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IN ITALIA LA TORTURA ESISTEVA ED ESISTE!

31 gennaio 2009 21 commenti

L’Italia ferma agli anni di piombo? «A me risulta che negli anni ’70 il governo brasiliano torturava e uccideva. Non mi risulta che quei personaggi abbiano poi scontato tutta o una parte della loro responsabilità politica e morale. Però capisco che uno fosse, a quell’epoca, all’opposizione e possa avere un cortocircuito». Giovanni Bachelet, deputato Pd e figlio di Vittorio, ucciso dalle Brigate Rosse nel 1980 all’Università La Sapienza, parla in un’intervista al ‘Messaggerò del caso Battisti. Per Bachelet immaginare che il governo italiano degli anni ’70 fosse come quello brasiliano «è un fatto di ignoranza». Bisogna spiegare al Brasile che «la maggioranza dei terroristi italiani non solo sono stati identificati, processati, condannati, ma addirittura hanno già concluso la loro pena». «Se il guardasigilli brasiliano parlasse con ex terroristi -continua Bachelet- scoprirebbe che hanno finito di scontare la loro pena e spesso sono impegnati in opere buone». In Italia, sottolinea ancora, «non siamo stati nè il Sudafrica, nè il Brasile degli squadroni della morte. Ci fu una volontà di non piegarsi ad una logica di guerra civile, che ci fece affrontare in modo democratico e costituzionale questa emergenza»

UN PAESE SENZA VERGOGNA: RILASCIARE SIMILI DICHIARAZIONI VUOL DIRE NEGARE LA REALTA’ DI QUELLA CHE E’ STATA LA REPRESSIONE NEL VENTENNIO CALDO DEL SECOLO SCORSO, VUOL DIRE NEGARE L’ARTICOLO 90, VUOL DIRE FAR FINTA CHE TUTTI I CASI DI TORTURA SUI MILITANTI DELLE BRIGATE ROSSE NON CI SIANO MAI STATI. 

allora, ci vorrà tempo per passare allo scanner e ribattere tutto il materiale che ho, quindi ve ne pubblichero’ un pezzetto alla volta.
Una parte di testimonianze è nelle vecchie pagine di questo blog e vi rimetto il link

torture_vignetta

12 Gennaio 1982: Gli avvocati Edoardo di Giovanni e Giovanna Lombardi, nel corso di una conferenza stampa, denunciano le torture cui sono stati sottoposti due loro assistiti: Stefano Petrella e Ennio Di Rocco.

22 Gennaio 1982: Durante una caccia all’uomo nella zona di Tuscania, viene catturato Gianfranco Fornoni. La sua denuncua sulle torture subite troverà spazio solo su Lotta Continua e Il Manifesto. Intanto proseguono gli arresti di massa; nel mese di marzo il sottosegretario agli Interni Francesco Spinelli dichiarerà  che in circa 2 mesi sono state arrestate 385 persone, con l’accusa di banda armata. Lo stesso Spinelli, riferendosi alle denuncie di tortura, con cinica arroganza afferma: “Non mi risulta che sia mai morto nessuno. Diciamo che nei confronti degli arrestati ci sono stati trattamenti piuttosto duri, ma sono cose che capitano in tutte le polizie del mondo.

Marzo 1982: Amnesty International dichiara di aver raccolto in 3 mesi una “mole impressionante” di denunce di torture in Italia. “…Tra le nostre fonti non ci sono solo le dichiarazioni delle vittime. Esistono anche lettere di agenti di polizia che lamentano la frequenza con cui la tortura verrebbe applicata a persone arrestate per terrorismo (Espresso 21-3-82)

29 Marzo 1982: Luca Villoresi, giornalista di Repubblica viene arrestato per reticenza. Aveva pubblicato un articolo, il 18 marzo, in cui venivano riportate le testimonianze anonime di due agenti che avevano visto torturare una ragazza. Questo racconto coincideva con quello di Alberta Biliato, che ha denunciato di essere stata torturata nella sede del III distretto di polizia di Mestre. Il giornalista viene scarcerato dopo due giorni.

DI MATERIALE CE NE STA ANCHE TROPPO…vi metto l’inizio dellatorture_ritagli
Sentenza di rinvio a giudizio per 7 agenti del 17 marzo 1983:
1) Genova Salvatore
2) Amore Danilo
3) Di Janni Carmelo
4) Laurenzi Fabio
5) Aralla Giancarlo
6)D’Onofrio Nicandro
7) Carabalona Massimo
8 ) Ignoti
IMPUTATI:
A) del reato di cui agli art. 110, 112 nn.1 e 2, 605/1° e 2° C.P. e 61 n. C.P. per aver illecitamente privato Di Lenardo Cesare della libertà personale, perchè in concorso fra loro prelevavano il Di Lenardo dai locali dell’ispettorato di zona del 2° Reparto Celere, dove era legittimamente detenuto in seguito all’arresto avvenuto il 28/02/82, sottraendolo a coloro che erano investiti della custodia, lo caricavano con mani e piedi legati e con gli occhi bendati nel bagagliaio di un’autovettura e lo trasportavano in una località sconosciuta, dove il Di Lenardo veniva fatto scendere e sottoposto alle percosse e minacce descritte nel capo seguente; indi lo trasportavano nuovamente  (sempre nel bagagliaio) nell’area 2° del Reparto Celere e lo conducevano in un sotterraneo, nel quale il Di Lenardo era sottoposto alle percosse e alla violenza descritte nel capo seguente, al termine delle quali veniva riportato nei locali di legittima detenzione; con le aggravanti di aver commesso il fatto abusando dei poteri inerenti alle funzioni di pubblico ufficiale proprie di ciascuno, in numero non inferiore a 5 persone ed al fine di commettere il reato di cui al capo seguente; per Genova inoltre di aver promosso e organizzato la cooperazione nel reato, nonchè di aver diretto l’attività delle persone che vi sono concorse; in Padova tra le 21 e le 24 del 31.03.1982
B) del reato di cui agli art. 56, 81 cpv., 110, 112 nn.1 e 2, 605/1° e 2° C.P in relazione all’art. 339 C.P., per aver in concorso tra loro e con altri con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso mediante violenza, consistita in percosse in diverse parti del corpo, e minaccia, consistita nell’esplosione di un colpo d’arma da fuoco e successivamente mediante violenza, consistita nel legarlo su di un tavolo, sul quale era stato steso, facendo inghiottire del sale grosso, di cui gli era stata riempita la bocca,e , permanendo lo stato di costrizione sul tavolo, venendogli inoltre impedito di respirare con il naso, facendogli ingoiare una grande quantità d’acqua che veniva continuamente versata nella sua bocca, compiuti atti idonei in modo univoco a costringere Di Lenardo Cesare a rendere dichiarazioni sui reati da lui commessi, senza però che tale evento si verificasse; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite, con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione da ciascuno svolta; per Genova, inoltre, di aver promosso e organizzato la cooperazione di più persone nel reato;
C) del reato di cui agli art. 110, 61 n.9, 112 nn. 1 e 2, 582 C.P per aver in concorso tra loro e con altri, volontariamente cagionato a Di Lenardo Cesare, mediante le percosse e la violenza descritte al capo B, lesioni personali in diverse parti del corpo e in particolare all’orecchio sinistro; con le aggravanti di aver commesso il fatto  con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione da ciascuno svolta, in numero non inferiore a 5 persone; per Genova, inoltre, di aver promosso e organizzato la cooperazione di più persone nel reato;
Amore, Di Janni e Laurenzi:
D) del reato di cui agli art. 110, 81 cpv, 61 n.9, 56 e 610 1°e 2° con. C.P. in relazione all’art. 339, per aver in concorso tra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, con violenza consistita in percosse, nonchè nella provocazione di ustioni alle mani e in altre parti del corpo, nonché una serie di ferite provocate al polpaccio della gamba sinistra con strumenti taglienti od acuminati e nella somministrazione di scariche elettriche, mediante applicazione di strumenti idonei agli organi genitali e nella zona addominale, posti in essere atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere Di Lenardo Cesare a rendere dichiarazioni sui reati da lui commessi nonchè sulla struttura ed organizzazione della banda armata di cui faceva parte; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite e con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alle qualità di pubblico ufficiale;
E) del reato di cui agli art. 110, 81 cpv., 61 n.9, 582 e 585 C.P. per avere con le modalità indicate nel capo precedente cagionato a Di Lenardo Cesare lesioni personali guarite in 20 giorni: con le aggravanti di aver commesso il fatto con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di pubblico ufficiale;
Amore inoltre:
F) del reato di cui agli art. 110, 610/1° e 2° co. in relazione all’art. 339, 61 n.9 C.P., perchè in concorso con altre persone non identificate, mediante violenza, consistita in percosse in diverse parti del corpo e minaccia, consistita nel preannunciarle ulteriori e più gravi atti di violenza, costretto Libera Emilia a rendere dichiarazioni sui reati da lei commessi; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite e con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di pubblico ufficiale
Ignoti:
G) del reato di cui agli art. 81 cpv., 61 n.9 e 610/1° e 2° co. C.P. in relazione all’art. 339, per avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, mediante violenza consistita in percosse in diverse parti del corpo, e mediante  minaccia consistita nel preannunciare nuovi e più gravi atti di violenza, costretto Savasta Antonio, Libera Emilia, Frascella Emanuela, Ciucci Giovanni a rendere dichiarazioni sui reati da loro commessi;  con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite e con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di pubblico ufficiale

………………………. potrei andare avanti per giorni!mini_torture_affiorate

ENNIO DI ROCCO, PROCESSO VERBALE, ROMA 11 GENNAIO 1982 [Interrogatorio avanti al P.M. Domeni Sica]

“La sera del mio arresto venni condotto prima al 1° Distretto di polizia ove ricevetti, nella cella, calci e schiaffi. Poi sono stato spostato alla caserma di Castro Pretorio. Dopo circa un’ora sono arrivati tre incappucciati che hanno incappucciato anche me, mi hanno caricato su un furgone e mi hanno condotto in un luogo che non so riconoscere perchè incappucciato, ma che ritengo essere una casa. In questo luogo per la notte e il giorno successivo (per quel che ho potuto capire) sono stato – a rotazione di squadrette di 3 o 4 persone- picchiato con calci, pugni e bastonate ed in pratica in ogni modo, con le manette strette ai polsi di dietro che venivano torte. Mi è stata poi praticata una puntura al braccio destro. Poi sono stato fatto sdraiare su di un letto e coperto con due coperte, chiaramente al fine di farmi sudare. Per un periodo di tempo che non so dire, dopo che avevo subito la puntura, si sono alternate domande suadenti e botte. Non credo di avere detto nulla sotto questo trattamento.
Il giorno dopo c’è stata una nuova rotazione di percosse, sino a che non è arrivata una squadretta che ha continuato a battermi con i bastoni sulla pianta e sul dorso dei piedi e sulle caviglie; preciso che in tutto questo tempo ero legato con mani e piedi ad un letto. Sono stato picchiato anche sulle ginocchia, sul petto ed in testa. In tutto questo periodo sentivo le urla dell’altro compagno, che ritengo fosse Stefano Petrella, che però ovviamente non vedevo.
Può darsi che io dimentichi qualche altro particolare di questi tre giorni. Incappucciato e dentro a un furgone sono stato spostato in un altro edificio; dopo un viaggio di 45 minuti. Nel nuovo luogo di detenzione sono stato costretto a bere tre bottiglie di Caffè Borghetti, così mi dicevano. Mi sono addormentato e nel sonno mi facevano delle domande in relazione a cose che volevano sapere e alle quali ritengo, bene o male, di essere riuscito a non rispondere.
Può darsi che poi io abbia avuto delle allucinazioni, perchè sognavo di gridare e poi mi sono svegliato dopo essermi orinato addosso. Allora qualcuno si è avvicinato. Dopo un intervallo abbastanza lungo, durante il quale  non mi è stato fatto niente, mi hanno fatto  mangiare.
Subito dopo sono stato prelevato dal letto e portato in una cucina (che ho potuto intravedere attraverso le bende agli occhi). Sono stato disteso lungo su un tavolo, mi è stato tolto il maglione e la camicia e messo con mezzo busto fuori dal tavolo. Ero a pancia all’aria e avevo le mani e i piedi legati alle gambe del tavolo. Una persona mi torceva gli alluci; altri due mi tenevano gambe e braccia; un altro mi teneva il naso chiuso e mi reggeva la testa. Qualcun altro mi mandava acqua e sale nella bocca, non facendomi respirare e tentando di soffocarmi. Non so quanto tempo ciò sia durato; ad un certo momento finì l’acqua salata e cominciò quella semplice. Ho tentato di uccidermi trattenendo il respiro ma non ci sono riuscito”

I LINK SULLA TORTURA
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis

“Cancellate mio nonno dal Memoriale delle vittime ebree dal nazismo”

31 gennaio 2009 Lascia un commento

Cancellate il nome di mio nonno da Yad Vashem
di Mosè Braitberg 

Signor Presidente dello Stato di Israele, vi scrivo perché voi interveniate presso chi di dovere affinchè venga cancellato dal Memoriale di Yad Vashem, dedicato alla memoria delle vittime ebree del nazismo, il nome di mio nonno, Moshe Brajtberg, morto nelle camere a gas di Treblinka nel 1943, come quello di altri membri della mia famiglia deportati e morti nei differenti campi nazisti durante la seconda guerra mondiale. Vi chiedo di acconsentire alla mia richiesta, signor presidente, perché quanto è successo a Gaza, e più in generale, la sorte toccata al popolo arabo della Palestina da sessanta anni in qua, ha screditato ai miei occhi Israele come centro della memoria del male fatto agli ebrei, e dunque all’umanità intera. Vedete, fin dalla mia infanzia, io ho vissuto circondato da sopravissuti ai campi della morte. Ho visto i numeri tatuati sulle loro braccia, ho ascoltato il racconto delle torture, ho conosciuto i lutti indicibili e ho condiviso i loro incubi. Bisognava, cosi mi hanno insegnato, che questi crimini non si ripetessero mai più; perché mai più doveva accadere che uomini, forti della loro appartenenza ad una etnia o ad una religione avessero in disprezzo altri uomini, e si facessero beffe dei loro diritti più elementari come quello di vivere una vita dignitosa in sicurezza, libertà, e con la luce, sia pur lontana di un futuro di serenità e di prosperità. Ma, signor presidente, io devo constatare che nonostante le decine di risoluzioni prese dalla Comunità internazionale, malgrado la palese evidenza dell’ingiustizia perpetrata nei confronti del popolo palestinese dal 1948, nonostante le speranze sorte a Oslo e nonostante il riconoscimento del diritto degli ebrei israeliani a vivere in pace e in sicurezza, sovente ribaditi dall’Autorità palestinese, le sole risposte date dai governi successivi del vostro paese sono state la violenza, il sangue versato, la reclusione, i controlli incessanti, la colonizzazione e i saccheggi.
Mi direte, signor presidente, che è legittimo, per il vostro paese, difendersi da chi lancia razzi su Israele, o contro i kamikaze che uccidono molti israeliani innocenti. A ciò risponderò dicendo che il mio sentimento di umanità non varia a seconda della cittadinanza delle vittime. Invece, signor presidente, voi dirigete le sorti di un paese che pretende, non soltanto rappresentare gli ebrei nel loro complesso, ma anche la memoria di quelli che furono le vittime del nazismo. Questo mi riguarda ed è per me insopportabile. Conservando nel Memorial di Yad Vashem, nel cuore dello Stato ebreo, il nome dei miei congiunti, il vostro Stato tiene prigioniera la mia memoria familiare dietro il filo spinato del sionismo per farne l’ostaggio di una cosiddetta autorità morale che commette ogni giorno quel crimine abominevole che è la negazione della giustizia. Quindi, per favore, cancellate il nome di mio nonno del santuario dedicato alla crudeltà fatta agli ebrei perché essa non giustifichi più quella fatta ai palestinesi.
Con i miei rispettosi saluti
Jean-Moïse Braitberg (scrittore) c

Fonte: Le Monde del 28.01.09

su Cesare Battisti…

30 gennaio 2009 Lascia un commento

PROSEGUE LA POLEMICA SUL CASO BATTISTI, ANCHE A CAUSA DELLE SUE DICHIARAZIONI.
Tralasciando i commenti su quello che ha dichiarato alla stampa brasiliana, vi lascio il link di un contributo audio preso da Radio Onda D’urto di un’intervista a Paolo Persichetti,ex  militante delle Brigate Rosse estradato o meglio, rapito, dalla Francia nell’agosto 2002.
Per ascoltarlo : intervista

INVECE QUI VI METTO UN INTERVENTO MOLTO INTERESSANTE DI ORESTE SCALZONE A RIGUARDA, che uscirà completo domani sul suo blog:

Paris, 30.1.2009

Se mi tengo strettamente al punto di vista dell’interesse particolare dei fuoriusciti dall’Italia del dopo- anni ‘70/’80, rifugiatisi in Francia e altrove, al loro destino, devo dire che questa inedita isteria di Stato e di “scrittori e popolo”, di <società civile> e di plebi aizzate a urlare al linciaggio, lo spettacolo del “Tutti contro uno!” , eppoi di così mediocre consistenza, spessore foss’anche semplicemente simbolico, è andata talmente oltre che – fuori dai confini d’Italia – ha doppiato il capo, il punto di non-ritorno oltre il quale ogni parola in più  ottiene l’effetto contrario, si rivela controproducente.battisti_arresto

Dunque, potrei dire, “Continuate così, ancora uno sforzo… Se un Berardi o un Borghezio – ma non solo – non esistessero, ci converrebbe inventarli! Ogni bercio o sofisma in più, è per noialtri un’assicurazione sul futuro, contro ogni rischio d’estradizione : una manna…”.

Lo spettacolo di sé che sta dando “l’impresa-Italia”, che stanno dando la <società politica> e in generale i piani alti delle istituzioni e della società ;  gli umori che la loro abietta majeusi fa trasudare dal vaso di Pandora del bassoventre della società, lasciano infatti, prima ancora che scandalizzati, allibiti anche persone che “naturalmente” si troverebbero dalla loro parte.

Mi risulta che figure pubbliche brasiliane, che mantenevano una forte perplessità ed incredulità rispetto a giudizî – che gli sembravano eccessivi e propagandistici – sullo stato delle garanzie giuridiche in Italia e sulla natura del suo <ordine giuridico interno>, hanno modificato radicalmente, un giorno dopo l’altro, il loro giudizio, rispetto a ciò che venivano ascoltando e constatando de visu ogni giorno. Insomma, la “parte italiana, richiedente”, si è cacciata da sé nella condizione di quell’orribile condizione che il gergo mafioso definisce “dell’incaprettato” : ormai, più si agita, più aggiunge berci, spinge al proscenio personaggi, argomenta e vocifera, più si condanna al discredito, dunque alla sconfitta. Se invece di fermarsi, tanto più rilancia quanto più è frustrata, la spirale viziosa si serrerà intorno al suo collo.

Spingendo in avanti dei soggetti privati, le parti lese ; facendosene scudo, alibi, esponendole come “teste di turco” ; giocando empiamente sul loro dolore, aizzandole, mettendo a prezzo la loro sofferenza ; non decidendo mai una legge sui risarcimenti materiali, e cooptandone qua e là qualcuno, retribuendolo con candidature ed elezioni al Parlamento e altre cariche politiche ; raccontandogli l’infame dottrina per la quale senza la <retribuzione> consistente nel castigo, nella punizione certa e <infinita> di chi la <verità giudiziaria> ha decretato colpevole ; stravolgendo la norma, la dottrina, la Costituzione e pretendendo di legare la pena al primato della logica detta <retributiva> ; dismettendo le proprie prerogative sovrane – per esempio in materia d’indulto ed amnistia – e facendole coincidere con la logica che presiede all’istituto della grazia; scatenando in modo demenziale e criminale un mercato e una “guerra fra tutti e tutti” gli egotismi identitarî, legittimistici, vittimarî ; spandendo psicosi e <razeionalizzazioni> di passioni tristi, sospetti, risentimenti, rancori….,  hanno fatto e continuano a fare gli apprendisti stregoni.

Il guaio è che seminano vento, e tutti raccoglieremo tempesta : a cominciare dal fatto di subire una sorta di conformazione, di coazione mimetica che ci porta a ritorcere specularmene e all’infinito quest’atteggiamento delirante e livido, che prima che distruttivo d’altrui è eticamente suicidario, mortifero.

La pretesa di esportare la stessa operazione altrove ; di chiedere agli altri Stati, loro “pari”, di dimettere anch’essi le loro prerogative e facoltà, per transmutarsi in mandanti e al contempo in esecutori di una mortale caccia all’uomo condotta da una parte privata, parte in causa, che meriterebbe il massimo di rispetto e compassione e invece viene violentata, plagiata e prostituita, fatta oggetto di uso strumentale, demagogico demma sua sofferenza ; la pretesa di sindacare la facoltà di un altro Paese di decidere su estradizioni o asili, accampando le ragioni delle parti civili, prima che un crimine è una perfetta idiozia.

Hanno perso il lume della ragione. Sono arrivati a straparlare di “terrorista comune”, quando – come gli aveva fatto osservare Cossiga – l’applicazione a un Battisti della legge “speciale”, “emergenziale” che porta il suo nome, e prevede l’applicazione di una aggravante che comporta un elevato moltiplicatore di pene, se in sentenza i comportamenti incriminati sono dichiarati compiuti <per fini di terrorismo ed eversione dell’ordine costituzionale>, è una cialtroneria da gente che ha perso la testa. Così come lasciarsi andare, spinti dal livore, a definire il Brasile <Repubblichetta sudamericana>. Così come portare al parossismo più grottesco la banalizzazione <negazionista> del genocidio degli Ebrei, stabilendo comparazioni tra Battisti e… Eichmann (e questo, da parte di gente che – perlatro in modo al solito doppiopesistico – ostenta scandalo e stigmatizza negazionismo, chi quando si osa anche solo parlare anche di Gulag, Laogaï e foibe, chi quando si evocano Hiroshima, o le stragi da colonizzazioni e da tratta…).

Epperò non ci rallegriamo. Primo, se pensiamo a tanti compagne e compagne di destino, in quella stagione, tuttora rinchiusi, a tempo pieno o parziale, dietro quelle mura.

Secondo, se pensiamo a questo incrementarsi vertiginoso di un populismo penale, di una tendenza allo Stato penale, della sua capacità di infettare in modo virale le teste, producendo – ben peggio che acquiescenza – malinteso “giustizierista” che obiettivamente attacca allo stesso bindolo chi crede di combatterlo, e cade nella più vieta corsa mimetica.

Non ci rallegriamo, last but not least, quando vediamo il compiersi di una ‘deriva’ da tempo intrapresa da uno che ha condiviso tratti di nostri percorsi, come Battisti.

Ora viene a dirci, come se fosse la cosa più naturale del mondo, che nella sua fuga dalla Francia, sulla quale aveva spalmato il libro <La mia latitanza>, sarebbe stato aiutato dai servizî segreti francesi.

Tendo a non crederci, ma se devo crederci devo chiedermi (e potremmo chiedergli conto) di quali contropartite abbia dato, quali servigî resi, visto che non risulta che i “servizî” siano associazioni di assistenza ai fuggiaschi, che benevolmente aiutano ad esfiltrarli…

E a chi dovesse accampare stati di necessità assoluta, di indigenza, questioni di vita o morte, verrebbe comunque da chieder conto di questa rivelazione di una macchia, di una miseria privata, senza una ragione foss’anche la più opportunistica. E chiedere come non se ne scusi innanzitutto con uomini e donne che gli sono stati compagni di destino e si sono battuti per lui.

E se poi dovesse essere – come tendo a credere – un parto della spettrale fantasia da inventore di gialli polizieschi, quale sarebbe la ratio?

Viene in mente un’altro inspiegabile gesto, che sembra una piccola ignobiltà gratuita. Noi non sappiamo se la signora Carla Bruni-Sarkozy abbia in qualche modo “intercesso” per lui. Se no, non si vede perché dire in proposito una falsità. Se sì, e se – al centro di attacchi volgari, inauditi, conditi di allusioni pesanti che la mettono in causa “come donna” (a proposito, che dire del silenzio plumbeo dell’intellighentzsjia femminista, ancora una volta?) – questa persona è andata in TV a schermirsi, a negare, che senso ha non rispettare una doverosa discrezione e – con strumentalità da parvenu che vogliono sfruttare fino in fondo una relazione e una persona – andare a smentire la sua smentita, confermando ciò che le attira un vero linciaggio?

Il quadro di un ambiente nel suo complesso malsano, di un Paese malato, più ancora che altri, di una società violentata e sfigurata, viene completato dall’episodio – sintomatico, rivelatore – di una intervista mai data, fittiziamente costruite con spezzoni di frasi dette al telefono per spiegare la propria indisponibilità a farsi intervistare, da una compagna rifugiata in Francia. Si tratta di estorsione volgare, di manipolazione, di truffa, di vero e proprio stupro morale. Questo non è un episodio isolato : è un frutto avvelenato. Il frutto avvelenato di chi pensa di trattarci, non già da <nemici>, o da vinti ; e nemmeno, a ben vedere, da “folli” e/o “criminali” : ma piuttosto da ‘scherzi di natura’, impensabili se non in termini di marionette e di pupari . Mostri, da espellere dall’umano : vale a dire, <sotto-uomini>. Unter-Menschen.

Ecco, questo c’è al fondo. Per noi e per tutti, non éscenderemo nel gorgo, muti”. […segue ]

o.s.

Questa è la ‘base’ per interventi e risposte a domande d’intervista. Essa è come un estratto, un’estrapolazione, da un ragionamento più ampio.

Un primo “allargamento”sarà pubblicato sul BlackBlog domani, 31.1.2009

 

una giornata di guerra tra tante

29 gennaio 2009 Lascia un commento

12.48: INCIDENTI LAVORO: OPERAIO PRECIPITA DA TETTO A PERUGIA (ANSA) – PERUGIA, 28 GEN – Un operaio è precipitato da un tetto a Ponte Valleceppi ed è stato ricoverato in ospedale con varie ferite. L’ incidente, secondo le prime informazioni, è avvenuto intorno alle dieci in via Barcaccia. Sul tetto di un edificio erano in corso lavori di bonifica dell’ amianto. L’ operaio è caduto dall’ altezza di circa cinque metri. Sul luogo sono intervenuti 118 e pompieri.

15.11: Una parte di montagna è franata a Caltanissetta travolgendo due operai che stavano eseguendo lavori di canalizzazione in via Mario Gori, nel quartiere Redentore. I soccorritori hanno estratto i corpi sepolti dalla terra e dal fango. Il terzo operaio che lavorava con i due compagni si è invece salvato perché si era allontanato poco prima del crollo. Le vittime della frana nel nisseno sono  Santo Notarrigo, 37 anni, titolare della ditta che stava svolgendo i lavori, di Caltanissetta, e Felice Baldi, 19 anni, originario di un centro della provincia. Il corpo di Notarrigo è stato estratto subito dal fango, mentre quello di Baldi è stato individuato dai soccorritori dopo quasi un’ora di scavi. 

17.52:  BERGAMO, 28 GEN – Un ingegnere di 28 anni è rimasto ferito oggi pomeriggio in un incidente sul lavoro all’azienda Tenaris di Dalmine (Bergamo). L’uomo si trovava nei pressi di una gru in movimento, quando una traversa si è staccata dal macchinario ed Š precipitata, colpendo la vittima alle gambe. È successo poco prima delle 16 nel reparto Fas, lo stesso in cui a dicembre morì sul lavoro un operaio di 20 anni. L’ingegnere Š stato soccorso dai colleghi, poi dai sanitari del 118, che lo hanno portato in ospedale, con gli arti inferiori fratturati. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri e i tecnici dell’Asl che dovranno ora accertare l’esatta dinamica dell’incidente e verificare eventuali responsaibilità

Foto di Valentina Perniciaro _Totem contro le morti sul lavoro_

Foto di Valentina Perniciaro _Totem contro le morti sul lavoro_

 

 

18.09: PERUGIA, 28 GEN – È rimasto ferito alle gambe, ma le sue condizioni non sono gravi, l’operaio precipitato dal tetto di uno stabile, a Ponte Valleceppi, dove erano in corso lavori di bonifica dell’ amianto. Si tratta di un marocchino di 27 anni in regola con il permesso di soggiorno. Sull’incidente sono in corso accertamenti dei carabinieri. L’ operaio è caduto dall’ altezza di circa cinque metri. Sul luogo sono intervenuti 118 e vigili del fuoco.

23.10: Un operaio di 34 anni, Salvatore Vittorioso, è morto al Petrolchimico di Gela per l’esplosione di un’apparecchiatura sotto pressione. L’uomo lavorava per la Ecorigen, azienda che opera nel settore della rigenerazione dei catalizzatori e degli olii esausti. L’incidente è avvenuto poco dopo le 21.30, per cause non ancora accertate. La porta di un forno si sarebbe staccata dall’apparecchiatura, investendo l’operaio, che in quel momento si trovava nell’area, raggiunto anche dalle fiamme fuoruscite dalla stessa macchina. Sul posto sono intervenuti i carabinieri e i vigili del fuoco che operano per conto dell’Eni. Le indagini sono coordinate dal pm di Gela, Monia Di Marco, che ha sequestrato l’intero impianto della Ecorigen, che si trova nell’Isola 13 del Petrolchimico.

PAESE NAUSEANTE!

28 gennaio 2009 Lascia un commento

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PROSEGUE RAPIDA LA COSTRUZIONE DI INSEDIAMENTI ISRAELIANI IN TERRITORIO PALESTINESE

28 gennaio 2009 Lascia un commento

La colonizzazione della West Bank continua a passo rapido. Gli insediamenti israeliani nei Territori Occupati crescono a vista d’occhio con una percentuale molto più alta dello scorso anno, cosa che alimenta l’impossibilità di vivere per i palestinesi, cosa che continua ad annullare qualunque idea di una continuità geografica del territorio palestinese ridotto a Bantustan circondati da un muro alto otto metri.
Un’agenzia stampa di pochi minuti fa dice: Nel 2008 il numero di nuove abitazioni negli insediamenti ebraici in Cisgiordania è cresciuto del 69 per cento rispetto all’anno precedente: lo rivela un rapporto dell’organizzazione ‘Peace Now’. In particolare sarebbero 1.518 le abitazioni realizzate lo scorso anno contro le 898 del 2007. Tale sviluppo si riflette sulla popolazione ebraica nella West Bank salita dalle 270 mila unità del 2007 alle 285 mila dello scorso anno, con un tasso di crescita superiore a quello di Israele. Sulla questione degli insediamenti, inoltre, pesa la promessa elettorale del leader del Likud Benyamin Nethanyahu che – in caso di vittoria nelle elezioni di febbraio – si è impegnato a permetterne lo sviluppo, considerato da molte parti come uno dei principali ostacoli alla definizione di un accordo di pace con i palestinesi.

POI CI PARLANO DEL PROCESSO DI PACE, DI HAMAS CHE CON I RAZZI BLOCCA QUALUNQUE POSSIBILITA’ DI TREGUA.
MA L’UNICA TREGUA DI ISRAELE E’ QUELLA DELL’OCCUPAZIONE MILITARE, DELLA CRESCITA DEGLI INSEDIAMENTI, DEL FURTO DI RISORSE IDRICHE E DI TERRA FERTILE. UNO STATO OCCUPANTE NON E’ DIFENDIBILE: QUELLA CHE LORO CHIAMANO PACE NON E’ ALTRO CHE APARTHEID, INACCETTABILE APARTHEID.
NESSUNA PACE SOTTO OCCUPAZIONE, NESSUNA PACE CON CHI RUBA LA TERRA ALTRUI, CON CHI STUPRA LA TERRA E UN INTERO POPOLO DA 61 ANNI!

CONTRO L’OCCUPAZIONE MILITARE DELLA CISGIORDANIA E DELLA STRISCIA DI GAZA
PER IL DIRITTO ALLA VITA DEL POPOLO PALESTINESE, PER L’ABBATTIMENTO DEGLI INSEDIAMENTI ISRAELIANI!

Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti. Richiamato l’ambasciatore Valensise

27 gennaio 2009 Lascia un commento

DAL BLOG INSORGENZE
Dopo la richiesta di archiviazione fatta dalla procura generale brasiliana, a seguito della concessione dello status di rifiugiato politico, l’Italia richiama l’ambasciatore Valensise a Brasilia per consultazioni

di Paolo Persichetti Liberazione 28 gennaio 2009

Cesare Battisti non verrà estradato, per questo l’Italia ha deciso di richiamare il proprio ambasciatore in Brasile Michele Valensise. La rappresaglia diplomatica (che nel linguaggio paludato della diplomazia è il segnale di un grave stato di crisi prossimo alla rottura delle relazioni ufficiali) è stata presa dal ministro degli Esteri Franco Frattini dopo la diffusione, nella serata di lunedì, del nuovo parere sulla estradizione – questa volta negativo –  espresso dalla procura generale brasiliana. Antonio Fernando De Souza, nell’aprile del 2008, si era detto favorevole; ora però, a seguito della sopravvenuta concessione dell’asilo politico, da parte del ministro della Giustizia Tarso Gendro, non ha potuto fare altro che inchinarsi e domandare l’archiviazione dell’intera procedura.

Genro Tarso 

Genro Tarso

Tra Italia e Brasile non vi è alcun accordo sul riconoscimento reciproco delle sentenze di giustizia e la dottrina giuridica estradizionale è materia che attiene ancora alle decisioni sovrane della politica. Il parere era stato richiesto dal presidente del Supremo tribunale federale (Stf) Gilmar Mendes, dopo le forti reazioni italiane e le pesanti pressioni diplomatiche. Prima il presidente della repubblica Napolitano, poi il presidente della Camera Fini, avevano scritto a Lula per rappresentare lo «stupore e il rammarico» delle autorità italiane. Lo stesso ambasciatore Valensise, accompagnato da un legale brasiliano incaricato dal nostro governo, era stato ricevuto dal presidente del Supremo tribunale federale. Circostanza che ha rasentato l’ingerenza negli affari interni brasiliani. Come avrebbe reagito l’Italia se un ambasciatore estero avesse incontrato il presidente della corte di Cassazione per fare pressione nell’ambito di una procedura in corso?
Lula aveva risposto con una breve ma ferma lettera nella quale ribadiva che la decisione era un atto sovrano del Brasile fondato su indiscutibili basi giuridiche interne e internazionali (art. 4 della costituzione brasiliana, legge post-dittatura del 1997 sul diritto d’asilo e convenzione Onu del 1951, riconosciuta anche dall’Italia). A questo punto la parola torna al Tribunale supremo che si riunirà il prossimo 2 febbraio per pronunciarsi sulla scarcerazione. Per altro l’estradizione di Battisti, se fosse avvenuta, avrebbe sollevato non pochi problemi all’Italia. Infatti la condizione posta dalla procura generale era la commutazione dell’ergastolo comminatogli (abolito dal codice penale brasiliano) a 30 anni di reclusione. Ove mai l’Italia avesse accolto la richiesta (non avrebbe potuto fare altrimenti), si sarebbe posto un problema di uguaglianza di trattamento di fronte a tutti gli altri ergastolani. In questa vicenda l’Italia ha sommato una lunga serie di gaffes e comportamenti arroganti, mostrando di considerare il Brasile una repubblica delle banane che avrebbe dovuto piegarsi supinamente all’attività lobbistica della nostra magistratura, spesso convinta d’essere la fonte battesimale della giustizia mondiale pronta a dare lezioni di legalità al mondo intero. Nonostante il pluridecennale contenzioso aperto con le autorità parigine, quasi 90 procedure di estradizione (accolte solo in due casi), l’Italia non ha mai pensato di mettere in discussione in modo così palese la sovranità interna della Francia. Forse non a caso Gianni Agnelli definiva lo Stivale una «repubblica di fichi d’india».
Questa disfatta diplomatico-giudiziario riapre con forza la questione della mancata chiusura politica degli anni 70. All’estero nessuno riesce a capire come dopo 30 anni permanga ancora una tale volontà di disconoscere la natura sociale del conflitto

Rita Algranati allarrivo in Italia 

La “consegna straordinaria” di Rita Algranati

armato che traversò quel decennio e che, una volta concluso, andava affrontato e chiuso. L’Italia continua a negare l’emergenza giudiziaria, i numerosi casi di tortura denunciati nei primi anni 80 (anche da Amnesty). Fino ad ora ben 7 paesi hanno detto no alle richieste d’estradizione italiane: la Francia, la Gran Bretagna, la Grecia. Poi il Canada, il Nicaragua, l’Argentina e il Brasile. Solo grazie a degli atti di pirateria internazionale, favoriti dal clima post Torri gemelle, l’Italia è riuscita a riavere alcuni rifugiati. Clamoroso fu il caso di Rita Algranati nel 2004, scambiata con i servizi algerini, complice l’Egitto. Insomma la vera anomalia internazionale continua ad essere quella italiana. Per quanto ancora?

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