anni mentre costruiva il palco per il concerto della Pausini al palazzetto dello sport di Reggio Calabria e altri due operai sono rimasti gravemente feriti. Tre mesi prima, a Trieste, moriva nel crollo del palco del concerto di Jovanotti, Francesco Pinna, 20 anni, e altri 6 lavoratori sono rimasti feriti in modo grave. Cos’è che rende il lavoro così rischioso?
Luca
: “Matteo era un rigger, un tecnico altamente specializzato. Una delle cause degli incidenti, che non avvengono affatto raramente, è la velocità richiesta per la realizzazione. L’affitto dei palazzetti, degli stadi o anche delle piazze pubbliche è salato e le produzioni, che vogliono massimizzare i profitti e abbassare i costi risparmiando su tutto, impongono ritmi veloci. Per un concerto di Ligabue, ad esempio, il montaggio avviene in 3-4 giorni, mentre lo smontaggio si fa immediatamente dopo l’evento e in meno di 24 ore, cioè in un monte orario ristrettissimo. E’ assurdo, così come è assurdo che i dispositivi per la sicurezza individuale (Dpi) siano completamente a carico dei lavoratori.

Mauro: “In questo lavoro il rischio ha molte facce. Per fare un esempio concreto prendiamo il montaggio di una struttura a moduli autoportante come il Layher. Essa viene montata in velocità attraverso una colonna formata da climbers, che si passano i pezzi via via sempre più in alto per farli arrivare allo scaffolder. E’ una pratica illegale e pericolosa poiché i pezzi, come insegnano ai corsi, dovrebbero essere imbracati. Immagina un pezzo di ferro di 10 kg che cade da oltre 10 mt di altezza!”.

Davide: “Il tour di Jovanotti ha vinto il premio Best tour 2011 e a dicembre è crollato il palco. La tourné della Pausini avrebbe dovuto superare quanto a spettacolarità quella di Jovanotti e abbiamo visto come è andata a finire. Il fatto è che oggi la grandezza di un artista non è più rappresentata dal numero di dischi venduti, ma da quanto è grande il palco su cui si esibisce. Per entrare nel Palacalafiore, il palco della Pausini è stato ridotto rispetto al disegno originario: in realtà non poteva entrare in nessun palazzetto d’Europa. Quindi c’è anche un problema di adeguatezza degli spazi ed è un problema che riguarda tutta l’Italia, non solo il Sud come sostiene Eros Ramazzotti. Inadeguatezza delle strutture, tempi ristretti per il montaggio-smontaggio dei palchi e numero esiguo di lavoratori sono tutti fattori di rischio”.

Mauro: “Poi c’è il problema delle verifiche sui materiali: sono effettuate realmente o solo sulla carta? Secondo una legge recente si dovrebbe sapere con certezza quanto e dove sono stati utilizzati i materiali, a quali stress sono stati sottoposti, se e quante volte sono stati revisionati. Poi occorrono le radiografie, perché una microlesione può causare il collasso di una struttura. Voglio chiedere a quegli artisti che si dispiacciono candidamente della morte dei lavoratori: ma non vedete quante date fate in un mese? Non sarebbe il caso di farne magari qualcuna in meno per consentire di lavorare meglio e più in sicurezza? Come si fa a stare in cima alla piramide e a dichiararsi non responsabili di ciò che avviene sotto? Lo scorso dicembre, nella trasmissione “Che tempo che fa”, Laura Pausini si vantava di quanto fosse grande e luminescente il suo palco! Servono meno megalomania, tempi più umani e maggiore serietà nelle certificazioni (penso a quelle degli ingegneri per i materiali e a quelle dei sindaci per l’agibilità di certi luoghi).

Cosa pensate degli incidenti di Trieste e Reggio Calabria?
Davide
: “Sono diversi e sono avvenuti in fasi di lavoro diverse. A Trieste è collassata la struttura quando tutto era già stato appeso. Ciò può essere accaduto per inadeguata revisione dei materiali o per una modifica del disegno originale. Quello di Reggio, invece, non mi sembra un cedimento strutturale, ma del pavimento. In questo caso era stata appena montata una struttura di 35 tonnellate, che con gli appendimenti sarebbe arrivata a 50-60 t. Si tratta di un palco 20 per 30 metri, con 6 piloni alti 16 metri e larghi 50X50 centimetri. Secondo me, il parquet, sotto cui sembra vi fosse anche un intercapedine di 5-6 centimetri, non poteva sopportare un simile peso. Inoltre, mi risulta non fossero state fornite le lastre di metallo (peraltro previste dal progetto) che dovevano essere posizionate sotto i piloni del palco per distribuirne il peso. Al loro posto pare siano state messe tavole di legno, rivelatesi probabilmente insufficienti. In ogni caso, penso che quel palco non doveva essere montato in quel posto.

E il lavoro nero? Pochi giorni fa la Gdf avrebbe trovato 16 operai in nero che lavoravano al montaggio del palco della Pausini, a Caserta, e altri 930 che venivano utilizzati all’aeroporto di Malpensa e nel montaggio dei palchi per i grandi eventi a Milano. Quale è il vostro rapporto con i sindacati?
Mauro
: “Io, come la maggior parte di quelli che conosco, ho iniziato a lavorare in nero come facchino, senza sapere nulla sul tipo di lavoro che dovevo svolgere, né sull’orario: la questione dell’orario in questo mondo è tabù. Avevo 20 anni. La mia sfiducia nel sindacato è dovuta a esperienze oggettive. Prima di tutto, i sindacati, compresa la Fiom, per realizzare i loro eventi utilizzano lo stesso sistema di cui stiamo parlando. In secondo luogo, mi sono trovato a lavorare al concerto del primo maggio, a piazza San Giovanni, appeso a 15 metri di altezza con l’imbrago che mi ero comprato da solo per piazzare un cartellone che invocava sicurezza sul lavoro e condannava il lavoro nero. Definire ipocrita tutto ciò è ancora troppo poco. Come possiamo avere fiducia in simili organizzazioni?”.

La rivoluzione in Tunisia vuole ricominciare: “Via la nuova dittatura, ci vuole una nuova rivoluzione”

9 aprile 2012 1 commento

A tutti coloro che evitano di parlare delle “primavere arabe”,
a tutti coloro che lo fanno strumentalmente parlando solo di Libia e Siria per cercare di convincerci che ci sia per forza la mano occulta imperialista dietro a chi alza la testa,
a tutti coloro che si sentono proprietari della rivoluzione, intrisi di occidente becero, pronti a dare dei salafiti, come dei sionisti, a chiunque ci metta la faccia e il cuore per cercare di capire i cambiamenti del Nord Africa e del Medioriente,
a tutti coloro che si schierano con gli Hezbollah per difendere Assad, parlando di “asse del bene”  usando gli stessi linguaggi e criteri geopolitici del dipartimento di stato americano,
a tutti coloro che attaccano chi scende in piazza dandogli dei pericolosissimi Fratelli Musulmani sunniti,
prendendo le loro parole dalle componenti sciite ( mamma mia si arriva anche a questo in Italia) senza nemmeno conoscere le varie componenti che da mesi e mesi riempiono le piazze arabe, da Tunisi a Manama…

leggete quel che accade nelle strade di Tunisi,
leggete come siamo solo all’inizio.
Leggete e capite quanto c’è da imparare ed amare nei giovani maghrebini e mashreqini che scendono in piazza
sfidando qualunque tipo di repressione.
LUNGA VITA ALLE RIVOLUZIONI CHE SI AFFACCIANO PER LE STRADE DEL MONDO,
E CHE COMBATTONO CONTRO TUTTO E TUTTI, PER LA LIBERTA’…quella vera.
Ringrazio Infoaut per l’articolo e per gli aggiornamenti che seguiranno:

Duri scontri nel centro di Tunisi tra manifestanti e polizia che sta facendo ampio uso di lacrimogeni caricando un partecipatissimo corteo. Sembra che alcuni militanti del sindacato UGTT ed esponenti della società civile e dei partiti della sinistra radicale (come Hamma Hammami del Partito dei lavoratori tunisini) siano stati selvaggiamente pestati e poi arrestati. Alle 10am l’appuntamento era sull’Avenue Mohamed V con l’obiettivo di dirigersi verso l’Avenue Bourguiba interdetta alle manifestazioni da un provvedimento imposto dal Ministero degli Interni. Quest’ultimo approfittando dello show architettato lo scorso 28 marzo dalle fazioni salafite nel centro della città aveva promulgato il divieto a manifestare sull’Avenue Bourguiba, decisione contestata dai movimenti di lotta che fin da subito hanno tentato di respingere la provocazione congiunta di salafiti e polizia

Sabato 7 aprile un grande presidio organizzato dal Coordinamento dei Diplomati Disoccupati era stato attaccato dalle forze dell’ordine che a suon di manganellate e lacrimogeni erano riusciti a scacciare dal centro (dopo una lunga resistenza) i disoccupati in lotta. E da settimane andava avanti la repressione contro l’associazione dei martiri e dei feriti della rivoluzione che più volte hanno tentato di avvicinarsi al Ministero dei Diritti dell’Uomo per far sentire le proprie ragioni contro un ministro che da quando si è insediato, al di là di qualche futile sortita mediatica, ha risposto ordinando pestaggi e provocazioni poliziesche contro l’associazione.

Insomma la misura era colma per la piazza di Tunisi che in queste ore è tornata a battersi gridando “ il popolo vuole la caduta del regime!”, “viva la Tunisia, viva i Martiri”, “no alla nuova dittatura, ci vuole una nuova rivoluzione”. Ma lo slogan che oggi assume un valoretunis_2 davvero importante per la Tunisia post Ben Ali è quello che recita: “il popolo tunisino è un popolo indipendente, noi non vogliamo né il Qatar né gli USA!”, il 9 aprile è infatti la data che ricorda i martiri tunisini della lotta anti-coloniale contro i francesi, una data dai fortissimi lineamenti politici che oggi viene intelligentemente curvata dal movimento tunisino contro quei paesi che tramite politiche di debito e investimento (orientato verso le lobby affaristiche delle fazioni islamiste più o meno moderate) stanno tentando di scippare la rivoluzione alla Tunisia alle prese con un fragile termidoro islamista.

In questi minuti apprendiamo che gli scontri si stanno allargando anche ai quartieri limitrofi del centro di Tunisi con il proletariato giovanile della zona impegnato a dare manforte come sempre al movimento rivoluzionario. E’ la stessa piazza che solo un anno fa ha imposto il “game over” al rais Ben Ali e che ora torna a muoversi per staccare direttamente la spina a quella macchina perversa di un regime che tramite elezioni farsa e vesti moderate islamiste credeva di poter ricominciare a rapinare impunemente il popolo tunisino. Il 9 aprile in Tunisia non è più da oggi una ricorrenza retorica ma sta divenendo barricata su barricata, pietra su pietra, slogan dopo slogan una giornata della rivoluzione, della nostra rivoluzione globale contro l’1% del vecchio regime…

Seguiranno aggiornamenti… intanto ci uniamo allo slogan “Tahya Tunes”, “Forza Tunisia” con l’augurio che sia l’inizio della fine di questo breve termidoro!

 

Cercavano Dozier nella vagina di una brigatista

6 aprile 2012 22 commenti

AGGIORNAMENTO 18 GIUGNO 2013: LA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA DICHIARA AMMISSIBILE LA RICHIESTA DI REVISIONE DEL PROCESSO TRIACA.
IL 15 OTTOBRE 2013 LE TORTURA ANDRANNO ALLA SBARRA E LA VERITA’ VERRA’ RISTABILITA.
LEGGI QUI LE NOVITA’, OTTIME: LEGGI

“Dopo qualche giorno l’interrogatorio decisivo che porterà alla liberazione di Dozier, quello dei br Ruggero Volinia e della sua compagna, Elisabetta Arcangeli.
Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all’ultimo piano.
Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia a la Arcangeli.
Li sta interrogando Fioriolli, ma sarei potuto essere io al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo.
Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino.
La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe.
Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna.
I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie.
E’ uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso.”
Salvatore Genova, all’epoca dei fatti Commissario di Polizia, aggregato alla squadra speciale ideata dal Ministero dell’Interno
[in edicola oggi sull’Espresso una lunga intervista a Genova, ricca di nomi e dettagli sui torturatori di Stato, a firma di PierVittorio Buffa]

Roma, via dell’Amba Aradam.
Dove si dedicano giardini ai torturatori di Stato

ALCUNI LINK SULLA TORTURA
1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) 
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
 3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4)  
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) 
Arresto del giornalista Buffa
6) 
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7) 
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 ) 
Il pene della Repubblica
9) 
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10)
 Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) 
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Una lettera all’albo degli avvocati di Napoli
13) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
14) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
15) La sentenza esistente
16) Le torture su Sandro Padula, 1982
17) 
La prima parte del testo di Enrico Triaca
18) Seconda parte del testo di Triaca
19) L’interrogazione parlamentare presentata da Rita Bernardini
20) 
” Chi l’ha visto? ” cerca De Tormentis, alias Nicola Ciocia
21) 
Due firme importanti: Adriano Sofri e Pier Vittorio Buffa
22) Mauro Palma, sulle pagine de Il Manifesto
23) L’interrogazione parlamentare cade nel vuoto
24) Intervista al medico Massimo Germani

In Grecia è crisi umanitaria: dei suicidi e dei vaccini impossibili

5 aprile 2012 9 commenti

Il luogo dove si è ucciso Dimitris e dove dopo si son radunate centinaia di persone che si son poi scontrate con la polizia

“Il governo di occupazione di Tsolakoglou*   ha letteralmente annullato la mia capacità di sopravvivere con una pensione dignitosa, per la quale avevo già pagato  (senza aiuti pubblici) per 35 anni.
La mia età mi impedisce di dare una risposta decente individuale (senza ovviamente escludere la possibilità di essere la seconda persona a prendere le armi se  qualcun altro dovesse decidere di farlo), non trovo altra soluzione che una fine dignitosa, prima di dover ricorrere alla spazzatura per sopperire alle mie esigenze nutrizionali.
Un giorno, credo, i giovani senza futuro prenderanno le armi e appenderanno i traditori del paese a piazza Syntagma, proprio come gli italiani hanno fatto con Mussolini nel 1945 (a Milano in Piazzale Loreto)
-Dimitris Christoulas, Syntagma, Athens, 4 aprile 2012
[* Georgios Tsolakoglou era un ufficiale militare greco che divenne il primo Primo Ministro del governo greco collaborazionista durante l’occupazione dell’Asse nel 1941-1942.]

Dimitris, pensionato ex farmacista si è sparato in testa in piazza Syntagma,
sede del parlamento greco e ormai luogo simbolo della rivolta ateniese contro la crisi economica e lo smantellamento dello stato sociale greco,
piazza delle grandi manifestazioni, degli scioperi generali, degli scontri e della violenta repressione.
Appartenente al movimento “IO NON PAGO”, aveva messo in ordine tutto prima di andare via, pagando ogni suo debito.
Ora è successo anche questo in piazza Syntagma, è successo che un uomo, da sempre attivo nella vita politica del suo paese,
da sempre in piazza a lottare, s’è sparato per non lasciare debiti ai suoi figli, e per andarsene con la stessa dignità con cui era vissuto e aveva lavorato tutta la sua vita.
Anche qui in Italia ci si comincia a suicidare, anche qui le pensioni tagliate, i lavori che non si trovano, sembrano portare facilmente alla strada del suicidio, una fuga timida da una realtà sconcertante.

Da giorni volevo raccontarvi di quel che accade in una località greca che si chiama Perama, che è in realtà una zona di Atene nei pressi del Pireo che ha vissuto momenti fiorenti grazie ai molti cantieri navali e che poi ha pagato il prezzo più caro a causa delle delocalizzazioni.
Ora il 60% di quel territorio è invaso dall’assenza di lavoro, dall’assenza delle più minime garanzie, in assenza di possibilità di sopravvivenza.
E’ vera e propria crisi umanitaria.
Due anni fa, in questa zona ha aperto la clinica Medecins du Monde, ambulatorio gratuito esistente in zone di calamità, che solitamente offre assistenza sanitaria ai rifugiati: nel territorio greco fino ad una manciata di mesi fa assisteva migranti, ma ora l’80% della sua clientela è greco.
Un ambulatorio di un’importanza incredibile, visto che arrivano decine di bambini che non hanno nemmeno i vaccini di base , o che non possono permettersi le dosi di richiamo..cosa che avveniva solo nel terzo mondo.
Si vive con 200 euro al mese, quella è la media a Perama, tanto che quando i medici dell’ambulatorio consigliano ai genitori di far curare i propri figli proprio dentro un ospedale, la risposta che più spesso si presenta al loro ascolto è che non hanno la disponibilità nemmeno dell’ 1.40€ necessario per comprare il biglietto dell’autobus che arriva fino all’ospedale.
Nulla, con 200 euro al mese non si mangia: i bambini mangiano dalla spazzatura, l’energia elettrica ormai manca in quasi tutte le case da più di sei mesi, tanto che l’inverno è passato a fatica, con quel po’ di calore che può offrire il bruciare pezzi di legno in casa.
Ci son famiglie che vivono in auto, ed anche il cimitero della città si sta popolando di persone che vanno a dormirci, come al Cairo, come in alcune zone della più povera Asia.
Per chi ancora ha un tetto ed ha la fortuna di avere la luce il terrore più grande è quello della corrente: staccata quella, vola via anche l’ultimo pezzetto di dignità .

A noi manca poco per tutto ciò…
a noi, Italia, che al contrario del popolo greco non abbiamo nemmeno avuto la forza di alzare la testa riempiendo le piazze o fermando la produzione con decine di scioperi generali. Noi nulla, noi concertiamo, noi facciamo finta che tutto ciò sia lontanissimo.
Mentre in Grecia iniziano a pensare che non basta più manifestare, che non basta più scioperare…
mentre in Grecia chi si spara vorrebbe sparare in testa al capitalismo,
noi dormiamo, concertiamo, siamo vomitevoli.

Anonymous: strani piacevoli regali di compleanno! :-)

4 aprile 2012 1 commento

Non male come regalo di compleanno!
GRAZIE!
Allora tocca festeggiare ogni giorno il proprio non-compleanno!
Sempre più rispetto e stima per Anonymous!
Questo il comunicato della loro ultima azione…

Salve, Ministero dell’Interno, Difesa e Carabinieri.
Anonymous vi dedica la sua attenzione per motivi che sicuramente non vi sono nuovi.
Vi dichiarate i difensori della legalità, i detentori della sicurezza e i mediatori della giustizia, ma il Popolo assiste continuamente alle vessazioni che fingete di non vedere e delle quali molto spesso siete complici.

Signori Carabinieri, alcuni giorni fa avete tentato di sopprimere la rabbia degli Operai Alcoa con i vostri feroci manganelli. Insieme a quei padri di famiglia, insieme a quei giovani, insieme a quei dignitosi cittadini in rivolta vittime della violenza di Stato, c’eravamo anche noi: la vostra ferocia si scaglia contro il corpo, ma le idee sono immuni a qualsiasi barbaria e varcano ogni tentativo di oppressione.

Il 13 Aprile, nelle sale cinematografiche, uscirà il film “Diaz“: una preziosa ricostruzione su quelli che furono i tragici fatti del G8 2001, anch’essi vittima del bavaglio di Stato. Il Ministero dell’Interno, tramite una circolare, ha vietato alle Forze di Polizia di parlarne e di esprimersi in merito. Ciò si configura  come un becero e antidemocratico tentativo di imbavagliare chi volesse offrire la propria testimonianza in merito agli orrori che quel torrido Luglio ospitò.

Siamo consapevoli anche degli infiltrati che quotidianamente ci fanno visita nei nostri chan; sarebbero i benvenuti, se solo manifestassero un chiaro e cristallino comportamento. In realtà trascorriamo con loro interminabili momenti di ilarità di cui loro, molto probabilmente, non sanno di essere protagonisti.
Vogliamo inoltre invitarvi ad abbandonare i nostri server quali agenti infiltrati, fatevi pure avanti, non abbiamo nulla da nascondere.
Fin tanto che questo comportamento si perpetuerà, i nostri attacchi diverranno ciclici.

We are Anonymous.
We do not Forgive.
We do not Forget.
Expect Us.

We’re still alive, and we will not die soon as you can expect.

Palestina : la giornata della terra, immersa nella repressione

30 marzo 2012 4 commenti

Ali,durante la sua scalata del muro della vergogna

Il 30 marzo son più di 40 anni che si festeggia la Giornata della Terra, nella martoriata e occupata terra di Palestina: 42 per la precisione, a ricordare quei sei manifestanti uccisi dalle forze dell’ordine dello Stato ebraico di Israele durante un corteo contro l’esproprio delle terre in Galilea.
Ogni anno da molti punti dei Territori si tenta una marcia verso Gerusalemme che mai avviene,
ogni anno aumenta la partecipazione e allo stesso tempo il livello di repressione della polizia israeliana, quando non si aggiunge anche quella palestinese,
come oggi al checkpoint di Betlemme, dove ero io dieci anni fa.
Manifestazioni in tutta la Palestina, che solo a Qalandia, villaggio simbolo dell’assedio di cemento ed Apartheid che è il muro di separazione voluto da Ariel Sharon, hanno visto più di cento feriti negli scontri con le forze di sicurezza e l’esercito israeliano: tra i trasportati con urgenza all’ospedale di Ramallah c’è anche Mustafa Barghouti, colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno.
Proprio dal campo profughi di Dheisheh, quello che ha ospitato me nella mia ormai lontanissima avventura palestinese, s’è spostato Ali Arafa che potete vedere in questa foto, mentre con la bandiera palestinese sfida il muro che dieci anni fa non esisteva e che nemmeno riesco ad immaginare.
Ali orgogliosamente ha continuato a scalare il muro, che chissà da quanto sognava di farlo,
portando il vessillo della sua terra meravigliosa, occupata ma resistente ed orgogliosa.

Poco dopo è stato colpito alla testa ed ora le sue condizioni sono gravi.
Era di Gaza invece Mahmut Zakut, di soli 20anni, ed è rimasto ucciso in una manifestazione a Beit Hanun, nella zona settentrionale della Striscia.
Scontri si sono registrati anche al valico di Eretz, con un pesante lancio di gas lacrimogeni e qualche colpo d’arma da fuoco che ha ferito gravemente un altro ragazzo.
Anche alla porta di Damasco della città vecchia di Gerusalemme un tentativo di manifestazione è stato immediatamente sedato, anche con alcuni arresti.

TANTO NON CI SI ARRENDERA’ MAI.
LA PALESTINA RESITE.
IL SIONISMO NON PASSERA’.

11 aprile: APPELLO NOTAV

30 marzo 2012 4 commenti

Appello dal movimento No Tav

Questo appello è rivolto a tutti gli uomini e donne che, in questi lunghi mesi di occupazione militare, in questi mesi di lotta e resistenza NoTav, si sono schierati al nostro fianco in ogni dove d’Italia.
Grazie a voi è stato chiaro a chi ha cuore e intelligenza che la lotta dei No Tav di quest’angolo di Piemonte è la lotta di tutti coloro che si battono contro lo sperpero di denaro pubblico a fini privatissimi, contro la devastazione del territorio, contro la definitiva trasformazione in merce delle nostre vite e delle nostre relazioni sociali.
Difendere la propria terra e la propria vita è difendere il futuro nostro e di tutti. Il futuro dei giovani condannati alla precarietà a vita, degli anziani cui è negata una vecchiaia dignitosa, di tutti quelli che pensano che il bene comune non è il profitto di pochi ma una migliore qualità della vita per ciascun uomo, donna, bambino e bambina. Qui e ovunque. In ogni ospedale che chiude, in ogni scuola che va a pezzi, in ogni piccola stazione abbandonata, in ogni famiglia che perde la casa, in ogni fabbrica dove Monti regala ai padroni la libertà di licenziare chi lotta, ci sono le nostre ragioni.

Dopo la terribile giornata del 27 febbraio, quando uno di noi ha rischiato di morire per aver tentato di intralciare l’allargamento del fortino della Maddalena, il moltiplicarsi dei cortei, dei blocchi di strade, autostrade, porti e ferrovie, in decine e decine di grandi e piccole città italiane ci ha dato forza nella nostra resistenza sull’autostrada.
In quell’occasione abbiamo capito che, nonostante le migliaia di uomini in armi, il governo e tutti i partiti Si Tav erano in difficoltà. Si sono aperte delle falle nella propaganda di criminalizzazione, si sono aperte possibilità di lotta accessibili a tutti ovunque.

Il 27 febbraio non si sono limitati a mettere a repentaglio la vita di uno dei noi, hanno occupato un altro pezzo di terra, l’hanno cintata con reti, jersey, filo spinato.

Il prossimo mercoledì 11 aprile vogliono che l’occupazione diventi legale.
Quel giorno hanno convocato i proprietari per la procedura di occupazione “temporanea” dei terreni. Potranno entrare nel fortino fortificato come guerra solo uno alla volta: se qualcuno non si presenta procederanno comunque. L’importante è dare una patina di legalità all’imposizione violenta di una grande opera inutile. Da quel giorno le ditte potranno cominciare davvero i lavori.

I No Tav anche questa volta ci saranno. Saremo lì e saremo ovunque sia possibile inceppare la macchina dell’occupazione militare.

Facciamo appello perché quel giorno e per tutta la settimana, che promoviamo come settimana di lotta popolare No Tav, ci diate appoggio.
Abbiamo bisogno che la rete di solidarietà spontanea che ci ha sostenuto in febbraio, diventi ancora più fitta e più forte.
Non vi chiediamo di venire qui, anche se tutti sono come sempre benvenuti,
vi chiediamo di lottare nelle vostre città e paesi.
Vi chiediamo di diffondere la resistenza.

Movimento No Tav

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Un convegno che parla dei quotidiani assassinii sul lavoro

30 marzo 2012 1 commento

Proprio ora che di lavoro non voglio sentir parlare per una manciata di giorni,
vi segnalo quest’iniziativa che alcuni lavoratori mi hanno chiesto di pubblicizzare.
Non potrò esserci per ovvi motivi geografici, ma non c’è iniziativa che parla dei quotidiani assassinii sul lavoro
che non ha il mio sostegno, totale.
E gli assassinii sul lavoro hanno diverse forme.
Perché c’è chi esce la mattina di casa e non torna più, morendo come una mosca schiacciata, come se ne sono andati Antonio e Matteo

C’è chi invece a casa torna tutte le sere, convinto che quella tosse sia solo colpa del freddo…e poi vola via, ucciso da una malattia che poteva tranquillamente non prendere, ucciso da ciò che per anni ha respirato, lavorato, imballato, trasportato.
Nessuna di queste morti è bianca, proprio nessuna.
Perché chi muore sul lavoro muore assassinato: assassinato dal profitto, dallo sfruttamento, dai meccanismi del capitale.
Perché chi muore sul lavoro non sembra aver diritto nemmeno alla memoria, a meno che non abbia una divisa addosso.
E allora, proprio nel giorno in cui me ne vado un po’ in ferie, a staccare da questa merda di vita che si fa per 1000 euro al mese,
vi lascio con questo invito a partecipare ad un dibattito con lavoratori, tra lavoratori.
Che dovrebbero uscir di casa per un salario, e spesso lo fanno rischiando la loro vita e perdendola.

CONVEGNO MORTI SUL LAVORO!
SABATO 7 APRILE 2012 ORE 15.00
(SCHIO – Cinema Pasubio- via Maraschin, 77)

SARANO PRESENTI I LAVORATORI:

GRETA ALTO VICENTINO AMBIENTE (SCHIO), TRICOM GALVANICA PM (TEZZE SUL BRENTA), ETRA (BASSANO), ARSENALE F.S (VICENZA), BREDA (SESTO SAN GIOVANI), MARLANE MARZOTTO (PRAIA A MARE), THYSSEN KRUPP (TORINO), MEDICINA DEMOCRATICA

°ASSEMBLEA DEI LAVORATORI PER RICORDARE NOSTRI CADUTI SUL LAVORO, MA ANCHE PER IMPEDIRE CHE TALE IGNOMINIE SI RIPETANO, PARTECIPIAMO TUTTI-E PER CONTRASTARE LE MORTI SUL LAVORO.

°INIZIAMO UNA CAMPAGNA PERMANENTE CONTRO LE MORTI SUL LAVORO E… DA LAVORO, GLI INFORTUNI SUI LUOGHI DI LAVORO, LE MALATTIE PROFESSIONALI E INVALIDANTI, I DISASTRI AMBIENTALI E LE LAVORAZIONI NOCIVE E PERICOLOSE, SIA PER CHI LAVORA SIA PER LA SALUTE DELLA CITTADINANZA.

°MAI PIU’ MORTI SUL LAVORO IN NOME DEL PROFITTO A OGNI COSTO
°PERCHE’ SI MUORE ANCORA DI INDIFFERENZA, DI NOCIVITÀ’ E DI PRECARIETÀ’.

°IMPARIAMO A DIRE “NO” AL RICATTO DEI PADRONI CHE CI FANNO LAVORARE IN CONDIZIONI DI GRAVE INSICUREZZA, FORTI DELLA DILAGANTE DISOCCUPAZIONE.

Unione Sindacale di Base

 

RUSSIA: Liberiamo le PUSSY RIOT!

28 marzo 2012 6 commenti

 

LEGGI: Inizia il processo (agosto2012)

Io le ho amate all’istante, appena ho realizzato con i miei occhi quello che stavo guardando.
Questo video ha un paio di mesi ed è stato girato a Mosca, dal gruppo femminile punk Pussy Riot, che ha pensato bene di manifestare il proprio dissenso verso Putin e la sua rielezione con una performance sul sagrato della Cattedrale di Cristo Salvatore, proprio nella capitale russa.
Lo scandalo potete immaginarlo, nelle settimane in cui le piazze russe si stavano nuovamente riempiendo di manifestanti contro l’eterno potere di Putin, prossimo in quelle giornata alla sua rielezione, di cui abbiamo parlato in questo blog anche per l’arresto dell’amico e compagno Marco Clementi, proprio a San Pietroburgo, fortunatamente risoltosi in una manciata d’ore.

 Nadezhda Tolokonnikova e Mariya Alekhina , due componenti del gruppo punk Pussy Riot, arrestate il 21 febbraio, rischiano invece fino a 7 anni di carcere e da quel giorno non hanno più avuto modo di assaporare la loro libertà, forse troppo scandalosa per il governo russo.
La loro esibizione “blasfema” che ne ha causato l’arresto iniziava proprio con “Vergine Maria, madre di dio, liberaci di Putin”.
Immediatamente è stata chiamata la polizia e nella fuga generale Nadezhda e Mariya sono state acchiappate.
Il gruppo si esibisce da sempre a volto coperto da coloratissimi passamontagna e non si conosce nemmeno il numero dei suoi componenti, che spesso oscillano dai 5 ai 10 ma sembrerebbero essere almeno una trentina, tutte donne, molto giovani.
L’idea che rischino fino a 7 anni di carcere, con l’accusa di teppismo ed incitamento alla violenza è sconcertante, tanto che son diverse le mobilitazioni che in queste settimane si stanno susseguendo fuori dal tribunale, dove ci sono stati anche dei fermi, e altrove.
Il patriarca Kirill, putroppo non colpito da un coccolone durante l’esibizione, le definisce “figlie del demonio” augurandosi una pena esemplare per fare in modo che un simile evento non venga preso sottogamba.
Intanto loro sono in carcere da un mese e mezzo, sono entrambe mamme di due bimbe piccole e sarebbe proprio il caso che tornino a casa il più presto,
caro fottutissimo Putin.
Nel video qui sotto potete vedere l’esibizione con i vostri occhi, poi chiudeteli e pensate a quanto sono lunghi, violenti, devastanti ed inutili 7 anni di carcere.

FREE PUSSY RIOT
FREE ALL POLITICAL PRISONERS
FREE ALL PRISONERS
DESTROY ALL KIND OF PRISONS!

De Tormentis e le torture: l’interrogazione parlamentare cade nel vuoto. Strano eh?

25 marzo 2012 7 commenti

Si torna, e sarà dura smettere di farlo, a parlare di torture.
Di scientifiche sevizie di stato compiute sui corpi dei prigionieri politici italiani degli anni ’70 e ’80.
Dopo il libro di Nicola Rao questo blog, insieme al puntiglioso lavoro di Paolo Persichetti sul suo e sulle pagine dell’allora esistente quotidiano Liberazione, non abbiamo mai smesso di parlare del misterioso uomo che avrebbe scelto per se stesso lo pseudonimo di De Tormentis. Al punto che anche la Rai e la redazione di “Chi l’ha visto?” si sono accorti di tutto ciò …
Se si è iniziata questa battaglia non era certo per arrivare solo al nome di Nicola Ciocia,
ma per capire da chi e in che modo era partito l’ordine, la carta bianca sulla tortura, sul waterboarding, sugli elettrodi, sulle finte esecuzioni,
sui veri e propri rapimenti degli arrestati.
La parlamentare Rita Bernardini s’è subito mobilitata con i suoi strumenti, chiedendo risposte direttamente al ministero con una interrogazione parlamentare…eheheh, la risposta è appena arrivata e parla da sola sia per le parole usate, sia proprio per il personaggio che s’è adoperato nella risposta,
o “presa per il culo” che dir si voglia.

Vi lascio quindi alle parole di Paolo, nella sua puntigliosa descrizione delle ridicole novità di questa storia che si sono affacciate sui banchi del parlamento italiane: De Tormentis, il fantasma del Viminale

Torture, la risposta evasiva del ministero dell’Interno all’interrogazione presentata dalla deputata radicale Rita Bernardini

di Paolo Persichetti

Il governo, per voce del sottosegretario agli Interni prefetto Carlo De Stefano, ex direttore centrale della Polizia di prevenzione (l’ex Ucigos, quella del “professor De Tormentis” per intenderci) dal 2001 al 2009 e dove ha anche presieduto il Comitato di analisi strategica antiterrorismo, ha liquidato l’interrogazione parlamentare presentata lo scorso dicembre dalla deputata del partito radicale Rita Bernardini sostenendo che dei fatti in questione se ne è già discusso ampiamente durante l’ottava legislatura con «ampi e circostanziati dibattiti parlamentari nonché inchieste giudiziarie».
Inutile tornarci sospra, dunque. «Su tali fatti, pertanto, – ha affermato De Stefano – non è necessario che io indugi anche se una serie di inchieste giornalistiche e iniziative culturali ne stanno riproponendo l’attualità. Un’attualità che mantiene il collegamento con i fatti di allora, in relazione all’operato delle Forze dell’ordine, ora oggetto di uno specifico questito degli On. interroganti».
Peccato che dall’ottava legislatuta ad oggi siano emerse nuove circostanze grazie ad una inchiesta giornalistica condotta nel 2007 da Matteo Indice sul Secolo XIX, poi rilanciate dal libro di Nicola Rao, riprese in una inchiesta apparsa su Liberazione del 13 dicembre 2011 nella quale si tracciava dettagliatamente il profilo professionale e culturale del professor De Tormentis, lasciando chiaramente intendere chi fosse il personaggio che si nascondeva sotto quello pseudonimo e che al momento delle torture era un funzionario di grado elevato dell’Ucigos. Un dirigente delle Forse di polizia perfettamente conosciuto dai vertici politici dell’epoca, come riconobbe Francesco Cossiga (una foto lo ritrae alle spalle del ministro dell’Interno in via Caetani, davanti alla Renault 4 nella quale le Brigate rosse fecero ritrovare il corpo di Aldo Moro). Novità riproposte in una puntata della trasmissione di Rai tre, Chi l’ha vistodell’8 febbraio scorso che spinsero il Corriere della sera e poi il Corriere del Mezzogiorno ad intervistare nuovamente il “professor De Tormentis” nella sua casa sulle colline del Vomero a Napoli, senza omettere questa volta il nome che ormai cicrolava da tempo sul web: Nicola Ciocia.

Il prefetto De Stefano ha pensato di caversela a poco prezzo rivendendo merce scaduta
Il primo dei quesiti posti da Rita Bernardini ai rispettivi ministeri di competenza, Interno e Giustizia, chiedeva di «verificare l’identità e il ruolo svolto all’epoca dei fatti dal funzionario dell’Ucigos conosciuto come “professor De Tormentis”» ed ancora se non si ritenesse opportuno «promuovere, anche mediante la costituzione di una specifica commissione d’inchiesta», ogni utile approfondimento «sull’esistenza, i componenti e l’operato dei due gruppi addetti alla sevizie, ai quali fanno riferimento gli ex funzionari della polizia di Stato citati nelle interviste».
Il sottosegretario De Stefano non solo ha completamente evaso ogni risposta su queste nuove circostanze ma ha addirittura preso in giro la parlamentare radicale, e con essa quei milioni di citadini che si recano regolarmente alle urne confermando la propria fiducia nell’istituzione parlamentare, spacciando per un gesto di cortesia istituzionale la consegna agli atti della Comissione di una scheda riepilogativa, elaborata «in base alle risultanze istruttorie nella disponibilità del Dipartimento della pubblica sicurezza», nella quale si ripropone una sintesi succinta dell’arci-nota inchiesta avviata nel 1982 dal pm di Padova Vittorio Borraccetti e conclusa con il rinvio a giudizio firmato dal giudice istruttore Giovanni Palombarini dell’allora commissario Salvatore Rino Genova (guarda caso unico nome citato dal sottosegretario), di tre agenti dei Nocs e di un ufficiale del reparto Celere, tutti condannati a brevi pene per le torture inflitte a Cesare Di Lenardo.

Nel 2004 l’ex commissario Salvatore Genova aveva scritto al capo della polizia chiedendo l’apertura di una commissione d’inchiesta sulle torture
E’ davvero singolare che negli armadi del Dipartimento della pubblica sicurezza il prefetto De Stefano non abbia trovato traccia delle denunce presentate dall’ex commissario della Digos, Salvatore Genova, divenuto nel frattempo primo dirigente. In una intervista alSecolo XIX del 17 giugno 2007, Genova denunciava che «nonostante ripetute sollecitazioni a fare chiarezza, lettere protocollate e incontri riservatissimi, ci si è ben guardati  dall’avviare i doverosi accertamenti». Sul tavolo della sua scrivania – annotava l’intervistatore – «ci sono i carteggi degli ultimi quindici  anni con l’ex capo della polizia, Fernando Masone, e con l’attuale numero uno, Gianni De Gennaro. Informative “personali”, “strettamente riservate” nelle quali Salvatore Genova chiede l’istituzione di Commissioni, l’acquisizione di documenti e l’interrogazione di testimoni. Vuole che venga fatta luce su una delle pagine più oscure nella storia della lotta all’eversione».
Di tutto questo nella risposta del sottosegretario non c’è traccia! Singolare omissione, come singolare appare il fatto che l’unico nome citato sia solo quello di Salvatore Genova, che guarda caso è l’unico funzionario che in questi anni ha vuotato il sacco raccontando per filo e per segno quanto i restroscena delle torture, mentre si mantiene il massimo riserbo sugli altri e non si risponde sulla identità di “De Tormentis”. Circostanza che, anche a non voler pensar male, lascia trasparire inevitabilmente l’esistenza di un forte fastidio per le sue rivelazioni di Genova, quasi si trattasse di uno dispetto, per non dire una rappresaglia.
Tutto ciò ha un nome ben preciso: omertà!

Se il lupo dice di non aver mai visto l’agnello
A questo punto non si può non ricordare come Carlo De Stefano non sia affatto una figura neutra o di secondo piano. Si tratta di un funzionario che ha realizzato per intero la sua carriera nell’antiterrorismo. Nel 1978, quando era alla digos, fu lui ad arrestare Enrico Triaca, torturato da Nicola Ciocia che lo racconta nel libro di Nicola Rao, e perquisire la tipografia delle Br di via Pio Foa’ a Roma. Si tratta dunque di un personaggio che inevitabilmente è stato a conoscenza di molti dei segreti conservati nelle stanze del Viminale, in quegli uffici che si sono occupati delle inchieste contro la lotta armata. Non foss’altro perché è stato fianco a fianco di tutti i funzionari coinvolti nelle torture.
Vederlo rispondere all’interrogazione depositata dalla deputata Rita Bernardini è stato come sentire il lupo dare spiegazioni sulla scomparsa dell’agnello….


Fino al 1984 le convenzioni internazionali non ponevano limiti alla ricorso alla tortura morale, in caso di ordine pubblico e di tutela del benessere generale di una società democratica

Nonostante l’atteggiamento evasivo e omertoso, nella risposta del sottosegretario De Stefano agli altri questiti posti nell’interrogazione parlamentare sono emersi alcuni dettagli interessanti. Alla domanda se il governo non intendesse «adottare con urgenza misure volte all’introduzione nell’ordinamento italiano del reato di tortura e di specifiche sanzioni al riguardo, in attuazione di quanto ratificato in sede Onu» e se non vi fosse l’intenzione di «assumere iniziative, anche normative, in favore di risarcimenti per le vittime di atti di tortura o violenza da parte di funzionari dello Stato, e per i loro familiari», l’esponente del governo ha ricordato i diversi disegni di legge pendenti in Parlamento e aventi per oggetto l’introduzione nel codice penale civile e militare del reato specifico di tortura. Nulla sulla creazione di una commissione d’inchiesta.
Rivelatore è stato invece l’excursus storico fornito dagli uffici del ministero della Giustizia che hanno ricordato come fino al 1984 a livello internazionale, sia la Convenzione di Roma per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, sia la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948 non ponevano divieti all’uso della tortura «morale e in caso di ordine pubblico e di tutela del benessere generale di una società democratica». In sostanza queste convenzioni internazionali vietavano l’uso della tortura contro il nemico esterno, in caso di guerre tra Stati, ma tacevano sul ricorso a torture contro il nemico interno (i cosiddetti “terroristi”) a meno che non si trattasse di Paesi sotto regime dittatoriali. Una logica che se condotta fino alla sue estreme conseguenze sanciva il divieto per le dittature, ritenute una forma di governo illegittimo, di torturare mentre lasciava alle democrazie, ritenute forme di governo legittimo, la possibilità di farlo tranquillamente.


Se ne evince che nel 1982, quando Nicola Ciocia, alias De Tormentis, insieme alla sua squadra di “acquaiuoli”, supportato dagli altri dirigenti dell’Ucigos, Gaspare De Francisci, Umberto Improta & c., sotto l’ordine e la tutela del ministro dell’Interno Virginio Rognoni, torturava durante gli interrogatori le persone sospettate di appartenere a gruppi armati, lo faceva senza violare la normativa interna e internazionale.
E’ quindi questo il messaggio indicibile che tra le righe il sottosegertario De Stefano ha voluto inviare agli interroganti e a chi da mesi sta portando avanti una campagna su questi fatti.
Tuttavia, sul piano strettamente giuridico, dal 1984 prima l’assemblea generale delle Nazioni unite, poi dal 1987 anche il Consiglio d’Europa, adottavano una Convenzione per la prevensione specifica della tortura e dei trattamenti degradanti, in vigore in Italia dall’11 febbraio 1989. In tale ambito, «la tortura al pari del genocidio – ricorda sempre la nota del ministero della Giustiza citata dal De Stefano – è considerata un crimine contro l’umanità dal diritto internazionale», dunque imprescrittibile.
Anche se la nozione di imprescrittibilità non ci ha mai convinto per la sua facilità a prestarsi a regolamenti di conti che fanno del ricorso alla giustizia penale internazionale una forma di prolungamento della guerra e/o della lotta polica con altri mezzi, ci domandiamo come mai i solerti magistrati italiani teorici dell’interventismo più sfrenato, della supplenza e dell’interferenza senza limiti, siano così restii e disattenti.
Ma della complicità della magistratura che con la sua sistematica azione di copertura, che trovò un’unica eccezione nella citata inchiesta di Padova, svolse un decisivo ruolo di ausilio alle torture parleremo in un prossimo articolo.

Per una visione un po’ più completa ecco un po’ di link a riguardo:
1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) 
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
 3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4)  
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) 
Arresto del giornalista Buffa
6) 
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7) 
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 ) 
Il pene della Repubblica
9) 
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10)
 Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) 
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Una lettera all’albo degli avvocati di Napoli
13) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
14) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
15) La sentenza esistente
16) Le torture su Sandro Padula, 1982
17) 
La prima parte del testo di Enrico Triaca
18) Seconda parte del testo di Triaca
19) L’interrogazione parlamentare presentata da Rita Bernardini
20) 
” Chi l’ha visto? ” cerca De Tormentis, alias Nicola Ciocia
21) 
Due firme importanti: Adriano Sofri e Pier Vittorio Buffa
22) Mauro Palma, sulle pagine de Il Manifesto

Israele e i suoi ultras: se li chiamiamo “nazisti” ci dicono pure che siamo “antisemiti”…vabbhé

25 marzo 2012 5 commenti

A poche ore dalla strage avvenuta a Tolosa fanno ancora più rabbrividire queste immagini.
Perché anche chi sa bene cos’è il sionismo, anche chi ha visto con i propri occhi questo tipo di violenza,
non riesce mai ad abituarsi.
Non ho paura a dirlo, non ho paura a dire che quando i miei occhi in Palestina (tondi tondi 10 anni fa) leggevano sui muri dei Territori Occupati “Gas the arab” “death to all arabs” o cose simili ho avuto quella chiara sensazione di vivere in prima persona qualcosa che pensavo parte della storia.
I rastrellamenti di Nablus o di Gaza sono molto simili a quelli di Varsavia, ma se lo dici sei tacciato di antisemitismo.

Non si parla di altro e non c’è accusa più sterile e facile da lanciare contro chi ha a cuore il popolo palestinese (come qualunque altro sotto occupazione militare, apartheid  e costretto a 60 anni di fuga e diaspora), contro chi lotta per l’autodeterminazione di un popolo che vive in uno stato di detenzione e soprusi costanti, inimmaginabili.
Ma la violenza sionista non è solo fatta di coprifuoco, di muri che crescono e mangiano terre, villaggi, campi e fonti d’acqua,
la violenza sionista non è solo bombardamenti, tank e cecchini,
non è solo fosforo bianco e uranio impoverito,
non è solo la morte, l’assenza di possibilità di curarsi, tumori e malformazioni dovuti agli armamenti usati,
Israele non è solo quello.

Il sionismo è quello che ieri ha portato 85 ulivi alla morte solo nell’area di Betlemme, estirpati da ruspe scortate da coloni armati e sorridenti,
il sionismo è quello di questi ragazzi, tutti tifosi della più antica squadra di calcio israeliana,il Beitar,
che entrati in un grande magazzino, usano la loro goliardìa da ultras deficienti, non per rubare qualche panino o maglietta,
ma per una becera, nazista, incommentabile “caccia all’arabo palestinese”.

Ed io non ho parole per descrivere queste cose,
perché vedo gli occhi di mia nonna che mi raccontano degli anfibi tedeschi che marciavano,
perché vedo il sorriso spaventato di qualche anziano abruzzese, a cui hanno minato la porta di casa e un pezzo di vita per rappresaglia,
vedo quelle migliaia di bimbi polverosi cresciuti nei campi profughi nei paese adiacenti alla loro terra,
bambini che crescono con il solo desiderio di poter un giorno cogliere le olive o le arance dei loro nonni.
Spesso ignari che non ne esiste più traccia, e che al posto loro troverebbero i parchi divertimenti dei loro aguzzini.
Israele è tante cose,
è il miglior libro aperto di storia per capire il nazismo.

Sindrome di Quirra: quante altre prove volete?

24 marzo 2012 4 commenti

Ancora prove su Quirra, come se quelle degli anni precedenti non fossero sufficienti a raccontarci la verità sul poligono interforze del Salto di Quirra, 
uno dei tanti presenti su quell’isola.Oggi la prova più attesa, non dai capi di bestiame, non dalle pecore, ma dai corpi, dalle ossa di dodici salme di pastori, riesumate dalla procura di Lanusei all’interno dell’inchiesta per “omicidio plurimo legato ad inquinamento ambientale”.
Siamo tra le provincia di Cagliari e Ogliastra: di pastori ne son stati riesumati 15 ( tutti morti per leucemie e linfomi) e 12 hanno dei livelli di torio 232 (ma anche di antimonio, piombo e cadmio, e altri metalli tossici) impressionanti, di molto superiori alla norma. La loro colpa era stata quella di portare al pascolo le pecore nelle aree del poligono di tiro.

L’inchiesta oltretutto si allarga con 19 indagati  per un’articolo che parla da solo «ostacolo aggravato a indagini su disastro ambientale». Oltre al sindago di Perdasdefogu ci sono ben 7 generali dai diversi compiti in questa maledetta storia. Da chi doveva controllare le aree di addestramento ai periti che effettuarono le prime analisi dopo alcune denunce di associazioni ambientaliste.
Leggi:
La sindrome di Quirra e le sue malformazioni: la Sardegna inizia a raccontare
La sindrome di Quirra
altri link sulla Sardegna e le sue basi QUI

“il marxismo è fuori della realtà”! Ce lo conferma quello che parla di paradiso e inferno

23 marzo 2012 5 commenti

Il marxismo è “fuori dalla realtà”!
Punto.
Voi tutti e tutte prendetelo per buono, perché lo dice papa Ratzinger in viaggio verso Cuba. Tutto vestito di bianco, intento ad insegnarci la parola di Dio e a dirci che quel cattivone del diavoletto ci brucerà nel fuoco eterno anche solo per una masturbatina veloce.
Figuriamoci io che fine farò: donna,madre non sposata e anche madre pronta ad interrompere una gravidanza con un aborto terapeutico per una malformazione genetica.
A me il diavoletto mi torturerà per l’eternità e me lo merito pure secondo quell’uomo vestito di bianco con le scarpette Prada rosse rosse.

Ma è il marxismo a star fuori dalla realtà: Dio e famiglia stanno con i piedi per terra invece!!

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Luca Abbà ci scrive dal letto d’ospedale

22 marzo 2012 1 commento

A poco più di tre settimane dai fatti accorsi in Clarea il lunedì 27 febbraio scorso, mi sembra opportuno comunicare a tutti gli amici e compagni che mi sono vicini alcune notizie più precise sul mio stato di salute.
Come già si sa da qualche giorno sono fuori pericolo di vita, ma seppur la situazione vada migliorando le mie condizioni risultano ancora abbastanza serie.
Le ferite maggiori che mi trovo a dover guarire sono la conseguenza delle ustioni provocate dal folgoramento da corrente elettrica, i danni da caduta sono ormai in via di miglioramento definitivo.

Nei prossimi giorni subirò ulteriori interventi di chirurgia plastica per sistemare le aree del corpo ancora soggette a ustioni.
Mi trovo tuttora ad essere inchiodato a letto e non auto sufficiente nei movimenti degli arti e quindi dipendente da infermieri e familiari per le mansioni quotidiane.
Desidero comunque ringraziare tutti coloro che finora mi sono stati vicini e che mi hanno fatto sentire la loro presenza e solidarietà.

Chiedo a tutti ancora un po’ di pazienza (il primo ad averne dovrò essere io), per potervi riabbracciare e salutare in piena forma.
Un ringraziamento particolare va ai miei familiari e alla mia compagna Emanuela che hanno dovuto superare un momento non facile, anche per questo chiedo a tutti di allentare la pressione nei suoi confronti visto che si trova già a gestire molteplici ruoli di questa vicenda.
Sarà mia cura contattarvi personalmente nel momento in cui le cose si fossero messe al meglio per potervi incontrare e abbracciare con più calma.
In questo momento sono giustamente sottoposto alle severe disposizioni dei “reparti speciali” del CTO di Torino e quindi con forti limitazioni alle visite, riservate a parenti ed amici stretti.
Chiedo che questo scritto possa girare tra tutte le varie situazioni che hanno seguito l’evolversi della mia vicenda sperando però che non diventi oggetto di speculazione giornalistica. Sono ben contento di ricevere notizie e contatti vostri ma non garantisco di rispondere a tutti entro breve.
L’indirizzo cui scrivere è: Frazione Cels Ruinas 27 – 10050 Exilles (TO)
Da un letto di ospedale, 21.03.2012

Forza e gioia a tutti. Luca Abbà

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Foto di Valentina Perniciaro _ le montagne di Luca_

Milano, arriva la perizia balistica sui colpi del vigile Amigoni: é stata un’esecuzione

21 marzo 2012 3 commenti

Ve lo ricordate Alessandro Amigoni?
Vi ricordate che uccise un ragazzo cileno che correva verso una partita di calcetto; correva perché vista arrivare la municipale per una rissa alla quale non aveva partecipato, era scappato via perché privo di permesso di soggiorno.
Gli è costata la vita, a Marcelo Valentino Gomez Cortes, quella corsa innocente.

I fiori in ricordo di Marcelo al Parco Lambro

E’ stato freddato da un giovane rambo in divisa, stipendiato dal comune di Milano e facente parte di una squadretta (son chiamati i Robocop a Milano) reparto di 53 “duri” della polizia locale milanese, il “Nucleo operativo Duomo-Centro”, impegnato nella lotta all’abusivismo commerciale e alla contraffazione.

Oggi i giornali ci riportano, finalmente, notizie sulla perizia balistica.
Un assassinio a freddo: un’esecuzione. Il colpo è partito da una distanza che oscilla tra i 60 centimetri e i due metri e 80.
Poco, pochissimo: soprattutto alla luce delle sue dichiarazioni, in cui sosteneva di aver sparato su un terrapieno a terra e nemmeno in aria proprio per non mettere a repentaglio la vita di nessuno.
Il caro Robocop invece ha sparato, senza alcuna ragione di servizio, e per uccidere.
Lo dicono le perizie balistiche, che ci confermano quel che già sapevamo.

solo una cosa, e ve la dico io che sapete come e quanto sono contro il carcere:
ma lui stamattina, come ieri e probabilmente come domani, ha timbrato il suo cartellino.
E’ un uomo libero, che va a lavorare tutti i giorni nel suo posto di lavoro, l’hanno semplicemente spostato e disarmato.
Punto.
Ma siamo un paese che dei suoi assassini fa eroi, basta guardare la spilletta gialla della Fornero in solidarietà ai due marò.
L’articolo il giorno dell’assassinio: LEGGI

Il carcere e il suo pervadere i corpi …

19 marzo 2012 18 commenti

Ci son parole e meccanismi che fanno capire il carcere meglio di una settimana di isolamento.
Perché il carcere non è fatto solo di cemento e di ferro,
il carcere non è solo una branda sudicia e scomoda, uno spioncino, un blindato che sbatte prima o dopo altre decine di suoi simili.
Perché il carcere non sono solo le chiavi di ottone che pendono dalle divise, non sono i propri amori visti col contagocce davanti ad occhi inquisitori e sconosciuti,
perchè il carcere non è solo anfibi unti, non è solo lavarsi il culo dove si tiene a bagno la frutta,
il carcere non è solo sudore mischiato tra troppi,
non sono solo tanti corpi a russare, puzzare, lavarsi, mangiare, masturbarsi, gridare, giocare, bestemmiare, farsi belli per un colloquio.

Il carcere ti deve entrare in testa, e se per caso sei donna deve entrare anche nel tuo utero.
Il carcere pervade ogni istante del detenuto, ma anche di sua madre, di suo figlio, di sua moglie, di chi lo ama.
Il carcere si appropria della tua vita, anche in quelle tue zone interiori dove non penseresti mai che qualcuno possa entrare e sfondare tutto, o tentare di appropriarsi di tutto.
Perché il carcere con la scusa di rieducare cerca di puntellare la tua testa, di plasmarla,
di domare il tuo corpo e farti dire “sì signore” davanti alle assurdità più inconciliabili con la ragione.
Il carcere è sopruso psicologico e fisico, il carcere stupra chi ami,
sottopone anche i tuoi figli a violenze inaudite,
il carcere annulla la privacy della tua famiglia,
la calpesta, la deride, la violenta come se niente fosse.
Il carcere è un’ aberrazione che cerca di appropriarsi anche delle vite di chi non ha compiuto reati,
il carcere è forse l’istituzione che più di qualunque altra ti fa sognare di farne di reati.
Ti fa sognare enormi esplosioni, dove il ferro e il cemento si fondono con i loro meccanismi perversi, con le loro indagini comportamentali, con le loro relazioni psicologiche,

dove ad esplodere sia la privazione di libertà come quei continui tentativi di annientare la tua persona, anche quando non ce n’è bisogno.
Il carcere è un oceano di desiderio di reati: perché è inaccettabile
e come tutte le cose inaccettabili vanno distrutte.
Abolite.
Abbattute.

 

Una lettera aperta a Laura Pausini

17 marzo 2012 10 commenti

Signora Pausini,

apprendiamo dai giornali del “dramma” che l’ha colpita e della sua intenzione di dedicare a Matteo i suoi prossimi concerti.

Ognuno ha diritto ad esprimere il proprio lutto nelle forme che ritiene più opportune, ma aver letto le sue dichiarazioni, riportate persino sui giornali di gossip, non può non farci pensare che Lei, Matteo, non sapeva chi fosse. Certamente non è così che chi l’ha veramente conosciuto avrebbe scelto di ricordarlo.

Ci rendiamo conto che i meccanismi dello show business, di fronte ad una tragedia di questo genere, impongono di assumere un contegno simile di fronte ai media. Ma è proprio a causa dell’ambiguità di questo cordoglio che sarebbe opportuno che Lei evitasse di farsi portavoce di un dolore che non le appartiene.

Forse dovremmo arrenderci ai meccanismi pubblicitari e lasciare che la strumentalizzazione mediatica ci scivoli addosso.

Ma non possiamo farlo, non possiamo perché vogliamo e dobbiamo rispettare il nostro dolore e quella che sarebbe stata la volontà del nostro amico.

Le chiediamo pertanto pubblicamente di astenersi dal dedicare a Matteo i suoi concerti, di non nominarlo, di lasciare il dolore a una dimensione privata.

Al di là degli aspetti penali, che competono alla magistratura, ciò che non emerge di questa tragedia è il grave problema che riguarda il lavoro. Lo show business, per massimizzare il profitto a ogni costo, impone ritmi frenetici e condizioni di lavoro aberranti a una categoria già di per sé frazionata e debole, il tutto per garantire sempre allo spettacolo di andare avanti.

Lei scrive nella sua lettera che si sente impotente, che non può fare niente per cambiare le cose; allo stesso tempo, Jovanotti invita a una riflessione su come migliorare il livello di sicurezza, senza che però alle parole seguano dei fatti concreti.

Noi al contrario riteniamo che Lei, come tutte le Star dello spettacolo, abbiate il potere e il dovere morale di cambiare qualcosa, per far sì che tutto quello che è accaduto non si ripeta. Gli artisti sono gli unici che possono permettersi di dire no.

Questo sarebbe un aiuto concreto e una dimostrazione di sostegno per quella che Lei chiama “famiglia in tour”, ed eliminerebbe il dubbio che da questa tragedia derivi solo pubblicità per il suo personaggio.

E’ il rispetto del silenzio che chiediamo.

Gli amici di Matteo

il blog da cui è tratta questa lettera: bieffegi.wordpress.com

Una chiacchierata con San Pietroburgo

15 marzo 2012 2 commenti

San Pietroburgo, foto di Marco Clementi

Volevo mettervi il link di una corrispondenza radiofonica che abbiamo fatto mercoledì mattina, dai microfoni di Radio Onda Rossa, insieme allo storico Marco Clementi, da San Pietroburgo.
Proprio dalle pagine di questo blog avevamo dato l’allarme del suo arresto, raccontato dai suoi sms inviati da dentro al furgone dove attendeva, insieme a qualche decina di manifestanti, la traduzione in commissariato.
Era il day after della nuova rielezione di Vladimir Putin, giornata in cui migliaia di persone si sono riversate per le strade per manifestare contro quello che sembra essere un ennesimo impero, da abbattere.

Rilasciato, insieme agli altri, senza troppi problemi, ci ha aiutato a capir meglio la situazione attuale nel paese,
la composizione delle piazze, il livello repressivo e le aspettative prossime:
un’interessante chiacchierata che vi consiglio di ascoltare.

ASCOLTA LA TRASMISSIONE: QUI!

[Il blog di Marco Clementi / la sua pagina twitter]

Vietnam : una poesia che non ha tempo e luogo.

15 marzo 2012 5 commenti

Donna, come ti chiami? – Non lo so.
Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so.
Perchè ti sei scavata una tana sottoterra? – Non lo so.
Da quando ti nascondi qui? – Non lo so.
Perché mi hai morso la mano? – Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? – Non lo so.
Da che parte stai? – Non lo so.
Ora c’è la guerra civile, devi scegliere. – Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? – Non lo so.
Questi sono i tuoi figli? – Sì.

Wislawa Szymborska

una foto di Tina Modotti

Ogni volta che leggo questi versi penso alle tante donne del medioriente che ho incontrato,
alle donne profughe, alle donne cacciate via,
alle donne esiliate che costruiscono il loro ritorno,
che allattano il loro ritorno,
alle donne che piangono i loro figli uccisi,
alle donne che orgogliose ti raccontano dei figli dati alla terra e di quelli che la solcano col sudore,
alle donne che mi hanno insegnato tanto della maternità,
della resistenza,
dell’amore,
delle armi.
Ancora e per sempre grazie, sorelle, mamme, amiche, compagne.

Sabato di nuovo in piazza: con chi lotta contro la Tav, con chi lotta per il diritto alla casa, con chi lotta contro il carcere

12 marzo 2012 3 commenti

SIAMO TUTTI NO TAV  – SIAMO TUTTI SENZA CASA

Venerdì 9 Marzo circa 200 precari dei movimenti per il diritto all’abitare hanno messo in atto una protesta pacifica occupando l’androne ed il tratto di strada antistante il CIPE (comitato interministeriale per la programmazione economica), che proprio quel giorno approvava ulteriori finanziamenti a compensazione per la TAV.
1 km di TAV = 1000 case popolari questo era lo slogan della manifestazione con la quale si voleva affermare non solo il principio della solidarietà con i valsusini, ma che la lotta NO TAV, per quello che rappresenta è anche la lotta per i nostri  bi–sogni e per i nostri diritti.
Il pestaggio della polizia, il contemporaneo sgombero della tendopoli dello spreco in via Marcello Boglione in VII° Municipio, il successivo tentativo (fallito) di sgombero dell’occupazione di via di casal boccone con l’uso di lacrimogeni e la distruzione totale della struttura da parte dei reparti della celere, l’arresto di 4 attivisti (ora 3 a piede libero ed uno –paolo – agli arresti domiciliari con restrizione totale della possibilità di comunicare), hanno trasformato una protesta simbolica in una vergognosa giornata di repressione delle lotte sociali e del dissenso.
Le responsabilità di quanto accaduto sono chiare e precise. Vanno cercate nelle politiche liberiste ed antipopolari del governo Monti che dopo aver nuovamente massacrato il diritto alla pensione, prosegue ora nella privatizzazione e nella svendita dei beni comuni, in una nuova contro –riforma del mercato del lavoro che rinchiuderà definitivamente le nostre vite in uno stato di precarietà assoluta e permanente.
Vanno cercate nel Sindaco di Roma Alemanno  che prosegue nelle sue politiche di s–vendita del patrimonio pubblico e dei beni comuni – privatizzando ancora l’acqua ed i servizi pubblici locali, regalando ancora la città agli interessi forti delle banche e dei cementificatori. Vanno cercate nella persona del questore di Roma che, mentre la città cade nelle mani della criminalità organizzata, sceglie di prendersela con chi non può permettersi affitti e mutui da 1000 o 1500 euro al mese, promettendo un escalation di arresti e sgomberi.
Ora è chiaro, oltre all’emergenza legata alla crisi economica c’è n’è un altra. La chiusura di ogni spazio di agibilità sociale e politica, la repressione di chi reclama i propri diritti o semplicemente esprime il proprio dissenso e le proprie idee, come accaduto anche con le condanne e le accuse spropositate addebitate  ed inflitte a persone riconosciute o rastrellate a caso durante le grandi manifestazioni di piazza. Per questo crediamo che non solo i movimenti per il diritto all’abitare, ma una città intera, debba mobilitarsi per impedire questa deriva poliziesca e autoritaria.
2,7 miliardi di euro è il costo del solo tunnel TAV della valsusa. Oltre 20 miliardi di euro il costo della intera tratta Torino – Lione (senza contare i finanziamenti per le compensazioni).
Con questi soldi:
Quante casa popolari potrebbero essere realizzate? Quanti Asili Nido? Di quanti ospedali potrebbe essere impedita la chiusura? Quanti centri anti-violenza potrebbero  essere finanziati? Quanti luoghi potrebbero essere recuperati e messi  a disposizione della cittadinanza? Quanti precari e disoccupati potrebbero ricevere un reddito minimo garantito?
Fermiamo questa folle corsa ai profitti di pochi a danno di tutti. Continuiamo a lottare per il diritto alla casa e all’abitare. Per la difesa dei territori, dei beni comuni, dell’acqua pubblica. Per una cultura libera ed indipendente. Per l’accesso e la libera circolazione dei saperi e delle persone. Per la garanzia di servizi pubblici e di qualità. Per i diritti dei lavoratori e un reddito minimo garantito per disoccupati e precari. Per la libertà di pensiero e di movimento.
Le lotte sociali non si arrestano. I nostri diritti e le nostre idee non si sgomberano.
Un’altra Roma è possibile. Un altro mondo è necessario

SABATO 17 MARZO 2012 ORE 15.00
DA PIAZZA VITTORIO
CORTEO CITTADINO
Invitiamo ad organizzare in questi giorni mobilitazioni diffuse in ogni territorio
Paolo Libero! Tutte e Tutti i Liberi!
 
MOVIMENTI PER IL DIRITTO ALL’ABITARE
 
Per adesioni e comunicazioni: abitare@autistici.org

Ancora sulla TORTURA: Dozier a Roma, a trent’anni da quella che definiscono “l’operazione perfetta”.

10 marzo 2012 3 commenti

Prendo così come sono queste righe dal blog di Paolo, che come la sottoscritta, non smette di focalizzare la sua attenzione e il suo lavoro sulla tortura  scientifica e sistematica compiuta dallo stato italiano negli anni che ci raccontano come uno scontro tra uno stato “democratico” e un’organizzazione armata  dove ha poi vinto democrazia,  stato di diritto e stronzate varie.
A trent’anni e passa dai fatti, oltre ad avere persone ancora detenute (oltretutto anche persone che hanno subito torture) esiste ancora, nell’oblio generale che viviamo, la sola versione ufficiale della democratica lotta dello stato italiano: forse sarebbe ora di dirci la verità.
Oltre che di liberare TUTT@
buona lettura.

da Insorgenze

Il generale James Lee Dozier, l’ex ufficiale statunitense comandante del settore meridionale della Nato, rapito trent’anni fa dalle Brigate Rosse e liberato il 28 gennaio del 1982 dopo un’inchiesta segnata dal ricorso sistematico alle torture, sta incontrando in questo momento i giornalisti nell’Hotel Milton di Roma, in via Emanuele Filiberto 155. L’appuntamento era fissato per le 17.
«Sarà un’incontro di festa e allo stesso tempo l’occasione per rievocare e conoscere nel dettaglio l’operazione che portò alla sua liberazione», ha detto ieri all’Adnkronos Edoardo Perna, comandante del nucleo dei Nocs che penetrò nell’appartamento di via Pindemonte a Padova liberando il generale della Nato.
«Arrivammo all’appartamento a bordo di un camion, simulando un trasloco. Fu un’operazione perfetta, in pochi secondi riuscimmo a liberare Dozier», ricorda Perna, presente anche lui all’incontro con la stampa.
Ma questo fu solo un dei piccoli fotogrammi dell’operazione che prese inizio, come racconta in questa intervista del 24 giugno 2007  Salvatore Genova, all’epoca dei fatti commissario della Digos aggregato all’Ucigos, con la tortura scientifica di due «fiancheggiatori delle Br», ed in particolare su una donna, Elisabetta Arcangeli, messa in pratica in una chiesa sconsacrata di Verona.

Aggiungiamo solo una piccola postilla al racconto dell’operazione di savataggio del generale fatta da Matteo Indice, grazie alle dichiarazioni di Salvatore Genova e dell’anonimo funzionario, che poi – recentemente – si è scoperto essere Nicola Ciocia, alias De Tormentis, allora in forza all’Ucigos col grado di primo dirigente: sembra che su quei 100 milioni che un’altro importante funzionario dell’Ucigos si recò a ritirare a Roma venne fatta la cresta. Agli arrestati che sotto tortura divvennero collaboratori di giustizia fu consegnata la metà della somma presa dal fondo segreto del ministero dell’Interno. Anche la ragion di Stato ha il suo prezzo!

Matteo Indice
Il Secolo XIX
, 24 giugno 2007,  pagina 2

La soffiata decisiva per la liberazione del generale americano James Lee Dozier, vicecapo della Nato in Italia rapito dalle Br a Verona il 17 dicembre 1981 e liberato a Padova il 28 gennaio 1982 arrivò grazie alla tortura, scientifica,di due fiancheggiatori, messa in pratica in una chiesa sconsacrata a Verona, «un passaggio che impressionò persino la Cia». E dopo la liberazione, almeno 100 milioni delle vecchie lire furono distribuiti “informalmente” fra alcuni “pentiti”, le cui rivelazioni diedero impulso decisivo alla soluzione dell’inchiesta: gli stessi pentiti, ovviamente, non rivelarono mai nulla di preciso sulle sevizie.
È questa la ricostruzione, dettagliata e inedita, raccolta dal Secolo XIX direttamente da due dei funzionari di polizia che parteciparono alle fasi più delicate di quell’operazione.
Di uno, Salvatore Genova (all’epoca commissario della Digos genovese “aggregato” all’Ucigos) abbiamo rivelato nei giorni scorsi l’identità. L’altro l’abbiamo raggiunto a Napoli, ed è il superpoliziotto che guidava saltuariamente “I cinque dell’Ave Maria”, una squadra specializzata in interrogatori violenti. Ne rispettiamo, al momento, la richiesta dell’anonimato. Ma le loro dichiarazioni colmano la lacuna che il sostituto procuratore di Padova Vittorio Borraccetti e il giudice Roberto Aliprandi, presidente della Corte d’Assise che giudicò alcuni agenti incriminati per il pestaggio dei br sequestratori (ma non dei fiancheggiatori, ndr) descrissero nella requisitoria e nella sentenza di primo grado. Rimarcarono che non soltanto i poliziotti imputati compirono le torture, «e comunque non di propria iniziativa ma su ordine di persone più alte in grado». Nell’atto giudiziario venivano citati esplicitamente, quali «autori di un comportamento omissivo», l’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci e Umberto Improta, ai tempi funzionario della stessa divisione e in seguito prefetto di Napoli. «Con loro – rivela oggi l’investigatore anonimo [Nicola Ciocia Ndr], con il quale abbiamo avuto il lungo colloquio riportato a pagina 3 – avevo rapporti costanti, erano informati passo passo di tutte le procedure adottate per risolvere l’emergenza». Da Salvatore Genova arrivano invece le chiarificazioni sulle tappe che segnarono la soluzione del giallo. «Furono messe sotto controllo centinaia di utenze telefoniche, con l’obiettivo di scandagliare l’area dell’eversione. Ascoltavamo di tutto, in particolare le conversazioni di giovani militanti nell’Autonomia operaia. Il centro investigativo era la questura di Verona, dove di tanto in tanto venivano accompagnati i sospetti. Talvolta passavano per le mani di altri uomini in divisa, che usavano ogni sistema pur di farli parlare ». È in questo modo che vengono individuati RuggeroVolinia (il cui nome risulta negli atti dei vari processi) e la sua fidanzata. «Vennero accompagnati in questura – prosegue Genova – e nessuno si aspettava che da quell’uomo potessero arrivare indicazioni tanto importanti».
Non potevano immaginare, sulle prime, di trovarsi davanti “Federico” (questo il suo nome di battaglia), ovvero colui che materialmente, a bordo d’un furgone, trasferì Dozier dalla sua casa di Lungadige Catena a Verona al covo di via Ippolito Pindemonte, a Padova. Aggiunge, Genova: «Un gruppo specializzato si occupò dell’interrogatorio. Separarono Volinia dalla compagna e su di lei ci furono violenze. Io non partecipai all’azione, ma in seguito tacqui davanti ai giudici per proteggere altri funzionari, che mi garantirono avanzamenti di carriera in cambio del silenzio».
È solo la prima parte. «Sentendo le urla disumane della fidanzata, Ruggero Volinia a un certo punto supplicò di fermarsi. E iniziò a fare qualche nome; nulla di eclatante, ma palesava evidentemente una consapevolezza superiore a tanti altri». È lì che entrano in scena, direttamente, “I cinque dell’Ave Maria”. La conferma arriva da Napoli, a distanza di 25 anni, dalla voce del superiore che li guidava. «Io ribadisce il superpoliziotto [Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis] che non è mai stato coinvolto in alcun procedimento mi trovavo a cena in un ristorante con il capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci, che mi disse dell’interrogatorio in corso. Fu deciso allora di trasferire Volinia in una chiesa sconsacrata, un luogo più isolato, e qui ottenemmo indicazioni sensazionali. Anch’io raggiunsi il santuario, insieme ai miei, e lì si usarono “metodi forti”, gli stessi che portarono due fra gli ufficiali della Cia che ci affiancavano ogni giorno, a mettersi le mani nei capelli: “Non credevamo, dissero, che gli italiani arrivassero a un livello di pressione tale”».
L’autista è provato da una giornata infernale e alla fine cede, racconta tutto. «Se vi dicessi dov’è nascosto Dozier?». È la notte fra il 26 e il 27 gennaio, nella chiesa nessuno osa fiatare, a quel punto. E il prosieguo delle operazioni è cronaca nota: il blitz ad opera dei Nocs nella casa di via Pindemonte, dove Dozier era recluso sotto una tenda, e l’arresto dei brigatisti Antonio Savasta, Emilia Libera, Cesare Di Lenardo (colui che fece scattare la prima e circoscritta indagine sulle torture), Giovanni Ciucci e Daniela Frascella. Nei giorni successivi accadono altre cose, che nessuna indagine ha mai svelato con chiarezza. Le chiarifica ancora Salvatore Genova: «Un altro dei funzionari che parteciparono alle fasi finali degli accertamenti, e che assistette alle torture, andò a Roma a prelevare i soldi destinati ad alcuni pentiti, stornati da un fondo segreto destinato a quel tipo di risarcimento». Le stesse cose potrebbe ripetere a breve, davanti ai magistrati veneti che allora si occuparono del caso.

Link da Insorgenze
Torture contro i militanti della lotta armata

Link da Baruda
Della tortura 

Anonymous e Trenitalia: niente da fare, io li amo! TANGO DOWN #OpItaly

10 marzo 2012 5 commenti

Buongiorno Trenitalia,
Abbiamo deciso di dedicarvi oggi la nostra totale attenzione.
Le motivazioni per questa nostra visita sono molteplici:
– La cancellazione dei treni ICN, che permettevano ad intere famiglie di spostarsi lungo la penisola italiana, aumenta il gap tra nord e sud e  non permette  più di viaggiare economicamente. Avete abolito i treni  dell’operaio, dello studente, dell’impiegato, del pendolare. Il vostro  malsano impegno sull’alta velocità ha volutamente trascurato le linee “base” usate dai pendolari di tutta Italia, al fine di rendere la  possibilità  di spostarsi in treno un lusso.
Oggi il treno, grazie a TrenItalia, è passato da mezzo del popolo a mezzo “per pochi”, in un regime di fatto monopolistico.
A fronte di ciò, il servizio offerto è indecente: ritardi significativi e frequenti, vagoni spesso inagibili, personale impreparato o ASSENTE anche nelle più grandi stazioni italiane. Senza contare l’enorme disparità tra servizi tra nord e sud, soprattutto alla luce tagli  effettuati e delle centinaia di lavoratori dei treni-notte licenziati di  punto in bianco, ai quali va tutta la nostra più sincera solidarietà ed il nostro supporto.
– RFI, la società delle FS che gestisce binari e stazioni, ha rifiutato di reintegrare Bruno Bellomonte, licenziato in seguito alla condanna  ottenuta sulla base di accuse infondate. Bruno ha subito una  pena di 29  mesi di carcere preventivo, ed è stato rilasciato con piena assoluzione perchè “il fatto non sussiste”.  La  Società RFI, rifiutando  di attenersi alla specifica norma prevista  dall’art. 402 bis del Codice di procedura penale a tutela degli errori  giudiziari e dall’ingiusta carcerazione, e costrigendo il lavoratore in  questione a  ricorrere al giudice del Lavoro, si rende complice di intollerabili e meschini attacchi che sviliscono quanto sancito dagli  articoli 1, 3 e 4  della Costituzione. Trenitalia ha dato dimostrazione del suo atteggiamento complottistico contro i dipendenti anche in  precedenza: si ricordino le vicende di Dante De Angelis, licenziato ingiustamente due volte per le sue coraggiose denunce, e solo successivamente reintegrato.
– Anzichè usare i già esigui fondi a vostra disposizione per potenziare le tratte già esistenti, rinnovando magari il materiale rotabile ed i treni stessi ci si intestardisce sulla realizzazione di opere dispendiose, inutili e nocive alla salute pubblica come la TAV.
Che la TAV sia un opera inutile è innegabile: la tratta attuale è utilizzata a meno del 30% e vi sono evidenti infiltrazioni di stampo mafiose già provate da precedenti operazioni di polizia effettuate dallo stesso Caselli. La presenza di amianto e materiali radioattivi su cui non sono stati fatti sufficienti test, comportano un enorme rischio sia per chi vive sul territorio della Val di Susa (già martoriato) sia per chi ci lavorerà. Non è stato imparato nulla dal processo eternit?
Non facciamoci abbindolare da chi sostiene che la mancata realizzazione della TAV comporterebbe il mancato sviluppo del nostro paese o che l’Italia perderebbe rilevanza nel panorama europeo.Ridicole anche le dichiarazioni secondo cui “i francesi sono entusiasti dell’opera TAV”.
Veramente? Sarà forse perchè il 60% dei costi sono a carico nostro e il tunnel di 50 km sotto montagne piene di falde acquifere e minerali radioattivi/contenenti amianto è in territorio ITALIANO?
Anche questo attacco NON è da intendersi come azione a fini terroristici (usiamo i treni anche noi) e NON mira a colpire le infrastrutture sensibili del nostro paese, per cui invitiamo il centro nazionale anticrimine informatico per la protezionedelle infrastrutture critiche (CNAIPIC) a dirigere l’attenzione altrove, verso minacce reali e conclamate… non verso i vostri cittadini.
Vogliamo infine far notare come sia stato scelto un giorno festivo per attuare questa protesta simbolica al fine di minimizzare i disagi per i fruitori dei (dis)servizi offerti da Trenitalia, in particolar modo per i pendolari.
Potrebbe risultare impossibile prenotare biglietti online o consultare il sito Viaggiatreno.
We are Anonymous
We are Legion
We don’t forgive
We don’t forget
Expect Us!

Repressione e carcere: il governo Monti alza il tiro … e sarà la nostra quotidianità

10 marzo 2012 3 commenti

Questo nuovo governo, che il popolo viola dell’antiberlusconismo piddino ha accolto con festosi Alleluja,
ha immediatamente fatto capire, riforme e manganello alla mano,
cosa vuol dire vivere sotto un governo di banche, di finanza, di capitalismo sciacallo, più del solito.
E così non ci si può muovere che i plotoni gestiti da un ministero tutto composto da ex e non funzionari della polizia di Stato arrivano,
nel peggiore dei modi, caricando chiunque si trovino davanti,
inseguendo manifestanti fin dentro i bar,
arrestando, processando e condannando ragazzi giovanissimi ed incensurati a pene surreali.

E’ il governo che volevate eh!
C’avete fatto due palle tante che il nemico era Berlusconi e la sua cricca,
che ora queste manganellate e queste celle tutte gestite dal capitalismo finanziario
sembra che quasi ce le meritiamo, paese intriso di stoltezza e amore per la schiavitù.

Le mobilitazioni NoTav che avvolgono il paese e non solo la Val di Susa, che rischia in prima persona sul profilo dei suoi monti e del suo bel popolo dalla testa alta, come le opccupazioni abitative e la lotta per il diritto all’abitare
parlano un linguaggio chiaro.
Una lingua che non lotta contro una ferrovia, che non lotta contro un appalto, che non lotta contro l’amianto,
ma contro i nostri modi di produzione ed accumulazione,
una lotta contro il capitalismo, contro la servitù al capitale,
contro lo sfruttamento di corpi e territori.
E il governo Monti probabilmente sta cercando il modo di arrestarci tutti.
Non sarà difficile trovarci comunque,
perché saremo in ogni strada, davanti ad ogni carcere, a difendere case e montagne
con la stessa identica priorità:
GUAI A CHI CI TOCCA!!

Vi allego qui il comunicato di ieri, dopo gli arresti ai danni degli appartenenti dei movimenti di lotta,
che stamattina saranno processati per direttissima

QUANDO LE LOTTE SI UNISCONO FANNO PAURA
LIBERI SUBITO I COMPAGNI ARRESTATI

Oggi alle 11:30 i movimenti di lotta per la casa hanno occupato la sede del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) dietro uno striscione che recitava “1 km di TAV = 500 case popolari”.
Un’iniziativa pacifica, organizzata perché in questa sede vengono definiti gli stanziamenti di fondi per il TAV in Val di Susa.
Le 400 persone che hanno dato vita all’iniziativa sono state più volte caricate dalla Polizia ed infine spinte fuori dal palazzo di via della Mercede 9.
Alla legittima richiesta di poter proseguire la protesta con un corteo, 35 persone, compagni e compagne, sono state identificate e fermate ed uncompagno è rimasto a terra ferito dalle violente cariche. I fermi che poi sono risultati arresti e sono 4.
Contemporaneamente la tendopoli del Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa che stava presidiando i palazzi abbandonati di proprietà del demanio pubblico in Via Boglione 63 (nella periferia Sud di Roma) è stata sgomberata.
A detta delle stesse forze dell’ordine si è trattato di una rappresaglia per l’occupazione del CIPE in via Mercede.
Nel corso dello sgombero del presidio, operato dal reparto mobile della Guardia di Finanza, sono state identificate tutte le famiglie presenti. Due donne sono state portate al Commissariato Preneste perché in quel momento prive di documenti.
Forse nel timore che la vendetta non fosse sufficente, le forze dell’ordine, nel pomeriggio, hanno assaltato con inaudita violenza l’occupazione di via Casal Boccone dei Blocchi Precari Metropolitani.
Sono stati sparati lacrimogeni sul tetto, una parte dello stabile è stata devastata, ma grazie alla determinazione degli e delle occupanti lo sgombero non è stato portato a compimento.

Oggi a Roma si è reso palese l’atteggiamento aggressivo e repressivo che comune e governo stanno avendo nei confronti di chiunque, in questo paese, alzi una voce di dissenso e cerchi di autodeterminarsi.

Ancora una volta ci dimostrano quale sia per loro la democrazia: quella che occupa militarmente i territori nella Val di Susa, che uccide nei CIE e nelle carceri, che punisce con sentenze spropositate chi si è difeso il 15 ottobre dai caroselli della polizia, e che non si preoccupa di sgomberare centinaia di famiglie sotto la neve.

Ma le lotte sociali non si fermano. Scendono in piazza per la libertà di movimento chiamando alla mobilitazione in solidarietà e complicità con gli arrestati, a partire da domani mattina.

ORE 9.00 PRESIDIO SOTTO IL TRIBUNALE A PIAZZALE CLODIO
ORE 10.00 PRESIDIO DAVANTI AL CARCERE DI VELLETRI
ORE 15.00 ASSEMBLEA PUBBLICA AL VOLTURNO OCCUPATO

La libertà non si arresta: presidio al carcere di Velletri

9 marzo 2012 5 commenti

Questo che vedete linkato qui sotto è un sito nuovo, che stanno costruendo compagni e compagne intenzionati ad iniziare un percorso nuovo di solidarietà attiva con tutti coloro che vengono colpiti dalla repressione dello Stato durante un percorso di lotta,
o in giornate dove la rabbia generale si scatena contro il potere, che avanza idranti e blindati sui corpi di chi manifesta o dissente.
Una rete che possa aiutare chi si trova in carcere,
una rete che possa aiutare chi è fuori e si trova a dover combattere con il carcere,
una rete che ha voglia di urlare tutto il suo amore per la libertà
e il suo odio per qualunque forma di restrizione e privazione.
E ALLORA DOMANI INCONTRIAMOCI, SOTTO IL MURO DEL CARCERE DI VELLETRI,
ANCHE PER RACCOGLIERE L’APPELLO DEL MOVIMENTO NOTAV CHE DOMENICA ANDRA’ A SALUTARE TUTTI I COMPAGNI SPARSI NELLE CARCERI DEL NORD ITALIA E QUELLI AI DOMICILIARI.
PERCHE’ LA LOTTA NON SI ARRESTA,
PERCHE’ LA LIBERTA’ NON CE LA TOGLIERETE CERTO.
per dirla come i compagni valsusini
“LE UNICHE CATENE CHE AMIAMO SON QUELLE MONTUOSE” 

http://www.inventati.org/rete_evasioni/

 Quanta rabbia abbiamo provato alla notizia della condanna di Lorenzo e Giuseppe?
Quanta altra sapendo che Giovanni doveva ancora rimanere in carcere?
Oggi come oggi, ribadire, gridare e far sentire concretamente che nessuno/a è solo/a è indispensabile.

Per Sabato 10 marzo alcuni/e compagni/e si sono fatti/e promotori e promotrici di un presidio sotto il carcere di Velletri, per portare un saluto a Giovanni, che in una delle sue lettere, ci ha detto chiaramente: “Se venite nel piazzale e vi mettete vicino ai due alberi, riesco anche a vedervi…”
Tocca fare un piccolo sforzo, che in fondo è una cazzata per chi lotta per le proprie libertà e quelle di tutti/e.
Sveglia un po’ prima e tutti/e a Velletri.
Per chi vuole c’è un appuntamento per andare insieme da Termini alle 9.30 e prendere il treno regionale delle 10.07.

Durante il presidio allestiremo un gazebo dove raccoglieremo libri, materiali, messaggi, lettere, riviste, disegni, poster, manifesti, magliette, insomma qualsiasi cosa tu voglia far arrivare ai ragazzi che sono al momento privati della loro libertà, per far sentire vicinanza e solidarietà…

Se ne colpiscono alcuni/e, per mettere paura a tanti/e ed è in tanti/e che bisogna rispondere.
Perchè nessuno/a rimanga solo/a, ci vediamo sotto il carcere di Velletri alle ore 11.

TUTTE LIBERE ! TUTTI LIBERI !

A Matteo Armellini: THE SHOW MUST GO OFF

8 marzo 2012 9 commenti

COMUNICATO STAMPA

DOPO ANNI DI INCIDENTI E MORTI MENO TRISTEMENTE NOTE DI QUELLE DI TRIESTE E REGGIO CALABRIA, SULLA SCIA DEGLI ULTIMI TRAGICI EVENTI, I TECNICI E LAVORATORI DELLO
SPETTACOLO DENUNCIANO CHE :
L’INCIDENTE E’ STATO CAUSATO UNICAMENTE DALL’INADEGUATEZZA DELLA PAVIMENTAZIONE, NON IDONEA A SOSTENERE IL PESO DEL PALCO.
INFRASTRUTTURE INADEGUATE ED ILLEGALI, NON CONCEPITE PER EVENTI LIVE, DA ANNI OSPITANO GRANDI SPETTACOLI, A RISCHIO E PERICOLO DI LAVORATORI E PUBBLICO.
LA SITUAZIONE E’ INACETTABILE, I LAVORATORI SI RIBELLANO.
SPERIAMO CHE LA GIUSTIZIA RIESCA AD ESSERE TALE QUESTA VOLTA.
I LAVORATORI DELLO SPETTACOLO-ROMA

THE SHOW MUST GO OFF
Dopo il crollo del palco di Trieste, è avvenuta un’altra intollerabile tragedia a Reggio Calabria in cui un nostro amico e compagno di lavoro ha perso la vita e altri sono rimasti feriti.
La crescita esponenziale delle dimensioni dei palchi e della spettacolarità degli show si scontra con l’inadeguatezza delle location dove tali eventi vengono messi in piedi.
I palazzetti dello sport e gli stadi non sono a norma nemmeno per il motivo per cui sono stati costruiti, ma ogni volta vengono concessi in deroga da sindaci o prefetti di turno.
La responsabilità diretta del crollo del palco del tour della Pausini è di chi ha dato l’autorizzazione a costruire una struttura così pesante su un pavimento che ha ceduto quando ancora non erano stati appesi nemmeno il 10% dei materiali di audio, luci, video e scenografia.
E SE IL PALCO CROLLASSE DURANTE IL CONCERTO?
Solo il caso ha voluto che queste tragedie siano avvenute durante l’allestimento dei palchi e non mentre era in atto lo show con il pubblico presente.
E’ importante che tutti sappiano cosa avviene per dare vita a questi mega-eventi che arricchiscono gli artisti e le produzioni.
Noi operai non facciamo parte della loro famiglia, come dicono nelle loro ipocrite ed infami dichiarazioni: le paghe non sono adeguate alle mansioni svolte, arrivano dopo mesi, i turni superano ampiamente le dodici ore, c’è una pianificazione scellerata degli eventi che risparmia sulla sicurezza dei lavoratori e del pubblico.
Non esistiamo come categoria di lavoratori perciò non abbiamo nessun diritto.
Vogliamo la dignità e il rispetto che ci spettano.

operaispettacololiveroma@gmail.com OPERAI DELLO SPETTACOLO ROMA
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qui un audio dai microfoni di Radio Onda Rossa,
dalla voce dei suoi amici e compagni.
CIAO MATTEO
a pugno chiuso