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A Nicola Pellecchia, combattente fino all’ultimo respiro
Le prime righe scritte da Oreste,
in saluto di un compagno, un fratello, un amico di cui mi ha sempre parlato, col suo occhio vispo da bambino dispettoso.
Non ho mai conosciuto Nicola Pellecchia, non ho avuto modo di incontrarlo mai e mi dispiace.

Nicola e Oreste… Oreste era ricoverato a Napoli per un malore… abbracciato a Nicola le energie son tornate rapidamente (grazie al maestro Sepe, per la foto)
Ieri i funerali a Procida, in fretta e furia, non hanno permesso a molti di noi di andarlo a salutare,
di stringerci ai suoi compagni più stretti, in quel quadro struggente che è quell’isoletta partenopea.
Il mare grosso ha reso duro il viaggio anche per chi doveva attraversare solo quel tratto di golfo.
A PUGNO CHIUSO NICOLA,
la tua storia, la tua lotta fino all’ultimo contro lo Stato,
contro il male che l’ha strappato a sua figlia e al suo mare.
La terra sarà come un’onda, schiuma di mare, profumo di iodio.
carissim*,
Nicola ha finito ieri il suo andar morendo, con rabbiosa persistenza che resisteva mostrando “cosa può un corpo”.
Penso alla sera del secondo comune compleanno assieme, a casa di Ada.
Io stramazzavo quasi sotto il peso di una magnifica fisarmonica “maggiore” trovata da Ada e troppo bella, un po’ sprecata
dall’aleatorio dilettante di passaggio, ma lo sforzo era nulla rispetto alla pertinace potenza di persistere nel proprio essere che Nicola incarnava.
Col viso di cenere, è restato fino all’ultimo alla tavola, e la mattina è volato dalla figlia nell’isola che sa di
sortilegio segreto. Era finita, si capiva già, ma lui continuava astrappare minuti di tempo di vita, come Prometeo rubava il fuoco ai suoi dèi.
Per ora non ho energia per dire altro, e lo farò poi.
Il funerale è oggi, chè venerdì Procida sarà ancora più irraggiungibile, per causa di sciopero che si aggiunge al mare grosso. (( questo per me è impresso nel ricordo della prima volta che l’ho vista, arrivando col cuore grosso e una quindicina di sodàli arrivati laggiù per essere assieme alla dispersione delle ceneri di Roberto Silvi….
il fotogramma è quello di Nicola, che prende il sacchetto delle ceneri dalle mani di Janie nel punto oltre il quale nojaltri cittadini nonmdobbiamo andare, ché c’è rischio di spezzarsimle gambe scivolando sul mucchio dei lastroni di pietra, frangifluttimpiù che molo, e si avvia, dritto e con passo elastico, fino alla puntamdella muraglia, diciamo, d’improvviso spericolatamente inseguito da un Ermanno materializzatosi come una specie di nero uccello marino, lo spolverino
impermeabile svolazzante al vento, le scarpe pericolosamente da città…)).
Ci saranno dunque Fabia e la loro figlia, i pescatori di Procida e qualche amico di lì, e un pugno di compagne e compagni che erano già lì, nei suoi giorni estremi.
“È tutto per ora” cioé ben poco, comunque si vedrà. Per intanto un
abbraccio, Oreste
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2. Il primo rintocco della
“campana” che aveva suonato per lui :
” Questa notte Nicola e morto, a casa sua, circondato dall’affetto di tutti, ringrazio ancora chi di voi ha permesso, con il proprio contributo solidale, di rendergli meno gravoso questo distacco, Ada ”
Uh Maro’, che risate!
Praticamente prelevati con la forza, che poverini non se l’aspettavano.
“Le famiglie passano dall’euforia allo sconcerto”, uh poverini: la latitanza autorizzata direttamente dal Ministro Terzi per i due Marò, unici accusati dell’omicidio di due pescatori indiani, è terminata.
Sono in volo verso l’India, per rientrare in una prigionia che probabilmente non sarà comoda, protetta e ricca di permessi premio come era stata fino alla loro fuga,
su tappeto rosso ministeriale.
una figura di merda colossale, quasi da scompisciarsi dalle risate:
“Hanno ricevuto garanzie dal governo indiano”, come se prima non ce ne fossero state, visti i due permessi premio in Italia (uno per festeggiare il Natale in famiglia (!!) e l’altro per votare),
come se avessero passato il loro periodo di detenzione come dei cittadini indiani,
come se non ci fossero già state tutte le garanzie possibile, quelle che sull’attenti scattano immediatamente quando alla sbarra degli imputati siedono, o rischiano di sedersi, degli uomini in divisa,
anfibi e fucile.
L’ambasciatore italiano in India, colui che di suo pugno aveva firmato la promessa di rientro dopo la licenza premio per permettere il voto (ma non potevano vota’ come tutti gli italiani all’estero????) e che quindi ora si trovava privo della sua immunità e del suo passaporto, è tornato libero.
Loro in volo, verso cella e tribunale.
Terzi non si dimette eh, sia mai:
d’altronde non l’ha votato mai nessuno, è stato messo lì in quanto “tecnico” bravo bravo esperto esperto,
ha fatto una delle più colossali figure di merda della storia della diplomazia internazionale,
ma no, non si dimette. Che siete matti?!
Anzi, nel leggere le sue dichiarazioni sembra sia stato proprio un genio della diplomazia, un gioco delle tre carte che avrebbe permesso di strappare condizioni ottime, ampie assicurazioni. *
I giornali nel frattempo ci raccontano che ci son volute più di 5 ore a convincere i du’ soldatini a salire a bordo,
eh sì, il “torni a bordo, cazzo” continua a esser presente sulle nostre cronache.
Tanto inchiostro ci racconta il dolore e lo strazio di mogli e figli,
senza vergogna alcuna. Furente (!!!) il sindaco di Bari, tengono a dirci
Hanno moglie e figli, mariti e figlie, anche i quasi 70.000 detenuti nelle carceri italiane (senza diritto di voto in buona parte),
quelli per cui nessuno chiede “garanzie”, ammassati disumanamente e di cui una percentuale vomitevole in attesa di giudizio,
o in carcere per qualche furto, o smercio di sostanze stupefacenti.
Chi può provare ad accedere alle misure alternative, alle licenze premio, sono pochi, pochissimi,
un numero praticamente insignificante.
Insomma, non 70.000 persone che hanno scaricato l’intero caricatore dei loro supermegafantastici fucili,
contro due lavoratori in mezzo al mare.
Abbiate almeno il coraggio di vergognarvi un po’.
* ORE 12.30: LEGGO CHE “I militari risiederanno nell’ambasciata italiana a New Delhi. “‘
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Hai capito questi, quando parlano di garanzie tocca fidarsi. Niente sbarre, niente cemento,
avranno anche le famiglie accanto quando lo desiderano.
Un paese proprio libertario st’India: mortaccidetutti
Suicidio collettivo di poliziotti tunisini per protesta? Che la lotta si allarghi!!
Straordinaria questa notizia, e ringrazio Fulvio che l’ha messa in circolazione. La potete leggere dal francese con i vostri occhi a questo link.

Mi sento a questo punto di allargare l’appello, di istigare alla lotta le forze dell’ordine del nostro bel paese,
ma tutte: polizia, carabinieri, secondini, gruppi operativi mobili e quant’altro.
Un suicidio collettivo, come ci racconta il segretario generale dell’unione dei sindacati di polizia Montasser Materi, che intervistato ai microfoni di una radio comunica un tentativo (ma solo tentativo??) di suicidio collettivo, si darebbero tutti fuoco, di poliziotti davanti al ministero dell’Interno come forma di protesta contro i licenziamenti.
Dice anche di non esagere, di non farsi prendere la mano, insomma di pensarci due volte prima di appicciare il tutto, visto che le trattative sono in corso con il nuovo governo tunisino.
L’appello è unico: allarghiamo questa protesta, rendiamola mediterranea, senza confini, internazionale.
Un suicidio collettivo di divise, per protesta ovvio, che coinvolga anche i sindacati di polizia nostrani,
quelli che si dilettano a portare solidarietà attiva agli assassini di Aldrovandi, quelli dei camper solidali coi poveri poliziotti accusati di falsità, quelli che battono le mani ai processi,
quelli dal manganello facile, quelli che ho visto pisciare sui vestiti delle persone negli sgomberi degli immobili occupati,
quelli dal “puttana comunista” facile facile,
quelli che chiudono e aprono i blindati.
E’ un lungo elenco:
BUONA LOTTA, SBIRRAGLIA, seguite l’esempio dei vostri colleghi tunisini!
SBIRRI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!
P.S. : si accettano donazioni di materiale infiammabile, che i tagli so’ stati pesanti 🙂
Abbattiamo le carceri, a partire da quelle per minori! 14 aprile TUTT@ A CASAL DEL MARMO
Un’iniziativa importantissima, bella, che mi rende felice.
Perché anche chi si occupa di carcere, chi si adopera per organizzare iniziative fuori le maledette mura che privano della libertà donne e uomini, spesso ci si dimentica delle carceri minorili,
come degli altri centri di privazione di libertà che possono essere i CIE, gli ospedali psichiatrici giudiziari e certi tipi di “case di cura”.
Istituzioni totali, già: quelle che ci abituano a pensare “sempre esistite”, quando non è così,
quelle che nell’immaginario che ci costruiscono davanti e dentro dalla nascita sembrano immutabili ed eterne, ma che in realtà hanno una storia breve, che possiamo collegare alla proprietà privata dei mezzi di produzione, e alla successiva necessità di mostrificare, denigrare e quindi internare alcune figure sociali davanti ad un cambiamento della struttura economica della società.
Ora viviamo nella società della “sicurezza”, del panpenalismo che tutto fagocita, soprattutto la capacità di molti di comprendere i meccanismi dell’abolizionismo, quelli capaci di minare il dispositivo dell’internamento, del controllo, quindi del concetto di “sicurezza” e “rieducazione”.
Penso sempre all’isolotto di Santo Stefano, primo vero carcere d’Italia costruito dai Borboni nel lontano 1796 e in funzione fino al vicinissimo 1965. Ci penso perchè scesi alla Marinella, da barchini traballanti, appena iniziata la salita verso l’ergastulum, i detenuti si trovavano davanti questa scritta scolpita su roccia:
“Fintanto che la santa giustizia tiene tanti mostri di scelleratezza in catene sta salda la tua proprietà, rimane protetta la tua casa”
… erano avanti, il mito della sicurezza, effimero carceriere del presente, si faceva largo, tra i rumori di catene e cancelli e il canto dei gabbiani che osservavano liberi.
Doni culinari avvelenati: tentata strage di una famiglia romena. Muore un bimbo di 5 anni.
Una notizia che da quando ho letto mi ha piantato nello stomaco una nausea rabbiosa.
Non si riesce nemmeno a leggere fino alla fine, perché inizia con un bimbo di 5 anni morto avvelenato, e dei suoi fratelli più grandi, fuori pericolo da poco ma sofferenti di atroci dolori da giorni.
Il tutto per un avvelenamento avvenuto con dinamiche che lasciano basiti.
Una scatola di cioccolatini richiusa malamente, una bottiglia di vino e tre arance, tutto lasciato sull’uscio della porta di casa di questa famiglia romena, in un paesino della provincia di Agrigento:
i bambini si sono avventati gioiosi su quei cioccolatini donati da chissà chi, il più piccolo dai racconti era così euforico che ha fatto in tempo ad iniziare il secondo prima di cominciare a contorcersi, seguito anche dai due fratelli maggiori poco dopo. Poi il calvario nei vari ospedali…e il più piccolo non ce l’ha fatta.
Avvelenati da un potente pesticida, facilmente reperibile nelle campagne.
Anche il vino conteneva lo stesso pesticida, le dosi erano quelle adatte ad una strage: la famiglia romena andava eliminata.
Forse un giorno ce ne racconteranno il motivo: per ora resta il vomito e la rabbia.
Ciao Sebastian.
Dieci anni da una giornata indelebile: con Rachel e Dax scolpiti nel sangue

Rachel Corrie, attivista dell’ISM,
Gaza, 16 marzo 2003
Dieci anni fa.
Una giornata lunga, che sembra durare ancora.
Dieci anni fa il 16 marzo si accavallarono telefonate, telegiornali, dirette radiofoniche, marciapiedi, corse, fiatone, pianti.
Il 16 marzo di 10 anni fa scadeva l’ultimatum su Baghdad,
la guerra in Iraq riprendeva forma, dopo lo scempio afgano, la guerra su Babilonia che si annunciava rapida e indolore stava aprendo le porte all’ennesima ferita indelebile per quella terra,
culla di storia e di tempeste di sabbia. Non passarono che tre giorni soli, poi fosforo, uranio, fuoco precipitò sull’Iraq e il suo popolo.
Il 16 marzo di 10 anni fa un bulldozer israeliano schiacciava il corpo e il futuro di una ragazza che eravamo tutte noi.
Rachel Corrie, schiacciata da tonnellate di ferro sulla terra di Gaza, spirava tra le braccia dei suoi compagni dell’Ism,
nello sconcerto dell’attivismo internazionale e negli occhi dei palestinesi,
che si sentivano privati di un sorriso, di un’amica, di una ragazza di 23 anni che dai lontani Stati Uniti era partita col cuore in mano per muoversi contro l’Apartheid.
Per ritrovarsi spiaccicata, sotto i suoi cingoli.

la campagna 130.000, che sono gli euro che due compagni son condannati a dare per risarcire i danni delle cariche di polizia e carabinieri all’ospedale San Paolo la notte dell’uccisione di Dax
Con Rachel morimmo tutti quel giorno, io che ero stata l’anno prima in quella terra martoriata e che nei campi avevo festeggiato i miei piccolissimi 20anni guardavo quel corpo dalla forma mutata per sempre senza nemmeno riuscire a proferir parola: con lacrime rabbiose.
Il 16 marzo di 10 anni fa ci ammazzavano Dax, a coltellate, due balordi fascisti.
In tre aggrediti con le lame, e lui che non ce l’ha fatta.
Poi la lunga notte all’ospedale San Paolo, le cariche, i pestaggi, il comportamento indescrivibile di polizia e carabinieri…
e le condanne, la richiesta folle di risarcimento di 130.000 euro a due compagni, due.
Un gran dispiacere non poter essere su tra voi, oggi, cordonata al ricordo di Dax e di quella notte milanese che abbiamo tutti dentro.
LEGGI LE ULTIME LETTERE DI RACHEL DALLA PALESTINA: QUI
Papi nuovi, torture e dittature antiche
Un articolo di molti anni fa: tra i tanti che stanno ricircolando in rete da ieri sera,
quando il nuovo Papa Francesco I si è affacciato sorridente davanti ai suoi fedeli, in Piazza San Pietro.
C’hanno messo 24 ore a scegliere il nuovo Papa, un conclave rapido, che fa immaginare una volontà comune nel scegliere quel nome, senza eccessivi scontri di potere.
Si vede che esser collusi coi colonnelli argentini da punti, che aver presidiato ad interrogatori e torture, aver avallato una delle più sanguinose dittature del sud america rende infinitamente vicini alla gerarchia ecclesiastica dei livelli più elevati.
ma è stato già scritto e detto molto Jorge Maria Bergoglio, quando era ad un passo dalla poltrona più ambita del Vaticano, al precedente Conclave che incoronò Papa Benedetto XVI, quello dalle foto di gioventù a mano tesa.
Insomma, tutto rimane nella tradizione:
Giovanni Paolo II sottobraccio a Pinochet ce lo ricordiamo tutti,
le foto dell’album di famiglia di Ratzinger son complicatissime da dimenticare,
ed ora lui,
decisamente più “attivo” dei suoi predecessori.
Il commento di una delle donne di Plaza De Mayo è chiaro, nel momento in cui le chiedono un commento a riguardo: “Amèn”.
“Le donne sono per natura inette ad esercitare incarichi politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo é l’essere politico per eccellenza; le scritture ci dimostrano che la donna è sempre l’appoggio dell’uomo che pensa e agisce, ma null’altro che questo”. PAPA FRANCESCO I
FUORI PRETI, PAPI, STATI e TORTURATORI DAI NOSTRI CORPI, DALLE NOSTRE MUTANDE, DALLE NOSTRE VITE!
In un libro le collusioni dell’arcivescovo di Buenos Aires con la dittatura militare
Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, un anno fa, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente.
La svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.
Botta e risposta. Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza.
Ma… Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”.
Oggi. Nonostante non abbia mai ammesso le sue colpe, il presidente dei vescovi argentini ha spinto la Chiesa del paese latinoamericano a pubblicare una sorta di mea culpa in occasione del 30esimo anniversario del colpo di Stato, celebratosi lo scorso marzo. “Ricordare il passato per costruire saggiamente il presente” è il titolo della missiva apostolica, dove viene chiesto agli argentini di volgere lo sguardo al passato per ricordare la rottura della vita democratica, la violazione della dignità umana e il disprezzo per la legge e le istituzioni. “Questo, avvenuto in un contesto di grande fragilità istituzionale – hanno scritto i vescovi argentini – e reso possibile dai dirigenti di quel periodo storico, ebbe gravi conseguenze che segnarono negativamente la vita e la convivenza del nostro popolo. Questi fatti del passato che ci parlano di enormi errori contro la vita e del disprezzo per la legge e le istituzioni sono un’occasione propizia affinché come argentini ci pentiamo una volta di più dai nostri errori per assimilare l’insegnamento della nostra storia nella costruzione del presente”.Stella Spinelli
In Egitto si incoraggiano i cittadini all’arresto dei “vandali”
Che è complicato anche scriverle due righe di commento a quest’articolo…le parole di Talaat Abdullah, praticamente un appello alla manetta libera, sembrano parlare direttamente a quel che nei tempi di Mubarak si chiamava la Baltagheyya, e che non credo proprio abbia cambiato nome. I fedelissimi, le squadracce pronte a difendere l’ordine costituito e il potere, quelle della battaglia dei cammelli, delle violenze, degli omicidi durante gli attacchi, dei ripetuti stupri degli ultimi mesi alle attiviste e militanti delle piazze del paese.
Con lo scontro tra polizia e esercito che s’è palesato a Port Said al suon dei proiettili che volavano, ci mancava anche un’ufficiale deligittimazione delle forze armate e d’ordine pubblico per “armare i fedelissimi”.E’ la risposta alla risposta popolare di queste settimane, la risposta alle sentenze, le grandi lotte operaie che iniziano a conoscere oltre allo sciopero e all’autorganizzazione anche l’autogestione dei posti di lavoro.
Un laboratorio di repressione si struttura, per rispondere all’immenso laboratorio rivoluzionario che è l’Egitto
Sta suscitando un ampio dibattito sulla stampa la dichiarazione rilasciata domenica dal Procuratore generale egiziano, Talaat Abdullah, per il quale i cittadini hanno il diritto di arrestare chi trasgredisce la legge.

Port Said, 7 marzo 2013
“Il Procuratore generale incoraggia tutti i cittadini ad esercitare il diritto assegnato loro dall’articolo 37 della legge di procedura penale dell’Egitto emesso nel 1950 – si legge nel comunicato diffuso dalla Procura – di arrestare chiunque sia trovato a commettere un crimine e consegnarli al personale delle forze di sicurezza”.
In una precisazione diffusa ieri, la Procura ha aggiunto che il procuratore generale non intendeva estendere ai civili i poteri d’arresto giudiziario, ma piuttosto circoscriverli al solo personale di polizia. Entrambe le dichiarazioni hanno però acceso numerose critiche, soprattutto da parte degli esponenti dell’opposizione laica e liberale al governo guidato dal presidente Mohamed Morsi, secondo i quali questa misura sarebbe il preludio alla sostituzione della polizia da parte di milizie appartenenti al movimento della Fratellanza musulmana o a gruppi ad esso vicini.
Numerosi membri di gruppi politici islamici hanno infatti immediatamente accolto con dichiarazioni positive la proposta di Abdullah.
“La decisione è un primo passo per porre fine alla sistematica violenza in corso in Egitto – ha detto per esempio all’agenzia di stampa nazionale MENA il segretario del partito ultra-conservatore Al-Gamaa Al-Islamiya, Alaa Abu El-Nasr – Il potere politico ha il diritto di avere una propria forza di polizia, capace di combattere i crimini per le strade”.
Nazer Gharab, membro dello stesso partito, ha specificato in un’intervista concessa alla televisione di voler istituire al più presto “una forza di polizia islamica per ristabilire l’ordine”.
Il timore che si diffondano milizie politiche armate nel paese, esacerbando ulteriormente il livello dello scontro, ha portato diversi esponenti militari, che hanno preferito parlare sotto condizione dell’anonimato, a suggerire la possibilità di un intervento dell’esercito.
Una fonte militare citata dal quotidiano governativo Al-Ahram ha infatti detto che “questa decisione aprirebbe la strada alla creazione di milizie private, garantendo una copertura politica alla violenza che significherebbe semplicemente la fine dello stato di diritto e l’avvio sulla strada di una guerra civile: in quel caso l’esercito non potrebbe restare a guardare”.
Michele Vollaro, InfoAfrica
Marò: latitanza autorizzata dal Ministro in persona!
Che se non provassi un senso di repellenza totale ne avrei scritto da tempo,
perché sarebbe da sottolineare mille cose sulla storia dei Marò,
sarebbe da archiviare e riportare continuamene tonnellate di dichiarazioni (a partire dal presidente della Repubblica, Napolitano) in difesa di due fucilieri della Marina,
assassini di pescatori indiani, categoria umana che a quanto pare non rientra in quelle prese in considerazione non solo dalle forze armate di questo paese,
ma anche da quelle politiche.
Ora la provocazione totale, che sinceramente non mi lascia di stucco, anzi era più che prevedibile:il ministro Terzi (ministro scelto da non so chi per altro) ha dichiarato poco fa che
NO, i nostri bravi ragazzi dalla mira ineccepibile non tornano in cella.
No no, la licenza di un mese per votare (son lentissimi a votare i Marò, voi ci mettete meno di cinque minuti loro ben quattro settimane) si trasforma in una latitanza legalizzata:
in India non ci tornano, se ne fottono proprio.
Eppure proprio Terzi poche settimane fa aveva detto che la concessione di questa seconda licenza premio (poverini i due traumatizzatissimi assassini avevano anche passato Natale in casa, cosa non concessa a 70.000 detenuti nelle carceri italiane che vivono anche in 12 a cella) era uno “sviluppo molto positivo che consentirà ai nostri due ragazzi di esercitare il loro diritto di voto e di trascorrere quattro settimane con i loro familiari in Italia, ma anche perchè la decisione di oggi conferma il clima di fiducia e collaborazione con le autorità indiane e lascia ben sperare per un positivo esito della vicenda».
E invece pernacchie,
pernacchie italiane ai pescatori morti ammazzati,
alla giustizia indiana, ai rapporti internazionali, alle promesse di Stato:
NOI GARANTIAMO L’IMPUNITA’ A CHIUNQUE INDOSSI UNA DIVISA E IMBRACCI UN ARMA,
è la sola cosa chiara di questa vicenda.
Siamo un paese di assassini, di sbirri soldati marinati piloti ministri ASSASSINI
A Giorgio Frau, da Oreste
In morte di Giorgio Frau, di Oreste Scalzone
Succede ormai, sempre più spesso – cadenza accelerata di un addìo dopo l’altro, un mondo che ogni volta finisce, « gli occhî d’un uomo che muore ».
Ogni morte è una fine-di-mondo, fine del mondo in senso proprio, che si consuma per chi muore. E ogni persona morta, è uno squilibrarsi del resto, resto-del-mondo, sbilanciamento del paradigma, mutazione irreversibile dello ‘stato delle cose’, buco di vuoto che si produce, e conseguente effetto-vuoto d’aria, tutto ciò che vi si precipita…
Così come avviene per la pietra lanciata in uno stagno, o il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia dei due esempî celebri, l’onda d’urto si propaga come per cerchî che si allargano de-centricamente nell’acqua « fino ai confini dell’universo ». ”Storicamente”.
Materialmente. Realmente.
‘Stavolta : eravamo rimasti folgorati Lucia ed io, dalla notizia – data dai telegionali di un mezzogiorno di qualche giorno fa – di una di quelle tragedie che avvengono periodicamente, che si sono ripetute in questi anni e che hanno riguardato come ‘comunità di destino’ questa nostra detta « generazione degli anni di piombo ».
Dove le morti, d’ogni tipo e per cause diverse, vanno cadendo con ritmo assai più accelerato che la statistica ”media sociale” (così come per l’ « aspettativa di vita », o « speranza », talmente censitaria che lì si vede (e si potrebbe sbattere in faccia a tutti i decerebrati e decerebranti pifferaî dello spirito del tempo), cosa vuol dire «classe » e che cos’è, ‘bio/tanato-politicamente’…).
Un primo pomeriggio di qualche giorno fa – stavamo dicendo – dicono dunque ”dalla regìa” che la mattina, a Roma, dopo uno scontro a fuoco avvenuto nel corso di un tentativo di rapina di un furgone di trasporto di fondi, un uomo é rimaso a terra , morto.
Ci risuona nella testa il nome, Giorgio Frau. Lo abbiamo conosciuto, fa parte come tanti e tante della tessitura della nostra vita – se la vita è in gran misura fatta d’altri, in una tessitura continua di una trama comune.
Penso, a caldo, a un « vecchio ragazzo » – e in effetti, ha 56 anni appena, dieci meno di me.
Compagno, « nato » durante gli anni settanta in Lotta continua, proseguitosi poi in gruppi ”dell’ autonomia”, più tardi, dopo ‘avventure’ diverse, fughe, ”esilî”, aderente ad un degli ultimi frammenti delle Brigate Rosse.
E poi, vita dentro o sul limitare della galera, scelte e necessità…
Ne avevamo incrociato il destino trent’anni fa. Nei primi anni ’80, con due altri suoi compagni/amici (potevano dirsi ”ragazzini”, allora…) anche loro inquisiti e braccati dall’apparato penale dello Stato Italiano, come tant’altri uomini e donne era riparato in Francia. Pur non puntando a utilizzare la definizione di « terre d’asile », avevano cercato un momentaneo rifugio, quantomeno per ‘tirare il fiato’.
Arrestati dopo qualche tempo per lievi reati, difesi dai nostri avvocati e sostenuti dalla solidarità di noialtri
della divisa, e ”morale provvisoria”, del « per tutti e ciascuno!», linea di condotta, punto di vista e traccia etica di base, con le correlate ‘pratiche di solidarietà concreta’, dopo qualche mese di detenzione erano usciti e avevano potuto restare, precariamente come tutti, in Francia, in condizione di ”accoglienza”, rifugio e asilo di fatto, presenza ‘tollerata’. A poco a poco erano usciti dal ‘giro’, dalle frequentazioni quotidiane della ”rifugiaterìa”.
Un giorno della fine anni 80/inizio 90, il pugno nello nstomaco anche allora a mezzo mass-mediatico della ‘caduta’ di Giorgio in Spagna. Quello che è seguito è noto : gli anni di galera lì, poi ancora la prigione in Italia ; e poi semi-libertà, ri-‘cadute’… ancora anni di galera …, e poi di nuovo semi-libertà (ossia, come per il bicchiere mezzo pieno mezzo vuoto, semi-prigionìa), con i corollarî di lavoro precario, vita difficile, che non sfugge ad una cappa di ulteriore durezza, infelicità a oltranza. Sempre – con tutta evidenza – una silenziosa fedeltà alle passioni, sogni, affetti, necessità e scelte dei suoi anni verdi.
Incontrandolo di recente a una manifestazione – non so più dove…, anzi ora sì, ma non é tanto importante qui data luogo situazione – e abbracciandolo, avevo notato ancora (non voglio toccare corde sentimentali, è che é così) gli occhi tristi
ridenti, occhi ”ossimori” di sorriso e allegrìa tristi. Non spiaccia ad alcuno/o (ma…, siamo ribelli e sovversivi, critici radicali, mica ”cattivisti”, più di quanto non siamo ”buonisti”…) l’immagine che segue : « il gh’aveva deu oecc’ de bun » (si perdoni l’ortografia…), ”aveva due occhî da buono”, come dice « Il purtava ‘i scarp’ de tenis »,la canzone di Jannacci.
Occhî, potrei dire, come tra il sognante, l’estenuato e un fondo di spavento – forse uno legge ciò che proietta lui, ma mi sembrava una specie di sgomento per questo mondo in cui si oscilla tra la prospettiva di « una fine spaventosa », « uno spavento senza fine » o entrambi gli scenarî in sequenza. Mondo, dove l’inerziale risultante delle dinamiche sistemiche, nonché l’insieme di ”quelli che comandano, utilizzano, capitalizzano, hanno potere di vita e di morte, decretano, decidono ‘passati presenti futuri’; quelli che ”vampirizzano” la potenza, « potenza di persistere nel proprio essere », forza-lavoro intelligenza cooperante, energia, « disperata vitalità » ;
quelli che presuppongono e icessantemente riproducono a-nomia, base di eteronomizzazione e a-tomizzazione, inibendo in radice (e comunque confiscandone ogni tentativo) capacità di comunanza, comune autonomia, interazione di singolarità differenti, tessitura di una trama comune di libera convivenza”, riducono schiaccianti maggioranze a pensare più facilmente « la fine del mondo che la fine del capitalismo », della Cosmo-macchina risultante, oggi esistente e in corso d’opera…
Of course, tutta la « sciacallerìa » (dal significato, in metafora, della parola ”sciacallo” nel linguaggio corrente), saremmo indotti a dire, più ancora che degli stessi « inquirenti/inquisitori », della propaganda di guerra per via mass-mediatica, dominata da lettura « conspirazionista » dei fatti e delle cose – della vita intera – , si era gia messa a ”macinare”…
Bisognerà – ancora una volta e forse un’ultima, chee valga come se ‘una volta per tutte–, mettere i piedi nel piatto, contrapporre, rispondere, introdurre dei ragionamenti in rapporto a questa ferocia, a questa, più ancora che « violenza », stolida crudeltà…
Stigmatizzano l’inimicizia (quando essa incarna la parte, il fronte di guerra sociale ”dal basso verso gli alti”, e quello che mettono al posto e chiamano « pace civile » &ccetera &ccetera… mettono, se è per questo, una nuvola di malanimo, risentimento, sprezzo misantropo e altre passioni tristi, invidia [della vita], tutto quanto insomma intesse il paradosso che qualcuno ha detto « della rivolta dei ricchi contro i poveri » (nonché, ovviamente, l’esser rotti ad ogni crimine
nella concorrenza [mimetica] a morte all’interno del ”loro mondo»…).
Ci sarebbe molto da dire (anche a certi Soloni che avvelenano i dibattiti nella rete, prendendosi per detentori della ”verità vera”, dello ‘spirito della Giusta Linea…). Come si usa dire, un po’ consentendosi il sogno, ”dormi, vola, riposa…, che la terra ti sia lieve…”.
Riscritto (potuto riscrivere, forse fuori tempo massimo,nella ‘dannazione’, anche, dell’ intempestivo)
oggi, 8 marzo 2013, a Parigi,
da Oreste (Scalzone)

L’ultimo saluto a Giorgio Frau
[qui il saluto di Oreste Scalzone
qui invece quello di Barbara Balzerani]
Venerdì ci saranno i funerali di Giorgio…
persona che sento familiare dai mille racconti di questi anni, 
un compagno di cui mi hanno raccontato gli aneddoti del carcere, della vita pre carcerazione,
del peregrinare per un po’ di salvezza e del successivo via vai con la realtà penitenziaria.
Di Giorgio rimpiango non avergli presentato il mio bambino, figlio di quel suo amico con cui per molto ha avuto il “divieto di incontro” nei vasconi e nei bracci dei nostri maledetti penitenziari,
rimpiango di non averlo abbracciato, poche settimane fa, quando sotto una fitta e “calda” nevicata si era sullo stesso prato a salutare un altro compagno volato via.
Un sacco di rimpianti Giorgio, per primo quello che leggerete in questo saluto che vi allego qui sotto: quello di averti permesso di uscire di casa l’altro giorno, per finire sull’asfalto.
Ciao Giorgio,
mi piace salutarti ancora con le parole di Paolo, a cui non son riuscita ad asciugare le lacrime.
PER CHI VUOLE SALUTARE GIORGIO
VENERDI 8 MARZO
ORE 11,00 -12,30 OBITORIO P.LE DEL VERANO 38
ORE 13,00 – 15,00 VIA MASURIO SABINO 31
In rete circolano dei ritratti di Giorgio che lo descrivono come “un lumpen”, “un personaggio pasoliniano”, dalla vita ambigua, a cavallo tra criminalità comune e lotta politica, finito per caso o per sbaglio nella lotta armata per il comunismo. Una rappresentazione fondata su circostanze inesatte e non veritiere della sua storia politica e personale. Niente di più falso, niente di più lontano dalla sua vicenda politica di comunista rivoluzionario a tutto tondo. Verrà il momento di raccontarla correttamente questa storia.
Piuttosto la morte di Giorgio interpella la comunità frantumata dei compagni che con lui hanno condiviso durante gli anni 70 e 80 la lotta politica, la scelta armata, il carcere.
Una volta terminata la condanna non tutti hanno reagito allo stesso modo di fronte alla difficoltà di ritrovare un posto nella vita senza rinnegare la propria storia e le idee che l’hanno animata.
Non tutti hanno avuto lo stomaco di sopportare le tante giravolte, i mille percorsi individuali, l’affievolirsi della solidarietà.
Chi lo ha visto recentemente lo ricorda come suo solito: sereno, allegro, carico come sempre della sua generosità. La generosità, una qualità che in lui sembrava inesauribile.
In realtà la sua scelta, che a noi appare un gesto disperato, ci dice che la nostra era solo cecità, la prova di una capacità di ascolto e di attenzione persi.
Nella sua pagina facebook non molti giorni fa Giorgio ha scritto questa frase attribuita ad Epicuro: “Non abbiamo tanto bisogno dell’aiuto degli amici, quanto della certezza del loro aiuto”.
Non possiamo perdere così i nostri compagni.
Giorgio me lo ricordo nei cubicoli del G12 speciale di Rebibbia mentre faceva l’aria da isolato, era il 1989, appena estradato dalla Spagna con Anna. Lo salutammo dalle finestre. La loro posizione processuale venne stralciata e così non ebbi modo d’incontrarli. Alla fine del processo di primo grado, dopo essere stato assolto dall’accusa più grave fui scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare, oltrepassati da oltre un anno. Alcuni mesi dopo l’appello che capovolse il verdetto della corte d’assise mi rifugiai in Francia. Era il 1991. Non so esattamente quando Giorgio fu ricondotto in Spagna dove venne condannato per una lunga serie di rapine di autofinanziamento.
Lo rividi tanti anni dopo al Mammagialla di Viterbo, forse era il 2005 o il 2006, quando lo portarono al mio blocco, al piano sopra il mio. Ero stato riportato in Italia nel 2002 grazie ad una “consegna straordinaria”. Giorgio aveva terminato la sua condanna, credo nel 1998, ma nel frattempo aveva trovato il modo di farsi riarrestare. Una brutta esperienza nel mondo delle cooperative, dissidi sul modo di intendere il lavoro sociale lo spinsero a tentare l’avventura: mettersi in proprio. Ma la cioccolateria aperta con la sua compagna non funzionò e si ritrovò in un mare di debiti.
Il Dap aveva disposto il divieto d’incontro tanto per renderci la detenzione più disagevole. Chi scendeva al campo di calcio nei giorni in cui era permesso escludeva l’altro. E così per tutte le altre attività comuni. Non restava che metterci d’accordo attraverso radio carcere. Poi un giorno si sbagliarono e ci ritrovammo insieme nel corridoio, ci abbracciammo, ci baciammo e cominciammo a ballare di fronte alle guardie attonite che ci misero un po’ a reagire, staccarci e rimediare.
Finalmente nel 2007 ci ritrovammo a Rebibbia, a distanza di alcuni mesi l’uno dall’altro. Ci incontravamo in sala studio per seguire dei corsi di giurisprudenza. Nel 2008 sono uscito in semilibertà mentre Giorgio è rimasto fino alla conclusione della pena e da bravo studente ha dato anche con profitto diversi esami.
Giorgio ha fatto in tempo ad uscire dal carcere, rientrare, scontare per intero la condanna, uscire di nuovo e morire ed io ancora lì con una pena che sembra non finire mai ad aspettare di poter festeggiare insieme la conclusione delle nostre condanne e fargli conoscere il mio bambino.
Ora dovrà conoscerlo Anna.
Ciao Giorgio, pochi giorni fa sempre su facebook ponevi a te stesso una domanda che col senno di poi sembra premonitrice:
“Intervallo? …ma quanto durera st’intervallo?”.
L’intervallo è finito e tu non ti sei tirato indietro…. quella mattina però, se l’avessimo saputo, in molti ti avremmo impedito di uscire di casa. Non dovevi morire così!
Gli stati modificati della/nella reclusione: l’impatto con la detenzione
“La soglia del reclusorio è più tagliente del più affilato rasoio. Chi l’attraversa non può evitare uno sfregio la cui rimarginazione non è affatto scontata.
La prima rasoiata isola il neo-recluso dai suoi mondi consueti, lo decontestualizza totalmente e in un lampo lo getta in uno stato di spaesamento radicale. Il noto, il familiare, l’abituale, scompaiono dal suo orizzonte sensoriale ed egli brancola, smarrito, nel vortice d’un risucchio che lo aspira entro un orrido di cui non percepisce altro che i pericoli.

Lo stato di spaesamento trova nella vertigine la sua forma più consueta.
Secondo Daniel Gonin, medico penitenziario e coordinatore di una ricerca condotta nelle carceri francesi per conto del Consiglio di Ricerca del Ministero della Giustizia, almeno “un quarto degli entranti in prigione soffre di vertigini (…). Quando questi malesseri si manifestano in forme spettacolari, per poco non arrivano a far cadere per terra coloro il cui equlibrio è piu’ precario. Tuttavia, anche se in forme meno gravi, condizionano ogni detenuto, costituendo una sorta di mordenzatura sulla quale si fissano progressivamente tutte le modificazioni sensoriali del recluso” [1].
La seconda rasoiata investe il flusso polimorfo degli stimoli ambientali che, improvvisamente, viene disseccato. La riduzione drastica degli stimoli ambientali riduce, in chi la subisce, un grappolo di fenomenologie riconducibili alle transe di ipostimolazione.
Arnold Ludwig nella sua celebre catalogazione degli stati di coscienza osserva che la riduzione delle stimolazioni esterne può essere considerata il dispositivo induttore portante degli stati conseguente alla reclusione [2].
Le persone soggette alla Riduzione degli Stimoli Ambientali accusano, secondo le ricerche, disfunzioni sensoriali, motorie, percettive, cognitive ed emozionali. Ed inoltre, in un estremo tentativo di difesa, esse recuperano memorie cruciali sepolte, che possono favorire un processo di adattamento come pure suscitare ansie aggiuntive le cui radici restano sfuggenti [3].
Stati di allucinazione visiva, auditiva, tattile; del gusto e dell’olfatto; difficolta’ a camminare, scrivere, leggere; distorsioni della percezione del tempo e dello spazio; sconvolgimenti dell’alimentazione, del sonno,della sessualita’ accompagnano chi vive quest’esperienza spesso anche per lunghi periodi dopo la sua fine.
Queste prime manipolazioni collocano a tutti gli effetti le torsioni relazionali esercitate dall’istituzione nell’ordine della tortura;
traducono le pene reclusive inflitte dai giudici in manipolazioni dei sensi e della coscienza le cui implicazioni sono del tutto trascurate da chi le innesca. Come pure trascurate sono pure le reazioni. Prima fra tutte, la morte [4]. Che e’ l’esito, talvolta immediato, di una dissociazione fallita; dell’incapacita’ o del rifiuto di elaborare, nel vortice della vertigine, un Senso qualsivoglia per la propria esistenza nella nuova condizione. D’altra parte, l’elaborazione, sia pur embrionale, di un Senso, se per un verso mette al riparo dalla morte, per un altro spinge una parte di se’ a vestire la divisa del carceriere e con cio’ ad avviare una dinamica penosissima di dissociazione.”
1. D.Gonin, Il corpo incarcerato, Torino 1994, Edizioni Gruppo Abele.
2. A. Ludwig “Alerated states of conscousness”, in Archives of General psychiatry, 26, 1968.
3. Anthony Suraci, Environmental Stmolus Reduction, Rew. Ment. Dis. 138, 1964, 172-180.
4. R.Curcio, S.Petrelli, N.Valentino “Nel bosco di Bistorco”, Roma, 1997, Sensibili alle foglie.
Questo uno stralcio di un testo di Renato Curcio,
per ora come assaggio del materiale che ho voglia di mettere,
perché per smontare il carcere abbiamo bisogno di iniziare a minare quello, anzi quelli, che abbiamo dentro di noi.
Quello che costruiamo, non sempre inconsapevolmente, all’interno dei rapporti nei contesti gruppali,
così come in relazione con le istituzioni che volenti o nolenti siamo costretti ad affrontare nella vita.
Perché per liberarsi dal carcere, dal fine pena mai, e da ogni dispositivo di obbedienza,
eeeeeeeh, c’è da faticà.
Adottate il logo contro l’ergastolo, è un modo per sancire che nei vostri luoghi, fisici o virtuali, non esiste l’aberrazione della reclusione perpetua.

http://liberidall’ergastolo.wordpress.com : vai sul sito e adotta il logo!
A Giorgio Frau, ucciso ieri a Roma
Prendo da Contropiano le righe che troverete qui in fondo,
che a scrivere altro in molti non riescono e si può capire perchè.

Foto di Valentina Perniciaro _il ragazzotto del Verano_
Son dolori sordi e lancinanti, adagiati come un pesantissimo lenzuolo su quel corpo, a cui in tantissimi erano legati.
E non ci interessa dei bensanti, di chi blatera sul “criminale” ammazzato a terra…
Ci interessa salutare Giorgio, punto.
Portare un fiore dove è stato ucciso,
stringere forte chi l’ha amato e gli è stato vicino,
asciugare queste lacrime, fare un urlo per una morte che non doveva avvenire…
“No Giorgio, no.
Anche quando riusciamo a malapena a sopravvivere e fatichiamo ad immaginare un futuro…. quando ci sale la rabbia perchè veniamo derisi da ex compagni che ci definiscono fessi perchè non facciamo come loro e non ci mettiamo al servizio di questo o quel vincente politico….anche quando tutto sembra nero e i compagni più cari non sono in grado di aiutarci e per qualcuno prosegue ancora la galera…. noi, noi che siamo testimoni della più importante esperienza comunista nata in Italia nel secondo dopoguerra, non abbiamo il diritto di cedere alla disperazione e buttare via la nostra vita! Non lo abbiamo Giorgio, compagno mio, compagno nostro”
scrive Vittorio, e la penso così.
CIAO GIORGIO, COMPAGNO NOSTRO
Rapina a Roma, scontro a fuoco e muore uno dei rapinatori. E’ Giorgio Frau, ex brigatista, senza lavoro e già arrestato 10 anni fa per una tentata rapina in Umbria.
(qui il link all’articolo)
Zona della basilica di Santa Maria Maggiore, in via Carlo Alberto, all’Esquilino. Un portavalori si ferma davanti alla filiale della Banca Popolare di Sondrio. Scatta il tentativo di rapina. Partono gli spari. Una guardia privata rimane ferita, uno dei rapinatori viene ucciso. E’ Giorgio Frau, 56 anni, ex militante di Lotta Continua a Roma Sud, poi “fiancheggiatore” delle Brigate Rosse, resosi latitante dopo la scoperta di una borsa contenente armi nella sua cantina, durante una perquisizione in sua assenza. Per qualche tempo si era rifugiato in Francia, avvicinandosi alle Ucc.
Fu arrestato in Spagna all’inizio degli anni ’90, dopo una rapina compiuta insieme alla sua compagna. Erano rimasti soli, avevano cambiato paese e sopravvivevano in quel modo.
Estradato in Italia dopo aver scontato la condanna spagnola, aveva passato alcuni anni in carcere anche in Italia. Scarcerato dopo aver scontato la pena, aveva cercato di rienventarsi una vita prima nelle cooperative sociali e poi come negoziante in proprio. Sommerso dai debiti in questo tentativo, aveva cercato la soluzione della rapina insieme ad alcuni “comuni”. Ma erano stati arrestati ancora prima di compierla, nel 2003.
Condannato a sette anni, solo per la detenzione delle armi, aveva scontato in carcere anche questa condanna. Una volta scarcerato, ovviamente, si era trovato in una condizione ancora peggiore di prima.
I carabinieri – respingendo l’assalto morboso della stampa, che ha tirato fuori anche falsi coinvolgimenti in altri episodi – hanno riconosciuto che questo ultimo gesto della sua vita non aveva alcun intento “eversivo”, ma motivato unicamente dalle banali necessità della sopravvivenza. A dispetto degli anni, doveva aver pensato che le “competenze” accumulate nella vita precedente potevano essere utilizzate ancora adesso.
Ciao, Giorgio. Che la terra ti sia lieve.
Per chi vuole salutare Giorgio
Venerd’ 8 marzo
ORE 11-12,30 Obitorio Piazzale del Verano
ORE 13-15 Via Masurio Sabino 31
L’ergastolo e le farfalle
“Una farfalla si posò sul polpastrello del mio dito medio,
vi adagiò l’addome,
e mi portò all’orgasmo.”
“L’ergastolo io lo penso come la maggioranza di quelli che sono come me: non è una pena indefinita.
Prima o poi finirà, devono capire.”
Mio caro,
ho sognato che venivo a Rebibbia per il nostro consueto colloquio,
ma tu non c’eri, non è che eri stato trasferito in un altro carcere, non c’eri proprio più.
Al risveglio mi son chiesta se esisti veamente.
Questo nostro rapporto è difficile e mi sento vecchia anzitempo.
Preferirei lasciar passare un po’ di tempo prima di venire nuovamente a colloquio.
TU PUOI CONTARE I GIORNI, PER ME E’ SEMPRE 1,1,1,1 …
[Tratto da Ergastolo, di Nicola Valentino, edizioni Sensibili alle Foglie]
ADOTTA IL LOGO CONTRO L’ERGASTOLO: Qui il sito Liberidallergastolo;libera i tuoi spazi, reali e virtuali, dall’aberrazione del FINE PENA MAI

Corteo di quartiere per Scialabba: oggi al Tuscolano, Roma
In corteo oggi, per salutare Roberto Scialabba, come ogni anno, da 35 anni.
CIAO ROBERTO, SANGUE NOSTRO
[Il ricordo di due anni fa: QUI ]
Luca Abbà, un anno dopo quel traliccio
Ad un anno di distanza dallo sgombero della Baita Clarea e dall’incidente che mi ha visto coinvolto con la caduta dal traliccio, mi rivolgo a tutti coloro che mi hanno seguito e sostenuto in questo anno, dicendo che il mio stato di salute è in lento ma continuo miglioramento, anche se, di fatto, questo episodio ha segnato per sempre il corso della mia vita. 
Di ciò posso “ringraziare” le forze dell’ordine presenti quella mattina in Val Clarea, i veri responsabili della mia attuale invalidità che spero sia solo una condizione temporanea.
Ripercorrendo quei momenti grazie ai ricordi e alle diverse testimonianze che mi sono giunte in seguito, ho potuto ricostruire i fatti ed accertare alcune verità che è importante consegnare alla storia perché restino nella memoria collettiva.
Il video girato dalla questura è stato palesemente tagliato e non mostra il momento della folgorazione, con il poliziotto ormai arrivato a pochi metri da me.
Questo agente di Polizia, che grazie agli attivisti di Anonymous ha un nome (Zampieri Andrea, II reparto mobile di Padova), ha avuto la brillante idea di inseguirmi su quel traliccio dove stazionavo tranquillamente a pochi metri d’altezza, costringendomi a salire sempre più in alto per evitare un contatto corpo a corpo.
Dai documenti resi pubblici dagli hacker si scopre che il verbale compilato dal comandante delle truppe quel giorno, Vincenzo Di Gaetano, è pieno di bugie e falsità.
I lavori NON sono stati interrotti neppure di fronte a un momento tragico come quello, in cui nessuno sapeva se io sarei sopravvissuto.
Nonostante un esposto presentato dal mio avvocato, la procura torinese nella persona del PM Ferrando non ha mai indagato per chiarire l’operato della Polizia di Stato in quell’occasione.
Di tutto ciò non mi stupisco, perché è sempre più evidente, a chi lo vuole capire, qual’è la vera natura del potere politico ed economico, che qui a Chiomonte vuole imporre quest’opera e che dovunque devasta i territori e sfrutta le popolazioni.
Sta a noi continuare a resistere, lottando per il nostro presente e per il futuro delle prossime generazioni, auspicando una vita in armonia con la terra nel segno della libertà.
Un esempio di come si possa fare si è visto nei giorni seguiti a quel terribile 27 febbraio, dove tanta passione e ardore hanno unito migliaia di persone sulle barricate in un’unica forza.
Con quella forza e determinazione sono certo vinceremo anche questa battaglia.
Val Clarea, Chiomonte 27 febbraio 2013
Luca Abbà
Applausi del Sap, camper solidali del Cosip: ecco come la polizia si rivendica Aldrovandi
E non venitemi a parlare di mele marce eh! Che nemmeno si riesce a commentarla questa notizia,
tanto è lo schifo che provo per voi,
maledetti assassini di Stato.
(ANSA) – BOLOGNA, 26 FEB – E’ uscito dall’aula del tribunale
di Sorveglianza di Bologna, che deve decidere se disporre il
carcere, tra gli applausi dei colleghi: c’erano una trentina di
appartenenti al Sap (sindacato autonomo di polizia) ad
accompagnare e manifestare vicinanza a Enzo Pontani, ultimo dei
quattro agenti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi
a dover ancora discutere la propria posizione. Gli altri tre,
Monica Segatto, Luca Pollastri e Paolo Forlani sono in carcere
dopo l’ordinanza del tribunale del 29 gennaio.
Anzi, il Cosip, sindacato indipendente di polizia ha fatto proprio il Camper della solidarietà in difesa dei 4 boia di Aldro. DIcono che dal 2 marzo gireranno per Ferrara (provincia compresa) con il loro bel camper per dimostrare la vicinanza alle “vittime di una campagna d’odio attuata da alcuni contro le forze dell’ordine”.
Il resto delle dichiarazioni nemmeno riesco a riportarle, che è già abbastanza così
Palestina: mobilitazioni per i prigionieri. Nuova intifada?
L’aria che da laggiù arriva ha un odore intensissimo.
Che non è solo quello dei lacrimogeni israeliani, che piovon come riso a fine nozze, ma quello della rivolta.
Dell’Intifada.
Quella capace di scoppiare in ogni vicolo sbilenco di campi profughi, villaggi, città palestinesi,

Foto di Valentina Perniciaro _Il funerale di Ayyat, Dheishe, Palestina 2002_
sotto occupazione israeliana da tanti di quei decenni che in qualunque altro posto al mondo i ricordi della Nakba sarebbero sbiaditi.
Non in Palestina: lì non c’è storia che non è carne, lì non c’è profugo che non chiede ritorno,
lì non c’è ingiustizia alla quale non si resiste, con ogni mezzo a disposizione.
A partire dai propri corpi.
A partire anche dai corpi che più degli altri son prigionieri: rinchiusi nelle carceri israeliane.
La lotta dei prigionieri, il loro sciopero della fame senza possibilità di collaborazione,
la morte di Arafat Jaradat, oggi seppellito a Sair, vicino Hebron, ma morto in una cella del carcere israeliano di Megiddo:
tutto ciò ha riportato una solidarietà e una rabbia nelle strade, ad affrontare la polizia militare e l’esercito,
che non si vedeva da molto tempo, con queste dinamiche e prospettive.
Sembra di respirare veramente aria di una nuova Intifada.
Dal campo profughi di Aida poi, a pochi passi da Betlemme e incastonato nei miei ricordi, la notizia del gravissimo ferimento di un ragazzo di soli 13 anni, Muhammad Khalid al–Kirdi, colpito al torace da una pallottola che l’esercito nega di aver usato. (leggi qui il racconto della giornata ad Aida)
La solita storia, sui soliti giovanissimi corpi resistenti di Palestina.
[sempre sperando che chi prova empatia verso tutto ciò, senta muoversi dentro qualcosa anche per i 1076 morti che ci son stati solo in quest’ultima settimana di mattanza siriana, o per i 100.000 e passa profughi che stanno solo a Zaatari, uno tra i tanti campi ormai esistenti tra Giordania, Libano e Turchia]
Elezioni 2013… di spalle
L’ho trovato il solo commento possibile a questa giornata, dedicato a chi usa il Quarto Stato.
(Oltre a qualche cattiveria su Ingroia già in volo verso il Guatemala) 🙂
Il cantore della prigionia. “Guardò la cella e disse: Ti distruggo”
Inizierò a pubblicare una serie di testi, di provenienze varie, sul carcere.
Per mantenere viva quest’idea di adozione del logo contro l’ergastolo,
per allargarlo ad una critica totale al sistema carcere, alle istituzioni totali tutte.
Adottate il logo contro l’ergastolo che vedete qui accanto: in ogni luogo fisico o virtuale!
Per info o per raccontarci come e perché avete adottato il logo scrivete a portaunfiore@gmail.com .
Passarono alcuni mesi. Niente.
Non succedeva altro che segregazione cellulare. Isolamento assoluto. Detenuti non ne poteva incontrare.
Per nessun motivo. Allo spioncino solo qualche faccia di guardia: per i controlli. O per il cibo.
O per soffiare tra i denti : “Ariaaaa”. Chiese un giorno la posta. Gli dissero che non era arrivata.
Ma lui non ci credette. Disse “Non è vero”. Il sospetto non trovò risposta, rimase seppellito nel silenzio.
“Non è verooo!” gridò. Ma in quel braccio non c’era più nessuno ad ascoltarlo.
Fu quel giorno che senza preavviso qualcosa in lui cominciò a vacillare.
Come se una gigantesca mandria di bisonti stesse per investirlo.
Come se lui stesso fosse sul punto di trasformarsi in bisonte.
Guardò la cella e disse : “Ti distruggo”.
Lo disse cinque volte ma poi non fece niente. Era tutto murato: il letto, il tavolo, lo sgabello, il lavandino, la turca.
La mandria di bisonti scalpitava. Lui si vide, per un attimo, bisonte.
Respirò forte, proprio come gli aveva insegnato un amico. Inspirò come prima di un tuffo.
Quindi si lasciò andare -s’avventò sul bisonte e lo respinse. Era davvero quella la via delle sue mutazioni? Dubitò- quale fosse però non lo sapeva. Non sapeva che fare e che non fare.
Intuirsi cantore non gli richiese soforzo: si sentì cantare.
Onda canora tra gli abissi ostili del silenzio.
Orgia di gorgheggi proteiforme.
Cantava nel silenzio ammutolito, perso in un orgasmo primordiale, ebbro e straripante.
Hapax ritorti trillavano vibranti oltre le frontiere del senso fluidificando note e notazioni.
Spettacolo maestoso d’eruzione di linguaggi mescolati e senza forma. Semplice energia semiotica offerta come dono a timpani inariditi come un deserto da mesi senza pioggia.
Accorsero guardie. Moltissime guardie. Fuori della sua cella s’ammucchiarono.
Lui non sentì nè vide. Cantava.
A perdifiato. A squarciagola. Oppure sottotono, a fil di voce. Cantava.
Tra le guardie qualcuno mormorava: “Sragiona, sragiona…” Ma nessuno si azzardava ad entrare.
Quel canto misterioso e inaudito incuteva timore. Con qule inferno era mai in comunicazione il prigioniero per sputar fuori quella sonora lava?
E quel canto che aveva trasformato anche la sua voce, da quale satanica gola in realtà prorompeva?
Cantò per due ore filate. Poi si lasciò cadere, improvvisamente, come aveva iniziato, sulla branda.
Esausto. Roco. Felice. Liberato. E, senza neppure spogliarsi, s’addormì.
Tratto da “Il bosco di Bistorco” di Curcio, Petrelli, Valentino.
Edizioni Sensibili alle foglie
Testi sull’ergastolo:
– La pena più inutile
– Adotta il logo contro l’ergastolo!!
– L’ergastolo e le farfalle
– Un fiore ai 47 corpi
– Aboliamo l’ergastolo
– Gli stati modificati della/nella reclusione
– Il cantore della prigionia
– Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
– La lettera scarlatta e la libertà condizionale
– Perpetuitè
Iniziativa a Milano il 27 Maggio: Qui le info
Sfrattato, dalla finestra del bagno: oggi a Centocelle, Roma
Per ora solo dei brevi lanci di agenzia, e vista l’aria che tira in questo paese non è detto che con il passare delle ore avremo molti dettagli.
Perché interessa poco, soprattutto nel giorno ultimo di queste elezioni, cosa avviene in un appartamento subaffittato, a Centocelle, ad un gruppo di ragazzi provenienti dal Bangladesh.
Uno sfratto “autorganizzato” a quanto pare…perché all’arrivo dei carabinieri si era già concluso:
semplicemente con l’irruzione dei titolari del contratto d’affitto, poi subaffittato irregolarmente ai migranti, che, aprendo la finestra hanno lanciato di sotto uno degli abitanti dell’immobile,
che è ancora vivo, anche se ricoverato in gravi condizioni con molte fratture agli arti e al bacino.
Sono stati arrestati tre italianissimi* personaggi: la donna titolare del contratto d’affitto e due uomini, tra cui suo figlio.
Leggere la dinamica dei fatti lascia senza parole:
lo sfratto doveva avvenire con bastoni alla mano, ma quando uno dei sei che abitavano nell’appartamento si è rifugiato nel bagno sono entrati e lo hanno scaraventato giù, dal secondo piano.
*ORE 12.30: mo pare che gli arrestati non sono italiane ma connazionali della vittima.
Tutto il contrario di quello letto fino ad ora. Anche il Messaggero ha cambiato la notizia solo pochi minuti fa.
Certo che sti giornalisti lavorano bene: i fatti sono di questa notte, per tutta la mattina una versione e poi alla mezza cambia tutto.
Bho, seguono aggiornamenti.
Belgio: pestato a morte,dallo Stato
Nel post precedente sui detenuti italiani torturati in carcere dopo 30 anni dall’arresto e dalle torture subite ed accertate parlavo della specificità e dell’accanimento tutto italiano mosso per tre decenni su quei corpi.
L’oblio sulle torture compiute e quindi l’impossibilità di accedere a percorsi di cura in grado di permettere ai torturati di superare i traumi che certi tipi di sevizie tatuano nella psiche e nel corpo:
è una storia tutta italiana.
Vomitevole.
Non lo sono però i pestaggi,
quell’altra forma di tortura (non scientifica, non calcolata in ogni suo gesto, non compiuta per estorcere informazioni, non mossa da apparati speciali e appositamente costruiti) che quotidianamente avviene nelle nostre caserme, o celle di sicurezza dei tribunali, delle carceri, degli Opg, dei CIE.
Questa tortura costante, compiuta sui corpi dei più deboli e degli “ultimi” della società non è una nostra specificità, perché basta guardare questo video per capirlo.
E’ il civilissimo Belgio,
e quell’uomo completamente nudo, che vedete in un ultimo tentativo di difesa, è morto poco dopo, per un’emorragia interna dovuta allo spappolamento del fegato sotto i colpi di quei cosi in divisa.
Uno “psichiatrico” da punire per il suo comportamento : la sua reclusione nell’ospedale psichiatrico era appena mutata.
Trasferito da poco per atteggiamento troppo violento in un normale carcere, era in attesa di una visita medica e quindi di calmanti: questa la cura che l’amministrazione penitenziaria belga ha pensato di passare all’uomo.
Il medico l’ha trovato morto.
Aveva 26 anni, si chiamava Jonathan Jacob.
Non mi venite a parlare di mele marce, mai.
La violenza è di Stato, qualunque esso sia.
A.C.A.B.
Fuori i torturati dalle galere: ORA!
Se c’è un motivo per cui da anni scrivo, leggo, ricerco materiale sulla tortura,
è perchè sento la necessità viscerale di buttarli fuori.
In Italia la tortura s’è mossa con mano pesante sui corpi dei militanti della lotta armata, dalla fine degli anni ’70 al 1982, maledetto anno cileno:
elettrodi attaccati al pene, manganelli nelle vagine, capezzoli tirati con pinze, la scientifica e ripetuta tortura dell’acqua e sale,
denominata dagli statunitensi waterboarding, finte esecuzioni e tanto altro…
questo è stato il nosto paese, che ha costruito un apparato specializzato, che correva qua e là per lo stivale ad improntare sale di tortura, tavolacci da boia, preordinati e decisi dai più alti apparati di Stato.
Nomi ormai noti, nomi che hanno fatto la loro splendida e medagliata carriera, fino a giungere, come Oscar Fioriolli a dirigere la Scuola di Formazione per la Tutela dell’Ordine Pubblico: quasi una barzelletta della storia (proprio colui che si occupò di “quel manganello”)
Dicevo,
se c’è un motivo che in tutti questi anni ha alimentato il mio bisogno di inchiestare i loro elettrodi e la catena di quei nomi,
è che ci son dei compagni, dei corpi di uomini e donne,
che vivono ancora reclusi (alcuni senza aver nemmeno mai fruito di un permesso).
Parliamo di una carcerazione iniziata così, con i trattamenti più atroci che l’essere umano possa immaginare, e MAI TERMINATA.
Da più, molto più di trent’anni ormai.
Ho letto molti testi, incontrato medici,
imparato quanto lavoro si deve fare sulle menti e i corpi di chi ha subito la tortura per riuscirsi a riappropriare di sè stessi,
di un minimo di tranquillità nel toccare il proprio corpo,
o nell’abbandonarsi al sonno.
Tonnellate di studi, di pagine, di centri internazionali di riabilitazione per torturati, per uomini e donne che hanno il diritto di riprender la propria esistenza nelle mani, dai più minimi gesti.
NOI IN ITALIA SIAMO ALTRO A QUANTO PARE.
Noi i nostri torturati li teniamo in cella.
Noi i nostri torturati non li curiamo.
Noi non li facciamo accedere a nessun percorso riabilitativo, liberatorio, collettivo.
No.
Li teniamo chiusi, a scontare l’eternità del carcere e di corpi abusati.
Per quello penso sia NECESSARIO parlare di tortura,
conoscere i racconti di chi ha subito il waterboarding dalla voce stessa, rotta, da chi l’ha subito,
per quello dobbiamo seguire puntando tutti i fari a disposizione il tentativo che alcuni avvocati stanno facendo per “riaprire il processo Triaca” che altro non significa che eliminare la condanna (da lui totalmente scontata) per calunnia, datagli quando accusò lo Stato delle torture.
Annullare una condanna, e fare in modo che quei nomi siano scritti nero su bianco.
Nero su bianco, torturatore per torturatore.
Dal blog CONTROMAELSTROM
A Copenhagen, a pochi minuti dal centro città, è in funzione il Rehabilitation Centre far Torture Victims, dove si cerca di ricomporre l’unità corpo-mente in chi ha avuto l’esperienza della tortura. Un centinaio di fisio e psicoterapeuti cerca di restituire innanzitutto un corpo ai propri pazienti:
«Quasi sempre le vittime, per sopportare il dolore, hanno dovuto negare l’esistenza del proprio corpo».
Alcuni pazienti, alla richiesta di rilassare i muscoli, reagiscono sopprimendo completamente ogni capacità di avvertire sensazioni fisiche. Si tratta dello stesso espediente che avevano già adottato in carcere per resistere agli aguzzini, espediente che nel Centro di riabilitazione finisce per ostacolare ogni terapia:
«È stato molto difficile restituire a quegli uomini il senso di possedere un corpo. Di volerlo toccare. Di volerne sentire le reazioni».
Non deve suonare strambo se un capitolo sugli effetti del carcere viene concluso con alcuni cenni sulla tortura. Quest’ultima non ha come semplice oggetto il corpo, ma usa il corpo come tramite materiale che conduce alla distruzione della psiche. Non ha come obiettivo quello di costringere il detenuto alla confessione, ma quello di annichilirlo, negarne sensibilità e qualità umane.
La tortura rappresenta una forma di antiterapia: mira a spezzare l’unità della persona. Ma come mai non suscita poi tanta indignazione? Forse perché viene avvertita come una pratica ortodossa in un mondo dove manipolazione, correzionalità di massa e terapia per normali costituiscono prassi quotidiana. Non viviamo nell’era che ha sostituito il maquillage con la protesi, nell’era della chirurgia estetica, della manipolazione dell’aspetto, dell’intelligenza, dei geni? Distruzione e manipolazione stanno a tortura e carcere come in una equazione a variabili incrociate.
Il carcere, nella migliore delle ipotesi è chirurgia morale che, nelle parole di Nietzsche, non può migliorare l’uomo, può ammansirlo; ci sarebbe da temere se rendesse vendicativi, malvagi, «ma fortunatamente il più delle volte rende stupidi».
Lévi-Strauss, nel classificare i diversi principi ispiratori della sanzione, considera da un lato le società che ingeriscono il corpo del deviante, dall’altro quelle che lo espellono, lo vomitano. Nel nostro contesto non vi è né antropofagia né il suo contrario, antropoemia, ma ortopedia, correzione del corpo e della mente attraverso la loro separazione. Gli operatori dell’istituto di Copenhagen ne sono consapevoli: compiono un lavoro di restauro, cercando di riunire con la dolcezza le due entità separate dall’afflizione.
Da Il carcere immateriale di Ermanno Gallo e Vincenzo Ruggiero, Edizioni Sonda, 1989, pagg. 103-137.
LINK:
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis
Un saluto, caldo, a Wilma Monaco
Wilma fa parte di quei morti che in pochi ricordiamo,
Wilma è morta in un’azione armata e quindi è seppellita dall’oblio che avvolge quegli anni.
Anni immensi, dove centinaia di migliaia di persone in tutto il territorio europeo credevano di poter sovvertire il presente e costruire un nuovo futuro.
Il tessuto sociale in cui son cresciuti coloro che poi hanno deciso di armarsi era un patrimonio immenso di fermenti rivoluzionari poi sventrato dalla storia dei vincitori,
dalla memoria a compartimenti stagni che in questi anni è stata alimentata da troppi.
Wilma, nome di battaglia Roberta, era sangue nostro.
In ogni sua scelta…
Ciao Wilma!
“Un ferale alfabeto si snoda la mattina del 21 febbraio 1986 a Roma, sull’asfalto di via della Farnesina. Come in un’agghiacciante partita di Scarabeo i cartellini della Polizia scientifica mettono in fila, uno dopo l’altro, i tasselli dell’orrore.
La lettera A è il corpo di una giovane. Con il volto verso il suolo. I quotidiani indugiano sui particolari dell’abbigliamento. Quasi che il mosaico di colori possa rendere meno glaciale la scena. Giaccone e sciarpa viola, borsa di cuoio a tracolla, zuccotto di lana scuro con borchie di metallo, guanti bianchi e neri da sci, stivaletti con la suola di gomma. B, C, D… bossoli, macchie, schegge… H, una pistola calibro 38. L’arma con cui ha sparato Wilma Monaco, militante dell’Unione dei comunisti combattenti (Udcc), formazione armata nata da una scissione delle Brigate rosse. L’organizzazione è alle prese con una situazione di grave crisi. Quasi tutti i membri sono in carcere, dilagano i cosiddetti pentiti, i dissociati. Le azioni sono ormai sporadiche. Il clima è pesante. Sono gli anni del craxismo trionfante. La sconfitta, profonda, ha travolto la sinistra, nelle sue rappresentanze storiche. I movimenti operai, studenteschi, femministi, sono rifluiti, i gruppi extraparlamentari dissolti nel nulla. Ma alcuni militanti vogliono proseguire la lotta. Cercano una via d’uscita, una strada di cambiamento e rivoluzione sociale.
Wilma è con loro. Dai tempi della scuola non ha mai abbandonato l’impegno politico. Infanzia a Testaccio, diploma al liceo linguistico, lavoro come impiegata. Nel 1977-78 milita in uno dei vari gruppi riuniti a Roma sotto la sigla di Movimento proletario di resistenza offensivo (Mpro), in contatto con le Brigate rosse. Effettuano azioni, anche illegali, prevalentemente sui temi della casa e del lavoro. Allo scioglimento del Mpro, insieme ad altri militanti Wilma costruisce i Nuclei clandestini di resistenza.
Dal 1982, quando le Brigate rosse vacillano sotto il terremoto di arresti provocati in primo luogo dal pentitismo, il dibattito sul futuro della lotta armata investe anche l’area semilegale e la rete di appoggio diffusa che ruota intorno all’organizzazione. Wilma partecipa. Disorientata come molti suoi compagni. In bilico fra le lotte di massa e l’ipotesi armata, è in prima fila nelle battaglie del movimento pacifista contro l’installazione dei missili a Comiso, nelle iniziative dei disoccupati delle Liste di Lotta.
Riparata a Parigi in seguito a una denuncia, insieme agli scissionisti delle Brigate rosse fonda l’Udcc. È la fine del 1985. Lo stesso anno è stato arrestato l’ex marito, da cui si è separata affettivamente e politicamente. Lui è un brigatista “ortodosso”. La nuova struttura, l’Udcc, intende invece mantenere acceso lo scontro, anche militare, ma considera la lotta armata uno strumento di lotta, sia pure decisivo, non una strategia.
Quella del 21 febbraio 1986 è la prima azione del gruppo. Obiettivo del commando – due uomini e due donne – Antonio Da Empoli, neodirettore del Dipartimento degli Affari economici e sociali della presidenza del Consiglio, collaboratore diretto di Bettino Craxi. Un incarico importante ma nell’ombra. Deve essere gambizzato, si dice in gergo. I quattro si appostano vicino all’edicola dove l’uomo si ferma ogni giorno andando a Palazzo Chigi. Sono le nove. La zona è tranquilla ed elegante. Da Empoli esce di casa, compra i giornali, torna verso la macchina, qualcuno grida il suo nome. Lui si volta, l’uomo spara. Viene ferito in modo non grave a una mano e a una coscia. La reazione è immediata. L’autista è un poliziotto, che si catapulta in strada facendo fuoco. Il commando è disorientato. Wilma tenta di coprire la fuga dei compagni. Avanza, spara tre colpi. Poi cerca di raggiungere la Vespa. Non ce la fa. Barcolla, crolla a terra, ferita a morte nonostante il giubbotto antiproiettile che indossa sotto la giacca. Gli altri riescono a far perdere le loro tracce.
Termina la vita così, a ventotto anni, Wilma Monaco. Roberta il suo nome di battaglia. Un’esistenza simile a quella di tanti coetanei cresciuti sull’onda lunga del Sessantotto, nel clima delle grandi passioni politiche, del fermento sociale che ha attraversato il paese, della strategia della tensione attuata per frenare il cambiamento. Del tentativo di definire un’ipotesi rivoluzionaria per i paesi a capitalismo avanzato.
Nel marzo del 1987 l’Udcc uccide il generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri, prima di essere smantellata dagli arresti.”
Testo tratto dal libro 101 donne che hanno fatto grande Roma, di Paola Staccioli (Newton Compton 2011)
I ricordi di Wilma pubblicati negli anni precedenti su queste pagine:
– 21 febbraio, a Wilma
– Ciao Wilma
–
Solo una fotografia …
Il cielo è plumbeo anche quando il sole splende, anzi più splende più volano, più volano più la pioggia esplode insieme a tutto il resto.
Questa foto parla di braccia e mani sbucciate a scavar cemento fuso,
Questa foto parla di occhi che affogano nel terrore guardando al cielo come al nemico più grande.
Questa foto racconta la Siria di questi mesi più di tante parole,
Spalanca le porte ad un dolore sordo, che scava implacabile le giornate di chi su quel suolo ha avuto solo che da imparare.
Imparare tanto.
Io son lì con voi, non c’è bomba che non squarci il mio petto.
Leggi:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Sul “non” ergastolo agli assassini di Vittorio Arrigoni
La notizia circola da un’ora in rete, attraverso il sito Nena News (qui l’articolo).
Una notizia che a me non fa male per niente, perché una riduzione pena, un annullamento di un ergastolo non può crearmi amarezza…
non avrei questo logo a marcare il blog e non lo avrei tatuato nel cuore.
Quando parlo di abolizionismo del carcere,

Adotta il logo contro l’ergastolo!
ma sopratutto quando parlo di abolizionismo dell’ergastolo,
quello che sulle carte del DAP è catalogato con il fine pena datato 99/99/9999,
quello che in francia è detto la ghigliottina secca,
non faccio distinzioni, non posso farle.
Non chiedo l’abolizione dell’ergastolo ad intermittenza, lasciando crepare in cella gli assassini dei miei compagni.
Avreste gioito se gli assassini di Vik fossero stati impiccati in pubblica piazza,
con metodologie iraniche? Io sarei stata sommersa dal mio stesso vomito.
E allora non vedo perché dobbiamo commentare con parole come “scandalo” o “buttate le chiavi cazzo” il fatto che questi ergastoli siano stati commutati in 15 anni di pena.
Certo fa pensare, certo brucia l’idea di non saper perché, di non aver chiaro motivazioni e metodologie usate per uccidere un compagno caro, che mandava avanti una battaglia in un modo straordinario, con una forza e un sorriso che ci hanno insegnato tanto.
Il suo slogan era “restiamo umani”…
bhè provateci allora quando parlate di ergastolo, a capire cosa intendeva per “restare umani”.
Non credo che chi sostenga il “FINE PENA MAI” abbia tutto ‘sto diritto di ritenersi essere umano, lo reputo più simile a chi c’ha strangolato Vik,
lontano anni luce dal messaggio che ha urlato fino al secondo della sua morte.
Non esiste più grande aberrazione del carcere a vita.
Nessuno mi farà mai cambiare idea a riguardo.
– A Vik, tornato a casa dalla sua amata Palestina
– Hanno giustiziato Ippocrate
– I gattini di Gaza
– Che nessuno pianga, una dedica a Vittorio
lo so che mi odierete….pazienza.
Un’intervista con Manal ci racconta l’Arabia Saudita per le donne
Giorni di silenzio su queste pagine,
giornate intense, passate in una nordica città verso la quale ero molto prevenuta e che mi ha donato emozioni e incontri di una forza incredibile…
giornate che prima o poi vi racconterò, una volta metabolizzate.
Intanto “rubo” dal Corriere Immigrazione quest‘intervista a Manal, donna saudita di cui avevamo già parlato in queste pagine e la cui campagna abbiamo seguito sulla pagina Fb creata qui in Italia… in queste righe ci racconta un po’ di cose…
Manal al Sharif ha 33 anni. È la ragazza saudita che nel 2011 ha lanciato la campagna per il diritto delle donne alla guida. Nel 2012 ha vinto il premio Václav Havel dell’Oslo Freedom Forum. Vive tra Dubai e l’Arabia Saudita.
Lei si considera un’attivista?
«No, sono solo una mamma single che dopo aver combattuto tante battaglie ha iniziato a domandarsi: perché? Ho un alto livello di istruzione, la mia professionalità è riconosciuta, ma sono sempre stata trattata come una minorenne. Ho divorziato, ho un figlio, ho 33 anni, e sono ancora una minorenne. Mio figlio ha 7 anni: tra un decennio, se mio padre dovesse morire, lui diventerebbe il mio guardiano: dovrei chiedergli il permesso per accettare un lavoro o viaggiare. Mi sembra totalmente illogico oltre che ingiusto. Mio padre – mio attuale guardiano – ha fiducia in me, mi permette tutto, ma io devo comunque passare da lui per molte cose: rifare il passaporto, andare in tribunale… ci sono uffici governativi ai quali le donne non hanno accesso, quindi occorre che lui vada per me… e la mia famiglia vive a due ore di volo da dove vivo io! Così, dopo aver passato tutta la vita a lamentarmi per questo stato di cose, ho deciso di agire».
Com’è nata la campagna per il diritto alla guida?
«La storia è questa: io vivo e lavoro in un complesso residenziale all’interno del quale posso guidare l’auto e muovermi a capo scoperto. Se esco di lì però scattano i divieti. Un giorno dovevo andare da un medico in città e ho preso un taxi. All’uscita non ne ho trovato uno che mi riportasse a casa. Mi sono messa a camminare ed è stato un grave errore: erano le nove di sera e non avevo il volto coperto. Sono stata molestata continuamente, un tizio in auto stava quasi per rapirmi, ho dovuto tirargli una pietra per farlo allontanare. Ho iniziato a piangere per la rabbia: perché doveva succedermi una cosa così? Ho la patente e possiedo un’auto! L’indomani ne ho parlato con un collega, il quale mi ha detto che non esiste una legge che vieti alle donne di guidare. È una consuetudine. La maggior parte delle regole che disciplinano la vita delle donne nel mio Paese non sono scritte. Non guidiamo perché la gente non è abituata a vedere una donna che guida. Allora ho pensato: facciamola abituare! Così ho aperto una pagina su Facebook e un account su Twitter e ho scritto: il 17 giugno (del 2011, ndr) ci metteremo a guidare. Le donne avevano tantissima paura, e io volevo dimostrare loro che non avevano niente da temere. Così ho guidato per un’ora in città, filmandomi con una telecamera: nessuno mi ha fermato, né molestato. Poi ho postato il video su Youtube e per questo sono stata messa in prigione. Non per aver guidato, ma per aver usato i social media per “incitare le donne alla guida”. Ho chiesto: quale legge lo vieta? Ho fatto pure causa al governo, ma nessuno mi ha mai risposto…».
Cosa pensano le donne saudite della propria situazione?
«Sono divise. Molte chiedono che venga creata una rete di trasporto pubblico. La prima domanda che una donna si fa, appena trova un lavoro, è: come ci vado? Non esistono autobus, non possiamo guidare, non possiamo andare in bicicletta, non possiamo camminare. Dobbiamo avere un autista o prendere un taxi. E siccome costa molto, chi non se lo può permettere rimane a casa. Un altro aspetto del problema è che le madri spingono i figli maschi a guidare anche se sono minorenni, perché hanno bisogno di uscire e sbrigare le loro faccende. È certificato che la maggior parte degli incidenti automobilistici sono dovuti o ad autisti troppo stanchi (perché dovendo essere sempre a disposizione, lavorano per molte ore, con salari bassi), oppure alla guida da parte di minori. Il mondo cambia, le donne oggi hanno più bisogno di muoversi, ma il governo resta fermo. Allora noi diciamo: ok, va bene, non guidiamo, ma almeno includete nel nostro stipendio un’indennità per il trasporto, oppure forniteci dei mezzi pubblici. Oggi la nostra vita lavorativa è resa impossibile: una mia amica spende due terzi del suo salario per pagare l’autista che la porti avanti e indietro dall’ufficio!».
Non mi pare molto ottimista riguardo al futuro…
«Non lo sono. Abbiamo portato la nostra battaglia avanti per quasi due anni senza ottenere nient’altro che riforme di facciata, varate per accontentare l’opinione pubblica. Il governo non vuole concedere alle donne il diritto alla guida perché non vuole aprire la porta alle vere riforme».
Però nel 2015 le saudite potranno votare: non è una svolta storica?
«E che accade se nel frattempo re Abdallah muore? La sua età ufficiale è di 89 anni, quella ufficiosa di 93. E se chi gli succede cambia idea? Nel mio Paese non esiste ancora un’età minima per il matrimonio: una bambina può essere data in sposa. Se una donna divorzia, il marito si prende i figli. E se lei intenta una causa, che comunque può durare anni, le potrà succedere quello che è accaduto a una ragazza che conosco: l’ha persa perché il giudice ha giudicato negativamente il fatto che lei non avesse il capo coperto. Lo status quo va cambiato. Ma non succederà finché non saranno le donne a farsi motore del cambiamento».
Gabriella Grasso

Pochi vi sono




















Ma già alle ore 21 mancavano le sedie libere! Più di un centinaio di solidali avevano sfidato l’afa e le strade roventi della capitale per ascoltare le parole degli operai della Vio.Me: “siamo convinti che per vivere, e vivere bene, abbiamo bisogno solo di noi stessi e di quello che sappiamo fare insieme! Non abbiamo bisogno dei padroni, dello stato, o del capitalismo per produrre! Sappiamo fare tutto senza di loro!”. Gli applausi scroscianti sembravano diradare la tensione accumulata dai giorni successivi alle elezioni di giugno, dove la salita in parlamento di Alba Dorata, le coltellate e il pogrom istituzionale Zeus Xenio contro i migranti avevano occupato con violenza la scena, già resa tetra dagli ennesimi tagli alle pensioni e alla sanità del governo neoeletto. Ricordo il discorso calmo e determinato con cui un operaio della fabbrica illustrò il progetto di autogestione, e ricordo bene anche la forza delle sue parole, quando spiegava che era tempo di andare anche oltre alla forma di lotta dello sciopero sindacale, per passare immediatamente alla realizzazione della solidarietà tramite l’autogestione e la cooperazione. Dopo circa sei mesi quella forza ha raggiunto l’obiettivo. E in fabbrica si festeggiano le prime giornate di produzione completamente autogestita. E’ primo piccolo, grande, passo in avanti delle lotte in Grecia. L’esperienza di autorganizzazione oltre lo stato e contro la crisi capitalistica in questo caso ha a che fare immediatamente con la produzione. Se fino ad oggi le istituzioni autonome della mutualità e della solidarietà avevano riguardato la distribuzione dei beni di prima necessità e la riproduzione sociale colpita dalla fine del welfare, finalmente la Grecia della dignità e della giustizia sociale sperimenta anche la possibilità del controllo diretto e dell’autogestione dei mezzi di produzione. E’ la prima esperienza nel suo genere, ma possiamo credere che in Grecia potrebbe avere degli effetti virali proprio come nel caso degli ambulatori popolari o di altri comitati di lotta. D’altronde nella penisola ellenica chi pensa ancora che pagare la crisi della finanza globale possa preludere ad una crescita dell’economia accompagnata da un nuovo welfare? Dopo questi anni in cui si sta provando il peso sul proprio corpo dei memorandum della Troika, in che cosa si può avere fiducia se non nelle proprie mani unite a delle altre?



























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