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Appuntamento in solidarietà con le Pussy Riot: LIBERTA’ IMMEDIATA!
Un processo politico, surreale ed anche rapido.
Il tribunale di Mosca ha fatto sapere che la sentenza per le 3 componenti della band punk femminile russa sarà il 17 agosto.
Manca poco, e loro non riassaggeranno neanche un millesimo di libertà prima che il verdetto venga letto:
rischiano 3 anni, dei 7 che per loro erano stati richiesti.
Tre anni per una provocazione, tre anni per una performanche contro Putin sul sagrato di una Cattedrale: tre anni di tre giovani donne, tre anni di due mamme, tre anni surreali che se verranno dati da quel tribunale avranno un’eco mondiale.
La solidarietà cresce, cresce a vista d’occhio intorno a Maria Alyokhina, Nadezhda Tolokonnikova e Yekaterina Samutsevich in carcere da più di 5 mesi.
Così anche qui, vicino Roma, domani ci sarà un appuntamento:
dalle ore 18, a Capocotta, Settimo Cielo, un appuntamento per girare un video che verrà poi inviato a Peaches, artista impegnata nel montaggio di video di solidarietà provenienti da ogni dove a sostegno delle Pussy Riot.
Quindi domani in spiaggia: costume, sorriso e passamontagna colorato (usate calze o qualunque tessuto, non di lana magari che poi morite)
LA SOLIDARIETA’ E’ UNA POTENTE ARMA!
FREE PUSSY RIOT
FREE ALL POLITICAL PRISONERS
FREE ALL
Leggi:
– Liberiamo le Pussy Riot
– Roma solidale con le Pussy Riot
– Inizia il processo alle Pussy Riot
Ciao Dario…
La sera del 7 agosto il nostro compagno e amico Dario Simonetti ci ha lasciato, sconfitto da una malattia atroce contro la quale ha combattuto, innamorato della vita, fianco a fianco con la sua compagna Francesca.
Dario come tanti sfruttato, ammalato, invalido, cassaintegrato ed indebitato. Uno dei pochi che non si inginocchia, non si piega, non si arrende, che vuole condividere per resistere, vuole capire per sognare e sorridere, vuole lottare per liberarsi, sfasciare tutto per ricominciare.
Con amore e rabbia, nel gioco e nella lotta. Gustando la vita fino all’ultimo sorso.
Ciao Dario
le tue compagne e i tuoi compagni
Qui il saluto di Salvatore: LEGGI
Avanza pesante il processo alle PussyRiot, oggi sospeso per un allarme bomba
Il processo alle PussyRiot s’è aperto lunedì scorso,
pesante, politico, surreale.
Si parla di una richiesta di 7 anni di carcere, per teppismo aggravato da odio religioso: tre donne, due giovani madri,
una performance sul sagrato di una cattedrale e il carcere già da 5 mesi.
Ieri in aula sono arrivate in ambulanza, 
ridotte non molto bene. Hanno da subito denunciato le condizioni che vivono da quando è iniziato il processo.
Si esce alle 5 di mattina dalla cella della prigione, verso le celle del tribunale…il ritorno non è mai prima delle 23: ma non c’è accesso a cibo nè ad acqua. Hanno dichiarato di non riuscire a sostenere fisicamente il processo in questi termini, ma la risposta -immediata- è stata una puntura di zuccheri e la dichiarazione che ‘ va tutto bene, stanno bene, si può andare avanti’.
Oggi è stato sospeso per un allarme bomba, che poi non è mai stata trovata.
Sarà un lungo processo, al quale le imputate non potranno partecipare a piede libero: il carcere preventivo andrà avanti almeno altri 6 mesi.
Manteniamo alta l’attenzione su questo processo,
processo politico nei confronti di una mobilitazione anti-Putin.
FREE PUSSY RIOT!
FREE ALL POLITICAL PRISONERS!
FREE ALL!
Leggi: Free PussyRiot
Inizia il processo
Strage di Bologna: Pifano smentisce i deliri di Raisi
Daniele Pifano risponde ai deliri di Enzo Raisi, che da tempo ormai tenta di gettare ombra sui compagni per quanto riguarda la bomba a Bologna, di cui domani ricorrerà l’anniversario.
Dopo il tentativo di coinvolgere le formazioni combattenti palestinesi,
Ora ci si prova con l’autonomia operaia e con l’infamante metodologia di tirare in ballo, per di più, un ragazzo che in quella stazione saltò in aria…
Qui per info più dettagliate e comprensibili : LEGGI
RISPOSTA AL COMUNICATO STAMPA DI RAISI DEL 30 LUGLIO ‘12
Ancora una volta l’onorevole Enzo Raisi, personaggio assai equivoco già membro della Commissione Mitrokhin ed attuale ” responsabile immagine di FLI”,spara notizie sensazionali, di grande effetto mediatico…..ma di nessuna rispondenza reale!
Questa volta ha tirato fuori che una delle vittime della bomba alla stazione di Bologna, Mauro Di Vittorio faceva parte dell’Autonomia Operaia, quindi la stessa di Daniele Pifano, quello dei missili dei palestinesi, quindi possibile trasportatore della bomba assassina che avrebbe fatto esplodere per sbaglio o volontariamente .Peccato che né il sottoscritto né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci lo abbiano mai saputo o o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!
Ancora una volta questa gente senza scrupoli usa le vittime di quella terribile strage fascista per tentare a tutti i costi di rifarsi una nuova verginità.
Per quanto mi riguarda ho dato mandato ai miei avvocati di sporgere denuncia contro quest’individuo pur sapendo che si farà scudo dell’immunità parlamentare per non rispondere di calunnie come questa!
31 – 07 – ’12
Daniele Pifano
Chi è Oscar Fioriolli? Biografia di un torturatore
Dal blog di Paolo, INSORGENZE, insieme al quale si combatte per far sì che tutto ciò diventi memoria collettiva,
parte integrante della nostra conoscenza sullo Stato, e i suoi metodi.
Buona lettura
Oscar Fioriolli, non dimenticate mai questo nome. Nella nota diffusa dopo la conferma definitiva delle condanne pronunciata dalla Cassazione contro i vertici investigativi del ministero dell’Interno, il capo della Polizia Antonio Manganelli dichiarava con parole che si volevano rassicuranti per i cittadini :
«Ora, di fronte al giudicato penale, è chiaramente il momento delle scuse. Ai cittadini che hanno subito danni ed anche a quelli che, avendo fiducia nell’Istituzione-Polizia, l’hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza. Per migliorare il proprio operato, a tutela della collettività, nell’ambito di un percorso di revisione critica e di aperto confronto con altre istituzioni, da tempo avviato, la Polizia di Stato ha tra l’altro istituito la Scuola di Formazione per la Tutela dell’Ordine Pubblico al fine di meglio preparare il personale alla gestione di questi difficili compiti. Il tutto per assicurare a questo Paese democrazia, serenità e trasparenza dell’operato delle forze dell’ordine, garantendo il principio del quieto vivere dei cittadini».
A dirigere questa scuola, nata con decreto del capo della Polizia il 24 ottobre 2008 e operativa dal 1° dicembre successivo «con l’obiettivo – come recita il comunicato del ministero degli Interni – di formare personale specializzato capace di intervenire con professionalità in caso di eventi che possono degenerare dal punto di vista dell’ordine pubblico, come manifestazioni, cortei ed eventi pubblici, per garantire ancor meglio la sicurezza di tutta la collettività», è stato chiamato il prefetto Oscar Fioriolli.
Chi è questo grande esperto a cui il capo della Polizia ha attribuito il compito di formare dirigenti, funzionari e agenti di Ps affinché ricorrano a condotte più “professionali” durante manifestazioni, cortei ed eventi pubblici per evitare quanto accaduto a Genova nel 2001?
Fioriolli è stato questore ad Agrigento, Modena, Palermo, Genova (subito dopo il G8) e poi a Napoli. Risulta anche indagato in una inchiesta sugli appalti Finmeccanica condotta dai pm della procura di Napoli e in una indagine portata avanti dalla procura genovese su una strana vicenda di consulenze per auto blindate richieste da un dittatore della Guinea Conakry e rapporti con un faccendiere siriano che gli avrebbe elargito una somma di 50 mila euro. Questi scarni cenni biografici tuttavia ci dicono ancora molto poco del ruolo avuto da un funzionario che è stato nel cuore del dispositivo antiterrorismo del ministero degli Interni in anni cruciali (dalla metà degli anni 70 in poi).
Per conoscere qualcosa di più del suo passato dobbiamo ricorrere alla testimonianza di un suo collega: l’ex commissario della Digos e poi questore Salvatore Genova, che lo descrive (cf. l’Espresso del 6 aprile 2012;vedi anche la testimonianza video) mentre all’ultimo piano della questura di Verona conduce l’interrogatorio di Elisabetta Arcangeli, una sospetta fiancheggiatrice delle Brigate rosse arrestata il 27 gennaio 1982.
«Separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale».
Era in corso il sequestro del generale americano James Lee Dozier, vicecomandante della Fatse (Comando delle Forze armate terrestri alleate per il sud Europa) con sede a Verona, da parte delle Brigate rosse-partito comunista combattente. Sempre secondo la testimonianza fornita da Salvatore Genova, nel corso di una riunione convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci presso la questura di Verona, presenti Improta, il poliziotto cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del gruppo di super investigatori, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e Salvatore Genova, si decise il ricorso alle torture. A svolgere il lavoro sporco venne chiamato insieme alla sua squadretta di esperti “acquaiuoli” (profesionisti del waterboarding, la tortura dell’acqua e sale) Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, funzionario proveniente dalla Digos di Napoli, già responsabile per la Campania dei nuclei antiterrorismo di Santillo, in forza all’Ucigos. 
De Francisci fece capire che l’ordine veniva dall’alto, ben sopra il capo della polizia Coronas. Il semaforo verde giungeva dal vertice politico, dal ministro degli Interni Virginio Rognoni. Via libera alle «maniere forti» che in cambio forniva anche chiare garanzie di copertura. Fu lì che lo Stato decise di cercare Dozier nella vagina di una sospetta brigastista.
Roma – Il giardino dei torturatori tra via dell’Amba Aradam e via della Ferratella in Laterano
Giovanni Coronas, Gaspare De Francisci e Umberto Improta sono morti nel frattempo. Un giardino in ricordo di Improta, capo della squadra di investigatori che praticarono le torture sistematiche impiegate da varie squadre di poliziotti in un arco di tempo che riveste almeno 11 mesi, è sorto non lontano da piazza san Giovanni, a Roma, tra via dell’Amba Aradam e via della Ferratella in Laterano.
Salvatore Genova è in pensione ed è l’unico che ha deciso di raccontare la verità. Nicola Ciocia, il mago del waterboarding, vive nascosto in una casa del Vomero a Napoli. Non ha più il coraggio di uscire di casa, braccato dai fantasmi del suo passato di aguzzino. L’ex guardasigilli Virginio Rognoni mantiene profilo basso, mostra di ricordare con difficoltà sperando di non essere coinvolto nella riapertura del caso; Oscar Fioriolli è invece ancora al suo posto di dirigente della scuola di polizia. Una scelta davvero rasicurante: l’uomo giusto al posto giusto!
Sentito al telefono da Piervittorio Buffa, il giornalista che è riuscito a sfilare organigrammi e nomi degli autori delle torture dalla bocca di Salvatore Genova, che fino ad allora aveva solo denuciato i fatti senza mai indicare i corresponsabili (una prima volta nel 2007 davanti a Matteo Indice del Secolo XIX, poi nel libro di Nicola Rao, Colpo al cuore, Sperling & Kupfer 2011, infine in una puntata di Chi l’ha visto?), Oscar Fioriolli ha rifiutato qualsiasi incontro per chiarire il ruolo avuto in quelle vicende e negato le circostanze riferite da Genova.
Gratteri, Luperi, Calderozzi, Mortola, Ferri, ed altri funzionari sono stati dimessi dai loro incarichi per le loro responsabilità accertatenel tentativo di depistare e coprire il massacro perpetrato all’interno della scuola Diaz.
Oscar Fioriolli, chiamato in causa con una testimonianza dettagliata per il ruolo avuto nelle torture e in una violenza sessuale, praticate durante gli interrogatori contro persone accusate di appartenere alla Brigate rosse, è sempre al suo posto.
Link
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Qui sotto potete leggere l’articolo di Piervittorio Buffa, recentemente pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 20 luglio 2012, che rievoca i passaggi più importanti su questa vicenda.
Quando in Italia si seviziavano i brigatisti. Nel 1982, per liberare il generale Usa James Lee Dozier, la polizia decise di passare alle maniere forti con i primi arrestati. Ma chi diede l’ordine? «venne dall’alto»
di Pier Vittorio Buffa
Il Venerdì di Repubblica, 20 luglio 2012
Roma. «La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe». Salvatore Genova racconta così quello che accadde nella questura di Verona, nella notte tra il 27 e il 28 gennaio 1982. La ragazza è Elisabetta Arcangeli. Il suo compagno è Ruggero Volinia. Salvatore Genova è uno dei poliziotti che guidarono le indagini sul caso James Lee Dozier, il generale americano rapito dalle Brigate rosse il 17 dicembre 1981. Genova sarà arrestato insieme ad alcuni suoi uomini con l’accusa di aver usato violenza su dei terroristi catturati, ma quella notte, in questura, è solo un testimone: conduce l’interrogatorio il suo collega Oscar Fiorolli. 
I poliziotti capiscono che Volinia sta per cedere. «Fu uno dei momenti più vergognosi di quei giorni» dice Genova, «avrei dovuto arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece, caricammo Volinia su una macchina e lo portammo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale e, dopo pochi minuti, parla, ci dice dov’è il generale Dozier».
A coordinare il tutto e a eseguire il trattamento De Tormentis con acqua e sale, una tortura già usata dai francesi e la squadretta nella guerra di Algeria, è una squadretta speciale guidata da un alto funzionario di polizia, Nicola Ciocia e composta da quattro poliziotti chiamati i Quattro dell’Ave Maria. La tecnica è all’apparenza semplice, ma bisogna essere molto esperti per praticarla in modo sicuro ed efficace. D prigioniero è legato a un tavolo, con un tubo gli vengono fatte ingurgitare grandi quantità di acqua e sale che provocano, oltre alla nausea, un forte senso di soffocamento.
Ciocia è in via Caetani a Roma quando, il 9 maggio 1978, viene trovato il corpo di Aldo Moro nella Renault rossa Lo si distingue di spalle, nelle foto, dietro Francesco Cossiga. La sua squadra entra in azione pochi giorni dopo, già con i primi arresti del dopo Moro. All’«acqua e sale» è infatti sottoposto, lo racconta lui stesso nei dettagli, Enrico Triaca, il tipografo delle Br. Ma Ciocia, che Umberto Improta, capo degli investigatori durante il sequestro Dozier, soprannominò dottor De Tormentis, non agì certo di sua iniziativa. Lo si capì già allora, nel 1982, che c’era un piano preciso, venuto dall’alto. Se ne è avuta la conferma ora, a distanza di trent’anni. Ciocia, pur non ammettendo le torture con l’acqua e il sale, ha detto di essere lui il dottor De Tormentis. Salvatore Genova, a sua volta, è stato molto preciso. Ha raccontato della riunione che si tenne in questura a Verona all’indomani del sequestro di Dozier: un via libera all’uso delle maniere forti con terroristi e fiancheggiatori, il timbro ai metodi di Ciocia-De Tormentis.
La riunione fu convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci. Nella stanza c’erano anche Improta, il poliziotto cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del lavoro, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e Salvatore Genova. Ascoltarono De Francisci dire, così ricorda Genova, che l’indagine su quel sequestro era «delicata e importante» e che bisognava fare «bella figura». E dare il via libera all’uso delle maniere forti per risolvere il caso. «Ci guardò uno a uno e con la mano destra» rievoca Genova «indicò verso l’alto. Ordini che vengono dall’alto, spiegò: quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fece sì con la testa e disse che si poteva stare tranquilli, che per noi garantiva lui. Il messaggio era chiaro e, dopo la riunione, cercammo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti? Fu questo che ci dicemmo tra di noi funzionari. E di far male agli arrestati senza lasciare il segno».
Ciocia, con i quattro dell’Ave Maria, arrivò il giorno dopo quella riunione e poi tornò in Veneto negli ultimi giorni del sequestro, quando le indagini portarono ai primi arresti dei fiancheggiatori. E quindi alla necessità di farli parlare. Tutti gli uomini di Improta assistettero alla prima «acqua e sale» di Verona, quella praticata a Nazareno Mantovani, che svenne durante il trattamento.
L’adrenalina scatenata dal successo dell’operazione Dozier (il generale liberato, i brigatisti catturati senza sparare un colpo) e i risultati ottenuti con le tecniche di Ciocia scatenarono lo spirito di emulazione. Nella caserma della Celere di Padova, dove furono portati i terroristi, non si andò tanto per il sottile. Genova e i suoi, infatti, furono arrestati con l’accusa di aver organizzato, tra l’altro, la finta fucilazione del br Cesare Di Lenardo.
In quelle settimane, il ministro dell’Interno Virginio Rognoni disse: «Possiamo respingere, con assoluta fermezza e grande tranquillità di coscienza, l’accusa adombrata in alcune interrogazioni e sicuramente presente in certa campagna di stampa, di avere trasferito la lotta contro il terrorismo su un terreno diverso da quello dell’ordinamento giuridico mediante una pratica sistematica e violenta del rapporto fra Stato e cittadino al momento dell’arresto…».
I giornali ai quali faceva riferimento il ministro erano soprattutto L’Espresso e la Repubblica.
Inizia il processo alle Pussy Riot
Maria Alyokhina, 24anni, Nadezhda Tolokonnikova, 22 e Yekaterina Samutsevich, 29 anni
si trovano private della libertà da marzo, in caracere, malgrado due siano anche mamme di due bimbe molto piccole.
Dopo mesi di carcere preventivo, da oggi si trovano alla sbarra con l’accusa di teppismo mosso da odio religioso, la cui pena prevista è di 7 anni di carcere.
Sette anni, per le componenti della band punk Pussy Riot, che a marzo di quest’anno hanno fatto un blitz performance sul sagrato della Cattedrale di Cristo Salvatore,
una specie di “preghiera punk” alla Vergine Maria che iniziava così “Vergine Maria, madre di dio, liberaci di Putin”.
Troppo blasfemo, troppo dissacrante: è lo stesso patriarca della chiesa ortodossa russa Kirill (il cui potere è esponenzialmente cresciuto nell’era Putin) a chiedere che l’accusa parli di “teppismo” e “odio religioso”, reati da far pagare a peso d’oro in Russia.
Sette anni di carcere, per una brevissima apparizione contro il presidente appena uscito dall’ennesimo successo elettorale ( siamo al terzo mandato): la rielezione sicuramente più contestata dalla popolazione del paese. Centinaia di migliaia di persone infatti si son mobilitate per settimane alla comunicazione dei risultati, con numeri che non si vedevano da decenni nel territorio russo.
Oltretutto il processo ha tutti i presupposti per far immaginare un iter lungo,
che potrebbe vederle ancora totalmente private della libertà e chiuse in cella, visto che è stato deciso da una corte che la loro detenzione preventiva deve durare altri sei mesi.
Sarà difficile spiegarlo alle loro figlie: tutta questa prigionia per un’azione simbolica, che non ha portato al ferimento di alcuno, all’occupazione di nulla, al danneggiamento di qualcosa.
Sette anni di carcere, un anno di carcere preventivo…
così, come se niente fosse…
Difficile ormai stupirsi delle richieste dei giudici.
Se venissero condannate a 7 anni, come richiesto anche a causa delle forti pressioni dello stesso patriarca Kirill, leader della potente chiesa ortodossa russa,
noi italiani forse dovremmo essere i soli,
sul territorio europeo, a non rimanere sconvolti.
Ci son ragazzi che hanno preso condanne simili, dai 3 anni ai 5 e passa, per aver partecipato alla manifestazione del 15 ottobre romana:
condanne date sulla base di fotografie che li vedevano ritratti con delle buste contenenti limoni,
che dimostrerebbero la partecipazione agli scontri.
Ragazzi incensurati oltretutto, che ora andranno a discutere in appello condanne pesanti, surreali, mai viste precedentemente.
I paradigmi penali mutano,
malgrado la nostra capacità di muoverci contro i sempre più pesanti attacchi del capitale sia bassa,
in perenne regressione.
Ce la vogliono far pagar cara, malgrado la nostra poca incisività in tante cose.
PAGHERANNO LORO UN GIORNO.
TUTTO.
FREE PUSSY RIOT
FREE ALL POLITICAL PRISONERS
FREE ALL PRISONERS
DESTROY ALL KIND OF PRISONS!
Leggi:
– Liberiamo le Pussy Riot
– Roma solidale con le Pussy Riot
Le carceri scoppiano: andiamo ad urlarlo al Ministero
Sono oltre 67.000 le persone rinchiuse nelle carceri del nostro Paese in strutture che ne potrebbero contenere al massimo 42.000.
Il maggior sovraffollamento degli ultimi 60 anni. Un record.
Le condizioni di detenzione sono inaccettabili: mancanza di acqua e di igiene, di spazi per attività sportive o semplicemente per muoversi, docce insufficienti, vitto immangiabile, assistenza sanitaria nulla ecc.
Amnesty International le definisce “trattamenti inumani e degradanti” e “tortura”.
Per questi “trattamenti” lo Stato italiano è stato condannato più volte dalla Corte europea di Strasburgo.
Nel 2008 il Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu ha sottoposto il nostro Paese alla Universal Periodical Review, una procedura di revisione periodica riguardante i diritti umani.
Sull’Italia sono state emanate ben 92 raccomandazioni. Eppure si continua a torturare: alla Diaz, come a Bolzaneto e in piazza a Genova nel luglio 2001.
Non si tratta di episodi isolati e straordinari: ma di pratiche ordinarie dello Stato, delle classi dirigenti e delle istituzioni.
Qual è il motivo di questa “grande carcerazione” cosi come definita dagli esperti? In questi ultimi decenni i reati gravi contro le persone sono in diminuzione, e allora?
La risposta è che in un momento in cui l’Europa sta vivendo una delle più grosse crisi economiche, il sistema capitalistico risponde con la repressione e la carcerazione coatta per soffocare la nascita del conflitto sociale dove ogni violazione dell’ordine pubblico deve essere sanzionata. In sostanza il peso di questa crisi è scaricato sulle spalle, già massacrate, dei più poveri, di chi lavora in modo precario, di chi non trova lavoro, di chi con il magro salario non arriva alla terza settimana del mese.
Le carceri italiane non sono piene di potenti corrotti o inquisiti eccellenti, ma di autori di piccole trasgressioni: oltre 25.000 sono condannati a pene inferiori ai 3 anni (e per le leggi italiane dovrebbero trascorrere la sanzione in “misura alternativa” non in carcere).
Negli ultimi decenni sono state create leggi liberticide come la Bossi-Fini, la Fini-Giovanardi, la ex Cirielli sulla recidiva,
che sostenute dalle campagne forcaiole della stampa nostrana hanno alimentato un clima che rende sempre più difficile l’accesso alle misure alternative.
E’ con questa stessa repressione che per una manifestazione si rischiano fino a 15 anni di carcere;
ogni mobilitazione, ogni lotta subisce l’aggressione delle forze dell’ordine e la condanna della magistratura giunge puntuale con pene altissime.
In questo paese la cosiddetta “legalità” considera più grave una manifestazione collettiva per un bisogno negato (lavoro,
casa, sanità, ecc.), piuttosto che l’azione criminale di chi devasta l’ambiente, saccheggia le nostre vite e riduce alla fame e/o uccide.
Le detenute e i detenuti si ribellano, a questo massacro non ci stanno!
Sono decine e decine le carceri in lotta.
Dal sud al nord Italia la protesta si espande: scioperi della fame o del vitto, battiture delle sbarre e sciopero delle lavorazioni.
I detenuti e le detenute chiedono Amnistia, Indulto, accesso rapido alle misure alternative, di uscire dal carcere, di mettere fine a quel sovraffollamento spaventoso che rende, la già dura condizione di chi è privato della libertà, del tutto inaccettabile e invivibile.
Siamo al fianco di chi lotta in carcere e vogliamo fare nostri gli obiettivi di lotta della popolazione detenuta
Sosteniamo e diffondiamo in tutta la città la loro lotta!
Per questo invitiamo tutte e tutti a partecipare a un presidio
Giovedì 2 agosto davanti al Ministero di Giustizia in via Arenula a partire dalle ore 17.00.
LIBERE TUTTE LIBERI TUTTI
compagne e compagni contro il carcere
Domani la Valle marcia ancora…
Dopo la richiesta di sgombero del Campeggio No Tav di Chiomonte da parte di Saitta, presidente della provincia, sono aumentati i controlli personali in val susa riportando una graduale militarizzazione dell’intera valle con frequenti blocchi stradali e perquisizioni di tutte le automobili “sospette”. Ieri sera all’altezza del Belvedere di Susa sono state bloccate, per 3 ore e mezza, le autovetture provenienti da Chiomonte e dirette verso Susa. Tutti i componenti delle auto venivano identificati.
Il blocco stradale ha causato disagio a chi percorreva la statale 24, creando code fra gli automobilisti dovute all’uso dei mezzi della polizia messi di traverso bloccando un’intera corsia della statale. Reparti in tenuta antisommossa, 10 mezzi tra blindati e automobili di Carabinieri e Polizia, hanno illuminato Susa dall’alto fino alle 22:30.
Condanne g8: Alberto è stato tradotto a Perugia
Arriva da poco la notizia che Alberto Funaro, in carcere da dieci giorni a scontare la condanna per devastazione e saccheggio, di Genova2001, è stato trasferito da Rebibbia a Perugia, nella Casa Circondariale di Capanne.
Ce lo allontanano, dalla sua città, dalla sua famiglia,
dal poter ascoltare Radio Onda Rossa, la sua radio.
Per scrivergli ora l’indirizzo è:
Alberto Funaro
Casa Circondariale Capanne
Via Pievaiola 252
06132 Perugia
TUTTI LIBERI!
http://10×100.it
La vita di Matteo: 1936,80 €
Riapro questo blog dopo diversi giorni.
Una settimana di nulla, di azzurro a tutto tondo, di castelli di sabbia e coccole…
quella immediatamente successiva ad una delle più dolorose, con la sentenza di Cassazione per il processo su Devastazione e Saccheggio, che ha visto confermare praticamente tutto l’impianto accusatorio,
ed ha già visto entrare in carcere due compagni,
di cui uno, Fagiolino, pezzo de’ core e de’ radio,
una mamma ristretta ai domiciliari e due che invece hanno preso la montagna, il mare o non so,
scappando alle grinfie arrugginite dello Stato (buona fortuna)
Insomma…giornate intense.
Poi torni a casa, ti catapulti sulla posta per vedere se dal carcere arriva una voce,
apri il computer e…
vedi un altro volto amico comparire su troppe bacheche, ancora una volta.
Ancora una volta Matteo, Matteo Armellini, morto ammazzato dallo sbriciolarsi del palcoscenico che stava contribuendo a costruire, pochi mesi fa.
Di lui abbiamo parlato tante volte su questo blog, perché la morte sul lavoro m’ha sempre lasciato attonita, figuriamoci quella di chi condivideva i corridoi e le ricreazioni, il cortile e i sogni d’adolescenza.
Matteo era un ragno da palcoscenico, un ragazzo esperto e innamorato del suo lavoro, che non ha avuto il minimo scampo,
in quel turno di notte a Reggio Calabria, in preparazione dello show di Laura Pausini.
Matteo è di nuovo sulle bacheche dei social network, perché la sua mamma ha appena ricevuto dall’Inail un assegno, che come dicitura riporta “pratica di infortunio o malattia professionale”…
e la somma è di 1936,80 €.
“E pensare che proprio i cantanti raccontano la vita della gente comune e invece alla fine non sanno neanche tutto ciò che ruota dietro lo showbiz live, l’unica certezza fino ad adesso è che la vita di mio figlio non vale neanche duemila euro”,
ha detto sua madre.
CHE NESSUNO SI SENTA ASSOLTO DA QUESTE MORTI,
NESSUN CANTANTE, NESSUN ARTISTA, NESSUN ORGANIZZATORE DI EVENTI, NESSUN PADRONCINO…
Seguite il blog del Coordinamento autorganizzato dei lavoratori dello spettacolo di Roma.
LEGGI:
Omicidio premeditato
Una lettera aperta a Laura Pausini
The show must go off
Il manifesto del Coordinamento
ASCOLTA: una trx su RadioOndaRossa
Gli ostaggi iniziano ad entrare in cella…ALBERTO LIBERO!
Una sconfitta lunga undici anni, il tuo pugno chiuso che usciva da quella macchina,
mentre girava l’angolo della Questura centrale.
Poi invece il tuo sorriso,
che mentre ci salutava apriva la strada e il cuore a quello che da oggi dovremo affrontare:
il tuo sorriso, quel saluto strappato prima in questura poi davanti alla porta carraia che ti ha mangiato,
ha chiuso definitivamente questa amara sconfitta,
così lunga,
intrisa a litri del sangue di quelle strade, del sangue dal volto di Carlo,
del sangue sui termosifoni e quello trascinato sui muri e sui gradini delle scale,
ed ora anche in gabbia,
avvolta tutto tondo da cemento e ferro, da anfibi e ammasso di corpi prigionieri.
L’ha chiusa con un dolore che io non so descrivere, col tuo sorriso spaventato e forte e le nostre lacrime a litri, implacabili,
di quelle che ti scavano il viso per sempre.
L’ha chiusa per aprirne una tutta nuova, che parte da voi, dai vostri corpi prigionieri, da quanto riusciremo a non farvi sentire soli.
Perché quando abbiamo aperto la campagna 10×100 le parole che ci sono venute a tutt@, spontanee e sanguigne, sono state che Genova non è finita, non può finire in questo modo: non con l’assurdità di questo reato, non con il capro dei capri espiatori.
Questa sentenza ne è la conferma, la prova lampante che non avendo nulla nelle mani si sono accaniti con 25, poi 10, poi 5 …
ed ora già tra le sbarre siete 2.
Cinque. Cinque persone su quei 300.000 che eravamo.
Cinque persone in carcere, per aver mosso gesto contro la proprietà, contro una vetrina, contro un simbolo.
Fino a quindici anni, per quelle loro maledette vetrine, per dei cocci assicurati,
per aver osato affrontare simbolicamente (parliamo di 3 banche su 300) i luoghi del potere finanziario.
Siamo al surreale che diventa realtà, di cemento e ferro.
Siamo agli ostaggi delle cose, corpi prigionieri della proprietà privata, dell’aver osato infrangere i vetri.
Loro possono passare le camionette sui nostri corpi, possono spararci dritto in faccia, possono sequestrarci nelle caserme per torturarci, per strapparci i piercing, per minacciare i nostri corpi di donne di esser violati dai loro manganelli di Stato,
loro possono tutto.
E con il reato di “devastazione e saccheggio”, con questo nuovo paradigma penale che sempre più ci troveremo ad affrontare,
possono anche sequestrarci, strapparci alla vita, alla politica, alla libertà,
per anni infiniti,
nella difesa della “robba”, delle cose, dei vetri che non vanno rotti mai.
Non ti posso pensare lì Fagiolino, non posso pensare quel tuo corpo buono, lungo lungo, che cerca una posizione in branda,
con quella condanna sul groppone. Non posso pensare a quella porta carraia, che già odio di mio, che ora si è presa anche te,
è una sensazione di rabbia e impotenza che fa male ad ogni pezzetto di corpo.
E’ un’ingiustizia, fratello mio, che mai sarebbe dovuta passare sulla tua pelle, portandoti via da tutti noi.
Non ci sarà un secondo di pace, in questo stomaco, finchè sarai lì,
perché ci stai pe’ tutti, Albè, stai lì per tutti noi e non ti lasceremo un secondo.
A te, come agli altri.
ALBERTO LIBERO! TUTTI LIBERI!
Nessuna condanna potra mai fermare le nostre lotte
In ogni caso, nessun rimorso
Segui : 10×100.it
PER SCRIVERE A FAGIOLINO:
Alberto Funaro
Casa Circondariale Capanne
Via Pievaiola 252
06132 Perugia
Oggi, domenica 15 luglio, presidio di solidarietà davanti al carcere di Rebibbia
Radiondarossa invita le compagne e i compagni di Roma a partecipare ad un saluto ad Alberto,
domenica 15 luglio a partire dalle 18 sotto Rebibbia angolo via Majetti.
Per un appuntamento molto partecipato con un microfono aperto alla solidarietà e alla vicinanza ad Alberto e a chiunque si trovi chiuso dentro un carcere.
I mineros e le pallottole di gomma: immagini di una piazza

L’incredibile forza del corteo dei mineros, che in piena notte ha raggiunto Madrid dopo la lunga marcia….

Questa la risposta dello stato poco dopo..
QUANDO PARLATE DI VIOLENZA,
PENSATE AL PORTELLONE DI QUESTO BLINDATO,
PENSATE A LUI CHE ESCE E SPARA IN FACCIA A CHICCESSIA,
PALLETTONI DI GOMMA PERICOLOSISSIMI,
CAPACI DI CREARE LESIONI GRAVISSIME, SOPRATTUTTO AGLI OCCHI.
(Tra i feriti, ieri, da queste pallottole anche una bimba di 11 anni)
In questo sito molte informazioni sull’uso di questi armamenti nelle piazze spagnole:
STOPBALESDEGOMA.ORG
Gli appuntamenti per il 13, giornata della sentenza di cassazione per “Devastazione e saccheggio”
Il 13 luglio la Corte di Cassazione è chiamata ad esprimersi sulla sentenza che condanna 10 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio – con pene che vanno dagli 8 ai 15 anni – per le giornate contro il g8 di genova 2001.
La campagna 10×100 dà appuntamento a tutte e tutti dalle ore 20.00 a Piazza Trilussa per prendere parola sull’esito della sentenza. Facciamo sentire la nostra vicinanza e la nostra solidarietà a dieci persone le cui vite sono sospese, in attesa della decisione di un tribunale. Dieci capri espiatori da colpire per educare chiunque voglia continuare a manifestare dissenso. Dieci condanne esemplari che mirano a intimorire i movimenti e chiunque produca conflitto contro i veri devastatori e saccheggiatori delle nostre vite e dei nostri territori.
Appuntamenti per il 13 luglio:
– ore 10.30 appuntamento davanti alla Cassazione Piazza Cavour per seguire l’udienza
– ore 12.00 Conferenza stampa e consegna delle firme campagna 10×100
– ore 20 Piazza Trilussa (trastevere) per prendere parola sull’esito della sentenza
Nessuna condanna potra mai fermare le nostre lotte
In ogni caso, nessun rimorso
Minatori asturiani: arrivano a Madrid, insieme alle pallottole di gomma
Sono arrivati a Madrid, dopo la lunga marcia, in piena notte, accolti da migliaia di persone.
Tutti i minatori delle Asturie, di Aragona, Castilla y Leon, Castilla-La Mancha e Andalusia, ma anche molti solidali da ogni punto del paese, si son ritrovati oggi nella capitale del potere politico ed economico spagnolo,
per combattere contro la chiusura delle miniere di carbone, unica fonte di reddito per tutta quella zona del paese.
Un taglio del 63% degli aiuti al settore: questo il piano killer del governo che passerà così da 310 a 111 milioni il finanziamento preciso, anche in barba all’accordo strategico precedente firmato tra sindacato e padronato.
Un vero e proprio attentato al lavoro di migliaia e migliaia di persone, tra miniere e indotto,
che infatti stanno difendendo a denti stretti il loro salario, con ogni mezzo a disposizione.
Dall’uso sistematico e continuo dei blocchi stradali, delle barricate, agli scontri senza remore con gli apparati speciali delle forze di sicurezza,
che da settimane militarizzano le regioni ad altra concentrazione mineraria.
Più di 500 autobus, accolti da una grande ovazione della piazza.
L’accoglienza è stata decisamente diversa da parte della polizia che dopo le prime cariche non ha esitato ad usare anche proiettili di gomma;
El Pais parla già di 7 arresti ed una 40ina di feriti, avvenuti quasi tutti su Paseo de la Castellana, grande arteria del centro città, sede del ministero dell’industria, dove è partita la prima sassaiola contro le forze dell’ordine che ha fatto poi partire le cariche della polizia antisommossa.
Ci aggiorniamo tra poco.
SOLIDARIETA’ AI MINATORI SPAGNOLI!
UNA CRONACA DELLA GIORNATA: QUI
PER SEGUIRE LA DIRETTA DALLA PIAZZA: QUI
L’Aquila: le donne del PD vogliono polizia, polizia e ancora polizia.
Se vi sentite pesanti,
se realizzate che l’ultimo pasto effettuato vi ha causato una presenza ingombrante nello stomaco che solo un bel conato di vomito può liberare,
bhè allora, senza recarvi in farmacia,
e completamente gratuito,
potete trovare il comunicato del Coordinamento provinciale donne del Pd, e parliamo di L’Aquila.
Il conato sarà immediato, il vostro stomaco si svuoterà come mai prima d’ora.
Perchè L’Aquila, da secolare città piena di vita e di cultura, dal 6 aprile del 2009 è un tappeto di macerie abbandonate,
è una comunità frammentata in uno spazio incredibile, all’interno di progetti abitativi d’emergenza che hanno completamente scompaginato la vita sociale dell’intera provincia.
Case, aule universitarie, strutture pubbliche, luoghi storici e d’aggregazione: tutto è inesistente da più di tre anni in quella città,
tutto è stato lasciato come il terremoto ha deciso di lasciare.
Il territorio, devastato dal terremoto, invece di aiuti e ricostruzione, ha ricevuto militari, plotoni interi del nostro esercito a pattugliare, a “rendere sicure” le strade della città martoriata;
così sicure che proprio uno di questi omuncoli in divisa mimetica, insieme alla sua serale compagnia, ha lasciato stuprata e in fin di vita una giovanissima studentessa, abbandonata al suo destino, in piena notte, in un bosco ricoperto di neve.
Proprio una dose di sicurezza che L’Aquila necessitava.
Ma torniamo al vostro mal di stomaco, e alla necessità impellente di vomitare,
e quindi al comunicato di queste donzelle aquilane del PD,
“L’Aquila, città “spalmata” per decine di km, ha tra le sue necessità primarie, come dovrebbe essere chiaro a tutti, la sicurezza.
Episodi delinquenziali, fino a qualche anno fa’ del tutto estranei alla nostra città, richiedono una presenza capillare delle Forze dell’Ordine.
Il problema degli aggregati, donne e uomini della Polizia di Stato in servizio all’Aquila, giunti in città a dar manforte ai colleghi già operanti sul territorio, ma il cui numero inesorabilmente si riduce da tempo – perchè non viene loro rinnovato il permesso di restare – è quindi un tema che investe tutti noi; cittadine e cittadini che affrontando tutte le difficoltà e i disagi del post-sisma, qui hanno scelto di restare, investire, vivere. Nonostante sia stata confermata la proroga per 39 agenti fino al prossimo 30 luglio, riteniamo urgente una soluzione che vada ben oltre il brevissimo periodo- e lo stesso sindaco Massimo Cialente, ha investito del problema il Minitro Cancellieri, ritenendo anch’egli la sicurezza un elemento di primaria importanza.Inimmaginabile pensare che poche decine di poliziotti possano garantire presenza adeguata su un territorio così esteso e ciò a rischio della sicurezza sia dei cittadini che degli stessi uomini delle Forze dell’Ordine”
bhè?
Vi sentite meglio?
vomitato tutto tutto?
Io non ho parola alcuna per commentare questo comunicato, che ora hanno intenzione di volantinare per la città e per i moduli abitativi che la circondano.
Spero solo che gli aquilani sappiano cosa si fa in questi casi:
si accetta gentilmente il volantino, alla vista del titolo lo si appallottola,
poi si prende il volto della volantinatrice,
le si apre la bocca e le si infila il volantino tutto giù nel gargarozzo.
Così che, anche loro possano capire cosa si prova con un conato di vomito che ti parte dallo stomaco ed esplode ….
ANDATE A FARE IN CULO, DONNE DEL PD,
VOI E LA VOSTRA SICUREZZA!!
Leggi:
– Uomini di Stato, stupratori in divisa
– Tornano in servizio gli stupratori del 33° Reggimento
–
Asturie: la repressione si abbatte sull’insurrezione dei mineros
La repressione spagnola tenta di abbattersi sulla lotta dei minatori, che più che una lotta in difesa del proprio posto di lavoro e del proprio salario
sembra prendere le forme dell’insurrezione.
Di quelle che non si fermano davanti a nulla.
I blocchi stradali e autostradali vanno avanti da settimane, con una forza impressionante e con una solidarietà diffusa in tutta la provincia autonoma della spagna settentrionale, zona ricca di giacimenti e impianti di estrazione mineraria.
E’ proprio sull’autostrada A-66, all’altezza dei tunnel di El Padrun (che dire, il nome ispira di suo una dinamitarda lotta di classe) che gli scagnozzi dello stato spagnolo, truppe speciali della Guardia Civil, si sono abbattuti sui manifestanti che stavano costruendo una barricata incendiata, una delle tante che rendono impossibili gli spostamenti nella zona.
Il pestaggio è stato compiuto soprattutto su tre minatori, uno dei quali ferito in modo grave e poi lo scontro è andato avanti, fino all’arresto di tre persone, poi rilasciate dopo poche ore.
Anche nelle caserme, nei blindati e nei luoghi di detenzione la repressione spagnola non ha esitato ad abbattersi pesantissima sui manifestanti: dei tre arrestati, uno è stato ricoverato successivamente per le gravi lesioni riportate.
Sono diversi i punti della zona dove le autostrade vengono ripetutamente bloccate, con code e rallentamenti che da mesi ormai hanno variato tempi e spostamenti degli abitanti:
che, ripetono, malgrado i grossi disagi si son sempre rivelati solidali ed uniti alla lotta dei minatori, nelle Asturie come in León e Aragona.
Basta vedere quanti, tra i fermi e gli arresti, appartengano a tutt’altre categorie: dagli studenti ai pensionati, dai dipendenti pubblici ai metalmeccanici.
Venerdì scorso è stata forse la giornata di scontri più pesanti: la contrapposizione tra lavoratori e reparti speciali della Guardia Civil alza il tiro giorno dopo giorno, con una rabbia e una determinazione a noi sconosciute, ormai.
Il territorio poi gioca la sua parte, e la conoscenza dei tunnel permette ai minatori in lotta e ogni tanto in fuga dalla repressione, di sparire e apparire qua e là, come spettri che si aggirano per cunicoli e città:
ormai impossessatisi dei pozzi, i mineros riescono spesso a sfuggire agli arresti entrando nei pozzi che, come quello di San Antonio comunicano direttamente con il centro della città.
Si impara sempre dal passato, e loro tra tunnel ed esplosivi partono già avvantaggiati:
PIENA SOLIDARIETA’ AI MINATORI IN LOTTA!
Leggi: I minatori sardi solidali con quelli delle Asturie
Su questo blog: La rabbia dei minatori sbarca a Madrid
Le ragioni della campagna 10×100: GENOVA NON E’ FINITA
LEGGI E SEGUI: 10×100.it
[…]Che tempi sono questi in cui
Un discorso sugli alberi è quasi un reato
Perché comprende il tacere su così tanti crimini!
Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
Forse non è più raggiungibile per i suoi amici
Che soffrono?
[…] b. brecht, 1939 – “A quelli nati dopo di noi”
Quando abbiamo lanciato la campagna 10×100 non immaginavamo che migliaia di persone sul web avrebbero raccolto questo appello.
Manca una settimana alla sentenza in Cassazione, quando 10 manifestanti, nostri compagne e compagni, vedranno deciso il loro immediato futuro. Se la sentenza di condanna in appello venisse confermata, il carcere diverrebbe la loro realtà quotidiana per i prossimi anni.
Nell’incontro “Costruzione del nemico : criminalizzazione degli indesiderati da Genova ad oggi” abbiamo voluto indagare insieme ad avvocati e attivisti per i diritti civili il peso che certe condanne – politiche – hanno nel ridefinire gli spazi del nostro agire, non solo in quanto attivisti, ma anche come abitanti di questo paese.
Pensiamo ai diversi casi di tortura che avvengono nelle celle delle caserme e delle carceri. Pensiamo alla progressiva sostituzione delle leggi con la decretazione d’urgenza. Ai diversi pacchetti sicurezza prodotti negli ultimi anni. Alla individuazione di siti di interesse strategico senza ascoltare le ragioni delle popolazioni (Val di Susa, discariche, siti per la costruzione delle centrali nucleari). Pensiamo al referendum popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, disatteso e inascoltato. Pensiamo, quindi, all’accanimento con cui hanno perseguito 10 persone condannate per devastazione e saccheggio: un reato figlio del fascismo che
punisce in maniera spropositata reati lievi contro le cose, o la resistenza. Ma soprattutto punisce anche solo la partecipazione, la ”compartecipazione psichica”.
Il messaggio è chiaro, come ha dichiarato anche Antonio Manganelli nella sua relazione del 20 febbraio scorso: non è più importante capire se si commette un delitto o meno, ma che il solo manifestare, il solo scendere in piazza è già un elemento di colpevolezza.
In altri paesi certe dichiarazioni desterebbero scalpore, soprattutto se escono fuori dalla bocca del vicecapo della polizia all’epoca delle manifestazioni contro il G8 di Genova. Siamo però in Italia, e sappiamo che la catena di comando di Genova 2001 ha nel frattempo ottenuto avanzamenti di carriera e siede oggi ai vertici delle forze di polizia e d’intelligence del paese. Sappiamo che la Camera dei Deputati non ha mai voluto aprire una commissione d’inchiesta su quelle vicende. Sappiamo che si è voluto circoscrivere Genova a un enorme problema di ordine pubblico, che andava gestito con tutta la forza necessaria.
Nel suo libro “In marcia con i ribelli” Arundhati Roy torna a raccontare la “guerra ai poveri” condotta dallo stato indiano in difesa dei grandi poteri economici. A noi, che viviamo nella cara vecchia Europa, si dice che dobbiamo sopportare le ricadute pesanti della crisi economica, cercando di ritrovare l’ottimismo.
Se non vogliamo chiamarla anche noi guerra ai poveri è certo che le misure di austerity e le ‘manovre d’estate’ dei diversi stati europei ci renderanno tutte e tutti un po’ più poveri di prima, restringendo poi ulteriormente gli spazi d’espressione e di partecipazione delle e dei cittadini.
Le ragioni di una campagna come questa, dunque, risiedono qui.
Nel ricordare che prendere parola per i 10 condannati per devastazione e saccheggio vuol dire affermare che le vite delle persone valgono più di un oggetto danneggiato durante una manifestazione. Che la solidarietà è un valore opposto e contrario alla solitudine in cui le si vorrebbe lasciare. Non si tratta di decidere se sia giusto o sbagliato, se ci siano metodi più o meno corretti di manifestare. Si tratta, oggi più che mai, di capire che c’è una sfera incedibile si sovranità, che è quella che attiene al dissenso, alla volontà di cambiare le proprie condizioni di vita, di pretendere il meglio per sé e per gli altri.
Per questo diamo appuntamento VENERDI 13 LUGLIO davanti alla Cassazione a Piazza Cavour per le ore 10:30 per una conferenza stampa e a partecipare al presidio indetto.
Inizia il processo ai Notav
Dal sito: notav.info
400 persone bloccano l’incrocio e assediano il Tribunale con “battiture” e solidarietà
Il colpo d’occhio che questa mattina accoglieva i frequentatori del Tribunale di Torino non era certo uno spettacolo consueto. Centinaia di persone (circa 400) hanno obbligato alla chiusura dell’antistante via Giovanni Falcone fin dalle prime ore del mattino per permettere la presenza di tanta gente; bloccco che dopo un’ora è stato esteso, dagli stessi notav, al vicino incrocio col centralissimo corso Vittorio Emanuele (bloccatao per tutta la mattinata). Che è successo?
Al Palagiustizia è iniziato il maxi processo contro i notav: 46 gli imputati per i fatti del 27giugno e del 3 luglio scorsi. Davanti al tribunale il movimento, accorso nei suoi tanti rivoli in sostegno agli imputati. Molte le persone provenienti da fuori città: 2 pulman provenienti dalla Val Susa, banchetti e striscioni a sostegno della lotta, contro il processo in atto. D’impatto la denuncia del Movimento contro le violenze delle forze dell’ordine e squadre speciali, documentate nel dossier Operazione Hunter, distribuito dai banchetti presenti e riprodotto in un mega-striscione di 4 metri (vedi foto sotto) appeso alle inferriate del Tribunale, riproducente le “eroiche” gesta delle forze dell’ordine l’estate scorsa.
La prima udienza preliminare, delle 13 già calendarizzate per tutto il mese di luglio, si è svolta a porte chiuse, con la solo presenza in aula degli imputati no tav, assistiti dal legal team e gli avvocati dell’ accusa, Nella prima prima parte dell’udienza preliminare gli avvocati difensori difesa hanno reso noto i vizi di forma nelle procedure di notifica degli atti, bocciate dal gup Pio perchè considerate inconsistenti. Nella seconda parte dell’udienza hanno preso parola gli avvocati di coloro che si sono costituiti parte civile nel processo, fra questi i vari sindacati di polizia, più l’italcoge e Ltf (Lyon-Turin Ferroviaire) per i danni subiti nelle giornate di un anno fa.
In questa giornata gli imputati hanno colto l’occasione per discutere fra loro, ribadendo l’unità che contraddistingue tutto il Movimento no tav, confermando nella stragrande maggioranza degli imputati (pochissimi hanno deciso per rito abbreviati e patteggiamento) il rito ordinario.
Attesa e scontata l’inamovibilità del Gup che ha rinviato tutt* gli/le imputat* alla prossima udienza, convocata per martedì 10 luglio.
Il movimento c’è, è unito e lo dà a vedere, con buona pace di chi si ostina a presentare questo come un semplice “processo su fatti concreti”, salvo prenotare un’aula di Tribunale per tutto il mese di luglio, “privilegio” riservato in tempi recenti solo al processo Thyssenkrupp e al processo contro le cosche calabresi della ‘ndrangheta che inizia in questi giorni. e poi ci vengonoa dire che non è un processo politico…!
Il movimento però, ha continuato secondo nella sua serena modalità, con blocchi, battiture, interventi, slogan e tutto quel che serve. Intanto il campeggio a Chiomonte continua… e inizia ad arrivare molta gente…
A sarà dura!
Ascolta le dirette dal presidio da: Blackout – Ondadurto
Leggi: inizia il processo NoTav, hanno messo il turbo

Foto di Valentina Perniciaro …stretti stretti come cosa sola…
A poche ore dalle sentenze Diaz e “devastazione e saccheggio”…
A me le sentenze mettono ansia,
anche se non riconosco i loro tribunali,
anche se non mi cambia nulla se su un foglio sia sancita la colpevolezza, tantomeno dello Stato, per qualche litro di sangue lasciato su un muro.
Però la sentenza di cassazione per il massacro della Diaz mi mette ansia,
mi mette ansia perché inevitabilmente metterà la parola fine su questi undici anni di storia,
e di vita nostra.
Ho l’ansia per la sentenza di oggi, perché la sento troppo legata a quella di venerdì prossimo, 13 luglio, quando lo stesso maledetto tribunale metterà la parola fine al processo per “devastazione e saccheggio”.
Una parola fine che per 10 compagni potrebbe (anche il mio uso del condizionale è solo un’illusione) comportare galera, sbarre, blindati, casanza, domandine, colloqui, pacchi…
quante parole saranno costretti ad imparare,
quanta vita perderanno tra quel ferro e quel cemento,
per delle vetrine, per delle banche,
per del vetro spaccato.
Le nostre teste, le nostre vene, le nostre vite invece, quelle non hanno mai contato nulla: sono sempre state il loro pane quotidiano,
dentro le caserme, per le strade, dentro le celle.
Il nostro sangue nutre lo Stato da sempre, quindi inutile pensare che qualcuno possa pagarla, inutile sperare in oggi,
inutile credere che un tribunale possa liberarci dalla violenza gratuita mossa contro di noi quel giorno, come sempre.
In carcere ci vai se rompi qualcosa, se “devasti”, se “saccheggi”…
la proprietà privata, le cose, la “robba”
tutto il resto non conta.
Un dibattito interessante quello dello scorso martedì, organizzato dalla campagna 10×100; interessante vedere la storia di questo reato,
interessante capire come procede la costruzione del nemico, come si adatta il codice penale ( non solo fascista, ma anche pre-fascista) alle lotte esistenti, ai rapporti di forza esistenti (inesistenti, bisognerebbe dire).
Ed io son d’accordo con chi dice che “bisogna di nuovo innamorarsi della parola AMNISTIA, bisogna farla tornare patrimonio del proletariato e del movimento rivoluzionario”…
cavolo se è vero.
Dovremmo lottare per liberare tutti, per liberare tutti coloro che sono entrati (e troppi ne entreranno) in carcere per le lotte sociali,
per la difesa della loro casa, del loro posto di lavoro, del loro diritto al movimento (pensiamo a quanti migranti!),
di qualunque slancio mirato al cambiamento di questa realtà,
alla riappropriazione di tutto quel che desideriamo,
a partire dalla libertà.
Tra dieci giorni il carcere potrebbe abbattersi sui nostri sorrisi come una falce…ed io non posso pensarci.
Abbiamo molto da costruire e da fare, per loro dieci come per gli altri,
tutti gli ultimi della terra privati della propria libertà solo perché hanno alzato la testa,
ognuno con i suoi mezzi, ognuno con le sue parole d’ordine,
ognuno col suo desiderio di abbattere questo stato di cose
e costruire altro.
Ora.
TUTTI LIBERI! 
questa sera appuntamento a Piazza Trilussa a partire dalle 18.30:
Giulia Anania
Adriano Bono (en solo)
Funkallisto 4tet
Rosso Malpelo
Wogiagia
99 Posse Dj set (Marco Messina and JRM)
Incursioni Teatrali del Teatro Valle occupato
Esibizione di artiste e artisti di strada
Laura Riccioli leggerà Artaud
– Per farla finita con il giudizio di Dio-
Daniele Vicari …e altre partecipazioni a sorpresa per i 10 condannati in appello per il reato di devastazione e saccheggio- Perché Genova 2001 non è finita
A Carlo Giuliani: sul suo assassino stupratore, e sui pestaggi di Milano
T’hanno trafitto il volto con il loro piombo incandescente,
Trafitto volto e gioventù sparandoti un colpo da una pistola d’ordinanza,
che dritto dritto è arrivato sul tuo viso.
Quante volte t’ho scritto nel corso di questi anni, undici lunghi anni, Carlo caro…
Tante volte t’ho scritto e parlato, molte altre t’ho urlato col sangue bollente e la voce forte,
Tra migliaia di altri, come avessimo la forza di farti tornare.
Di marciare ancora con te, almeno una volta.
Oggi ti scrivo di nuovo, scrivo di nuovo a te, uno di noi,
Quello che ha pagato più di tutti, quello che è rimasto per terra, destinato a rimanerci.
Ti scrivo perché tra pochi giorni 10 tra i trecentomila che eravamo probabilmente varcheranno la soglia di un carcere:
ti scrivo perché è inimmaginabile pensare che possano far finire Genova e la sua triste storia già vecchia di più di un decennio, tra le sbarre, dentro una cella, per un malloppo d’anni che fa paura anche solo pensarlo.
Ma ti scrivo anche perché sul tuo assassino se ne scoprono sempre di nuove,
su di lui, e su tantissimi suoi colleghi:
una lista di abusi, soprusi, torture e stupri perpetrati continuamente da uomini in divisa,
a busta paga dello Stato, lo stesso che poi carcera noi.
Il tuo assassino, Mario Placanica, ha visto la sbarra di un tribunale uscendone pulito,
il tuo sangue rossissimo non ha sporcato di molto la sua fedina penale..
ma ora è nuovamente alla sbarra.
Per stupro però, per violenza sessuale su una bambina di 11 anni: la denuncia è stata fatta dalla mamma della piccola, ex compagna di Mario Placanica, carabiniere in congedo, assassino di Stato.
Insomma Carlè, la mano che t’ha strappato la vita non è solo quella di un Carabiniere , “fedele nei secoli”,
è anche quella di uno stupratore.
Di uno stupratore di una bimba.
Nient’altro che uno stupratore.
Lo schifo che provo è troppo, alla vigilia della sentenza Diaz e ad una settimana da quella del processo per “devastazione e saccheggio” …
così ti scrivevo così, per sfogo, per rabbia e per amore.
Amore verso chi lotta,
amore verso chi si ribellerà a quelle catene,
amore verso il tuo corpo ucciso,
che mai abbiamo vendicato.
Da Milano invece un’ altra notizia: questa volta la divisa non è color scarafaggio ma puffo,
questa volta la divisa non era indossata, ma i due vigliacchi pestatori di anziani sono uomini di Stato.
Come te sbagli?
Due poliziotti in uscita libera, Davide Sunseri e Federico Spallino, entrambi 24enni, che per divertirsi pestano a sangue un anziano signore,Luigi Vittorino Morneghini, mandandolo all’ospedale con il “volto fracassato” ed una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale. Sulla sua cartella clinica si legge di «un impressionante numero di fratture», tra cui diverse lesioni allo zigomo, al setto nasale, al bulbo oculare e alla mascella, che hanno comportato un «fracasso di faccia» con una «deformazione permanente del viso».
NON PARLATECI DI MELE MARCE,
QUI SON PROPRIO LE RADICI DELL’ALBERO AD ESSERE MARCITE:
ASSASSINI, TORTURATORI E STUPRATORI.
NIENT’ALTRO CHE QUESTO, NELLE STRADE, NELLE CARCERI E NEI CIE,
LA POLIZIA UCCIDE E STUPRA.
Qui il servizio di La7 in cui si vede il pestaggio:
SEGUI IL SITO 10×100.it GENOVA NON E’ FINITA!
A poche ore dalle sentenze….LEGGI
Del Pride,di Israele,di apartheid e di gente senza vergogna
Paro paro riporto quest’articolo dal blog FreePalestine,
perchè ne ero ignata, impegnata nel viaggio contro l’ergastolo al carcere di Santo Stefano (che tra poco cercherò di raccontarvi, ma che ancora non riesco a metabolizzare).
Ignara della polemica, non dei cartelli,
ignara delle parole scritte a riguardo
non ignara dello schifo di paese dove abito.
Siete veramente una vergogna,
e ringrazio la rete che anima il FreePalestine, per queste righe chiare.
BOICOTTA ISRAELE, LIBERA LA PALESTINA.
DISTRUGGI IL SIONISMO, DISTRUGGI IL MURO DI SEPARAZIONE, DISTRUGGI L’APARTHEID!
Portare 2 cartelli al Pride costa un po’ e non parliamo di denaro.
Prima devi fare la scritta e aspettare che la vernice si asciughi, poi devi fare i contorni scegliendo il colore che rende tutto più leggibile.
Il lavoro non è finito, tocca armarsi di cantinelle, sparapunti e cacciavite (se l’avvitatore è scomparso dal magazzino), devi prendere bene le misure e costruire una struttura che possa essere utile per portarli entrambi e agile da trasportare… alla fine bisogna provare ad alzare il tutto: “Oddio regà, è storto, non entra in macchina e con il vento si spacca e vola via!” Si parte verso il concentramento del Pride con quel “coso” che esce dalla macchina, content* comunque di portarcelo dietro.
“Enjoy Stonewall, Smash the Apartheid Wall” – “Boicotta il turismo in Israele” è un cartello fronte/retro che costa più delle scenografie dei mega Tir del Pride e ancora una volta non parliamo di soldi… è un cartello che ci racconta, conferma la nostra scelta di non finanziare l’economia di Israele con il suo progetto coloniale in Palestina e di combattere la propaganda che cercano di costruire anche con il turismo.
Quel cartello è un piccolo strumento di “verità” che sei dispost* a portare lungo tutto il corteo ma che fortunatamente viene “ospitato” dall’unico carro di compagni e compagne presente al Pride già pieno di contenuti: “La nostra identità non è nazionale” e “Genova 2001 non è finita” a sostegno della campagna 10X100.Non useremo in maniera strumentale le dichiarazioni di Anastassia Michaeli, membro del Parlamento israeliano, che due giorni fa ha dichiarato che l’aborto rende le donne lesbiche, in Italia abbiamo centinaia di “Anastassie” di questo tipo.
Non faremo neanche facile ironia sulla gamba di Netanyahu rotta durante una partita organizzata per sponsorizzare il turismo in Israele, mentre lo stesso Stato imprigiona da 3 anni un calciatore della nazionale palestinese senza alcuna accusa, senza alcun processo e senza la possibilità di avere una difesa legale.
Non abbiamo mai detto che Tel Aviv è una città dove gay, lesbiche, trans e queer israeliani vengono perseguitat* o assaltati come nelle strade di Roma, vi abbiamo però raccontato cosa c’è dietro quel “velo pink” che decanta diritti basati sul privilegio, cercando di nascondere le brutalità del progetto coloniale e l’apartheid.
Dal giorno del Pride di Tel Aviv continua a circolare la frase “Fieri di essere gay, anche in uniforme” che accompagna la celebre foto di due militari israeliani che si stringono la mano camminando. Il “fascino della divisa” è sempre stato un orgoglio nazionale e non si tratta di gusti quando in noi suscita il totale disprezzo.
Ci occupiamo da tempo di documentare tutte le violenze disumane dell’esercito sionista, combattiamo la militarizzazione dei nostri territori e il controllo sulle nostre vite, disprezziamo l’ordine gerarchico di qualsiasi bandiera. Come possiamo parlare di una grande conquista di diritti se, come ormai noto, in Israele il servizio militare è obbligatorio per tutt* e chi non è fiero di quella divisa e rifiuta con dignità di fare il servizio militare per uno Stato assassino viene incarcerat*?Non amiamo rispondere ad accuse infamanti che si basano su profonda ignoranza (che vorremmo tanto fosse involontaria) ma, se il cartello portato al Pride ha costretto celebri difensori del colonialismo di Israele a prendere parola, vorremmo almeno dare qualche suggerimento per la prossima volta:
– La campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) non è contro le persone o la popolazione ma contro responsabili e complici del colonialismo sionista e dell’apartheid. Possibile che leggete solo i manuali di propaganda e non vi accorgete che ci sono israeliani che portano avanti la campagna vivendo in Israele?
– La prossima volta che vi troverete a difendere lo Stato di Israele farneticando o sarete costrett* a sponsorizzare il turismo, vi consigliamo un tour molto “friendly” a Gush Etzion (complesso coloniale di Israele) : qui potrete imparare nel vero spirito sionista ad ammazzare la gente in sole 2 ore di corso aperte anche ai più piccini… ovviamente se preferite utilizzare il fosforo bianco e uccidere 1443 persone (di cui 430 bambin*) e ferirne altre 5000 in soli 22 giorni, quando pagherete il corso verrà applicato uno sconto!
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Ai pennivendoli che sono andati appositamente a cercare le dichiarazioni infamanti e false resta solo il ruolo di sciacalli. Avete dimenticato di riportare “Enjoy Stonewall” perchè quando vogliamo tutto, noi non chiediamo niente, lottiamo per prendercelo. Le spiegazioni potevate chiederle a noi, abbiamo una lunga lista di motivi per boicottare Israele e un trafiletto al giorno per 10 anni di seguito non basterebbe.
Content* che i 2 cartelli abbiano retto bene fino in fondo…
La nostra identità non è nazionale!
Boicottiamo Israele e rifiutiamo l’Apartheid!
La “linea” del vostro Pride NON E’ IN NOSTRO NOME! NON USATE I NOSTRI CORPI!
Stop occupation, FREE PALESTINE!
Su uno sfratto torinese: all cops are BASTARD, altro che “pecorelle”.
Questa è Torino.
Questo è il nostro paese.
Questo continuerà ad essere il nostro paese se non impariamo a vivere,
a difenderci, a pretendere altro nella nostra vita e strapparglielo via.
Queste due fotografie sono state scattate questa mattina e circolano in rete grazie al CSOA Gabrio, che faceva parte del presidio antisfratto duramente attaccato oggi.
Dalle 7 di mattina Corso Cosenza è stato incaso da diverse camionette e molti agenti della Digos:
il tentativo di sfratto s’è fatto subito violento. Manganellate, spintoni e calci,
per arrivare a sfrattare Hedia, suo marito e i suoi bambini.
LA DIGNITA’ NON SI SFRATTA.
LE NOSTRE VITE NON SI MANGANELLANO.
PAGHERETE CARO.
“Non è un tipo che si fa ingabbiare. E’ un fatto di appartenenza”
Queste righe appaiono come commento in un post sul sito Wuming ( e poi sul sito 10×100.it), dedicato alla campagna GENOVA NON E’ FINITA 10×100 ANNI DI CARCERE,
nata pochi giorni fa in attesa delle sentenze di Cassazione del processo per “devastazione e saccheggio” in cui sono imputati 10 persone, delle centinaia di migliaia che eravamo nelle giornate del G8 di Genova, nel luglio del 2001.
Belle.
E non posso non girarle in questo blog, che ha come sua unica dea la libertà…
e come peggior nemico il ferro e il cemento delle celle, qualunque cella.
TUTTI LIBERI!
FIRMATE L’APPELLO sul sito 10×100.it
Abbiamo fatto le elementari insieme. Il nostro maestro, che era compagno, rivisto tanti anni dopo mi disse che era contento che almeno io fossi diventato un “marxiano”. Mi ricordo di avergli risposto che anche Luca era “venuto su bene”: era diventato un devastatore-saccheggiatore, in quel momento era agli arresti domiciliari per gli scontri di Genova.
Ci eravamo ritrovati da ragazzini, agli scout (e non c’è niente da ridere). Abbiamo combinato un bel po’ di disastri agli scout; una notte siamo scappati dalle tende per fare i pirla in giro, abbiamo anche comprato del pessimo vino dell’Oltrepo. Sono arrivati dei giovinastri di paese in macchina, sono scesi e ci hanno tirato un pugno in faccia a testa. Senza nessunissimo motivo, solo perché eravamo dei boy-scout quattordicenni ubriachi! Attiravamo guai come calamite.
Uscivamo spesso in due. Lui, figlio di proletari e “col culo per strada”, era un anarchico istintivo, io, secchione atipico e nipote di partigiano, un comunista genetico. Io l’ho portato alle manifestazioni, lui mi ha introdotto nel fantastico mondo dell’illegalità adolescenziale.
Lui era avanti con le ragazze, io decisamente indietro. Quando mi sono messo alla pari, ci siamo persi di vista. Ho smesso di bazzicare la sottocultura hip-hop in cui eravamo entrati insieme, ma in cui lui si era trovato subito a suo agio mentre io ero fuori posto come uno scout ad un rave. I suoi tag li trovi ancora dappertutto a Pavia; io ho visto la prima volta che ha scritto quelle tre lettere su un muro.
Io sono diventato un militante che fa le riunioni e scrive troppo, lui un randagio che va quando si deve, mosso da ragionamenti e obiettivi suoi. E poi, lui odia la polizia, da sempre – “è un fatto di appartenenza”.
A Genova non l’ho visto. Forse oggi non tutti lo sanno o lo ricordano, ma eravamo così tanti che potevi stare giorni nella stessa città e negli stessi cortei senza mai incontrarti. Poi, io sono per resistere o arretrare ordinatamente quando la polizia attacca; lui è per rispondere.
Ha scritto una lunga lettera al giornale locale quando era ai domiciliari. Raccontava che era a piazza Alimonda, che ha visto come è andata, che forse per quello si sono accaniti su di lui: il PM ha chiesto più di un decennio. Ricordo un passaggio della lettera, diceva più o meno così: “Se dopo ore di manganellate e cariche e lacrimogeni, i carabinieri lasciano una jeep indifesa e io le do fuoco, non è una questione politica: è una questione di carattere”. È un fatto di appartenenza.
Sono andato a trovarlo, nell’appartamento della madre, un appartamento da operaia, dove era segregato. Sembrava di essere ad una di quelle feste che facevamo da teenager, chiusi in otto in una stanza di una casa senza adulti, a sciupare i pomeriggi e a bere superalcoolici. Ma avevamo più di vent’anni e sua madre era a casa.
Ora rischia 10 anni. Secondo me non è innocente, in una penisola dove i torturatori sono sottosegretari non so bene come si possa parlare di merito o colpa.
Cosa fa adesso? Lo so ma non ve lo dico. Quel che so e che vi dico è cosa non può, non deve fare per i prossimi dieci anni: stare chiuso in una stanza di prigione. Non è il tipo che si fa ingabbiare. È un fatto di appartenenza.

– A Carlo Giuliani, al suo assassino stupratore
– “Non è un tipo che si fa ingabbiare”
– Dieci, Nessuno, Trecentomila
– Genova, dieci anni dopo
– La vergogna di Strasburgo
– Quel passo in più
– A Carlo
Operai a Basiano: dopo le botte la galera!
Tre giorni fa un presidio di operai a Basiano, in provincia di Milano, si è trasformato in una mattanza.
L’attacco di polizia e carabinieri sul presidio che difendeva 90 posti di lavoro è stato di una violenza bieca, che ho raccontato in questa pagina, e che ha portato al coma per qualche ora di uno dei feriti, allo spezzamento di femori e così via.
Avevamo parlato di 20 fermi (ovviamente tutti feriti) da parte delle forze dell’ordine, che avevano tutte le possibilità di trasformarsi in arresti: già si sono svolte 11 udienze per direttissima e stamattina ci saranno le altre 9.
Fino a questo momento è stato confermato il fermo di tutti: 6 persone verranno scarcerate ( 1 privo di misure cautelari, 3 con obbligo di firma, 2 con obbligo di dimora nel comune di residenza).
Poi ci sono 3 richieste di arresti domiciliari e 2 di carcerazione (entrambi delegati del SI.Cobas) ..
così, come se niente fosse.
Questo sabato gli operai scenderanno nuovamente in piazza, per mostrare la loro totale solidarietà con i colleghi colpiti e per mandare avanti una battaglia che hanno tentato di sedare a mano armata, e brandendo manette.
LA LOTTA DI CLASSE NON SI CHIUDE IN CELLA ,
NON VI ILLUDETE.
SOLIDARIETA’ TOTALE AGLI OPERAI COLPITI DA BOTTE E CARCERE.
LEGGI: Le manganellate a Basiano
Solidarietà a Lander Fernandez Arrinda : concessi i domiciliari

AGGIORNAMENTO ORE 11.45: CONCESSI i DOMICILIARI A LANDER!
EVVIVA!
annullato il presidio di Sabato pomeriggio a regina coeli!
BENE!!!
Questa mattina alle ore 9.30 presso la quarta sezione della corte d’appello, città giudiziaria di piazzale clodio ci sarà l’udienza per la convalida dell’arresto di Lander.
Intanto, per rompere il muro dell’isolamento, il solo mezzo è inviare telegrammi:
Lander Fernandez Arrinda
Via della Lungara 29
00165 Roma
LANDER ASKATU!
Segui: Un Caso Basco a Roma
Il buongiorno degli incappucciati: LANDER LIBERO!
Solamente ieri ho avuto nelle mani questo volantino,
e pensare che nemmeno venti ore dopo la persona che me l’ha dato è stato preso dal suo letto da uomini incappucciati scesi da cinque macchine del ministero dell’interno italiano mi lascia sgomenta.
Pistola alla mano e passamontagna calato, la Digos si è presentata così alle prime ore del mattino, a prelevare Lander ( attivista basco da un anno residente a Roma) dal letto della stanza, nell’occupazione di Garbatella dove abita.
La conferenza stampa, davanti alla questura di Roma in via Genova si sta svolgendo in questi minuti,
anche in diretta dai microfoni di Radio Onda Rossa, che proprio due giorni fa aveva raccontato la storia di Lander in una trasmissione.
Diversi i compagni immediatamente accorsi per cercar di capire la situazione.
A questo indirizzo diverso materiale sul suo caso,
Un Caso Basco A Roma
A breve aggiornamenti.
LANDER ASKATU!

APPELLO PER LA LIBERAZIONE DI LANDER FERNANDEZ
Ci appelliamo alle forze politiche e sociali democratiche italiane per richiedere l’immediata scarcerazione di Lander Fernandez, attivista basco arrestato questa mattina a Roma, dopo un anno di domicilio pubblico continuato nella Capitale.
Segue descrizione dell’accaduto e il riferimento al blog in costante aggiornamento.
Mercoledì 13 giugno, verso le 8:30 di mattina, Lander Fernandez è stato arrestato con una spropositata operazione di polizia: circa 20 agenti della digos romana, coperti da passamontagna e armati di pistola, lo hanno prelevato dalla sua abitazione, portato in Questura e in seguito tradotto nel carcere di Regina Coeli. Su di lui pesa un mandato di cattura internazionale spiccato dal governo spagnolo.
E’ evidente che si tratta dell’ennesima operazione politica, volta a colpire coloro che si battono per i diritti sociali e politici del popolo basco; l’arresto di Lander si verifica in una fase di grande avanzamento del processo di pace sostenuto da personalità e organizzazioni internazionali. Rigettiamo con forza tutte le accuse mosse nei confronti di Lander, poichè viveva a Roma da circa un anno alla luce del sole e senza nascondersi.
Denunciamo inoltre la persecuzione a cui è sottoposto già da qualche anno, da parte delle forze di polizia basche e spagnole. Lander infatti è stato oggetto di un sequestro nella sua città natale e di pedinamenti sia in Italia che nello stato spagnolo.
Chiediamo che:
– sia immediatamente scarcerato e che cada la folle accusa di appartenenza a ETA;
– che i media italiani non si appiattiscano sul processo mediatico che è già iniziato in Spagna, e che informino in modo serio e corretto;
– che lo Stato italiano non sia subalterno alla legislazione speciale spagnola, che è in contrapposizione con le nostre norme costituzionali;
– che le forze che nel nostro Paese si battono per il rispetto dei diritti umani promuovano e si facciano carico del processo di pace nei Paesi Baschi come richiesto, tra l’altro, da Kofi Annan, Gerry Adams e altri mediatori internazionali con la Dichiarazione di Aiete.
Basiano (MI): manganellate, femori rotti e fermi sui lavoratori in lotta
Qualcuno inizia ad alzare la testa,
a non accettare di tornare a casa, di farsi licenziare senza alzare la voce, senza ribellarsi, senza fargliela almeno sudare un po’ questa sopraffazione costante, continuata, indegna.
Siamo nel milanese, a Basiano, davanti ai cancelli dei capannoni della Gartico Scarl…
e le immagini parlano chiaro, malgrado le parole delle agenzie stampa riportino come sempre quel che vogliono, con il loro lessico non più sopportabile,
con quel distacco colpevole e accusatore.
E’ diverso tempo che un centinaio di lavoratori sta lottando per difendere il proprio posto di lavoro, con un presidio permanente in opposizione alla decisione dell’azienda di cambiare cooperativa per il servizio di facchinaggio:
a cercare qua e là un po’ di notizie sull’Alma Group di Peschiera Borromeo sembra palese che questo cambiamento e quindi la decisione successiva di 89 licenziamenti sia dovuta proprio alle proteste che i lavoratori portavano avanti contro delle condizioni di lavoro insostenibile.
E quindi tutti a casa.
E se ti ribelli a questo, con un presidio permanente davanti ai cancelli del posto di lavoro che t’ha sbattuto la porta in faccia la risposta successiva, arrivata puntuale questa mattina,
sarà l’arrivo dello Stato, dei suoi plotoni, di lacrimogeni e manganelli.
26, ventisei feriti
18, diciotto lavoratori fermati.
10 ambulanze,
4 auto mediche
2 gambe spezzate, dai lacrimogeni sparati a brevissima distanza.
Anche qualche carabiniere tra i feriti e un blindato danneggiato dal lancio d’oggetti: la sola notizia consolante,
che ci lascia aperta la speranza (aaaah che brutta parola) che ci sia ancora la forza, la possibilità e magari anche la capacità di difendere il proprio diritto alla vita e al futuro,
il diritto di non esser sfruttati,
il diritto di non dover sempre chinar la testa,
il diritto di alzarla ogni tanto,
alla faccia dei manganelli, dei padroni, dei plotoni.
SOLIDARIETA’ AI LAVORATORI FERITI.
RILASCIO IMMEDIATO DI TUTTI I LAVORATORI FERMATI.
LE LOTTE NON SI ARRESTANO.
GENOVA NON E’ FINITA: Conferenza Stampa a Palazzo di Giustizia
CONFERENZA STAMPA
di presentazione della campagna
GENOVA 2001 NON È FINITA.
10X100 ANNI DI CARCERE
Martedì 12 giugno – ore 14
Roma, Palazzo di Giustizia – Piazza Cavour
In occasione dell’udienza della Corte di Cassazione per il processo relativo alle violenze perpetrate nella Scuola Diaz a danno dei manifestanti durante il G8 di Genova 2001,
si terrà una conferenza stampa di presentazione della campagna
“Genova 2001 non è finita 10×100 anni di carcere”.
La Campagna chiede l’annullamento della condanna
per devastazione e saccheggio per tutti gli attivisti e le attiviste
imputati che hanno preso parte a quelle giornate.
Interverrano
Laura Tartarini e Francesco Romeo
Avvocati del Legal Team Europe
Due attivisti della campagna
Sarà presente
Carlo Bachschmidt, regista del film documentario Black block,
in competizione nella sezione Controcampo italiano alla
68esima Mostra del Cinema di Venezia e al Festival del Cinema di Berlino.
Sito della Campagna
www.10×100.it
Per informazioni alla Stampa
Cell. 338 80 25 313
Cell. 340 80 71 544
Ore 21.00
nella piazza del mercato di San Lorenzo
proiezione di: LA PROVVISTA di Carlo A. Bachschmidt
sul blitz alla scuola Diaz, interviene il regista
GENOVA NON E’ FINITA: 10 – NESSUNO – 300.000
Nel luglio del 2001 ci recammo a Genova in 300 mila per gridare ai potenti del G8 “un altro mondo è possibile”.
Un mondo dove le scelte politiche non fossero dettate dalle banche e dagli speculatori e dove la voce dei molti non fosse azzittita dall’arroganza dei pochi. Arrivammo in una Genova blindata, sbarrata dalle inferriate, dove neppure gli abitanti potevano circolare senza permesso. In 300 mila invademmo le strade con i nostri bisogni e desideri. E con le idee ben chiare che quel modello di sviluppo capitalistico non ci andava bene; ci trovammo di fronte un potere armato che aveva preparato una gestione di piazza sanguinaria, culminata con l’omicidio di Carlo Giuliani. Lo stesso potere che costruiva le false prove per l’irruzione alla scuola Diaz e allestiva la camera di tortura di Bolzaneto.
Oggi dopo 11 anni, c’è chi vorrebbe che di quelle giornate rimanessero solo delle sentenze dei tribunali: l’assoluzione per lo Stato e i suoi apparati e la condanna di 10 persone accusate di devastazione e saccheggio. 10 persone a cui vorrebbero far pagare il conto, con 100 anni di carcere, per aver disturbato i piani dei potenti della terra. Un reato che prevede condanne dagli otto ai quindici anni e che risale al Codice Rocco, emanato durante il regime fascista ed usato contro chi si opponeva alla dittatura. E’ così che oggi la magistratura lo applica con lo stesso intento.
Ma chi sono i veri devastatori e saccheggiatori?
A 11 anni di distanza possiamo dire che allora avevamo ragione. Quel potere che si riuniva per decidere le sorti del mondo ha mostrato in questi anni quali fossero i suoi reali progetti: la globalizzazione secondo i dettami del neoliberismo, la devastazione e messa a profitto dei territori e l’accaparramento delle risorse (acqua, petrolio, sementi), il saccheggio delle nostre vite, le politiche di austerity che ci impoveriscono sempre di più, le truppe di occupazione nel nostro paese e in giro nel mondo. Mentre a pagare è sempre chi lotta dalle parte delle classi più deboli, gli organizzatori e gli esecutori dei massacri di Genova non solo non sono riconosciuti come responsabili ma vengono addirittura premiati. Ce lo dimostra anche la recente nomina a sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti, di Gianni De Gennaro capo della polizia all’epoca del G8 di Genova .
Rimandiamo indietro ai veri devastatori e saccheggiatori le condanne che vogliono infliggerci.
Lanciamo questo appello a tutti e tutte, alle e ai 300 mila che erano in piazza a Genova in quel luglio del 2001 e a quelle migliaia che non hanno smesso di lottare (sognare), per aprire da qui al prossimo 13 luglio, giorno dell’udienza in Cassazione per i compagni condannati per devastazione e saccheggio, una campagna che ponga l’accento su quanto sia politica la scelta discrezionale della magistratura di ricorrere al reato di devastazione e saccheggio. Una campagna che non permetta che siano dieci capri espiatori a pagare per lotte che appartengono a tutti e tutte e che sappia costruire momenti di solidarietà e vicinanza. Una campagna comunicativa che utilizzi diversi strumenti e che sappia coinvolgere tutta la società in una battaglia di libertà.
Invitiamo il movimento tutto, le compagne e i compagni che da tutto il mondo animarono quelle giornate di Genova ad aderire alla campagna e muoversi muoversi su questi temi da qui alla data del 13 luglio.
La campagna verrà lanciata il 12 giugno
con una conferenza stampa presso la Cassazione
a Piazza Cavour ore 14
A questo LINK il redazionale di Radio Onda Rossa con l’avvocato Francesco Romeo sulle cassazioni e sul reato di “devastazione e saccheggio”
Inizia il processo ai NOTAV: hanno inserito il turbo
Caselli atto primo:
a due giorni dalla riconferma a capo del palagiustizia di Torino nonostante lo sformanento di età ecco la prima sorpresa (poi neanche troppo sorpresa) del programmino punitivo del noto magistrato. 
46 rinvii a giudizio su 46,
questa la allarmante verità che emerge dagli atti presentati questa mattina ai legali del movimento no tav.
Le accuse sono tutte confermate e così i no tav indagati si dovranno presentare, dalle loro dimore di restrizione e per quattro ancora dal carcere in aula ad inizio luglio per l’udienza preliminare. Ma le sorprese non finiscono qui ed ecco allora spuntare il calendario delle udienze vere e proprie, palagiustizia blindato e prenotato per tutte le settimane centrali del mese di luglio escluse le domeniche e i sabati.
Si chiama procedura d’urgenza ed è stata adottata in pochi casi di estrema importanza, ultimo quello del processo minotauro per le infiltrazioni mafiose nel nord Italia (ovviamente dopo aver messo al sicuro e fuori inchiesta i politici istituzionali piemontesi che spuntavano nei primi incartamenti). Ma di quale urgenza stiamo parlando in questo caso?
Urgenza movimento no tav, sì perchè il 26 luglio scadono i termini per la custodia cautelare, passati i sei mesi finalmente gli imputati in attesa di giudizio sarebbero tornati liberi. E invece no, pur di mantenere vivo un procedimento che cadeva da solo facendo acqua da tutte le parti nelle motivazioni di carcerazione e nelle prove si procede con urgenza. I commenti in questo caso li lasciamo tutti per i lettori, per il movimento questo processo diventa inevitabilmente come nel caso di nina e marianna e nel caso degli altri processi no tav un momento di lotta contro una giustizia di parte, pericolosa e inaffidabile.
Una panoramica su Tienanmen
天安门事故
Vista così fa un altro effetto.
Vista così lascia ancora più senza fiato.
Spero che non lasci sconvolti quelli che appoggiano Assad,
Perché sarebbe surreale, fastidioso, ridicolo.
Che si vergognino, i sostenitori di qualunque carro armato che muove i suoi cingoli e punta i suoi cannoni contro chi chiede libertà.
























































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