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I “Limiti” della dietrologia…

20 giugno 2014 2 commenti

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La signora Stefania Limiti mi cita perchè mi mette tra virgolette ma cade in alcuni errori e allora inizio ad elencarglieli.
Lei sostiene che la smentita di Raffaele Fiore, in un’intervista rilasciata a Paolo Persichetti e Marco Clementi rechi un’avvertenza, e ci tiene a citarla con il virgolettato “Si astengano complottisti e dietrologi da quattro soldi”, quando invece quelle righe le ho scritte io.
La signora Limiti forse non ha capito che io l’articolo l’ho solo condiviso e che su di quello ho messo un mio cappello, che lei invece prova ad addebitare ai due intervistatori: forse è una cosa troppo complicata per lei, non si chiamarebbe “limiti” altrimenti.
Definisce invece “intervista” quell’aberrazione giornalistica frutto di vari copia incolla più che smerdati in rete, che trovate nelle edicole all’interno del settimanale Oggi, che Fiore ha prontamente smentito.

Il problema di fondo, e mi dispiace per la signora Limiti, è che non ha proprio capito il fulcro della conversazione.

Il mistero dell’Honda di Via Fani è mistero solo per chi le cose non le vuole trovare, per i maestri della dietrologia, per quelli che amano fare il gioco delle tre carte: a bordo dell’Honda in Via Fani c’erano Giuseppe Biancucci (23 anni) e Roberta Angelotti (20 anni) , che abitavano in Via Stresa e rientravano a casa ignari di tutto.
Da sempre conosciuti a Roma Nord come “Peppo” e “Peppa”, militavano nel Comitato proletario di Primavalle (quello che portava il nome di Mario Salvi), erano sulla loro moto, con una targa regolare, a due passi da casa ( a questo link potete leggere e documentarvi).
Tutto ciò è stato messo sotto inchiesta dalla magistratura nel lontano 1998, “Peppo” è stato interrogato e tutto si è archiviato.

Quindi signora Limiti, forse non ha capito che non c’è nulla da smentire ne’ da confermare: i due sull’Honda erano compagni di un’altra organizzazione ( erano dell’area dell’autonomia e abitavano in Via Stresa) che nulla c’entrava nel rapimento Moro. Raffaele Fiore oltretutto non poteva saperlo ne’ conoscerli perché faceva parte di un’altra colonna, abitava in un’altra città e si trovava a Roma per l’azione in Via Fani.
Insomma signora Limiti e banda cianciante di dietrologi: imparate almeno a leggere l’italiano.
Il complottismo non si è mai fatto scrupolo dei mezzi impiegati: mancanza di riscontri, conclusioni affrettate, incongruenze logiche, acquisizioni parziali, ricostruzioni lacunose, errori, invenzioni e manipolazioni, ma soprattutto una totale mancanza d’intelligenza.
Tant’è, come qualcuno ha scritto, l’ossessione cospirativa è una sorta di disciplina divinatoria in grado di “prevedere il passato”,
insomma, una dottrina buona per gli imbecilli.

 

 

 

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Raffaele Fiore smentisce la rivista Oggi: “a Via Fani c’erano solo le BR”

19 giugno 2014 3 commenti

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Raffaele Fiore in un’intervista rilasciata a Paolo Persichetti e Marco Clementi, smentisce le righe apparse sulla rivista Oggi che la Procura di Roma vorrebbe addirittura acquisire.
Si astengano complottisti e dietrologi da quattro soldi.

«In via Fani quella mattina del 16 marzo 1978 c’eravamo solo noi delle Brigate rosse e il convoglio di Moro. Punto». Raffaele Fiore al telefono è perentorio. Operaio, dirigente della colonna torinese, era tra i nove che quella mattina neutralizzarono la scorta e rapirono il presidente della Democrazia cristiana, il “partito regime” per una buona parte dell’opinione pubblica di allora. Condannato all’ergastolo, dopo 30 anni di carcere ha ottenuto la liberazione condizionale. Ora lavora in una cooperativa.
Quando gli telefoniamo sta scaricando un furgone: «sentiamoci tra una mezz’oretta – mi dice – che mi siedo in ufficio e parliamo con più calma».
La dietrologia sulla vicenda Moro è tornata alla carica negli ultimi tempi con la storia della moto Honda guidata dai Servizi, della presenza (presunta) del colonnello Guglielmi, ufficiale del Sismi, in via Fani e ancora prima, poco più di un anno fa, con il libro dell’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato che riprendeva le rivelazioni di un ex finanziere sulla mancata liberazione dell’ostaggio in via Montalcini, e subito dopo per le dichiarazioni di un artificiere sul ritrovamento del corpo del presidente democristiano. In questi due ultimi casi è già intervenuta la magistratura che ha fatto chiarezza incriminando per calunnia sia  Giovanni Ladu (l’ex finanziere) che Vitantonio Raso (l’ex artificiere). Nonostante ciò, a riprova della sordità e della separatezza del ceto politico, una nuova commissione d’inchiesta parlamentare è stata appena varata.

 

Raso indagato
Ora giungono le dichiarazioni (presunte) di Fiore, uno che a via Fani c’era, apparse sul numero di “Oggi” in edicola: un’intervista di tre pagine realizzata da Raffaella Fanelli che raccoglie, come recita l’occhiello, «la clamorosa confessione di un capo delle BR».
Il pezzo riprende un vecchio leit motiv della dietrologia, ossia che le Br in via Fani non erano da sole: «C’erano persone che non conoscevo», avrebbe detto Fiore, «che non dipendevano da noi […] Che erano altri a gestire».
Clamoroso. Se fosse vero andrebbe riscritta almeno la verità giudiziaria [la storia, si sa, è un work in progress]. Ma il problema è che Fiore quelle parole non le ha mai dette. L’intervista è stata “confezionata” in modo da far dire all’ex brigatista proprio quelle parole, che invece si riferivano ad altro, senza retropensieri e sottintesi. Per questo motivo abbiamo chiamato Fiore.
«Raffaele, insomma, ci spieghi cosa è successo con la giornalista? Che cosa vogliono dire quelle frasi?».
Sentiamo che Fiore non è nemmeno arrabbiato, eppure avrebbe tutte le ragioni al mondo per esserlo.
«In via Fani quella mattina eravamo in nove [Fiore non prende in considerazione la staffetta indicata nelle sentenze processuali nella persona di Rita Algranati, condannata all’ergastolo e attualmente in carcere]. Di questi ne conoscevo sei, i regolari: Mario, Barbara, Valerio, Baffino, Prospero e Bruno (1). Gli altri, due irregolari romani, non li conoscevo ed ancora oggi farei fatica ad identificarli. La giornalista mi ha chiesto se i due situati nella parte superiore di via Fani fossero Lojacono e Casimirri. Ho risposto che non li conoscevo. Che i due che stavano sulla parte alta della via erano della colonna romana e dunque erano altri a gestirli».
Se la domanda sul cancelletto superiore manca nel testo, la risposta può assumere qualsiasi senso. Ed è questo il sotterfugio impiegato dalla giornalista che ha fatto l’intervista, l’origine della “rivelazione”, quell’impasto di livore e odio contro chi ha condotto una lotta in armi in questo paese, cotto da sempre nel forno della dietrologia.
Raffaele Fiore ha semplicemente riposto la propria fiducia nella persona sbagliata. Gli ha parlato a viso aperto, tentando di spiegare ragioni e motivazioni del proprio passato e delle proprie azioni, in generale, non solo su via Fani. Conversando, ha anche provato a ragionare su quella complessa vicenda che è stato il rapimento di Moro. Forse pensava di essere a un convegno di storici, ma non era neanche giornalismo. E alla fine è stato trafitto alle spalle, ripagato col veleno peggiore della menzogna: la manipolazione delle sue parole. E lo chiamano ancora giornalismo.

Note  
1) Mario Moretti, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Franco Bonisoli (Baffino), Prospero Gallinari e Bruno Seghetti.

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La TUA libertà. A Paolo Persichetti

2 aprile 2014 4 commenti

Aula Bunker di Rebibbia

Aula Bunker di Rebibbia

La prima immagine che ho di te sono le tue mani, poggiate all’incrocio delle sbarre.
Ora sei Libero.
Sei libero pensa! Proprio ora, che fra un po’ son trent’anni da quella mattina del tuo primo arresto, proprio ora che non sappiamo cosa farcene perché molto più grande è la battaglia che oscura il nostro cielo. Sei libero e non sai, né tantomeno sappiamo, cosa voglia dire, libero e nemmeno quattro passi un po’ brilli ci siamo potuti fare.
Sa un po’ di beffa, ma così è… mica siam gente che si arrende!
Più volte in questi giorni, volendo so anche il numero preciso, che mica ho smesso di contarli – ancora- i giorni,
ho pensato ai tuoi riccioli neri, che ora son quasi bianchi.
Avevi 25 anni e un casco di ricci neri quando ti son saltati addosso mentre aprivi quel cancello,
avevano 25 anni i tuoi capelli ribelli, i tuoi polsi stretti nelle manette, i tuoi occhi sempre bagnati e caldi,
aveva 25 anni il tuo corpo che io ho conosciuto molto dopo, sempre prigioniero.
Da quel momento la libertà non l’hai mai avuta anche se hai fatto di tutto per strappargliela via:
il carcere, le traduzioni, i processi, le privazioni e poi la fuga. Il tuo esilio non è mai stato ‘libertà’, malgrado tutto quel che sei riuscito a costruire.
La fuga per te è stata un gran lavorìo di mattoncini messi e ruspe che buttavano giù,
mattoni, conquiste e di nuovo galera.
E di nuovo, ancora, senza sosta , con i pochi compagni sempre stretti accanto, con i letti che -per molti anni- non facevano in tempo ad assaporare il tuo odore che già era un nuovo luogo, un nuovo anfratto, un nuovo tentativo di costruire la vita,
malgrado loro.
Mattoni, rivincite e ancora, di nuovo, manette: il rapimento, l’arrivo in Italia, il buco nero di Viterbo, la difesa solitaria da accuse nuove e ridicole.
Prima di arrivare alla tua cella di Rebibbia, dove i nostri sguardi si sono incrociati la prima volta, ce n’è voluto di tempo e dolore. E isolamento.

Ma quelli non li voglio più contare di anni,

Libero!!

Libero!!

gli anni murato al Mammagialla, intrappolato tra le grinfie di un magistrato che ti negava i permessi per i libri che scrivevi e aveva anche il coraggio di metterlo nero su bianco.. tanto non è andata meglio nemmeno dopo, con i magistrati.
Saresti potuto uscire già da un po’, ma anche la buona condotta hanno provato a negarti fino all’ultimo e solo la bravura e la testardaggine di Francesco Romeo ti ha permesso di avere la scarcerazione, appena poche settimane prima del fine pena.
Niente, mai un solo sospiro ti è stato concesso, hanno sempre provato invano a piegarti, hai sempre preferito pagarla fino all’ultimo istante piuttosto che dargliela vinta, nessuna “lettera scarlatta” per ottenere la condizionale è stata scritta da te..

La prima immagine che ho di te son le tue mani, grandissime e belle, poggiate all’incrocio delle sbarre della tua cella: poi è tutto un enorme caos di sorrisi, di stupore, di meraviglia e di lotte. Abbiamo combattuto dal primo istante per conquistare pezzi di questa libertà ed ora che è arrivata tutta intera, scritta su un foglio, timbrata e vidimata, ora non sappiamo cosa farcene. Ora abbiamo imparato insieme che c’è qualcosa di ancora più enorme della libertà, che cresce combattendo grazie all’ossigeno che la tua bocca gli ha donato, innamorata e disperata in una maledetta mattina di inizio autunno.
La tua libertà ora vola nei reparti degli ospedali pediatrici, la tua libertà ha il nome di una stella, due occhi dolcissimi e una capacità di sorprendere tutti, si poggia sulle onde della saturazione,
la tua libertà è la forza che mi hai dato quando il blackout era totale, quando la morte ci ballava intorno beffeggiandoci.
L’abbiamo vinta, abbiamo vinto anche lei insieme… e prima o poi impareremo a dirla nuovamente, lettera dopo lettera: Libertà.
“Ci sei, e ci sono” ci scrivevamo tra le sbarre. Eccoci.
Io ho vissuto con te solo gli ultimi anni di questa tua lunga vita prigioniera, ma voglio ringraziare Francesco, avvocato dalla voce sottile, dal cuore enorme e puntiglioso,
voglio ringraziare il calore di quella banda piena di anni, acciacchi, sbarre e buon vino che oltre ad averti/ci coccolato mi hanno insegnato tante di quelle cose della vita che non ho mai nemmeno iniziato a ringraziarli,
voglio ringraziare i tanti, non certo tantissimi, che abbiamo incontrato insieme in questi anni, compagni di quelli che bruciano l’aria che li circonda e il cuore di chi li ama.
E volevo ringraziare Oreste, che finalmente ha il suo Paolo in libertà,
che finalmente ti ha stretto libero in un abbraccio che ancora mi mette i brividi. Ce l’abbiamo fatta TonTon, dolce nonno dei miei cuccioli;
il tuo (tu lo chiami “il nostro”) Paolo è pronto per una bella passeggiata sotto braccio a te, a confabular tra le strade parigine.

Buona libertà a te mio grande amore, braccia calde, papà meraviglioso …
ai tuoi riccioli ribelli, quelli sì mai stati prigionieri a cui spero un giorno di poter donare il mondo intero.

qualche link sulle vicende giudiziarie di Paolo Persichetti:
Sanzioni e sbarre, ancora…
Una tranquilla giornata di semilibertà
– La domandina: quando il carcere ti educa a chiedere di poter chiedere
– Dovrò spiegare il carcere a mio figlio
– Il carcere e il suo pervadere i corpi
-Paolo Granzotto, il funzionario del carcere e la moralità
Sans toi ni loi
altro
Il suo blog: INSORGENZE

Via Fani: l’ “Honda” dietrologica

2 aprile 2014 Lascia un commento

Sulla motocicletta Honda che la mattina del 16 marzo 1978 transitò in via Fani, pochi minuti prima che scattasse l’attacco delle Brigate rosse contro la scorta del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non c’erano uomini del Sismi ma due giovani del quartiere. I loro nomi, come ha ricordato recentemente un articolo apparso su Contropiano, sono noti da tempo alla magistratura: identificati dalla Digos nella primavera del 1998 chiarirono la loro posizione davanti al pubblico ministero Antonio Marini.
Nonostante la circostanza fosse stata ampiamente chiarita 16 anni fa, non si è esitato a rilanciare sull’Ansa un nuovo depistaggio, partendo da una lettera anonima inviata al quotidiano la Stampa nel 2009 che indicava a cavallo della Honda due presunti agenti del Sismi, i servizi segreti militari, ovviamente deceduti nel frattempo. Pista archiviata nel 2009 dalle procure di Torino e Roma dopo che gli uffici della Digos ne avevano verificato l’inconsistenza.


Su via Fani un’onda di dietrologia

di Marco Clementi e Paolo Persichetti

cb500fk2b2 Abitavano in via Stresa, a poche decine di metri dall’incrocio dove venne portata a termine l’azione più importante delle Brigate rosse. Giuseppe Biancucci aveva 23 anni e Roberta Angelotti 20, quella mattina stavano tornando a casa ignari di quel che stava accadendo, non avevano armi con loro e non facevano parte delle Brigate rosse anche se gravitavano in un’area politica contigua. Erano sulla moto che transitò pochi attimi prima dell’arrivo del convoglio di Moro che subì l’attaccato di un nucleo composto da dieci brigatisti. La motocicletta che passò improvvisamente sulla scena non c’entrava nulla con quell’azione, anzi, creò solo imbarazzo. Biancucci e Angelotti, conosciuti a Roma Nord come “Peppe e Peppa” erano due “compagni” che militavano nel “Comitato proletario di Primavalle Mario Salvi”, dal nome del “militante comunista combattente” ucciso nel 1976 con un colpo di pistola alle spalle da Domenico Velluto, guardia carceraria, alla fine di una manifestazione sotto il ministero della Giustizia.
La loro militanza politica è una circostanza decisiva perché spiega due cose: il comportamento tenuto una volta giunti all’incrocio tra via Fani e via Stresa e il loro successivo silenzio. Dettaglio non da poco, Biancucci e Angelotti vennero arrestati nella primavera successiva nel corso di una inchiesta condotta dai Carabinieri nella zona Nord della capitale contro l’Mpro, un’area che le Brigate rosse stavano tentando di creare al di fuori dell’organizzazione con l’intento di coinvolgere parte del “movimento”.
Come ha raccontato Contropiano, Giuseppe Biancucci conosceva molto bene due persone che erano in via Fani quella mattina: Valerio Morucci, uno degli “steward” che dietro la siepe del bar Olivetti attendevano la vettura di Moro e la sua scorta e Alessio Casimirri, uno dei componenti del “cancelletto superiore”. Con il primo aveva frequentato il liceo mentre con il secondo aveva condiviso la militanza nel comitato di Primavalle. Rallentò perché si accorse di loro, vide Morucci camuffato, capì che stava accadendo qualcosa di grosso, addirittura lo salutò con un cenno di mano e poi via a tutto gas verso casa. Quell’esitazione, gli sguardi di complicità scambiati con i vecchi compagni furono poi interpretati da alcuni testimoni oculari, alquanto confusi e contraddittori, come il segno di una complicità operativa che non ci fu.
La domanda giusta, allora, non è cosa stessero facendo Biancucci e Angelotti sotto casa sulla loro moto con targa regolare, ma perché non hanno mai parlato. Porsi una domanda giusta è il segreto per avere una risposta di qualche interesse. L’esatto opposto di quel che fa la dietrologia. Per la cronaca, Biancucci rientrava dal lavoro, smontava dal turno di notte nel garage del padre situato a poca distanza.
E forse non ha mai parlato, perché in via Fani aveva visto degli amici, perché magari era convinto che stessero facendo una cosa condivisibile, o semplicemente perché un “compagno” non fa la spia. Tempi diversi da quelli odierni.
A parlare ci pensarono poi altri, alcuni pentiti come Raimondo Etro che rientrato da una lunga latitanza all’inizio degli anni 90 per discolparsi dal sospetto di essere stato uno dei passeggeri della moto riferì l’episodio sentito raccontare dalla Algranati: «ad un certo punto sono passati i due cretini di Primavalle ed hanno anche fatto ciao ciao con la manina». Individuati dalla Digos, Biancucci e Angelotti vennero ascoltati nella primavera del 1998 dal magistrato che cercò di incastrarli su un’altra vicenda, quella del tentato omicidio di Domenico Velluto, l’assassino di Mario Salvi, e della morte del suo vicino di tavolo, Mario Amato, colpito per errore in una trattoria mentre festeggiava la scarcerazione. I due ammisero di essere passati per via Fani quella mattina ma con tutto il resto non c’entravano nulla. Successivamente, come ha riportato ‘Contropiano’ la settimana scorsa, uno dei testimoni chiave di via Fani, l’ingegner Marini (citato sempre a sproposito) riconobbe addirittura lo stesso Biancucci, scomparso precocemente nel 2010, come il guidatore della moto.

 Le considerazioni che questa storia suggerisce sono molte:

1) 16 anni fa la magistratura è pervenuta ad una ricostruzione della vicenda della moto di via Fani che si avvale di elementi probanti molto forti: la deposizione dei due motociclisti che hanno ammesso la circostanza, la plausibilità del loro racconto, la prossimità delle loro abitazioni con via Fani, il riconoscimento del testimone, il possesso della moto da parte del Biancucci compatibile temporalmente con i fatti, la testimonianza di uno dei brigatisti presenti in via Fani. Evidenze del tutto ignorate dal circo mediatico che ha rincorso uno scoop fondato su una lettera anonima farcita di contraddizioni. Possibile che nessuno sapesse dell’inchiesta del 1998? Che nessuno si sia ricordato?

2) La lettera anonima e il racconto dell’ex poliziotto in pensione, la stesura romanzata della vicenda facevano acqua da tutte le parti. Ci voleva molto poco per sentire puzza di marcio. L’autore dell’articolo scegliendo un registro narrativo vittimistico-persecutorio ha omesso di raccontare come le procure di Torino (pm Ausilio) e Roma (procuratore aggiunto Capaldo, a cui venne trasmesso il fascicolo per competenza), avessero fatto accertamenti escludendo l’attendibilità di quanto asserito in quella lettera ed inviando la pratica verso una inevitabile archiviazione (Cf. la copia delle lettera).

Lettera Honda copiaSi potevano evincere da subito due grossolane contraddizioni:

a) Stando al suo contenuto, l’anonimo autore del testo (dalla sintassi traballante) sarebbe il passeggero posteriore della motocicletta, quello che secondo uno dei testimoni più citati di via Fani -l’ingegner Marini – aveva un sottocasco scuro sul volto e soprattutto era armato con una piccola mitraglietta con cui avrebbe sparato ad altezza d’uomo (anche se i bossoli non sono mai stati trovati e l’esame balistico non conferma affatto l’episodio). Perché mai dunque la ricerca delle armi si è indirizzata solo sul guidatore (di cui si forniscono tracce nella missiva) che non aveva armi in mano? Ed a lui sarebbe stata trovata una improbabile pistola per nulla riconducibile ad una mitraglietta (vedi l’immagine qui sotto)?

b) Racconta l’ex poliziotto di aver trovato l’arma sospetta nella cantina del supposto guidatore, vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo “Moro rapito dalle Brigate Rosse”. Se non è un copione cinematografico poco ci manca. L’arma era una Drulov cecoslovacca, pistola sportiva monocolpo a gas compresso Co2, con canna molto lunga. Poco maneggevole, basta provarla per capire che va bene solo per il tiro a segno, da posizione immobile e con tempo prestabilito per la mira, inutilizzabile in un’azione come quella di via Fani, impensabile come arma in dotazione a corpi speciali.

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 3) Siamo ormai al terzo tentativo fallito di accreditare in pochi mesi nuove piste, rivelazioni e misteri, dopo la clamorosa defaillance dell’ex magistrato Imposimato, raggirato da un personaggio che si è finto teste chiave assumendo diverse personalità e nikname e per questo ora indagato dalla magistratura. Queste “rivelazioni” assumono rilevanza non per la loro veridicità intrinseca ma solo per l’enorme pressione mediatica che le sospinge e una volontà politica largamente condivisa, decisa a non seppellire il cadavere di Moro per perpetuarne l’uso strumentale nell’arena politica con una nuova commissione parlamentare d’inchiesta.

4) Quale è il significato ultimo di tanta dietrologia sul rapimento Moro? Estirpare da ogni ordine del pensabile l’idea stessa di rivoluzione. Sradicare quegli eventi dall’ordine del possibile. Negarne non solo la verità storica (su cui il dibattito resta, ovviamente, aperto), ma l’ipotesi stessa che possa essere avvenuta. Presentare, quindi, le rivoluzioni come eventi inutili, se non infidi, sempre e comunque manovrati dai poteri forti, in cui c’è sempre un grande vecchio che non si trova e una verità occulta che sfugge continuamente. Si è diffusa una sorta di malattia della conoscenza, una incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una strada diretta al potere. La dietrologia e il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, di pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, ideologica, politica, culturale, religiosa, di genere.
Infine, impedisce di vedere ciò che appare acclarato, talmente grande ed evidente, che finisce sempre per rimanere celato dalle “rivelazioni”: lo Stato, i partiti, assunsero durante i 55 giorni del rapimento Moro una posizione ben precisa. Non trattarono. Fu una legittima scelta politica che, però, conteneva in sé la potenzialità che Moro potesse venire ucciso. Si tratta di una responsabilità non da poco ma, lo ripetiamo, assolutamente legittima. In tale contesto, i servizi potevano logicamente servire a trovare Moro, o a controllare che non uscisse vivo dalla prigione del popolo? Più si insiste sulla seconda ipotesi, più sfugge il lato politico della vicenda. Più si preme il tasto della dietrologia, meno si ricordano le dichiarazioni quotidiane di quei giorni, per cui, come disse un alto esponente del Pci dopo la prima lettera a Cossiga, “per noi Moro è politicamente morto”.

Cosa accadde a via Fani la mattina del 16 marzo 1978?
Roma,16 marzo 1978, in via Fani alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord insieme ad un gruppo di precari romani provano a cambiare la storia d’Italia. Erano le Brigate rosse

Sulle recenti rivelazioni
www.contropiano.org “Un faro nel buio
Radioblackout.org 2014/03/ Chi c’era dietro le Br? Tanti, tanti proletari
Rapimento Moro, il borsista Sokolov non è l’agente del Kgb di cui parlano Imposimato e Gotor

Uno sguardo critico su Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
L
otta armata e teorie del complotto

Per una storia sociale della lotta armata
Gli anni 70 è ora di affidarli agli storici-intervista
Steve Wright: operaismo e lotta armata
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne

Una sentenza ricostruisce la tortura di Stato sui detenuti della lotta armata: era ora

19 gennaio 2014 2 commenti

Una sentenza coraggiosa, e mica siamo gente che ci piaccion le sentenze e i tribunali.
Ma va riconosciuto, cavolo se va riconosciuto, che il colleggio della corte di appello di Peruggia hanno scritto un pezzo di storia (che potete leggere interamente QUI) :
hanno avuto il buon gusto di leggere ed ascoltare, hanno avuto il coraggio di non tirarsi indietro e di scrivere un gran bel capitolo di verità, a cui in tanti abbiamo contribuito nel lavorare per tirare fuori il nome di Nicola Ciocia, torturatore di Stato che rischiava di esser ricordato come un uomo misterioso, dallo pseudonomico sadico, Professor De Tormentis.
Per ora non ho tempo di scrivere tutto quello che vorrei su questa sentenza, sul lavoro eccellente di Francesco Romeo, avvocato del Foro di Roma che ha aiutato Enrico Triaca a togliersi da dosso anche la condannia per calunnia per il suo coraggioso gesto di aver accusato immediatamente i suoi torturatori, trent’anni fa.
Vi lascio con un articolo di Davide Steccanela, avvocato penalista, amico che risiede nel cuore, e autore del libro “Gli anni della lotta armata”…
torneremo ancora su questo argomento,
è un po’ un vizio, non si fa altro da anni ed anni.

Enrico Triaca, torturato da Nicola Ciocia

Sotto l’articolo troverete una carrellata di link, poi questo blog ha un’intera categoria dedicata alla tortura di Stato di quegli anni, al waterboarding, ai manganelli infilati nelle vagine, ai peni bruciati con gli elettrodi: insomma, ci avevano raccontato per anni che la lotta armata era stata sconfitta dallo stato di diritto.
Ora è scritto su carta dagli stessi tribunali di questo Stato: la lotta armata è stata vinta, “con i ferri e con i vetri con i fili con il gas con gli strumenti più segreti” come cantava Fango…

Un assordante silenzio dei vari media (con ben rare eccezioni) sembra accompagnare l’avvenuto deposito delle motivazioni di una recente Sentenza di revisione della Corte di Appello di Perugia, la n. 1130/13 siglata dai Magistrati Ricciarelli, Venarucci e Falfari.

Si dirà che in fondo è un fatto vecchio che non fa più “notizia” posto che si trattava della condanna a suo tempo inflitta per calunnia ad Enrico Triaca, un oscuro “tipografo” romano arrestato il 15 maggio 1978 in occasione delle indagini sul sequestro Moro.

Costui aveva a suo tempo denunciato all’allora Giudice Istruttore di Roma, Gallucci, lo stesso Magistrato che nel 1979 attribuirà al veneto Toni Negri la diretta paternità della celebre telefonata fatta dal marchigiano Mario Moretti alla signora Moro, di avere subito pesanti torture nella notte tra il 17 ed il 18 maggio presso il Commissariato romano di Castro Pretorio, prima di rendere il proprio interrogatorio il   18 maggio. Per tali affermazioni Enrico Triaca fu puntualmente condannato per calunnia dal Tribunale di Roma il 7 novembre 1978 scontando interamente la propria pena.

Dopo 35 anni la Corte di Appello di Perugia ha accolto l’ istanza di revisione di Enrico Triaca “revocando”, per quel che ormai può servire, quella condanna per il semplice motivo che quanto a suo tempo dichiarato dall’imputato era vero. Si legge infatti nella sentenza che a seguito della diretta escussione di alcuni testi indicati dal richiedente, tra cui l’ex Commissario di polizia Salvatore Genova “all’epoca del sequestro Dozier chiamato a comporre con i colleghi Fioriolli e Di Gregorio un gruppo operativo di stanza a Verona guidato dall’allora vice-questore Umberto Improta e creato su ordine del prefetto De Francisci” è emerso “l’uso di pratiche particolari in danno di soggetti arrestati e volte a farli parlare da parte di un funzionario dell’UCIGOS che era conosciuto nell’ambiente con il soprannome di Prof. De Tormentis e che si avvaleva di un gruppo denominato i cinque dell’ave Maria”.

E ancora si legge che “sulla base di quanto i testi escussi avevano appreso dal diretto protagonista”, identificato nell’ex funzionario UCIGOS Nicola Ciocia, successivamente iscritto all’albo degli avvocati di Napoli, “può dirsi acclarato che lo stesso funzionario, conosciuto con ilnomignolo evocativo di Prof. De Tormentis (a quanto pare affibbiato dal Vice-Questore Improta) fu chiamato a sottoporre alla pratica del waterboarding anche Enrico Triaca, che del resto il 19 giugno aveva narrato di essere stato sottoposto ad un trattamento esattamente corrispondente a quel tipo di pratica speciale, a base di acqua e sale, con naso tappato”.

Insomma, a distanza di 35 anni, una sentenza resa “in nome del popolo italiano” attesta che in Italia si è fatto più volte uso della tortura da parte di alcuni funzionari di Stato per indurre alcuni arrestati a parlare, ed i nomi che si leggono sono pure altisonanti, visto che si parla di calibri qualiImprota, De Francisci, e persino di quell’Oscar Fioriolli, solo qualche annetto fa incaricato solennemente di dirigere la nuova scuola di addestramento della polizia di Stato, in risposta ai gravi fatti di Genova 2001.

Ricordo che all’epoca Leonardo Sciascia ed i radicali fecero di tutto per ottenere chiarimenti dall’allora Ministro Virginio Rognoni per sentirsi rispondere con aria sdegnata che lo Stato aveva sempre agito secondo legge e che anche il solo metterlo in dubbio suonava come un fiancheggiamento del terrorismo.
Che sia questo il motivo per il quale meno se ne parla di questa sentenza e meglio è?

(avvocato Davide Steccanella, autore del libro “Gli anni della lotta armata”)

Per dettagli sulla revisione del processo Triaca: LEGGI
– Per informazioni sulla figura di De Tormentis leggi:
*Chi è De Tormentis?
* Il segreto di Pulcinella sull’identità del torturatore
– Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

Prospero Gallinari, un anno fa

13 gennaio 2014 5 commenti

Prospero ci ha lasciati il 14 gennaio dello scorso anno,

Foto di Valentina Perniciaro : i funerali di Prospero Gallinari, Coviolo 2013

si è accasciato poco dopo esser uscito di casa e se ne è andato, quel rivoluzionario di altri tempi, di altri luoghi, di storie di cui la memoria collettiva sembra scordarsi, se non quando qualche deriva dietrologica o giustizialista li trascina fuori.
Non ci si ricorda della “brigata ospedaliera” che di lui si prese cura, non ci si ricorda di tante cose…

Prospero Gallinari, rivoluzionario, uomo del 900, contadino, uomo più unico che raro,
che come ultimo regalo ci ha donato i suoi funerali, che per ognuno di noi sono stati una grande emozione.
Chiunque ha calpestato quella neve, in quella fredda giornata di un gennaio emiliano, porta dentro di sè un calore raro,
il calore della “generazione più felice e più cara“, che noi abbiamo avuto solo modo di sfiorare,
di aspettar fuori dalle galere, di osservare invecchiare ed ora lentamente morire.
In un oblio che fa tanta rabbia.
Prospero ci ha fatti stare tutti insieme quel giorno, ha permesso un funerale non solo suo, ma anche di tutti gli altri, di tutti quelli che non hanno potuto ricevere lo stesso saluto, di quelli caduti sull’asfalto o lasciatisi morire penzoloni in una cella.
Quel giorno, tra i nostri canti stonati, li abbiamo urlati tutti i nomi di quelli che non avevamo mai potuto seppellire così, tutti insieme, cantando piangendo e ridendo: quel giorno abbiamo seppellito Mara e Walter, quel giorno Annamaria, come Riccardo o Ennio, come tanti e tanti altri sono stati seppelliti nel calore dei loro compagni, della loro storia.

Altri nomi sono stati urlati poi… i nomi degli assenti;
di tutti coloro che ancora scontano quegli anni sulla propria pelle e non possono spostarsi.
I detenuti come gli esuli, quel giorno eravamo tutti insieme.
Chi si è fatto fino all’ultimo giorno di carcere,  chi ha rosicchiato libertà usufruendo della clemenza di Stato: quel giorno per un po’ si è stati tutti insieme, e la neve s’è sciolta d’emozione.
E allora grazie, che mi hai regalato un pezzettino di voi, anche a me, che vengo da un mondo altro.
Che fa pure un po’ schifo.

Un funerale che ha dato fastidio, almeno alla Procura di Bologna, forse a corto di lavoro interessante: ben 4 son le persone indagate per “istigazione a delinquere in concorso” per aver partecipato al funerale.
Un funerale, scambiato per terrorismo … pensa che risata ti sarai fatto.

CIAO GALLO!

Voglio lasciarvi con una carrellata di link, con i racconti di quei giorni, con del materiale su Prospero Gallinari…
tutte cose che ogni tanto fa bene rileggere…

Link
A Prospero Gallinari volato via troppo presto
Ciao Prospero
Fine di UNA storia, LA storia continua
Chi era Prospero Gallinari
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Su Prospero Gallinari di Salvatore Ricciardi
Prospero Gallinari, un uomo del 900
Gallinari è morto in esecuzione pena. Dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari

Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”

“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara

« J’accuse : torture d’Etat », un video reportage sulle tortura ad Enrico Triaca

30 novembre 2013 Lascia un commento

Un video reportage interessante e toccante, quello che il giornalista Enrico Porsia (ex militante delle Brigate Rosse rifugiato in Francia) ha girato poche settimane fa per le strade di Roma, chiacchierando con Enrico Triaca, ex militante delle Brigate Rosse, torturato con varie tecniche (tra cui il waterboarding) dalla squadra di Nicola Ciocia, alias “professor De Tormentis“, uomini di Stato.
La denuncia delle torture di Stato, diretta e raccontata da uno dei tanti corpi caduti nell’ingranaggio più infame della guerra che lo Stato ha combatutto contro i rivoluzionari di una manciata di decenni fa.
Qui è difficile che se ne riesca a parlare: il 15 ottobre la condanna per calunnia che avevano dato ad Enrico Triaca nel momento in cui denunciò i suoi torturatori è stata annullata, a prova del fatto che la tortura c’è stata… ma nessuno ne ha parlato.
Dobbiamo andare oltre confine per veder proiettata un po’ di verità in spazi pubblici, per veder dibattito e ricerca di verità storica.
Qui l’oblio, o peggio: qui si denuncia anche chi va a salutare i proprio morti.
I 4 indagati per i funerali di Prospero Gallinari (leggi qui) ne son la ridicola prova

Terre Corse
Une saison de rencontres-débats
Terre Corse inaugure « Une saison de rencontres-débats » dans le nouvel Espace d’éducation populaire Albert Stefanini 11 rue César Campinchi (1er étage)
Jeudi 12 décembre 18 heures 30

« J’accuse : torture d’Etat » un video-reportage de Enrico Porsia

Enrico Triaca, ancien militant des brigades rouges dénonce des tortures pratiquées par des fonctionnaires de la police italienne. Ce témoignage « J’accuse : torture d’Etat » a été recueilli par le journaliste Enrico Porsia qui participera à un débat à l’issue de cette projection.

Per dettagli sulla revisione del processo Triaca: LEGGI
– Per informazioni sulla figura di De Tormentis leggi:
*Chi è De Tormentis?
* Il segreto di Pulcinella sull’identità del torturatore
– Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

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