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I padroni? intanto “tratteniamoli”!
In Francia, gli operai della Caterpillar (Multinazionale statunitense, che in Francia impiega 2500 persone e che aveva appena annunciato il licenziamento di 733 operai) hanno
nuovamente sequestrato alcuni dirigenti dell’azienda che tenta di buttarli fuori. I quattro funzionari, trattenuti dagli operai nella sede dell’azienda di Grenoble, sono il direttore dell’azienda Nicolas Polutnick, il responsabile risorse umane, il capo del personale e un altro funzionario.
I “prigionieri” non sono i primi, nelle ultime settimane questo è il terzo caso di sequestro di manager di aziende che usano licenziamenti e cassa integrazione contro i loro lavoratori, avvenuto dopo il “rapimento” alla Sony France e alla M3 durati entrambi circa una trentina d’ore
“Li tratteniamo per discutere con loro. Chiediamo che fissino una riunione coi rappresentanti del personale per sbloccare i negoziati” ha detto Benoit Nicolas, delegato del sindacato Cgt.
Lotta di classe? maybe…inshallah
Francia, fabbriche in rivolta: bloccati i premi per i manager
Si apre la discussione di fronte alla crisi economica
Paolo Persichetti
Liberazione 27 marzo 2009
«Rabbia populista» o nuova «lotta di classe»? Ieri sulle pagine dei più grandi quotidiani nazionali campeggiava questa domanda: un nuovo spettro si sta aggirando per il globo?
Commenti preoccupati e cronache inquiete s’interrogavano sul reale significato delle notizie provenienti dagli Stati uniti, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. A New York, dopo l’arresto del magnate della speculazione finanziaria Maddof e la minaccia del Congresso di tassare con un’aliquota del 90% i bonus padronali, i dieci manager più pagati del colosso delle assicurazioni mondiali Aig, tra i più coinvolti nel crack delle Borse, hanno restituito i bonus milionari ricevuti come premi per i loro disastri. Per farli rinunciare a un po’ della loro famelica ingordigia è bastato un fine settima di picchetti organizzati da manifestanti davanti alle loro megaville blindate e con l’immancabile piscina.
A Edinburgo, in piena notte, il villone di Sir Fred Goodwin, l’amministratore delegato che ha portato al collasso la Royal bank of Scotland, per poi andarsene serenamente in pensione con un bonus di 16,9 milioni di sterline, alla faccia di migliaia correntisti ridotti al lastrico per aver creduto nei portafogli azionari offerti dai servizi finanziari dell’istituto di credito, è stato assalito da un gruppo di attivisti che hanno rivendicato l’azione con la sigla Bank bosses are criminals, «I banchieri sono dei criminali». Motto che riecheggia quello delle curve da stadio di mezza Europa, All corps are bastards, «Tutte le guardie sono bastarde».
Nel centro della Francia, a Pithiviers, Luc Rousselet, amministratore delegato della 3M, società farmaceutica americana in procinto di licenziare 110 dei suoi 235 dipendenti, è stato “trattenuto” negli uffici dell’azienda per oltre 30 ore dagli operai che era venuto ad incontrare. I lavoratori esigevano dei negoziati con l’azienda sulle modalità del piano di crisi che dovrà accompagnare la brusca riduzione di personale.
Ovviamente per gli operai non si è trattato di un «sequestro», com’è stato scritto sposando il punto di vista “padronale”, ma di un imprevisto prolungamento d’orario della giornata di lavoro del loro capo. Uno straordinario giustificato dall’eccezionalità della situazione venuta a crearsi. I 2700 lavoratori della 3M France, società ripartita su 11 siti, conosciuta per la produzione di “post-it” e del nastro adesivo “Scotch”, sono in sciopero illimitato dal 20 marzo. Un episodio analogo era già accaduto il 12 marzo scorso, quando il presidente-direttore generale di Sony France, Serge Foucher, era stato anche lui costretto a uno “straordinario notturno” in compagnia delle sue maestranze in lotta.
Lo stabilimento di Pontonx-sur-l’Adour, nelle Lande, impiega 311 persone e la sua chiusura è fissata per il 17 aprile prossimo. Al direttore della Continental, invece, è toccato in sorte un fitto lancio di uova da parte dei 1120 addetti dell’impianto di Claroix, che proprio ieri sono stati ricevuti in delegazione da un consigliere di Sarkozy all’Eliseo.
Questa volta gli operai non sono isolati, hanno alle spalle il sostegno dell’opinione pubblica indignata di fronte alla notizia dei mega compensi attribuiti ai manager d’imprese che licenziano o di banche in deficit dopo aver sperperato il denaro dei clienti.
La rabbia è montata di fronte alle parole di Laurence Parisot, presidente della confindustria francese, che si era detta indisponibile di fronte alla richiesta del presidente della repubblica d’intervenire sui consigli d’amministrazione affinché i manager rinunciassero ai premi elargiti sotto varie forme (stock options, ovvero azioni con remunerazioni privilegiate, liquidazioni d’oro o pensioni stratosferiche). Il primo ministro ha dovuto annunciare il varo di un decreto per vietare l’attribuzione di questi bonus e stock options per le aziende che ricevono aiuti dallo Stato. A questo punto, dopo le resistenze iniziali, Gerard Mastellet e Jean-Francois Cirelli, presidente e vice presidente di Gdf-Suez, il gigante francese dell’energia, hanno dovuto rinunciare ai loro compensi supplementari piegandosi – hanno detto con malcelata ipocrisia – al «senso di responsabilità».
I titoli tossici immessi nei circuiti finanziari stanno forse scatenando la reazione di sani anticorpi sociali? All’estero, certo non in Italia, l’ira popolare sta cambiando bersaglio: dalla «Casta» alla «Borsa», dai «politici» ai «padroni»; che la barba di Marx stia di nuovo spuntando?
Quel che sta accadendo, in particolare al di là delle Alpi, dimostra quanto devastante sia stata da noi la prolungata stagione del giustizialismo, con il suo corollario d’ideologia penale e vittimismo seguiti alle ripetute emergenze giudiziarie. Il decennio 90 si è accanito contro i corrotti della politica assolvendo i corruttori dell’economia, aprendo la strada non solo alla vittoria politica del partito azienda ma alla sua egemonia politico-culturale sulla società.
Vedremo più in là se ha ragione L’Economist quando descrive, un po’ alla Ballard, l’albeggiare di una rivoluzione del ceto medio proletarizzato; o se invece ci sarà un’irruzione di protagonismo del nuovo precariato sociale. Una cosa è certa: oltreconfine hanno individuato la contraddizione da attaccare. È tutta la differenza che passa tra allearsi contro i padroni o fare le ronde contro i romeni. Ma quel che resta della sinistra italiana l’avrà capito?
Tratto dal blog INSORGENZE
La pagheranno mai? @Corteo Nazionale in occasione del G-14@
LA CRISI LA PAGHINO BANCHIERI e PADRONI, EVASORI e CORRUTTORI
GIU’ LE MANI DAL DIRITTO ALLO SCIOPERO
GIU’ LE MANI DAI NOSTRI DIRITTI
FERMIAMO LA QUOTIDIANA STRAGE SUL LAVORO
A DOMANI.
Il lavoro è sfruttamento
“Cioè io avevo fatto tutti i lavori nella mia vita. L’operaio edile nelle carovane di facchini il lavapiatti in un ristorante avevo fatto il bracciante e lo studente che è anche quello un lavoro. Avevo lavorato all’Alemagna, alla Magneti Marelli all’Ideal Standard. E adesso ero stato alla Fiat a questa
Fiat che era un mito per tutti i soldi che lì si guadagnavano. E io veramente avevo capito una cosa. Che col lavoro uno può soltanto vivere. Ma vivere male da operaio sfruttato. Gli viene portato via il tempo libero della sua giornata tutta la sua energia. Deve mangiare male. Viene costretto a alzarsi a delle ore impossibili secondo in che reparto sta o che lavoro fa. Avevo capito che il lavoro è sfruttamento e basta.
Adesso finiva anche quel mito della Fiat. Cioè avevo visto che il lavoro Fiat era un lavoro come quello edile come il lavapiatti. E avevo scoperto che non c’era nessuna differenza tra l’edile e il metalmeccanico e il facchino tra il facchino e lo studente. Le regole che usavano i professori in quella scuola professionale e le regole usate dai capi reparto in tutte le fabbriche dove ero stato erano la stessa cosa.
E allora si poneva un grosso problema per me. Cioè pensavo che faccio adesso. Cosa faccio cosa devo fare.
Non avevo mai rubato ancora non avevo mai avuto una pistola. Non avevo mai avuto amicizie con gente così detta della malavita. Che almeno avrei avuto uno sbocco da darmi. Da dare sia alla mia incazzatura alla mia insoddisfazione e sia ai miei bisogni alla mia vita materiale. Non ero né un medico né un avvocato o un professionista. Per cui non è che dicevo mo’ mi metto a fare il rapinatore o il professionista. Insomma veramente non ero niente non potevo fare niente.
Eppure c’avevo sta voglia di vivere di fare qualcosa. Perché ero giovane e sto sangue mi pulsava nelle vene. La pressione era abbastanza alta insomma. Volevo fare qualcosa. Ero disposto a fare qualsiasi cosa. Ma è chiaro che qualsiasi cosa per me significava non fare più l’operaio. Questa parola era ormai abbastanza sputtanata per me. Non significava più niente ormai per me. Significava continuare ancora a fare la vita di merda che avevo fatto finora insomma. “
TRATTO DA “VOGLIAMO TUTTO” di Nanni Balestrini
Feltrinelli 1971
INIZIA IL PROGETTO PER AMPLIARE MAALEH ADUMIN: LA CISGIORDANIA SI SPACCA IN DUE
Malgrado la aperta opposizione dell’Anp e anche degli Stati Uniti, il governo di Benyamin Netanyahu progetta di estendere in maniera significativa la città-colonia di Maaleh Adumim e di collegarla di fatto alla zona metropolitana della vicina Gerusalemme. Lo ha affermato oggi la radio militare secondo cui esiste in merito una intesa verbale fra il Likud
e il partito di destra radicale Israel Beitenu di Avigdor Lieberman. In una intervista alla emittente il sindaco di Maaleh Adumim Beny Kashriel ha confermato di aver ricevuto da Lieberman l’impegno che nei prossimi anni saranno realizzati importanti progetti edili nel suo insediamento. In particolare, secondo la radio militare, è prevista la costruzione di 3.000 unità abitative nella zona E-1, fra Maaleh Adumim e Gerusalemme. Gli Stati Uniti hanno già chiarito da tempo che la realizzazione di quel progetto rischia di spaccare in due tronconi la Cisgiordania e di rendere impossibile la costituzione di uno stato palestinese dotato di continuità geografica
Marce xenofobe in Israele contro la popolazione arabo-israeliana: che si incazza e si difende la città
Parlavamo, appena due giorni fa, di come s’era spostata verso l’estrema destra xenofoba e confessionale l’asse della politica israeliana. Politica non solo di palazzo, dopo le elezioni di febbraio e gli accodi per il governo di coalizione che da ieri procedono a passo di carica; anche politica di strada, con una manifestazione organizzata dall’estrema destra israeliana, ad Umm al-Fahm (città israeliana, importante centro arabo, situata nel distretto di Haifa, con una popolazione di 45.000 persone, la maggiorparte arabo-israeliani).
Una manifestazione che era stata più volte rinviata per i rischi sulla sicurezza, ma poi autorizzata dalla Corte Suprema, che aveva come obiettivo quello di ribadire la sovranità israeliana della città. Dalle stampa internazionale leggiamo la dichiarazione di Michael Ben-Ari, esponente del partito di estrema destra Unione Nazionale (appena eletto alla Knesset): “Se non isseremo la nostra bandiera a Umm al-Fahm, un giorno avremo uno Stato palestinese che arriverà fino a Tel-Aviv”.
Una marcia vera e propria per provocare la popolazione araba residente all’interno dei confini dello stato ebraico: manifestazione composta da militante provenienti soprattutte dalle colonie israeliane di Hebron (la zona caratterizzata da sempre dagli scontri più feroci tra coloni e popolazione palestinese) e del resto della Cisgiordania. Umm al-Fahm oltre ad essere roccaforte araba lo è anche del partito comunista, tanto che alla contro manifestazione annunciata e violentemente voluta da tutta la popolazione della città, si sono uniti attivisti israeliani appartenenti alla sinistra e al partito comunista. Immediatamente, per poter permettere a tutta la popolazione di partecipare alla contro-protesta, per evitare che la marcia potesse entrare in città, è stato dichiarato uno sciopero generale che ha avuto una partecipazione totale.
La provocazione è scoppiata immediatamente in scontri con i 3000 poliziotti anti-sommossa schierati a difendere le fila fasciste della manifestazione. Poco, molto poco è durata la marcia, all’incirca una mezzora, sufficiente a far scoppiare poi ore ed ore di duri scontri iniziati con un fitto lancio di oggetti dalle strade e dai tetti della città, contro la marcia sionista che avanzava sventolando decine di bandiere con la Stella di Davide. Lancio che come risposta ha ricevuto idranti, granate assordanti ed urticanti che hanno causato 16 feriti tra i manifestanti,15 tra i poliziotti schierati e l’arresto di tre manifestanti (arabi, ovviamente). David Cohen, rappresentante della Polizia israeliana ha dichiarato di aver reagito in difesa della democrazia. Gli scontri sono terminati dopo che diversi agenti hanno riportato ferite a causa del lancio di oggetti e dopo l’uso di vari mezzi per disperdere la manifestazione”.
L’estrema destra che ha marciato è la stessa che sta formando il governo di coalizione che tra una decina di giorni prenderà le redini del potere politico e militare nello stato israeliano: il probabile ministro degli esteri Avigdor Lieberman (un vero e proprio nazista dichiarato, fondatore del partito Yisrael Beitanu) ha già proposto l’obbligatorietà di un giuramento di “lealtà” allo Stato ebraico per tutti gli abitanti di etnia araba. Anfibi sempre più neri marciano sulla terra degli ulivi, sulla terra di Palestina
SI VIENE A SAPERE DA POCO DEL FERMO DI 22 ARABI-ISRAELIANI CHE AVEVANO PARTECIPATO AGLI SCONTRI DI IERI CONTRO LA MARCIA XENOFOBA ORGANIZZATA ALLE PORTE DELLA CITTA’ UMM AL-FAHM. ACCUSATI DI AVER FOMENTATO GLI SCONTRI
FUOCO AI C.P.T. e ai C.I.E.! MERDA AI RICCHI!
DOPO IL BLITZ DENTRO IL LUSSUOSO RISTORANTE TORINESE, PUBBLICHIAMO IL VOLANTINO CHE E’ STATO DISTRIBUITO E UN PO’ DEGLI ADESIVI CHE STANNO CIRCOLANDO PER LA CITTA’ PIEMONTESE.
LA MOBILITAZIONE CONTRO I CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE PER MIGRANTI STA CRESCENDO
Se immaginassimo uno straniero che, ignaro sugli usi del nostro paese, si facesse oggi un giro in questo supermercato del gusto, certamente si farebbe l’idea di una società civile e raffinata, ove ciascuno è libero di soddisfare come preferisce i propri appetiti e desideri. Purtroppo le cose non stanno così, e gli stranieri in particolare non se la passano affatto bene.
Per questo siamo qui oggi, affinché nessuno si dimentichi che questi privilegi sono possibili solo al prezzo
di vergognose diseguaglianze, sulle quali non è più possibile tacere. Non è un mistero per nessuno che ormai la stragrande maggioranza dei lavori più bassi e faticosi, dalla raccolta nei campi alla cura dei nostri anziani, dai cantieri edili alle pulizie, siano lasciati agli immigrati. Mal pagati, sfruttati e denigrati dai padroni italiani, sono costretti a vivere a testa bassa in cambio delle nostre briciole, col ricatto costante di essere trovati senza documenti ed essere trattenuti in un CIE. In questi luoghi i pestaggi da parte della polizia sono all’ordine del giorno, come le omissioni di soccorso del personale medico e gli psicofarmaci nascosti nel cibo per provocare un sonno lungo e silenzioso. Con le nuove normative in materia di sicurezza ora la prigionia è stata prolungata fino a sei mesi; poi c’è l’espulsione coatta.
E tuttavia questo regime di paura e segregazione non sembra togliere l’appetito agli italiani.
In questi ultimi giorni, da quando i reclusi del Centro di Lampedusa hanno deciso di ribellarsi e bruciare quel lager, in molti CIE si susseguono rivolte e gesti disperati, da Malta a Milano, da Bologna a Gradisca d’Isonzo. A Torino alcuni detenuti del CIE di Corso Brunelleschi si sono tagliati per protesta, qualcuno ha ingerito delle batterie e ne è rimasto avvelenato, qualcuno prosegue lo sciopero della fame e della sete, un altro ha cercato di impiccarsi, un altro ancora siccome ha reagito contro il poliziotto che gli toccava la ferita è stato arrestato e trasferito in carcere. A Bari si sono cuciti le labbra, a Roma dopo l’ennesimo morto i reclusi di Ponte Galeria sono entrati tutti in sciopero della fame. Il ragazzo algerino diceva di sentirsi male, ma il medico non l’ha voluto visitare, e gli è stato risposto che le medicine poteva andarsele a prendere al suo paese. È stato picchiato dalla polizia e il giorno dopo, giovedì mattina, è stato trovato morto.
Non staremo a guardare mentre politici di destra e di sinistra varano leggi razziste e
diffondono parole di odio e persecuzione. Non ci rassegneremo all’indifferenza dei più, né al silenzio imposto dall’informazione di regime, perché non possiamo più sopportare di vedere gente perbene che assapora delizie mentre altri ingoiano ferri e sono costretti allo sciopero della fame per essere ascoltati. Chiedono di essere lasciati in libertà, ed hanno bisogno del nostro aiuto. Siamo sicuri che tra un bicchiere di vino biologico ed un risotto equo e solidale in molti avranno lo scrupolo di riflettere su questi fatti gravissimi che succedono con sempre più drammatica frequenza. Qualcuno forse ci griderà contro, altri vorranno sapere come fare qualcosa, nessuno in ogni caso potrà rifiutarsi di fare un piccolo esame di coscienza.
Se a ragione si dice spesso che siamo quello che mangiamo, non possiamo più nascondere ai nostri occhi quel confine sempre più netto che separa chi ha tutto da chi non è niente, chi è libero da chi è schiavo.
CHIUDIAMO I LAGER! SOLIDARIETA’ CON TUTTI GLI IMMIGRATI IN LOTTA PER LA LIBERTA’!!!
Assemblea Antirazzista di Torino
Stupri Made in Italy e nessuna condanna esemplare..
@Stuprò una romena, condannato a cinque anni Accusato di aver stuprato una romena di 38 anni dopo averla minacciata con un taglierino, un italiano, Alessio Amadio, di 40 anni, è stato condannato a cinque anni di reclusione dai giudici della settima sezione del tribunale di Roma presieduti da Gennaro Romano. Accolte in pieno, quindi, le richieste del pm Antonella Nespola.
Alla parte lesa è stato riconosciuto, sotto forma di provvisionale, un risarcimento di 15 mila euro. Magdalena, questo il nome della parte lesa, denunciò di essere stata violentata il 15 maggio 2008 in un call center, del quale è titolare la convivente dell’imputato, nei pressi di Piazza Vescovio, dove lavorava come addetta alle pulizie. “Non solo sono stata violentata alle sei del mattino mentre facevo le pulizie – ha dichiarato la donna, assistita dall’avvocato Carlo Testa Piccolomini, durante il processo – ma ho perso anche il posto di lavoro.
E poi, il Comune si era impegnato ad aiutarmi ed invece non si è costituito nemmeno parte civile. Io non chiedo nulla, solo riavere il mio posto di lavoro e continuare a vivere in maniera dignitosa”. (18 marzo)
@Il gup del Tribunale di Sciacca(Agrigento) Cinzia Alcamo ha condannato a sei anni di reclusione al termine del processo celebrato con il rito abbreviato V.V. di 54 anni, accusato di avere abusato sessualmente della figlia che all’epoca dei fatti non aveva compiuto i 14 anni. Secondo quanto emerso durante il dibattimento, l’uomo avrebbe minacciato la bambina dicendole che se avesse raccontato a qualcuno delle sue turpi abitudini “papa’ e mamma divorziano e tu resti in mezzo alla strada”. La vicenda si sarebbe svolta nell’estate del 2005 quando l’uomo aveva cominciato a dare alla figlia lezioni di guida dello scooter. I giudici hanno disposto per il condannato anche il divieto di dimora in Sicilia e la decadenza dalla potesta’ genitoriale.(20 marzo)
@Un turista italiano di 60 anni e’ stato arrestato ieri pomeriggio in Thailandia per crimini legati allo sfruttamento sessuale dei minori. E’ accaduto nella famosa localita’ marittima di Pattaya, dove la polizia locale ha stretto le manette ai polsi dell’uomo accusato di aver tentato di avere rapporti sessuali con un bambino. Il 21 gennaio un altro italiano era stato arrestato per la terza volta per sfruttamento sessuale di bambini: era stato colto in flagrante mentre faceva sesso con un 12enne. Secondo l’Ecpat, la rete internazionale di organizzazioni impegnate nella lotta allo sfruttamento sessuale dei bambini, in vetta alla triste classifica degli habitue’ del turismo sessuale nei paesi asiatici restano americani ed australiani. Bangkok, Pattaya, Chiang Mai, Chiang Rai and Phuket le mete preferite: in base alle ultime stime, sono circa 250mila i bambini e gli adolescenti fatti prostituire o “usati” per realizzare immagini e video porno. Il mercato del sesso con minori mostra una diminuzione delle minori thailandesi trafficate nel business sessuale locale, se non per un gruppo di minoranza etnica che vive nel Nord. In aumento invece bambini e adolescenti provenienti da Cambogia, China (provincia dello Yunnan), Laos, Myamar e Vietnam. La Thailandia si conferma uno maggiori produttori e distributori di video e foto pedopornografici (21 marzo)
@Violenza sessuale aggravata dall’uso di sostanze alcoliche ed affidamento di arma da sparo a persona minore. Per queste accuse il gip del tribunale di Chieti ha emesso una ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Antonio D’Alessio, 31 anni. All’uomo gli uomini della Squadra mobile hanno sequestrato una pistola Beretta calibro 9×21, modello 98 FS, che il teneva regolarmente nella sua abitazione per uso sportivo. Secondo quanto si spiega in una nota, D’Alessio era solito frequentare una comitiva di adolescenti. In passato di intrecciare una relazione sentimentale con alcune ragazze del gruppo. La sera del 2 febbraio scorso, poi, dopo una serata passata presso la sua abitazione, in compagnia di due ragazze del gruppo, dopo averle indotte a bere una ingente quantità di sostanze alcoliche, restava solo con una giovane, appena maggiorenne ed abusava di lei, mentre la ragazza era in stato di malessere per la sbornia. Dopo lo stupro la giovane si decide a denunciare, dopo che la sua comitiva si reca sotto l’abitazione di D’Alessio a chiedere spiegazioni per il suo comportamento. Solo l’intervento della volante ha evitato il linciaggio. L’accusa è conessa al fatto che D’Alessio ha fatto esplodere alcuni colpi di pistola ad un ragazzino del gruppo. (21 marzo)
L’ F.P.L.P. denuncia le azioni contro il prigioniero Sa’adat
Urgente: l’FPLP denuncia le azioni arbitrarie di Israele contro il compagno Sa’adat
Tratto da: http://www.pflp.ps/english
Un portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ha denunciato le azioni arbitrarie e di ritorsione messe in atto
dalle autorità carcerarie e dalle forze dell’occupazione razzista contro il Segretario Generale dell’FPLP, il compagno leader Ahmed Sa’adat. I continui trasferimenti del compagno Sa’adat da una prigione ad un’altra nelle più dure condizioni, anche alla luce del deterioramento delle sue condizioni di salute, sono un tentativo di isolare Sa’adat e costituiscono un crimine di guerra e la violazione dei suoi diritti. Il compagno Sa’adat viene maltrattato dai sionisti e il peggioramento delle sue condizioni di salute è un risultato diretto delle carceri israeliane, a causa dei quotidiani abusi e delle quotidiane violazioni delle forze d’occupazione, uniche responsabili delle conseguenze di questa situazione. L’FPLP chiede a tutte le istituzioni per i diritti umani ed umanitarie, alla Croce Rossa e all’ONU di intervenire urgentemente per porre dine a queste quotidiane vessazioni israeliane contro il compagno Sa’adat e contro tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane.
Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli coll.autorg.universitario@gmail.com http://cau.noblogs.org
Cariche alla Sapienza sugli studenti in corteo
CARICHE SUGLI STUDENTI DELL’UNIVERSITA’ DI ROMA.
Il protocollo votato dall’amministrazione comunale inizia già a dare i suoi frutti,
composti da drappelli schierati, da cariche violente, da manganellate contro chiunque voglia far sentire la
propria voce per le strade della sua città
Qui le corrispondenze effettuate in mattinata: 1 – 2 – 3 – 4
in Francia ci spolverano la memoria: impiccano i padroni
Una fabbrica con più di 1100 operai, sta per chiudere a causa della crisi.
I lavoratori si mobilitano in modo sempre più radicale: dopo aver costretto il “Padrone” a fuggire con un fitto lancio di uova, ieri sono tornati a bloccare i cancelli del complesso industriale impiccando un manichino (saggi ‘sti lavoratori!) e facendo irruzione in una riunione tra sindacati e azienda,
con lancio di bottiglie e altri oggetti. Riunione che è stata immediatamente sospesa.

ANNIVERSARIO DELL’ASSASSINIO DI RACHEL CORRIE. NESSUN PERDONO, NESSUNA PACE
Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, è stata assassinata il 16 marzo 2003, schiacciata da una ruspa israeliana. Rachel tentava di evitare che la ruspa demolisse l’abitazione di un medico palestinese nella Striscia di Gaza.
Nelle sue ultime lettere racconta ai familiari la Palestina che ha conosciuto partecipando alle azioni dell’International Solidarity Movement.
Ciao amici e famiglia e tutti gli altri,
sono in Palestina da due settimane e un’ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone care negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li sorveglia costantemente da vicino. Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così in ogni angolo del mondo. Un bambino di otto anni è stato colpito e ucciso da un carro armato israeliano due giorni prima che arrivassi qui e molti bambini mi sussurrano il suo nome – Alì – o indicano i manifesti che lo ritraggono sui muri.
I bambini amano anche farmi esercitare le poche conoscenze che ho di arabo chiedendomi “Kaif Sharon?” “Kaif Bush?” e ridono quando dico, “Bush Majnoon”, “Sharon Majnoon” nel poco arabo che conosco. (Come sta Sharon? Come sta Bush? Bush è pazzo. Sharon è pazzo.). Certo, questo non è esattamente quello che credo e alcuni degli adulti che sanno l’inglese mi correggono: “Bush mish Majnoon” … Bush è un uomo d’affari. Oggi ho tentato di imparare a dire “Bush è uno strumento” (Bush is a tool), ma non penso che si traduca facilmente. In ogni caso qui si trovano dei ragazzi di otto anni molto più consapevoli del funzionamento della struttura globale del potere di quanto lo fossi io solo pochi anni fa.
Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli che l’esperienza stessa non corrisponde affatto alla realtà: pensate alle difficoltà che dovrebbe affrontare l’esercito israeliano se sparasse a un cittadino statunitense disarmato, o al fatto che io ho il denaro per acquistare l’acqua mentre l’esercito distrugge i pozzi e naturalmente al fatto che io posso scegliere di andarmene. Nessuno nella mia famiglia è stato colpito, mentre andava in macchina, da un missile sparato da una torre alla fine di una delle strade principali della mia città. Io ho una casa. Posso andare a vedere l’oceano. Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato, pesantemente armato, che aspetta a metà strada tra Mud Bay e il centro di Olympia a un checkpoint, con il potere di decidere se posso andarmene per i fatti miei e se posso tornare a casa quando ho finito.
Dopo tutto questo peregrinare, mi trovo a Rafah: una città di circa 140.000 persone, il 60% di questi sono profughi, molti di loro due o tre volte profughi. Oggi, mentre camminavo sulle macerie, dove una volta sorgevano delle case, alcuni soldati egiziani mi hanno rivolto la parola dall’altro lato del confine. “Vai! Vai!” mi hanno gridato, perché si avvicinava un carro armato. E poi mi hanno salutata e mi hanno chiesto “come ti chiami?”. C’è qualcosa di preoccupante in questa curiosità amichevole. Mi ha fatto venire in mente in che misura noi, in qualche modo, siamo tutti bambini curiosi di altri bambini. Bambini egiziani che urlano a donne straniere che si avventurano sul percorso dei carri armati. Bambini palestinesi colpiti dai carri armati quando si sporgono dai muri per vedere cosa sta accadendo. Bambini di tutte le nazioni che stanno in piedi davanti ai carri armati con degli striscioni. Bambini israeliani che stanno in modo anonimo sui carri armati, di tanto in tanto urlano e a volte salutano con la mano, molti di loro costretti a stare qui, molti semplicemente aggressivi, sparano sulle case mentre noi ci allontaniamo.
Ho avuto difficoltà a trovare informazioni sul resto del mondo qui, ma sento dire che un’escalation nella guerra contro l’Iraq è inevitabile. Qui sono molto preoccupati della “rioccupazione di Gaza”. Gaza viene rioccupata ogni giorno in vari modi ma credo che la paura sia quella che i carri armati entrino in tutte le strade e rimangano qui invece di entrare in alcune delle strade e ritirarsi dopo alcune ore o dopo qualche giorno a osservare e sparare dai confini delle comunità. Se la gente non sta già pensando alle conseguenze di questa guerra per i popoli dell’intera regione, spero che almeno lo iniziate a fare voi.
Un saluto a tutti. Un saluto alla mia mamma. Un saluto a smooch. Un saluto a fg e a barnhair e a sesamees e alla Lincoln School. Un saluto a Olympia. Rachel
20 febbraio 2003
Mamma,
adesso l’esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi. Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all’università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall’altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo. Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.
La striscia di Gaza è ora divisa in tre parti. C’è chi parla della “rioccupazione di Gaza”, ma dubito seriamente che stia per succedere questo, perché credo che in questo momento sarebbe una mossa geopoliticamente stupida da parte di Israele. Credo che dobbiamo aspettarci piuttosto un aumento delle piccole incursioni al di sotto del livello di attenzione dell’opinione pubblica internazionale, e forse il paventato “trasferimento di popolazione”. Per il momento non mi muovo da Rafah, non penso di partire per il nord. Mi sento ancora relativamente al sicuro e nell’eventualità di un’incursione più massiccia credo che, per quanto mi riguarda, il rischio più probabile sia l’arresto. Un’azione militare per rioccupare Gaza scatenerebbe una reazione molto più forte di quanto non facciano le strategie di Sharon basate sugli omicidi che interrompono i negoziati di pace e sull’arraffamento delle terre, strategie che al momento stanno servendo benissimo allo scopo di fondare colonie dappertutto, eliminando lentamente ma inesorabilmente ogni vera possibilità di autodeterminazione palestinese.
Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei
beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te. Non sa una parola d’inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma – vuole essere sicura che ti chiami.
Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. Rachel
27 febbraio 2003 (alla madre)
Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho degli incubi terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori dalla nostra casa, con me e voi dentro. A volte, l’adrenalina funge da anestetico per settimane di seguito, poi improvvisamente la sera o la notte la cosa mi colpisce di nuovo: un po’ della realtà della situazione.
Ho proprio paura per la gente qui. Ieri ho visto un padre che portava fuori i suoi bambini piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri armati e di una torre di cecchini e di bulldozer e di jeep, perché pensava che stessero per fargli saltare in aria la casa. In realtà, l’esercito israeliano in quel momento faceva detonare un esplosivo nel terreno vicino, un esplosivo piantato, a quanto pare, dalla resistenza palestinese. Questo è nella stessa zona in cui circa 150 uomini furono rastrellati la scorsa domenica e confinati fuori dall’insediamento mentre si sparava sopra le loro teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e i bulldozer distruggevano 25 serre, che davano da vivere a 300 persone. L’esplosivo era proprio davanti alle serre, proprio nel punto in cui i carri armati sarebbero entrati, se fossero ritornati. Mi spaventava pensare che per quest’uomo, era meno rischioso camminare in piena vista dei carri armati
che restare in casa. Avevo proprio paura che li avrebbero fucilati tutti, e ho cercato di mettermi in mezzo, tra loro e il carro armato. Questo succede tutti i giorni, ma proprio questo papà con i suoi due bambini così tristi, proprio lui ha colto la mia attenzione in quel particolare momento, forse perché pensavo che si fosse allontanato a causa dei nostri problemi di traduzione.
Ho pensato tanto a quello mi avete detto per telefono, di come la violenza dei palestinesi non migliora la situazione. Due anni fa, sessantamila operai di Rafah lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono entrare in Israele per motivi di lavoro. Di questi 600, molti hanno cambiato casa, perché i tre checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la città israeliana più vicina) hanno trasformato quello che una volta era un viaggio di 40 minuti in macchina in un viaggio di almeno 12 ore, quando non impossibile. Inoltre, quelle che nel 1999 erano le potenziali fonti di crescita economica per Rafah sono oggi completamente distrutte: l’aeroporto internazionale di Gaza (le piste demolite, tutto chiuso); il confine per il commercio con l’Egitto (oggi con una gigantesca torre per cecchini israeliani al centro del punto di attraversamento); l’accesso al mare (tagliato completamento durante gli ultimi due anni da un checkpoint e dalla colonia di Gush Katif). Dall’inizio di questa intifada, sono state distrutte circa 600 case a Rafah, in gran parte di persone che non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma vivevano lungo il confine.
Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il posto più povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso l’Europa venivano, a volte, ritardate per due settimane al valico di Erez per ispezioni di sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di fiori tagliati due settimane prima sul mercato europeo, quindi il mercato si è chiuso.
E poi sono arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i giardini della gente. Cosa rimane per la gente da fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non ci riesco. Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero completamente soffocati, se vivessimo con i nostri bambini in un posto che ogni giorno diventa più piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci possono attaccare in qualunque momento e distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149 altri per ore: non pensate che forse cercheremmo di usare dei mezzi un po’ violenti per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da frutta: anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in una simile situazione, la maggior parte della gente cercherebbe di difendersi come può. Penso che lo farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la farebbe. E penso che lo farei anch’io.
Mi avete chiesto della resistenza non violenta. Quando l’esplosivo è saltato ieri, ha rotto tutte le finestre nella casa della famiglia. Mi stavano servendo del tè, mentre giocavo con i bambini. Adesso è un brutto momento per me. Mi viene la nausea a essere trattata sempre con tanta dolcezza da persone che vanno incontro alla catastrofe. So che visto dagli Stati Uniti, tutto questo sembra iperbole. Sinceramente, la grande gentilezza della gente qui, assieme ai tremendi segni di deliberata distruzione delle loro vite, mi fa sembrare tutto così irreale. Non riesco a credere che qualcosa di questo genere possa succedere nel mondo senza che ci siano più proteste. Mi colpisce davvero, di nuovo, come già mi era successo in passato, vedere come possiamo far diventare così orribile questo mondo. Dopo aver parlato con voi, mi sembrava che forse non riuscivate a credere completamente a quello che vi dicevo.
Penso che sia meglio così, perché credo soprattutto all’importanza del pensiero critico e indipendente. E mi rendo anche conto che, quando parlo con voi, tendo a controllare le fonti di tutte le mie affermazioni in maniera molto meno precisa. In gran parte questo è perché so che fate anche le vostre ricerche.
Ma sono preoccupata per il lavoro che svolgo. Tutta la situazione che ho descritto, assieme a tante altre cose, costituisce un’eliminazione, a volte graduale, spesso mascherata, ma comunque massiccia, e una distruzione, delle possibilità di sopravvivenza di un particolare gruppo di persone. Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi con i razzi e le fucilazioni dei bambini sono atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su questi, finirò per perdere il contesto. La grande maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi per fuggire altrove, anche se veramente volesse smetterla di resistere sulla loro terra e andarsene semplicemente (e questo sembra essere uno degli obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene. Perché non possono entrare in Israele per chiedere un visto e perché i paesi di destinazione non li farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di quelli arabi. Quindi penso che quando la gente viene rinchiusa in un ovile – Gaza – da cui non può uscire, e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco, questo credo che si possa qualificare come genocidio.
Anche se potessero uscire, credo che si potrebbe sempre qualificare come genocidio. Forse potreste cercare una definizione di genocidio secondo il diritto internazionale. Non me la ricordo in questo momento. Spero di riuscire con il tempo a esprimere meglio questi concetti. Non mi piace usare questi termini così carichi. Credo che mi conoscete sotto questo punto di vista: io do veramente molto valore alle parole. Cerco davvero di illustrare le situazioni e di permettere alle persone di tirare le proprie conclusioni. Comunque, mi sto perdendo in chiacchiere. Voglio solo scrivere alla mamma per dirle che sono testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e che ho davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale nella bontà della natura umana.
| Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, “questo è il vasto mondo e sto arrivando!” Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio. |
Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da qualche parte. Quando tornerò dalla Palestina, probabilmente soffrirò di incubi e mi sentirò in colpa per il fatto di non essere qui, ma posso incanalare tutto questo in altro lavoro. Venire qui è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto. E quindi, se sembro impazzita, o se l’esercito israeliano dovesse porre fine alla loro tradizione razzista di non far male ai bianchi, attribuite il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un genocidio che io anch’io sostengo in maniera indiretta, e del quale il mio governo è in larga misura responsabile. Voglio bene a te e a papà. Scusatemi il lungo papiro. OK, uno sconosciuto vicino a me mi ha appena dato dei piselli, devo mangiarli e ringraziarli. Rachel
28 febbraio 2003 (alla madre)
Grazie, mamma, per la tua risposta alla mia e-mail. Mi aiuta davvero ricevere le tue parole, e quelle di altri che mi vogliono bene.
Dopo averti scritto ho perso i contatti con il mio gruppo per circa dieci ore: le ho passate in compagnia di una famiglia che vive in prima linea a Hi Salam.
Mi hanno offerto la cena, e hanno pure la televisione via cavo. Nella loro casa le due stanze che danno sulla facciata sono inutilizzabili perché i muri sono crivellati da colpi di arma da fuoco, perciò tutta la famiglia – padre, madre e tre bambini-dorme nella stanza dei genitori. Io ho dormito sul pavimento, accanto a Iman, la bimba più piccola, e tutti eravamo sotto le stesse coperte. Ho aiutato un po’ il figlio maschio con i compiti d’inglese e abbiamo guardato tutti insieme Pet Semetery, che è un film davvero terrificante. Penso che per loro sia stato un gran divertimento vedere come quasi non riuscivo a guardarlo. Da queste parti il giorno festivo è venerdì, e quando mi sono svegliata stavano guardando i Gummy Bears doppiati in arabo. Così ho fatto colazione con loro, e sono rimasta un po’ lì seduta così, a godermi la sensazione di stare in mezzo a quel groviglio di coperte, insieme alla famiglia che guardava quello che a me faceva l’effetto dei cartoni della domenica mattina.
Poi ho fatto un pezzo di strada a piedi fino a B’razil, che è dove vivono Nidal, Mansur, la Nonna, Rafat e tutto il resto della grande famiglia che mi ha letteralmente adottata a cuore aperto. (A proposito, l’altro giorno, la Nonna mi ha fatto una predica mimata in arabo: era tutto un gran soffiare e additare lo scialle nero. Sono riuscita a farle dire da Nidal che mia madre sarebbe stata contentissima di sapere che qui c’è qualcuno che mi fa le prediche sul fumo che annerisce i polmoni). Ho conosciuto una loro cognata, che è venuta a trovarli dal campo profughi di Nusserat, e ho giocato con il suo bebè.
L’inglese di Nidal migliora di giorno in giorno. È lui a chiamarmi “sorella”. Ha anche cominciato ad insegnare alla Nonna a dire “Hello. How are you?” in inglese. Si sente costantemente il rumore dei carri armati e dei bulldozer che passano, eppure tutte queste persone riescono a mantenere un sincero buon umore, sia tra loro che nei rapporti con me. Quando sono in compagnia di amici palestinesi mi sento un po’ meno orripilata di quando cerco di impersonare il ruolo di osservatrice sui diritti umani o di raccoglitrice di testimonianze, o di quando partecipo ad azioni di resistenza diretta. Danno un ottimo esempio del modo giusto di vivere in mezzo a tutto questo nel lungo periodo. So che la situazione in realtà li colpisce – e potrebbe alla fine schiacciarli – in un’infinità di modi, e tuttavia mi lascia stupefatta la forza che dimostrano riuscendo a difendere in così grande misura la loro umanità – le risate, la generosità, il tempo per la famiglia – contro l’incredibile orrore che irrompe nelle loro vite e contro la presenza costante della morte. Dopo stamattina mi sono sentita molto meglio.
In passato ho scritto tanto sulla delusione di scoprire, in qualche misura direttamente, di quanta malignità siamo ancora capaci. Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell’essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili – anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo così forte. Credo che la parola giusta sia dignità. Come vorrei che tu potessi incontrare questa gente. Chissà, forse un giorno succederà, speriamo. Rachel
Traduzioni di Miguel Martinez, Lucia De Rocco, Silvia Lanfranchini, Nora Tigges Mazzone, Andrea Spila
Il complesso carcerario industriale in un articolo di Paolo Persichetti
Anche in Italia rischia di prendere forma un complesso carcerario-industriale?
Diliberto, Fassino, Castelli, Alfano: nell’ultimo decennio sinistra carceraria e destra hanno tentato in tutti i modi di favorire l’ingresso del capitale privato nella costruzione e gestione delle carceri
di Paolo Persichetti
Liberazione 14 marzo 2009 (versione integrale non censurata)
«Complesso carcerario-industriale» è la definizione introdotta dalla sociologia critica e dagli attivisti abolizionisti americani per definire la carcere-fabbrica postfordista. Il termine è stato introdotto per la prima volta da Mike Davis, attento studioso di sociologia urbana, per descrivere il sistema penale californiano (Città di quarzo, manifestolibri 1991; Geografie della paura, Feltrinelli 1999; Il pianeta degli Slum, Feltrinelli 2006, sono solo alcune delle sue opere tradotte). Lo ricorda Angela Davis in una sua raccolta di saggi, Aboliamo le prigioni?, da poco pubblicata dalla Minimum fax.
Negli Stati uniti l’impresa privata utilizza la manodopera carceraria.
Il vantaggio è notevole: «Niente scioperi né sindacati. Niente indennità di malattia, sussidi di disoccupazione o compensi da pagare ai lavoratori. Le nuove prigioni sono fabbriche cinte da mura. I detenuti immettono dati per la Chevron, ricevono prenotazioni telefoniche per la Twa, costruiscono circuiti stampati, il tutto per un costo molto inferiore a quello della manodopera libera». Qualcosa del genere rischia di accadere anche da noi? Da un buon decennio a questa parte ha fatto breccia nella cultura politica l’idea di un coverimagecoinvolgimento dell’impresa privata all’interno del sistema penitenziario. In parte ciò accade già. Alcuni servizi sono stati esternalizzati per ridurre costi e rendere maggiormente efficienti le prestazioni. Per esempio, in alcuni istituti penitenziari le cucine sono state date in gestione a cooperative sociali di ex detenuti. Nella casa circondariale di Velletri si produce addirittura del vino, il fuggiasco, ricavato da vitigni lavorati con cura da una cooperativa di detenuti. A Rebibbia e san Vittore sono attivi dei call center della Telecom. Niente a che vedere, ancora, con lo sfruttamento che le grandi privates corporation americane fanno della manodopera reclusa. L’idea è quella di favorire l’autoimprenditorialità sociale come uno dei percorsi di recupero e integrazione previsti dalla legge Gozzini, dove il lavoro è ritenuto un passaggio verso l’uscita graduale dal carcere, grazie alle misure alternative (lavoro esterno, semilibertà, affidamento in prova). Anche le condizioni contrattuali rispettano i parametri sindacali minimi previsti all’esterno: contributi, ferie, malattia. Ma la difficoltà di stare sul mercato va lentamente snaturando queste esperienze, risucchiate da logiche molto lontane dai loro presupposti iniziali. La pratica dei subappalti e il controllo del mercato da parte d’imprese più grandi condannano nel tempo queste esperienze locali. Il capitalismo ha le sue leggi.
Tuttavia la costituzione e la legislazione italiana restano, per ora, un ostacolo insuperato per chi vorrebbe privatizzare il sistema penitenziario nel suo complesso. Prima che ciò accada veramente occorre che si realizzi un passaggio concettuale importante: separare la punizione dal suo legame con il reato.
In sostanza che il castigo non sia più legato al delitto ma una diventi tout court una forma di controllo sociale e sfruttamento delle fasce più basse della popolazione. Per certi versi già avviene in alcune limitate circostanze. Basti pensare a come, nell’accidentato percorso terapeutico della tossicodipendenza, la ricaduta nell’uso di sostanze stupefacenti è assimilata alla recidiva penale e non alla fisiologia clinica.
Un altro requisito è l’esplosione dei tassi di carcerazione, la scelta strutturale di fare della penalità, del sistema giudiziario-penitenziario, un asse essenziale delle politiche di governo sociale. I numeri che vedono ormai superata la soglia limite dei 60 mila detenuti, a fronte di una capienza legale di 43 mila, la retorica dilagante sulla certezza della pena, il populismo penale e l’ideologia vittimaria, sono lì a dimostrarlo: siamo già all’interno di questo processo. Tra il 1995-2005 la popolazione carceraria è cresciuta del 22% rispetto alla media europea, mentre la capacità di accoglienza è rimasta pressoché stabile (+5,5%). prison-industry
Il sovraffollamento, l’eccedenza d’esseri umani rinchiusi, è il cavallo di Troia utilizzato per far passare nel nostro paese l’idea che il ricorso ai privati sia una necessità. Fino alla svolta degli anni 80, i flussi penitenziari venivano governati attraverso il ricorso periodico ad amnistie e indulti. Una politica che non suscitava allarmi sociali e non ha mai pregiudicato la sicurezza e l’ordine pubblico. La paura non era ancora uno dei temi essenziali del marketing politico e diffusa era la consapevolezza che la devianza non aveva radici etiche, non era frutto di un male teologico, ma aveva cause socio-economiche che andavano aggredite. Al di là della ovvia repressione, soltanto politiche strutturali potevano ridurne la dimensione. Insomma l’obiettivo non era solo quello di «sbattere dentro», ma d’intervenire sulle radici sociali del crimine.
Poi è arrivata la rivoluzione conservatrice di Reagan, una nuova filosofia della correzione ha avuto il sopravvento anche in Italia e la società è tornata a rinchiudere, incarcerare pezzi di popolazione sempre più ampi. Dietro al sovraffollamento carcerario non c’è un semplice incremento della «devianza sociale», suscitato da quel movimento tellurico che è lo spostamento migratorio di popolazioni verso le zone più ricche del pianeta e dalla precarizzazione strutturale della nuova economia, ma la scelta di fare del carcere uno strumento di governo di questi nuovi flussi. Un fenomeno che ricorda quanto avvenne agli albori del protocapitalismo con le enclosures, le recensioni delle terre coltivabili che spinsero la popolazione delle campagne a cercare fortuna nelle città. Un’improvvisa eccedenza di popolazione che l’immaturità della nuova economia capitalistica non riusciva ad assorbire suscitando l’immensa piaga del vagabondaggio, represso con leggi durissime e l’internamento nelle case-lavoro antesignane della prigione moderna. privatiedprisons
Come sempre accade nella storia d’Italia, le svolte a destra maturano quando al governo c’è la sinistra. Era il 30 gennaio 2001 quando il ministro della Giustizia Piero Fassino, uno dei peggiori assieme a Oliviero Diliberto, dispose la dismissione di 21 carceri e l’individuazione di nuove aree per la costruzione di un modello inedito di prigione, di media sicurezza e trattamento penitenziario qualificato. Progetto che prevedeva l’ingresso dei privati nella costruzione e gestione dei nuovi istituti. Roberto Castelli, il successivo guardasigilli leghista con laurea in ingegneria, non fece altro che raccogliere l’idea. Era il periodo delle cartolarizzazioni e della finanza creativa di Giulio Tremonti. Venne creata la Patrimonio spa, società del governo che doveva raccogliere gli introiti delle dismissioni di Regina Coeli a Roma e San Vittore a Milano, liberando aree urbane centrali che facevano gola alla grande speculazione edilizia. La Dike Aedifica, controllata al 95% dalla Patrimonio, amministrata da Vico Valassi, un amico del ministro, doveva invece coinvolgere i privati. L’operazione però non decollò e della vicenda s’interessò soltanto la magistratura. Con la nomina di Franco Ionta, capo del Dap, a commissario straordinario all’edilizia penitenziaria con poteri speciali, il guardasigilli Angelino Alfano è tornato alla carica. L’obiettivo ora sarebbe quello di costruire carceri di nuova generazione a impianto radiale, edifici concepiti per essere ampliati successivamente. Carceri «leggere» per detenuti in attesa di giudizio. Nuovi edifici modulari costruiti su terreni demaniali con criteri ecocompatibili.
I fondi verranno presi dalla Cassa delle ammende (utilizzata fino ad ora per il reinserimento dei detenuti. Una bella beffa!) e poi si tenterà nuovamente di coinvolgere i privati attraverso il «project financing». Chi costruisce avrà in cambio la gestione dei servizi (mensa, lavanderia, manutenzione) che non sono di competenza esclusiva dello Stato (sicurezza e sanità). Ma poiché tali servizi non sono sufficientemente remunerativi dei capitali investiti, per invogliare il capitale privato il governo ha previsto a titolo di compenso una permuta con i penitenziari situati nei centri storici di alcune città, come Roma, Milano, Palermo, oppure con quelli situati in posti di indubbio valore naturalistico (ma facilmente convertibile in valore turistico) come Pianosa, Procida o Nisida, oltre all’ipotesi di leasing ventennali o trentennali.
La banda del mattone s’appresta a fare soldi a palate.
Ferito alla testa attivista americano: ISRAELE STATO ASSASSINO
Ieri, a Nil’in, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro 400 attivisti palestinesi, israeliani e internazionali che manifestavano pacificamente contro il Muro. Un cittadino statunitense è rimasto gravemente ferito alla testa da un lacrimogeno lanciato dai soldati israeliani. Testimoni locali hanno riferito che il candelotto gli ha provocato uno squarcio nella fronte rendendo visibile la materia cerebrale. L’attivista dell’ISM – International Solidarity Movement – è stato ricoverato in condizioni molto gravi in un ospedale di Tel Aviv. L’uomo si chiama Tristan Anderson, ha 37 anni ed è originario di Oakland, in California. Un attivista che era con lui, Jonathan Polack, ha denunciato all’edizione online di ‘Yediot Ahronot’ come ”non giustificato” l’operato delle forze di sicurezza israelialne, accusate di aver colpito Anderson quando si erano interrotti gli scontri degli attivisti contro i militari occupanti e per di più mentre Anderson era seduto a terra. Altre 4 persone sono state colpite da proiettili di metallo rivestiti di gomma e decine di altre sono state intossicate dai lacrimogeni. La manifestazione nonviolenta di Nil’in è un appuntamento settimanale, avviato da tempo, e, come l’analogo di Bil’in, è molto popolare. Pacifisti internazionali e israeliani si uniscono al corteo di palestinesi che parte ogni venerdì dalla cittadina e si dirigono verso il Muro costruito da Israele per sottrarre nuove terre ai palestinesi.
ANCORA STUPRATORI ITALIANI: e il minimo della pena
Sei anni e otto mesi di reclusione ai danni di un 41enne che avrebbe piu’ volte molestato sessualmente la figlia della convivente. I fatti risalgono al 2004, in un comune del bolognese, quando la ragazzina aveva dodici anni. All’uomo venne trovato materiale pedo-pornografico e anche munizioni detenute illecitamente. Secondo l’accusa l’uomo, che di professione fa il militare, avrebbe toccato la ragazzina costringendola anche a rapporti non completi. Poi lei racconto’ quello che aveva subito ad un amichetto, che a sua volta riferi’ ai genitori e cosi’ partirono le indagini.
MERDE! SEI ANNI E OTTO MESI. E SE ERA RUMENO? MERDE MERDE
MERDE VOI E LE VOSTRE INDAGINI FASULLE, MERDE VOI E I MAGISTRATI.
SEMPRE E SOLO SUL CORPO DELLE DONNE, DEGLI OPPRESSI E DEGLI EMARGINATI.
Gerusalemme Est: costruzioni e demolizioni
INTERESSANTE ARTICOLO COMPARSO POCO FA SU MISNA
“Il governo israeliano utilizza l’espansione degli ‘insediamenti’, la demolizione di abitazioni (palestinesi, ndr) e il muro di separazione che isola la Cisgiordania come mezzi per perseguire l’annessione illegale di Gerusalemme Est”: lo afferma un rapporto confidenziale dell’Unione Europea ottenuto e reso noto dal quotidiano inglese ‘Guardian’. Le politiche israeliane all’interno e nei dintorni di Gerusalemme costituiscono da tempo uno dei principali ostacoli al processo di pace in Medioriente; il documento europeo, redatto nel dicembre scorso, denuncia esplicitamente una politica di demolizioni “illegali in base al diritto internazionali, e che comportano gravi conseguenze sul piano umanitario, oltre a contribuire al diffondersi di sentimenti estremisti”. Si sottolinea che nonostante i palestinesi rappresentino oltre il 34% della popolazione della parte orientale della città, solo tra il 5 e il 10% dei fondi municipali viene utilizzata nelle aree da loro abitate, lasciandole quindi prive di servizi e infrastrutture. “Gli israeliani accordano circa 200
concessioni edilizie all’anno e di conseguenza molte abitazioni sono costruite senza permessi” aggiunge il documento, secondo cui Israele agisce “in violazione della IV Convenzione di Ginevra che vieta a una potenza occupante di estendere la propria giurisdizione ai territori occupati”. Il rapporto, ovviamente respinto da Israele, è stato diffuso nei giorni successivi alla visita compiuta in Medio Oriente dal Segretario di stato americano Hillary Clinton che ha definito “di nessun aiuto al processo di pace” le demolizioni di abitazioni palestinesi; subito prima, a Gerusalemme erano state abbattute due case e altre 88 sono in procinto di essere demolite nel quartiere al Bustan di Silwan. “ Se queste demolizioni verranno effettuate, secondo Luisa Morgantini, vicepresidente del Parlamento europeo si tratterà del più grande progetto di demolizioni sin dall’inizio dell’occupazione israeliana nel 1967, per di più in un’area storica e simbolica di Gerusalemme Est, a meno di 400 metri dalla Moschea di Al-Aqsa e dal Muro del Pianto”. A margine di questa situazione si aggiunge il fatto che Israele è a corto di materiale da costruzione e nel giro di 10 anni, secondo uno studio del governo, potrebbe trovarsi senza più mattoni: “Per ovviare a questo problema i costruttori israeliani, durante la notte, trasferiscono risorse naturali dalla Cisgiordania a proprio beneficio e questo è assolutamente proibito non solo dal diritto internazionale ma anche dalla Suprema corte israeliana” afferma il gruppo israeliano per la difesa dei diritti umani, ‘Yesh Din’, che ha portato il caso davanti a un tribunale e avviato una petizione affinchè Israele interrompa queste attività in Cisgiordania. Secondo l’organizzazione, circa 10 milioni di tonnellate – dei 44 milioni totali di materiale da costruzione ricavato dalle cave presenti in territorio palestinese – vengono attualmente utilizzati per quasi un quarto da Israele.
Notizie da Gaza, Hamas compie diversi arresti
Gaza: razzi verso Israele, Jihad denuncia arresti arbitrari
marzo 10, 2009 di Valentina Perniciaro
Pubblicato in Internationalia
Stamattina poco dopo l’alba, un razzo è caduto su Ashkelon, nel Neghev, senza ferire nessuno né provocare particolari danni.
Il lancio del razzo è stato rivendicato dalle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa.
L’attacco, hanno fatto sapere i responsabili del gruppo armato, è un atto di rappresaglia contro i continui attacchi contro la popolazione di Gaza provenienti da cielo e mare e per la demolizione pianificata dall’esercito israeliano di 88 case a Silwan, vicino Gerusalemme, che hanno causato un migliaio di sfollati.
È di oggi la notizia che a Gaza City alcuni agenti della sicurezza palestinese che fanno riferimento ad Hamas hanno arrestato due miliziani, sembra appartenenti alla Jihad islamica, mentre stavano per lanciare razzi verso il territorio israeliano.
I due sarebbero stati rilasciati poco dopo aver firmato un documento in cui dichiarano che non lanceranno più razzi.
La Jihad denuncia però che almeno altre 10 persone appartenenti alle Falangi di al-Quds, braccio armato della Jihad molto attivo nella zona di Khan Younis, sarebbero state arrestate ieri “in modo arbitrario”. Anche la Jihad islamica, malgrado non abbia mai sottoscritto nessuna tregua con lo stato di Israele, partecipa ai colloqui in corso al Cairo per la riconciliazione inter-palestinese.
Tigri attaccano l’uomo a causa della deforestazione
Indonesia: dopo deforestazione, a Sumatra le tigri attaccano l’uomo
marzo 10, 2009 di Valentina Perniciaro
Pubblicato in Internationalia
Sono già 10 le persone uccise in meno di un mese durante attacchi di tigri ed elefanti nell’isola di Sumatra, in Indonesia.
Il direttore della sezione indonesiana di “Friends of the earth”, Berry Nahdian Forqan, ha difeso tigri ed elefanti, affermando che diventano ogni giorno più pericolosi per gli uomini perché sarebbero stati costretti a cambiare il loro atteggiamento a causa del pesante disboscamento che sta distruggendo i loro
habitat naturali, lasciandoli senza cibo.
Gli ultimi morti registrati erano infatti persone che stavano tagliando alberi senza alcuna autorizzazione: la maggior parte delle vittime è stata sbranata, un altro è stato ritrovato schiacciato e calpestato da un branco di elefanti inferociti.
Per reazione a questi attacchi, sembra essere iniziata una vera e propria guerra alle porte della foresta di Sumatra: il rischio è che a partecipare alla caccia alla tigre ci siano anche bracconieri, attratti dalla possibilità di rivendere le preziosissime pelli degli animali colpiti.
Già tre esemplari sono stati uccisi nella prima battuta di caccia, malgrado la specie sia protetta perché in via di estinzione.
Il Wwf sottolinea come il reale problema sia il disboscamento selvaggio e quasi sempre illegale, che ha distrutto già 12 milioni di ettari di foresta nella sola isola di Sumatra, dove ormai rimangono meno di 500 esemplari di tigre.
DESIDERIO AL POTERE
“La voce del mio desiderio, il mio prezioso desiderio. La mia morale non si fa influenzare dai valori del mondo che mi circonda.
Li ho rifiutati da molto tempo, non ricordo nemmeno da quanto. E’ la mia morale a determinare e imporre le mie azioni, i miei principi sono quelli che mi sono data io. Mi importa solo l’effetto delle mie azioni su di me e sulla mia vita: il mio viso dopo l’amore, la luce nei miei occhi, il mio corpo che torna intero, le parole che mi scaldano e mi fanno nascere delle storie in petto.
Ho capito molto presto cosa volevo: un cervello attivo in un corpo attivo. Lo sapevo persino prima di trovare nei miei adorati testi erotici arabi la conferma dei miei pensieri.
Il Viaggiatore mi ha detto: L’unico uomo che hai conosciuto è tuo marito.
Ha detto: Ti neghi a ogni uomo che ti desidera perchè i tuoi principi morali ti fanno temere la società e il giudizio dell’uomo cui potresti dire di si.
Ha detto: Sono gli strascichi della tua educazione perbenista.
Ha detto: Vivi il tuo “si” come una resa umiliante.
Ha detto: HAi paura che il tuo valore si offuschi agli occhi dell’uomo che hai accettato.
Ha detto: Non sei sufficientemente sicura del tuo corpo per avere il coraggio di metterti nuda davanti ad un uomo.
Ha detto: Rifiuti di fare come la tua amica che dice di sì a ogni uomo, la ritieni una donna facile, una da poco.
Può essere, gli ho detto. Ed ero del tutto cosciente di esser ad anni luce dall’idea che aveva di me.
Può essere, gli ho detto. Per non dirgli: Negare a te il mio corpo non vuol dire negarlo per forza a tutti gli altri.
Può essere, gli ho detto. E mentre gli facevo credere che accettavo le sue conclusioni, avevo la conferma che il mio gioco in società funziona benissimo.
Avevo detto: “Puo’ essere” perché non volevo rivelarmi agli altri. Che cosa potevo dire? Che l’unica autorità che riconosco sono io, è la mia volonta? Non i loro principi, non i loro valori né la tradizione? Non il timore delle malelingue, non la paura del castigo né le fiamme dell’inferno?
Ho un animo poligamo, lo so, come quasi tutte le donne.”
_Salwa al-Neimi
RIVOLTA A VIA CORELLI
RIVOLTA IN CORSO NEL CENTRO DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE DI VIA CORELLI: SEMBRA SCOPPIATA IN PROTESTA AD ALCUNE ESPULSIONE. NON CI SONO MOLTE INFORMAZIONI SE NON CHE CI SONO MIGRANTI SUI TETTI E I COMPAGNI STANNO LANCIANDO L’APPELLO DI ACCORRERE IL PRIMA POSSIBILE.
Scontri tra bande in un carcere messicano
Messico: scontri nel carcere di Ciudad Juárez, decine di vittime
di Valentina Perniciaro, da Internationalia.net
5 marzo 2009
Erano stati quattro giorni di calma a Ciudad Juárez: dall’arrivo di 5000 tra poliziotti e soldati impegnati a rafforzare la lotta contro la criminalità organizzata in una delle città col più alto tasso di criminalità
organizzata del Messico, non si era registrato nessuno morto. Fino a mercoledì quando, secondo fonti del governo dello stato di Chihuahua, è scoppiata una rissa nel carcere della città tra due bande locali, i Los Atzecas e i Mexicles y los Artistas Asesinos, entrambe impegnate nel contrabbando di droga e armi in città e all’interno del penitenziario.
Un prigioniero ha raccontato che alcune delle 20 vittime registrate (tutti detenuti) sono state lanciate dal secondo piano, quello dell’infermeria, dalla banda rivale senza che si potessero difendere. Gli scontri si sono conclusi, dopo sei ore, con l’intervento di 400 militari che hanno attaccato il penitenziario facendovi irruzione con l’aiuto di due elicotteri e un fitto lancio di lacrimogeni. L’esplosione di questa rissa è coincisa con l’annuncio che i militari assumeranno i principali incarichi di pattugliamento, pubblica sicurezza e controllo del transito verso la frontiera con gli Stati Uniti. Modifiche che rientrano in un progetto pilota ordinato dal governo messicano in corso di attuazione per la prima volta proprio a Ciudad Juárez, città più pericolosa del Messico del nord, anche per la sua posizione geografica (è di fronte alla texana El Paso) che l’ha trasformata in fulcro del percorso degli stupefacenti verso gli Stati Uniti, dove si registrano in media sei morti violente al giorno.
REDDITO MINIMO GARANTITO nel LAZIO, bravi compa’
MI SEMBRA IL CASO DI PUBBLICARE IL COMUNICATO STAMPA USCITO IERI SERA, SUBITO DOPO LA NOTIZIA
DELL’APPROVAZIONE DELLA LEGGE REGIONALE PER IL REDDITO MINIMO GARANTITO, DA PARTE DELLA REGIONE LAZIO. UN BEL TRAGUARDO, SOPRATTUTTO PER QUELLE STRUTTURE DI COMPAGNE CHE HANNO IMPIEGATO ANNI DI ENERGIE IN QUESTO PERCORSO E CHE SI VEDONO APPROVARE UNA LEGGE AVANGUARDIA TRA LE REGIONI DI QUESTO PAESE.
PERSONALMENTE NON SONO PIENAMENTE IN SINTONIA CON LA RICHIESTA DI REDDITO MINIMO GARANTITO, NON LA TROVO UNA VITTORIA COSI’ RIVOLUZIONARIA IN QUANTO REPUTO MOLTO PIU’ IMPORTANTE I SUSSIDI DI DISOCCUPAZIONE, I SUSSIDI AGLI AFFITTI CHE UN REDDITO DI CITTADINANZA. MA NON SONO TEMPI IN CUI SI PUO’ ESSER PIGNOLI, ERA SOLO PER PARLARE…
Oggi 4 marzo il Consiglio Regionale del Lazio, sotto la pressione dei movimenti sociali e dei sindacati di base, approva finalmente la
legge regionale per il «reddito minimo garantito». Riteniamo importante questo passaggio come segnale seppur minimo, ma significativo, nella direzione di contrasto della disoccupazione e dei processi di precarizzazione, che con l’acuirsi della crisi cresceranno progressivamente sul nostro territorio. Eppure riteniamo che le risorse stanziate siano irrisorie rispetto alla condizione materiale di migliaia di precari e disoccupati.
Chiediamo quindi fin da ora l’incremento delle risorse messe a disposizione e il relativo allargamento della platea dei beneficiari.
Per questo rilanciamo da subito una mobilitazione che veda nel mese di giugno, in sede di assestamento del bilancio regionale, la ripresa
dell’iniziativa politica e sociale per un significativo allargamento delle risorse.
Dentro questo percorso di mobilitazione faremo sentire la nostra voce nelle giornate del 28 e 29 marzo, quando a Roma si riuniranno i ministri del lavoro aderenti al G14, per contrastare i disegni di un welfare lontano dai bisogni reali di chi la crisi la sta già pagando.
Scenderemo in piazza per continuare a rivendicare l’estensione e la generalizzazione dei diritti sociali a partire dal reddito garantito per tutte e tutti.
Domani, giovedì 5 marzo, alle 18, presso il teatro Volturno di Roma, si terrà l’assemblea cittadina per la costruzione del Comitato romano contro il G14.
Movimenti e sindacati di base contro la precarietà e per il reddito.
Ancora sulla Grecia: molotov in banche e stazioni
Grecia: incendiata una banca ad Atene, molotov su un treno
di Valentina Perniciaro
Internationalia, 4 marzo 2009
L’Ellade è di nuovo colpita da attacchi realizzati da sconosciuti ai danni di banche e ferrovie.
Questa mattina all’alba alcune persone a volto coperto hanno dato fuoco, rompendo un vetro e lanciando una bottiglia incendiaria, a una filiale della Banca del Pireo nel quartiere di Neo Psychiko, una zona centrale di Atene. Non c’è stata nessuna vittima, ma l’incendio ha bruciato per intero la sede e danneggiato seriamente l’edificio.
Sempre oggi i vigili del fuoco hanno lavorato per rimuovere dalla stazione di Kifissia le carcasse delle 6 carrozze della linea elettrica urbana Atene-Pireo, date alle fiamme all’alba del 3 marzo da un gruppo autodenominatosi “Banda delle coscienze”. Secondo le testimonianze confermate dalla polizia, un gruppo di una trentina di persone che indossavano maschere di carnevale, è salito sul treno alla stazione di Patissia e una volta arrivati a Kifissia hanno allontanato alcuni passeggeri spingendoli verso le carrozze più avanti per cospargere di benzina i vagoni appiccando il fuoco con delle molotov. Nessuno è rimasto ferito nell’incendio e la “banda” è riuscita a fuggire facilmente con l’aiuto di alcune auto in attesa fuori dalla stazione.I danni, secondo una prima stima, ammontano a 16 milioni di euro.
In una rivendicazione apparsa in rete ma della quali si sta valutando l’autenticità, il gruppo dichiara che l’azione è una vendetta per l’aggressione subita da Constantina Kuneva, una lavoratrice, attiva sindacalista, della ditta di pulizie impiegata nelle ferrovie urbane. La Kuneva è stata aggredita lo scorso dicembre dopo il suo turno di lavoro con dell’acido e si trova ancora ricoverata in stato critico con pesanti danni agli occhi e agli organi interni.
STUPRO CAFFARELLA: l’indagine crolla, la Questura sbanda
SUI PRESUNTI STUPRATORI DELLA CAFFARELLA
Tratto da Indymedia
Clamoroso colpo di scena nelle indagini sullo stupro della Caffarella. I profili genetici dei due romeni accusati di essere gli autori della rapina del 14 febbraio scorso, sfociata poi in una brutale violenza carnale, non sarebbero sovrapponibili a quelli trovati sul corpo e gli abiti della minorenne vittima dell’aggressione. La notizia resa nota ieri rischia di far crollare il castello accusatorio, un po’ troppo affrettato, messo in piedi dagli uomini della squadra mobile della Capitale diretti da Vittorio Rizzi, tanto più che le analisi sono state condotte nei laboratori della Criminalpol del Tuscolano, dunque fatte in casa.
La procura ha disposto nuovi accertamenti dopo aver appreso i risultati delle prime analisi. La preoccupazione a San Vitale è palpabile. L’ansia è alle stelle e la pressione sui tecnici di laboratorio della scientifica enorme. Se i nuovi esami dovessero confermare quanto già emerso: cioè che il dna di Karol Racz, il bassino descritto con un «naso da pugile» e la pelle scura, arrestato in un campo nomadi di Livorno, non avrebbe «alcuna somiglianza» con il profilo genetico individuato sui tamponi; e se quello dell’altro romeno, il biondino con gli occhi azzurri, Alexandru Isztoika, fermato a Primavalle, continuasse a mantenere soltanto «alcune analogie» con le tracce di liquido seminale ritrovate sulla vittima, saremmo di fronte ad uno sconcertante buco nell’acqua.
Anche perché a moltiplicare dubbi e sospetti sulle modalità e risultati dell’inchiesta sopraggiungono nuovi elementi. Col passar dei giorni, infatti, sono venuti a mancare altri decisivi i riscontri probatori, come la mappatura del traffico telefonico, un’ossessione di Rizzi. I telefonini personali dei due inquisiti, non quelli derubati ai due ragazzi e mai ritrovati, all’ora dello stupro non risultano agganciati ai ripetitori telefonici presenti nella zona della Caffarella. Le tracce rinvenute dicono che quei telefonini si trovavano ognuno in zone di- verse della città. Per chi è convinto della colpevolezza dei due romeni, ovviamente ciò potrebbe spiegarsi con la volontà di precostituirsi un alibi. Ma i due sbandati che vivevano in
una piccolabaraccopoli nella periferia nord di Roma, a ridosso del quartiere del Quartaccio, zona con grossi problemi di disagio e degrado sociale, non sembrano tipo così ingegnosi. E poi bisognerebbe ancora trovare i presunti complici. In ogni caso due coincidenze a discarico sono già troppe per un’inchiesta venduta all’opinione pubblica come un grande successo. «Un lavoro fatto in strada.
Di pura investigazione, d’intuito e senza l’aiuto di supporti tecnici. Un lavoro da veri poliziotti», aveva spiegato raggiante il questore Giuseppe Caruso.
Un intuito forse troppo politicamente in sintonia con i desiderata del sindacoAlemanno e la voglia della città di trovare subito i due mostri. Nell’immediatezza del fatto, il comune avviò subito operazioni di sgombero e controlli in vari insediamenti sul litorale, ad Acilia, Casalotti, Dragona, Ladispoli, Settebagni. Oltre 200 carabinieri furono impiegati in azioni di rastrellamento e identificazione delle comunità Rom.
Decisiva per la cattura dei due romeni era stata la loro rassomiglianza con gli identikit realizzati con la collaborazione della quindicenne aggredita. Arrestato nel pomeriggio del 17 febbraio dagli uomini del commissariato di Primavalle, il ventenne pastore con i capelli biondi era già stato monitorato subito dopo lo stupro del 21 gennaio al Quartaccio. Che su di lui fossero subito caduti i sospetti degli inquirenti lo lascerebbe supporre anche l’apparizione di una sua foto prima dell’arresto su un
free pressdella Capitale. Isztoika confessò la notte successiva ma di fronte al gip, tre giorni dopo, ritrattò ogni cosa asserendo di aver subito in questura pressioni fortissime. Razc ha invece negato tutto e pochi giorni fa quattro persone (dei rom che vivono nel campo di Torrevecchia dove aveva lavorato) si so- no presentate in questura per confermare il suo alibi. Intanto è stato riconosciuto «senza esitazione» dalla donna
violentata in via Andersen. Una identificazione che però potrebbe essere con-
testata a causa dall’inquinamento mediatico dovuto alla diffusione della sua immagine prima della ricognizione con la vittima. Resta, infine, un altro dubbio: inizialmente si era detto che a uno degli autori della violenza mancavano quattro dita. Poi, dopo gli arresti dei due romeni, il monco è scomparso. Troppe imprecisioni per dei mostri annunciati con troppa fretta. «Finalmente non sarò più il nipote di Vincenzo Parisi» (capo della polizia dal 1987 al 1994) aveva detto Vittorio Rizzi nel corso di una trionfale conferenza stampa. Se il dna non dovesse aiutarlo, continuerà ad esserlo ancora per molto tempo.
3 marzo 2009
L’inchiesta sullo stupro alla Caffarella sprofonda. Ieri è stata la giornata della difesa.
I legali dei due romeni accusati della brutale aggressione avvenuta il giorno di san Valentino si sono rivolti al tribunale del riesame per chiedere la revoca dell’arresto. L’istanza verrà esaminata lunedì 9 marzo. Lorenzo La Marca, avvocato di Karl Racz, il romeno arrestato nel campo nomadi di Livorno, ha tenuto una conferenza stampa molto polemica nei confronti degli inquirenti che stanno conducendo l’inchiesta.
«Durante la testimonianza, la ragazza che ha subito lo stupro – ha spiegato il legale – ha individuato una persona diversa dal mio assistito». La Marca è un fiume in piena, e trattiene a fatica la sua indignazione, «se la Procura della Repubblica ha deciso di non indagare quest’altra persona avrà avuto le sue ragioni. Non sono in condizioni di sapere perché non siano state svolte indagini nei confronti delle persone identificate fotograficamente dalle parti offese. Il verbale è chiaro, ci sono nome e cognome e fotografia di un’altra persona». In effetti, sembra che soltanto dopo la chiamata di correo fatta dal connazionale di Racz, il «biondino con gli occhi chiari», la quindicenne abbia cominciato ad indicarlo come l’altro possibile aggressore.
Nella richiesta di scarcerazione il legale ha sottolineato le numerose discordanze presenti nelle circa 400 pagine degli atti depositati in questi giorni. Nell’incartamento mancano ancora le audizioni dei testimoni a discarico, indicati da Racz per confermare il proprio alibi. Nel primo interrogatorio, il romeno aveva indicato il nome di alcuni suoi connazionali con i quali si sarebbe trovato nella parte opposta della città all’ora dell’aggressione. Per quanto riguarda l’esame del Dna che scagiona il suo assistito, il difensore ha sottolineato come l’analisi sia stata molto accurata, utilizzando tamponi, abiti, cicche, fazzoletti, tracce di sangue e impronte digitali trovate sul luogo della violenza e addosso alle vittime. Inoltre l’identikit realizzato sulla base delle indicazioni fornite dalla ragazza, «contiene caratteristiche fisiognomiche diverse da quelle del mio assistito che raggiunge appena il metro e sessanta, è stempiato e non assomiglia assolutamente a un pugile. Mentre lo
stupratore ha altre fattezze, è descritto come una persona alta circa un metro e settantacinque, con capelli scuri e folti e con un viso da pugile». Infine, conclude il penalista, «la coppietta riferisce che gli aggressori comunicavano tra loro in buon italiano, mentre il mio cliente non parla la nostra lingua. Oggi, infatti, ho chiesto al Gip di poter incontrare Racz con un interprete proprio perché non riusciamo a comunicare». Insomma l’inchiesta fa acqua da tutte le parti e colerà a picco se presto non arriveranno novità dai nuovi accertamenti disposti dalla procura, affidati questa volta a un biologo esterno. Bisognerà vigilare perché la difesa non ha i mezzi per designare periti di parte. A mettere ulteriormente in crisi l’impianto accusatorio sono state anche le impronte digitali, non attribuibili agli indagati, rilevate sulle sim card dei telefonini delle vittime e che gli aggressori avevano gettato sul luogo della violenza.
A confortare gli inquirenti resta il riconoscimento molto deciso di Isztoika, fatto dalla quindicenne, e la confessione che questi ha reso in questura durante la notte – a detta della polizia – ricca di dettagli difficili da inventare. Ma il biondino ha ritrattato davanti al Gup sostenendo di aver subito fortissime pressioni e minacce. In questura rispondono che la sua deposizione è videofilmata, tant’è che si sta prendendo in considerazione l’ipotesi di una denuncia per calunnia. Resta tuttavia da chiarire cosa è accaduto prima che Isztoika comparisse davanti al pm. Pare che sia stato per molte ore in mano ai poliziotti romeni chiamati in rinforzo. Insomma, in questura mettono le mani avanti e fanno sapere che i due romeni erano sprovvisti di cellulari, per questo non vi sarebbero tracce nelle celle della Caffarella. In realtà, Isztoika ne possedeva uno ma non l’aveva con sé perché scarico e senza credito.
Resta la sensazione di un’indagine conclusa con troppa fretta, attraversata da un pregiudizio investigativo che ha viziato tutti i passaggi dell’inchiesta. Per giunta, il capo della mobile, Vittorio Rizzi, non è nuovo a errori del genere. Già in passato aveva costruito inchieste sulla base di riconoscimenti fatti da testi suggestionati, fragili, forzati e privi di riscontri fattuali.
L’ansia di successo e una sorta di sudditanza verso i desiderata della politica, in questo caso la pulsione xenofoba della destra contro romeni e comunità Rom, hanno spinto a scovare quelli che alla fine potrebbero risultare soltanto dei facili, troppo facili, capri espiatori.
Delitti imperfetti è il titolo di un libro scritto da Luciano Garofalo, responsabile del Ris di Parma, da cui è stata tratta l’omonima serie televisiva giunta alla sua quinta edizione. Versione nostrana della serie cult americana Csi. «In realtà, nessun delitto è perfetto, c’è sempre una traccia», dice il protagonista. Forse è venuta l’ora di pensare la stessa cosa anche per chi fa le indagini. Nessuna inchiesta è perfetta
4 marzo 2009
Una ronda non fa primavera
Da Padova a Forlì il mercato delle ronde apre la strada alla privatizzazione e politicizzazione della sicurezza
di Paolo Persichetti, Liberazione 1 marzo 2009
dal blog Insorgenze
Dopo l’entrata in vigore del decreto legge sulle ronde, in alte parti d’Italia si assiste ad un proliferare di «associazioni di volontari per la sicurezza», intenzionati a presidiare il territorio con funzioni ausiliarie delle forze dell’ordine.
A Padova, militanti di An e della Lega sono scesi in alcuni quartieri fino a quando hanno trovato la strada sbarrata dai giovani dei centri sociali. Un po’ di sberle e l’intervento della polizia hanno messo fine ad all’iniziativa.
L’indeterminatezza e la prosa allusiva contenuta nel testo varato dal governo lo scorso 25 febbraio hanno lasciato ampio spazio alle interpretazioni più pericolose e così si è immediatamente scatenata la corsa all’accaparramento del mercato politico-mediatico delle ronde. Il testo approvato, infatti, pur dando priorità alle associazioni composte da personale delle forze dell’ordine in congedo, estende il ricorso alla collaborazione con i comuni ad ogni altro tipo di «associazione tra cittadini non armati», purché compaiano in un’apposita lista depositata in prefettura e non usufruiscano di finanziamenti pubblici. Formulazione che sembra aprire al finanziamento privato della vigilanza, sul modello delle «agenzie private di sicurezza» teorizzato dai partigiani dell’ultracapitalismo selvaggio, come lo studioso americano Robert Noizick.
Ritagliato su misura sulle esperienze di vigilanza locale già sperimentate nelle cittadine governate da amministratori leghisti, l’impresa delle ronde è diventata subito un terreno d’accesa competizione per il controllo del territorio tra schiere di leghisti e squadre di An, Storace, Forza nuova e Fiamma tricolore.
A Verona la giunta comunale ha istituito gli «assistenti civici», ad Udine la Lega ha annunciato la creazione di ronde entro il mese. A Milano come a Napoli agiscono da tempo i City angels e i Blue berets. A Torino e Ferrara giovani di An sono scesi in strada, mentre a Trieste Fiamma tricolore sta organizzando ronde intitolate alla memoria di Ettore Muti. A Bologna ci sono state iniziative episodiche di An, Forza nuova e Lega. A Forlì la Lega ha creato delle «ronde civiche». A Roma invece è molto attiva la Destra di Storace che ha sguinsagliato i propri militanti e annunciato la nascita di «ronde rosa» nel quartiere dell’Eur. Il più delle volte si tratta d’effetti d’annuncio, scimmiottamenti mediatici con pettorine colorate di fronte a tv e fotografi, ma la tendenza a strutturare “squadrette”, camuffando un rinnovato squadrismo sotto le vesti delle milizie cittadine volontarie, è ormai avviata, al punto che anche La Russa, il ministro della Difesa che inizialmente aveva dato voce alle perplessità dell’arma dei carabinieri, ora si è detto favorevole. Anche lui prevede che i civili possano far parte dei cosiddetti «pattuglioni», ovvero una militarizzazione del territorio allargato non solo alla presenza di polizia e carabinieri, ma all’esercito, che già sorveglia i semafori, e alla polizia penitenziaria, guardia di finanza, forestale (e perché no anche ai guardiacaccia e guardiapesca?). Un’Italia, insomma, che assomigli sempre più al piazzale di una caserma con adunate e alzabandiera mattutini.
«Riprendiamoci la città» era uno degli slogan che più echeggiava negli anni 70. Lanciato da Lotta continua venne ripreso durante il movimento del 77, dove risuonò come una slavina durante gli enormi cortei. Dietro questa parola d’ordine agiva il protagonismo di soggetti deboli e misconosciuti, la partecipazione irruenta dei senza parola alla vita pubblica contro ogni forma di sfruttamento, sopraffazione, carovita, per un uso pubblico e sociale della città, dove trovassero soddisfazione i bisogni dei cittadini, reddito, trasporti, verde, cultura, spazi di socialità, musica, feste.
Mai il senso delle parole ha potuto segnare la direzione di un’epoca come in questo caso. Ciò che allora voleva indicare la riconquista condivisa dello spazio pubblico, un allargamento della cooperazione e della socializzazione, l’uscita dai ghetti della fabbrica, dei quartieri dormitorio, del privato, ora indica l’esatto opposto.
Oggi a lanciare questo slogan sono le truppe del Carroccio e le squadre della destra che coagulano gli interessi particolaristici dei bottegai, di cittadini blindati nei loro villini a schiera, di lavoratori atterriti dalla crisi economica.
Ma le ronde non fanno primavera.
Cariche e decine di fermi a Bergamo, mentre Forza Nuova sfila tranquilla
Oggi, sabato 28 febbraio, a Bergamo la Questura ha dimostrato quali sono le direttive per la gestione dell’ordine pubblico e del dissenso: i fascisti di forza nuova sono stati fatti sfilare – nonostante non avessero neanche chiesto l’autorizzazione per un corteo – con tutto il loro armamentario da apologia del fascismo e caschi e spranghe bene in vista, mentre le forze dell’ordine hanno attaccato, con scene da mattanza cilena, in maniera deliberata e gratuita i manifestanti che si erano opposti all’apertura della sede di FN. Alla fine della riuscita e determinata manifestazione antifascista il questore ha condotto una vera e propria “caccia all’uomo” verso i manifestanti che si stavano disperdendo, guidando la Celere verso atti brutali nei confronti di chiunque capitasse a tiro, giornalisti compresi: persone prese e sbattute a terra, tenute a terra ad anfibiate, picchiate. Video e fotografie inchiodano le scelte scriteriate e autoritarie del questore Rotondi che ha dato precise indicazioni a celerini e carabinieri di rastrellare – a fine manifestazione – più manifestanti possibili. Chiediamo le immediate dimissioni di un questore che si è dimostrato accondiscendente verso i naziskin e ha disposto il fermo di 60 manifestanti, facendo caricare anche chi fuori dalla questura chiedeva semplicemente informazioni sui fermati. L’apertura di una sede di forza nuova è una vergogna per Bergamo, così come il comportamento della polizia oggi in piazza. Contro il fascismo e i suoi “padrini” [in divisa o seduti in parlamento, tanti sono i legami fra FN Bergamo e Alleanza Nazionale] non un passo indietro. Chiediamo l’immediata liberazione di tutt* i compagn* arrestati e pestati brutalmente dalla polizia.
Antifascisti/e bergamaschi/e
Qui un montaggio video della giornata
e qui una corrispondenza del 4 marzo con Radio Onda Rossa, con un sunto della situazione dopo qualche giorno
STUPRATORI ITALIANI IN LIBERTA’
Questa volta la vittima è romena. Ed è un bimbo di soli 8 anni. 
Stuprato davanti alla sorella poco più grande nel cortile davanti casa, da un italianissimo maiale di 28 anni, ANIELLO GRADITO, a Cicciano, nel napoletano. Pare abbia ripetutamente abusato del bimbo (e forse non solo di lui) mentre veniva lasciato a giocare , affidato ad alcuni vicini, nel cortile mentre i genitori -venditori ambulanti- andavano a lavorare. Una violenza, da quel che dicono gli inquirenti, più che nota nella zona e che si ripeteva da molto tempo.
Ancora italianissimi stupratori a Nola. In tre sono stati arrestati ( Salvatore Mariniello, Aniello Iengo e Mauro Cirullo, tutti di Massa di Somma) ma altri sono indagati per una violenza di gruppo ai danni di una ragazzina di soli 14 anni. Secondo quanto stanno ricostruendo i Carabinieri la ragazza sarebbe stata minacciata e ripresa durante gli stupri con alcuni cellulari. Per costringerla nuovamente a subire uno stupro di gruppo, è stata minacciata con una pistola.
Mentre Davide Buroni, lo stupratore di una ventenne (violenza avvenuta nel dicembre 2007 ) è già in libertà dopo che era stato condannato con rito abbreviato a soli 4 anni e 2 mesi, di cui la buona parte trascorsi agli arresti domiciliari.
SE ERA RUMENO AVEVANO BUTTATO LA CHIAVE, CI AVEVANO MASSACRATO CON LE PRIME PAGINE DI TUTTI I GIORNALI, CON I DECRETI SPECIALI, I LINCIAGGI, LE RONDE.
LO STUPRATORE E’ MASCHIO, LO STUPRATORE HA QUASI SEMPRE LE CHIAVI DI CASA E NON HA PASSAPORTO.
BASTA VIOLENZA SUL CORPO DELLE DONNE, BASTA DEMAGOGIA E RAZZISMO.
L’UNICA RONDA E’ L’AUTODIFESA, E’ LA COLLETTIVITA’, E’ L’AUTODETERMINAZIONE


























































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